Filippo Colombara

Vesti la giubba di battaglia
L'abbigliamento partigiano tra rigore e stravaganze




Durante l'occupazione coloniale dell'Algeria, racconta Frantz Fanon, avviene una singolare forma di lotta: ai tentativi francesi di snaturare la cultura originale togliendo il velo alle donne, esse si oppongono continuando a velarsi, aggiungendo o sostituendo ai motivi tradizionali del suo uso, quelli di contro-assimilazione e di conservazione della propria identità. Prende corpo e si man-tiene una particolare resistenza che organizza la volontà di permanere di un popolo. La scelta dei colonizzatori di occidentalizzare e deprivare di passato culturale gli algerini colpisce il velo, l'elemento femminile che contraddistingue quel mondo. I francesi sono ben consci che "le tecniche del vestiario, le tradizioni dell'abbigliamento e dell'acconciatura costituiscono i caratteri originali più rilevanti, cioè più immediatamente percettibili di una società"1. La loro cancellazione diviene la definitiva sconfitta dell'altro, il suo reale annientamento.
L'abito, inteso appunto come fatto culturale, si presenta come modo per qualificarsi sia sotto il profilo della conservazione di un'identità tradizionale che sotto quello della sua innovazione. Anche durante la Resistenza italiana, per certi versi, l'abito svolge questi compiti e su di esso convergono segni e aspettative di cambiamento. Il piano estetico, del resto, è quello privilegiato dai giovani partigiani per fornire un'adeguata immagine di sé. L'iniziale assenza di uniformi in molte formazioni, l'essere costretti ad abborracciare una divisa da combattente, sono tutte occasioni che offrono una via di fuga nel fantastico con la confezione e l'abbinamento di un guardaroba al limite del proponibile: anticonformismo e dissacrazione delle convenzioni divengono per taluni modalità espressive da perseguire. Compaiono allora, e le memorie scritte e orali lo registrano, abbigliamenti decisamente trasgressivi: dal vestire alla corsara, "con un foulard da 'tigrotto di Mompracem'..."2 che porta al collo Casazza della "Volante Loss"; all'indossare abiti da gagà, con tanto di "ricco cappotto, dall'elegante collo di pelliccia, da cui sballonzolava mollemente un mitra Sten"3, di "Spartaco" del medesimo gruppo; allo "strano giubbotto di pelo di agnello, bianchissimo"4, nonché a un altro di colore nero con risvolto bianco5, indossati da "Pesgu", comandante della brigata "Osella"; ai giacconi maculati ricavati da pelli di animali portati da uomini di questa formazione6.
Già da tali esempi emergono motivi utilitaristici al fianco di vezzi e spavalderie tipici del mondo giovanile, di cui questa generazione è stata privata. Se poi i giovani non riescono a dar sfogo alla propria esuberanza, perché imbrigliati in compassate divise militari, sono i fronzoli e gli emblemi che ornano i loro vestiti a costituire l'aspetto originale: un'alterità ricercata e ostentata.
Per i comandi garibaldini, in particolare, tenere a freno gli uomini dalla voglia di affermazioni di classe e di sfida ideale è impresa ardua, destinata all'insuccesso. Scrive Moscatelli nell'agosto 1944: "Molte volte devo intervenire per far togliere fronzoli rossi alle divise, bandiere rosse dai camion; ho dovuto proibire le bandierine rosse ai mitra e ai fucili. [...] E più intervengo in questo senso e più la cosa si diffonde. Molti nostri ufficiali hanno chiesto l'iscrizione al P. Proibisco Bandiera rossa quando sfilano: canta e canta ma finiscono sempre lì. Molti di questi 'comunisti', quasi tutti, hanno la medaglietta al collo, l'immagine nel portafoglio"7.
Tre mesi dopo Paolo Scarpone, commissario politico del Comando unico zona Ossola, relazionando a Pietro Secchia, commissario generale delle brigate comuniste, sottolinea: "Si ostentano distintivi ed emblemi con falce e martello, stelle rosse, ecc. Abbiamo insistito perché questi distintivi siano tolti, perché le formazioni non sono formazioni di partito, ma bensì del Cln. Ci facevano le facce tristi, malcontenti, non convinti di doversene privare. Il fazzoletto rosso non deve essere tolto, anzi abbiamo spiegato che esso rappresenta il distintivo delle nostre brigate garibaldine, come la camicia rossa caratterizzava i primi garibaldini"8. Anche Pippo Coppo segnala che "si è dovuto lottare per far togliere la stella rossa" ai propri uomini9.
I risultati delle varie sollecitazioni non paiono però efficaci, almeno stando alle fotografie e ai disegni realizzati dai garibaldini biellesi e valsesiani, dove in diversi casi si intravedono grosse stelle rosse cucite sui copricapi10. Ad alcuni gruppi di combattimento, come il 1o battaglione dell'82a brigata "Osella", costituito dai vecchi della formazione al diretto comando di Pesgu, non passa assolutamente per la testa di uniformarsi alle disposizioni e "ripulire" il vestiario. "Io - racconta il comandante "Andrei" - li chiamavo gli 'irregolari abissini', con riferimento al loro modo di vestire, con tutte le divise più impensate; mancava solo quello che avesse le penne da pellirossa che avevamo un saggio rappresentativo di tutti i vari tipi di guerrieri, no. E poi anche per le urla che a volte lanciavano, non solo quando facevano gli attacchi ma anche quando si trasferivano"11.
Permane in uso, quindi, e per parecchio tempo ancora, una sorta di vestiario folklorico, di cui numerosi racconti e memorie scritte lasciano traccia. Sempre Coppo rammenta che alle trattative con i fascisti per la resa di Gravellona Toce, durante il periodo della repubblica dell'Ossola, si presenta il partigiano "Fulmine", il quale "sulla camicia rossa portava ricamata una mosca e di seguito la scritta 'telli'..."12. Così pure il repubblichino Giose Rimanelli narra di quattro partigiani catturati durante un rastrellamento nel Vercellese, probabilmente in Valsesia, e subito passati per le armi, i quali "sul fazzoletto rosso portavano la testa di Stalin incorniciata dalla falce e dal martello"13. Prassi apparentemente usuale, inoltre, è firmare il fazzoletto di combattimento con il proprio nome di battaglia14, capo d'abbigliamento che talora reca come ricamo le cifre della sua autrice15.
Con i fazzoletti, poi, crescono le stelle rosse; Margot Wöllersdorfer, segretaria di un industriale tedesco, catturata e segregata per un paio di mesi dai garibaldini biellesi, ricorda di aver ricevuto in quel periodo parte della sua biancheria lasciata a Biella e "un pullover con il distintivo da partigiano: una striscia rossa-bianca-verde senza, per fortuna, la stella dell'Armata rossa che tutti loro portavano"16.
Franco Fortini, buon osservatore di usi e costumi, descrive l'eterogeneo guardaroba dei resistenti nell'autunno '44 durante la repubblica dell'Ossola. Entrato dalla Svizzera, il giovane intellettuale milanese incontra il mondo partigiano a Malesco: "Non hanno più di diciotto anni, penso. Sulle spalle, i teli mimetici e, sotto, le gambe nude. A tracolla un fucile o un mitragliatore e i caricatori infilati in cartucciere di pezza avvolte alla cintola"17.
Il racconto prosegue arricchendosi di particolari: "L'abbigliamento dei partigiani, come poi ebbi agio di osservarlo a Domo, meriterebbe una descrizione accurata, se non altro per l'ingegnosità che ognuno impiegava a distinguersi. C'erano di quelli che indossavano una specie di uniforme americana o inglese, portavano regolari mostrine ornate di edelweiss, come gli Alpenjaeger austriaci, e i segni del grado sulle spalle e sul petto. Ma i più si vestivano alla meglio, come volevano e potevano. E in quel modo d'essere e di non essere equipaggiati si poteva leggere tutta la cronaca degli ultimi anni. Giacche a vento ritagliate nei teli mimetici, giubbe ricavate dalle coperte da campo, stivali della Wehrmacht o della guerra d'Africa, scarpe da sci, vecchi scarponi chiodati di montanari e berretti alpini della fanteria, colbacchi alla russa, cappellucci alla tirolese, sombreri da film d'avventure. E simboli e segni d'ogni sorta, dai fazzoletti rossi, verdi, azzurri, ora infilati nelle spalline e legati sul petto, ora avvolti intorno al collo; alle stelle rosse e tricolori, alle falci-martello, ai nomi e ai motti ricamati sui berretti. Ognuno portava con sé quante più armi poteva. Le bombe a mano italiane, rosse e nere, penzolavano dalle cinture come salcicce; quelle tedesche, dall'aspetto inoffensivo di manubri di legno, si infilavano nei cinturoni o sbucavano dai sacchi"18.
Altra esemplificazione, a corredo dell'immagine del guerrigliero/militante politico, è la singolare autodisciplina dal basso che introduce il saluto col pugno chiuso. Scrive Moscatelli alla Federazione milanese del Pci: "Se voi chiedete ai partigiani che idee politiche hanno, a quale partito appartengono, nella quasi totalità vi rispondono che sono comunisti. Si farebbero stampigliare falce e martello anche sulle natiche; 'Barbisùn', Stalin, è un padreterno. Guai a toccare la Russia e soprattutto l'Esercito rosso. Salutano tutti col pugno chiuso. Come massa siamo a terra in fatto di preparazione [politica]. […] Personalmente non ho mai salutato col pugno, mentre tale saluto mi è rivolto anche dai preti, dai carabinieri e da tutto il popolo indistintamente"19. Opinioni ribadite da Scarpone a Secchia: "La grande maggioranza saluta col pugno chiuso, abbiamo insistito sulla opportunità del saluto militare, ma con pochissimi risultati". Non solo: "Anche la popolazione saluta quasi tutta col pugno chiuso: uomini, donne, vecchi e bambini. Al passaggio delle macchine del comando per le strade di questi paesi, la gente si ferma salutando col medesimo sistema. In compagnia di Pippo [Coppo], passando per Omegna, ci fu impossibile continuare per l'afflusso di gente radunatasi attorno a noi. La popolazione voleva che Pippo dicesse alcune parole, in un batter d'occhio la piazza di Omegna era piena di gente. Si consigliò con me se dovesse parlare, gli risposi di sì. L'entusiasmo fu enorme e gli applausi altrettanto. Anche qui la popolazione ci saluta col pugno chiuso"20.
Elementi tutti che assieme ai nomi di battaglia e ai canti rimandano a un vero e proprio folklore partigiano, come ricorda Roberto Battaglia21.
Per altro verso, su posizioni differenti, e in sintonia con i comandi superiori, si colloca Moscatelli, convinto che solo da un'accurata costruzione dell'organizzazione militare nasca il nuovo combattente per la libertà. Durante tutto l'anno 1944 vi è quindi un susseguirsi di carteggi, note e disposizioni tra il commissario valsesiano, le istanze superiori e i comandi periferici che hanno per argomento, oltre a una precisa opzione organizzativa di tipo militare22, anche la realizzazione di divise, mostrine, distintivi di grado e tutto quanto serve a privilegiare l'immagine del reparto militare al posto della banda partigiana.
Le condizioni della guerriglia, tuttavia, non favoriscono regolari forniture di capi d'abbigliamento e ornamenti; i rapporti con le aziende produttrici non possono che essere clandestini, a difficoltà si sommano difficoltà. Singolare la vicenda delle stelle alpine appuntate sulle mostrine: "Sono nate a fine agosto del '44, ordinate in numero di 15.000 ad una ditta di Milano da Moscatelli e Ciro tramite il fratello di quest'ultimo. Ma la ditta rispose che non si sentiva sicura di tutti i suoi operai e che il rischio era troppo...
Si pensò di girare l'ostacolo facendole simili a quelle che gli alpenjager tedeschi portavano sulle bustine. Differiscono soltanto - infatti - per avere una fogliolina di più ed i pallini, al centro, non dorati. Se una delle trenta polizie avesse osservato, la cosa poteva passare per una ordinazione della Wehrmacht. Così tutti i garibaldini della Valsesia e dell'Ossola ebbero le loro mostrine"23.
Sfortunata, invece, risulta la vicenda dei berretti della divisa che, progettati da Alfredo Dominietto "sul modello dei vecchi Garibaldini, degno quindi di essere ricettato tra i nuovi Garibaldini!"24, non si realizzano a causa dei timori degli industriali25.
La volontà dei comandi di accelerare il processo di trasformazione delle bande in un vero e proprio esercito di liberazione conduce anche alla codifica dei comportamenti, perché "la disciplina è segno di ordine interno; la popolazione è favorevolmente influenzata da una condotta disciplinata e giudica soprattutto dai segni esteriori; l'unificazione di questi ultimi è indice sicuro che le 'bande' sono ormai esercito"26. A incidere sull'aspetto esteriore è, in particolare, l'adozione del saluto militare, sia a capo coperto che scoperto27 e la conseguente abolizione del "saluto a pugno chiuso, finora tollerato"28.
A queste disposizioni tassative non corrisponde l'immediato recepimento da parte degli uomini delle formazioni garibaldine. È difficile costringere ad accettare prescrizioni - di cui il saluto è solo uno degli aspetti - troppo simili alla naia dell'esercito sabaudo. Le risposte variano a seconda dei gruppi combattenti. Nel caso del 1o battaglione dell' "Osella", il cui "spirito di banda" rimarrà fino alla smobilitazione, il commissario politico della brigata tenta di convincere quegli uomini dell'importanza del saluto nel modo seguente: "Il saluto, prescindendo dagli eventuali significati di carattere secondario, a sfondo militare, politico o religioso che gli possono essere attribuiti, è pure espressione di educazione e di civismo. Ora non vediamo nel saluto un riferimento a quella da noi tanto aborrita burocrazia militare: consideriamolo indipendentemente da qualsiasi pregiudizio gerarchico in omaggio anzi a quello stesso cameratismo garibaldino che è il più saldo cemento spirituale delle nostre masse, ed attribuiamogli invece il debito morale. Salutare non significa umiliarsi, anche quando il saluto viene attribuito ad un superiore: il saluto come dobbiamo intenderlo deve essere un cenno di rispetto ma che non è, non deve essere esente dall'impronta di cordialità che c'è normalmente abituale. Stabilito questo non ci pare debba esistere più motivo alcuno che esoneri il partigiano dal salutare il compagno, il superiore, l'ospite. Si tratterà solo di uniformare questo saluto per motivi ovvi. È stato stabilito da tempo che questo si debba effettuare portando la mano tesa alla fronte alla maniera, per portare un esempio esplicativo, del vecchio saluto militare. E così sia. Salutiamo dunque, sempre e di cuore"29.
L'estrema cautela e il fare educativo del commissario mostrano i suoi timori di urtare la suscettibilità dei partigiani, con il pericolo di introdurre elementi di disturbo nella conduzione della lotta. Una preoccupazione che, estesa all'importanza dell'inquadramento militare dei reparti, era stata esplicitata mesi prima da Ciro, a nome del Comando unificato, proprio all' "Osella": "Qualora noi non riuscissimo a dare ai nostri Reparti quell'impronta militare [...] dovremmo subire l'umiliazione immeritata, ma d'altra parte giusta, di vedere coronata la nostra attività liberatrice con il disarmo"30.
Meno problemi si pone invece la stampa partigiana, che partecipa nel promuovere la trasformazione. Disquisendo sui problemi della disciplina e di come migliorarla, "La Stella Alpina" nel novembre '44 osserva: "Al rapporto [...] di simpatia, di amicizia o di affetto, particolare caratteristica delle bande, pur conservando ciò che vi è di buono in tali particolari rapporti, va oggi sostituito un rapporto che tutti sovrasta: la disciplina ferrea, scattante, veramente sentita ed accettata con consapevolezza ed entusiasmo. […] Arrischiare la pelle è cosa che sanno fare, in certi stati d'animo particolari, anche i pusillanimi; imporsi una disciplina, volerla come si vuole l'arma per combattere è condizione prima oggi per ogni Partigiano"31.
Sul medesimo numero del giornale, in relazione ai rapporti con le popolazioni di pianura si danno precise disposizioni circa l'atteggiamento psicologico da tenere: "In pianura incominciano ora a conoscerci realmente, poiché prima ci conoscevano in modo piuttosto vago ed irreale, cioè più per sentito dire che per altro. Occorre quindi misurare ogni nostra mossa, poiché è noto come la prima impressione sia determinante allorché si deve giudicare qualcuno. Quando le popolazioni vedono i partigiani devono vedere dei coraggiosi se nella lotta, dei veri soldati ben inquadrati se di transito, delle persone affabili ed educate se hanno con loro rapporti personali: soprattutto dei bravi ragazzi schietti e semplici nei modi e nel parlare.
Al bando quindi le facce truci, i nastri e i fronzoli multicolori, le inutili spavalderie, lo sballarle grosse per far rimanere i ragazzini del paese a bocca aperta. In divisa o meno, pulizia in senso superlativo e serietà e portamento militare anche se gli abiti sono a brandelli e i piedi scalzi. Niente atteggiamenti inutilmente feroci anche quando si va a prendere l'acqua da bere! Niente esibizionismi negli abitati. Farsi vedere il meno possibile, cioè lo stretto necessario, come gente che sa dove andare e cosa fare".
Con il passare dei mesi, la costituzione del Corpo volontari della libertà accelera il coordinamento tra le formazioni e la loro trasformazione in esercito popolare. Si allontana, nel contempo, "l'alone romantico primitivo" come lo ha definito Battaglia, "che si era manifestato particolarmente nell'indescrivibile varietà delle fogge in cui erano abbigliati i partigiani, quasi a consolarsi della mancanza di veri e propri 'abiti'. [...] L'abbondanza dei lanci primaverili alleati nel 'settore dell'abbigliamento' permette finalmente di adottare un po' ovunque una vera e propria divisa, la divisa cachi regolamentare. Può sembrare un elemento secondario, ma è invece un fatto decisivo per la 'regolarizzazione' dei volontari della libertà, anche nei rapporti con la popolazione civile per cui 'la divisa' è il primo segno dell'autorità. Unificati anche i gradi in base alle disposizioni del Comando del Cvl, restano a ricordare la primitiva vita ribellistica, ne costituiscono si può dire l'unico residuo, i fazzoletti multicolori annodati intorno al collo"32.
Discorso a tutto tondo questo di Battaglia, che in un'opera complessiva come la sua, per altri versi acuta e ancora odierna, sembra sottovalutare alcuni caratteri della soggettività dei protagonisti. Che sia stato davvero scontato per i partigiani l'anelito di indossare una divisa è forse un'affermazione eccessiva. Un buon numero di combattenti ha certo condiviso queste posizioni, ma è indubitabile che sull'abbigliamento, come su altri aspetti normativi e organizzativi, molti si sono adeguati a fatica e tardi.
Se nell'autunno del '44 si relaziona che la 6a "Nello" mostra: "Molto buono l'abbigliamento, gli uomini sono tutti in divisa, con mostrine e fregi e questo dà un'aria molto ordinata alla formazione"33, oppure che la "Volante rossa" ormai marcia in divisa, all' "Osella", nello stesso periodo, ricorda Andrei: "Noi naturalmente eravamo ancora in borghese, non avevamo una divisa che ci caratterizzava", condizione questa dovuta al fatto che "era molto comodo usare gli elementi in borghese, soprattutto quando dovevano recarsi in paese a contatto con la popolazione, anche per non creare [...] motivi di allarme inutile"34.
Ma a ben guardare sono soprattutto fronzoli e orpelli che i partigiani continuano a sfoggiare. Una moda che non si placa, tanto che a pochi giorni dalla Liberazione la "Stella Alpina" pubblica l'ennesima reprimenda: "Nonostante le ripetute ordinanze dei superiori Comandi, abbondano ancora nelle nostre formazioni i fiocchi e fiocchetti, le stelle, le medagliette e i fronzoli d'ogni genere e specie, quasi che ai partigiani sia proprio impossibile il poterne fare a meno. Taluni poi, fedeli a chissà quale spirito bazaristico, sembrano addirittura degli arsenali di chincaglierie e si attaccherebbero alla giubba o al berretto non si sa più quale aggeggio pur di avere qualche cosa di diverso dai compagni"35.
Persiste cioè una forte volontà identitaria, il bisogno di distinguersi, di raccontare per fronzoli le proprie idealità e comunicare in modo semplificato quanto difficilmente si renderebbe esplicito con teorie politiche poco masticate. I comandi, però, insistono nell'evitare qualificazioni squisitamente politiche in contrasto con il carattere patriottico della lotta. Pertanto "chiunque non desideri apparire volutamente e palesemente indisciplinato dovrebbe ripulirsi la divisa da tutti quegli emblemi, sia pure cari al cuore di ciascuno, che niente hanno a che fare con la missione del soldato in armi per la libertà della Patria.
Per nostro conto aggiungeremo che di fronzoli, aquile e galloni ce n'han dato una bella zuppa i fascisti a loro tempo; e quindi una maggiore serietà e sobrietà nella persona dovrebbero essere tra le principali norme che distinguono i partigiani, sorti appunto in funzione precipuamente antifascista. Se ciò non bastasse, sostengono tale nostro criterio di pulizia personale, dentro e fuori, anche varie ragioni di carattere militare, tra le quali la prima è quella che le nostre Formazioni non debbono avere alcun carattere arlecchinesco, nemmeno nell'esteriorità"36.
Tuttavia il divario tra la banda non sempre ben organizzata e l'immagine di rettitudine che essa dovrebbe perseguire sarà esigenza contingente, ma, soprattutto, occasione di disputa per l'avvenire. Obiettivo di una prassi del genere è far pulizia dei retaggi del vecchio regime, primo passo verso il tanto auspicato italiano nuovo.
A sostegno di tale innovazione etica contribuiscono i racconti di memoria che si pubblicano a partire dalla primavera del '45. Solo in questo modo si possono comprendere talune espressioni manieristiche che appaiono sui fogli partigiani. Sul giornale dei garibaldini valsesiani e dell'alto Novarese, per esempio, ricordando l'ingresso dei partigiani a Villadossola durante il periodo della zona libera, si afferma: "I garibaldini marciavano a passo militare, ordinati, cantando le nostre più belle canzoni di guerra. La folla guardava entusiasta ed applaudiva; non erano i banditi descritti dalla propaganda nemica, erano dei soldati di un esercito nuovo e sano che non conoscevano ancora bene. Era una parte dell'esercito del popolo che passava, fiera e piena di impeto giovanile. Questo nuovo esercito, il cui seme sano è nel garibaldinismo, dura scuola di ardimento e di disciplina. Poiché se non c'è disciplina crolla tutto l'edificio di una organizzazione militare"37.
In modo simile, sul foglio dei garibaldini biellesi della XII divisione, un giovane rammenta il proprio arrivo in formazione: "Con grande stupore notammo la bellissima uniforme dei garibaldini, il grande armamento, la perfetta familiarità e fratellanza esistente fra garibaldini e comandante, l'ottimo ed abbondante rancio, mentre secondo la propaganda fascista, questi uomini non dovevano essere che bande disorganizzate, affamate e in lotta tra loro"38.
Entrambi i brani paiono l'inappuntabile descrizione di reparti del regio esercito, piuttosto che quello di formazioni partigiane senza "né colonnello né generale". Ma nelle settimane della Liberazione è ormai in discussione la memoria della Resistenza, quanto e come andrà ricordato e narrato ai posteri; si tende a far prevalere la banda idealizzata su quella reale. Nuovi scontri politici si stanno per aprire nell'Italia dalla fragile democrazia; smussare errori e pecche diviene pratica consueta per reggere il presente e non smarrire il passato.


note