Filippo Colombara

Il fascino del leggendario
Moscatelli e Beltrami: miti resistenti



"Allora c'erano i miti, anche minori, in montagna ogni comandante era un po' un mito! A me faceva arrabbiare quando passavo con la divisa garibaldina e sentivo: 'on, lü l'è dal tipo...', anche quello in fondo era mitizzare. 'Lü l'è dal Moscatelli, lü l'è dal Rutto'. [...] Ricordo quando sono sceso a Milano, alla Liberazione, tutti i muri erano pieni di scritte che dicevano viva non so più chi, mi viene in mente Visentìn o un nome del genere. Era un comandante partigiano e su tutti i muri c'era: `Viva il comandante tal dei tali'. Altri hanno visto e allora: 'Anca mi'. [...] Poi le scritte sparirono e nessuno ricorda più il comandante Visentìn. Mi spiego? [...] Concetto Pettinato, in un'Italia che ribolle di fermenti, cita due soli uomini: Beltrami e Moscatelli1. Perché questi erano allora i miti"2.
In questi decenni, da quando si è sviluppato l'uso delle fonti orali nella ricerca storica, ci si è talora imbattuti in racconti che, senza apparente discernimento, mescolano esperienze vissute con episodi fortemente idealizzati.
Anche tra gli ex resistenti, il modo di costruire il ricordo - spesso meticoloso nel descrivere i compagni di lotta, gli scontri, i drammi di una guerra senza regole - non è privo di narrazioni a sfondo epico. In circostanze del genere l'obiettivo, quasi mai dichiarato, tende a privilegiare se non ad anteporre il significato all'attendibilità dei fatti. Il carattere leggendario, insomma, impregna e domina le storie.
Protagonisti, di solito, sono i comandanti partigiani, ai quali i loro uomini e più in generale le memorie del territorio, delegano il compito di rappresentare l'epopea resistenziale. È sulla figura del leader, sui suoi atteggiamenti e azioni che si scommette il valore della propria esperienza. In certi casi, tuttavia, la costruzione di capi leggendari non è dovuta a rielaborazioni successive, ma è contemporanea agli eventi. Si tratta, anzi, di una precisa opzione politico-militare applicata per contrastare il nemico anche sul piano culturale. Nuovi miti3, quindi, da contrapporre a quelli forgiati e imposti dal fascismo. Miti allestiti nel "furore della lotta" per scopi immediati di promozione della guerra partigiana, che si manterranno in seguito, anche a uso di parte, durante il dopoguerra e per diversi anni ancora.

Il comunista creativo

Tra i dirigenti del movimento partigiano, personaggio che svolge mirabilmente la funzione di leggendario comandante nelle vallate alpine del Piemonte nordorientale, specie in Valsesia e nell'alto Novarese, è Vincenzo Moscatelli.
Di origini proletarie, operaio a Novara e a Milano, "Cino" - nome con cui è chiamato in famiglia - aderisce alla gioventù comunista nel 1925 e si impegna in attività cospirative fino al settembre 1943, quando, all'indomani dell'armistizio, costituisce il primo nucleo di resistenti in Valsesia: dalla propaganda sovversiva passa alla lotta armata. A fianco di Eraldo Gastone "Ciro", comandante militare della futura I divisione "Garibaldi" e poi del Raggruppamento delle divisioni Garibaldi "F.lli Varalli", "Pajetta", "Redi" e "Mario Flaim", egli assume il ruolo di commissario politico, poi trasformato in commissario di guerra, che mantiene fino al termine del conflitto e con il quale, il 28 aprile 1945, entra a Milano alla testa dei partigiani della Valsesia.
Cino ha la stoffa del capo ed è attento a quegli aspetti che, pur non trattando di tecniche militari, sono parte sostanziale nella costruzione del nuovo combattente. Occorre fornire solidi convincimenti ai giovani resistenti, quindi si preoccupa del carattere partigiano e dell'indispensabile bisogno di identità.
Moscatelli è un politico, buon conoscitore di uomini, e imposta la sua opera sapendo mediare tra esigenze di trasformazione della società e conservazione delle radici culturali. Affronta con questo spirito le credenze e i valori di cui sono portatori i combattenti, in particolare il nodo della questione religiosa: tema spinoso a causa del diffuso anticlericalismo socialcomunista, rispetto al quale la propaganda fascista si è sempre sforzata di dimostrare - in ultimo con la guerra di Spagna - l'estraneità delle idealità materialistiche con l'humus cattolico della nazione. Prova difficile, ma proprio sugli aspetti di fede il comandante valsesiano gestirà al meglio alcuni dei suoi interventi creativi.
Fautore di una politica unitaria all'interno delle formazioni garibaldine e cosciente della rilevanza del fattore religioso tra i suoi uomini e le popolazioni delle valli, chiede alle autorità ecclesiastiche di impiegare un cappellano presso il Comando. Non solo, dà sfogo alla propria creatività e compie altre azioni tese a favorire le buone relazioni con il clero e, nel contempo, a promuovere il proselitismo.
Per celebrare le funzioni religiose presso le formazioni dislocate nei boschi e in montagna, per esempio, progetta un altarino portatile in zaino4 simile a quelli usati nella prima guerra mondiale5, scrive di suo pugno la "Preghiera dei garibaldini", che fa stampare in migliaia di copie sul retro di un santino raffigurante san Michele che trafigge il diavolo6 e si fa ritrarre mentre allestisce una messa al campo7.
"La Stella Alpina", periodico del suo raggruppamento partigiano, sottolinea l'importanza del fattore religioso in diverse occasioni. Nel febbraio '45 pubblica la foto di una messa al campo della 6a "Nello", con la didascalia: "Un momento di sosta nella lotta e, forse nel digiuno imposto più dalle circostanze che dal precetto, l'Eucarestia è accolta anche tra le file Garibaldine come seme d'una Fede che gli uomini vuole fratelli sulla terra generosa in lotta solo per il bene dell'umana famiglia"8. Nel secondo numero di maggio, invece, una fotografia in prima pagina ritrae il comandante valsesiano al fianco di padre Russo: "il Padre bianco che tanti nostri Volontari sottrasse alle carceri nazifasciste"9, e a luglio, mentre Moscatelli completa la sua opera recandosi a Roma in visita dal papa, il giornale dichiara: "Per quanto la cosa possa aver sorpreso molta gente, egli è stato ricevuto dal Santo Padre, al quale ha portato il rispettoso pensiero dei nostri garibaldini, che per gli ideali della libertà hanno lottato. E il pontefice ha dimostrato per essi tutto il suo affetto, interessandosi alla loro vita e ai loro problemi e dimostrando di conoscere e di apprezzare, nella dovuta misura, quello che essi hanno fatto"10.
Moscatelli è poi un sostenitore della propaganda, da impiegare durante il conflitto e da capitalizzare nel dopoguerra come ricordo dell'esperienza e sostegno politico di una diversa concezione del mondo. Si tratta di una propaganda di tipo "elementare", comprensibile da tutti e più funzionale dei complessi testi di teoria politica: cioè meglio i santini dei proclami. Questa è una possibile lettura della sua volontà di realizzare delle cartoline di propaganda: idea che vorrebbe portare a compimento già a fine '44. Incaricato delle illustrazioni è Alfredo Dominietto, in arte Gio. Rossi, che in quell'inverno realizza i bozzetti in Valsesia, a Piode. Lo stile dei disegni e i contenuti rimandano ai celebri lavori di Aurelio Bertiglia, autore di quelle cartoline raffiguranti bambini-soldato che hanno accompagnato per un lungo tratto le vicende belliche nazionali: dal primo al secondo conflitto mondiale, passando per lo squadrismo e le guerre coloniali11. La serie completa realizzata da Dominietto, costituita - come per le serie di Bertiglia - da sette esemplari, verrà però stampata a Milano all'indomani della Liberazione. In precedenza, invece, durante le settimane di zona libera dell'estate 1944, Dominietto riceve l'incarico da Moscatelli di disegnare una serie di francobolli. L'illustratore predispone otto bozzetti, ma alla fine della guerra non si ottiene l'autorizzazione governativa per la loro stampa come francobolli postali e ci si accontenta di utilizzarli come chiudilettera12.
La fantasia di Moscatelli non si arresta qui e altre iniziative vengono messe in campo con il suo contributo: dalla pubblicazione del giornale partigiano "La Stella Alpina", il cui primo numero vede la luce a metà ottobre 194413, alla produzione di canti14, ai servizi fotografici e cinematografici sulle formazioni15. Sua è pure l'idea di confezionare una divisa garibaldina, tratto distintivo di un esercito popolare con un'identità e un'immagine ben precise. Il compito è affidato al solito Dominietto, il quale disegna persino un copricapo di foggia simile a quello portato dai garibaldini risorgimentali, ma non se ne farà nulla, stante i timori dei proprietari di cappellifici di venire scoperti16.
Per tutto il periodo resistenziale Cino sarà coinvolto in una meticolosa costruzione pubblica di sé che gli conferirà un particolare fascino, conservato anche in seguito, senza però sconfinare mai in un reale culto del capo. Moscatelli era un personaggio leggendario, precisa il commissario garibaldino Gino Vermicelli, ma "ha avuto l'abilità di non credere nel suo mito. Moscatelli lasciava credere, faceva credere, era contento che si costruisse un mito, ma lui non ci credeva"17. Il ricordo di Cino, rammenta Pasquale Maulini, parlamentare comunista, va al novembre 1943, durante l'occupazione simbolica di Omegna a opera dei partigiani; in quell'occasione: "La sua parola semplice e convincente, le sue gesta, il suo cappello d'alpino già allora davano corpo alla sua leggenda"18. Nel 1982, un anno dopo la scomparsa del comandante valsesiano, Gian Carlo Pajetta, interrogandosi sulla dimensione leggendaria del valsesiano, afferma che essa "non può essere rimandata soltanto al caso, all'emozione, agli affetti", sostenendo il valore assunto nello specifico contesto della guerra, dove i partigiani "condussero una lotta difficile, in molti casi apparentemente folle"19.
Quando ancora si combatte, su di lui fioriscono parecchie leggende, a cominciare da quelle diffuse dagli avversari, per i quali "la voce pubblica pretende [che sia] giunto da Mosca in aeroplano per insegnare ai nostri le più recenti ricette sovietiche per la conquista del potere"20. Fantasiosa asserzione, ma parzialmente veritiera, dato che Moscatelli da giovane aveva frequentato le scuole di partito prima in Svizzera, poi a Berlino e, dall'ottobre 1927 al gennaio 1930, a Mosca21. Inoltre, visti i tempi, non può sfuggire al mito della velocità. Nelle vallate si canta: [i nemici] son beffati tutti quanti/ da un'auto che veloce viene avanti/ la guida Moscatelli e scende a valle/ per fare un grosso colpo a Serravalle"22. Veloce e inafferrabile, sfreccia per la provincia a bordo di un'automobile che, in omaggio alla simbologia di classe, è rigorosamente verniciata di rosso23. Sono solo voci, ma voci a cui si presta fede, al punto che trova spazio quella riferita sul capo della Provincia Enrico Vezzalini, il quale, nell'autunno 1944, si aggira "su una automobile rossa con tanto di targhetta: 'presa a Moscatelli a Gozzano il giorno tal dei tali'. È già una soddisfazione, se non ha preso Moscatelli ha almeno preso un'automobile, che Moscatelli non ha visto mai, ma che insomma, siccome è rossa, si può far passare come bottino di guerra. È una consolazione perché forse c'è qualcuno che ci crede e spera che, se Moscatelli va a piedi, per arrivare a Novara dovrà pur metterci qualche giorno di più... quell'accidenti"24.
L'automobile usata da Moscatelli durante l'occupazione di Gozzano e Borgomanero del settembre 1944, non rossa, ma probabilmente di colore scuro, venne prelevata dal parco automezzi della ditta Bemberg di Gozzano25. Nell'immaginario popolare, tuttavia, su bolidi a quattro ruote sfrecciano un po' tutti, i capibanda e le loro compagne: dalla moglie del comandante partigiano Filippo Maria Beltrami a quella del comandante valsesiano; anche Maria Moscatelli, infatti, per similitudine, "guida imprendibile un'automobile, capelli al vento e sigaro in bocca, per tutto il Piemonte"26.
Si parla anche dell'abilità di Cino nel travestirsi da prete piuttosto che da ufficiale tedesco, a seconda delle occasioni. Scrive Pajetta nell'ottobre 1944: "Moscatelli ha accettato un invito: a tavola c'è il dottore, c'è il parroco, i padroni di casa contenti, che fanno gli onori. 'Mi tolga una curiosità - dice il reverendo - l'altro giorno ho parlato con un milite. Al suo posto di blocco è passata una macchina, con a bordo un prete. Tutto in ordine, il milite ha avuto in regalo una sigaretta e poi, poi... dopo cinque minuti è arrivata una telefonata: il prete era Moscatelli'. Moscatelli sorride e la aggiunge alla collezione, ma assicura che da prete non si è vestito mai. Se ne raccontano tante, e la padrona ha la sua: 'È vero che ha girato tutte le fabbriche del Biellese vestito da ufficiale tedesco, ha comprato la stoffa e poi all'ultimo ha lasciato il suo biglietto da visita?'. Anche questa è bella, peccato soltanto che Moscatelli di biglietti da visita non ne abbia avuti mai"27.
Descrizioni fantastiche si susseguono per tutto il periodo: "No, Moscatelli non è un mago, né un lupo mannaro, non ha nemmeno i piedi così grossi come risulta da un'informazione confidenziale fatta alla Questura di Novara. Moscatelli è un operaio, aveva poi un laboratorio, ha moglie, due bambine e a far la guerra s'è messo perché cacciare i tedeschi, farla finita con i fascisti era il dovere di un buon italiano. E Moscatelli questo dovere l'ha imparato con i suoi compagni di tanti anni, nel lavoro antifascista clandestino, in esilio, nei lunghi anni di carcere. S'è messo a far la guerra e l'ha fatta sul serio. I suoi uomini lo amano, lo amano i Valsesiani, gli italiani lo ammirano. C'è un segreto: un figlio del popolo che conduce la guerra popolare, che conosce, capisce che nel rischio e nel sacrificio deve essere il primo. Non è invisibile come si dice in giro, non è nascosto nella caverna come dicono i fascisti (che fra l'altro un giorno hanno vuotato un cinematografo di Novara con la speranza di trovarcelo!)"28.
È imprendibile e onnipresente; si narra possegga il dono dell'ubiquità, propria di santi, sovrani e ribelli popolari. Così accade di vederlo in località improbabili, come racconta Giuseppe Oriani, membro del Cln di Albairate, il quale, incontrando un ufficiale partigiano della Valsesia a Magenta nel gennaio 1945, è convinto si tratti di Moscatelli in persona29. Le voci più disparate portano tedeschi e fascisti persino a bloccare lo stadio Lamarmora di Biella durante una partita di calcio nella speranza di catturarlo30. Anche i giovanissimi di allora sono al corrente di queste storie: "Ricordo che dicevano che compariva travestito da prete, che si trovava di qui, che si trovava di là, che era imprendibile, che era abilissimo. Era un mito già subito"31. Su aspetti del genere, scrive allora Pajetta: "Volete vedere Moscatelli? Arruolatevi nei garibaldini delle sue divisioni. Allora vi capiterà di trovarvelo davanti nelle postazioni dove siete in agguato, di sentirvi svegliare a mezzanotte nella casupola dove il posto di guardia si è ritirato per ripararsi dalla pioggia, vi toccherà di marciare con lui sulla Dorchetta, di conversare al posto di blocco o di sentire la sua chiacchierata di propaganda nazionale ai partigiani"32.
In questo tipo di scrittura di natura encomiastica traspare il culto del capo e un piglio retorico che rimanda al Mussolini padre e protettore della nazione. Moscatelli, quindi, previa assunzione di connotazioni apologetiche, assurge a personaggio mitico da molti conosciuto, rammentato e celebrato: "Volete sapere di lui? Chiedete al boscaiolo della Valsesia che l'ha visto passare, mitra imbracciato, piuma d'aquila sul cappello alpino, chiedete al pastore che gli ha offerto una tazza di latte, alla donna alla quale ha portato notizie del figlio partigiano, chiedete alla sposa che ha avuto un dono per il suo ultimo bimbo, chiedete agli operai che lo hanno sentito parlare e acclamato. Tutta la Valsesia conosce Moscatelli e lo conoscono nell'Ossola, sul lago d'Orta, lo conoscono dovunque i garibaldini sono arrivati"33.
A rendere credibili le dicerie sulla sua onnipresenza vi è la somiglianza con altri protagonisti della Resistenza: divisa militare, calvizie e cappello d'alpino, Moscatelli rassomiglia a Pippo Coppo, dirigente omegnese del Pci clandestino, divenuto commissario politico garibaldino della II divisione "Redi"34, che proprio per questo motivo sarà costretto a salire in montagna35.
Di certo il dono dell'ubiquità appare tra i caratteri della leggenda che assimilano le generazioni successive. L'autore dell'ultima intervista a Moscatelli, narrando quell'incontro afferma: "Di fronte a noi vi era quella leggendaria 'Primula Rossa' che il nemico non era mai riuscito né a scovare né a raggiungere. Quando qualcuno diceva che Moscatelli era in una località, sicuramente si trovava al capo opposto"36.
A posteriori, però, vi è chi tende a rifuggire dalla costruzione mitizzante dei comandanti partigiani. Vent'anni dopo, durante un colloquio pubblico, Pippo Coppo ad esempio assume posizioni recise, attribuendo alla cultura fascista, inculcata fin dalla giovane età, questo tipo di rappresentazioni: "Da non dimenticare e da tenere presente [è] che l'educazione fascista volere o non volere è stata riportata un po' in tutti. Il solo fatto che si sono creati degli idoli in tutte le zone, questo è stato il frutto della vecchia educazione fascista; perché le azioni ad esempio che ha fatto la II divisione 'Garibaldi' qui nella zona non le ha fatte Pippo, eppure Pippo sembrava un idolo, Moscatelli un idolo più grande ancora, questo è stato il frutto di allora"37.
Se però il culto dei capi vive nell'educazione fascista e lo si ritrova anche in quella comunista, in realtà, la definizione delle caratteristiche dei ribelli affonda le radici in vecchie storie contadine a volte riproposte in moderni feuilleton: eroi popolari a cui la gente comune affida il proprio riscatto. Si tratta cioè dell'affinità sul piano leggendario con il banditismo sociale del secolo precedente: fuorilegge rurali criminalizzati dai potenti, ma appartenenti alla società contadina e da questa protetti perché considerati combattenti per la giustizia e "capi di movimenti di liberazione"38. Un fenomeno che appartiene al complesso ciclo di trasformazioni economiche e sociali europee, contraddistinto dalla riduzione di masse contadine in uomini senza terra, alla loro proletarizzazione e al loro parziale assorbimento nelle nascenti manifatture industriali. Quanti vi si opposero divennero vagabondi, consapevoli oppositori del lavoro salariato e della sua etica. Fenomeno, peraltro, diffuso anche nella Bassa irrigua novarese e vercellese, per lungo tempo attraversata dai "camminanti", ex contadini privi di dimora che vivevano di espedienti, trasformandosi talora in banditi sociali. Questi fuorilegge che rubavano ai ricchi e aiutavano i poveri, ricevendo da questi le dovute coperture e la garanzia dell'invisibilità - come documentano le memorie orali39- hanno convissuto con il mondo rurale fino al sopraggiungere della modernità e al completo controllo del territorio da parte dello Stato. L'uccisione di Francesco Demichelis, detto Biondìn, e l'eccidio dei camminanti alla cascina Canta di Gionzana, entrambi avvenuti nel 190540, segnarono questa demarcazione e il termine dell'epoca delle campagne.
L'introiezione delle qualità del bandito sociale è forte a livello popolare anche nel Novecento. Scorrendo una biografia di Francesco Moranino, il noto comandante "Gemisto" dei garibaldini biellesi, pubblicata in un giornale partigiano nel 1952, si riscontrano i segni distintivi degli eroi alla Robin Hood proiettati nelle vallate del Biellese piuttosto che nella foresta di Sherwood. All'inizio del movimento partigiano, scrive il biografo: "A poco a poco altri uomini accorrono in montagna e Moranino, divenuto Gemisto, incomincia ad assurgere a figura leggendaria. Dappertutto nelle vallate biellesi si parla di Gemisto, il suo nome è sulla bocca di tutti, pronunciato con simpatia, con affetto, invocato contro i soprusi e le violenze della soldataglia tedesca e dei traditori fascisti. E Gemisto, con i suoi valorosi partigiani è dappertutto: dovunque vi sia un malvagio da punire, dovunque vi sia un'ingiustizia da sanare, una divergenza da appianare.
È in questo periodo che, sotto la diretta cura e per sua iniziativa personale, gli industriali firmano il contratto di lavoro cosiddetto 'della montagna', il quale è stato, anche dopo la Liberazione, un indice di paragone per la stipulazione di altri contratti.
Ma l'attività di Gemisto, in questo periodo, non si limita solo alla condotta militare della guerriglia. Egli si prodiga incessantemente a rincuorare le popolazioni con comizi volanti, nei paesi e nelle fabbriche, acclamato, idolatrato dai lavoratori, che vedono nella sua lotta la loro lotta, nella sua sete di giustizia la loro giustizia, nella sua volontà di combattere, la loro volontà di liberazione dal giogo straniero e fascista. Tutti amano Gemisto: le popolazioni, verso le quali egli agisce con un senso scrupoloso del giusto, permeando ogni sua azione di severa bontà, ed i partigiani: tutti i partigiani, ai quali è più che mai di esempio e guida"41.
Forse il momento difficile che sta vivendo Moranino42 stimola il biografo a sviluppare la mitizzazione, producendo singolari coincidenze con i caratteri e l'aneddotica del fuorilegge gentiluomo.
Moranino, infatti, "divenuto Gemisto" - attraverso il passaggio rituale da uomo comune a guerriero - è "invocato contro i soprusi e le violenze" ed agisce punendo i malvagi e sanando le ingiustizie (favorendo le rivendicazioni degli operai biellesi con la stipula del "Contratto della montagna")43. Gemisto, afferma il biografo, è "dappertutto", ribadendo così il possesso dell'ubiquità, dono imprescindibile dal carattere invincibile dell'eroe (in quanto speranza popolare) che fa sua la lotta e il bisogno di giustizia della gente comune.
Antecedenti del ribellismo popolare, se vogliamo, si ritrovano in una storia più antica. Non va scordato, per esempio, che la Valsesia e il Biellese furono il campo d'azione di fra Dolcino, eretico e ribelle per antonomasia, il cui ricordo, rinverdito dai socialisti durante i primi anni del Novecento44, è rammentato nel libro di Moscatelli e Secchia45. I rimandi al banditismo sociale per figure come Moscatelli, come il comandante cusiano Filippo Maria Beltrami - che forse più del valsesiano è portatore delle qualità di fuorilegge gentiluomo - pervengono a noi essenzialmente tramite la pubblicistica popolare. Modello a cui si rivolge anche il giornalismo fascista del periodo, cambiando però di segno: da Pettinato, che con tono ironico li definisce "cavalieri senza macchia", ad Amedeo Belloni, antesignano del fascismo novarese, che descrive Beltrami come un idealista dedito a una "salgariana avventura"46, al cronista che all'indomani della morte del cusiano cita la vicenda come la "storia romanzesca dei banditi patrioti e ribelli che mossi da chissà quali propositi turbano la quiete delle campagne"47.
Le fonti orali citano episodi eroici e leggendari dei due comandanti, ma non forniscono collegamenti ai fenomeni di banditismo sociale. Nei racconti, in genere, prevale il messaggio etico e politico di lotta all'oppressore e all'occupante straniero, mentre il banditismo viene emendato. Solo in qualche caso vi sono riferimenti a un passato ribelle. Negli ambienti del Centro studi dolciniani, per esempio, si avvalora l'ipotesi che per Moscatelli il "nome di battaglia, Cino, [derivi] appunto da Dolcino"48, citando come testimone un operaio di Cossato, Piero Delmastro, al quale l'avrebbe confidato Moscatelli stesso. Su quest'onda, inoltre, si affermerà che "durante la Resistenza [...] il ricordo di Dolcino ispira non poche azioni di guerra partigiana"49.
Le fonti orali, invece, per loro prerogativa, non disdegnano i miti e quando è il caso se ne alimentano, li usano per sublimare i fatti, facendoli aderire il più possibile all'immaginario desiderato. In realtà "...'Cino' non era un nome di battaglia (ed è importante segnalarlo perché non furono frequenti, a quanto mi risulta, i casi di partigiani che non adottarono un nome di copertura), ma era il nome con cui il popolare antifascista veniva abitualmente chiamato non solo da prima della Resistenza ma fin dalla nascita, dai suoi familiari. È noto infatti che la madre di Moscatelli, Carmelita Usellini, nacque in Argentina da famiglia di emigrati italiani: a Cino fu dato il nome di un fratello di questa. Vincente (detto appunto Cino), rivoluzionario impiccato giovanissimo in una località nei pressi di Buenos Aires"50.
Soffermandoci ancora su Moscatelli, la sua figura di capo è fonte di ispirazione delle numerose canzoni partigiane che fioriscono in quei mesi. Dal maggio 1944 si canta in Valsesia e dintorni: Arriva la banda arriva la banda/ arriva la banda da Moscatèl51, sull'aria de "Il tamburo della banda d'Affori", mentre, sull'aria di "Reginella campagnola": E alla sera verso il tramontare/ Felici tornano lassù,/ contenti che alla Patria sanno dare/ la loro bella gioventù.// Li guida Moscatelli/ Son giovani e son belli,/ hanno la Patria nel cuore/ dal nemico traditore/ lor la vogliono liberar52.
Al suo prestigio di comandante è dedicata l'inevitabile variante dell'inno comunista: Bandiera rossa la trionferà, evviva Moscatelli e la libertà53, e numerose altre canzoni rammentano Moscatelli e la sua banda, da "La leggenda del Piave", che si trasforma in "La leggenda di Moscatelli": Il Sesia mormorava/ calmo e placido al passaggio/ dei partigiani il 24 maggio/ l'esercito marciava/ per raggiungere la pianura/ e far contro i fascisti una sepoltura/ nessun pensava che vent'anni dopo/ il nemico avesse ancora rifatto il gioco/ d'invadere l'italica nazione/ tiranneggiando la popolazione/ ma chi nel sangue si sentì italiano/ con Moscatelli andò a fare il partigiano54, a "Parola d'ordine ardimento": Noi siamo i partigiani/ di Cino Moscatelli/ ed ai fascisti siamo noti/ per la lezion/ che ancor riceverà/ per un sol ideal.
Anche le musiche di motivi fascisti sono impiegati per l'occasione: da "Dalmazia, Dalmazia", che diviene la nota "Valsesia, Valsesia" (Quando si tratta di attaccare/ noi di Moscatelli siamo i primi), a "La sagra di Giarabub" (Moscatelli non voglio il cambio/ dammi un piatto di pastasciutta), alla "Canzone dei sommergibili" (Giù sotto l'onda nera/ nella luce mattinal/ con capo Moscatelli/ van scacciare i repubblican)55.
Pure i nemici, infine, trovano il modo di cantare di lui sull'aria del noto brano goliardico Co' sta pioggia e co' sto vento/ chi è che bussa al mio convento?56: Moscatelli Moscatelli/ capo banda dei ribelli/ ciumba barabaciumba/ babarababaciumba barababà// è scappato su in montagna/ il figliolo di una cagna/ ciumba barabaciumba/ babarababaciumba barababà// vieni giù dal tuo convento/ ti faremo un monumento/ ciumba barabaciumba/ babarababaciumba barababà57.
Sul mito di Moscatelli vi è poi traccia nei componimenti poetici che appaiono sul finire del conflitto. Scrive l'organo novarese del Pci nel marzo '45: "Intorno alla figura del capo dei nostri Partigiani si è formata tutta una leggenda. Ne sono testimoni gli innumerevoli scritti che ci pervengono dalla città e dalla provincia e tutti esaltano la rettitudine, la tenacia, l'eroismo di questo autentico figlio di Novara garibaldina"58. Segue la poesia "Moscatelli" di Giorgio Carretto: Figlio del popolo, figlio amato/ perché sei nato/ da gente che ognor ha scarso il pane,/ che incerto ha il dimane,/ e vuol la Libertà59.
La popolarità dell'operaio novarese e dei suoi uomini cresce con la pubblicazione di articoli e opuscoli. Se il direttore de "La Stampa" lo cita storpiando il nome in "Moscatello"60, una vera epopea è allestita dai comunisti. Tra i vari scritti, numerosi sono quelli pubblicati nel 1944 in "Nell'Ossola e in Valsesia coi Garibaldini di Moscatelli", opuscolo edito dal comando garibaldino e redatto da Gian Carlo Pajetta in Ossola durante la repubblica partigiana. Il libretto ebbe varie edizioni61 e alcuni paragrafi, trasformati in singoli articoli, vennero pubblicati sui giornali partigiani62.
Il testo, come preciserà in seguito Pajetta63, è volutamente apologetico. Già dalle prime righe, infatti, l'autore fa intendere l'obiettivo di rendere un esplicito omaggio al mito del comandante: "C'è in treno un alpino della Monterosa, ha ricevuto una licenza per miracolo e si guarda intorno quasi spaurito, quasi meravigliato di essere proprio sulla via di casa. Son tanti anni che è lontano, tanti mesi di Germania, tanti mesi di servizio in Liguria. 'Proprio non ci credevo - dice - non volevano poi hanno fatto la prova, di licenze ne hanno dato una dozzina in tutto il reggimento. Non volevano, perché di quelli della prima volta non ne è tornato nessuno'.
E come ha trovato gente di un paese vicino al suo, domanda di questo e di quello. Quante cose non sa: case incendiate, gente deportata, fucilazioni di ostaggi, sono la novità della montagna. Tutto è nuovo, laggiù non arrivavano notizie. Ma quando qualcuno dice: 'Sapete, l'altro giorno hanno occupato Omegna', ecco che l'Alpino è sicuro: 'Son quelli di Moscatelli - dice - quelli sì...'. E gli occhi gli brillano, dicono che fin là nei campi dei soldati prigionieri, con la nostalgia di casa, è arrivata una voce: 'Sui monti, con Moscatelli, contro i bastardi, contro i tedeschi!'..."64.
In molti altri punti del lavoro si ripresenta il carisma del capo. Dalla spiegazione che Cino fornisce ai propri uomini dell'intitolazione del primo gruppo combattente a Gramsci65: "E certo mai commemorazione del Grande Patriota, del comunista italiano ucciso da dieci [undici] anni di carcere fascista - commenta Pajetta - fu più commossa, fu più sincera di quel battesimo sui monti del distaccamento Garibaldino"66, ai discorsi alla popolazione: "Quando Moscatelli giunse al Comando [a Villadossola durante la repubblica partigiana] parlò ai lavoratori, spiegò alla popolazione per che cosa combattevano i garibaldini e subito tutta Villa fu per lui"67, alle visite alle brigate: "...'È arrivato Cino!', e per quel giorno molte gerarchie vanno a farsi benedire e ognuno, saltando a due, a tre, a quattro i gradini della scala gerarchica, conta la sua, proprio a Moscatelli"68, alle capacità pratiche e di comando che dimostra: "Perché se la leggenda è quella del capo romantico, del proteiforme bandito, la realtà è ben diversa: è quella dell'organizzatore, dell'uomo che ha l'esperienza della vita politica e la conoscenza delle masse, del militante che sa ottenere la disciplina, perché sa essere disciplinato verso i suoi dirigenti"69.
Questa pubblicità, questa promozione - condotta anche dal partito nell'Italia libera con la pubblicazione del citato opuscolo edito dall' "Unità" - contribuiscono al diffondersi della sua fama a livello nazionale. Ma a conferirgli popolarità ci pensano pure gli avversari, non ultimo con la taglia di centomila lire che il comando della legione "Tagliamento" pone sul suo capo nell'aprile del '44. Tanto denaro per la consegna "vivo o morto [del] capo bandito Moscatelli"70 diviene un ulteriore fattore che accresce l'autorevolezza del partigiano, sempre più aderente al mito del ribelle caro al mondo popolare.
I racconti delle sue imprese, a metà tra un romanzo di cappa e spada e un'avventura alla Tom Mix, trovano uditori attenti anche oltre confine. Di lui parlano i giornali svizzeri, a cui non par vero di narrare vicende da feuilleton che accadono a pochi chilometri di distanza. Le notizie, però, come accade in tempi di profondi sconvolgimenti, risultano spesso incontrollabili e certe voci, diffuse ad arte, contribuiscono a confondere il quadro degli avvenimenti.
A Zermatt, nel marzo '45, "i giornali annunciavano che i partigiani di Moscatelli erano stati sgominati dalle Ss e dalle milizie loro aggregate e che lo stesso Moscatelli, nascosto tra le montagne del Piemonte, viveva gli ultimi giorni della sua ribellione"71. Per questo motivo, proprio per accertare i fatti, il giornalista René Caloz, in compagnia di un amico, entra in Italia valicando le montagne con tanto di sci ai piedi. "A volte - afferma - si è disposti a pagare il prezzo della propria curiosità, come in questo caso, per andare a scoprire direttamente quello che i comunicati ufficiali e le ottimistiche informazioni giornalistiche avute alla frontiera non dicono"72.
I risultati del viaggio in Italia e degli incontri con i garibaldini verranno resi noti sottoforma di un reportage popolare, teso a stupire, se non ad ammaliare, i lettori. Scrive il giornalista: "L'autorità di questo Moscatelli, di cui si pronuncia il nome a bassa voce, con molte precauzioni, agisce ovunque, anche in minuscole frazioni, sorretta dall'odio contro il fascismo. Questo capo che molti non hanno mai visto, di cui a volte non si conoscono altri che il nome e le gesta, è ubbidito e seguito da tutti, uomini e donne, con la disciplina più scrupolosa"73. Durante il soggiorno in Valsesia, osserva ancora Caloz: "Per evitare indiscrezioni non dobbiamo assolutamente farci vedere in paese per lo meno di giorno. Regola ferrea, questa, per Moscatelli ed i suoi uomini, che ha permesso a questo capo della Resistenza di vivere e lavorare, in tutta sicurezza, in una vecchia casa ad appena duecento metri dal paese, all'insaputa della maggior parte degli abitanti e, cosa ben più importante, dei tedeschi, che pure ne sono alla caccia in tutta l'Italia del Nord come raramente è accaduto per altri"74.
Il tono è un po' sopra le righe, ma sono pur veri i rischi e i sacrifici sopportati da molti valsesiani per proteggere la lotta clandestina, consentendone la sopravvivenza. Ciò che aleggia nei media d'oltralpe è la figura del ribelle popolare in lotta contro l'oppressore: immagine accattivante per un pubblico che accetta l'alone fantastico del capo.

Il comandante gentiluomo

Nel Piemonte nordorientale, oltre a Moscatelli, altra figura che introietta i caratteri del leggendario è quella di Filippo Maria Beltrami, comandante di una delle prime formazione dell'alto Novarese. La vicenda umana e militare dell'architetto milanese, con solide radici nell'alto Cusio, si snoda lungo i primi sei mesi di guerriglia, tempo breve ma sufficiente per rivestire le sue imprese di leggenda.
Vari aspetti favoriscono l'accesso del personaggio nel mito, a partire dal duplice effetto che provoca l'adesione del giovane borghese alla lotta antifascista: accettato positivamente dai ceti popolari, a causa dell'attrazione e dell' "affettuosa devozione"75 per quelle personalità che hanno abbandonato una classe sociale "marcia"76, e accettato negli ambiti borghesi dell'immediato dopoguerra, momento in cui è utilissima la memoria di un' "altra borghesia"77. Nelle valutazioni di entrambi i ceti sociali, inoltre, ha particolare presa l'altruismo della scelta, il fatto che un uomo pienamente realizzato, tutto famiglia e lavoro78 (ma senza una patria morale e politica liberamente condivisa), abbia deciso di rischiar la propria vita79.
Altro motivo riguarda la decisione di costruire il proprio personaggio. La lotta che conduce, contrariamente alle regole della clandestinità, si svolge "alla luce del sole"80 e in tal modo il prestigio e la fama acquisiti lo portano a divenire, per un breve periodo, "l'unica autorità efficiente nella zona"81. Secondo Vermicelli, questo è un obiettivo a cui mira con chiarezza: "Lui si considera una specie di tutore di questi ragazzi e della popolazione, una nuova autorità della zona che si contrappone ai tedeschi invasori e agli squalificati residui del fascismo. E si comporta di conseguenza, sognando ad esempio, la creazione di una zona franca, di una zona più o meno libera, sotto il suo controllo. Solo così si possono spiegare le sue trattative con i fascisti e con i tedeschi"82.
Nel creare la sua immagine, dichiara la moglie, a lui "piaceva giocare col favoloso che lo circondava"83 e sicuramente l'uso della lotta simbolica, improntata anche sulla derisione dell'avversario, contribuisce ad attenuare i drammi e le tragedie che il crescere del conflitto produrrà nei mesi successivi. "Lo sa quel fascista di Trobaso rimandato a casa nudo con un fiasco in mano; lo sanno tanti altri beffati e vilipesi, ma infine sempre umanamente ammoniti e restituiti alla famiglia, alla possibilità di mutare indirizzo nella vita"84.
Per promuovere le proprie idee, per rendere visibili i partigiani della nuova Italia, organizza appositi eventi. Insieme a Moscatelli, il 30 novembre 1943 effettua un'azione dimostrativa a Omegna: occupa militarmente il borgo, recupera armi e incontra la gente.
L'azione risulta particolarmente riuscita e prima di lasciare la città i due comandanti arringano la folla: "Nella piazza che ora ne porta il nome - afferma un testimone - il capitano Beltrami e Cino Moscatelli parlarono alla popolazione esaltando il valore storico della lotta di Liberazione ed il carattere popolare ed antifascista del movimento partigiano"85.
Il discorso di Beltrami è ricordato da uno dei suoi uomini: "Non sono stenografo ed è un peccato. Sono accanto al Capitano. Non parla a lungo, ma dice cose che sente fortemente, senza l'ombra di retorica, anche se le parole sono tanto belle da parere ricercate. '...nella speranza di una radiosa e vicina alba di nuova vita per la Patria e per gli Italiani...', ricordo: '...vita purificata dalle nuove privazioni, dai nuovi disagi, dai nuovi sacrifici, cui vanno incontro i primi fanti dell'Armata della Libertà', all'incirca così fu il finale. Applaudono assieme patrioti e popolazione"86.
Soddisfatto dell'incontro con gli omegnesi, Beltrami informa un esponente milanese del Partito d'azione: "Quello che più mi ha commosso è stata l'accoglienza della popolazione, la quale, trovando gli accessi degli stabilimenti bloccati dai miei, si è riversata in piazza, dove ci ha colmato di regali e di offerte, dalla colazione per la giornata, a offerte di indumenti, viveri, ecc. Siamo ripartiti con un camion pieno di roba. Lungo la strada del ritorno, dopo la fine del blocco, la gente ci applaudiva in modo commovente"87.
La notte tra il 31dicembre 1943 e il primo gennaio 1944 compie un'altra prodezza: fa affiggere sui muri di Omegna un manifesto di buon auspicio per il nuovo anno e di incitamento alla lotta. Il documento preannuncia il mutarsi del livello di scontro a causa della recrudescenza delle violenze di fascisti e tedeschi. Se fino ad allora "volevamo, consoni alle tradizioni del nostro popolo, improntare la lotta a caratteristiche di gentilezza e di cavalleria", per cui i nemici catturati venivano "tranquillamente rimandati alle loro case e alle loro famiglie", a partire dal nuovo anno è tempo di dire: "Basta con queste infamie, basta con questi massacri. E questo grido che già gonfia i petti sia raffica di vento che tutto spazzi, tutto distrugga davanti a sé. Terribile diventi la nostra ira, l'ira di tutta la nostra gente martoriata ed oppressa. Viva l'Italia!"88.
Alla fabbricazione del mito e alla diffusione del suo nome al di fuori del territorio dà impulso la pubblicazione nella prima pagina de "La Stampa" del citato articolo di Pettinato, fatto inconsueto per un argomento tabù della pubblicistica saloina89. In esso, tra l'altro, si afferma: "Non nego che queste spedizioni siano talvolta allietate da una vaga spolverata romantica, o romanzesca che dir si voglia. In Val d'Ossola ci è stata segnalata la presenza di un artista lombardo, una specie di Innominato, parente di un noto architetto [Luca Beltrami], il quale alla testa di poche centinaia di bravi si dà le arie di governare il paese e all'occorrenza di proteggerlo, spedisce bandi e ukase a destra e a manca e si fa dar man forte dalla moglie, che scorrazza sola pei monti in automobile, chiome al vento e pipa fra i denti, con un fucile mitragliatore a portata di braccio"90.
Beltrami coglie l'importanza della réclame e rispondendo al direttore del quotidiano torinese dichiara: "[...] si vede che i tempi sono maturi per la creazione dei miti, e, in mancanza di miti fascisti, dei miti dei Patrioti"91.
Vi è quindi piena consapevolezza dell'azione del mito tra la gente comune e della collocazione personale negli ambiti del leggendario; pure in seguito: "Ad ogni nuova impresa la sua fama si allargava ancora, acquistava sapore e proporzione di leggenda"92; "Beltrami il mito lo accetta e lo considera un obbligo morale verso la gente che l'ha costruito. [...] lui crede nel suo mito e si comporta di conseguenza"93. La comprensione del rilievo assunto dalla propria figura sarà forse tra gli aspetti che considererà prima di accettare l'ultima battaglia; di certo le descrizioni, anche fantastiche, di questo episodio consegneranno la saga di Beltrami all'interno della memoria popolare.
Secondo Pippo Coppo, la scelta è compiuta coscientemente: "Quando la settimana prima c'è stato Simon [a Megolo], lui ha voluto dimostrare che sapeva morire da eroe, e ha affrontato il combattimento"94. Tratti vitali del suo comportamento quel giorno sono la temerarietà nell'esporsi al pericolo e la volontà di sfidare il più forte. "Infatti - narra ancora Coppo - mentre le sentinelle sono state un po' sorprese senza che avessero avuto il tempo di dare l'allarme, lui è stato il primo dei suoi uomini a balzare all'attacco, non so in quanti erano. Lui è saltato fuori per primo, cantando, cantando è andato giù all'attacco e con lui sono morti gli altri no?"95. Il comunista omegnese, quindi, evidenzia il valore etico dell'azione di Beltrami: "Ha voluto dimostrare agli uomini, che aveva con sé, che si può anche lottare, non è detto che lo scopo della vita sia solo quello di dover vegetare. Questo in sostanza"96.
Lo sprezzo per il pericolo, partecipato con un atteggiamento calmo e riflessivo, quasi dovuto all'esperienza guerriera, appare dalla meticolosa descrizione offerta da Aristide Marchetti, uno dei partigiani presenti a Megolo: "Alle 7 sveglia. Allarme! Il Capitano, Redi, Antonio sono già in piedi. [...] Il Capitano carica il mitra e tranquillo dà gli ordini. [...] Il Capitano accetta il combattimento. L'ha atteso. È calmo. Risoluto si avvia in prima linea"97. La professionalità con cui affronta il combattimento - sottolinea il narratore - si impernia su un'esperienza simile alla guerra: la caccia. "Il Capitano, sigaretta in bocca, in piedi dietro un albero, spara con un fucile 91. È un vecchio cacciatore, per lui vale il detto 'ogni colpo va nel carniere'. Accanto, appoggiato al tronco, sta il fedele mitra in attesa del combattimento ravvicinato. [...] È ritto accanto ad un ippocastano. Una raffica di mitragliatrice. Il Capitano si appoggia al tronco. Scivola giù. Il Capitano è ferito. Sdraiato per terra, perde sangue dal collo e dal petto. Antonio vuol farlo portare su alle baite. Il Capitano si rifiuta"98. Singolare l'atto di fumare in combattimento, ripreso anche in altri racconti: "Ci dicono sia morto con la sigaretta sull'angolo delle labbra, e non era uno spavaldo"99, che rafforza l'immagine intrepida. L'audacia di Beltrami riconduce ben presto all'esaltante dimensione dell'avventura che coinvolge anche la moglie, citata dalla stampa fascista dopo Megolo come la "donna che lo accompagnava nelle imprese terroristiche, pure essa armata di mitra e come gli altri della banda dividendo l'avventura della ribellione"100. Narra Giuliana: "Era già diventato un personaggio leggendario. Io, in qualche modo, io con lui; dopo la sua morte poi non parliamone. L'episodio in treno, come riferivo, che è stato molto strano, io son venuta giù a un certo momento a Milano perché dovevo procurarmi dei soldi, ho venduto un po' di roba, gioielli, qualcosa perché avevo bisogno di soldi, e mentre tornavo in su, naturalmente ho fatto per andare ad Aosta, Milano, Chivasso, su di lì, e parlavano dei partigiani. Allora io drizzavo le orecchie e parlavano: ah la banda Beltrami; e io dico: 'Ma non l'hanno mica ammazzato questo Beltrami?' 'Sì, l'hanno ammazzato, ma adesso c'è la signora che comanda la banda'. A me son venuti... 'Cosa?' 'Sì, ma è bravissima, con una sola sventagliata di mitra ha fatto fuori sei tedeschi'. Ecco, dico questo proprio per dare la misura di quanto le leggende si formassero e corressero. Cose incredibili si sentivano dire lontanissime dalla realtà, su cui noi un po' si giocava però, perché serviva"101.
Nelle descrizioni sono evidenti i riferimenti tratti da motivi letterari, dal cinema102 e dalle voci di guerra, sorta di "compensazione per una realtà che non ha senso"103.
L'esistenza di questi racconti di fantasia è dovuta al bisogno di conferire una ragione agli accadimenti; potenziando i caratteri eroici dei combattenti, "tutte figure eminenti che cadono una dopo l'altra come nella Chanson de Roland"104, si legittima uno scontro strategicamente da non accettare.
Sulla morte del Capitano circoleranno racconti disparati e persino truculenti105, ma nelle narrazioni di quanti hanno visto il corpo, emerge la cura descrittiva, traspare la sacralità del momento, la pietas. Emerge, tuttavia, il lavorio delle voci di guerra, le quali, attingendo da notizie plausibili, conferiscono nuove veridicità ai fatti.
Al termine della battaglia, secondo le informazioni fornite a Paolo Bologna dalle persone che recuperano i corpi, Beltrami "ha un grande squarcio nella gola, la bocca sporca di terra, è caduto ai piedi di un grosso castagno", mentre, tra gli altri, Gaspare Pajetta ha "la bocca piena di ricci di castagne, forse nell'agonia si è rotolato sul terreno ai piedi dei castagni"106. Queste descrizioni, però, in seguito si trasformano e subiscono significative mutazioni di segno. Una donna di Cireggio rammenta: "Quando li han presi non c'è stato niente da fare... In bocca [Beltrami] aveva anche un riccio, un riccio delle castagne... poverino. Poi li han portati qui nella chiesa di San Rocco. I funerali sono stati fatti ma con nessuno, c'è stato solo il parroco; li han portati al cimitero, li han messi dentro e basta. [...] Era andato su anche il mio papà a prenderli"107. Un partigiano afferma: "Io sono andato a Cireggio e ho visto Beltrami morto, insieme a Di Dio. Era colpito alla gola e aveva una grande ferita al petto, aveva anche la bocca piena di terra. Dicono che per spregio i fascisti ci avessero messo un riccio sopra"108.
Secondo l'opinione dei due informatori, formatasi sul sentito dire, il riccio di castagne è stato posto in bocca a Beltrami, segno di un voluto ed evidente atto di spregio. Pare quindi che, come nel gioco del passaparola, alla fine della catena questo dettaglio abbia modificato la notizia (il riccio in bocca a Pajetta è trasferito a Beltrami), facendo prevalere il significato sui fatti. Il corpo oltraggiato è quello del comandante, che è la figura principale da colpire in segno di disprezzo e di superiorità guerriera; inoltre, osservando l'atto dal punto di vista rituale, il riccio, come il sasso in bocca, ha il compito di impedire allo spirito del morto di uscire e di esercitare il diritto di parola, di fungere cioè da oracolo109. Secondo Hobbes, per esempio, "si dice propriamente che regna solo chi governa i suoi sudditi con la parola"110 e allora privare del verbo Beltrami, rendendo impossibile anche sul piano simbolico il senso del comando, è la condizione per sconfiggere ulteriormente l'avversario. Se poi il sasso in bocca impedisce la parola, il riccio, essendo provvisto di aculei, oltre a ostruire penetra nella carne, recide, mutila, aumenta l'orrore della morte. Un surplus di violenza che non solo danneggia l'autorità di comando, ma colpisce il carisma del personaggio e di conseguenza i suoi progetti politici. Beltrami non emana solo ordini, ma propugna ideali e speranze; egli è il sostenitore di una nuova Italia per la quale occorre combattere aderendo alla fede laica di emancipazione dai totalitarismi. Fede, per l'appunto, che per i sudditi deriva dall'udire, "vale a dire, dall'ascoltare i nostri pastori legittimi"111.
La privazione della parola, l'assenza reale dell'uomo, della sua guida e forse la tragicità di un esito non compreso fino in fondo, sono fattori che maturano negli uomini del Capitano la volontà di trasporlo in un'aura inattaccabile e inalienabile. La memoria del gruppo è particolarmente attenta nel non concedere nulla al dubbio sulle capacità e sulla prestanza di Beltrami, del resto l'identificazione del capo con la banda partigiana di appartenenza impedisce l'azione critica, a meno di confutare la coscienza collettiva da tempo consolidatasi.
Ricorda Bruno Rutto, l'ufficiale che sostituirà Beltrami alla guida della formazione fino al termine della guerra: "[Era] un uomo prestante, [dava] un certo senso di soggezione un po' a tutti, anche al più navigato insomma, è proprio...112. Fin dall'inizio è stato visto come il capo attorno al quale costruire qualcosa, ci siamo uniti a lui spontaneamente"113. Allo stesso modo, un altro suo uomo, poi ufficiale della "Valtoce", dichiara: "Mi parve subito il 'Comandante' con la C maiuscola: alto, spalle larghe, baffi e capelli neri, un po' stempiato, viso forte e occhi vivi e rassicuranti. Fu quello il primo ritratto: la risata spontanea e sincera, la sicurezza e la signorilità dei modi che conquistavano immediatamente l'interlocutore. Sì, forse la sicurezza e la decisione, senza alcuna rudezza, con cui si rivolgeva a chi gli stava di fronte erano le sue migliori 'armi' di convincimento"114. Per uno dei "vecchi" della formazione: "Era come un dio, ecco. La stima che... poi non si poteva neanche discutere perché faceva le cose talmente bene115. Era un uomo alto come me, un uomo di... che non lo si poteva mica tanto... Io l'ho visto dar calci agli uomini che non ubbidivano [...] l'ho visto dar calci nel sedere a un partigiano perché si era rifiutato di prendere un sacco di farina in spalla... a calci nel sedere eh... Non c'era mica da discutere con il Capitano"116. E per un altro: "Era un personaggio... non saprei definirlo esattamente, un personaggio molto carismatico, il rispetto era d'obbligo al solo vederlo. Era un bellissimo uomo che destava subito una certa soggezione, ma bastava avvicinarlo, parlargli, per capire quanto fosse invece molto paterno... Aveva una grande capacità di avvicinare i ragazzi, allora noi eravamo dei ragazzi. È diventato fin dall'inizio il capobanda senza nessuna elezione o votazione, non si usavano allora, però era il capo riconosciuto, bastava vederlo"117. In uno scritto del 1946 Moscatelli e Gastone dichiarano che Beltrami aveva "un bel personale, alto educato allo sport a quella scioltezza e prestanza di portamento che tanto si addice a chi comanda uomini abituati ad una vita di fatiche anche fisiche ed in costante contatto con la libera natura". Tuttavia, egli aveva "un carattere troppo generoso per ammettere la perfidia degli avversari: credeva che tutti i soldati fossero persone d'onore. E così dovrebbe essere; ma i nazisti ed i fascisti non sapevano certi particolari e ciò costò la morte a Lui ed a molti suoi partigiani"118. Ancora pochi anni orsono Gino Vermicelli, anch'egli combattente a Megolo, racconta: "Probabilmente era un uomo in cerca della sua strada in un momento in cui bisognava decidere in fretta, e di strade ce n'erano molte. Decise di resistere a Megolo e qualcuno considera quella scelta un atto che poteva essere fatto solo da uno che si considerava un Signore, nel senso di uno Stato. Non so se riesco a spiegarmi...119. […] Tutti dicono che resistere lì fu una follia. Ma, forse, in quella decisione ci fu dell'altro: il senso dell'onore, della parola data, degli ordini impartiti ai partigiani rimasti fedeli, del senso di un progetto nuovo, di una nuova strada che, appunto, doveva ancora essere percorsa. Non ce ne fu il tempo, la storia è andata così"120.
La comunità accetta e promuove la lettura eroica del personaggio e non emergono discrepanze tra forme pubbliche e private del ricordo; anche le critiche dei comunisti sull'opportunità di quella battaglia si smorzeranno in breve tempo121. All'architetto milanese, inoltre, non è stato possibile applicare la pregiudiziale anticomunista - uno dei principali terreni di scontro sulla memoria della Resistenza - anzi è stato politicamente stiracchiato verso il centro, divenendo congeniale anche a una reminiscenza moderata, un eroe borghese, appunto122. Assonanza tra i tipi di memorie e legittimazione da parte di tutte le componenti partitiche della Resistenza confermano la sua popolarità, consentendone un potenziamento e un trasferimento nel mito tramite innumerevoli pubblicazioni123, trovando collocazione persino nella letteratura di costume.
"Intollerante di oppressioni, violenze, tirannia, il capitano Beltrami aveva imposto in tutto l'Omegnese la sua legge di libero cavaliere e gentiluomo della macchia. Con un pugno di uomini, quel romantico e leggendario gentiluomo conduttore di bande, osava l'inosabile. Audacia, prontezza di azione, capacità immediata di imporsi agli avvenimenti e agli uomini, soprattutto il suo regime di libertà e di onore, ne avevano fatto l'eroe dei giovani. La fama delle sue imprese, dei suoi colpi di mano, circondava la sua figura di irresistibile fascino"124.
Un'eco - osserva Adolfo Mignemi - che coglie le enfatizzazioni sul Capitano portate avanti dai fascisti nel dopoguerra125. Scrive infatti la Ballario: "I Tedeschi non osavano affrontarlo. I fascisti lo salutavano con rispetto: egli non cospirava. Combatteva a viso aperto. Questo spingeva ad arruolarsi nelle sue file, ragazzi sordi alle chiamate di Kesserling. Questo lo imponeva all'ammirazione dei nemici"126.
Da ciò discende un fatto narrato da Ezio Maria Gray, protagonista del fascismo novarese, secondo il quale la notte di Natale del 1943 Beltrami gli avrebbe telefonato per porgere i propri auguri di buon Natale. Episodio che porta la scrittrice a un finale encomiastico e surreale: "A questo modo si svolgeva la resistenza tra di noi novaresi, guardandoci in faccia senza inganni e frodi: la divergenza delle idee non distruggeva la stima. E la fiducia"127.
A rinsaldare il mito di Beltrami, infine, saranno anche in questo caso le canzoni (e solo più tardi i versi poetici)128. Afferma lo scrittore Piero Gadda Conti nel '45: "Fiorirono e fioriscono ancora, nelle valli che lo avevano conosciuto alla testa dei suoi uomini, canzoni e leggende sulla figura del Capitano"129. Questo perché, ribadisce Antonicelli, quella del Capitano "è una morte che sa di canzoni di gesta"130. Il numero di canti, tuttavia, è molto ridotto e ciò per via del ruolo politico-militare di Beltrami - a capo di una sola formazione autonoma - decisamente inferiore rispetto a quello di Mosca telli, che arriverà a dirigere intere divisioni partigiane. Molti uomini di diverse brigate facevano riferimento al comandate valsesiano e il suo nome era citato nelle canzoni a comprova dell'identità del gruppo. Il brano più noto e distintivo della formazione di Beltrami è "O bruno partigiano di Valstrona", il cui testo sarebbe stato composto da lui stesso o da qualcuno dei suoi uomini sull'aria di una canzone di musica leggera. Il canto è costituito da quattro strofe e da un paio di ritornelli; il riferimento al comandante è nella seconda strofa: Noi siam della brigata di Beltrami/ e apparteniamo al bruno battaglion,/ per un ideal noi combattiamo/ per questo ideal noi vincerem./ Non ci saran più fascisti in Italia/ trionferà la pace,/ giustizia e libertà!131.
Altri canti nasceranno in forma spontanea, anche tra le operaie del cotonificio De Angeli di Omegna; brani talora esclusi dai repertori partigiani e che, privi di diffusione, si sono ridotti in frammenti e dispersi con il passare del tempo.
Erminio Galassi: "Io mi ricordo che il 30 novembre, quando è sceso Moscatelli, han fatto una canzone, forse gente che lavorava al fabbricone ha fatto 'sta canzone: 'Il 30 di novembre, una mattina...', però non me la ricordo più".
Itala Vallana: "Ah, sì, la canzone [la canta]: 'Il 30 di novembre...' perché poi facevamo le parole sulla musica di altre... Il 30 di novembre, una mattina, una mattina/ a Omegna novità, non si può lavorar./ Partigiano vieni giù giù giù/ A salvar la gioventù. Era così, più o meno, non me la ricordo tutta".
Erminio Galassi: "Facevano le canzoni proprio. Se succedeva qualcosa di grosso facevano le canzoni. È che ricordarsele tutte...".
Itala Vallana: "Sì sì, e facevamo le nostre parodie, così... inventate da noi. In filatura e anche con gli altri fuori, delle altre fabbriche"132.
Le occasioni di creazione delle canzoni, dice Galassi, sono gli eventi importanti, quindi si canta la "prima calata al piano" di Beltrami e Moscatelli, avvenuta il 30 novembre 1943, e anche la morte del Capitano a Megolo: testo apparso in occasione del primo anniversario e adattato sull'aria di "Addio padre e madre addio", noto brano di protesta della grande guerra: Il tredici febbraio dell'anno passato/ si sparse il sangue del nostro capitano/ e le granate piovevano di corsa/ mentre i fascisti vedevo avanzar.// Le dissi fermati che sto per morire/ tengo una mamma che piange per me/ tengo una moglie e tre poveri bambini/ che piangon e chiamano il babbo dov'è?// Il babbo è morto in terra italiana/ dopo averlo ucciso lor l'hanno trucidato/ dopo averlo ucciso lor l'hanno trucidato/ e più nessuno salvarlo potrà.// E quando passo davanti a un camposanto/ reco un saluto all'eroica tua vestaglia133/ addio martire eroe d'un'Italia/ finché io vivo per te pregherò.// La colpa è stata dei giovani studenti/ che lor la guerra l'hanno voluta/ hanno gettato l'Italia nel lutto/ per molti anni nel lutto sarà134.

Il mito che resta

Cinquanta o sessant'anni dopo, cosa resta di questi miti? La scomparsa cruenta di Beltrami a soli trentasei anni ha fermato e fissato nel tempo il carattere eroico. La forza della memoria è emersa soprattutto durante le commemorazioni pubbliche, intese proprio come corrispettivo istituzionale dei processi individuali di elaborazione del lutto135, che poco alla volta hanno suggellato la sua immagine.
Nell'immediato dopoguerra Beltrami e i suoi uomini figurano tra i principali protagonisti della memoria partigiana: il 3 giugno 1945, al Cortavolo, luogo dell'ultimo scontro, viene inaugurata la lapide ai caduti136 e qualche mese dopo, in ottobre, vicino al grande castagno (ora abbattuto) ove cadde il Capitano, si appresta uno spiazzo per lo svolgimento delle cerimonie137.
Da subito gli elementi che contraddistinguono il ricordo sono trasferiti nelle qualità ardimentose dei resistenti: "Non sono le nostre povere parole di partigiani - dichiara Moscatelli durante una delle prime commemorazioni - che possono aggiungere più luce al sacrificio dei nostri Eroi"138. I tratti eroici dei caduti di Megolo, quindi, assorbono gli aspetti leggendari di Beltrami partigiano. Ad affermare e a potenziare questo tipo di memoria è la pratica dell'anniversario quale conferma identitaria della comunità dei resistenti. Il ricordo, di conseguenza, viene interpretato come atto eminentemente politico di ricostruzione del senso.
Ancora oggi, la seconda domenica di febbraio, a Omegna e poi a Megolo, si raccolgono centinaia di persone per dar vita a celebrazioni che, a dispetto del tempo, anziché impoverirsi e svuotarsi di contenuti, hanno assunto le connotazioni di un rito laico. In tali circostanze pare evidente l'innesto di un polo rituale nella manifestazione pubblica. Non si tratta solamente della proposizione di gesti, simboli e suoni in sequenze preordinate - dal corteo che percorre le vie cittadine, allo sventolare di bandiere, ai gonfaloni istituzionali, ai fazzoletti partigiani, alle musiche delle fanfare - ma della forte comunione di intenti e della commozione che si avverte tra i convenuti. Fino a non molti anni orsono erano parecchi gli ex partigiani presenti alle cerimonie, un obbligo rituale per persone che su quelle montagne avevano vissuto l'esperienza di ragazzi neppure ventenni, conservando dentro di sé il ricordo degli eroismi, talora a fianco dei sensi di colpa per gli atti disdicevoli che ogni guerra contempla139.
Partecipazione emotiva rinsaldata anche dalle parole degli oratori - speciali sacerdoti del rito - che trasmettono passione civile ribadendo i valori etici e morali della storica lotta. Il fatto che il comitato organizzatore (amministrazioni comunali e associazioni partigiane) si sia sempre preoccupato di affidare le orazioni ufficiali a figure autorevoli in campo nazionale - a dimostrazione dell'intrinseca rilevanza dell'evento - ha rafforzato ancor più il pathos.
La battaglia di Megolo, con la morte di Beltrami e del suo gruppo combattente, allo stesso modo di altri due momenti resistenziali celebrati nel circondario - l'eccidio dei quarantadue partigiani di Fondotoce e la Repubblica dell'Ossola - si configura come occasione di memoria ufficiale e si assume la responsabilità di vivificare il ricordo delle origini dell'Italia repubblicana, ricomprendendo al suo interno il passato leggendario.
Caratteristiche diverse, invece, assume nel dopoguerra il mito di Moscatelli. Gli elementi di fissità del ricordo presenti in Beltrami sono estranei al comandante valsesiano, il quale, sopravvissuto al conflitto, per parecchi anni presta la sua opera in attività politiche e istituzionali. Il rientro nella convivenza civile, condizionata da tempi dominati dalla quotidianità e privi di eventi eclatanti, comporta, tuttavia, profondi cambiamenti che danno vita a una sorta di umanizzazione del personaggio leggendario. Scelta, a ben guardare, avviata dallo stesso Moscatelli, cosciente della necessità di rigenerarsi nel mondo postbellico. Proprio nei giorni della Liberazione, infatti, parlando in pubblico a Milano, dichiara: "Voi partigiani gridate sempre: 'Evviva Moscatelli!', ma io vi dico che è ora di smetterla con i miti ed è il momento di gridare: 'Viva l'Italia!'..."140. Affermazioni tipicamente garibaldine da "eroe dei due mondi" riprese da "La Squilla Alpina": "Moscatelli [è l'uomo] sul cui conto se ne sono dette e scritte tante, spesso con la faciloneria degli orecchianti, senza tener conto che anche lui, come tutti i suoi uomini, possiede quel tanto di umanità che gli permette di rimanere in terra con i piedi ben piantati, senza trascendentalismi per il capo, guidato sempre da un sanissimo senso di organizzazione che lo rende pronto ad affrontare le difficoltà più dure e i compiti più difficili; per cui, in sostanza, si trova in lui un saggio amministratore di uomini e di cose, cresciuto ad una severa scuola che gli ha insegnato a scorgere i problemi da risolvere e non già le situazioni da aggirare"141.
La tesi del giornale di Moscatelli è intelligibile: occorre abbandonare gli aspetti mitici e mettere in luce l'uomo coi piedi per terra, "saggio amministratore di uomini e di cose", pronto ad affrontare di lì a poco importanti impegni politici e di partito142. Il ricordo dell'immaginario viene però conservato e impiegato durante le campagne elettorali: se nel gennaio '46 lo si vuole coi piedi per terra, un paio di mesi dopo, in occasione delle amministrative novaresi, si recupera la leggenda, riecheggiando quanto su di lui si era scritto nel '44. In questo caso il candidato Vincenzo Moscatelli "per noi è semplicemente, affettuosamente, 'Cino'. E così per voi partigiani, per voi alpigiani della montagna valsesiana, biellese ed ossolana, per voi operai e contadini della nostra e delle province vicine. Per voi tutti che l'avete visto sbocconcellare l'incerto pane del 'ribelle' al vostro fianco, sempre, nella buona e nella cattiva sorte; che l'avete visto sostare nelle vostre baite, parlare il vostro stesso linguaggio, dividere le vostre preoccupazioni; che l'avete conosciuto in tuta, al vostro fianco, agitare l'idea antifascista quando ciò poteva costare l'ergastolo o la soppressione silenziosa; che lo ricordate passare nelle vostre colline e nelle vostre baragge, alla testa dei suoi ragazzi, conquistando giorno per giorno, campo per campo, un pezzo d'Italia per gli italiani, un pezzo di libertà per gli uomini liberi"143.
Per anni Cino partecipa a queste due identità: l'uomo concreto dell'attualità e il personaggio mitico legato alla storia del Paese. Solo in seguito, digerito il dopoguerra e ridotti gli impegni politici a livello nazionale, prevale di qualche misura l'alone leggendario.
Il mito affascinerà i giovani, specie quelli della seconda metà degli anni sessanta alla ricerca di padri resistenti. Nel '68, assieme all'autobiografia del gappista Pesce144, si rilegge "Il Monte Rosa è sceso a Milano", scritto da Cino con Secchia dieci anni prima; testo che non rinnega né trascura l'aspetto epico della guerra di liberazione: "Eppure molti hanno dimenticato - si afferma nelle ultime pagine -. Ma quando una causa è stata difesa con così possente lotta di popolo, questa causa non muore. Lo spirito garibaldino non muore. Esso animerà sempre i figli migliori della terra nostra finché vi siano tenebre da fugare, servitù da abbattere, ingiustizie da vincere, sino a quando il socialismo non sia una realtà"145.
Il filo rosso che unisce le generazioni è assunto persino dai primi brigatisti (Renato Curcio, Margherita Cagol, Alfredo Bonavita e Alberto Franceschini) i quali, alla ricerca di una virtuale legittimazione, trovano il modo di avvicinare Moscatelli durante una ricorrenza del 25 aprile al Castello di Prato Sesia. Scrive Franceschini: "Ci avevano fatto sedere al tavolo delle autorità: c'era anche Moscatelli ma non sapeva che eravamo brigatisti armati. Restò solo sorpreso, e anche lusingato, nell'ascoltare ragazzi di venti anni così informati sulla guerra partigiana. I 'nostri' compagni [ex partigiani del Milanese che li avevano accompagnati] ci guardavano soddisfatti di averci fatto mangiare insieme al 'grande Cino'. E anche noi lo eravamo, ci sentivamo quasi dei capi partigiani in mezzo al popolo"146.
La descrizione del brigatista sembra il divertente quadro di adolescenti eruditi che giocano ai partigiani, anzi - con compiacente esuberanza giovanile - che giocano ai "capi partigiani in mezzo al popolo", mica ai gregari. Le future vicende delle Brigate rosse, invece, matureranno frutti ben diversi.
Il mito del comandante valsesiano, malgrado il suo allontanarsi negli anni, risuonerà ancora, complici la ricerca storica147 e soprattutto gli scritti di memoria. In un necrologio apparso subito dopo la scomparsa, si rammenta un episodio avvenuto intorno alla metà degli anni trenta, quando a Moscatelli, detenuto nel penitenziario di Civitavecchia, venne inflitto un regime di "pane e acqua per aver teso una mano attraverso un'inferriata a Gramsci giacente nell'infermeria del carcere"148; fatto privo di riscontri ma apparentemente plausibile149. Anche Gian Carlo Pajetta, nella sua autobiografia resistenziale, lo descrive in più di un episodio come fantasioso commissario di guerra e abile comunicatore150.
In questo mezzo secolo, quindi, gli aspetti mitici costruiti durante il conflitto dai due comandanti hanno seguito percorsi differenti. Per Beltrami è valsa la trasposizione nell'immagine eroica del caduto, che ha assorbito gli aspetti leggendari. La morte ha fissato la sua memoria al breve periodo, ne ha decretato i limiti temporali e reso impossibile il futuro. Diversamente, per Moscatelli l'essere vissuto ancora alcuni decenni ha condotto il suo ricordo a condividere il periodo leggendario con le vicende politiche e istituzionali del dopoguerra e oltre. Due identità che si sono unite, sovrapposte o separate a seconda di circostanze e bisogni.
Il tempo in ogni modo è trascorso e il ricordo dei due comandanti ha attraversato le asperità di una memoria resistenziale che, se non ha potuto definirsi condivisa, neppure si è potuta dichiarare egemone, stante la rottura nel dopoguerra del fronte dei vincitori sull'opzione anticomunista e le vicissitudini dei decenni a venire: dalla crisi della narrazione egemonica antifascista, ai confronti tra resistenza rossa e tricolore, alle più recenti sfide portate alla memoria pubblica della Resistenza nonché alla sua rifondazione151. Eventi entro cui per sessant'anni si sono mosse e misurate le memorie partigiane e che oggi sono in procinto di concludere il loro cammino. Con il passaggio generazionale, la comunità resistente assume forme nuove di conservazione e di trasmissione del ricordo che consegnano all'interpretazione storica un indispensabile compito innovativo.
Anche la memoria dei fatti leggendari di Moscatelli e Beltrami, per anni demandata e riproposta dai compagni d'armi, è giunta al termine; si profilano i tempi della storia e il bisogno di fissare per iscritto questi ricordi in un racconto152.


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