Eros Francescangeli

Gli arditi di Clio

In una guerra di posizione, ogni esercito che si rispetti ha le sue truppe d'assalto, i suoi "arditi". Quando gli assalti frontali divengono sistematici e frequenti la guerra di posizione si trasforma in guerra di movimento; la "spedizione" diviene la norma. Osservando quello che accade nel regno di Clio, pare stia avvenendo proprio questo: i cecchini dell'esercito liberal-populista hanno lasciato il campo libero ai loro arditi; dagli interventi goffi, sporadici e mirati contro la storia scritta "con la penna rossa" (vedi le uscite storacian-staraciane della Regione Lazio sui libri di testo) siamo passati - come notato da Nicola Tranfaglia in un articolo su "l'Unità" dello scorso 25 settembre - ad una campagna martellante portata avanti dai media che fanno capo al governo e alla Casa delle libertà sulla necessità di riscrivere la storia d'Italia e controllarne l'insegnamento. Gli interventi censori nei confronti di chi dissente o non collima con i desiderata governativi si moltiplicano. Gli esempi sono innumerevoli.
Nel luglio di quest'anno il deputato forzitaliota Fabio Garagnani (già distintosi in iniziative di analogo sapore) ha presentato un progetto di legge che, candidamente, s'intitola "Disposizioni per l'insegnamento della storia nelle scuole di ogni ordine e grado" e che recita lapidariamente: "Nelle scuole di ogni ordine e grado l'insegnamento della storia, in particolare di quella contemporanea, deve svolgersi attraverso l'utilizzo di testi di assoluto rigore scientifico che tengano conto in modo obiettivo di tutte le correnti culturali e di pensiero per un confronto democratico e liberale che assicuri un corretto apprendimento del passato con particolare riferimento a quello più recente". L'articolo unico si commenta da solo. Se vi fossero dubbi sulle intenzioni del proponente, questi sono prontamente fugati dalla relazione che accompagna il progetto di legge, la quale - partendo dal presupposto implicito che tutti i libri di testo di storia in circolazione siano ciarpame ideologico - prospetta la necessità di un controllo dei libri di testo per evitare "falsificazioni e manipolazioni ideologiche della storia". L'evidente incostituzionalità della proposta (che lede la libertà d'insegnamento) e la sua - altrettanto evidente - inconsistenza scientifica (con quali criteri e chi stabilisce cosa è "obiettivo" e cosa è "manipolazione ideologica"?), non devono portarci a sottovalutare - magari sorridendoci sopra - i rischi insiti in attacchi di tale portata e natura. Anche perché il loro concetto di obiettività e di "confronto democratico e liberale" (temi demagogicamente cari anche a una certa "sinistra" che, in questa direzione, ha svolto la funzione di apripista) è presto detto: come segnalato dall'Istituto pedagogico della Resistenza di Milano - che sulla questione organizza corsi rivolti a insegnanti e studiosi - il Comune di Novate ha donato alle scuole un opuscolo sulle foibe che esalta "gli eroici soldati di Ante Pavelic"; il Consiglio di zona 6 di Milano ha regalato alle scuole un testo sulle foibe scritto da un rastrellatore di partigiani, per "ripristinare la verità storica"; l'assessore milanese Bozzetti ha omaggiato i suoi colleghi di Giunta con un libro su "Ezra Pound e il turismo colto a Milano" contenente, tra l'altro, il discorso di Mussolini agli operai milanesi, tenuto nel 1934. E ancora, la Regione Lombardia (utilizzando il denaro pubblico) ha diffuso gratuitamente in migliaia di copie un libro, "Ripensare la cultura", corredato di cd-rom, nel quale si esaltano i convegni della Regione "dedicati a Julius Evola, Ezra Pound, le scelte della Rsi e i suoi personaggi"; il 17 aprile di quest'anno un assessore di An alla Provincia di Milano ha proposto in un convegno che vengano diffusi nelle scuole i testi delle case editrici Il Cerchio e Identità Europea, vicine all'area culturale della destra al governo.
L'offensiva non si esaurisce, però, nella sfera meramente culturale (scuole, libri, divulgazione, ecc). Anche a livello simbolico-toponomastico l'offensiva procede con incursioni vieppiù incisive: strade, busti e monumenti consacrati a gerarchetti di periferia, piazze Matteotti che tornano al loro antico nome, vie Mussolini in attesa di essere approvate da compiacenti commissioni urbanistiche, una sala di un importate scalo aeroportuale intitolata - addirittura - ad un quadrumviro della "rivoluzione fascista". Giunti a questo punto, se qualcuno proponesse un piazzale Adolf Hitler non ci stupiremmo più di tanto.
Guai ai vinti. Questo è il motto che sembra ispirare coloro che, senza peli sulla lingua, dicono di voler riscrivere la storia. Per realizzare ciò non vanno certo per il sottile. Come non ricondurre, infatti, a questa logica i molti episodi di revanchismo storico-politico-amministrativo-giudiziario che hanno caratterizzato questa fine estate del 2002? Gli episodi sono molti; ne cito, per brevità, solo quattro o cinque, volutamente diversi tra loro: la destituzione di Paola Carucci da sovrintendente dell'Archivio centrale dello Stato; l'arresto di Paolo Persichetti e l'espulsione dall'Italia di Jaime Yovanovic Prieto; il processo allo storico Casarrubea; la querela di Giulio Caradonna al centro sociale romano La Strada.
Il primo caso ci dà la cifra di quanto si sentano forti, di come ostentino arroganza senza ritegno alcuno. Non siamo di fronte a un caso singolo, ascrivibile all'interno di una lotta di potere o a semplici pratiche di avvicendamento amministrativo. Siamo di fronte a un monito, a un'esecuzione esemplare. "Possiamo colpire ovunque e chiunque" - sembrano voler dire. Grazie ad una pista resa già percorribile dalla legge Bassanini sullo spoil system, da un giorno all'altro Paola Carucci (professore ordinario di archivistica, le cui competenze tecniche sono ampiamente riconosciute) è stata destituita dall'incarico di sovrintendente dell'Archivio centrale dello Stato. Al suo posto, il ministro Urbani ha nominato Maurizio Fallace che proviene dalla carriera amministrativa e, salvo sorprese, non dovrebbe essere estremamente ferrato in materia. Unita alla chiamata di Susanna Agnelli, Piero Melograni e Cesare Mirabelli nel Consiglio nazionale dei beni culturali (in sostituzione di tre membri "disomogenei"), l'avvicendamento di un esperto con un funzionario amministrativo alla direzione dell'unico ente con funzioni esclusivamente tecniche e culturali tra quelli coinvolti nell'operazione di maquillage politico-amministrativo, oltre a palesarci la natura politica del defenestramento, è un indice - dato che si tratta del luogo ove sono, o dovrebbero essere, conservate le memorie "ufficiali" (e talvolta "ufficiose") dello Stato - della considerazione del governo verso la ricerca storica. In un contesto in cui la storia svolge una funzione ancillare, tutto lascia supporre che vi potranno essere restringimenti degli spazi di accesso, quindi di ricerca, quindi di controllo, quindi di libertà e democrazia. In fondo, come scriveva Orwell in "1984", chi controlla il presente controlla il passato, e chi controlla il passato controlla il futuro.
Attorno ai casi di Persichetti e Yovanovic Prieto è stata invece imbastita una raffinata campagna di disinformazione mediatica che ha attecchito anche a sinistra: presentati dalla stampa di destra come due pericolosi malviventi, i due professori (il primo un ex Br esule in Francia, il secondo un ex dirigente del Mir cileno) hanno subito provvedimenti restrittivi (il primo sta scontando una pena per un reato "apparso" solo in appello nel supercarcere di Marino del Tronto; il secondo, liberato solo pochi giorni fa, è stato espulso dall'Italia e incarcerato a Johannesburg per essere estradato in Cile, dove lo attendeva la possibilità della pena di morte). Tranne qualche attestato di solidarietà, gli intellettuali di sinistra non hanno mosso un dito.
Eppure Persichetti aveva trovato asilo nella civilissima Francia (non in Libia, a Cuba o in Iraq!); eppure Yovanovic Prieto è accusato sulla base di un vecchio mandato della magistratura militare cilena (quella di Pinochet, per intenderci). Ma tant'è. Cattiva coscienza (anche in questi due casi il ruolo di apripista era stato ben interpretato dal precedente governo di centrosinistra), ragioni di opportunità politica e il timore di essere confusi con dei presunti "terroristi" hanno prevalso su tutto, travolgendo i principi, i diritti e - cosa che a noi interessa nello specifico - anche l'analisi e la contestualizzazione dei fenomeni. Della lotta armata, della legislazione emergenziale, delle lacerazioni degli anni settanta, delle dittature latinoamericane cresciute all'ombra del vessillo a stelle e strisce, meglio non parlarne. Evidentemente sono questioni di esclusiva pertinenza di questurini, militari e magistrati. E la destra (politica, sociale, culturale) passa, anche in questo caso, ad incassare.
Altro scenario: presso la Pretura di Partinico, si è aperto il processo intentato dal generale dei carabinieri in pensione Roberto Giallombardo contro Giuseppe Casarrubea, storico che da anni si batte per la ricerca della verità sui mandanti della strage di Portella della Ginestra e di altri episodi riconducibili ad un'unica strategia antisindacale. Lo studioso, sulla scorta di una vasta bibliografia, di atti processuali e di documenti della Commissione antimafia, ha sostenuto che alcuni elementi chiave di quelle "operazioni" erano confidenti delle autorità di pubblica sicurezza in Sicilia e, una volta divenuti scomodi, premeditatamente eliminati. Che una simile interpretazione non sia gradita ai vertici dell'Arma è pacifico. In un presente caratterizzato dal "Manuela Arcuri style" e dalla spasmodica rappresentazione di un'arma dei carabinieri "civile, corretta e democratica" (tanto che se a Genova "c'è scappato il morto", la colpa è di una pietra vagante!), che si cerchi tuttora di inquinare il passato presentando i tutori dell'ordine come i paladini della giustizia e del progresso è oltremodo comprensibile. Anche se profondamente ingiusto, ne hanno facoltà. Non potrebbero però, a rigor di Costituzione, opprimere la conoscenza storica. Invece - incuranti della Carta fondamentale alla quale hanno prestato solenne giuramento - possono prendersi la libertà di trascinare la ricerca scientifica nelle aule dei tribunali. A smentita di quanto si gridava nei cortei degli anni settanta, non solo la "lotta di classe", ma anche la "sua storia" si può processare. Eccome.
Infine, un caso analogo. Lo scorso 24 settembre, presso il Tribunale di Roma, si è tenuta la terza udienza della causa intentata dall'ex parlamentare missino Giulio Caradonna contro il centro sociale La Strada di Roma e l'Associazione Isole nella Rete. Caradonna chiede un risarcimento di duecentocinquanta milioni di vecchie lire, affermando di essere stato diffamato dal contenuto di un dossier sulla storia del neofascismo in Italia che lo qualifica come "squadrista". Nel corso dell'udienza, Caradonna - smentendo le notizie di pubblico dominio sulla sua attività negli anni settanta - ha affermato di non aver mai guidato azioni di tipo squadristico né compiuto atti di violenza. Se fosse solo una questione di "diritto privato all'oblio" si potrebbe lasciar correre. Ma di fronte al tentativo - accompagnato da una richiesta d'indennizzo - di narcotizzare (perché di questo si tratta) l'intelligenza degli anni della strategia della tensione e dell'eversione nera, non si può far finta di niente. Entro la fine di ottobre, Isole nella Rete dovrà presentare al magistrato la documentazione idonea a dimostrare l'affidabilità di quanto affermato e indicare dei testimoni al corrente delle attività squadristiche portate avanti da Caradonna. Non lasciamoli soli. Aiutiamoli, contribuendo così ad abbozzare quel tentativo di controffensiva storiografico-culturale del quale v'è un immenso bisogno.
Forse "passeranno" anche questa volta. Ma almeno proviamo a fermarli. O, quantomeno, a non spianargli la strada.