Cineforum antologico



L'Istituto, anche nel 2008, ha realizzato un ciclo di incontri di storia contemporanea in corrispondenza delle ricorrenze civili, nei quali sono stati presentati film, in gran parte documentari, che hanno affrontato i temi della deportazione, della definizione del confine tra Italia e Jugoslavia, dell'emancipazione della donna, della guerra di liberazione, delle conquiste sindacali, della neonata Italia repubblicana.
Tutti e sei gli appuntamenti del "Cineforum antologico" si sono svolti a Varallo, nella sede dell'Istituto.

Il Giorno della Memoria

Sabato 26 gennaio, in occasione del Giorno della Memoria, si è svolto il primo incontro del cineforum. Marisa Gardoni, collaboratrice dell'Istituto, ha presentato il documentario "Volevo solo vivere", di Mimmo Calopresti, realizzato nel 2006, in cui le testimonianze dirette dei sopravvissuti all'Olocausto si mescolano a materiali d'archivio.
Regista che con particolare attenzione ha indagato, nelle sue opere documentarie, argomenti quali la Resistenza e la condizione operaia, mantenendo una sensibilità verso temi di carattere sociale anche nei suoi successivi film di fiction, Calopresti ha attinto, per la realizzazione di "Volevo solo vivere", all'immenso patrimonio raccolto e conservato dalla Shoah Foundation istituita da Steven Spielberg. Nata sulla scia della realizzazione del film "Schindler's List", allo scopo di creare un archivio video delle testimonianze di tutti i sopravvissuti alla Shoah, la fondazione ha svolto un ruolo estremamente rilevante non solo dal punto di vista storico, ma soprattutto da un punto di vista etico ed educativo, impegnandosi attivamente nella circolazione e diffusione della memoria dello sterminio.
Sugli oltre 51.000 sopravvissuti intervistati, in 56 paesi e in 32 lingue diverse, 434 sono italiani e, tra questi, Calopresti ha individuato nove storie rappresentative, in cui le persone, diverse per estrazione sociale e culturale, sono tutte accomunate dall'esperienza drammatica della deportazione ad Auschwitz. Il regista ha intrecciato i racconti tra di loro, facendo emergere tutti gli aspetti della persecuzione razziale: dalle prime discriminazioni, all'arresto, al tentativo di fuga per alcuni, al viaggio al lager, alla selezione, alle terribili condizioni di vita della prigionia, alla liberazione.
Prima di lasciare spazio alla visione, Marisa Gardoni ha ricordato come in Italia, prima della promulgazione del decreto legge del novembre 1938, che sancì ufficialmente la discriminazione razziale degli ebrei, l'antisemitismo, per quanto presente in alcune riviste e pubblicazioni, non rappresentava la politica ufficiale del governo. Ospitale nei confronti degli ebrei in fuga da altri paesi in cui già vigeva una legislazione razziale, il regime fascista era sostenuto dai cittadini ebrei tanto quanto dagli altri italiani, pur essendoci, tra gli antifascisti, una significativa presenza ebraica. Con l'8 settembre 1943 e l'occupazione tedesca, cominciarono anche in Italia gli arresti e le deportazioni condotti, con l'attiva collaborazione offerta ai nazisti dall'Ispettorato della Razza della Rsi, su una popolazione ebraica censita regolarmente dal 1938 e costituita da circa 43.000 individui.
Mentre alcune centinaia furono uccisi prima della deportazione e circa 1.000 parteciparono attivamente alla Resistenza, per la maggior parte nelle brigate "Garibaldi" o in "Giustizia e libertà", 8.556 furono i deportati per i quali è stata possibile l'identificazione, ma si calcola che altri 1.000 fossero i non identificati. Solo il 7 per cento di loro tornò a casa.
Il film di Calopresti, efficace e coinvolgente nel restituire, senza enfasi, l'orrore dello sterminio, evidenzia l'incalcolabile valore delle parole dei testimoni, che ricostruiscono le loro storie con toni misurati e un dolore controllato, consapevoli che i racconti dei sopravvissuti, più che qualsiasi altro materiale documentario, costituiscono schegge di verità indispensabili per la costruzione e il consolidamento della memoria della più grande tragedia dell'umanità.

Il Giorno del Ricordo

Sabato 9 febbraio, in occasione del Giorno del Ricordo, si è svolto il secondo incontro del cineforum. Enrico Pagano, condirettore dell'Istituto, ha presentato il documentario "Moja Meja-Il mio confine", di Nadia Veluscek e Anja Medved, realizzato nel 2002, in cui vengono raccontate, attraverso testimonianze, fotografie e filmati d'epoca, le vicende complesse e dolorose che interessarono nel dopoguerra Gorizia e la zona compresa tra la valle dell'Isonzo e quella del Vipacco. Intrecciando la vicenda storica generale a quella più intima e personale della propria famiglia, direttamente toccata dalle drammatiche conseguenze della ridefinizione del confine orientale, Nadia Veluscek ricostruisce con partecipazione emotiva un periodo della nostra storia poco conosciuto e ricordato.
Enrico Pagano, inquadrando storicamente il documentario, ha ricordato il ruolo strategico di Gorizia da un punto di vista economico, commerciale e politico, che la rese città contesa tra Austria e Italia prima, tra Italia e Jugoslavia poi. Passata dalla dominazione asburgica all'Italia con la fine della prima guerra mondiale, Gorizia, luogo di convivenza di tre etnie differenti (austriaca, italiana, slovena), subì un processo di italianizzazione forzata con il fascismo e, dopo l'8 settembre, l'occupazione tedesca. Liberata dai partigiani di Tito nel maggio del 1945, la città rimase per circa due anni sotto il controllo alleato, fino alla Conferenza di pace di Parigi che, nel febbraio del 1947, delineò il nuovo confine tra Italia e Jugoslavia e, in settembre, lo rese operativo.
La linea netta di demarcazione tra territorio italiano e jugoslavo, tracciata da un giorno all'altro a dividere bruscamente e violentemente campi, case e persone, separò la città di Gorizia, che rimase in gran parte italiana, dai suoi quartieri nord-orientali e soprattutto dalle valli circostanti, facenti capo alla città per le proprie attività economiche e culturali. Inizialmente entusiasti di essere divenuti jugoslavi, gli sloveni non compresero subito l'assoluta impermeabilità del confine, che divideva in due nuclei famigliari, attività agricole, proprietà e solo con la comparsa lungo la linea di gesso di reticolati, cavalli di frisia, soldati armati, cominciarono a rendersi conto dell'impossibilità di passare dall'altra parte e di come questo influisse drammaticamente sulla loro quotidianità, causando difficoltà di approvvigionamento dei beni di prima necessità. Con la metà degli anni cinquanta e il mutamento della situazione politica causata anche dal deterioramento dei rapporti della Jugoslavia di Tito con l'Unione Sovietica, il passaggio del confine divenne possibile, pur con una rigida regolamentazione che consentiva di varcare la frontiera tra Italia e Jugoslavia per soli quattro sabati al mese.
Il dramma della separazione forzata emerge nel film dai racconti dei testimoni che, parte in lingua italiana, parte in lingua slovena, raccontano l'impatto devastante che il confine esercitò sulle loro vite, dividendo con la violenza ciò che era unito e portando conflitto all'interno di una comunità che, pur nell'intreccio di etnie diverse, conviveva pacificamente. Pagano ha quindi sottolineato come, per quanto la vicenda di Gorizia e del confine imposto appartenga ormai al passato dopo che l'ingresso della Slovenia nell'Unione europea ha sancito la libera circolazione delle merci e delle persone, ricordare le conseguenze drammatiche del nazionalismo esasperato e degli stravolgimenti politici legati alle guerre possa fornire validi spunti di riflessione su cui soffermarsi ancora oggi.

La Festa della donna

Il terzo appuntamento con il "Cineforum antologico" si è tenuto venerdì 7 marzo, in occasione della Festa della donna. Sabrina Contini, collaboratrice dell'Istituto, ha presentato alcuni brani scelti da "Bellissime", documentario in due parti, realizzate da Giovanna Gagliardo rispettivamente nel 2004 e nel 2006, che ripercorre, utilizzando materiale proveniente principalmente dall'Istituto Luce e dallo sterminato archivio delle Teche Rai, l'evoluzione del ruolo della donna italiana nella famiglia, nella società, nella politica nell'arco di tutto il Novecento.
Ricordando il valore di diritti acquisiti e di conquiste spesso date per scontate, Sabrina Contini ha posto l'accento sulla necessità di far maturare, nelle ragazze di oggi che, per ragioni anagrafiche, non hanno vissuto direttamente gli anni del movimento femminista, la consapevolezza delle battaglie che le donne hanno combattuto con coraggio e determinazione per sfuggire alle limitazioni e discriminazioni di una società fatta a misura d'uomo. A tale scopo Contini ha sottolineato come rivesta particolare importanza la conservazione della memoria "femminile" e ha tratteggiato brevemente i passi avanti che sono stati fatti in questa direzione nel corso degli ultimi decenni.
Mentre, a partire dagli anni ottanta, molta attenzione è stata posta alla storia di genere relativa al ruolo della donna nella prima metà del Novecento, con la nascita di corsi universitari specificamente dedicati e di una particolare sensibilità per la raccolta di testimonianze fondamentali per chiarire l'apporto femminile alla Resistenza e al movimento operaio, solo di recente ci si è resi conto dell'importanza della conservazione dei racconti delle donne che hanno vissuto il movimento femminista negli anni sessanta e settanta.
La nascita di associazioni e archivi specificamente dedicati, quali l'Archivio per la memoria e la scrittura delle donne in Toscana e l'Associazione per un archivio delle donne in Piemonte, ha avuto il merito di iniziare un processo di valorizzazione della memoria femminile più recente, ottenendo il positivo effetto di stimolare le protagoniste di quegli anni a donare i propri fondi personali, da cui, comprensibilmente, hanno spesso difficoltà a separarsi. Non mancando ostacoli nello studio del movimento delle donne, dovuti al fatto che non sempre è possibile rendere pienamente il clima della contestazione, dei collettivi femministi e delle riunioni di autocoscienza, basati sulla discussione e il confronto diretto piuttosto che sulla produzione di materiali scritti, diventa essenziale l'apporto di fonti di vario genere, dalla memorialistica, alla letteratura, alle fonti audiovisive. Ciascuna di esse, integrata con le altre, fornisce un contributo fondamentale alla ricostruzione di una storia di genere in tutte le sue sfaccettature e in tutta la sua complessità.
In questo contesto si inserisce il lavoro della regista piemontese Giovanna Gagliardo, che in "Bellissime" assembla ben cinque ore di immagini di repertorio attorno ad una struttura narrativa principale, scegliendole e montandole sulla base di una spinta prevalentemente emotiva, senza appesantire l'eloquenza dei documenti visivi con eccessivi commenti della voce fuori campo.
Sabrina Contini ha proposto all'attenzione del pubblico quattro spezzoni particolarmente significativi (il ruolo sociale delle donne dall'inizio del XX secolo alla prima guerra mondiale; il confronto tra le testimonianze di una ex volontaria nella X Mas e una ex staffetta partigiana; il periodo della contestazione e delle battaglie di studenti e operai nelle quali trova posto la lotta per i diritti delle donne; la condizione femminile odierna nei paesi del cosiddetto Terzo mondo), fornendo numerosi spunti di riflessione a quanti fossero interessati all'approfondimento e alla visione completa dell'opera.

L'anniversario della Liberazione

Giovedì 24 aprile, in occasione del 63o anniversario della Liberazione, si è svolto il quarto incontro del cineforum. Tiziano Ziglioli, docente del Liceo "D'Adda" di Varallo e collaboratore dell'Istituto, ha mostrato alcuni brani del film "I piccoli maestri" di Daniele Luchetti, del 1998, tratto dall'omonimo libro di Luigi Meneghello, soffermandosi prima ampiamente sulle caratteristiche di novità, originalità e complessità di uno dei romanzi più significativi della letteratura resistenziale italiana, per poi evidenziare quali di questi aspetti siano stati fedelmente mantenuti e quali invece siano stati liberamente interpretati nell'opera cinematografica.
Libro della maturità, pubblicato per la prima volta nel 1964 e, in seguito a profonda revisione, rieditato nel 1976, "I piccoli maestri" racconta, guardandola attraverso la lente della memoria e della nostalgia, l'esperienza resistenziale dello stesso autore, giovane ufficiale salito in montagna dopo l'8 settembre che, con la costituzione di una banda partigiana autonoma insieme ad altri compagni, passa dall'inesperienza e confusione iniziale ad una sempre maggiore sicurezza e maturità. A poco a poco i giovani partigiani comprendono l'importanza dell'affrancamento dal fascismo di una intera generazione che, nell'opposizione concreta al regime, cresce e si emancipa, ponendosi come esempio e punto di riferimento per l'Italia che rinasce dalle macerie della guerra.
Difficilmente inquadrabile e classificabile, il libro di Meneghello, a metà strada tra il romanzo di formazione e il saggio, utilizza uno stile frammentato e divagante, che lo allontana dai tradizionali filoni della narrativa resistenziale. Non riducibile a semplice cronaca di eventi, poiché non si sviluppa secondo un ordine preciso e lineare e non si fonda su elementi cardine del racconto storico quali date e riferimenti topografici, non può essere neanche definito come testimonianza di vita individuale, poiché il punto di vista è quello del "noi" e ciò che viene mostrata è una esperienza collettiva.
Nel raccontare la Resistenza come una vera e propria iniziazione, Meneghello compie la scelta morale di evitare qualsiasi cedimento alla retorica e all'enfasi, utilizzando un linguaggio in cui dominano, nonostante gli avvenimenti spesso tragici e la serietà delle motivazioni ideali che spingono i protagonisti, leggerezza di toni, ironia e persino una narrazione a tratti umoristica nella descrizione dei personaggi, colti nei loro atteggiamenti più quotidiani e dimessi. La volontà antiretorica si accompagna ad una straordinaria abilità nel delineare la Resistenza in tutta la sua complessità, evitando facili semplificazioni e rendendola, anche con l'utilizzo di un linguaggio ora colto, ora popolare, ora aulico, ora dialettale, in tutte le sue articolazioni, nella varietà dei suoi paesaggi umani e naturali.
La difficile prova di tradurre per il grande schermo un romanzo così sfaccettato e ricco di digressioni, viene superata, almeno parzialmente, da Daniele Luchetti che, per mezzo di una fotografia tersa, ricca di colori intensi e di una colonna sonora vitale e brillante, riesce nel tentativo di mantenersi fedele allo spirito del libro, restituendo l'energia, l'ironia e l'umorismo che caratterizzano il romanzo attraverso i moduli della commedia all'italiana e dando forma all'idealismo ingenuo dei "piccoli maestri" e alla loro fiducia nel futuro con l'utilizzo degli stilemi del film generazionale.
Pur avendo il grande merito di evitare la retorica, il regista non riesce a mostrare con altrettanta leggerezza la spinta ideale che determina i comportamenti dei protagonisti, accusando un certo impaccio nel momento in cui tenta di delineare una riflessione morale e politica sulla guerra e la Resistenza. Inoltre, non riuscendo a dare voce all'orrore e alla tragedia che nel libro emergono al di sotto della spensieratezza e delicatezza del tocco, finisce per perdere la complessità del reale e operare una eccessiva semplificazione, conducendo il film su un terreno più consono alla fiction televisiva. Ciononostante, l'aver contribuito a dare risalto a un'opera letteraria di straordinario valore e troppo poco conosciuta rende merito al film di Luchetti che, con un linguaggio nuovo, anche se non pienamente maturo e convincente, pone in primo piano ideali di verità e scelta morale troppo spesso messi da parte.

La Festa dei lavoratori

Il quinto incontro si è tenuto mercoledì 30 aprile, in occasione della Festa dei lavoratori. Alberto Lovatto, consigliere scientifico dell'Istituto, ha presentato il documentario "Sirena operaia" (2000), di Gianfranco Pannone, basato sul racconto in versi di Alberto Bellocchio, che ripercorre le vicende del sindacato italiano nel periodo che va dal 1968-69 al 1974-75, ossia nel momento della sua massima presenza nella società italiana e del suo più significativo ruolo all'interno del mondo del lavoro.
Il regista napoletano, vincitore nel 2001 del premio per il miglior documentario al Torino film festival, ha familiarità con i temi dell'antifascismo e del mondo operaio, ai quali si accosta utilizzando il cinema come mezzo per fare i conti con il passato e mantenerne viva la memoria, come strumento per stimolare l'opinione pubblica e, in ultima analisi, come un modo di "fare politica".
Accompagnato dalle musiche di Daniele Sepe che, dall'esperienza della musica classica, approda al jazz e alla musica etnica, il documentario è costruito attorno alla voce narrante dello stesso Alberto Bellocchio, che fa da commento a un ricco repertorio di immagini dell'Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico di Roma.
Alberto Bellocchio, fratello di Marco, regista, e di Piergiorgio, fondatore della rivista "Quaderni piacentini", nel racconto in versi "Sirena operaia" riversa la sua esperienza di esponente di rilievo del sindacato, cui si avvicina inizialmente come volontario mentre sta compiendo i propri studi di giurisprudenza a Milano, per poi entrarvi stabilmente come segretario generale della Camera del lavoro della Lombardia e ricoprire anche incarichi dirigenziali nella sede nazionale della Cgil.
La vita nella fabbrica e la sua centralità, il rapporto del sindacato con la base, la lotta per i diritti dei lavoratori, sono aspetti che vengono guardati dal di dentro e raccontati da Bellocchio con un'impronta autobiografica e in una forma poetica che, pur avvicinandosi molto alla prosa, conserva la sinteticità della poesia.
Il documentario ricostruisce cronologicamente le vicende del movimento dei lavoratori, dai consigli operai delle origini alle prime lotte e ai primi scioperi, passando per l' "Italietta" del boom economico per arrivare al grande fermento del Sessantotto e alla stagione del terrorismo, amaramente concludendosi sulla constatazione della perdita di rappresentanza del sindacato, incapace di mantenere il suo ruolo in un mondo del lavoro in trasformazione, in cui la fabbrica perde la sua centralità e, con lo sviluppo del terziario, emergono nuove classi sociali.

La Festa della Repubblica

Il sesto e ultimo incontro del cineforum si è svolto mercoledì 4 giugno, in occasione della Festa della Repubblica. Luciano Castaldi, presidente dell'Istituto, ha presentato il documentario "L'Italia repubblicana. Gli anni del dopoguerra 1945/1948", di Marina Jarre, Paola Olivetti e Corrado Borsa che, utilizzando filmati d'epoca e testimonianze e inserendo nel racconto degli eventi la lettura di brani tratti da "Le donne di Messina" di Elio Vittorini, compie un viaggio attraverso l'Italia negli anni difficili e complessi della ricostruzione economica e politica del paese.
Dopo aver sottolineato che, come risulta da un'inchiesta di Renato Mannheimer, una percentuale consistente di italiani, e in particolare di giovani, non è a conoscenza di che cosa si celebri il 2 giugno, in una sempre più progressiva perdita della propria identità nazionale, Castaldi, servendosi delle riflessioni di storici quali Arturo Carlo Jemolo e Federico Chabod, ha ricostruito il clima del primo dopoguerra e la disillusione che, già nei primi mesi dopo la Liberazione, si fa strada in quanti avevano manifestato fiducia in una spinta rivoluzionaria al rinnovamento della società. In una Italia divisa in due, a causa dell'enorme diversità di esperienze vissute durante la guerra dalle varie aree del paese - la lotta partigiana, la fase insurrezionale, la liberazione delle città prima dell'arrivo degli Alleati e l'esperienza amministrativa dei Cln al Nord, il governo Badoglio, il legame con la corona, l'influenza del Vaticano e il precoce controllo angloamericano al Centro-Sud - finiscono per prevalere le forze della conservazione, che indeboliscono e vanificano lo slancio verso la modernizzazione incarnato da quello che Pietro Nenni definiva "vento del Nord".
Alla complessità della situazione politica si aggiungono difficoltà economiche notevolmente acuite dalla definizione, alla Conferenza di pace di Parigi dell'estate 1946, di condizioni estremamente dure per l'Italia, paese sconfitto. Nonostante l'appassionato discorso di Alcide De Gasperi - dal 1 gennaio del 1946 a capo del governo italiano con pieni poteri, dopo la conclusione dell'esperienza del governo militare alleato - che, pur riconoscendo le colpe del fascismo, evidenzia i meriti di un'Italia antifascista che ha saputo riscattarsi, il trattato di pace firmato il 10 febbraio del 1947 impone al nostro paese onerose riparazioni a favore di Unione Sovietica, Albania, Etiopia, Grecia e Jugoslavia, sottraendo in tal modo preziose risorse alla ricostruzione.
In una realtà in cui la pace è solo apparente, data la presenza sempre più esplicita di forti elementi di contrapposizione tra Est e Ovest e quindi dato il manifestarsi di quel clima da guerra fredda che determinerà le scelte politiche dei paesi del mondo occidentale nei decenni successivi, l'Assemblea costituente italiana elabora una Carta costituzionale estremamente progressista nelle sue formulazioni di principio, che delinea un avanzato progetto di paese e si pone come un programma alla cui realizzazione tutte le forze politiche devono concorrere.
La data del 2 giugno 1946, in cui gli italiani compiono una scelta tra monarchia e repubblica ed eleggono i propri rappresentanti all'Assemblea costituente, rappresenta simbolicamente il nuovo inizio per un'Italia uscita ferita dalla dittatura e dalla guerra, che si avvia, con le elezioni politiche del 18 aprile 1948, a compiere i primi passi della sua storia repubblicana, forte di una Costituzione posta a garanzia della vita democratica del paese. (Raffaella Franzosi)