Andrea Ciampani

La formazione culturale di Giulio Pastore
nel movimento cattolico valsesiano del primo dopoguerra



Negli anni a ridosso della grande guerra nel mondo cattolico novarese, come in molti altri ambiti della chiesa italiana, si assiste alla nascita di nuove forme di presenza sociale; infatti il molteplice aggregarsi dei cattolici in associazioni capaci di affrontare la crisi sociale di fine secolo e di rituffarsi nell'agone civile sembra essere il dato più rilevante della vita ecclesiale della diocesi di Novara. In tale dinamismo complessivo vanno inserite la formazione e l'azione di Giulio Pastore, cogliendo l'opportunità di togliere la sua personalità dagli scaffali della memoria aneddotica. Uomo il cui destino si interseca con quello di generazioni e opere ancora presenti nello sviluppo della nostra società, Pastore ci conduce a rintracciare le origini e le motivazioni che a quelle opere e a quelle generazioni diedero vitalità e forza ideale.
Nello stesso tempo lo studio della figura di Pastore sembra indirizzare la ricerca storica sulle tracce di quei momenti in cui il destino di una persona si inserisce nella "grande storia"; un processo, questo, scandito dall'esperienza formativa, dall'appartenenza ad una identità sociale, dalla difesa e dalla proposta di tale appartenenza nel tessuto vivo della società.
Emigrati dalle valli della provincia novarese dopo una nuova crisi delle campagne, i genitori di Pastore, Pietro e Teresa, giunsero in cerca di lavoro a Genova, dove nacque, il 17 agosto 1902, il loro figlio Giulio.
Ben presto però la vita del proletariato urbano della città ligure li costrinse a tornare verso casa, in Valsesia: iniziò allora a Borgosesia, lungo il greto del Sesia, una vita assai grama per tutta la famiglia. Il padre, infatti, reso invalido, si improvvisava venditore ambulante di lunari e la madre, trentenne, si faceva assumere come lavoratrice a cottimo alla Manifattura Lane, fin dal settembre 1905, ed impiegata nel settore di preparazione tessuti1. Fu sulla madre dunque che pesò, oltre che l'onere dell'educazione del figlio, gran parte del sostentamento dell'intera famiglia. Sospesa per aver partecipato agli scioperi del maggio 1914, in cui i duecentocinquanta operai legati alla locale Lega cattolica si affiancarono alla Lega socialista in difesa del "principio, l'interesse e il diritto di organizzazione"2, Teresa Pastore fu riammessa in fabbrica soltanto il 13 luglio dello stesso anno. Infine l'occasione di nuove assunzioni nel settembre del 1914, permise alla famiglia Pastore di contare su nuove entrate economiche: a dodici anni Giulio veniva assunto (anche per il probabile intervento del clero locale) nel reparto filatura della Manifattura Lane come attaccafili3. Dopo solo tre anni, mentre ancora durava la minaccia della guerra, il giovane veniva licenziato e, dopo la morte del padre, riassunto nel giugno 19194. Questa volta però l'occupazione durò meno di un anno: nell'aprile del 1920 Pastore "dà gli otto giorni"5. La mamma, invece, resta ancora in fabbrica fino al dicembre 1921, quando, seguendo questa volta il figlio, si trasferirà a Varallo6. Questi dati, in sé così crudi, danno appena l'idea della vita di una famiglia di contadini-operai che soffrono la crisi culturale e sociale del mondo rurale prealpino. Tuttavia questi stessi dati adombrano l'affermarsi di una nuova ripresa d'identità: il giovane operaio che lasciò la fabbrica nel '20 ha intrapreso una strada che lo segnerà per tutta la vita. Cresciuto all'ombra della forte educazione religiosa materna, che lo aveva affidato alle cure del clero locale, già da tempo, infatti, Giulio Pastore aveva iniziato a percorrere a piedi e in bicicletta le vie accidentate della Valsesia e dell'alto Novarese come militante del ravvivato movimento cattolico che muoveva in quel periodo nuovi decisivi passi.
I tempi della formazione operaia d Pastore coincidono col periodo che si apre con la "settimana rossa" del '14 e che, attraverso la crisi del giolittismo, l'economia di guerra e l'intervento dello Stato nello sviluppo dell'industria, giunge alla grande sindacalizzazione delle masse del dopoguerra, agli scioperi agrari nella valle padana, all'occupazione delle fabbriche del triangolo industriale. E certamente permearono la vita operaia il rafforzamento delle leghe contadine, la cooperazione, l'organizzarsi dei nuovi partiti. Sullo sfondo dei mutamenti sociali, intanto, si fa sempre più preciso quello che si sta delineando come il grande progetto dei pontificati che vanno da Leone XIII a Pio XII "Instaurare omnia in Christo", restituire a Cristo la vita dei popoli e delle nazioni7. La Chiesa in questi anni procede (tra lo scalpore delle grandi encicliche sociali, la ristrutturazione dei seminari e l'organizzazione nelle diocesi di un'Azione cattolica che investa i diversi settori dell'agire sociale) a riportare la possibilità di conversione, in una società in preda al caos di valori e atteggiamenti, finalizzati alla sua esclusione o marginalizzazione.
La vita del mondo cattolico novarese attraversava in quegli anni una profonda anche se graduale riorganizzazione, sotto la guida del vescovo Giuseppe Gamba che tenne in mano la diocesi dal 1906 al 1923, prima di diventare arcivescovo di Torino. Egli si era inserito in una tradizione episcopale che, seguendo il magistero pontificio, si stava lentamente aprendo all'azione sociale, all'impatto culturale con le grandi tematiche che la società industriale rilanciava. Dal punto di vista politico, dopo aver contribuito a far attuare secondo le indicazioni il patto Gentiloni, il Gamba sostenne l'attività sempre più autonoma dei cattolici nel campo sociale in chiave antimassonica e antisocialista, alimentando la formazione rosminiana del popolo attraverso la promozione degli ideali di patria e famiglia. Neutralista all'inizio del conflitto mondiale e poi esaltatore del patriottismo delle masse cattoliche, il vescovo novarese affrontò le grandi questioni che la guerra conduceva con sé secondo il modello proposto da Benedetto XV. Nel dopoguerra egli mise in moto l'organizzazione dei circoli cattolici, del sindacato cattolico, del Partito popolare che, pur restando espressione di esperienze diverse, si andò man mano depurando (anche per l'intervento vescovile) degli elementi più legati agli ambienti liberali. L'episcopato del Gamba si distinse, inoltre, per la cura particolare che egli ebbe per la classe operaia e contadina della diocesi, sostenendo l'Opera del Sempione, i Ritiri operai, e le nuove associazioni di rappresentanza e di mutuo soccorso dei lavoratori. Tale attività era affiancata dalla precisa volontà di sviluppare la stampa locale, strumento indispensabile per affrontare i nuovi conflitti e importante riferimento culturale e organizzativo. Alla fine del suo episcopato novarese monsignor Gamba lascerà la diocesi dopo aver ristrutturato i tre seminari, le 378 parrocchie, i 43 vicariati foranei; al popolo cristiano aveva affiancato 650 sacerdoti secolari, 105 religiosi, 2.000 religiose, 160 seminaristi. L'Azione cattolica poteva contare su sei settimanali, su nove mensili ed altri bollettini religiosi, mentre il suo movimento coinvolgeva oltre l'Unione popolare, i gruppi parrocchiali, 30 circoli cattolici per adulti, 85 circoli dell'Unione femminile cattolica, 53 gruppi dell'Unione donne cattoliche, 100 circoli giovanili federati alla Gioventù cattolica (63, nel 1922, sui 468 dell'intero Piemonte). Accanto alla Banca del piccolo credito novarese i cattolici potevano vantare tre segretariati del popolo, tre unioni del lavoro con sezioni di piccoli proprietari, tessili, contadini, latterie sociali, postelegrafonici, ferrovieri e metallurgici; alle più di sessanta opere di beneficenza (ospedali, orfanotrofi, ecc.) sparse in tutta la diocesi si potevano aggiungere importanti opere di assistenza come l'Opera Bonomelli, l'Assistenza delle mondine, i convitti operai, la Protezione della giovane, il Segretariato studenti, le Conferenze di S. Vincenzo8. A buon diritto, dunque, Traniello ne ha collocato il ritratto nel solco di tutta una tradizione ecclesiale: "La figura di Gamba può essere assunta a prototipo del nuovo episcopato subalpino formatosi nella seconda metà dell'Ottocento. Egli non appartiene alla tradizione dei vescovi aristocratici e di origini urbane. Nasce da poveri mezzadri dell'Astigiano, nella stessa zona da cui provengono un don Bosco, un Cafasso, un Bertagna, un Allamano. [...] Vescovo di prima nomina in una diocesi industriale come quella biellese, era passato nel 1906 a Novara, la 'provincia rossa'. La sua sensibilità alla tematica sociale aveva avuto modo di esplicarsi nel solco dell'intransigentismo albertiniano, ben vivo nella diocesi novarese. [...] Sicché si può sinteticamente dedurne che il suo episcopato avesse come principali coordinate sul lato spirituale il modello don Bosco-Cafasso, sul lato istituzionale e pastorale il modello Borromeo-Ferrari, sul lato politico e sociale il modello dell'intransigentismo albertiniano"9.
Nella diocesi dunque si respirava in quegli anni un'aria di mobilitazione generale. In particolare la Valsesia cattolica stava acquistando una nuova fisionomia, realizzando lo sganciamento del clero dal patriziato locale liberale per assumere la caratteristica di un movimento d'opposizione legato alle masse in cerca di riscatto sociale. Si veniva compattando una unità tra il ceto della piccola proprietà rurale e il mondo operaio, in concorrenza col movimento socialista e in opposizione alla classe altoborghese. Alla base comunque di questo movimento cattolico sociale restava sempre l'intento primario di evangelizzare e l'ubbidienza all'autorità religiosa. Non a caso la figura del vicario foraneo di Varallo, don Vincenzo Brunelli, parroco nel centro valsesiano dal 1893 al 1938, spiccava per la sua opera di continuità e di stretto collegamento col vescovo. Formatosi insieme al primo movimento cattolico novarese, fece tra l'altro parte della curia del vescovo Gamba, sia come padre prosinodale, sia come membro del Consiglio di vigilanza e della Commissione delle opere eucaristiche. Promotore della stampa cattolica valsesiana, sostenne dal 1903 il nascente movimento cattolico, nel continuo rapporto pastorale e organizzativo col centro della diocesi. Nel 1912 proprio a Varallo nasceva la Federazione dei circoli giovanili cattolici valsesiani, che subito chiedeva di essere affiliata alla Società della gioventù cattolica italiana: presidente ne era l'ingegnere Motta e assistente ecclesiastico, su nomina del vescovo, monsignor Brunelli10. Nello statuto la Federazione affermava di proporsi come scopi fondamentali la riunione dei circoli per il loro sviluppo, la "formazione di conferenzieri regionali, atti a svolgere argomenti d'indole religioso-sociale", e la cooperazione con "tutti i mezzi possibili" alla formazione di nuovi circoli. Il posto di rilievo dell'esperienza valsesiana fu riconosciuto comunque presto; nell'occasione dell'elezione della presidenza della Federazione giovanile diocesana l'anno seguente (in cui furono eletti Santino Scolari, presidente, e Luigi Cappa, vicepresidente) Motta, presidente del circolo "Pietro Calderini" di Varallo dal 1911 (anno di fondazione), fu chiamato a farne parte come consigliere11. Ancora nel 1915 su sei circoli giovanili diocesani due erano della Valsesia (ad Ara e a Varallo); a questi, come ci dice "Gioventù Pura", libro commemorativo della gioventù cattolica novarese scritto a due mani da Pastore e Gedda, "si potrebbe aggiungere il Circolo educativo di Borgosesia, già a quei tempi fucina di ardenti anime nostre"12. Durante questi anni la guida del Brunelli segnò il movimento cattolico valsesiano, che per far breccia nel blocco massonico basato oltre che sul patriziato sul corpo insegnante e sulla burocrazia locale13, si affidò all'unità dottrinale e organizzativa, alla penetrazione del cristianesimo nelle pieghe della vita quotidiana, mentre si diffondeva nei nuovi circoli la dottrina sociale cattolica; spesso giungevano all'ombra del Sacro monte personaggi come Miglioli, Gemelli, Olgiati e Toniolo. Man forte davano a tutto il movimento "ll Giovane Piemonte", giornale della Federazione regionale della Società della gioventù cattolica italiana, e "Il Monte Rosa", affidato nel 1909 a don Marco De Dionigi, originario di Soresina e amico del Miglioli, cui si affiancava l'attività di don Camillo Ramponi, delegato diocesano della Buona stampa14.
In questo clima di preparazione e di profonde trasformazioni sociali il giovane Pastore assisteva al fervore delle iniziative, per trovarsi presto coinvolto tra i molti protagonisti del rinnovato movimento cattolico.
La percezione dell'ingiustizia subita dal padre, invalido sul lavoro, e la precoce conoscenza dei durissimi ritmi lavorativi in lui trovava corrispondente eco di riscatto in una tradizione cattolica che investiva in quegli anni i luoghi della vita quotidiana attraverso la sua azione caritativa e sociale. Pastore, infatti, aveva passato la fanciullezza ad Aranco, nel territorio di Borgosesia, tra il "gabbio del Sesia" e la parrocchia. Ad Aranco prima e a Borgosesia poi aveva frequentato le scuole elementari, con orgoglio competitivo. Il parroco di Aranco, don Luigi Terrini, curava in modo particolare Pastore e i suoi amici: ad essi affidò le chiavi della chiesa, che i bambini usavano per entrare la mattina a suonare la campana che convocava all'antelucana funzione della messa e a preparare le ampolline per la comunione, dalle quali non mancavano di sorseggiare, in premio, il vino di Maggiora.
In quella parrocchia Pastore fece la prima comunione e nell'aprile del 1912 ricevette la cresima dalle mani del vescovo Gamba15. Più tardi, nel 1914, ancora fanciullo, ma già in fabbrica, si era legato al sacerdote che a Borgosesia gestiva l'educazione dei giovani nell'oratorio, don Carlo Cerri. Questa figura di sacerdote, rimasta finora in secondo piano, fu assai importante per la formazione della personalità del gruppo di ragazzi impegnati a rendere presente l'azione cattolica nella Valsesia. Redattore per la sua "plaga" de "Il Monte Rosa" e polemico oppositore del movimento socialista, ubbidiente alle indicazioni episcopali, non mancava di suscitare a Borgosesia convegni e incontri sull'azione sociale propria dei cattolici.
Nel giugno 1918 don Cerri favoriva la nascita del circolo giovanile "Giosuè Borsi"16, che subentrava a Borgosesia all'informale Circolo educativo, dove "l'aspirante" Pastore assimilò quella concezione cattolica che, nel Novarese come altrove, vincolava strettamente l'identità religiosa al sentimento della nazione italiana nato in trincea. Assumendo l'incarico di assistente ecclesiastico del circolo, don Cerri aveva fatto eleggere presidente un giovane studente, che da Mondoví si era trasferito a Borgosesia e seguiva gli studi a Varallo. È lo stesso Pastore a ricordare quei giorni: "[...] sentimmo e provammo i primi entusiasmi per la Gioventù cattolica per merito di un giovane studente: Gino Borgna. Ricordo: una sera ci riunì, eravamo in sei, ci parlò di una associazione che avrebbe dovuto curare la cultura, il piccolo risparmio, la formazione religiosa. Eravamo degli imberbi e l'idea di divenire dei fondatori in luogo di una associazione che altrove, così ci diceva il Borgna, raccoglieva allori su allori, ci attrasse. Costituimmo così il circolo che prese il nome, Giosuè Borsi". L'attività del Circolo esplicò in un primo tempo nella parte prettamente religiosa, ma ben presto dovette sostenere una lotta molto vivace e continua coi sovversivi tanto che in una disputa cruenta, un nostro amico, Parvis Pietro, riportò una gravissima ferita al capo che l'obbligò ad una lunga degenza. Più tardi al feritore venne evitata una severa condanna giudiziaria per opera del nostro Assistente"17.
Poco dopo, Borgna (al quale Pastore resterà legato da una lunga amicizia) lasciò la guida del circolo per andare a suscitare altri centri di Gioventù cattolica nel Borgomanerese; ben presto Pastore subentrò all'amico come presidente del circolo "Giosuè Borsi", affiancandosi a don Cerri e lasciando la fabbrica per dedicarsi a tempo pieno alla sua "milizia" cattolica.
Il 1919 fu, peraltro, un anno decisivo per la riorganizzazione della diocesi e il rilancio dell'Azione cattolica. Un'opera difficile e piena di contraddizioni che dovette fare i conti con la confusa situazione politico-sociale. "Bisognerebbe aver lavorato, anche per poco, prima della guerra, con la passione grande di concorrere a guarire la patria diletta dalle diverse malattie massoniche e anticlericali, per capire tutto il dolore e tutta l'umiliazione inflitta ai buoni dal socialismo trionfante nel 1919 [...]. L'odio alla Chiesa, al Papa e ai sacerdoti acciecava sempre più. Le chiese si facevano sempre più deserte. Tutto serviva per affievolire e distruggere il sentimento cristiano nel popolo: comizi, feste profane, baldorie, timidezza eccessiva dei buoni, stampa"18.
Né in Valsesia la situazione era diversa: "Nel 1919, a Crevacuore, paese rosso scarlatto, si deve benedire il vessillo della Mutuo soccorso femminile cattolica. Anche il 'Giosuè Borsi' vi è invitato. Accettiamo l'invito con tutto l'entusiasmo della nostra fede di neofiti. Avvenne colà il nostro battesimo di fuoco. A Crevacuore i socialisti organizzarono la controdimostrazione: si voleva bruciare il vessillo inaugurando. Eravamo in un vecchio oratorio e Nino Caneparo di Biella faceva fiammeggiare il nostro entusiasmo con un discorsone; ad un tratto si ode un urlo seguito da una raffica tremenda; fuori una folla di sovversivi scaricava una violenta sassaiola contro l'oratorio; rispondemmo col canto "Noi vogliam Dio". Il curioso assedio durò parecchio e stava per divenire drammatico, quando le porte si spalancarono; erano i più animosi di noi che volevamo guardare in faccia ai brutti ceffi del di fuori. Lo scontro fortunatamente non avvenne perché un forte nerbo di bersaglieri teneva a bada i violenti. La giornata ebbe poi il suo normale svolgimento e alla sera tornando al nostro Borgo portavamo trionfanti i garofani bianchi fieri della nostra affermazione"19.
Nei borghi si veniva a creare, dunque, un coinvolgimento totale dei giovani cattolici. In questa dimensione unitaria dell'agire sociale Pastore visse il 1919 come l'anno dei primi incontri fuori da Borgosesia con persone decisive per la sua storia come don Brunelli, don Milani, assistente a Varallo del circolo "Pietro Calderini", don De Dionigi e don Raspini. Inserito dal giugno a tempo pieno nell'Azione cattolica, Pastore vide svolgersi le nuove elezioni politiche, chiamato nel frattempo dalla sua esperienza a coinvolgersi sempre più nello sviluppo dei sindacati bianchi. Organizzati unitariamente, ma divisi nella realtà, i cattolici novaresi affrontarono la tornata elettorale con l'esperienza di pochi mesi: Pestalozza, legato a strutture clientelari di un popolarismo moderato, superò Balossini, candidato dalle associazioni cattoliche e sociali, nelle preferenze del Ppi (che aveva raccolto circa l'11 per cento dei suffragi contro il 64 per cento dei socialisti e il 25 per cento dei liberali), risultando l'unico loro deputato eletto.
La vittoria socialista spinse l'azione del vescovo, tesa sempre all'unità e al radicamento sociale del movimento cattolico, da una parte ad un maggior realismo politico, dall'altra ad intensificare la presenza dei cattolici sociali nella società, tentando di non dilaniare gli equilibri interni del movimento cattolico minacciati da tempo dall'azione del blocco liberal-moderato20. La nomina di Balossini nel 1920 alla direzione dell' "Azione Novarese" e dell'Unione del lavoro, al posto di Raffaele Conti, amico di Pestalozza e Marchisio, concesse al sindacalista i mezzi per diffondere la propria posizione in tutti gli ambienti cattolici dopo la sua esclusione (bilanciata da quella di Marchisio) dal nuovo Comitato provinciale del Ppi, la possibilità d'intensificare l'azione sociale e l'occasione d'avvicinarsi al vescovo ed alla nuova Giunta diocesana. All'interno del Partito popolare novarese, sotto il segno del predominio clerico-moderato seguente all'elezione di Pestalozza, era iniziata una campagna a favore dell'idea di aconfessionalità e d'autonomia del partito dalle organizzazioni cattoliche sociali e confessionali21; in tale clima, attraverso il Congresso popolare di Napoli e la voluta latitanza organizzativa del partito a Novara (che avrebbe potuto sostituire la già provata rete clientelare), si giunse alle elezioni amministrative del 1920. A sostenere il principio della intransigenza nei confronti della lista liberale di Rossini, si schierarono, accanto ai cattolici-sociali, vecchi e giovani militanti cattolici, come Cappa e Manara; invece i popolari Scolari, Marchisio e Villa aderirono alla lista del "Rinnovamento" di Rossini. Lo scioglimento della sezione di Novara del Ppi da parte di Sturzo favorì in seguito la costruzione di una maggioranza "popolare" legata a Gamba e a Balossini, per i quali l'azione sociale-politica doveva necessariamente intrecciarsi all'apostolato della Chiesa. Tuttavia la lotta continuò al di là delle gelosie e dei protagonismi, sino al 1923, al Congresso popolare di Torino, alla defezione di Pestalozza e alla violenza fascista, simbolo del nuovo pericolo della Chiesa: la sua riduzione a puro culto di sagrestia.
Clerico-moderatismo e riconquista cristiana della società andavano dunque per strade sempre più divaricanti.
Pastore aveva assistito a queste vicende politiche dal suo osservatorio di Borgosesia, quale militante cattolico dei circoli giovanili, senza mai essere coinvolto in prima persona all'interno del partito che, sotto la guida di Berra e Camaschella aveva aperto a Varallo una sezione già nel febbraio del 1919. Sicuramente Pastore era stato sensibile all'azione popolare di Borgna, condividendone le linee politiche di fondo antisocialiste e antiliberali, da tempo legato peraltro a Camaschella. Motta, subito inserito nel comitato esecutivo novarese del Ppi, nel 1919, continuando a rappresentare Varallo e la sua "giovane" tradizione di cattolicesimo militante e sociale, aveva impostato la campagna elettorale con forti toni antirossiniani; un altro membro del comitato, Balossini stesso, era giunto a Borgosesia nell'ottobre 1919, per sostenere col socialista Peroni un duro contraddittorio. La formazione politica di Pastore diciassettenne si realizzò coerentemente, e non fu solo per gli stretti contatti organizzativi all'interno della posizione culturale e sindacale di Balossini, in aperta polemica con l'impostazione di un cattolicesimo senza identità ridotto ai margini della società. Intanto nel Novarese l'antagonismo socialisti-cattolici si era già manifestato latente non appena il movimento cattolico sociale aveva tentato di strutturarsi, prima ancora che esso si potesse esprimere dal punto di vista organizzativo. Venivano infatti a scontrarsi opzioni di vita che, benché radicate in una realtà carica delle stesse esigenze e bisogni, si presentavano nel quotidiano irriducibilmente differenti. Ciò si avvertiva, prima ancora che in campo cattolico, in quello socialista. La primavera e l'autunno del 1919 videro la Camera del lavoro novarese attiva nel sollevare scioperi agrari in favore di braccianti e salariati, per il nuovo patto colonico e per il taglio del riso, esasperando la latente conflittualità con i sindacati "bianchi"; nei mesi di giugno e settembre Ramella non accetterà di far partecipare alle trattative con la parte padronale l'Unione del lavoro, di fatto esclusa dal lodo arbitrale del 25 settembre. La vittoria elettorale rese più aggressivo il movimento socialista che nel 1920 raggiunse l'apice del suo sforzo politico. E così, mentre iniziavano gli scioperi dei metallurgici di marzo, la Federterra apriva una vertenza in favore dei coltivatori avventizi in cui si attaccavano i piccoli proprietari, aprendo una nuova ferita non solo all'interno del movimento contadino, ma anche all'interno del movimento sociale, in opposizione al movimento cattolico della Federazione dei piccoli proprietari, facenti capo all'Unione del lavoro e alla Cil.
Infine contribuirono ad acutizzare la polemica con i cattolici la partecipazione di questi ultimi al nuovo governo Giolitti22, la lotta per l'esclusione dei cattolici dal Consiglio superiore del lavoro, gli incidenti e gli assalti alle organizzazioni cattoliche, in Piemonte come in altre regioni.
"L'intransigenza socialista si manifestò anche all'origine della vertenza dei metallurgici che portò, nel settembre 1920, alla occupazione delle fabbriche. In previsione dell'agitazione, il Sindacato nazionale operai metallurgici (Snom) aveva approvato il 15 maggio un ordine del giorno in cui si esprimeva 'ferma fiducia che tutte le organizzazioni operaie, in una questione veramente economica, vogliano condurre la loro azione di buona armonia, e ciò per non creare inutili divisioni nel campo metallurgico dannose per il risultato finale'. Questo ordine del giorno fu comunicato il 22 maggio alle altre organizzazioni sindacali, l'Unione sindacale italiana (Usi) e la Federazione italiana operai metallurgici (Fiom), che rifiutarono ogni azione comune"23.
Non deve stupire, dunque, che dopo i dibattiti in seno al Partito popolare, cui parteciparono, tra gli altri, Cappa, Manara e Scolari, "Il Sempione" e "Il Monte Rosa" prendessero le distanze dall'occupazione, in nome del movimento cattolico, mai schieratosi, peraltro, dalla parte padronale e industriale né sugli organi sindacali bianchi né sulla stampa cattolica, al centro come in periferia24. Dire dunque che durante "il biennio rosso", la presenza del sindacato cattolico è pressoché "insignificante", vuol dire non tenere presenti le diverse situazioni storiche e i fattori in gioco; se si aggiunge che "l'occupazione delle fabbriche, che nel Novarese è un fenomeno di vasta portata, vede le Unioni del lavoro praticamente passive o tutt'al più impegnate a contrastare l'espansione socialista", si rischia di fraintendere il valore culturale della posta in gioco25. Fu certamente in quel frangente (che vedeva il logorarsi del movimento comunista e socialista, l'organizzarsi padronale e la reazione agraria)26 che il sindacalismo socialista e cattolico ebbero modo di verificare le capacità operative dei loro obiettivi teorici. Il sindacalismo rivoluzionario e socialista, infatti, si muoveva nell'ottica di un rivolgimento sociale generale, guidato dal sindacato stesso o dal partito. Ecco perché, seppure stremato dalla dura lotta delle fabbriche, il movimento socialista non cessò d'esercitare una pressione egemonica nella società novarese sulla spinta ideale e politica di quegli avvenimenti che da alcuni anni avevano colpito "le fantasie e suscitato la speranza che il vecchio mondo stesse per crollare e che l'umanità fosse sulla soglia di una nuova era e di un nuovo ordine sociale"27.
Per comprendere globalmente ciò che stava accadendo in quegli anni nella storia del movimento cattolico e nella formazione di Pastore, che proprio dal giugno 1919 all'aprile 1920 era rientrato in fabbrica, militante operaio di quel movimento, occorre riprendere in mano alcune questioni che ruotano intorno alla costituzione della Cil.
Se è vero, come è vero, che gli orientamenti programmatici della Cil discendevano dai principi della scuola sociale cristiana, questo patrimonio segnò l'originalità e l'autonomia dei sindacati bianchi, "tanto nelle modalità che nei metodi di lotta". Così, fin dal suo primo documento nazionale, la Cil indicava nella compartecipazione dei lavoratori a tutte le forme di attività produttiva ed alla vita pubblica il mezzo onde pervenire "ad una organica sistemazione della società". Contemporaneamente, si ammoniva il proletariato italiano "a non compromettere con impulsive violenze e con moti insurrezionali la propria causa vittoriosamente ascendente"28. Infatti, mentre la Fiom iniziava a Torino le sue azioni, i delegati del I Congresso nazionale della Cil nel marzo 1920 riaffermarono l'idea che attraverso la compartecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese si poteva "pervenire al superamento del sistema del salario. Questo sistema era considerato come il negativo punto comune tra l'economia capitalistica e il movimento sovversivo: da parte della prima in quanto conculcazione della dignità umana del lavoro; da parte del secondo perché, a causa del carattere essenzialmente politico che era loro impresso come mezzo di preparazione all'avvento della società comunistica, i consigli, sopprimendo le classi e instaurando la dittatura del proletariato, tendevano in realtà a perpetuare lo stato subordinato e la condizione di merce della mano d'opera. La confluenza tra alcuni atteggiamenti tipici dello Stato liberale e la teoria socialista della pura lotta di salari, rafforzata dall'adozione, storicamente innegabile, da parte dello stato stesso di criteri tecnici prettamente socialisti per il riconoscimento delle organizzazioni di classe e le rappresentanze dei lavoratori nei corpi consultivi del lavoro e negli enti assistenziali e previdenziali, era molto chiaramente individuata e combattuta. L'esigenza fondamentale a cui il movimento sociale cattolico intendeva rispondere era appunto quella di superare gli schemi dell'economia liberale, ritenuti ormai obsoleti, ed insieme le involuzioni statolatriche e totalitarie del sinistrismo di modello sovietico"29. La lunga citazione merita di essere riportata per la sua capacità di illuminare angoli ancora oscuri dell'atteggiamento cattolico. È proprio su queste basi infatti che Olgiati, per esempio, poteva accettare "il partecipazionismo operaio in vista delle trasformazioni del sistema economico e difendeva l'ortodossia di una tale posizione sul piano religioso"30. Lo stesso Snom, nella risposta agli industriali in occasione delle agitazioni metallurgiche, metteva in relazione lo stato d'insofferenza e la soluzione proposta alla crisi. "Questa crisi profonda che noi attraversiamo - scrivevano ancora Salvatori e Monti nella risposta agli industriali - non si può risolvere, né attraverso una semplice esposizione più o meno cifrata sulle condizioni dell'industria né con più o meno sensibili aumenti di salari, perché è una profonda crisi morale, conseguenza fatale di tutto un passato di sofferenze e di lavoro". Poteva essere, o meglio ancora doveva essere, l'occasione buona per modificare il sistema economico nel suo complesso. L'operaio era stato finora "l'umile salariato", lo "sfruttato cui altri godono del frutto del suo lavoro": un tale ingiusto sistema doveva finire per lasciare il passo "ad un sistema più equo e più umano", in cui il lavoratore avrebbe goduto i frutti della sua fatica. La strada da seguire per giungere a tanto era una sola: "la partecipazione agli utili ed al capitale azionario, il controllo dell'amministrazione, che rende l'operaio non più salariato, ma cooperatore interessato e responsabile"31.
Molto più tardi, ricostruendo la vita di Achille Grandi, Pastore ritornerà sul periodo del dopoguerra sottolineando la coscienza che divideva la Cil dai sindacati della sinistra: "In altre parole uno dei più notevoli limiti all'azione della Cil dal 1918 al 1922 è rappresentato dalla confusione ideologica e pratica in cui si dibatte il sindacato socialista a ragione del suo stesso sviluppo storico. Gli aderenti alla Confederazione 'rossa' non sono mai stati educati a concepire un'azione sindacale con obiettivi veramente sindacali, non sanno condurre un'azione sindacale libera da esigenze politiche immediate".
Questa nostra insistita ripresa delle posizioni cattoliche e della Cil di fronte alla stagione sindacale del 1920 ci permette di ricordare che al di là della più o meno attiva partecipazione del sindacato "bianco" (oltre 15.000 iscritti allo Snom contro i 160.000 iscritti alla Fiom) all'agitazione, essa servì ai cattolici per puntualizzare i rapporti sindacato-Stato e sindacato-partiti. Ma la Cil doveva curare i rapporti anche col concreto partito dei cattolici che stava nascendo, secondo i due aspetti teorico e organizzativo, che riguardavano proprio la valenza politica dell'azione sindacale e la sua scelta d'autonomia dai partiti. Durante la presidenza di Valente, fin dalla dichiarazione programmatica, la Cil rivendicava un sindacalismo "del tutto autonomo e maturo, organismo economico-professionale, destinato cioè alla tutela e all'elevazione economico-professionale della classe"32, distinguendo l'organo della vita politica da quello della vita economica. Ma proprio la vita quotidiana, le scelte operative, più che le stesse pressioni di Sturzo per avere un sostegno elettorale, portarono la Cil attraverso le sue strutture locali ad un'interazione tra popolari e sindacalisti. Più dunque della presidenza Gronchi agli inizi del '2033 e degli accordi del '21 (nei quali "riconoscendo l'identità programmatica cristiano-sociale, si fissano i punti sulla collaborazione che va oltre il piano delle consultazioni e in pratica ha una applicazione effettiva nei vari provvedimenti di legge di iniziativa popolare nonché negli interventi presso le autorità amministrative, compiuti da deputati del Ppi in favore delle categorie organizzate nella Cil")34 poté agire in favore dell'incontro tra sindacalismo e partito la vicinanza e gli antagonismi degli uomini del movimento sociale cattolico all'interno della vita civile locale. In questi anni (1919-1923), l'azione sindacale fedelmente rispettava le indicazioni del magistero sociale della Chiesa e l'ubbidienza alle direttive episcopali mentre l'Azione cattolica, sempre legata ad un compito formativo delle masse, affiancava, come abbiamo visto per Gamba e per la provincia novarese, l'azione sociale allo sviluppo di circoli cattolici giovanili.
Nel 1920 l'Azione cattolica aveva ripreso vigore proprio a partire dalla formazione dei giovani in vista del loro impegno sociale, contribuendo a dare prospettiva all'azione pastorale e riorganizzativa del movimento (clero, circoli, partito, sindacato). Il 1 febbraio ad Arona si tenne (sotto la spinta dell'anno precedente) il primo Congresso diocesano con la partecipazione di dodici circoli. Nei primi mesi del 1920 a Gozzano si organizzarono presso i gesuiti (ancora su indicazione del vescovo) gli esercizi spirituali per i giovani. Il 16 febbraio don Stoppa aveva aperto una scuola di propagandisti a Novara, poco più tardi don Raspini ne aprì un'altra. Il 21 marzo tutti gli organizzatori di allora si riunirono in un primo convegno di plaga, ospiti di don Romerio, S. Cristina di Borgomanero. La percezione che ci si ritrovava di fronte ad un periodo decisivo per la storia dei cattolici novaresi nasceva dall'assistere da protagonisti ad un fatto tanto atteso: "Dio tornava ancora sulle contrade e sulle piazze dei nostri paesi, dominate per lunghi anni dai cosiddetti padroni assoluti della provincia rossa". Il "ritorno di Dio" dunque non era solo un'indicazione pastorale della gerarchia: era il clima ideale e quotidiano in cui respiravano i giovani dei circoli tra grandi difficoltà e contraddizioni.
Così, peraltro, accadde a Giulio Pastore. Vissuti in fabbrica i primi momenti dei grandi scioperi, Pastore il 23 aprile "dà gli otto giorni". In tempo per partecipare al primo vero convegno di plaga a Novara per la commemorazione (affidata a Orazio Quaglia dell'istituto salesiano) della "Rerum novarum" il 16 maggio35. Don Cerri e gli altri sacerdoti di Varallo contavano ormai su questo giovane: pensavano di poterlo inserire in modo ufficiale nel movimento cattolico, sostenendolo con contributi economici e curandone la formazione.
Pastore, infatti, lasciò il posto di lavoro perché nominato "propagandista di plaga" per la Valsesia, come risulta dal resoconto dello stato organizzativo della Federazione giovanile diocesana di Novara al presidente del Consiglio superiore della Gci36. Ai primi del 1920 si era costituito, ai vertici dei circoli giovanili, dopo le dimissioni di Sante Scolari, e con il "consenso del vescovo", un consiglio provvisorio formato da Luigi Cappa, Umberto Biglia (rispettivamente presidente e segretario) e Scolari stesso. Don Raspini ne era assistente ecclesiastico. E proprio questi uomini andarono in Valsesia per individuare i giovani da formare: "Cappa, Biglia, don Raspini fecero le loro prime comparse da noi nella seconda metà del 1920", ricorda Pastore in "Gioventù Pura"37. A giugno, ratificato ufficialmente il Consiglio diocesano, l'attività s'intensificò: di fronte ai primi due storici convegni del primo semestre si svolsero entro la fine dell'anno ben sei convegni di plaga.
Il tempo maggiore, però, Pastore lo passava in bicicletta lungo tutta la vallata a tenere alcune delle centonovanta conferenze di propaganda che organizzava insieme ad altri tre responsabili della diocesi. La rievocazione di quei tempi, che egli fa in "Gioventù Pura", nella sua struttura apologetica e aneddotica ci aiuta a capire ancora una volta l'humus culturale e le condizioni materiali in cui viveva.
"Quante volte fu percorsa tutta la vasta diocesi, da cima a fondo, in tutte le sue 377 parrocchie? Quante volte furono visitati i circoli stessi per risolvere crisi e per assicurare funzionamento regolare? Chi può elencare le difficoltà superate? Difficoltà di uomini, in confronto al vastissimo campo di lavoro, difficoltà di adeguata preparazione culturale data l'urgenza e la fatica dell'organizzazione, difficoltà stessa di preparazione spirituale di fronte alle insidie tese alla gioventù, difficoltà finanziarie, difficoltà nel campo avversario e nel campo nostro? [...] Come sorse più di un circolo? Ecco. Anno 1920. Un giorno un propagandista capita la prima volta in un paese della bassa, dove gli sembrava impossibile non potesse farsi un po' di azione giovanile nostra [...]. Trovato il Parroco molto ben disposto per la costituzione di un circolo, incominciò a studiare con lui la soluzione delle difficoltà. 'È difficilissimo avvicinare i giovani!', diceva il Parroco. 'Qui è in pieno vigore la multa a chi va in chiesa. I giovani, per poter lavorare, sono tutti tesserati alla lega rossa, quindi...'. Il propagandista non si perdette di coraggio. Saputo il nome e l'indirizzo di due giovani che ancora salutavano il parroco, quando l'incontravano per strada, si decise di andare a parlar loro. Non li trovò in casa e allora andò a cercarli... all'osteria. Si trattava di due giovani che seguivano, come tanti altri, per forza d'inerzia la corrente. L'idea di una riunione di giovani diversa da quella piuttosto ubriacona (così fu definita dai due giovani stessi) esistente alla locale casa del popolo, incontrò la loro approvazione. Fu subito combinata un'adunanza, per una sera della settimana. Il giovane propagandista fu puntuale ed ebbe la soddisfazione di vedere il numero aumentato a sei. Parlò della Gci, dei suoi scopi, del suo magnifico programma"38. Alcune volte i propagandisti notati nel paese al loro arrivo venivano fatti oggetto di minacce o di vere e proprie aggressioni: "Scoperto, il nostro giovane cercò di far perdere le sue tracce cacciandosi nei vicoli tortuosi del paese. Impossibile! Era continuamente inseguito da sette od otto individui, che apertamente gli gridavano le loro intenzioni. Ecco un bivio! Qualche portone aperto! Ne infila uno, entra in una casa. Trova una mamma con due bambini, di cui il più piccolo piange disperatamente. La donna, quasi impaurita, sta per chiamar gente, ma il suo piccolo d'improvviso si rasserena, ride e batte le manine al nuovo venuto. Una scusa qualsiasi persuade la donna, che risponde tranquillizzata alle richieste del giovane. Passano dieci eterni minuti. Esce. Più nessuno". Oppure erano gli stessi viaggi a creare in un ambiente, avvertito ostile, gravi disagi: "Come non ricordare l'avventura poco lieta capitata ad un altro propagandista in alta montagna? Era stato disposto un turno di propaganda molto faticoso e per circostanze diverse, il propagandista fu sorpreso dalla notte, in una delle più lunghe delle nostre vallate. Sconosciuto, in tempi turbolenti, non gli fu possibile trovare ospitalità. Che fare? 'La casa più amica qui, e la più vicina, è quella del parroco NN. Ma bisogna andare su, su, fino ai piedi del ghiacciaio! Non importa'. In pieno inverno, si mise a risalire la valle fino a m. 1.200 dove arrivò alle ore due di notte"39.
Ma le difficoltà non riguardavano soltanto l'apostolato dei circoli cattolici: la lista del "Rinnovamento" e il combattentismo rossiniano aumentavano la loro campagna di stampa contro il Ppi in quanto "partito di sagrestia"40 e avevano ammiccato l'occhio ai cattolici liberali in nome dell'ordine e della lotta al bolscevismo. Mai come nei primi mesi del '21 "La Difesa", "L'Unione" e "La Fiamma", avevano attaccato, talmente in profondità, il "prete che si interessa di politica" e "che farebbe bene che si occupasse delle condizioni miserissime dei suoi colleghi parroci", cercando di dividere il clero e l'ambiente cattolico, mentre si manifestava la prima integrazione tra gli atteggiamenti liberal-conservatori e massonici con quelli fascisti, che venivano ostentatamente disapprovati solo per le azioni violente: articoli come Il papa dei farabutti. Dedicato all'amico Balossini... ("La Difesa", 4-3-1921), e Meam regnum non est de hoc mundo. Ai cattolici della provincia di Novara ("La Difesa", 6-5-1921), servivano bene come pressione per la divisione dei cattolici, e per la loro aggressione. Al centro di questo nuovo attacco era sempre Balossini, figura simbolo per il suo passato e per il suo presente: nuovo membro della direzione provvisoria del Ppi, sindacalista, giornalista polemico, legato agli ambienti della Curia e ai nuovi circoli cattolici.
D'altra parte la stretta interdipendenza tra azione sindacale e presenza organizzata dell'Azione cattolica si può mettere in evidenza seguendo gli avvenimenti che segnarono il progressivo affermarsi della figura di Pastore nell'ambiente valsesiano. Il 7 gennaio del 1921 a Borgosesia si svolgeva la prima riunione dei presidenti dei circoli di Borgosesia, Romagnano, Crevola, Cellio, Aranco, Agnona, Valduggia, appena conclusasi la "battaglia dei crocefissi" nelle scuole che aveva suscitato l'ammirazione dei cattolici milanesi41. Al convegno popolare di fine gennaio, a Novara, Camaschella di Varallo, Pizzolari di Biella, Scalabrini di Omegna proposero un maggiore coordinamento dell'azione sindacale; il 18 marzo uscì il primo numero di "Bandiera Bianca" che continuerà le sue pubblicazioni fino al dicembre 192242.
Il giornale, che era diffuso in cinquemila copie nei circondari di Novara, Pallanza, Domodossola e Varallo come organo dell'Unione del lavoro di Novara, dà notizia delle aggressioni fasciste a Balossini, che seguirono ai suoi articoli contro le violenze comparsi su "Il Monte Rosa" e su "Il Sempione". Ma è la stessa "Bandiera Bianca" a darci la notizia, il 1 aprile del 1921, di una riunione della Commissione esecutiva dell'Unione del lavoro in cui troviamo, tra gli altri, Pastore commissario di Borgosesia e Zaninetti di Varallo. E se nello stesso numero del giornale si fa presente "l'autonomia del movimento professionale dal movimento politico", pur valorizzando il Ppi "specialmente nella sua opera di carattere sociale ed economico", si intravede assai bene come esso si sviluppasse sulle tracce della organizzazione di plaga, propria dell'Azione cattolica. Non a caso a Borgosesia Pastore, propagandista e organizzatore sociale, ospitò il 3 aprile il primo convegno di plaga, al quale parteciparono centocinquanta giovani di undici circoli43 e dove si costituì la zona alta Valsesia; Pastore ne assunse la prima presidenza con l'assistente ecclesiastico don Paolo Guglielmetti.
A sospingere Pastore e tutto il movimento cattolico era stato lo stesso vescovo, che in occasione della Quaresima aveva rivolto un'accorata lettera pastorale: "Ritorniamo a Dio". Dopo aver dato un centro a tutta l'attività cattolica novarese con la creazione della Casa del popolo, il Gamba rilanciava la chiesa locale come protagonista del rinnovamento sociale. Era nella cristianizzazione della società che questa poteva sperare di salvarsi dalla buia crisi in cui si trovava gettata44. In questa opera la catechesi e l'associazionismo rappresentavano le armi principali, strettamente legate tra loro. L'appassionato appello del vescovo, che sperava nella ricostruzione di un popolo cristiano, forte per numero e coscienza religiosa, allora spaurito ed emarginato, non poteva non influire sugli atteggiamenti di Balossini e del gruppo sociale cattolico nei confronti del fascismo "montante". Le scaramucce e le violenze dei fascisti nella primavera non determinavano il clima della riflessione dei cattolici nei loro confronti; anni di minacce e tensione con socialisti e comunisti e le nuove aggressione dei "rossi" a ridosso della campagna elettorale, l'uccisione di Giuseppe Ferrini nel maggio e il pestaggio di Giuseppe Valsesia permettevano di equiparare i due estremismi. Così mentre si condanna l'anticlericalismo "nero" e si apprezza l'aspirazione all'ordine, non ci stupisce l'atteggiamento dei sindacalisti "bianchi" in quei mesi. A Balossini premeva tendere "una parola serena" al fascismo delle forti aspirazioni sociali e del sindacalismo, per stornarlo dalla violenza e dall'alleanza coi liberali. Ai fascisti Balossini tentava di prospettare una soluzione che non alienasse le classi lavoratrici "nella pratica della vita cristiana della discussione, delle idee e del rispetto della persona"45, individuando la separazione che incorreva tra il fascismo movimento e il fascismo partito del blocco d'ordine (vincente dopo l'estate di crisi per il "patto di pacificazione" coi socialisti). A poco a poco l'espansione dei due movimenti, l'uno irriducibile al patriziato, l'altro sempre più legato al potere locale, contribuì a disegnare un nuovo quadro generale.
Il 29 giugno 1921 si svolse a Borgomanero il primo congresso federale della Gioventù cattolica, in cui si costituì formalmente il Consiglio e la Presidenza generale in sostituzione del Consiglio provvisorio scelto dal vescovo. La linea del vescovo ne riuscì vincente: Scolari usciva dall'organigramma mentre venivano applaudite le due relazioni di Cappa sull'organizzazione e di Biglia sull' "Avanguardia", riportate con rilievo su "Il Monte Rosa". È lo stesso giornale a riportare come Pastore, Vuillermin, Cappa, Musso, Raspini, Vanzina agitassero la discussione che condusse all'approvazione di due ordini del giorno: il primo riguardava l'esortazione alla disciplina federale, alla fondazione di nuovi circoli, all'organizzazione di almeno un convegno di plaga e ad "iniziare l'opera specializzata per gli studenti e per gli operai"46. Si trattava di dar vita al segretariato degli studenti e di delegare presso l'Ufficio del lavoro un membro della Presidenza federale che tutelasse "gli interessi dei nostri giovani". ll secondo ordine del giorno riguardava l'invito alla Presidenza regionale piemontese ad "avviare trattative col segretariato politico del Ppi per il riconoscimento del Governo di tutte le feste cattoliche di precetto". Approvata poi la relazione finanziaria di Poggi, Biglia prendeva la parola per sostenere la necessità della formazione dell' "Avanguardia".
Occorre soffermarsi, per capire questo fenomeno e il linguaggio "avanguardista" in voga, sul clima di tenore postbellico che ancora era vivo e che condurrà Bonomi, nel dicembre 1921, ad autorizzare ai prefetti lo scioglimento delle "organizzazioni armate, che, tanto pei nomi che assumono (Arditi del popolo, Guardie rosse, Squadre d'azione, Cavalleria delle squadre, Cavalieri della morte, ecc.) quanto per i loro statuti e regolamenti"47 si dimostrassero pericolose; il fatto poi che il fascismo riuscisse ad aggirare il provvedimento la dice certo lunga sulla gravità del momento politico. Vi era una diffusa "reviviscenza di spiritualità bellica" che giungeva all'aggressione e all'assassinio: del resto il chierico "eroe" Valsesia fu ricordato nel corso del convegno cattolico novarese.
Così Biglia "già capitano degli arditi, decorato di guerra"48 poté dar vita a quell' "Avanguardia", caratterizzata nel vestiario dalla cravatta bianca, pronta a "difendere" i diritti della fede: "Sono i giovani nostri pronti a sacrificare il tempo libero delle giornate e delle domeniche per la buona causa: ad affrontare qualunque pericolo pel trionfo di Gesù Cristo; sono i giovani disciplinati nell'esercito combattente della propaganda, primi a dare un buon esempio, primi alla Mensa Eucaristica. La costituzione dell'Avanguardia è oggi indispensabile per assicurare le buona riuscita dei convegni, per aiutare i propagandisti, per scuotere quei paesi ove i giovani soggiogati dal rispetto umano non osano avvicinarsi al sacerdote"49.
Nove anni più tardi "Gioventù Pura" rievocando l'azione dell' "Avanguardia", ricordava come Biglia seppe infondere ai suoi "una soda pietà, un sano spirito di formazione culturale e morale, per cui da essa uscirono in poco tempo ben sette vocazioni religiose"50. Dunque a Borgomanero discussero "sull'avanguardia: Musso, Vanzina, Pastore, Cappa, Raspini, Vuillermin; gli ordini del giorno sono approvati all'unanimità"51.
Al grido "O Cristo o morte", già da tempo motto dei giovani cattolici, si chiudeva il convegno, ma non prima di aver eletto la nuova Presidenza federale. Accanto a Cappa (presidente), Vanzina (vicepresidente) e Biglia (generale dell' "Avanguardia"), venivano eletti con gli stessi voti i consiglieri Remigio Barrano e Giulio Pastore. Tre, dunque, dei quattro primi giovani propagandisti del 1920 entrarono nella Presidenza. Promosso alla Presidenza federale, Pastore continua la sua attività di propagandista: anzi nel settembre, dopo il congresso nazionale dell' "Avanguardia" a Roma, quando si propose la costituzione dell' "Avanguardia" a Varallo e Borgosesia, egli è in prima fila. Dal 1922 sarà lui insieme a Pietro Marchino a girare la Valsesia trascinando altri venti giovani sotto il vessillo della "Squadra Pio XI Alta Valsesia".
A Varallo, il 7 agosto 1921, si trovavano Achille Grandi e Giovanni Gronchi, per inaugurare, con il milanese Paolo Dubini (presente a Varallo già nel 1917 come cappellano militare dell'ospedale e predicatore quaresimalista a Borgosesia), il vessillo della sezione della Federazione dell'Ago. È forse proprio in questo periodo che Pastore inizia ad uscire dallo stretto ambito diocesano, in rapporto a nuovi compiti che il movimento cattolico gli affida. È di fine settembre infatti la notizia della fondazione a Varallo dell'ufficio della sezione valsesiana dell'Unione del lavoro, in via Orgiazzi 1, che aveva come segretario Giulio Pastore, "per qualche tempo preparatosi in uno dei centri più fattivi della Lombardia"52.
Di certo i rapporti, già rilevati, tra novaresi e lombardi, assunsero in quel periodo il volto del clero locale, di Balossini e dei loro amici Pizzolari, Vigorelli, Grandi; uomini e opere suscitatori di grandi energie. Ma un altro elemento spingeva i varallesi ad intensificare l'azione sociale: il vescovo Gamba, instancabile, aveva iniziato nel novembre la terza visita pastorale sollecitando la parrocchia a farsi carico del "ritorno a Cristo" ed auspicando nuove iniziative a sostegno del catechismo e della stampa per contrastare la secolarizzazione53.
Naturalmente don Brunelli e don De Dionigi nel reclutare braccia e cuori attingevano ai circoli giovanili. Vediamo così emergere, nel finire del 1921, tra le pagine del rinvigorito "ll Monte Rosa", all'ombra delle firme di Balossini e Camaschella, la presenza di Pastore. Sono i primi interventi giornalistici dell'autodidatta militante cattolico, proprio su nuove importanti tematiche: "Fascismo e sindacalismo operaio". Pastore si dimostrava capace di poter diventare quel redattore che don De Dionigi cercava per affidargli la cura del giornale, dal momento redazionale all'organizzazione tipografica. Accettato questo incarico, per il quale venne stipendiato secondo le disponibilità parrocchiali, Pastore non poteva più restare a Borgosesia: il lavoro giornalistico e l'Unione del lavoro richiedevano la sua presenza a Varallo. Lasciata la Manifattura Lane il 16 dicembre 1921, la madre seguì Giulio a Varallo; il 1 gennaio 1922 il sindaco di Borgosesia inizia la documentazione sui due emigranti al nuovo comune: "Pastore Teresa [...] operaia, Pastore Giulio [...] propagandista". Pastore così aveva raggiunto una prospettiva di vita, riconosciutagli dall'ambiente, che segnò una prima tappa decisiva nella sua continua formazione interiore54.
Dall'ambiente familiare all'attività sociale il giovane era restato coinvolto in una storia più grande, in cui aveva a poco a poco trovato una sua identità. Avanguardista cattolico, sindacalista "bianco", giornalista diocesano, egli non si identificava in questa o quella attività cui dedicava tutte le sue energie. Ma sotto il termine, oggi apparentemente freddo, di "propagandista" Pastore sentiva la sua appartenenza al ricostruito movimento cattolico novarese; nella coscienza di un compito d'apostolato egli iniziava a vedere il principio unificatore delle sue molteplici attività e il metro di giudizio della realtà.


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