Alessandra Cesare - Franco Bergoglio

Crescentino fascistissima
Storia della pubblica amministrazione in un paese di provincia

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Il fascismo è la speculazione sulla mania di grandezza della mediocrità
(Eugenij Evtucenko, Fukù!)

Secondo il ricercatore Romolo Gobbi, autore del testo "Fascismo e complessità"1, la storiografia antifascista necessita di una revisione profonda, tesa ad eliminare dall'interpretazione storica le scorie ideologiche che ne hanno permeato lo sviluppo degli ultimi cinquant'anni. Stando a Gobbi, la storiografia antifascista di impronta marxista ha avuto il demerito di appiattire troppo le sue argomentazioni sugli orrori del fascismo; ed in definitiva di riproporre sintesi frutto più di vulgate politiche che non di interpretazioni originali. Pur non condividendo l'impostazione "forte" proposta da Gobbi per lo studio del fascismo, questo lavoro vuole essere una rilettura del ventennio in qualche maniera diversa, che punta su aspetti poco noti, forse anche marginali, ma che costituiscono un modesto tassello nella spiegazione del periodo. La vita di una cittadina di provincia vista attraverso i suoi atti amministrativi, la sua piccola burocrazia, i suoi legami ed i suoi rapporti coi poteri centrali: in primo luogo stato e partito. Non ci sono nella nostra storia grandi avvenimenti, sconvolgimenti sociali e guerre, ma il loro riflesso è costante e noi abbiamo voluto prendere in esame proprio quei documenti dove l'evento significativo si riverbera in un angusto documento amministrativo o in una lettera autografa.
Uno degli aspetti più interessanti ed originali del fenomeno fascista sta certamente nell'essere un utilizzatore ed un creatore di miti ai quali tenta di infondere un'anima (sono parole del sociologo francese Edgar Morin2) ed è curioso rilevare come l'apparato ideologico fascista venga utilizzato e condizioni anche le scelte amministrative più semplici. Abbiamo tentato di evidenziare le peculiarità del linguaggio politico dell'epoca e di sottolineare di volta in volta alcuni dei rimandi ideologici e retorici sottesi ai documenti visionati.
L'incitamento a intraprendere questo lavoro è stato messo in moto in noi dalla disponibilità di una fonte archivistica nuova, durante il riordino della messe di documenti inerenti il Novecento conservati presso l'Archivio storico comunale di Crescentino. Questo archivio contiene, per il periodo indagato, una ingente e complessa varietà di atti ed una pluralità di fonti che hanno permesso di far incontrare tra loro varie tipologie di documenti istituzionali e non: delibere, lettere, manifesti, libri, fotografie e molto altro per poter costruire un affresco vivace del periodo, seppur limitato ai temi trattati. Non una storia dei grandi fatti o misfatti (per tornare alle premesse) della politica fascista, ma un'analisi di livello "umile" di alcuni "fatterelli" che hanno caratterizzato il ventennio. Uno degli intenti di questo lavoro è di toccare temi che sicuramente sono comuni e si ripetono pressoché uguali in tutte le amministrazioni del nostro Paese. Quando si fa opera di microstoria si deve costantemente tentare il recupero di un senso generale e paradigmatico per i fatti storici presi in considerazione. Se sono vere le parole di Pierre Vilar, quando afferma che lo storico procede per problemi e i documenti non parlano se non li si interroga secondo ipotesi di lavoro3, prima di passare all'analisi delle fonti è necessario chiarire quale metodo abbiamo scelto per "drenare", nella grande disponibilità di materiali accessibili, quelli più interessanti al discorso. I documenti devono essere legati da un significato "collante". "Raramente per lo storico contemporaneo si rivela determinante la conoscenza di un singolo documento [...]" - ha scritto Paola Carucci4 sull'archivistica contemporanea; l'eterogeneità delle fonti obbliga ad interpretare sinotticamente il ventaglio delle sorgenti documentarie; "informazioni interferenti" - le definisce la Carucci - tra cui è necessario scegliere. Qui si è fatto il tentativo di incrociare la politica dei piccoli enti locali con la piccola ideologia del Partito fascista. Gli esiti non sono banali: l'adattamento su scala ridotta delle parole d'ordine del fascismo non ha prodotto solamente risultati insignificanti: in alcuni casi è sorprendente vedere la traduzione concreta dell'ideologia fascista nella vita della cittadina vercellese. D'altronde lo stesso podestà Miglino, uno degli attori principali della nostra storia, pronunciando un discorso dal balcone del palazzo municipale, enuncia chiaro questo principio, che per lui doveva essere un dogma politico: "È sorpassato il tempo dei ridicoli programmi piazzaioli formulati dai vari gruppi di aspiranti alle cariche, la Vostra Nuova Amministrazione non ha perciò nessuna presentazione da formulare (non essendoci più elezioni da vincere, aggiungiamo noi). Vi assicuro però che sarà un'amministrazione eminentemente e profondamente fascista il cui programma è compendiato nella tempestiva e scrupolosa applicazione di tutte le direttive del Regime"5. Uno degli aspetti caratterizzanti il fascismo è quello di voler durare in eterno (questo è anche uno degli elementi qualificanti una dittatura totalitaria) e per "durare" un regime necessita di un forte uso di propaganda e di segni. Ecco l'altro punto centrale dell'analisi: individuare quali simboli di "rappresentazione del potere" pensava il fascismo per una piccola cittadina quale è Crescentino. Di queste tracce non si è conservato molto. Di un monumento dedicato ai caduti e progettato in puro stile fascista non sono rimasti che i disegni mai tradotti in una realizzazione concreta; lo stesso discorso si potrebbe fare per la casa littoria mai costruita. Questo conferma la teoria dello scrittore Plinio Ciani quando afferma, in un bel libro di aneddotica sul ventennio, che le tracce lasciate dal fascismo sono "meno compatte e vistose" di altre epoche6. E sicuramente lo sono se paragoniamo le enunciazioni programmatiche del duce alle realizzazioni pratiche. In molti dei materiali analizzati colpisce il contrasto tra il vitalismo reclamato a gran voce dagli esponenti fascisti e la pochezza di certe iniziative. Questo aspetto è stato ben colto da Hannah Arendt, quando ha scritto che: "Il primo a considerare i programmi politici come inutili pezzi di carta e imbarazzanti promesse, incompatibili con lo stile e l'impeto del movimento, fu Mussolini con la sua filosofia dell'attivismo, che rimetteva tutto al momento storico, alla forza ispiratrice di questo". D'altro canto dietro l'attivismo e l'opportunismo delle politiche mussoliniane stava - ed è sempre la Arendt a cogliere questo aspetto - tutta la filosofia gentiliana imperniata sull' "attualismo", ma anche gli influssi soreliani (si pensi al già citato "mito")7. Altro aspetto minore che si è voluto evidenziare nel lavoro è la interferenza costante del partito nella gestione dell'amministrazione statale. Particolare noto, studiato nelle grandi storie sul periodo fascista e qui provato in un "laboratorio locale" di ricerca storica.
Per quanto riguarda l'arco temporale dei documenti presi in esame, è centrale e prevalente l'uso di fonti del ventennio ed in particolare degli anni trenta, anche se sporadicamente abbiamo utilizzato spunti provenienti da altri periodi storici. Gli anni trenta ricoprono un ruolo centrale e confermano la prevalente convinzione della storiografia ad essere stato questo decennio il momento principe per la costruzione del "mito fascista".
Gli anni delle più grandi realizzazioni "pratiche" del regime fascista si confermano anche quelli del massimo impulso ideologico, quando la fascistizzazione dello stato si dirama dal cuore dell'amministrazione centrale ai vari enti locali, anch'essi totalmente permeati dall'ideologia di regime. Gli estratti di delibere podestarili e di giunta più sorprendenti sono quelli dove abbonda un uso retorico della parola a perorare iniziative pratiche con un alto tasso di contenuto declamatorio: è il caso della dedica a Benito Mussolini della piazza centrale del paese. Lo stesso duce si è trovato in qualche caso a dover frenare una straripante verve amministrativa, come fece una volta in una delle più conosciute concioni, "Il discorso dell'ascensione", quando, rivolgendosi ai podestà, disse: "Adagio con le spese! Io comprendo che il primo podestà della serie voglia far qualche cosa per cui si dica: questo è il colosso, questa è la fontana, la scuola, ecc. Ma [...] adagio anche con le cerimonie, i banchetti e le manifestazioni possibilmente anche con i discorsi"8. Forse vi era troppa foga e si dicevano troppe parole in giro per l'Italia, cosa che al duce - se non era lui a parlare - doveva recare alquanto fastidio. Abbiamo riportato alcuni di questi casi come felici esempi - a volte francamente ridicoli - di corto circuito verbale cui va incontro la propaganda di provincia. Duce, Patria, Italia. La retorica tentava di far amare queste parole ed idee ad un popolo un po' troppo imbelle e per questo le usava ancora di più e in modo sempre più forte: gutta cavat lapidem, dicevano i romani. Ha scritto Pier Giorgio Zunino in premessa al suo testo sull'ideologia del fascismo che, "addentrandoci nell'intrico documentario dell'ideologia fascista, che i più forse riterranno composto solo di materiale di scarto, abbiamo proprio cercato di cogliere la testimonianza di chi, come dice l'autore dei Rois thaumaturges, si affolla dietro le spalle dei 'primi attori'. La mediocrità degli scrittori di 'secondo ordine', osserva Bloch, spesso si rivela la più vicina alle 'concezioni comuni' e al 'sentimento pubblico'..."9. Ecco, questa frase racchiude un po' il senso di quanto seguirà.

"Contributi alla causa"

Abbiamo detto in premessa della massiccia influenza operata dallo stato centrale nei confronti delle pubbliche amministrazioni locali. Quale era in primis la molla ideologica che dettava gesti, parole e regole di una soffocante coercizione? Quale era la volontà (parola molto cara al regime)? Il fascismo si nutre di tensioni ideali, di slanci generosi e di passioni brucianti. Scrive Zunino, raccogliendo un florilegio di "parole d'ordine" dei principali gerarchi, che l'obbiettivo del regime andava da "...'rimuovere l'humus sociale' del paese, a 'rivoltare dal profondo l'Italia', addirittura a 'raddrizzare il carattere degli italiani': erano mete 'quasi sovrumane', diceva qualcuno; 'un'immensa impresa', 'un'opera gigantesca', echeggiavano altri"10. Rimanendo nel solco interpretativo tracciato da Zunino vediamo come il fascismo si sia assegnato un "compito storico" che non è quello di amministrare l'esistente. Il primo segno evidente di questa volontà di spingere in avanti le basi della società italiana, sono i numerosissimi contributi che le pubbliche amministrazioni elargiscono ad enti e fondazioni fasciste. Questi contributi vanno da quello classico all'Opera nazionale balilla e al Partito nazionale fascista11 sezione di Crescentino, a quello fatto alla Federazione dei giovani del littorio12. Si va dall'acquisto di differenti tipi di divise, al contributo ad una banda musicale appartenente alla Gioventù italiana del littorio. Dal 1929 e per tutti gli anni trenta, il comune elargisce con regolarità contributi vari alle colonie, in ossequio alla nuova natura di impero13.
La maggior parte dei contributi riguardano gruppi sportivi o di stretta militanza politica. Dal gruppo sportivo fascista "Savoia", che riceve il suo primo sussidio dall'amministrazione pubblica nel 192914, agli innumerevoli contributi elargiti negli anni al comitato comunale dell'Onb che organizza i gruppi balilla, piccole e giovani italiane ed avanguardisti15. Nelle motivazioni scritte che accompagnano gli impegni di spesa relativi a questi contributi tornano frequentemente i termini educazione fisica e morale: il mens sana in corpore sano del fascismo che del resto ha fatto del mito della romanità una delle sue bandiere. Ancora romanità nell'altisonante terminologia utilizzata per descrivere le formazioni dei bambini-soldati balilla: nel gennaio del 1936 il locale comitato dell'Onb lamenta presso il podestà una passività di 1.500 lire per "l'acquisto di numero sedici moschetti modello 91 e del materiale per l'attrezzamento del tiro ridotto [...] per la dotazione della Coorte Avanguardisti, [...] e all'acquisto di giubbe occorrenti agli Avanguardisti del manipolo scelto". Naturalmente il podestà risponde con un contributo di 1.000 lire alla "proficua attività" e alla "feconda opera sia per l'inquadramento che per l'ordinamento e l'istruzione di tutti gli iscritti"16. Pochi mesi dopo l'Onb crescentinese torna alla carica lamentando con lettera all'amministrazione la difficile situazione economica. La risposta del podestà, con l'elargizione di un nuovo contributo, non si fa attendere e questo sarà il leit-motiv di questi anni: continue e puntuali richieste cui fanno seguito altrettanto tempestive elargizioni. Si potrebbero fare numerosi esempi ancora, valga per tutti quello della banda musicale formata da balilla e avanguardisti che nel 1937, accortasi di non aver pagato gli strumenti musicali acquistati l'anno prima a Torino da una ditta specializzata, chiede soccorso all'amministrazione. Forse a colpa di una richiesta pressante della ditta, questo sollecito giunge all'amministrazione non per lettera ma come "preghiera" verbale, come si evince dalla medesima delibera che non manca di mettere in mostra una notevole pompa nello stile: "l'ottima banda musicale pienamente efficiente che ha già dato ottima prova di funzionamento in occasione delle diverse manifestazioni patriottiche svoltesi nell'anno XV, riscuotendo incondizionato elogio dalle autorità provinciali e locali e dalla cittadinanza tutta [...]"17. E va detto, ad onor del vero, che le bande suonavano molto in quegli anni, tra vari anniversari della vittoria, della marcia su Roma, del Natale di Roma, della fondazione dei fasci di combattimento e anche per l'arrivo delle autorità (in una lettera si menziona un ricevimento a S.a.r. il duca di Bergamo) e dei politici di partito: addirittura in occasione di una visita del segretario federale18. Tutto quest'ottimismo si ripete anno per anno19 in nuove elargizioni del medesimo importo della prima di 1.500 lire, nonostante gli strumenti fossero stati finalmente (con un anno di ritardo) pagati. Altri esempi di contributi erogati in quegli anni riguardano l'organizzazione delle colonie estive marittime ed alpine e le numerosissime sovvenzioni per l'acquisto di divise: in media due all'anno, per importi compresi tra le 1.000 e le 1.500 lire. Le divise poi venivano distribuite in occasioni solenni; una di queste era la "Befana fascista", esempio di "festa laica", se vogliamo un po' frivola, piegata ad un valore propagandistico. Durante la giornata, insieme alle uniformi, ai bambini venivano anche regalati dolci. La ricorrenza era organizzata dalla direzione didattica e dal locale fascio femminile, cui l'amministrazione non faceva mancare un suo contributo20. O almeno non lo fece mancare finché le ristrettezze e i disagi causati dal conflitto mondiale non lo impedirono, nonostante le associazioni non demordessero per motivi bellici: numerose lettere di richiesta di fondi, prima della Gil e poi dell'Onb, rimarcano, in maniera a volte pesante, lo scemare di questi contributi. Una curiosità: il "comandante" comunale della Gil di Crescentino firma la sua richiesta al podestà per ottenere nuovi, consistenti aiuti, "sicuro della vostra fascistica comprensione". Probabilmente questo saluto fece colpo sul podestà che aumentò il contributo da 3.500 a 5.000 lire, come richiestogli21.
Oltre a questo tipo di sussidi, che potremmo definire diretti, le varie organizzazioni fasciste escogitarono, particolarmente negli anni trenta, altri escamotages per ottenere in maniera indiretta ulteriori introiti per le loro casse sempre bisognose di denaro: uno dei più tipici è quello della lotteria. Le lotterie venivano organizzate dai comitati comunali e provinciali dell'Opera balilla; le varie amministrazioni locali venivano invitate ad aderire comprando biglietti, i cui proventi andavano a beneficio dei bambini poveri. Il Comune di Crescentino, "ritenendo doveroso" aderire, comprò biglietti per 80 lire nel 1935 e 100 lire nel 193722.
Del 1936 è invece uno dei contributi più particolari: quello al locale fascio per l'assistenza estiva ai figli dei richiamati in Africa orientale23, per un importo di 500 lire. Nel 1942 toccava ai militari stessi ricevere doni durante la settimana del pacco coloniale per i combattenti. Bisogna tentare di tenere alto il morale delle truppe, anche se la delibera podestarile parla di "affetto della popolazione ed entusiasmo per le loro epiche gesta"24. Del resto sono diversi altri gli esempi di donazioni per motivi "coloniali": uno di essi è l'adesione del comune all'Ifai (Istituto fascista dell'Africa italiana), cui ripetutamente il podestà rinnova l'associazione per un importo annuo di 50 lire25. Questo genere di contribuzioni è comunque tipico del periodo e comune nelle amministrazioni degli enti locali. Unico termine di paragone tra i contributi di "regime" e quelli non, è la misera somma di 300 lire elargita una tantum alla Croce rossa italiana26 nel 1940. Si è anche visto un versamento, definito in delibera lieve, elargito al patronato per i liberati dal carcere, in occasione del condono concesso per la nascita della principessa Maria Gabriella di Savoia, di 100 lire27. Come si può notare, quando i destinatari dei contributi non sono enti di stretta emanazione fascista, ma istituzioni formalmente indipendenti, le somme diminuiscono in maniera drastica.

Un regalo di compleanno per il duce

Il rilievo appena fatto risulta macroscopico in quei particolari casi dove è più evidente il bisogno di mostrarsi primi nelle manifestazioni della grandeur fascista. La Provincia di Vercelli, di fresca statuizione28, desiderando "volare alto" nel ringraziamento al regime ed al duce per averne favorito la creazione, si fa promotrice di un regalo davvero particolare in occasione del compleanno di S.E. Benito Mussolini: niente di meno che un aeroplano29. Non dobbiamo dimenticare che la "macchina volante" di futurista memoria rappresenta appieno in questi anni un simbolo forte di alcuni tra i valori più importanti del corpus ideologico del fascismo. Il volo è Pindaro, la macchina è la tecnologia e l'aeroplano incarna lo sprezzo del pericolo (come testimoniano le imprese dannunziane). L'aeroplano da guerra è il moderno destriero, i molti baroni rossi della prima guerra mondiale sono gli odierni cavalieri. L'ideologia guerriera del fascismo non poteva identificarsi in un'immagine altrettanto evocativa. "Chi si cimenta nella navigazione aerea sa di affrontare una nuova via di educazione dello spirito. Perciò Benito Mussolini ha cominciato presto a volare"30. Così scrive Guido Mattioli, una delle tante penne al servizio del potere, nel libro "Mussolini aviatore". Ed è vero che Mussolini cominciò presto a volare, ma altrettanto rapidamente si fece ritrarre a bordo di aeroplani col casco da aviatore insieme ad eroi del volo. In altre immagini il duce visita gli stabilimenti che producono veicoli o ammira compiaciuto il primo modello del Savoia Marchetti 55. Uno dei quadri prodotti dall'Istituto nazionale di propaganda italiana, "Buon senso e tricolore"31, rappresenta l'Italia alata, incorniciata da miriadi di piccoli aerei e il cartiglio recita: "ali, ali, senza numero e potentissime all'Italia nostra madre". Il sottotitolo al quadro aggiunge: "risorgere, ricostruire, ascendere!"32. Un altro ritratto dei primi anni trenta mostra il duce in uniforme da aviatore, in posa statuaria ed idealizzata. Ha scritto recentemente Sergio Luzzatto in uno studio incentrato sull'immagine del duce33 che il ritratto fotografico "si prestava a un trattamento mitopoietico"34 necessario a fargli rivestire i panni dell'Uomo esempio35, come veniva definito dai contemporanei. Ma ritorniamo a Vercelli ed alla sua infatuazione per il volo, testimoniata in quegli anni36 dal raid Vercelli-Tokio effettuato dal pilota Lombardi. Poteva il Comune di Crescentino non partecipare al velivolo-dono voluto per iniziativa della neo Provincia? Ecco il testo della delibera che impegna la cifra di 2.000 lire a favore dell'impresa. Il duce è "magnifico", la manifestazione è "patriottica"; la cifra non è indifferente e merita un'adeguata giustificazione: "considerato che se è doveroso il concorso dei privati deve essere ancora più sentito il dovere di concorrere da parte degli enti pubblici e specialmente dei comuni che S.E. Primo Ministro ha sollevati a maggior prestigio"37.

Mobilitazione permanente: le feste del fascio

L'organizzazione della liturgia di massa non si limitava soltanto ai riti politici del regime, ma abbracciava tutte le manifestazioni organizzate della vita collettiva: dalle sagre popolari, allo sport, alle mostre. Il fascismo si appropriò delle feste tradizionali inserendole nel proprio sistema di miti e simboli rituali; come fece, per esempio, con la "Befana fascista", istituita dal partito nel 1928 con la distribuzione di doni ai bambini poveri, per far sentire "attraverso il sorriso di un dono gentile, l'affettuosa premura della Patria fascista"38. Nel 1931, la "Befana fascista" fu distribuita a Milano il 25 dicembre e per questo venne con enfasi ribattezzata "Natale del Duce".
La "Befana fascista" era solo una delle tante manifestazioni introdotte dal regime all'interno dell'anno fascista. Le più importanti di esse erano quelle che riguardavano "la fascistizzazione del culto della patria", espressione particolarmente appropriata coniata dallo storico Emilio Gentile per descrivere il fervido impegno profuso dai gerarchi nell'organizzazione di un gran numero di riti di massa.
Alcuni di questi, come le feste dello statuto del 20 settembre e del 4 novembre, erano retaggio dello stato laico e liberale ed avevano carattere monarchico e militare; vennero progressivamente svuotate di significato ed a volte sostituite con manifestazioni che direttamente inneggiavano alla rivoluzione fascista e al duce. Quali esempi eclatanti, pensiamo al Natale di Roma il 21 aprile, con annessa festa del lavoro che sostituisce il Primo maggio; il 24 maggio, anniversario dell'entrata in guerra, e la festa dell'uva nell'ultima domenica di settembre. Scrive ancora Gentile, a proposito della festa dello statuto, che "negli anni successivi, la festa fu ricordata sempre in tono minore, finché nel 1930, [...] venne abolita"39. Anche Crescentino riflette su piccola scala il generale andamento della liturgia fascista: quindi troviamo nel 1921 la festa dello statuto40, che già nel 1922 non è più menzionata tra gli impegni di spesa, mentre fa la sua comparsa la festa degli alberi di impostazione tipicamente fascista41, che nel 1927 porta addirittura, in un impeto di parossismo, all'istituzione del bosco del littorio42. Vale sicuramente la pena lasciare spazio alla lettura del testo della delibera: [...] "plaudendo a S. E. il capo del Governo che nella sua inesauribile genialità intende destare nell'animo della nuova giovinezza italiana più forte e più sentito l'amore alla terra ed in modo particolare al Bosco sorgente d'ispirazione. Considerato che è urgente per l'Italia la soluzione del problema della silvicoltura. Considerato che il soggiorno, sia pure saltuario, del giovane balilla all'ombra delle piante è fonte di salute [...]". Dopo simili premesse, l'amministrazione comunale, aderendo all'invito espresso nella circolare prefettizia del 31 maggio 1927, cede in concessione permanente all'Onb un terreno di proprietà comunale fino ad allora destinato ad uso civico. Al di là della retorica bucolicamente fascisteggiante non è impossibile pensare che dietro al bosco del littorio si celi un abile e riuscito tentativo di appropriazione da parte del partito di beni comunali, fino ad allora in uso alla collettività43. Con lo stesso procedimento il partito si fece donare nel 1939 un terreno di 2.000 metri quadri allo scopo di realizzare una casa littoria che sarebbe dovuta divenire la sede del fascio di combattimento e di tutte le varie organizzazioni di regime, tra cui quelle dopolavoristiche. Ricevuta la donazione del terreno sarebbe stato onere del partito procedere alla realizzazione del manufatto. Sappiamo tuttavia da una lettera, inviata dal segretario locale del fascio al commissario prefettizio, che nel maggio 1940 i lavori non erano ancora cominciati e che il partito necessitava di altri soldi44. Non si può comunque affermare che i balilla fossero inattivi: anche a Crescentino, come del resto in tutto il Paese, vennero organizzate le feste di ginnastica, dove questi ragazzi, con gli avanguardisti e le piccole e giovani italiane, eseguivano esercizi a corpo libero, esercitazioni con il moschetto e canti. Il programma cominciava con "Giovinezza", proseguiva con "Balilla", e "Piccola Italiana", per finire con "Dalmazia" e "A Roma". Seguendo il programma della manifestazione, si concludeva con la distribuzione di croci al merito e corteo alla lapide dei caduti45. Sappiamo che il fascismo si gloriava di un'immagine basata sulla forza e sulla vigoria fisica e di conseguenza si impegnava energicamente nel diffondere la cultura sportiva in Italia. Di ciò a Crescentino, escluse le già citate "feste ginnastiche" e l'affitto di un terreno per l'immancabile campo di calcio, l'unica traccia rinvenuta è la sponsorizzazione con coppa di una gara bocciofila del Dopolavoro, cosa che forse avrebbe fatto inorridire il Mussolini aviatore, schermidore e cavallerizzo46.
Proseguendo questa carrellata non si può non riprendere la festa dell'uva istituita a Crescentino nel 1929, che verrà celebrata per molti anni. Nel 1938 viene addirittura istituito un comitato organizzatore di cui fanno parte le personalità più in vista del paese: in ordine d'importanza vengono il podestà, il segretario del fascio, il fiduciario degli agricoltori e quello dei lavoratori agricoli, il direttore didattico, la segretaria del fascio femminile, il parroco, il direttore della scuola di avviamento professionale e il fiduciario dei commercianti. La composizione del comitato, i nomi e le cariche dei membri offrono uno spaccato della società crescentinese alle soglie della seconda guerra mondiale47. Emilio Gentile scrive, ne "Il culto del littorio" sugli aspetti "sacrali" della politica di regime, che "di simbolismo fascista furono permeate anche le sagre tradizionali della vita rurale [...]. La sagra dell'uva divenne un'occasione per esaltare la romanità del fascismo, che restaurava l'italianità 'delle feste dei raccolti' [...]. Secondo l'organo dei giovani fascisti48 tale festa [...] era molto simile a quella dei romani che non ammettevano mescolanze barbariche nei loro riti e non volevano che contaminazioni orgiastiche guastassero le gioiose feste della vendemmia"49.
In stretta somiglianza all'analoga festa del grano ed alla conseguente battaglia del grano, dietro l'enfasi celebrativa si cela preponderante l'interesse ad aumentare la produzione cerealicola in Italia; questo non significa che dette feste siano un mero paravento, ma al contrario esse entrano a far parte di una strategia complessiva che, per ottenere i risultati desiderati, non si può basare solo sul lavoro e sulle nuove tecniche produttive, ma deve fare perno sulla mobilitazione permanente di ampie fasce della popolazione. Questo coinvolgimento servì a sua volta anche a tacere il peggioramento della condizione contadina, seguito alla restaurazione dell'egemonia padronale avallata dal fascismo50. La mobilitazione delle varie organizzazioni fasciste durò comunque a lungo e in qualche maniera si inserì nel tessuto sociale; ben dopo la caduta del fascismo e precisamente nel dicembre 1944, in piena Repubblica di Salò, vediamo rompersi il rapporto idilliaco avuto fin qui tra l'amministrazione comunale e l'Opera balilla, impegnate in un litigio per l'utilizzo della palestra scolastica51.

"Fiori e cannoni"

L'ultima interessante celebrazione, in ordine cronologico, è la giornata dell'impero e del soldato (9 maggio 1940). A favore di questa vengono stanziate a bilancio 250 lire con un delibera datata 23 maggio, che lascia intravedere l'ormai prossimo clima di guerra; nella giornata dei festeggiamenti vennero anche coinvolti i militari di stanza a Crescentino, ai quali, grazie all'Opera nazionale dopolavoro, "vennero distribuite sigarette, fornito vino, organizzato rappresentazioni cinematografiche, ricevimenti ad ufficiali e soldati"52. Il Natale di quell'anno l'Ond organizzò un rancio per i soldati che non potendo tornare a casa in licenza erano rimasti nel paese; non solo: negli intendimenti del presidente del Dopolavoro crescentinese c'era quello di riservare parte della loro sede ai militari, cosicché questi potessero costituire la loro casa del soldato. Questa ed altre iniziative del Dopolavoro non si concretizzarono per motivi finanziari, nonostante l'Ond fosse un'altra di quelle organizzazioni che spesso battevano cassa presso il podestà. Per festeggiare la fondazione dell'impero nel 1941 il presidente del Dopolavoro scrisse di non avere più entrate di cassa "per il fatto che sono sospesi tutti i balli; unico mezzo per alimentare il fondo [...]"53. Torniamo per un attimo all'anno precedente; solamente cinque giorni dopo la giornata del soldato, il 28 maggio 1940, perviene al Comune di Crescentino un bando di concorso per "villaggi e case rurali fiorite", promosso dall'Opera nazionale dopolavoro. Il regime è un giano bifronte, che da un lato guarda alla guerra e dall'altro parla di pace. Lo storico Pasquale Iaccio ha scritto che "in un'epoca in cui i beni di consumo erano ancora limitati, [...] il regime riuscì a vendere le bellezze delle città e del paesaggio italiani come prodotti per il tempo libero"54. Il bando per villaggi e case fiorite conferma appieno questa tesi. Nelle righe di presentazione del bando il presidente del Dopolavoro provinciale, un dirigente del Partito fascista, avvocato pragmatico che ci immaginiamo uomo risoluto, illustra l'iniziativa con immagini poetiche neocarducciane: "l'amore per i fiori, i quali costituiscono la più leggiadra e delicata espressione della natura, è uno degli elementi spirituali che non può essere trascurato in un programma di educazione civica quale è quello dell'Ond". Dopo aver chiesto ai podestà soldi per divise, pacchi dono per militari, moschetti, et similia, adesso si chiede una "appassionata collaborazione per stabilire concorsi comunali per la fioritura degli orti-giardino, balconi e terrazze onde rendere sempre più bello il quadro che il Comune Italiano apprezza ed ammira". Il fine di questa iniziativa è comune a quello di moltissime altre volute dal regime all'insegna dell' "educhiamo le masse" in cui si mescola patriottismo e popolarismo, retorica nazionalista e retorica bucolica: "[...] la bella e gentile iniziativa che intende destare nelle nostre masse rurali l'amore per i fiori e, con esso, il senso artistico nella decorazione della casa, dell'orto e del villaggio!". Anche questo è uno spaccato della provincia italiana all'alba della seconda guerra mondiale: all'interno di una società già militarizzata c'è spazio ancora per la fiduciaria delle massaie rurali, incaricata dal partito di organizzare l'iniziativa55. La figura della donna di campagna che si prodiga energicamente a rendere gradevole il paesaggio potrebbe apparire marginale; si rintracciano invece mescolate qui tre importanti direttrici del credo fascista: il ruralesimo, la politica demografica56, il ruolo della donna. Il modello di uomo nuovo del fascismo si incarnava bene nella figura dell'agricoltore rurale, scrive Zunino57: "c'era l'ardente convinzione che l'uomo nuovo del fascismo sarebbe sortito dai campi. Disciplina, resistenza morale, volontarismo intriso di ottimismo, uno spirito 'sano e paziente': un uomo con una tale fisionomia il fascismo se lo sarebbe dovuto inventare ex novo e invece era lì, tra i milioni di italiani che popolavano le campagne".
Ben presto il fascismo avrebbe mandato quegli "italiani delle campagne" a combattere guerre rovinose e l'Italia stessa sarebbe uscita dalla seconda guerra mondiale più distrutta che "fiorita"58.

I "figli" del fascismo

"Il destino delle nazioni è legato alla loro potenza demografica"59, aveva proclamato il duce in un discorso del 1927 e nel 1928 scriveva un saggio dall'eloquente titolo: "Il numero come forza"60. I fini "militaristi" contenuti in questa parola d'ordine sono evidenti, ed è altrettanto chiaro il ruolo importantissimo che era assegnato dal fascismo alla donna. Scriveva in quegli anni il sociologo e statistico Francesco Colletti: "se le donne daranno i frutti loro, l'impero è solo questione di tempo"61. Queste in breve sono le premesse negli anni venti che hanno portato ad una serie di atti amministrativi volti ad incrementare la natalità e a valorizzare il ruolo di madre attribuito alla donna; decisioni queste che si rifletteranno nelle amministrazioni locali solamente nel decennio successivo.
Il Comune di Crescentino si era già dotato di un regolamento per l'assegnazione dei "premi di natalità" nel 193362, ma è solo quando il tema si fa caldo e Mussolini lancia, nell'anno seguente dalle pagine de "Il Popolo d'Italia", un grido di allarme dai toni razzisti: "La razza bianca muore?"63, che per le amministrazioni locali diventa un dovere morale (nonché una circolare del prefetto64) "assecondare l'opera del Regime, per un migliore e più efficace impulso all'incremento demografico"65.
Il numero di premi da stanziare è proporzionato alla popolazione residente del comune. Crescentino, che nel 1935 contava ben 5.704 abitanti, doveva erogare sei premi di natalità ed altrettanti di nuzialità; le somme corrisposte erano di 500 lire cadauno. Il regolamento per l'assegnazione dei premi prevedeva, all'articolo uno, che i beneficiari fossero i cittadini di modeste condizioni economiche, anche se poi all'articolo tre si chiariva che un premio su quattro doveva essere riservato ai militi della Mvsn (Milizia volontaria per la sicurezza nazionale) che avessero avuto un figlio maschio; e all'articolo quattro si diceva che "nell'aggiudicazione dei premi sono preferiti gli orfani di caduti in guerra e per la Causa Nazionale, nonché gli iscritti al Pnf anteriormente alla marcia su Roma". Premio più che doveroso ai militi della Mvsn il cui regolamento prevede "l'obbedienza cieca ed assoluta"66. Nel 1939 venne concesso a dipendenti comunali ex squadristi una gratifica di 2.000 lire per ciascuno ed è naturalmente presente nella delibera il fondamentale requisito di aver preso parte alla marcia su Roma67. Il fascismo faceva largo uso di prebende per gli accoliti della prim'ora; e quando venne lanciata la parola d'ordine "un posto per tutti", (a patto che i "tutti" fossero fascisti, la cui fedeltà datasse alla marcia su Roma) ne scaturì una tipica truffa "all'italiana", come ha scritto lo storico Fabio Cusin: "Fortunatamente per la gloria e la grandezza della Patria, c'erano anche i benemeriti o protetti, il che contava lo stesso, infatti si trafficava il titolo di squadrista e il brevetto 'marcia su Roma' come la vecchia burocrazia monarchica aveva trafficato [...] il titolo di cavaliere [...]68".
La commissione giudicatrice, che sulla base delle domande pervenute assegnava i premi di natalità, era composta dal podestà, dal segretario del fascio, dal presidente del comitato locale dell'Onb, da un ufficiale della Mvsn e dall'ufficiale sanitario. I premi venivano consegnati durante la ricorrenza annuale della "Giornata della Madre e del Fanciullo".
Tirando le somme: le donne sono di vitale importanza in quanto madri, ma devono partorire possibilmente figli maschi; il premio dovrebbe andare ai poveri, ma in realtà tutto è disposto in modo che esso venga attribuito a genitori squadristi o di provata fede fascista. Nel 1936 gli importi dei premi di natalità vengono ridotti a 200 lire ma ne viene portato il numero a quindici e l'ammontare della somma prevista a bilancio è di 3.000 lire, cifra non indifferente, che testimonia l'importanza del provvedimento presso il regime. Nello stesso periodo vengono prese anche altre misure a favore della natalità per dipendenti statali e parastatali69, mentre negli anni successivi (1937-1938) si intensifica il controllo dello stato sugli enti locali affinché vengano eseguite queste direttive ed insieme ai premi di nuzialità e natalità vengano applicate le previste riduzioni progressive sull'imposta di famiglia per chi aveva più di tre figli e l'esenzione totale per un anno agli sposi di età inferiore ai trent'anni. Rispondendo ad una circolare del prefetto in merito, il podestà di Crescentino dichiara di aver erogato 15.500 lire per sessantacinque premi di natalità e 3.000 lire per premi di nuzialità. Questo conteggio è riferito agli anni precedenti al 1937, mentre per quell'anno vengono stanziate 3.000 lire per sei premi di nuzialità e 3.000 per quindici premi di natalità. Nel telegramma il podestà precisa anche di aver concesso la riduzione progressiva sull'imposta del focatico e l'esenzione per gli sposi70.

Propaganda: cittadini illustri

Capita alle volte che anche i piccoli comuni come Crescentino si trovino immersi, forse loro malgrado, nelle correnti della grande storia. È il caso del "discorso delle cittadinanze onorarie". Se è vero (e da Bloch in avanti lo è certamente) che lo storico "procede per problemi" e che "i documenti non parlano"71 se non li si sa interrogare, forse rileggere le delibere e le motivazioni per l'assegnazione di una cittadinanza onoraria ci porterà ad alcune interessanti riflessioni sull'infinitamente grande e sull'infinitamente piccolo.
Partendo dalle onorificenze di un comune di provincia si potrebbe scrivere una succinta, ma attendibile, storia delle relazioni internazionali dell'intera nazione. Il primo titolo onorifico è concesso nel 1918 al presidente degli Stati Uniti d'America Woodrow Wilson, il terzo (ed ultimo nella nostra analisi) è tributato nel 1933 a Benito Mussolini. Questo cambiamento nella politica estera segna anche un mutamento radicale nel giudizio pubblico, se riteniamo il consiglio comunale rappresentativo della sua cittadinanza. Si osservino i giudizi su America e Germania dati nel 1918, prima che subiscano il rovesciamento per mano di Mussolini. "[...] a tutto il mondo è noto quanto quella nobile Nazione, [gli Usa, nda], dietro le costanti esortazioni del suo Presidente [Wilson, nda], abbia contribuito colle Nazioni dell'Intesa per ottenere il trionfo della libertà e della civiltà mondiale con l'abbattere le Nazioni teutoniche, le quali calpestando i trattati internazionali, e contro ogni buon diritto delle genti, seguendo i barbari sistemi dei loro antenati Attila e Barbarossa, calpestarono e devastarono il suolo di tranquille nazioni al solo scopo di far preda, ed imporre come per sempre loro ferocia e brutale volontà [...] Emettendo un unanime evviva agli Stati Uniti d'America, al suo degno Presidente, alle nazioni dell'Intesa, alla nostra Italia, all'esercito ed all'armata, ed al nostro e prode valoroso Re: unanime per acclamazione delibera di conferire al più grande uomo di stato, al più grande cittadino che vanti l'umanità, cioè all'illustre Presidente Woodrow Wilson la cittadinanza onoraria crescentinese"72. Come si può notare la retorica patriottistica non è esclusivo terreno di dominio della propaganda di epoca fascista, anche se nel caso specifico il segno è rovesciato. Nello stesso giorno, per bilanciare un così grande onore tributato ad uno straniero, viene insignito dello stesso titolo anche il generale Diaz; nella delibera, immediatamente successiva alla precedente, ritorna ad essere esaltato il valore dell'esercito italiano contro "la barbarie delle orde teutoniche"73.

Propaganda: il duce e la "piazza"

"Oggi, grazie al fascismo che attorno a sé come fuoco centrale aduna il fiore dei giovani e dei galantuomini, vale a dire il meglio che possa mai augurarsi sulla terra dei mortali, questa nostra propaganda viva e sintetica materiata di immagini e di sentenze, risulta benemerita ed opportuna, come in nessun altro periodo politico. Tanto vero che i giovani plaudono per generosa forza d'intuizione e i galantuomini d'età matura con egual sentimento ripetono il plauso per intima e più elaborata convinzione di spirito"74.
La terza grande onorificenza è tributata dalla Città di Crescentino a Sua Eccellenza Benito Mussolini nell'anno 1932. L'occasione è quella della sua visita al comune75. Nell'ambito di una più completa ridenominazione degli assi viari cittadini76, si decide di intitolare al duce la piazza principale, già del Municipio. Dalla deliberazione del commissario prefettizio77 estraiamo una cronaca della giornata (25 ottobre) ed uno spaccato di quella retorica che stava raggiungendo allora il suo obiettivo, come scrive lo studioso Sergio Luzzatto: "Nell'evoluzione dell'immagine del duce, il 1932 marcò una tappa decisiva. Intorno alle celebrazioni per il decennale, retori e propagandisti del regime scoprirono in effetti [...] come la rappresentazione immediata dell'era fascista non fosse necessariamente antiestetica"78. Vedremo in seguito come si svilupperà questa propensione "artistica" nel nostro comune. Ma torniamo al resoconto del commissario: "Considerato che l'intera Popolazione di Crescentino ha potuto oggi stringersi - con un fremito solo d'amore e in un delirio d'entusiasmo - attorno a S.E. Benito Mussolini, al Grande Artefice della Rivoluzione Fascista, confermandogli - acclamandolo - la sua ardente passione, l'immutabile devozione, la cieca obbedienza, e sentire la di Lui alta e incitatrice parola; considerato che la spontanea, imponente manifestazione, che non trova confronti in nessuna altra svoltasi nel passato in Crescentino, e che è destinata a rimanere indelebilmente scolpita nella memoria di quanti vi parteciparono, assurge per questa Città all'importanza di storico evento [... la popolazione], appagata nel suo fervido voto di poter onorare nelle sue strade, nelle sue piazze l'amato Duce, chiede ora - con orgoglio - di legare il ricordo delle ore di ansiosa attesa e travolgente entusiasmo stamane vissute ad un atto della Civica Amministrazione che abbia per il Grande Capo il significato del più profondo ossequio [...]". Lasciando da parte i dubbi che en passant potrebbero sorgere circa la spontaneità dell'adunata (si sa che i bagni di folla del duce erano attentamente sorvegliati dalla macchina del partito), la greve retorica contenuta nelle parole del commissario non lascia dubbi sul grado di penetrazione raggiunta dalla propaganda nei primi anni trenta. Il documento si chiude con una raffigurazione di Mussolini come di colui "che ha dischiuso all'Italia una nuova, luminosa Era di Potenza e di Gloria". Era, potenza e gloria, sono alcuni dei termini che più ricorrono nei documenti di propaganda del periodo.
Dal brano della delibera che abbiamo appena riportato, immaginiamo il discorso del duce più volte infiorettato con lo slogan rivoluzione fascista; viene in mente il brano di un'intervista riportato da Fabio Cusin nella sua antistoria d'Italia: "[Il duce] parla continuamente della rivoluzione; 'perché?', chiede il giornalista, e il dittatore candidamente: 'Quella parola fa un'impressione mistica sulla massa'..."79. Cusin definisce queste parole tipiche della retorica mussoliniana come eccitanti verbali, che scendono dal capo fino ai più marginali adepti di provincia.

Propaganda: il "duce-monumento"

Nient'altro che un uomo irrigidito, divenuto la statua di se stesso
(Luigi Pirandello)

La felice similitudine tra la pietra e la natura, ovvero la condizione fisica e quella morale del "capo", si devono all'acutezza di un giovane Pirandello e sono riprese da Sergio Luzzatto80 nell'affrontare appunto la monumentalizzazione dell'immagine del duce e delle sue parole, riprodotte fedelmente dagli architetti di regime su frontoni e facciate degli edifici pubblici.
L'architettura, con la radiofonia e la carta stampata, diventa durante il regime una tra le più potenti e persuasive armi propagandistiche, per la sua semplicità ed evidenza, per la sua autoreferenzialità nel comunicare con le masse. "L'architettura - scriveva in quegli anni Massimo Bontempelli - è una questione morale81". Ecco spiegato il rapporto tra la parola e l'azione subitanea degli architetti: "Andate verso il popolo, dice Mussolini [...] e di colpo nascono da queste parole le nuove individuazioni architettoniche, i nuovi sistemi imposti ai costruttori. Il villino non ha più importanza; e il monumentale non si confonde più col decorativo, perché il monitum deve rampollare dal fondo [...] Teatri per grandi folle, sanatorii, case del Fascio, strade, ponti, porti, scuole". E naturalmente i monumenti, non dimenticati da Bontempelli82 nel suo elenco, ma sottintesi, dal momento che ogni opera pubblica eretta durante il periodo fascista deve essere di per se stessa un po' monumento.
Persino l'amministrazione di Crescentino valuta negli anni trenta l'ipotesi di dotarsi di un gruppo scultoreo commemorativo, dedicato al milite ignoto, forse per sottolineare meglio il sacrificio dei soldati italiani durante la prima guerra mondiale. Cavallo di battaglia del primo fascismo, la vittoria italiana nella grande guerra era stata finora commemorata solamente con la posa - il 4 novembre 1920 - di una stele marmorea sulla parete della torre civica, prospiciente la chiesa parrocchiale. Nella sezione cartografica dell'Archivio storico comunale abbiamo rinvenuto disegni, schizzi e bozzetti preparatori, realizzati da docenti dell'Accademia di Belle Arti di Torino83. Al progetto non è seguita l'effettiva realizzazione dell'opera, come è avvenuto per il monumento dei caduti voluto dalla prima amministrazione comunale del secondo dopoguerra, commissionato allo scultore torinese Ettore Tinto. Si tratta di una figura femminile in bronzo, raffigurante la Fede, che sopravanza una stele marmorea con incisi i nomi dei caduti. Il monumento venne inaugurato nel 1947 in occasione della manifestazione per l'8 settembre. Un piccolo opuscolo, curato dalla amministrazione comunale, celebra l'avvenimento (non senza una certa dose di retorica) da parte del sindaco, maestro Guido Casale, socialista con trascorsi fascisti nel suo passato recente84. Scrive Casale nell'opuscolo: "Crescentino, culla di eroici Generali, di valenti Musicisti e Poeti, di Artisti e Artigiani insigni, [...] di benemeriti e colti Sacerdoti [...] Crescentino dalla vetusta Torre, fronteggiante la Chiesa Parrocchiale linda e solenne; [...] Crescentino dal-l'antico e miracoloso Santuario della Madonna del Palazzo [...]"85. Il monumento al milite ignoto mai realizzato si caratterizzava, rispetto a quello dedicato ai caduti, per la maggior monumentalità dell'impianto e per l'imponenza della statua stessa. Al centro di una costruzione a metà strada tra "l'altare pagano" e il podio, delimitato sui tre lati da alte pareti quasi fossero quinte teatrali, si erge il vero e proprio monumento: un giovane possente, statuario, fedele ai canoni della scultura romana, in posizione plastica, con il braccio destro sollevato ad illuminare il cielo con una torcia. Qualcuno potrebbe pensare che la descrizione che stiamo proponendo di questa opera sia una forzatura o, in alternativa, un'esagerazione anacronistica da parte dei progettisti e dell'amministrazione, ma non è così. Anche in questo caso il nostro esempio è paradigmatico di una prassi propria del fascismo; lo storico Emilio Gentile, che si è occupato in modo approfondito del tema, ha scritto: "Piazze e monumenti diventarono stabilmente 'spazi sacri' dove una massa liturgica celebrava periodicamente i riti della patria accompagnandoli con atti di riconoscimento e di devozione verso il 'salvatore dell'Italia'. Molti alimentarono, per convinzione e interesse, la restaurazione del culto patriottico"86.
Una similitudine lega il monumento realizzato a quello rimasto sulla carta: la luce. Nel primo caso, è una luce soffusa emanata dalla lampada sorretta dalla figura femminile, simbolo di fede; mentre quella della fiaccola nelle mani del giovane, raffigura pur sempre una fede, qui emblema della forza virtuosa del popolo.
Il complesso monumentale fascista è più articolato, poiché per suo tramite il regime intende veicolare un numero maggiore di messaggi intrecciati fra loro; è anche più monumentale e grandioso, vista l'altezza di quasi quattro metri prevista per la statua. La fiaccola illumina i nomi dei caduti come per strapparli alle tenebre e consegnarli ad un futuro radioso. La virile figura del giovane ne compendia quelle che dovevano essere le qualità fisiche e morali, mentre un crocifisso alla destra ricorda il sacrificio e la cristiana consolazione. Sulla parete di fondo campeggia la lapide con i nomi dei caduti. Abbiamo finora descritto nei particolari una delle bozze del lavoro, anche se in archivio sono conservate altre tavole, che presentano varianti rispetto al progetto da noi descritto. Queste modifiche segnano un ridimensionamento alla monumentalità della prima stesura: l'ampio colonnato si riduce e l'effetto coreografico insiste sulla funzione ornamentale dei cipressi; viene meno il riferimento religioso con l'abolizione del crocifisso a favore del culto della patria87 come madre: "Madre madre risorgiamo, madre madre risorgeremo", si legge in calce al monumento. Quest'ultimo viene avanzato in primo piano, davanti ad una scalinata di dimensioni ridotte ma centrale rispetto all'impianto, espediente che ne aumenta l'effetto finale di "altare". Un acquerello a colori ci mostra come si sarebbe inserito il complesso monumentale nel tessuto cittadino. Il monumento doveva essere realizzato in uno spiazzo a lato della stazione ferroviaria (dove ora si trova un capannone adibito a bocciofila) e non nelle vicinanze del cimitero, come potrebbe far pensare l'uso di alcuni elementi quali il crocifisso e i cipressi colonnari. Forse il monumento era parte di una più ampia realizzazione che comprendeva anche un viale della Rimembranza dedicato ai caduti della prima guerra mondiale, come era stato più volte richiesto dal professor Guido Borgondo, presidente della sezione crescentinese dell'Associazione nazionale combattenti88. Bisogna dire che l'acquerello introduce ulteriori variazioni al progetto, di nuovo nell'ottica di una riduzione del complesso: spariscono i cipressi sostituiti da tigli, mentre la statua e la scalinata paiono maggiormente addossate allo sfondo marmoreo. Nessuno di questi disegni è datato e non si è neanche trovato un riscontro tra le delibere promulgate in quegli anni; esiste però una terza proposta di monumento ai caduti, molto diversa rispetto alle due prese in esame sino ad ora e risalente al 1931. Si tratta in questo caso di una statua singola al posto del complesso e la rappresentazione del soldato in tenuta da marcia con bastone, moschetto e un pesante zaino sulle spalle, costituisce un rimando più realistico e diretto alla grande guerra rispetto alla romanità del guerriero nudo. Nuovamente abbiamo due bozzetti distinti, con piccole varianti che sottolineano ora la fatica della marcia, ora il coraggio nell'avanzata. Nel 1936, su sollecitazione del prefetto che si accoda ad una delibera del Gran Consiglio del fascismo, il Comune di Crescentino acquista per 1.200 lire una lapide "in marmo bianco di Carrara"89, ricordo dell'assedio economico, imposto dalla Società delle nazioni dopo l'aggressione italiana all'Etiopia.
Il podestà in delibera plaude "all'iniziativa che ricorderà alle future generazioni l'atto ingiusto delle sanzioni, cui è stata sottoposta la Nazione"90.

Propaganda: le mostre

Abbiamo già visto come il 1932, occasione del decennale della marcia su Roma, segni l'avvio della propaganda tramite rappresentazioni pubbliche. La mostra della rivoluzione fascista, inaugurata agli inizi del mese di ottobre a Roma, "segnò l'apice di un vasto programma espositivo [...] fitto di celebrazioni, tra cui anche la mostra dedicata a Garibaldi e quella della Bonifica integrale91. La politica espositiva, la spettacolarizzazione, la trasformazione di una manifestazione in evento culturale, sono altrettante occasioni celebrative per il regime: "Mostrare per dimostrare", ha sentenziato in maniera epigrammatica la storica della fotografia Antonella Russo. La fotografia "diventava l'elemento centrale nella politica della 'dimostrazione', [...] la fotografia essendo il mezzo di riproduzione dell'immagine nell'era moderna, provava che il fascismo era al passo con i tempi"92. Bisognava raccogliere materiali documentari per fondare l'ideologia e plasmare il culto del fascismo: vennero raccolti dal comitato organizzatore 17.000 documenti, fra cui 15.000 fotografie. La mostra ebbe un successo notevole e Mussolini decise di renderla permanente. Quale ricaduta ebbe localmente tutto questo fervore celebrativo da parte del regime? Innanzitutto bisognava mostrare agli italiani le realizzazioni pratiche del regime. Ecco ad esempio il ministro dei Lavori pubblici incaricare l'ufficio del Genio civile di raccogliere dati sulle opere pubbliche eseguite da province e comuni nel decennio (1922-1932). Tale richiesta viene girata ai podestà e ai presidi di provincia, i quali rispondono su strade, acquedotti, ospedali, scuole. A Crescentino, proprio a cavallo tra il 1931 e il 193293, si pone mano alla realizzazione delle nuove scuole elementari. A ridosso dell'apertura della mostra, il prefetto invia ai vari podestà e commissari prefettizi vario materiale di propaganda94, tra cui diversi cartelloni murali. "Raccomando alla S.V. di curare la massima diffusione [...] facendo affiggere i manifesti anche nei più piccoli centri abitati e distribuendo il materiale perché venga esposto in tutti i negozi in modo che nella ricorrenza del Decennale, vengano fatte conoscere in ogni più remoto angolo d'Italia le grandi realizzazioni della rivoluzione fascista"95.
La delegazione dei fasci femminili del Pnf, non potendo esimersi dalla logica della mostra, organizza per il 6 settembre 1932 una "mostra nazionale dei lavori femminili"96; con un'ennesima circolare, la delegata provinciale dei fasci femminili chiede ai podestà di segnalare istituti, laboratori, ditte femminili da fare aderire alla manifestazione e romanamente saluta. Il comune è ancora tirato in causa negli anni 1939 e 1940 in occasione di una rassegna dal titolo "Vercelli e la sua Provincia dalla Romanità al Fascismo", una specie di "Mostra augustea della Romanità" (Roma 1937), in chiave locale, organizzata dal fascio vercellese, che riceve dall'amministrazione del Comune di Crescentino due contributi di 2.000 lire cadauno97.

Propaganda di carta

Benito Mussolini è stato per molti anni giornalista e ha ricoperto il rilevante incarico di direttore del quotidiano socialista l' "Avanti!". Nessuno meglio di lui può essere dunque maggiormente sensibile all'uso della stampa e della parola scritta a fini propagandistici. Si pensi al fatto che il genero del duce, Galeazzo Ciano, dal 1923 ricopre il ruolo di capo dell'ufficio stampa.
Il regime prima (negli anni venti) "fascistizza" tutte le testate giornalistiche e irregimenta i giornalisti poi (negli anni trenta) si occupa di aumentare le tirature di questi prodotti della manipolazione governativa. Come si incrementano le tirature? "Con quel sistema di pressione capillare attraverso gli organismi politici, che non mi piace in quanto è motivo di opportunistiche adesioni al giornale"98, sono parole di Giorgio Pini, giornalista e redattore capo de "Il Popolo d'Italia". La prima sollecita ed "opportunistica adesione" a "Il Popolo d'Italia" da parte dell'amministrazione di Crescentino è del 1931. La motivazione contenuta nella delibera podestarile sconfessa invece appieno i buoni propositi del giornalista che vuole conquistarsi da sé i lettori. Innanzitutto l'amministrazione de "Il Popolo d'Italia" invita annualmente a mezzo lettera gli enti locali ad abbonarsi al giornale e anche a una numerosa serie di riviste e rotocalchi (parola in uso nel periodo) quali: "La Domenica dell'Agricoltore", l' "Almanacco Fascista" e "La Provincia di Vercelli" (dal 1930)99 e dal 1934 "Il Bosco" e "La Rivoluzione". In subordine l'abbonamento mostra una sicura adesione formale alle idee politiche del fascismo: "Ritenuto utile ed opportuno aderire alla fatta proposta anche per dimostrare in modo tangibile al giornale creato dal Duce l'entusiastico consenso e la devozione di questo Comune" [...]100, si dice nella delibera di impegno per la sottoscrizione a "Il Popolo d'Italia", definito "la più pura espressione del Regime"101. Quest'ultima affermazione è condivisibile, sebbene forse non nel medesimo senso; come ha scritto Paolo Murialdi: "Il Popolo d'Italia è l'emblema personale di Mussolini; e come tale, sarà sempre considerato il supremo organo di orientamento politico"102. "La Rivoluzione" è una rivista la cui natura emerge chiara dalla delibera con cui se ne dispone l'abbonamento: "[...] la quale ha lo scopo di esaltare il ricordo dell'azione squadrista, del sacrificio e dell'abnegazione dei propugnatori del movimento rivoluzionario, e di perpetuare la memoria di coloro che caddero per l'ideale, merita la massima considerazione e il più cordiale appoggio"103. In alcuni casi l'appoggio viene raccomandato dal prefetto al podestà: si tratta della diffusione della rivista "Tricolore", sottotitolato "Giornale bandiera dell'Impero", di particolare diffusione nelle file dell'esercito. Le motivazioni per sottoscrivere i cinque abbonamenti richiesti fanno leva sul fervore patriottico e sulla devozione degli italiani al duce, fondatore dell'Impero104.
Si è detto dell'importanza che riveste per il regime la cultura scritta tout court. Gli abbonamenti alle riviste incominciano nel 1930 e terminano solo con la caduta del regime nel 1943; e se si confronta questo dato con quello delle acquisizioni di materiale librario, ad uso della biblioteca civica e delle biblioteche scolastiche, che inizia con l'istituzione di queste ultime nel 1931 e termina con l'interdizione all'accesso alla biblioteca per gli ebrei, dell'aprile 1942, emerge netta la centralità temporale degli anni trenta per la diffusione della stampa periodica e di quella libraria.
Contribuisce a dipingere un vivo affresco di quegli anni una scorsa ad alcuni dei volumi che vengono acquistati.
Uno di essi è addirittura oggetto di una finissima delibera podestarile: si tratta del volume redatto dal generale Nicola Brancaccio il cui titolo ha oggi un sapore vagamente demodé: "Dal nido savoiardo al trono d'Italia", della casa editrice milanese Libri Fecondi. Questo testo, che "per i particolari suoi pregi storici ed artistici che esaltano la nostra casa regnante, dovrebbe figurare in ogni municipio del Piemonte, ove si svolsero per secoli le maggiori gesta della Casa di Savoia da cui l'Italia trasse non soltanto le sue origini storiche ma pure lo splendore e la magnificenza della grandezza che resero rispettata e temuta la nostra nazione fra i popoli del mondo"105. Tutto questo "real" patriottismo può essere forse giustificato dall'alto prezzo dell'opera: ben 400 lire! In realtà, il motivo è un altro ed emerge dalla lettura della delibera di impegno all'acquisto: "[...] considerato che la Città di Crescentino da antichissima epoca è legata alla Dinastia Sabauda [...] non immemore delle generose concessioni dei duchi di Savoia: concessioni delle quali permangono tuttora caratteri indelebili". Con queste parole si fa riferimento alle molte concessioni ottenute dai Savoia nel corso dei secoli, tra cui il titolo di città106.
Per le scuole viene acquistata una "Storia della Rivoluzione Fascista" in cinque volumi del professor Chiurco; nell'opera "è narrata giorno per giorno, con ampia e sicura documentazione tutta la storia della Rivoluzione Fascista [...]". Parrebbe un'opera troppo ponderosa per dei bambini, ed infatti nella deliberazione si chiarisce che essa è "utilmente assegnata" ad uso del corpo docente107.
Ex fructibus eorum cognoscetis eos. Ha scritto Denis Mack Smith che la massima abilità di Mussolini "consisté nel fabbricare e diffondere miti"108. Lo storico inglese si riferisce qui alla politica estera, ma è possibile estendere quest'affermazione a tutta la politica mussoliniana, come anche si può fare per l'altra sua dichiarazione per cui: "Qualsiasi storia della politica estera di Mussolini deve essere anche una storia della sua propaganda". Se togliessimo la parola "estera", potremmo ottenere un valido postulato al senso del nostro studio, nel mostrare, accanto agli atti amministrativi, anche i necessari infiorettamenti retorici. Come abbiamo visto Mussolini scrisse molto, ed il Comune di Crescentino nel 1934 decise di acquistare una copia degli "Scritti e discorsi", pubblicata in otto volumi dall'editore Hoepli, "per dare ai fascisti e ai cittadini tutti la possibilità di avere un quadro completo del pensiero e dell'attività del Duce"109. A commento di quest'affermazione cediamo ancora la parola a Denis Mack Smith: "Se un uomo politico va giudicato in base a quel che dice, se cioè dice cose profonde o profetiche, o anche soltanto ragionevoli, allora Mussolini va classificato come un uomo politico di terz'ordine"110. Ed alla fin fine l'opera omnia del duce non si può neanche definire il "peggio" che un'amministrazione avrebbe potuto acquistare. Un dépliant rinvenuto tra le carte dell'Archivio offre in vendita a comuni e biblioteche libri sicuramente peggiori, quali: "Storia della razza italiana" con sottotitolo "Da Augusto a Mussolini", oppure "La Nuova Italia d'Oltremare" o ancora "Pagine squadriste".

La radio a Crescentino

Naturalmente le grandi dittature degli anni trenta non si contentano di trasmettere la parola dei capi tramite le varie modalità di scrittura; esse per prime comprendono l'altissimo valore persuasivo della voce trasmessa nell'etere. Gli stessi discorsi di Mussolini comprati qualche anno prima, si tramutano in dischi che poi vengono trasmessi a tutta la popolazione tramite altoparlanti. Qui il fascismo rivela una capacità di valorizzare le nuove tecnologie massmediatiche di molto superiore a quello delle democrazie occidentali dello stesso periodo. Lo sviluppo della radio negli Stati Uniti ad esempio, è spettacolare fin dagli anni venti, ma il nuovo mezzo viene sfruttato a fini prevalentemente commerciali: "i discorsi dal caminetto" di Franklin D. Roosevelt, questi sì di chiara impronta politica, vengono successivamente. Il fascismo, attentissimo alla propaganda, varò una strategia politica di diffusione e promozione del mezzo radiofonico e delle trasmissioni via etere che dovevano raggiungere il duplice scopo di formare e informare, istruire e divertire. Nella seconda metà degli anni trenta il regime si pone come obbiettivo di raggiungere un "ascolto di massa", dal chiaro intento pedagogico. A tale scopo spinge addirittura la tecnologia ad elaborare sistemi per diminuire il costo degli apparecchi riceventi, come erano allora definiti. Nel 1925 il costo medio di una radio era di 3.000 lire e il reddito medio di un lavoratore nello stesso anno era di circa 3.500 lire. Nel 1933 venne posto in vendita il "Radio rurale" e nel 1937 il "Radio balilla" (nome scelto da Mussolini in persona) a 430 lire, finalmente un prezzo quasi accessibile alle grandi masse. Proprio in quell'anno il Comune di Crescentino comprava, a 150 lire cadauno, ed installava sulla facciata dell'edificio delle scuole elementari due altoparlanti, per "dar modo al popolo di ascoltare dal di fuori [dell'edificio] lo svolgimento della cerimonia dell'inaugurazione [della scuola] e gli inni patriottici che vennero suonati con dischi grammofonici"111. L'apparecchio radio era stato acquistato nell'autunno dell'anno precedente112. Nel 1933 era stato fondato l'Ente Radio rurale "al fine di contribuire all'elevazione morale e culturale delle popolazioni rurali", recita l'articolo 1 della legge n. 791 del 15 giugno dello stesso anno. La già citata delibera del Comune di Crescentino sottolinea come, oltre alle "cerimonie patriottiche e fasciste", la radio serve, "perché i cittadini non proprietari di un apparecchio radio potranno ascoltare le trasmissioni delle dette cerimonie e gli agricoltori la trasmissione domenicale dell'Ora dell'Agricoltore"113. L'Ente Radio rurale si vedeva anche affidata la vendita degli apparecchi radioriceventi e delle loro parti (ad esempio gli altoparlanti114) "per le scuole e altri luoghi pubblici dei comuni rurali e frazioni rurali dei comuni"115. Vi era anche un finanziamento di 380.000 lire per tutta Italia: ammontare non indifferente per l'educazione dei fanciulli e delle popolazioni rurali alla "cultura fascista"116.
Torna il concetto di ruralesimo caro al fascismo, e non solo: "L'idea di usare la radio a scopi didattici, rivolgendosi soprattutto ad un pubblico difficilmente raggiungibile da altri mezzi tradizionali di comunicazione culturale e in zone dove la stessa scuola lamentava una impressionante carenza di strutture di base, si ispirava a una caratterizzazione della radio come servizio pubblico, contraddistinto tuttavia da un'ideologia totalitaria [...]"117, come ha scritto Franco Monteleone, dirigente Rai e storico dei sistemi di telecomunicazione.
L'impianto radiofonico acquistato, comprendeva anche un grammofono e permetteva la diffusione del segnale radio in ogni aula dell'edificio, ancor prima che all'esterno. Il direttore didattico consigliò al comune l'acquisto di dodici dischi riproducenti gli "storici discorsi pronunciati dal duce [...] per la guerra d'Etiopia e la proclamazione dell'Impero"118.
Per l'Etiopia si spiega il massimo sforzo propagandistico. Ha scritto Renzo De Felice: "Mai come in quest'occasione il fascismo riuscì a mobilitare e ad utilizzare a fondo le possibilità offertegli dal monopolio dell'informazione e delle moderne tecniche della propaganda di massa. Tutti gli strumenti furono utilizzati al massimo: stampa, radio, cinema, organizzazioni di massa, scuola [...]"119.
Tutti gli storici, e non soltanto De Felice - scrive Paolo Murialdi - sono concordi nel sottolineare il ruolo dei mezzi di propaganda nell'impresa abissina e nel valutare i risultati raggiunti come "i più cospicui dell'intero ventennio"120. Uno degli esempi di questo grande sforzo collettivo compiuto dalla nazione è del 13 gennaio 1936, quando il podestà delibera l'acquisto di cento copie (al costo di 3,5 lire la copia) del manuale linguistico per l'Africa orientale compilato dal maggiore Ferruccio Caressa, "contenente i principali vocaboli della lingua amarica-araba-Tigrina e il linguaggio dei Galla"121, da donare ad ufficiali e graduati di stanza in Africa orientale. L'invito ad acquistare questo libro, arriva tramite circolare dell'Istituto nazionale per le biblioteche dei soldati delle Forze armate: uno dei tanti, curiosi enti122 che proliferarono sotto il fascismo e il cui compito principale consisteva forse nel chiedere periodicamente oboli a privati e amministrazioni comunali.

Fotografia

Perché il popolo non gradisce i lunghi discorsi e le sottigliezze del pensiero.
Vuole affetti e figure!
La propaganda che colpisce nel segno è quella che arriva come dardo al cervello e al cuore, passando per le vie degli occhi e della fantasia.
L'immagine perciò e la figura che rispondono a questo duplice requisito, sono la propaganda più viva ed efficace
123
(Da: Buon senso e tricolore)

Non è poi così consistente, come ci si potrebbe aspettare in un regime ad alto "tasso" di condizionamento ideologico, l'importo per l'acquisto di immagini e fotografie propagandistiche. Nel 1920 la giunta comunale invita il sindaco a fare eseguire delle fotografie alla lapide apposta recentemente a ricordo dei caduti della grande guerra. Nel 1921 viene acquistato un quadro del Parlamento italiano e l'importo (notevole) di 10.000 lire viene devoluto al Regio orfanotrofio militare nazionale124. L'anno successivo vengono acquistate fotografie del monumento ai caduti dall'Associazione patriottica di Roma125 e - dulcis in fundo - il 17 settembre 1923, su invito del sindaco, la giunta delibera di acquistare una fotografia di S.E. Benito Mussolini. Dal tono della delibera possiamo farci un'idea di quale dovette essere il fervore nelle parole del sindaco nel perorare presso i suoi collaboratori l'acquisto dell'immagine. Mussolini è di volta in volta: "ispiratore del patrio amore, di fedeltà alle Istituzioni, e di ogni civile virtù per suo alto senso, è grande statista per l'estesa dottrina, è grande politico per la sua risoluta e franca politica tutta ispirata alla grandezza e prosperità della nostra patria diletta". Dopo molte parole, la naturale conclusione del prolisso panegirico: "è più che meritevole, che la sua, ormai venerata effigie, abbia ad essere esposta almeno in una delle migliori sale di tutti i municipi italiani". Il costo della fotografia è di 100 lire, ma la spesa viene poeticamente definita tenue in delibera e l'immagine preziosa126.
Bottai, uno degli esponenti del governo fascista più sensibile alle questioni culturali, aveva sentenziato quale doveva essere il "compito sociale" e la "funzione politica" dell'arte e, non a caso, un suo scritto del 1940 si intitolava "La politica fascista delle arti"127. In sintesi si voleva un'arte integrata nella politica e un impegno morale totale da parte dell'artista. Naturalmente un'arte sociale richiede una diffusione capillare presso il popolo. Eccone un esempio locale: il Comune di Crescentino ritiene, già nel 1931, di immortalare mediante fotografia le opere d'arte costruite ed in costruzione, per permetterne l'apprezzamento anche ai non crescentinesi mediante "la divulgazione a mezzo dell'arte fotografica"128. Ovviamente vengono acquistate anche fotografie di Mussolini e del re; ovviamente in egual numero (dodici) per entrambi i personaggi, mentre del papa ne vengono ordinate due129. Ancora nel 1937, e sempre in ricordo dei caduti, vengono acquistate duecentonovanta cartoline con una riproduzione di un quadro dedicato al convegno di Peschiera (8 novembre 1917, momento che segnò una svolta alla prima guerra mondiale), il cui introito viene devoluto alla locale sezione dell'associazione dei mutilati130.

Il Ministero della Cultura popolare

19 novembre 1940 anno XIX. Lettera circolare del Ministero della Cultura popolare, direzione generale per i servizi della propaganda, indirizzata ai podestà del Paese. Oggetto: invio di carte geografiche.
"Questo Ministero provvederà ad inviare un congruo numero di carte geografiche (due tipi) raffiguranti l'attuale conflitto:
- carta della nostra guerra: dal Mediterraneo all'Oceano Indiano;
- carta dello scacchiere bellico tedesco.
Dette carte dovranno essere largamente diffuse tra le masse, avendo cura che esse vengano affisse negli ambienti più popolari di codesto Comune (sale di lettura del Dopolavoro, caffè, ristoranti, bettole, osterie, trattorie, negozi in genere, etc.) ed in qualsiasi altro ritrovo. In modo particolare si raccomanda la diffusione delle due carte geografiche in parola negli ambienti rurali ove difficilmente circolano, per l'ordinario, carte geografiche"131. Ne vennero consegnate ben ventisei presso esercizi pubblici del paese e delle frazioni, in ossequio a quanto previsto dalla circolare. Ci sono anche altri segnali della guerra propagandistica del fronte interno. A Vercelli l'Istituto di cultura fascista organizzava conferenze, a cui venivano di norma invitati i vari podestà (i quali spesso "marinavano" volentieri tali conferenze quando riuscivano a trovare chi li sostituisse). Nel 1940 l'argomento di interesse era comprensibilmente legato al momento contingente e dedicato alla "guerra economica"132. Per il resto il Ministero della Cultura popolare non si fece molto sentire nelle amministrazioni locali: tutt'al più per richieste di censura e sequestro di stampa non gradita al regime133, cosa che effettivamente costituiva la sua "specialità".


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