Paolo Ceola
Il "Giorno delle Torri"
Qualche osservazione (politicamente scorretta)
"l'impegno", a. XXI, n. 3, dicembre 2001
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Ritengo sia doveroso per una rivista che si occupa di storia contemporanea affrontare il tema che sta assillando le
menti dei cittadini in questo periodo: gli attacchi terroristici e la guerra che ne è seguita e che è ancora in corso al momento in
cui scrivo. Questo, malgrado la "chiacchiera" sui due eventi abbia ormai assunto dimensioni quasi intollerabili,
un'autentica babele di informazioni mal digerite e peggio riferite, di pregiudizi e interessati silenzi, di invettive e ambiguità.
Cercherò di proporre semplicemente dei motivi di riflessione in forma non eccessivamente sistematica, un po' perché gli
avvenimenti sono ancora in divenire e un po' per rispetto verso i lettori, non volendo offrire alcuna verità preconfezionata.
Si è molto parlato, a proposito degli attacchi dell'11 settembre negli Stati Uniti, di "guerra asimmetrica": con
questa locuzione si intende un tipo di conflitto in cui l'attore A confligge con l'attore B, cercando di sfruttare,
ritorcendoglieli contro, gli elementi di forza dello stesso attore B; insomma, l'attore A fa leva su B per atterrarlo; in proporzione la
fatica che l'attore A deve sobbarcarsi per questa operazione è proporzionalmente molto inferiore al danno procurato. In realtà,
in un certo senso, tutte le guerre sono asimmetriche, perché si cerca sempre di sfruttare le caratteristiche dell'avversario a
suo danno; quando però chi attacca usa
essenzialmente le caratteristiche dell'avversario e le trasforma in armi contro di lui
si può parlare di vera e propria asimmetria. Esiste anche un'altra caratteristica propria di questo tipo di conflitto: i due
contendenti non hanno la stessa architettura istituzionale. Esempio tipico, come in questo caso, uno Stato sovrano opposto ad
una organizzazione non statuale.
Il terrorismo, di conseguenza, lancia, per sua natura, una sfida tipicamente asimmetrica. A parte l'essenziale
elemento della sorpresa, è proprio dell'attacco terroristico utilizzare mezzi, strutture e procedimenti della vita quotidiana della
società sotto attacco per scardinare la medesima. Negli attacchi a New York e Washington questo è risultato con somma
evidenza: a parte la libertà di movimento caratteristica della società americana, l'uso di aerei civili usati come bombe e di
banali temperini per ottenere il controllo degli stessi aerei.
Una prima questione che può essere fatta oggetto di dibattito, perché ha importanti conseguenze sul giudizio cui
sottoporre gli eventi successivi, è se abbiamo assistito ad un mero atto terroristico o a un atto di guerra condotto con i meccanismi
del terrorismo. La questione non è di poco conto perché molti, propendendo per la prima ipotesi, tendono a considerare
esagerata la reazione americana e vi avrebbero preferito una sorta di perseguimento più poliziesco dei soli e individuali
responsabili degli atti terroristici. A parte gli antiamericani per pregiudizio, cui non par vero di potersi scagliare contro l'ennesima
guerra a stelle e strisce, molti in buona fede temevano il verificarsi proprio di quello che sta avvenendo, ossia la propagazione
della violenza ad altri paesi e a livelli sempre più alti. Ora, il mio parere è che è piuttosto ingenuo pensare che un attacco di
queste dimensioni e complessità possa essere rubricato sotto la categoria di mero terrorismo, e ciò anche nel caso che
l'organizzazione che se ne è resa responsabile non abbia goduto di sostanziali appoggi e sponsorizzazioni da parte di una qualsiasi
entità statuale. Questa idea pare confermata dal succedersi di attacchi a base di armi biologiche cui gli Usa sono
attualmente soggetti, che dal punto di vista concreto sono molto più probatori perfino delle dichiarazioni esplicite del cattivo di
turno, il signor Osama bin Laden. Sembrerebbe insomma che sia più pertinente parlare di una vera e propria guerra contro gli
Stati Uniti, e probabilmente contro l'intero mondo capitalistico, condotta, nelle sue fasi iniziali, attraverso metodi
terroristici1.
Come è ovvio, il fatto che di guerra si tratti comporta una notevole serie di conseguenze, che riguardano in parte i
due contendenti presi separatamente e in parte il rapporto conflittuale tra di loro. Una prima domanda, per la verità un po'
spiazzante, riguarda il numero di vittime americane provocate. Perché è stato così basso? Che si potessero provocare molte più
vittime, modificando l'orario dell'attacco o la traiettoria egli aerei (colpendo le torri alla base) o addirittura i bersagli (non le
Twin Towers ma uno stadio affollato, ad esempio), per non parlare del mancato uso di armi di distruzione di massa, è
abbastanza plausibile. Se ciò è vero, i casi che si possono dare non sono molti: o i terroristi non hanno potuto farlo (cosa
alquanto improbabile) o non hanno voluto, cosa assai più plausibile. Tanto vale a questo punto chiedersi perché, che cosa c'è
dietro questa decisione... È chiaro: volevano verificare l'impatto dell'attacco sulla tenuta della società americana (prototipo
della società capitalistica), provocare una reazione in una certa direzione, e mandare un messaggio politico. Le ultime due
opzioni sono particolarmente interessanti. Quale reazione si aspettavano i terroristi da parte americana? È facile presumere che
fosse esattamente quella che si sta svolgendo sotto i nostri occhi: non una rappresaglia alla cieca, che avrebbe compattato in
un sol colpo un miliardo e più di musulmani su posizioni estremiste, ma la complessa architettura diplomatico-militare
che stiamo osservando in queste settimane. Dovremo dedurne che gli Usa stanno facendo quello che vuole il nemico e cioè
si stanno cacciando in una trappola, simile all'intervento in Vietnam? Una guerra di logoramento, una palude militare
cominciata con un colpo a sorpresa e spettacolare per togliere ogni esitazione nell'aggredito? Se fosse davvero così dovremmo da
una parte augurarci che gli americani l'abbiano capito e dall'altra chiederci, un po' cinicamente magari, se l'opzione
"stangata alla cieca" fosse proprio da scartare, non in quanto meno pericolosa ma perché non ci si dovrebbe mai comportare
come vuole l'avversario2.
Il messaggio politico è inerente a qualsiasi atto di violenza collettiva; in questo caso si tratta di una sfida geopolitica
a livello strategico, incentrata nello scacchiere mediorientale. Per questo è profondamente sbagliato assimilare
l'organizzazione terroristica al crimine organizzato al fine di contestare i metodi con cui la si vuol combattere: il crimine organizzato
non ha un progetto politico, se non molto alla lontana e direttamente funzionale al suo scopo fondamentale che è di
accumulare ricchezza; il crimine organizzato è un parassita della politica, l'organizzazione terroristica ha una sua politica.
Nel caso in oggetto, la politica ha moltissimo a che fare con un elemento di cui si parla poco e cioè la questione
petrolifera. Eppure è fin troppo chiaro che la vera posta in gioco è il controllo dei giacimenti soprattutto dell'Arabia Saudita,
paese custode dei luoghi sacri dell'Islam e architrave della presenza americana nel Golfo, per non parlare del fatto che
l'Afghanistan è il crocevia per lo sfruttamento di ulteriori enormi giacimenti, non solo di petrolio ma anche di gas. Sono da rimarcare
due fatti interessanti. Il primo è che alla ritrosia con cui si parla dell'elemento petrolio da parte, diciamo così, dei
filoamericani (quasi che sia sconveniente fare una guerra per una risorsa assolutamente essenziale alla vita dell'Occidente) si oppone,
da parte pacifista, l'anatema su tutta la faccenda (per la medesima ragione); insomma, tutta la nostra società, nel bene e
nel male, si regge sul petrolio (sicché si può ben affermare che una goccia di petrolio vale molto di più di una goccia di
sangue) ma per gli uni occorre far finta che non sia così e per gli altri, essendo ciò cosa moralmente riprovevole, occorre fuggire
il male, senza peraltro sapere quale natura potrebbe avere una soluzione alternativa. Non è difficile profetizzare che, se le
cose dovessero mettersi davvero al peggio, il senso di colpa per l'economia dello spreco durerà fino al momento in cui si
formeranno le prime code ai distributori di benzina: a quel punto alle istanze pacifiste non resterà, come sempre, che la magra
soddisfazione di aver ragione in teoria e torto in pratica, ossia nell'incapacità di proporre soluzioni politiche fattibili e praticabili.
L'altro elemento interessante è che paradossalmente il fondamentalismo islamico potrebbe essere sul punto di fare il più
grosso favore all'economia capitalista, forzandola finalmente ad abbandonare la dipendenza dai combustibili fossili; per non parlare
del rientro alla grande della Russia sulla scena energetica mondiale: l'Occidente potrebbe appoggiarsi al presidente
Putin per alleviare almeno in parte i problemi della fase di transizione dal petrolio ad altre fonti. Proprio come fecero i nazisti
che finirono per consegnare il mondo ai paesi che volevano distruggere, l'Islam fanatizzato potrebbe ottenere il bel risultato
di creare un patto d'acciaio fra i paesi del Nord del mondo.
Un elemento che ha destato grandissima sorpresa, almeno in chi scrive, è lo sfondamento di alcune barriere
simboliche nell'uso della violenza da parte dei terroristi. A parte la spettacolarità degli attacchi alle Twin Towers e al Pentagono
(che comunque potevano fare un numero di vittime dieci volte superiore... e la cosa dovrebbe far riflettere) è l'uso di armi
biologiche a preoccupare enormemente. Questa pratica indica che, almeno per i terroristi, un ben preciso tabù, un certo confine
etico e psicologico, non ha più valore. Questo fatto, oltre alla mancanza di rivendicazione e di qualsiasi altra richiesta,
dovrebbe far capire chiaramente che questa è una guerra che si serve del terrorismo, non è un atto alla Al Capone o alla Totò
Riina. Invece, piuttosto incredibilmente (si tratterà di un forma di rimozione psicologica?) molta gente tende non solo a
non preoccuparsi troppo per l'uso di germi mortali contro cittadini inermi, ma tende a equiparare la reazione militare
americana, perfino noiosa nella sua convenzionalità e tradizionalità, con una pratica di lotta che dovrebbe scatenare ben altri
allarmi e dovrebbe togliere parecchie illusioni sul tipo di avversari che ci si trova a fronteggiare. Pur incrociando le dita, viene
da chiedersi a che livello di lotta con armi biologiche occorrerà giungere perché la gente non solo cominci a spaventarsi
veramente, ma anche a comprendere che qui si fa tremendamente sul serio e che i tentativi, piuttosto penosi per la verità, di
mantenersi equidistanti tra i due contendenti (uno dei quali, tra l'altro, è composto da noi tutti, non solo dagli americani) sono
destinati a fallire.
Dal punto di vista più prettamente militare, in questo frangente gli Usa si trovavano a combattere su quattro fronti:
i terroristi, i talebani afgani, le opinioni pubbliche occidentali e quelle non occidentali, specialmente le masse
musulmane. Al momento in cui sto scrivendo, sembrerebbe che, ancora una volta, le armi americane abbiano fatto la differenza.
Eppure i motivi per pensare che non sarebbe finita così non erano pochi né di poco peso. Avrebbero dovuto combattere
nell'ambiente preferito dai loro avversari diretti e con poco tempo a disposizione, causa l'arrivo dell'inverno, la pressione dei media e
lo sproporzionato impatto sulla loro società di qualsiasi nuovo attacco terroristico.Come se non bastasse, non è stato
ancora individuato il vero stato sponsor della rete terroristica, essendo assai improbabile che davvero "Mr. Bin" e i suoi
boys siano riusciti a mettere in piedi da soli lo spettacolino dell'11 settembre. Si poteva pensare insomma che gli Usa avrebbero
dato la caccia a dei fantasmi inafferrabili, cui non riescono ad imporre le loro regole di combattimento: questa, in breve, fu
la ricetta del fallimento vietnamita.
Da come si stanno comportando gli Usa è possibile ricavare alcune considerazioni di natura politico-militare che
potrebbero essere corroborate e confermate dagli eventi futuri. Sul terreno è probabile che gli strateghi del Pentagono abbiano
azzeccato la formula per sconfiggere i talebani senza impegnarsi eccessivamente sul territorio, un'opzione quest'ultima
alquanto scabrosa perché gli americani non sono attrezzati né probabilmente preparati a combattere dei montanari inossidabili la
cui potenza militare è inversamente proporzionale alla distanza dall'avversario, come hanno imparato a loro spese molti
eserciti. Invece, parrebbe che gli Usa abbiano scelto una via intermedia: sconvolgere, con bombardamenti pesantissimi e
sicuramente terrorizzanti3, successive piccole zone di territorio attraverso le quali poi far penetrare le truppe anti-talebane. Non è
la controguerriglia tipo Vietnam e neppure il bombardamento di precisione come contro la Serbia; detto in altri termini, si
è scelto di non scendere sul terreno dove l'avversario è più forte e di non usare una strategia inadatta ad un paese privo
di bersagli paganti come l'Afghanistan, ma di usare in modo peculiare il potere aereo allo scopo di impedire alle truppe
talebane di usare il territorio come risorsa e rifugio.
Qusta scelta militare è funzionale agli scopi politici che gli Usa sembrerebbero essersi dati: sostanzialmente
disinteressandosi del destino politico interno dell'Afghanistan (considerato paese del tutto ingovernabile), smantellare la rete terroristica
in Afghanistan, punire i talebani per averla
sostenuta4 e andare alla ricerca di altri bersagli in altri paesi. In puri termini
di realpolitik è una scelta schiettamente imperiale e in questo senso ha buone probabilità di essere sostanzialmene pagante.
Certo, questa scelta lascia irrisolte tutte le questioni di natura umanitaria. Persone innocenti pagano con la vita
questo braccio di ferro tra gli Usa e i suoi nuovi (o risorti) antagonisti. Proprio in questo senso, il silenzio dell'Europa è
davvero doloroso e assordante. Il continente che più avrebbe la necessità che sul mercato petrolifero non accadano sconquassi e
che vi siano buoni rapporti tra Nord e Sud del mondo non riesce a elaborare non si dice una strategia militare correttiva di
quella statunitense, ma neanche un intervento umanitario a favore della popolazione afgana né, a quel che si vede in
superficie almeno, un'iniziativa diplomatica per disinnescare le tensioni più pericolose. Insomma pare che gli europei non
riescano a reagire alla situazione, né in un senso né nell'altro: si osserva lo spettacolo, ci si compiace di quel che fanno gli altri
a seconda delle proprie simpatie e idiosincrasie, si montano parate alla "armiamoci e partite" per compiacere la
superpotenza, si aspetta... Eppure sarebbe proprio questo il momento di non lasciare soli gli Usa, di costringerli a non considerare
questa guerra solo come una loro guerra. In questo momento, né prima né dopo, occorrerebbe iniziare a ripensare
profondamente i meccanismi dello scambio Nord-Sud, allo scopo di inibire future tentazioni terroristiche nei disperati del pianeta.
Esiste anche il modello storico cui potersi rifare, il Piano Marshall dell'immediato secondo dopoguerra. Ovviamente
questo ripensamento, questo slancio di riforma non va avviato prima di aver inflitto un qualche tipo di sconfitta ai
fondamentalisti islamici, per non dare l'impressione di aver ceduto al loro ricatto, né si può più aspettare troppo oltre: il capitalismo
occidentale deve trovare la forza di auto-riformarsi se non vuole essere distrutto insieme con la democrazia e la modernità.
Insomma all'appello sembra che manchi, nello scenario che si sta quotidianamente svolgendo sotto i nostri occhi,
proprio l'opera delle sinistre europee ancora al governo in Europa e della stessa Unione Europea; di nuovo, l'unico oppositore
della politica americana è il movimento pacifista. Il che vuol dire, di nuovo, il gioco delle parti: gli uni bombardano e gli
altri protestano, mentre il riformismo politico, quello che dovrebbe mediare tra le due posizioni e innescare processi positivi
di riforma delle relazioni internazionali, sta fermo al palo.
Questa circostanza ha anche altre conseguenze. Per esempio, si sta ripetendo la sindrome-Kosovo: una buona fetta
di opinione pubblica non accetta più, puramente e semplicemente, che la guerra, qualsiasi guerra, comporti dei costi
umani anche in vittime innocenti; e questo qualunque sia il grado di "attenzione chirurgica" nell'erogazione della
violenza5. Questa idea non è solo degli antiamericani per partito preso; anche moltissime altre persone dimenticano facilmente che gli
Usa sono stati i primi a subire un atto di guerra e che hanno a loro credito migliaia di vittime civili. A questa obiezione, ci si
sente solitamente rispondere o che non ci si dovrebbe vendicare (?) oppure che il mondo occidentale deve pur scontare i
propri peccati nei confronti del resto del mondo: è un'idea interessante, se non fosse che la massa dei peccati è tale che
all'Occidente non resterebbe che sprofondare all'inferno nella sua interezza, compresi i sostenitori della tesi suddetta.
Sempre con riferimento alla guerra per il Kosovo della primavera 1999, è da rimarcare il fatto che, allora, molte più
persone apparvero sostanzialmente convinte se non della giustezza, almeno dell'opportunità di quell'intervento militare. Eppure
in quel frangente la minaccia nei confronti dei kosovari (musulmani, tra l'altro) restò per la gran parte a livello potenziale
e i fini della guerra (cacciare Milosevic e pacificare finalmente i Balcani) apparivano se non cervellotici piuttosto di là
da venire: che poi siano stati bene o male raggiunti è un'altra faccenda. Oggi, invece, ci troviamo di fronte a concretissimi
morti "nostri" (cioè occidentali, come noi) e a minacce alquanto terrorizzanti. Ciò malgrado, la contestazione nei riguardi
del diritto a rispondere militarmente sembra interessare strati più ampi di popolazione. Probabilmente, tra le molte
ragioni, occorre pensare al fatto che oggi sono stati attaccati i "primi della classe" che molti ritengono corresponsabili di quel
che è loro accaduto e non dei poveri emarginati come i kosovari; inoltre nel 1999 il livello di sopportazione nei
confronti dell'instabilità balcanica era giunto al minimo e molti accettarono l'idea di una guerra pur di farla finita con
l'ultranazionalismo serbo; vi è poi da scontare la paura di reazioni terroristiche negli altri paesi occidentali. Qualunque sia la ragione, è
significativo comunque che a offesa, diciamo così, maggiore corrisponda una mobilitazione minore da parte di un'opinione
pubblica italiana ed europea che non è chiamata a fronteggiare un astratto
vulnus al diritto internazionale, come nella primavera
di due anni fa, ma una minaccia diretta al proprio stile di vita e alla propria sopravvivenza
tout court.
Un'ultima considerazione: è duro doverlo affermare, ma l'attuale situazione mondiale ha parecchio in comune con
lo scenario immediatamente precedente lo scoppio della seconda guerra mondiale. Anche oggi abbiamo un succoso
bottino, le risorse petrolifere del Golfo, mentre allora era il controllo del continente europeo. Abbiamo delle masse, proletari e
classi medie frustrate, che vogliono il loro "posto al sole"; c'è pure l'ideologia totalitaria, che assomma insieme la voglia di
riscatto politico, la corsa alla modernità e il contenuto mitico: allora era il nazifascismo, oggi il fondamentalismo religioso. A
fronte di tutto ciò, abbiamo, anche oggi, società democratiche estremamente frammentate e con una piattaforma di valori
comuni gravemente erosa. Probabilmente si tratta di semplificazioni eccessive, ma certo alcuni sintomi di ricorso storico sono
alquanto preoccupanti.
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