Paolo Ceola
La globalizzazione: condanna o opportunità?
"l'impegno", a. XXIII, n. 2, dicembre 2003
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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La rivista "Giano. Pace ambiente problemi globali" in circa quindici anni di attività ha saputo conquistarsi
un ruolo preminente di guida nella elaborazione teorica della sinistra che, un poco semplificando, potremo
definire radicale o new global, a voler usare l'etichetta più recente. Gravitando negli ambienti accademici dell'Università
di Bologna e soprattutto dell'Università di Napoli "l'Orientale", essa ha potuto godere, in tutti questi anni,
dell'apporto di contributi di alto livello scientifico; la recente sinergia con la casa editrice Odradek di Roma non ha fatto
che confermare il fatto che "Giano" costituisce ormai
la fonte privilegiata cui attingere per conoscere le analisi e gli
orientamenti della sinistra antagonista.
Particolarmente importante si è rivelato quindi il convegno, tenutosi a Bologna tra
il 15 e il 16 maggio 2003, sulla
possibilità di dare un governo (un governo che ne sappia affrontare gli immensi problemi,
naturalmente) alla globalizzazione, questo grande processo di interconnessione dell'umanità in tutte le sue articolazioni.
Il convegno, intitolato "Globalizzazione senza governo: sistema internazionale e rischi globali", si è strutturato
in tre sessioni: "I problemi" (con relazioni di Luigi Cortesi, Ignazio Masulli, Luigi Bonanate, Walter Peruzzi), "Gli
scenari" (contributi di Massimo Pivetti, Angelo Baracca e Claudio Del Bello) e infine "Le istituzioni" (relazioni
di Francesco Martone, Sandro Mezzadra, Isidoro Davide Mortellaro, Fabio Marcelli); a tutti questi nomi si sono
poi aggiunti, nella giornata conclusiva, Antonio Gambino e Domenico Losurdo.
Data la collocazione ideologico-politica della quasi totalità degli interventi e dei relatori, è possibile
affermare che il convegno ha avuto una sua sostanziale uniformità e coesione nel carattere delle diagnosi e delle
proposte operative. Sostanzialmente, dall'insieme delle relazioni ascoltate, è possibile trarre la conclusione che, per la
sinistra no/new global, non è possibile, allo stato attuale delle cose, un "governo" della globalizzazione mondiale, cioè
è impossibile che si realizzino le condizioni per cui la globalizzazione possa considerarsi un fattore positivo di
crescita per la maggior parte della popolazione mondiale. È invece convincimento unanime, o quasi, che
"globalizzazione" sia sinonimo di "guerra degli Stati Uniti contro il resto del mondo".
Tale conclusione è stata supportata da analisi che riguardano sia i meccanismi istituzionali che i processi
economici, le matrici culturali non meno dei processi politici che innescano conflitti e guerre. Per la prima questione ad
esempio, si è fatto notare (soprattutto da Ignazio Masulli nella sua relazione "I fondamenti storici di un nuovo
universalismo") come lo stato sovrano, massima espressione dello spirito innovatore borghese, sia ormai in netta crisi
di fronte all'internazionalizzazione e mondializzazione delle leve economiche: verrebbe cioè a mancare oggi quel
collegamento tra democrazia politica e crescita economica che fece in passato la fortuna del capitalismo e,
contestualmente, della libertà politica e civile. La spinta innovativa dell'umanesimo borghese si sarebbe ormai esaurita e
l'homo novus è perciò ormai solo
homo economicus. Per affrontare i problemi creati dalla globalizzazione è
dunque necessario un nuovo universalismo che deve nascere dall'affermarsi di una nuova coscienza storica di specie,
quella umana. Insomma, prima di qualsiasi riforma di tipo economico o istituzionale, occorre che gli esseri umani (una minoranza di essi abbastanza cospicua da poter fare da massa critica per innescare il cambiamento) inizino a
pensare se stessi, come esseri sociali naturalmente, in termini prima di tutto di appartenenti al genere umano e non
secondo le vecchie categorie nazionali, o peggio comunitarie ed etniche. Occorre dunque passare dalla "coscienza dell'evoluzione alla evoluzione della coscienza".
I meccanismi della economia globalizzata sono, da quanto risulta dalle relazioni
presentate, altrettanto chiari: l'impero nordamericano è impegnato a drenare le risorse del pianeta per mantenere le proprie condizioni di vita,
senza badare al destino di miliardi di persone né a quello dell'ambiente terrestre. Le istituzioni economiche
internazionali, Banca mondiale e Fondo monetario internazionale soprattutto, non sono altro che passivi esecutori e fedeli ascari
di Wall Street e delle multinazionali. In tale contesto la guerra assume un connotato ben preciso, nel senso che non
è niente altro che atto ordinario di dominio delle istanze imperiali americane.
La guerra e il terrorismo sono stati
al centro di parecchie relazioni udite a Bologna.
Assai preoccupata è stata la relazione di Luigi Bonanate, ordinario di Relazioni internazionali all'Università
di Torino (per inciso l'unica trattazione ad apparire venata di un minimo di problematicità e non di dogmatismo).
Bonanate ha posto in rilievo le differenze, o meglio le vere e proprie rotture, dell'attuale teoria strategica americana
rispetto alle formulazioni del realismo classico, ossia del pensiero che, partendo da Machiavelli e Hobbes per arrivare
ai moderni teorici della realpolitik, ha dominato l'elaborazione teorica delle relazioni internazionali. Ebbene, se
il realismo classico si fondava su assunti quali l'equilibrio di potenza e il riconoscimento di una certa amoralità
dell'ambiente internazionale (con l'annesso cinismo, ma al contempo con la disponibilità al compromesso), il
neo-conservatorismo americano, di cui l'amministrazione Bush è solo uno degli aspetti, punta invece alla supremazia
militare e possiede un forte connotato morale, o moralistico, che ne fa, secondo la definizione del docente torinese,
una sorta di "fondamentalismo democratico". A maggior ragione, se l'idea portante è che si sarà tutti più sicuri quando
si sarà tutti democratici e, di conseguenza, la democrazia va imposta a tutti i costi, bombe comprese, chi ne fa le
prime spese è il diritto internazionale: qui infatti non si tratta più di sottomettersi alla legge, ma di imporla.
Il punto essenziale, e a suo modo preoccupante, della questione guerra/pace, così come è posta dalla sinistra
radicale, consiste però non tanto nella considerazione in cui tenere il fenomeno bellico, ma nel tipo di azione da
attuare per opporvisi e nelle possibili sinergie con altre forze di opposizione. Su questo punto occorre dire che è
nettissima l'impressione che il divario tra le anime riformista (o moderata) e radicale della sinistra italiana stia diventando
un fossato difficilmente colmabile. Tipica in tal senso la relazione del direttore della rivista "Guerra e pace",
Walter Peruzzi. Egli ha fatto notare come, mentre i radicali tendono a considerare la guerra contemporanea come
espressione ordinaria dell'agire politico delle elités
dominanti, i moderati siano ancora legati all'idea che la guerra sia un
evento intermittente ed episodico; se ne ricava che i moderati stessi non sanno/possono/vogliono mobilitarsi per la pace se
non quando è troppo tardi, ossia a guerra imminente o già iniziata; mentre i radicali, avendo afferrato la nuova
natura della guerra come strumento per gestire la globalizzazione e come operazione di polizia internazionale
permanente, la combattono combattendo il sistema che la produce e se ne serve. Il pacifismo tradizionale, secondo il relatore,
è dunque morto, ma per risorgere comunque nell'ambito del movimento di contestazione globale. Coerentemente
con questa ed altre relazioni, durante il convegno non si è sentito spendere una parola sul fatto che certi conflitti
(ex Jugoslavia, ad esempio) possano aver avuto anche radici locali, né l'idea che la globalizzazione possa in
qualche modo contenere anche fattori positivi ha goduto della minima considerazione. Per inciso, va detto che si sono
invece udite svariate affermazioni dietrologiche sull'attentato dell'11 settembre, nonché compiaciute e assai poco
scientifiche proposizioni sull'ispirazione che nazismo e fascismo avrebbero tratto dallo spirito nordamericano.
Se si volesse tentare un bilancio conclusivo dell'incontro bolognese, dovremmo dunque considerare che, per
la sinistra radicale italiana, gli Stati Uniti sono l'unico e totale responsabile dei mali del mondo; che qualsiasi
opzione di lotta che non sia rigorosamente no/new
global è destinata al fallimento e anzi è considerata concorrere,
oggettivamente, a mantenere in realtà lo status quo.
L'estensore della presente nota non è in grado di affermare se la
sinistra radicale, così come si è presentata nel convegno bolognese, abbia torto e in quale misura. Quello che è certo è
che ascoltando i vari interventi era difficile sfuggire ad alcune considerazioni: gli anni trascorsi dal Sessantotto
non sono trascorsi affatto; sarà estremamente difficile attuare una qualsiasi forma di collaborazione, sui grandi temi,
tra le varie anime della sinistra. Infine, esiste una totale coincidenza tra le proposizioni ideologiche della sinistra
radicale e quelle di certa destra altrettanto radicale. Tale
coincidentia oppositorum non viene segnalata per
avanzare l'ipotesi che gli uni siano uguali agli altri, ma per rimarcare l'importanza di porre una certa attenzione alle fonti
da cui provengono certe elaborazioni intellettuali.
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