Paolo Ceola

La globalizzazione: condanna o opportunità?



La rivista "Giano. Pace ambiente problemi globali" in circa quindici anni di attività ha saputo conquistarsi un ruolo preminente di guida nella elaborazione teorica della sinistra che, un poco semplificando, potremo definire radicale o new global, a voler usare l'etichetta più recente. Gravitando negli ambienti accademici dell'Università di Bologna e soprattutto dell'Università di Napoli "l'Orientale", essa ha potuto godere, in tutti questi anni, dell'apporto di contributi di alto livello scientifico; la recente sinergia con la casa editrice Odradek di Roma non ha fatto che confermare il fatto che "Giano" costituisce ormai la fonte privilegiata cui attingere per conoscere le analisi e gli orientamenti della sinistra antagonista.
Particolarmente importante si è rivelato quindi il convegno, tenutosi a Bologna tra il 15 e il 16 maggio 2003, sulla possibilità di dare un governo (un governo che ne sappia affrontare gli immensi problemi, naturalmente) alla globalizzazione, questo grande processo di interconnessione dell'umanità in tutte le sue articolazioni.
Il convegno, intitolato "Globalizzazione senza governo: sistema internazionale e rischi globali", si è strutturato in tre sessioni: "I problemi" (con relazioni di Luigi Cortesi, Ignazio Masulli, Luigi Bonanate, Walter Peruzzi), "Gli scenari" (contributi di Massimo Pivetti, Angelo Baracca e Claudio Del Bello) e infine "Le istituzioni" (relazioni di Francesco Martone, Sandro Mezzadra, Isidoro Davide Mortellaro, Fabio Marcelli); a tutti questi nomi si sono poi aggiunti, nella giornata conclusiva, Antonio Gambino e Domenico Losurdo.
Data la collocazione ideologico-politica della quasi totalità degli interventi e dei relatori, è possibile affermare che il convegno ha avuto una sua sostanziale uniformità e coesione nel carattere delle diagnosi e delle proposte operative. Sostanzialmente, dall'insieme delle relazioni ascoltate, è possibile trarre la conclusione che, per la sinistra no/new global, non è possibile, allo stato attuale delle cose, un "governo" della globalizzazione mondiale, cioè è impossibile che si realizzino le condizioni per cui la globalizzazione possa considerarsi un fattore positivo di crescita per la maggior parte della popolazione mondiale. È invece convincimento unanime, o quasi, che "globalizzazione" sia sinonimo di "guerra degli Stati Uniti contro il resto del mondo".
Tale conclusione è stata supportata da analisi che riguardano sia i meccanismi istituzionali che i processi economici, le matrici culturali non meno dei processi politici che innescano conflitti e guerre. Per la prima questione ad esempio, si è fatto notare (soprattutto da Ignazio Masulli nella sua relazione "I fondamenti storici di un nuovo universalismo") come lo stato sovrano, massima espressione dello spirito innovatore borghese, sia ormai in netta crisi di fronte all'internazionalizzazione e mondializzazione delle leve economiche: verrebbe cioè a mancare oggi quel collegamento tra democrazia politica e crescita economica che fece in passato la fortuna del capitalismo e, contestualmente, della libertà politica e civile. La spinta innovativa dell'umanesimo borghese si sarebbe ormai esaurita e l'homo novus è perciò ormai solo homo economicus. Per affrontare i problemi creati dalla globalizzazione è dunque necessario un nuovo universalismo che deve nascere dall'affermarsi di una nuova coscienza storica di specie, quella umana. Insomma, prima di qualsiasi riforma di tipo economico o istituzionale, occorre che gli esseri umani (una minoranza di essi abbastanza cospicua da poter fare da massa critica per innescare il cambiamento) inizino a pensare se stessi, come esseri sociali naturalmente, in termini prima di tutto di appartenenti al genere umano e non secondo le vecchie categorie nazionali, o peggio comunitarie ed etniche. Occorre dunque passare dalla "coscienza dell'evoluzione alla evoluzione della coscienza".
I meccanismi della economia globalizzata sono, da quanto risulta dalle relazioni presentate, altrettanto chiari: l'impero nordamericano è impegnato a drenare le risorse del pianeta per mantenere le proprie condizioni di vita, senza badare al destino di miliardi di persone né a quello dell'ambiente terrestre. Le istituzioni economiche internazionali, Banca mondiale e Fondo monetario internazionale soprattutto, non sono altro che passivi esecutori e fedeli ascari di Wall Street e delle multinazionali. In tale contesto la guerra assume un connotato ben preciso, nel senso che non è niente altro che atto ordinario di dominio delle istanze imperiali americane.
La guerra e il terrorismo sono stati al centro di parecchie relazioni udite a Bologna.
Assai preoccupata è stata la relazione di Luigi Bonanate, ordinario di Relazioni internazionali all'Università di Torino (per inciso l'unica trattazione ad apparire venata di un minimo di problematicità e non di dogmatismo). Bonanate ha posto in rilievo le differenze, o meglio le vere e proprie rotture, dell'attuale teoria strategica americana rispetto alle formulazioni del realismo classico, ossia del pensiero che, partendo da Machiavelli e Hobbes per arrivare ai moderni teorici della realpolitik, ha dominato l'elaborazione teorica delle relazioni internazionali. Ebbene, se il realismo classico si fondava su assunti quali l'equilibrio di potenza e il riconoscimento di una certa amoralità dell'ambiente internazionale (con l'annesso cinismo, ma al contempo con la disponibilità al compromesso), il neo-conservatorismo americano, di cui l'amministrazione Bush è solo uno degli aspetti, punta invece alla supremazia militare e possiede un forte connotato morale, o moralistico, che ne fa, secondo la definizione del docente torinese, una sorta di "fondamentalismo democratico". A maggior ragione, se l'idea portante è che si sarà tutti più sicuri quando si sarà tutti democratici e, di conseguenza, la democrazia va imposta a tutti i costi, bombe comprese, chi ne fa le prime spese è il diritto internazionale: qui infatti non si tratta più di sottomettersi alla legge, ma di imporla.
Il punto essenziale, e a suo modo preoccupante, della questione guerra/pace, così come è posta dalla sinistra radicale, consiste però non tanto nella considerazione in cui tenere il fenomeno bellico, ma nel tipo di azione da attuare per opporvisi e nelle possibili sinergie con altre forze di opposizione. Su questo punto occorre dire che è nettissima l'impressione che il divario tra le anime riformista (o moderata) e radicale della sinistra italiana stia diventando un fossato difficilmente colmabile. Tipica in tal senso la relazione del direttore della rivista "Guerra e pace", Walter Peruzzi. Egli ha fatto notare come, mentre i radicali tendono a considerare la guerra contemporanea come espressione ordinaria dell'agire politico delle elités dominanti, i moderati siano ancora legati all'idea che la guerra sia un evento intermittente ed episodico; se ne ricava che i moderati stessi non sanno/possono/vogliono mobilitarsi per la pace se non quando è troppo tardi, ossia a guerra imminente o già iniziata; mentre i radicali, avendo afferrato la nuova natura della guerra come strumento per gestire la globalizzazione e come operazione di polizia internazionale permanente, la combattono combattendo il sistema che la produce e se ne serve. Il pacifismo tradizionale, secondo il relatore, è dunque morto, ma per risorgere comunque nell'ambito del movimento di contestazione globale. Coerentemente con questa ed altre relazioni, durante il convegno non si è sentito spendere una parola sul fatto che certi conflitti (ex Jugoslavia, ad esempio) possano aver avuto anche radici locali, né l'idea che la globalizzazione possa in qualche modo contenere anche fattori positivi ha goduto della minima considerazione. Per inciso, va detto che si sono invece udite svariate affermazioni dietrologiche sull'attentato dell'11 settembre, nonché compiaciute e assai poco scientifiche proposizioni sull'ispirazione che nazismo e fascismo avrebbero tratto dallo spirito nordamericano.
Se si volesse tentare un bilancio conclusivo dell'incontro bolognese, dovremmo dunque considerare che, per la sinistra radicale italiana, gli Stati Uniti sono l'unico e totale responsabile dei mali del mondo; che qualsiasi opzione di lotta che non sia rigorosamente no/new global è destinata al fallimento e anzi è considerata concorrere, oggettivamente, a mantenere in realtà lo status quo.
L'estensore della presente nota non è in grado di affermare se la sinistra radicale, così come si è presentata nel convegno bolognese, abbia torto e in quale misura. Quello che è certo è che ascoltando i vari interventi era difficile sfuggire ad alcune considerazioni: gli anni trascorsi dal Sessantotto non sono trascorsi affatto; sarà estremamente difficile attuare una qualsiasi forma di collaborazione, sui grandi temi, tra le varie anime della sinistra. Infine, esiste una totale coincidenza tra le proposizioni ideologiche della sinistra radicale e quelle di certa destra altrettanto radicale. Tale coincidentia oppositorum non viene segnalata per avanzare l'ipotesi che gli uni siano uguali agli altri, ma per rimarcare l'importanza di porre una certa attenzione alle fonti da cui provengono certe elaborazioni intellettuali.