Paolo Ceola
Iraq: bilancio di un conflitto
"l'impegno", a. XXIII, n. 1, giugno 2003
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Eccoci qui di nuovo a misurarci, noi che cerchiamo di essere soprattutto antifascisti, con una guerra, o
meglio con un nuovo episodio di una guerra che sembra non finire mai, una volta terminata l'era del condominio
sovietico-americano sul mondo. Al momento in cui scriviamo, l'invasione dell'Iraq è quasi completata, il dittatore
Saddam è caduto (forse morto), il caos regna nelle città e l'avvenire del paese è sconosciuto ai più. Conviene dunque
cominciare, se possibile, a tracciare un bilancio e trarre lezioni da quello che abbiamo sperimentato finora,
staccandoci dalla cronaca per tentare di misurare l'impatto dell'essenza di quel che è accaduto sulla vita del mondo e
sulla nostra quotidiana esperienza.
Questa guerra ha segnato, indubbiamente, alcuni punti di svolta che non è affatto esagerato considerare
epocali: davvero abbiamo guardato la Storia, quella con la maiuscola, svolgersi e dipanarsi sotto i nostri occhi. Così
come accadde nell'89, e poi nell'attacco alle Twin Towers: si direbbe dunque che le vicende storiche accelerino, si
accavallino; stiamo attraversando un gorgo, una convulsione da cui il mondo uscirà diverso e diverse saranno le
nostre esistenze.
Lord Wellington, il vincitore di Napoleone a Waterloo, disse, a proposito di quello scontro, che peggiore di
una battaglia persa è una battaglia vinta: non parlava solo delle perdite, l'aristocratico inglese, ma dell'eredità di
cecità, arroganza e onnipotenza che una battaglia vinta sempre comporta, nonché degli stati di crisi che un
successo militare innesca sul mondo che preesisteva allo scontro. Così è per questa guerra, di cui è assai più facile
enumerare i problemi che ha aperto piuttosto che quelli che ha risolto, almeno al momento attuale.
Le Nazioni unite sono certamente da annoverare tra le vittime di questa guerra. Quel che è peggio, questo
conflitto non è stato deciso contro di loro, ma senza di loro. L'azione unilaterale dei due partner anglosassoni ha
portato a compimento una crisi che l'Onu cova dalla fine della guerra fredda. L'essenza delle difficoltà del Palazzo
di vetro è data dall'incapacità e inadeguatezza a fronteggiare il declino della sovranità degli stati, che sono gli
attori primi delle, appunto, "Nazioni unite". Iperpotenza americana a parte (che avrebbe comunque altri motivi per
essere preoccupata, se non fosse condizionata appunto dal sentirsi iperpotenza) gli stati oggi si rivelano sempre più
in affanno di fronte alle spinte della globalizzazione, cioè alla mondializzazione dell'insieme dei rapporti tra gli
uomini.
Un primo, pesantissimo, scricchiolio si era già avvertito alla fine degli anni novanta, quando, dopo aver
gestito malissimo un quasi decennio di guerre nei Balcani, l'Onu scoprì di non poter far nulla, se si voleva
attenersi alle norme del diritto internazionale, per impedire a Milosevic il proseguimento e l'aggravamento della propria
politica di discriminazione nei confronti di una parte del proprio popolo, quello albanese-kossovaro. Per L'Onu e
il diritto internazionale la sovranità degli stati è quasi un tabù, e la guerra è solo quella tra stati: di qui, il balbettio
di fronte alla guerra fatta da uno stato contro una parte di se stesso. Ricordiamo tutti come finì: cogliendo
l'opportunità politica di occidentalizzare i Balcani, la Nato intervenne e il progetto politico serbo venne sconfitto,
suscitando enormi discussioni politiche, giuridiche e morali. Da allora, l'uso della forza per tutelare i diritti umani
resta una questione aperta, che andrà risolta e anzi dovrebbe rappresentare il primo punto nell'agenda della sinistra
che vuole fare grande politica.
Poi vennero gli attacchi terroristici, la ciliegina sulla torta della sfida globale: ma non il terrorismo ha
iniziato questa fase storica, bensì una parte del sistema capitalistico che, se vuole sopravvivere, deve poter disporre di
tutte le risorse su cui riesce a mettere le mani e chiunque non sia d'accordo è oggettivamente un nemico, sia che si
tratti di un consapevole ideologo di una qualsiasi guerra santa contro la modernità, sia di un inconsapevole cittadino
poco convinto delle "magnifiche sorti e progressive" dell'umanità. Con questo non si vuole certo assolvere i
terroristi; ma è certo che chiunque voglia opporsi militarmente agli Usa non può che adottare metodi assolutamente
non convenzionali di guerra indiscriminata, una sorta di nuova guerriglia. Non è un caso, d'altra parte, che l'unico
esercito ad aver sconfitto gli americani sia stato quello vietnamita, che appunto con la guerriglia aveva condotto
buona parte della sua lotta.
Dicevamo della crisi delle Nazioni unite. Allo stato attuale delle cose, quando ancora il dissidio tra asse
anglo-americano (più paesi scodinzolanti al loro seguito) e paesi della "vecchia Europa" permane, appare chiaro che
occorre inventare una serie di contrappesi, sia a livello teorico che operativo, per evitare che la "lotta al
terrorismo" diventi l'alibi per iniziare qualsiasi tipo di avventura militare da parte di chiunque. Non è ammissibile infatti
che sia un unico paese a decidere chi è il terrorista e chi no, chi minacci la pace e la sicurezza internazionali e chi no: e questo a prescindere dalla buona fede di chi decide di agire unilateralmente. Proprio per abolire la pratica di
farsi giustizia da sé nacquero le Nazioni unite. È urgentissimo dunque ridefinire, in sede teorica, i concetti: di
sovranità nazionale (e il grado di autonomia e rispetto di cui essa possa godere), di minaccia alla pace e di difesa
internazionale dei diritti umani, a livello individuale e di popoli.
Dal punto di vista operativo, l'unica via percorribile è
una riforma almeno del Consiglio di sicurezza: è un compito che spetta, unicamente e unilateralmente, all'Europa. Questo
è il momento in cui le classi dirigenti europee più avvertite e consapevoli dovrebbero avere uno scatto di
coraggio politico (considerata anche la possibilità di appoggio da parte della maggioranza delle loro opinioni pubbliche)
e semplicemente (ma quanto è difficile questa decisione...) comportarsi e votare come se a farlo fosse non un
singolo paese, ma un gruppo di paesi o l'intero Vecchio continente. Se la Francia, ad esempio, detentrice del diritto di
veto, proclamasse urbi et orbi di esercitare tale diritto anche per conto di altri paesi la cosa non avrebbe significato
giuridico ma un grande impatto politico, al fine di riformare il vecchio assetto del Consiglio di sicurezza, che
ormai mostra tutte le crepe della vecchiaia, per essere figlio del secondo conflitto mondiale.
Qualcuno ha sostenuto che esiste una sola potenza in grado di opporsi agli Stati Uniti: l'opinione pubblica
mondiale. A mio parere, questa idea è troppo ottimistica: non per sottovalutazione dell'enorme impatto che masse
di milioni di cittadini mobilitati possono avere, ma per l'eccessiva disomogeneità dello schieramento e,
soprattutto, per quel rifiuto della politica che, non troppo fra le righe, è possibile leggere negli slogan dei manifestanti. Non
è una bella cosa, dal punto di vista della autonomia della progettualità politica, che l'unico vero teorico del
movimento sia un leader religioso, per quanto prestigioso come il papa dei cattolici. Dire "no alla guerra senza se e
senza ma" è una stupidaggine politica che, oltre a lasciare campo libero ai militaristi di ogni colore, taglia le gambe
a priori alle stesse Nazioni unite che, ponendo sì dei limiti, però non invalicabili, all'uso della forza militare (sì
alla guerra per autodifesa e sì alla guerra dell'Onu in prima persona contro chi minacci o attenti alla pace
internazionale) hanno riconosciuto sia la realtà e possibilità della guerra nella storia che la necessità della sua regolazione
per via giuridica.
Per non parlare di un altro fatto, altrettanto grave dal punto di vista dell'elaborazione di un progetto politico
innovativo. Insistere troppo sul pacifismo, appiattirsi insomma acriticamente sulla "pace ad ogni costo" può far
dimenticare che fa parte del Dna della sinistra l'idea che esistono altri valori oltre alla vita (la libertà,
l'autodeterminazione dei popoli, la giustizia) per i quali si può essere chiamati a battersi militarmente e che in ogni caso
occorre avere qualcosa da dire nel momento in cui questi valori sono chiamati a giustificazione delle loro imprese militari.
Questo ci porta direttamente al centro del problema. La giustificazione, in termini ideali, dell'ultima
impresa militare statunitense è sintetizzabile in due proposizioni: lotta senza quartiere al terrorismo attraverso
la disarticolazione di quei regimi che, anche alla lontana, lo favoriscono e, contestualmente al loro abbattimento,
insediamento di sistemi politici che, se non necessariamente debbano essere democratici al loro interno, possano
comunque nutrire atteggiamenti più favorevoli ai governi occidentali capitalistici. È irrilevante che questa
ideologia sia più o meno la copertura di interessi economici precisi: il fatto è che è coerente con se stessa e che l'élite
statunitense, con buona parte dell'opinione pubblica, ci crede ciecamente. Dunque, stracciarsi le vesti perché tutta la
faccenda puzza tremendamente di idrocarburi non serve a molto, dato che tutti gli imperialismi si sono dati
giustificazioni a tonnellate.
Quello che è imperativo è darsi invece un progetto politico che, nelle premesse e nello svolgimento, contesti
la dottrina e la prassi della destre occidentali che oggi detengono il potere e che quindi dimostri di poter
combattere il terrorismo senza scatenare una lunga serie di guerre preventive e che, soprattutto, si riappropri della
problematica del rapporto tra guerra e dittatura o, meglio, risolva in modi innovativi il problema dell'abbattimento delle
dittature esclusivamente attraverso la guerra.
Mancando tali obiettivi, vi è da temere che la sinistra occidentale perderà la possibilità e capacità di agire
politicamente, cioè in modo efficace, sulla realtà e finirà per essere appiattita su istanze che, per quanto nobili,
finiranno per essere sconfitte.
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