Leonardo Casalino

Interpretazioni e "revisioni" azioniste



Durante la Resistenza

Una rivisitazione, sia pure nel ristretto ambito della cultura azionista e della sua produzione storiografica, di come la Resistenza e la coppia fascismo-antifascismo abbiano agito dentro la società italiana nei cinquant'anni che ci separano dalla Liberazione, deve fare i conti con un complesso di problemi culturali e politici non piccoli, cercando di cogliere le connessioni tra i cambiamenti della società italiana e l'evoluzione dei concetti, della memoria, del modo di percepire e trasmettere l'esperienza resistenziale1.
Per la verità, nel mondo azionista, la riflessione sul significato della Resistenza prese avvio nel corso stesso dell'esperienza, soprattutto nel confronto diretto tra i soggetti più consapevolmente attivi, non solo in termini di discussione politica, ma anche di senso storico e civile della contingenza vissuta2. Proprio la consapevolezza di dover guardare alla storia d'Italia, e a ciò che avevano rappresentato i vent'anni di regime fascista, nel segno della "continuità" conferì alla Resistenza il significato di una rottura politica e morale e rappresentò l'elemento capace di tenere insieme la composita galassia azionista.
In questa ottica il fascismo non venne considerato come una lunga parentesi, ma come un fenomeno che aveva colpito in profondità la vita italiana. Esso, scrisse Emilio Lussu, non era "caduto dall'alto, come un bolide", ma rappresentava "il prodotto naturale della civiltà italiana, una malattia del popolo italiano, formatasi nel suo organismo e nel suo sangue"3. La Resistenza doveva essere perciò una lotta anche contro un certo tipo di mentalità e di tradizione nazionale. Una contrapposizione questa destinata a non venir meno una volta esauritasi l'esperienza storica del regime e a fare dell'azionismo la massima espressione di quell'antifascismo "esistenziale" che si pose in rotta di collisione con le caratteristiche identitarie che avevano solcato la storia italiana e che il fascismo aveva alimentato e enfatizzato4.
Certo le speranze riposte nella lotta partigiana furono molte. Gli scritti dei dirigenti azionisti tra il 1943 e il 1945 erano percorsi dalla convinzione che la realtà dell'Italia fosse investita da profonde tensioni e da autentiche possibilità rivoluzionarie. Il paese, dopo la catastrofe del fascismo, sembrava ormai maturo per una svolta storica: quella della "rivoluzione democratica". Dopo tante stagioni in cui l'opposizione al regime aveva collezionato solo terribili sconfitte, il fronte dell'antifascismo sembrava finalmente essersi messo in movimento, dando vita a una sollevazione collettiva più larga di quanto non si fosse sperato. La lotta degli operai e dei soldati era espressione di una ben consapevole volontà e Franco Venturi scriveva che così era in quanto il 25 luglio si era aperta una crisi dall'autentico "carattere rivoluzionario"5. Come ha giustamente osservato Pier Giorgio Zunino, queste affermazioni non erano semplicemente formule propagandistiche; in esse c'era davvero tutto il pensiero e tutto quanto aveva animato l'antifascismo di uomini come Venturi, Valiani, Garosci ed altri dal momento in cui, negli anni trenta, avevano lasciato l'Italia6. In una lettera del maggio '44 Valiani scriveva a Venturi: "Bisogna decidersi; o si è per la rivoluzione o per le riforme; noi siamo per la rivoluzione". A sua volta, riprendendo questa tensione radicale, Venturi si rivolgeva ai ben diversamente orientati dirigenti azionisti che operavano nel Sud con queste parole: "Quassù [...] c'è un vero fuoco sotto le ceneri e le rovine. La situazione è ben più rivoluzionaria di quanto molti di voi mi pare che pensino, anche se non è affatto rivoluzionaria nel vecchio senso della parola"7.
Attraverso la Resistenza si trattava di riconquistare anche un'identità nazionale che era stata manomessa dal fascismo. Occorreva sconfiggere chi, nel conflitto in corso, continuava a essere portatore di una distorta concezione che voleva la nazione non prodotto della pacifica convivenza tra uomini, ma organismo tendente alla propria esclusiva esistenza ed espansione. Il nemico era rappresentato dal morbo del nazionalismo a cui veniva contrapposta un'idea di patria - collocata peraltro all'interno della migliore tradizione europeista e federalista - che rappresentasse finalmente una risorsa importante per la ricostruzione morale del paese e lo sviluppo di quella identità collettiva, basata sulla condivisione di ideali e valori, di cui gli italiani erano sempre stati carenti.
Per questo motivo all'interno dell'azionismo era ben presente il concetto di "guerra civile"8. Non si poteva non definire anche civile una guerra in cui a contrapporsi erano due modi diversi di intendere la propria identità nazionale, un conflitto in cui si confrontavano in modo assolutamente inconciliabile due distinte idee di patria e di nazione. Una guerra civile europea che possedeva anche un tratto di guerra ideologica, la quale avrebbe dovuto cominciare ad addestrare il popolo alla nuova democrazia diventando così "una categoria di riferimento che prescindeva dagli stessi ambiti cronologici della guerra mondiale per diventare una sorta di 'rivoluzione permanente' i cui scopi non potevano dirsi mai dati una volta per sempre e che anzi andavano continuamente ridefiniti"9. Gli azionisti, insomma, parlavano di guerra civile "non solo perché condotta da italiani contro altri italiani, ma perché guerra politica radicale che preludeva a una più ampia e complessiva rivoluzione democratica e sociale"10.
Al di là delle aspettative legate alla Resistenza e del significato profondo ad essa assegnato, in seno all'azionismo era comunque ben presente la consapevolezza che non sarebbe stato facile sfruttare l'occasione che si aveva di fronte. Occorreva infatti capire se il fascismo era stato solo una dittatura ventennale e un regime oppressivo subito da un popolo che ad esso era in verità estraneo, oppure qualcosa d'altro, un fenomeno più radicato di quanto non si ammettesse da alcune parti. Proprio da parte azionista, infatti, vennero nel complesso le analisi più lucide e penetranti sul grado di adesione che il regime aveva potuto vantare tra gli italiani11, voci consapevoli che non era possibile sottacere che il fascismo aveva goduto di un certo consenso nel paese.
Fare i conti con questo fenomeno voleva dire riflettere sul fatto che tutto ciò non poteva non avere un peso nella vita futura del paese. Il male di cui soffriva la nazione era profondo e a guarire del tutto non sarebbe bastata nemmeno la prova che la parte migliore del paese aveva offerto nella lotta di liberazione. Riccardo Bauer, nel giugno del 1945, dalle colonne di "Realtà politica", invitava a valutare gli esiti della Resistenza "fuor d'ogni retorica esaltazione", perché la situazione politica italiana era tale da indurre tutti "ad una estrema modestia". Nelle parole e nei gesti di molti sembrava quasi che i diciotto mesi di lotta partigiana rappresentassero "il fatto decisivo per cui l'Italia avrebbe d'un subito cancellate tutte le sue colpe". Non era così, purtroppo, perché le colpe con cui fare i conti non erano solo del regime, e "la giusta distinzione tra fascismo e paese" non poteva essere spinta "oltre il suo esatto significato"12. Per questo nonostante sia in gran parte vero che "i conti col passato fascista furono fatti in Italia assai rapidamente, con il generale oblio di tutte le responsabilità e di tutte le colpe"13 è però indubbio che furono proprio gli azionisti le voci che più nitidamente si levarono a incitare quell'esame di coscienza che ad essi appariva indispensabile per avviarsi sul cammino della rinascita. Avviare l'opera di ricostruzione del paese sull'assioma della validità della contrapposizione tra una minoranza di fascisti, da condannare, e la maggioranza degli italiani, da assolvere, non avrebbe portato molto lontano. "Ora è tempo di agire: ma non si deve credere di essere quello che non siamo e di non essere stati quello che fummo. Non si passa facilmente dalla tirannia, che fu in gran parte quella delle nostre miserie e delle nostre passioni, alla libertà propria dei popoli che posseggono un costume che noi non abbiamo ancora conquistato". In queste parole, pronunciate da Mario Bracci14, vi era tutta la consapevolezza che l'azionismo ebbe del fatto che la ricostruzione non poteva coinvolgere solo gli assetti politici e istituzionali, ma doveva riguardare un piano più ampio, concernente la rigenerazione morale di un intero paese.
Se il fascismo non aveva rappresentato solo la rivelazione delle tare più grandi del processo risorgimentale ma, anche e soprattutto, di quelle nascoste negli aspetti più riposti del carattere nazionale, lo scontro fascismo-antifascismo, e la Resistenza come suo momento più alto, venivano ad assumere i tratti di una contrapposizione "identitaria" contro l'attendismo: se il consenso a Mussolini era stato evidente, si trattava allora di combatterlo a viso aperto, anche a Liberazione avvenuta, e di decifrarne i lineamenti storici.
Gli azionisti avevano conosciuto da vicino le ragioni, anche occasionali, che avevano portato molti alla scelta di militare nelle bande partigiane ed erano quindi stati consapevoli, fin da subito, del pericolo di vedere interpretata l'intera vicenda resistenziale nell'ottica di un rassicurante continuismo, in cui le scelte attive venivano depotenziate di ogni carattere ideale. L'attenzione all'indifferenza e all'opportunismo rischiava, ad esempio, di mettere in secondo piano l'importanza degli scioperi operai del 1943-44, di cui prontamente si occupò Giorgio Vaccarino in due saggi del 1948 e del 195215. Vaccarino, nella sua ricostruzione, metteva in luce, tra le altre cose, come vi fossero state due posizioni all'interno dell'antifascismo "rivoluzionario delle masse settentrionali nei primi mesi del 1943". Da un lato quella più propriamente operaia, che le ragioni economiche spontaneamente volgevano a strumento di agitazione politica, "affine nella sua immediatezza rivoluzionaria alla intransigenza giacobina e romantica degli azionisti", dall'altro lato quella dei "temperamenti e dei compromessi diplomatici della direzione comunista", condizionata dal diverso grado di avanzamento politico della classe lavoratrice nelle varie regioni d'Italia e mossa dall'esigenza tutta particolare di porsi e di essere accolto come partito nazionale. È interessante notare il riferimento all'intransigenza giacobina degli azionisti da parte di colui che, in seguito, ha probabilmente tratto i frutti storiografici più maturi dal dibattito italiano sul giacobinismo e l'utopia democratica16. Non di rado, in questo percorso tra le interpretazioni azioniste della Resistenza, ci accorgeremo di come quell'esperienza abbia contato non poco nella decisione di molti di quei protagonisti di farsi storici e nella scelta dei temi della loro ricerca storiografica17.

La fine del Partito d'Azione

La riflessione sugli esiti della Resistenza per gli ex azionisti non poteva non intrecciarsi con il ripensamento precoce e quasi autobiografico sul fallimento del proprio partito. Non erano però mancate, subito dopo l'aprile 1945, iniziative come quella di Leo Valiani il quale, nei primi mesi del 1946, aveva scritto di getto, tutto d'un fiato, la cronaca della lotta di liberazione18. Nella prefazione alla prima edizione del suo volume Valiani usava toni che non si ritroveranno facilmente nei suoi scritti successivi: "Lo spirito soffia dove vuole. Ha soffiato per qualche anno, in Italia e nel mondo intero, sugli antifascisti di tutte le tendenze, ma ciò non vuole dire che i fascisti non siano mai stati toccati dalla sua brezza [...] Ora sembra che il vento dello spirito si sia acquietato e che si sia tornati a vegetare nella palude dei normali egoismi. Se non fosse per l'energia atomica, parrebbe di vivere in uno qualsiasi dei secoli detti di decadenza. Ma gli uomini hanno sempre dissodato le paludi. Perciò finiranno col riconoscere di nuovo quel che già avevamo intuito nei momenti supremi, e cioè che la nostra, sotto certi aspetti atroce, guerra ideologica non fu del tutto una follia"19.
Queste considerazioni di Valiani ci permettono di comprendere quale fu, nel corso degli anni cinquanta, la posizione più diffusa negli ambienti ex azionisti: la Resistenza era stata "tradita" in quanto coloro che si dichiaravano suoi eredi si stavano in realtà allontanando dal suo motivo dominante scegliendo di scendere a patto con la vecchia società e con il vecchio Stato che intanto, finito il peggio, stavano riaffiorando dalle rovine che li avevano sepolti. La lotta armata era stata pur sempre un'impresa circoscritta, sebbene sostenuta da molto consenso. I nuovi partiti volevano rappresentare invece tutto il popolo, da Palermo a Cuneo, senza rinunciare a quegli ampi strati "grigi", che non avevano chiaramente scelto tra le parti in lotta. E ritenevano che non v'era modo per farlo, in un paese come l'Italia, se non offrendo subito un alveo di tranquillizzante e quietistico ricongiungimento di tutti i fili che la bufera aveva spezzato. Essi valutavano insomma di dover legare le loro fortune a un'ennesima riproposizione continuistica dei caratteri sociali e morali della storia d'Italia.
La monarchia veniva liquidata e tuttavia la nuova legalità repubblicana veniva confondendosi con il salvataggio del precedente quadro burocratico e amministrativo dissepolto dalle sue stesse macerie. La decrepita Carta albertina era stata sostituita da una Costituzione coraggiosa, limpidamente democratica, forse fin troppo preoccupata di imbrigliare ogni potere in un giuoco di contrappesi e di equilibri. Il suo impatto veniva però attenuato da una coltre di studiati rinvii, di cautele interpretative e di vere e proprie lacune d'applicazione. La lunga polemica sulla "Costituzione inattuata" - che trovò nel volume collettivo "Dieci anni dopo" ampi riflessi storiografici20 - divenne al centro di battaglie civili e democratiche. La polemica degli ex azionisti non si rivolgeva solo contro il "clerico-fascismo" dei democristiani21, ma anche contro i comunisti a cui rimproveravano di aver lasciato via libera alle forze conservatrici principalmente mediante l'abbandono o la non sufficiente difesa di obiettivi democratici e laici (dalla svolta di Salerno, alla questione istituzionale, al Cln, all'articolo 7 della Costituzione)22.
Già nel 1947, la rivista "Il Ponte" dedicava un suo fascicolo alla "Crisi della Resistenza"23: Salvemini e Calamandrei la inserivano in un contesto internazionale mutato che faceva sì che le forze unite nella Resistenza si stessero combattendo, mettendo in pericolo la pace mondiale; sul piano nazionale si lamentava la mancata sistemazione, da un punto di vista legislativo, delle conquiste ottenute. Anzi Peretti Griva e Galante Garrone denunciavano come l'avere lasciato in vigore la vecchia legislazione consentisse di trasformare in atti criminali di "ribelli" le azioni partigiane. Erano questi i frutti della mancata epurazione la quale, per essere efficace, notava Arturo Carlo Jemolo, avrebbe dovuto colpire 100 nomi e non di più. Vittorio Foa, infine, retrodatava la crisi della Resistenza all'estate del 1944, quando le scelte politiche nazionali e internazionali che erano seguite allo sbarco alleato in Occidente e alla liberazione della Francia e di Roma, avevano gettato i semi della futura sconfitta delle speranze resistenziali.

La critica al nuovo ordine

Foa insisteva sulla questione delle "zone d'influenza" come negazione del modello europeista e federalista che aveva attraversato gran parte delle analisi azioniste sul futuro sistema internazionale durante la lotta antifascista. La critica al nuovo ordine mondiale uscito dalla seconda guerra mondiale, basato sulla divisione in "zone di influenza", era un tratto comune alle riflessioni della variegata galassia azionista nel corso degli anni cinquanta. L'influenza di Salvemini e dell'elaborazione teorica dei giellisti, riuniti attorno alla Mazzini Society negli Stati Uniti tra il 1940 e il 1943, era evidente. Salvemini era stato il primo a intravedere e a denunciare i pericoli del nuovo sistema bipolare. Nei suoi scritti durante la guerra aveva dimostrato una notevole capacità di cogliere non solo i conflitti del momento, ma anche quelli che stavano per nascere. La sua analisi era stata, per esempio, ripresa da Leo Valiani nell' "Epilogo che è anche un prologo" che chiudeva "Tutte le strade conducono a Roma". "Le tre grandi potenze vincitrici (solo due delle quali, gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, hanno i mezzi della loro presunta potenza), fanno e disfanno il mondo, e soprattutto questa misera e pur decisiva Europa, come a loro meglio pare e piace. Dai campi di concentramento sono stati rimossi i forni crematori e i seviziatori, ma son rimasti campi di concentramento, per le nazioni vinte e per gli individui indifesi. Metà dell'Europa si è trasformata in una nuova razza ebraica, priva di diritti politici e spesso anche civili, che deve essere contenta se le si concede il nutrimento [...] Solo un durevole accordo dei vincitori può salvarli da nuove catastrofi, ma la durata dell'accordo è in funzione della sua equità. Combattendo contro l'ingiustizia, noi combattiamo in realtà per una pace mondiale, che non sia armistizio. Combattendo per l'unità dei popoli europei martoriati, noi combattiamo in realtà per un governo unitario del mondo, degno del nome, quale propugnano gli spiriti più lungimiranti, nel campo stesso dei paesi potenti. Per questo non ci pentiamo di aver preso le armi al fianco delle democrazie e dell'Unione Sovietica che oggi ci deludono. Siamo anzi fieri d'averlo fatto con assoluto disinteresse. Così abbiamo il diritto di resistere al presente di quelle potenze, in nome di un futuro più profondamente democratico, che non apparterrà più ai vincitori soltanto ma ai vincitori e ai vinti, e insomma ai popoli."24.
Testimone privilegiato della chiusura del mondo in due blocchi contrapposti divenne Franco Venturi, il quale fu per tre anni (dal 1947 al 1950) addetto culturale dell'ambasciata italiana a Mosca, retta in quel periodo da Manlio Brosio. Quando egli giunse a Mosca si stava completando il trapasso dalla fase della collaborazione tra le potenze antifasciste a quella della guerra fredda. L'ombra dello zdanovismo incombeva sempre più minacciosa su una cultura che si richiudeva in se stessa. Nelle lettere inviate ai suoi amici azionisti torinesi e a Leo Valiani, Venturi descriveva come una grande occasione perduta la chiusura reciproca che si avviava a stabilirsi fra i due sistemi, e si adoperava in ogni modo per combatterla25. In questo modo egli esprimeva la sua doppia appartenenza di rappresentante diplomatico dello Stato italiano e di ambasciatore della Resistenza. C'era una "tela strappata" da ricucire, e ogni "piccolo filo" poteva essere utile. Di qui l'importanza che affiora dalle sue lettere a far conoscere le opere sulla Resistenza italiana. Come hanno notato Aldo Agosti e Giovanni De Luna, la cultura appariva a Venturi come una sorta di grimaldello per forzare la chiusura del "muro contro muro" dello scontro ideologico, ma anche come un modo di affermare una particolare accezione dell'identità nazionale, che assumeva un valore ideale superiore a quello delle singole formazioni politiche contingenti, in un tentativo di riscatto dall'ignominia e dalla vergogna, che era poi quello che aveva alimentato la scelta partigiana dei giorni successivi all'8 settembre 1943. La volontà di Venturi e di Brosio non riuscì ad avere però ragione dei limiti insormontabili incontrati in questa direzione da una diplomazia ufficiale che nei suoi vertici restava pesantemente segnata dalle sue complicità dirette con il fascismo26.

Le scelte storiografiche

Le lettere tra Venturi e i suoi compagni azionisti rimasti in Italia rappresentano anche una testimonianza importantissima di quanto l'esperienza antifascista abbia contato nella scelta di molti di loro di diventare degli storici. L'interesse di Venturi per l'Illuminismo e la Rivoluzione francese, ad esempio, era nato negli anni trenta a Parigi, in un ambiente cosmopolita come reazione al fascismo e al nazismo e rappresentava una novità all'interno del panorama storiografico italiano. Erano temi su cui non solo il fascismo, ma tutta l'"ideologia italiana" avevano imposto una sorta di damnatio memoriae27, malgrado - come ha osservato Gianpasquale Santomassimo - il vero e proprio culto, presente in Croce e in Fortunato, dei martiri della rivoluzione napoletana del 179928.
Nella primavera del 1942 Venturi aveva ottenuto il permesso di trascorrere nella casa torinese di Luigi Salvatorelli una licenza dal confino fascista di circa un mese. Qui ebbe l'occasione di incontrare i fondatori del gruppo clandestino del Partito d'Azione di Torino. Tra di loro vi era Alessandro Galante Garrone, che ha raccontato come la loro amicizia nacque anche all'insegna della scoperta del comune interesse verso Filippo Buonarroti29, un interesse figlio del medesimo "spirito politico [...]: la fiamma dell'emblema di Giustizia e Libertà, accompagnato dal motto rosselliano di 'Insorgere per risorgere'..."30. Venturi aveva dedicato a Buonarroti un importante articolo nel 1937 a Parigi sul settimanale di Giustizia e Libertà31 e non a caso Galante Garrone gli dedicherà, nel dopoguerra, il suo volume su "Buonarroti e Babeuf"32, con cui la ricostruzione della figura di Buonarroti - grazie anche agli studi di Armando Saitta - si profilava con più nettezza come il vero e proprio "anello mancante" tra la rivoluzione francese e quelle origini risorgimentali del socialismo italiano al centro degli studi di Nello Rosselli.
La riflessione sulla storia del socialismo era stata alla base del legame tra Valiani e Venturi fin dal loro primo incontro alla fine degli anni trenta e si era sviluppata attorno al nodo fondamentale della "continuità tra l'ansia illuminista di libertà, di giustizia e di verità sul mondo e le risposte che a questa diedero i movimenti socialisti, politici e intellettuali, nell'Ottocento e nel Novecento"33. I temi delle loro discussioni parigine erano stati riassunti da Valiani nella sua "Storia del socialismo nel secolo XX"34, nata da una indicazione trovata in un testo di Carlo Rosselli, ed erano stati poi sviluppati, nel corso della Resistenza e del dopoguerra, in numerose ed importanti opere storiografiche frutto di un'intensa collaborazione politica ed intellettuale35.

I rapporti con i comunisti

Durante gli anni cinquanta un aspetto importante nella riflessione sulla Resistenza degli ex azionisti fu quello dei rapporti con i comunisti. Dal Pci erano giunte numerose critiche all'immagine della Resistenza tradita. In particolare Giorgio Amendola, dalle colonne di "Rinascita", aveva polemizzato con chi tracciava del decennio '45-55 "un bilancio fallimentare" e con chi presentava quel periodo come dieci anni perduti e la Resistenza come una rivoluzione mancata. Questo atteggiamento, che Amendola individuava prevalentemente negli ex azionisti, "oggi incapaci di comprendere le ragioni del loro fallimento", esprimeva uno stato d'animo largamente diffuso ed anche comprensibile, ma non poteva, secondo il dirigente comunista, tradursi in un giudizio storico. Tale giudizio doveva invece basarsi sulla critica alla "generosa illusione" di poter cambiare tutto e subito e sulla ricerca se le speranze di rapido rinnovamento "fossero legittimamente fondate su di un esame realistico della situazione italiana"36. Esame realistico che lo portava a concludere che, malgrado la persistenza di una struttura amministrativa e sociale non completamente rinnovata, ai risultati immediati della Resistenza - "l'indipendenza e la libertà della patria"- si aggiungevano una avvenuta ricostruzione economica e la quasi completa risoluzione della "frattura fra un Nord politicamente avanzato e un Sud arretrato e sottomesso". Come ha osservato Marcello Flores, il giudizio storico di Amendola sulla Resistenza trovava le sue radici in un motivo di carattere "ideologico", che risiedeva nella identificazione delle proprie fortune elettorali e organizzative con la forza del movimento popolare e democratico nel suo complesso, e nell'attribuire alla crescita di quest'ultimo il carattere di stabili conquiste sociali37.
A complicare le cose nei rapporti tra il mondo azionista e quello comunista erano poi venuti i fatti di Ungheria. La condanna dell'appoggio del Pci all'intervento sovietico fu durissima, ma si cercò di distinguere questa presa di distanza dal giudizio sul ruolo dei comunisti nella Resistenza. Nella prefazione al volume "No al fascismo" del 1957 Ernesto Rossi così scriveva: "con i comunisti non sono mai andato d'accordo, per il loro dogmatismo marxista, la loro spietata intolleranza e specialmente perché a una dittatura avrebbero voluto sostituirne un'altra.
Ma senza la propaganda dei comunisti non avremmo avuto tra gli operai e i contadini altri antifascisti fuori di pochi gruppetti anarchici in alcune province della Toscana e dell'Emilia. Né potevo mancare di riconoscere il disinteresse, la serietà dell'impegno, lo spirito di sacrificio che dimostravano nella lotta i dirigenti comunisti e molti dei loro più umili gregari. Questo era secondo me, il loro merito maggiore. In un paese in cui la quintessenza della saggezza per tutti i benpensanti consiste nel legare l'asino dove vuole il padrone, i comunisti, dando continua prova di carattere, seminavano anche per noi"38. Per comprendere lo stato d'animo degli ex azionisti in quel periodo difficile è molto significativa una lettera di Valiani a Venturi del 13 novembre 1957: "Per noi il problema pratico rimane quello dei rapporti con i comunisti. Io ero naturalmente d'accordo di protestare contro il divieto governativo del raduno partigiano (organizzato dall'Anpi, cioè dai comunisti, anche se Parri e Piccardi sono nel comitato) a Roma. Non ho gran voglia di andarci. Quello che Salvemini diceva, e che Sandro [Galante Garrone] cita in 'Resistenza', cioè che non c'è motivo di non parlare al fianco dei comunisti, era sacrosanto nel 1952, quando egli lo scrisse; e allora facevamo infatti dei convegni celebrativi in cui Pannunzio e Salvatorelli si affiancavano a Battaglia e Longo. Dopo l'Ungheria la questione è più delicata. Si trattasse di un convegno di studi, con Ragionieri ecc., non avrei difficoltà. Ma che cosa possiamo dire in un comizio di massa, al fianco di Longo, che inevitabilmente parlerà dell'unità fra l'Urss, i comunisti e i democratici, esistita durante la Resistenza, senza menzionare da chi e come è stata rotta, oppure dando tutta la colpa della rottura agli anglo-americani? Mi pare il meglio sia ancora astenerci silenziosamente. La polemica farebbe il giuoco dei neo-fascisti e della d.c. Ma lo farebbe anche la nostra partecipazione, senza riserve critiche, al fianco dei capi comunisti"39.

La memorialistica azionista

Il giudizio sulla Resistenza tradita non riguardava solo l'incapacità dei partiti antifascisti di recidere in profondità la continuità degli assetti istituzionali, politici ed economici che avevano alimentato il ventennio fascista, ma anche l'impossibilità per gli uomini del movimento partigiano di protrarre nel tempo un'esperienza che pure era stata in grado di scardinare la società italiana da quei caratteri di passività e rassegnazione che pesavano come macigni sulla identità collettiva italiana. Uno slancio che secondo Carlo Levi era durato sino al 194840. Dalla consapevolezza dell'impossibilità di protrarre nel tempo un'esperienza che aveva segnato l'apogeo della propria vicenda biografica scaturì, nella variegata galassia azionista, una ricca produzione di diari e di memorie. Si pensi - oltre alle testimonianze di Battaglia e Valiani già ricordate - a quelli importantissimi di Livio Bianco41, Ada Gobetti42, Emanuele Artom43, o alla fondamentale ricostruzione della propria vicenda autobiografica compiuta da Nuto Revelli, la quale ha fornito agli storici e a un pubblico di lettori più vasto la chiave per leggere e comprendere i nodi cruciali della storia italiana e del suo impatto con la guerra totale44.
Come ha osservato Claudio Pavone, chi per primo diede alla Resistenza un posto "bene argomentato"45 nella storia dell'Italia contemporanea fu Federico Chabod nelle lezioni tenute nel gennaio 1950 all'Institut d'Etudes Politiques dell'Università di Parigi46. Per Chabod era "d'importanza generale e decisiva per tutta la recente storia d'Italia"47 che allora vi siano state tre Italie (Sud, Centro, Nord) nelle quali "si svolgono tre differenti esperienze politiche". "Il vecchio Stato" si andava ricostruendo nel Mezzogiorno e "non intende lasciarsi scavalcare dai Cln"48, mentre a Roma si ponevano, sotto l'occupazione tedesca, le basi "del potere e dell'influenza della Chiesa"49. A Firenze e al Nord invece il Cln poteva esercitare sulla situazione un ruolo che a Roma gli era stato precluso50. La Resistenza era qui veramente una lotta di popolo, "senza distinzioni sociali. Mentre la borghesia continua alla macchia la 'sua' tradizione di 'volontariato', che ricorda il 1915-18 e, più indietro, il 1848-49, il 1859, il 1860, ecc., per gli operai e gli artigiani [...] e soprattutto per i contadini, questa guerra di volontari per la libertà, questa guerra senza coscrizione è un fatto nuovo. Ed è un fatto di estrema importanza. Esso indica che la partecipazione attiva, decisa, delle masse alla vita politica, alla vita della collettività, è ora un fatto definitivo, il che non era stato per il periodo intercorso tra la realizzazione dell'unità italiana e la prima guerra mondiale. E questo basterebbe a spiegare perché la vita politica dell'Italia dopo il 1945 è diversa da quella dell'Italia di prima del 1914"51.
Chabod dunque sottolineava con nettezza la contrapposizione fra una prospettiva rinnovatrice e al limite "rivoluzionaria" e una restauratrice e moderata52. Egli riconosceva il ruolo della tradizione dello Stato e il peso della burocrazia, la cui forza risiedeva nella continuità. Nulla però poteva venire imputato all'uso degli alleati come alibi delle mancate riforme53. Infine Chabod indicava nella caduta del governo Parri la conclusione definitiva del "periodo rivoluzionario" e nella nascita della Repubblica il compimento del "periodo della Resistenza"54.

La Resistenza incompiuta

Il processo internazionale che abbassava il tono dello scontro della guerra fredda e il processo di trasformazione economico e sociale del paese contribuirono a sciogliere molte delle tensioni degli anni cinquanta. La Resistenza diventava un'eredità a cui guardare nella transizione dal vecchio al nuovo. La protesta popolare del luglio '60 costituisce ovviamente un punto di riferimento, un elemento di periodizzazione centrale. Attorno a questa data è possibile un cambiamento di toni e argomenti55. Dopo l'avventura di Tambroni le componenti dell'antifascismo si impegnano, in maniera nuovamente unitaria, in un'opera di divulgazione e chiarificazione della storia d'Italia più recente, che ha anche il sapore di un tentativo di dar vita a una "educazione civica" degli italiani attorno ad alcuni principi di fondo. Sono i fortunati cicli di lezioni, di testimonianze, di dibattiti, che vedono accomunati storici e protagonisti della Resistenza al fascismo in un fitto dialogo con i giovani. Le polemiche interne continuano a trasparire nel fondo, ma prevale uno sforzo unitario teso a recuperare quel comune denominatore che aveva garantito la costruzione delle fondamenta del nuovo Stato repubblicano. È stato detto che, per la prima volta, e con molti contrasti, le tematiche dell'antifascismo e della Resistenza entrano nel patrimonio comune del popolo italiano e fanno il loro ingresso nelle scuole56.
Gli ex azionisti partecipano attivamente a questo nuovo clima, ma senza farsi troppo distrarre dalla nuova presunta unità nazionale attorno all'eredità della Resistenza. Nel 1961 sul mensile "Resistenza" Ferruccio Parri prendeva le distanze dai toni delle celebrazioni ufficiali del centenario dell'Unità d'Italia, descrivendoli come "un'alluvione aulico-qualunquistica" in cui la storia d'Italia si fermava alla "Canzone del Piave" cancellando la guerra di liberazione e la Costituzione repubblicana57.
Nel mondo azionista, pur cogliendo e valorizzando le novità rispetto al decennio precedente, si preferiva continuare a interrogarsi sui limiti della costruzione repubblicana. Nell'articolo "Resistenza incompiuta", del 1966, Norberto Bobbio scriveva che, se proprio si voleva trovare una "caratterizzazione sintetica, comprensiva, del significato storico della Resistenza e del rapporto tra Resistenza e il tempo presente, non parliamo di Resistenza esaurita (e neppure tradita o fallita), ma di Resistenza incompiuta. Purché s'intenda l'incompiutezza propria di un ideale che non si realizza mai interamente, ma ciononostante continua ad alimentare speranze e a suscitare ansie ed energie di rinnovamento"58. Il tema della Resistenza incompiuta veniva ripreso da Giorgio Bocca nella sua "Storia dell'Italia partigiana (Settembre 1943-Maggio 1945)", che intitolava così l'ultimo capitolo del libro59.
La critica all'antifascismo retorico ed ufficiale divenne dissacrante ed impietosa con il movimento del 1968 e con il movimento studentesco. Proprio sul tema della Resistenza cercò di tenere aperto un dialogo Norberto Bobbio sempre sulle colonne di "Resistenza". Scriveva Bobbio: "Sinora la Resistenza era stata contestata da destra. In questi ultimi tempi si sono manifestate, attraverso il movimento studentesco, le prime avvisaglie di una contestazione di sinistra [...] L'unità dell'antifascismo è criticata perché ha concesso un titolo di nobiltà a chi non se lo meritava e che lo sfrutta quando gli torna comodo". Se questa era una critica condivisibile, Bobbio voleva però ricordare come proprio sulla rivista in cui scriveva "tra l'esaltazione di una falsa Resistenza e un discorso serio sulla Resistenza vera, abbiamo scelto da tempo"60. La strategia della tensione e la bomba di piazza Fontana segneranno una nuova svolta e un riavvicinamento tra i vecchi partigiani, le forze storiche della sinistra e i gruppi della sinistra extraparlamentare in nome dell'antifascismo e della difesa della democrazia.

La difesa della propria storia

Se nel corso degli anni settanta e buona parte degli anni ottanta la storiografia azionista sulla Resistenza non ha fatto registrare delle novità significative, escludendo forse una maggiore disponibilità a riconoscere nell'evoluzione della società italiana anche la realizzazione di molti ideali che avevano animato la lotta di liberazione, è indubbio che, nell'ultimo decennio, la questione dell'azionismo è stato al centro del dibattito più strettamente politico e dell'uso pubblico della storia61. A parte le osservazioni critiche di Rusconi - l'incapacità della Resistenza, nella rappresentazione datane dagli azionisti come "moralità armata", di creare un "mito civico", paragonabile almeno a quello risorgimentale; il fallimento del loro tentativo di fare della "guerra civile" il paradigma di autoriconoscimento di tutte le parti in causa; l'ansia precipitosa di dichiararsi essi stessi vinti e traditi ("soltanto il vincitore può assumere su di sé anche l'onere etico di dichiarare civile la guerra combattuta e vinta facendone un mito collettivo")62 - nessuna altra voce si è alzata, infatti, all'interno della comunità scientifica per ravvivare la discussione. La polemica verso la tradizione azionista si è svolta quasi interamente sui giornali e ha avuto come origine la volontà di ritenere ormai superata la pregiudiziale antifascista come fondamento della Repubblica63. Una rottura culturale che non poteva non trovare nell'azionismo e nei percorsi intellettuali e politici degli azionisti nell'Italia repubblicana uno degli obiettivi polemici principali, talvolta con toni che hanno sfiorato l'insulto personale64.
A queste posizioni hanno replicato, per quanto concerne il giudizio storico sulla Resistenza e l'antifascismo, Vittorio Foa e Alessandro Galante Garrone ricostruendo le vicende della loro vita65, ma la polemica e l'offensiva non sono terminate tanto da far sorgere un legittimo interrogativo: cinquant'anni dopo perché l'azionismo fa ancora paura, pur disarmato da ogni strumento diretto di intervento politico? La ragione è ideologica, nient'affatto culturale. I moderni nemici dell'azionismo sono in realtà impegnati in una critica a senso unico della sinistra italiana e in una riscrittura della storia repubblicana del nostro Paese che è diventata un perno del cambio di egemonia culturale in atto oggi in Italia. È cioè in corso una destrutturazione del sistema di valori civici su cui si è retta la democrazia italiana per cinquant'anni, un sistema condiviso, coerente con il patto di cultura che sta alla base della Costituzione, figlio di quella parte dell'antifascismo italiano organizzato nella Resistenza, che ne ha rappresentato la fonte di legittimazione.
Per raggiungere questo obiettivo è necessario attaccare direttamente l'azionismo - che pure, come abbiamo visto, dei limiti di questa costruzione è stato il critico più intransigente -, soprattutto quello torinese, così intriso di gobettismo. Un azionismo che avrebbe tradito la "neutralità liberale" compiendo il sacrilegio di coniugare il metodo e i valori di quella tradizione con la sinistra italiana, rifiutando l'anticomunismo e ogni equidistanza tra fascismo e antifascismo. In questa polemica vengono paradossalmente utilizzate, distorcendole, alcune delle griglie interpretative azioniste sul carattere degli italiani e sulla qualità e quantità del consenso al regime mussoliniano. Il fascismo viene ridotto ad una sorta di debolezza nazionale, di cedimento italico, di vizio collettivo patrimonio di tutti. Salvo che per pochi, alla cui scelta si nega però pervicacemente ogni valore morale, di testimonianza utile anche per l'oggi.
Ed è chiaro che l'azionismo - sia pure residuale, rarefatto, ormai sterile nel panorama politico italiano - rappresenta un'altra volta un ostacolo per questo disegno culturale verso il peggio. La lotta tra un'Italia di minoranza, intransigente, laica, illuminista, convinta di coniugare l'etica con la politica, e un'Italia cinica e indifferente non si è ancora conclusa e l'antifascismo e la Resistenza sono destinati a rimanere ancora a lungo al centro di questo confronto.


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