Federico Caneparo

La crisi della stabilizzazione capitalista
Il Pcd'I di fronte agli eventi internazionali del 1926


Questo articolo è parte di una tesi di laurea discussa all'Università degli Studi di Torino lo scorso febbraio. Lo studio, negli angusti limiti che caratterizzano questi lavori, si propone come un primo tentativo di ricostruire la posizione assunta dal Pcd'I e dal suo gruppo dirigente di fronte all'evolversi della situazione internazionale nel periodo compreso tra la sua fondazione, il 21 gennaio del 1921, e la completa soppressione della libertà da parte del regime mussoliniano, nel 1926.
Una fase contraddistinta dal progressivo rifluire di quella "marea rossa" che, nel biennio precedente (1919-1920), aveva alimentato le speranze rivoluzionarie di milioni di lavoratori in tutta Europa; un periodo nel quale si dispiega in tutta la sua forza, di fronte ad un movimento operaio spossato dalla lotta, una violenta controffensiva padronale volta ad una restaurazione capitalistica e ad una stabilizzazione politico-sociale su basi moderate. Una vittoria, quella delle forze borghesi che, nonostante i colpi di coda tedeschi del 1923 e lo sciopero inglese del maggio 1926, caratterizzerà e condizionerà pesantemente il movimento operaio e socialista negli anni successivi.
Fonti documentarie principali sono i periodici e i quotidiani pubblicati dal Partito comunista, alcune collezioni di fonti edite e la vasta bibliografia, anche in lingua straniera, pubblicata sull'argomento.
Prima di introdurre la parte della ricerca qui riprodotta è necessario descrivere, seppur in maniera sommaria, i criteri metodologici adottati: punto di partenza obbligato, come detto più sopra, è l'analisi delle posizioni assunte di fronte agli avvenimenti internazionali dal gruppo dirigente comunista italiano e dei contributi più originali elaborati da Bordiga, Gramsci, Togliatti, Tasca - per citare i più significativi; tuttavia, dato che il Pcd'I non rappresentava in quegli anni che una sezione nazionale dell'Internazionale comunista, inevitabile risulta considerare le diverse posizioni e i dibattiti sorti al suo interno intorno alla situazione internazionale, cercando al contempo di descrivere la dialettica intercorsa su questo tema tra il partito italiano e il Comintern. Accanto a questi aspetti di storia politica dei partiti e dei movimenti operai ve ne sono altri legati alla storia sociale; così si è documentato, seppur in maniera succinta, l'evolversi delle lotte sociali in quei paesi che attirarono maggiormente l'attenzione del movimento comunista internazionale: la crisi tedesca del 1921-1923; il colpo di stato bulgaro dell'estate 1923; gli avvenimenti polacchi ed inglesi del 1926. D'altra parte è impossibile separare l'analisi più generale del Pcd'I sulla situazione internazionale dal contemporaneo evolversi della situazione politico-sociale italiana; tanto più che, come la ricerca evidenzia, per entrambe le direzioni che si susseguono alla guida del partito tra il 1921 e il 1926, "l'esperienza italiana" assume un valore paradigmatico, un punto di riferimento, nell'analisi internazionale. Così ampi spazi vengono dedicati alla descrizione della linea politica adottata dal Pcd'I di fronte all'avanzata del fascismo e all'offensiva scatenata dalle forze padronali per strappare al proletariato le principali conquiste ottenute nell'immediato dopoguerra; al giudizio sul ruolo e sulla funzione del partito socialista e, più in generale dei riformisti; alla definizione della tattica del fronte unico; al significato della crisi Matteotti e della formazione dell'Opposizione costituzionale dell'Aventino.
In merito alla suddivisione della ricerca si sono seguiti due criteri principali: da un lato si sono tenute presenti le diverse fasi della storia del Pcd'I, dall'altro ci si è rifatti al reale sviluppo dei rapporti di forza tra le classi su scala europea. Così ad una prima parte che descrive l'offensiva reazionaria e la direzione bordighiana (1921-1922), segue la seconda riferita al periodo degli ultimi colpi di coda del movimento operaio internazionale (1923) e "dell'interregno" italiano, per concludersi con la terza e ultima che si occupa della stabilizzazione capitalista e della direzione gramsciana (1924-1926).
Per quanto riguarda la prima, la ricostruzione si concentra soprattutto sull'analisi dell'attività teorico-politica svolta da Bordiga, figura egemone emersa dal Congresso di Livorno, e dal primo gruppo dirigente del partito, attorno ai possibili sviluppi rivoluzionari (reali o presunti) della crisi del capitalismo. Inevitabile però che ampio spazio sia dedicato alla descrizione del dissenso sorto tra l'Ic e il Pcd'I di fronte alle parole d'ordine del fronte unico e alla lotta antifascista. Un dissenso, questo, che, se non sottende una sostanziale divergenza circa "l'analisi di fase" e i giudizi sull'evolversi della situazione internazionale, rivela come il contrasto sia più profondo e tocchi le ragioni stesse sulla base delle quali si erano venuti costituendo, all'indomani della rivoluzione d'ottobre, i partiti comunisti. Infatti, il Pcd'I, proponendo la sua piattaforma politica di sinistra, rivendicava la validità dell'opposizione di principio alla democrazia borghese e al regime parlamentare (e a tutte quelle forze - specialmente i riformisti - che affermassero essere quello lo strumento principe per modificare l'assetto politico-sociale dello stato) e l'attualità di una prospettiva rivoluzionaria generata dall'inarrestabile crisi del regime capitalista; esempi di tale lettura sono i giudizi forniti attorno alle agitazioni europee dell'inverno 1921.
Inoltre la definizione dello stato e della borghesia italiana quali mature espressioni del capitalismo, innalzava gli eventi nazionali e la linea politica seguita dal partito a paradigma d'azione valido internazionalmente.
Solo tra fine del 1923 ed i primi mesi del 1924, allorquando l'azione repressiva del regime fascista nei confronti delle organizzazioni operaie diviene meno opprimente, il Pcd'I riesce, seppur faticosamente, a riorganizzare la propria struttura. La crisi che aveva investito il partito all'indomani del IV Congresso dell'Internazionale (novembre 1922) e dell'avvento del fascismo (ottobre 1922), aveva però scatenato un lento processo di differenziazione all'interno del primo gruppo dirigente; processo alla fine del quale era emersa un nuova direzione, ponte tra gli esponenti della destra e quelli della sinistra, e guidata da Antonio Gramsci.
La terza parte della ricerca, sezione dalla quale è estratto e pubblicato il brano qui di seguito, ha quindi come epicentro lo studio delle posizioni e delle analisi teorico-politiche sviluppate dal Pcd'I attorno alla definizione della situazione internazionale e delle possibili prospettive rivoluzionarie tra il 1924 e il 1926.
Qui, al fine di fornire alcune coordinate interpretative, è necessario, seppur brevemente, descrivere gli elementi caratterizzanti dell'analisi gramsciana:
a) ruolo delle sovrastrutture (stato, società civile). L'importanza affidata agli elementi sovrastrutturali, alle articolazioni interne, conflittuali, del blocco borghese (lo studio dei tempi e delle modalità delle varie crisi politiche nazionali, delle forze in campo, dei loro interessi, delle loro espressioni partitiche) sono tra gli aspetti più caratterizzanti della analisi internazionale sviluppata da Gramsci, sono il frutto di una riflessione avviata, parallelamente ad altri leader del movimento comunista internazionale come Karl Radek, attorno al ruolo stabilizzatore e di freno allo sviluppo del movimento operaio internazionale svolto dai partiti socialdemocratici e riformisti a partire dalla fine della prima guerra mondiale. L'esistenza di alcune differenze tra le società capitalistiche occidentali e quelle orientali renderà perciò necessario, come Gramsci sosterrà allorquando esorterà i partiti comunisti dei paesi occidentali ad adottare le parole d'ordine dell'Internazionale comunista in base "a una tattica determinata, che si ponga i problemi concreti della vita nazionale e operi sulla base delle forze popolari così come sono storicamente determinate", uno studio più approfondito del grado di sviluppo delle società borghesi nelle diverse nazioni;
b) definizione della situazione internazionale. È sulla base delle considerazioni suddette che si devono studiare le analisi delle prospettive rivoluzionarie internazionali elaborate dal Pcd'I tra il 1924 e il 1926: così, l'accordo con le tesi contemporaneamente elaborate dall'Ic scaturisce da una riflessione parzialmente autonoma e focalizzata attorno al ruolo svolto dalle classi medie nella crisi del capitalismo e alle condizioni generali del movimento operaio e delle sue principali organizzazioni all'indomani della vittoriosa controffensiva borghese (1921-1923). Una lettura della "stabilizzazione del capitalismo", quella offerta dal partito italiano, emblematica: volta da un lato a sottolinearne il carattere transitorio, precario, dall'altro a valorizzare l'arresto del processo disgregatore delle forze operaie e la continua, seppur "molecolare", radicalizzazione delle masse operaie;
c) significato internazionale "dell'esperienza italiana". Agli occhi del Pcd'I l'esperienza italiana assume un valore paradigmatico essenzialmente per due motivi: l'evolversi della situazione politico-sociale a partire dal 1919 rappresenta "un modello per le diverse fasi attraversate dagli altri paesi", cioè per tutti quei paesi che Gramsci aveva chiamato stati periferici (si vede all'opera quell'analisi differenziata delle diverse società capitaliste che era stato uno dei suoi punti caratterizzanti allorquando aveva assunto la direzione del partito); la linea politica definita ed attuata dal Pcd'I rappresenta un primo esempio di quella "ricognizione nazionale" che avrebbe dovuto essere il presupposto teorico di ogni elaborazione ed azione politica dei partiti comunisti.
Il capitolo di seguito pubblicato esamina così l'analisi del Pcd'I sulla situazione internazionale all'indomani dello sciopero generale inglese del maggio 1926 e del colpo di stato polacco del mese successivo. Qui, finalmente, tutte le varie tematiche che il gruppo dirigente gramsciano aveva sviluppato a partire dal 1924 si ricollegheranno per dar vita ad una definizione della situazione internazionale originale e differente rispetto a quella dell'intero movimento comunista internazionale.


Quando i dirigenti comunisti ritornarono in Italia1, dopo aver partecipato al Congresso di Lione, non sapevano che soltanto otto mesi dopo, nel novembre 1926, molti di essi sarebbero stati costretti a lasciare il paese per decenni. Gli spazi d'azione per le organizzazioni operaie erano ormai drasticamente ridotti. Il governo fascista, adottando una sistematica politica repressiva, era praticamente riuscito ad annullare il ruolo della Cgl tra le masse operaie (secondo Spriano, che a questo proposito riporta una testimonianza di Giacinto Menotti Serrati, gli effettivi del sindacato italiano, il 31 gennaio del 1926, sarebbero molto meno di 10.000; e nel luglio dello stesso si sarebbero ulteriormente ridotti fino al numero di 6.000 iscritti). Non diversa la sorte di ciò che rimane dei gruppi di opposizione che costituivano l'Aventino. Qui l'azione del regime si focalizzò soprattutto nella soppressione e nel quotidiano sequestro dei loro organi di stampa2.
La repressione colpì naturalmente anche il Pcd'I: nel corso del 1926 il partito fu costretto ad operare in una situazione di aperta illegalità. Inoltre lo stretto controllo a cui era sottoposto contribuì, congiuntamente al peggioramento della situazione economica e delle condizioni di vita dei lavoratori, a ridurre drasticamente il numero dei suoi iscritti. Sempre secondo i dati raccolti da Spriano, gli effettivi del partito, rispetto al 1925, si sarebbero quasi dimezzati, passando da 25.000 a poco meno di 15.0003. Le condizioni oggettive in cui si trovò ad operare erano perciò estremamente dure.
In un contesto così "poco" favorevole al movimento operaio il gruppo dirigente comunista italiano, anziché leggere i segni di un consolidamento del regime fascista e della sconfitta della classe operaia, riconobbe i sintomi della sua debolezza e dell'inevitabilità della sua caduta; ciò era risultato della peculiare situazione politica in cui si era venuto a collocare il Pcd'I a partire dal 1925: infatti, nel generale movimento disgregatore a cui erano state sottoposte le organizzazioni operaie a partire dal 1922 i comunisti, attraverso una capillare azione dal "basso" e all'azione politica della centrale, erano riusciti a raggruppare attorno a loro larghi strati dei militanti di "origine socialista, repubblicana, riformista" politicamente più attivi e a divenire, agli occhi del gruppo dirigente comunista, i catalizzatori delle forze antifasciste. Una sensazione, quella di stare assumendo un ruolo egemonico tra le forze che si opponevano al governo Mussolini, che pareva loro confermata dal tentativo di costituzione di un fronte di opposizione al fascismo (Concentrazione repubblicana) fondato su una piattaforma politico-programmatica più radicale (repubblicana) rispetto a quella precedentemente fatta propria dall'Aventino (realista).
Ai fini della nostra ricerca ciò che preme sottolineare è l'importanza che l'analisi della situazione italiana assunse in proiezione internazionale. Infatti Gramsci, nella relazione presentata alla riunione del Comitato centrale del 2-3 agosto 1926, elevò lo sviluppo politico e gli spostamenti delle classi medie italiane dal 1920 al 1926 a paradigma interpretativo "classico" di tutti i paesi capitalistici periferici: "Ciò che mi pare caratteristico della fase attuale della crisi capitalistica consiste nel fatto che, a differenza del '20-21-22, oggi le formazioni politiche e militari delle classi medie hanno un carattere radicale di sinistra, o almeno si presentano dinanzi alle masse come radicali di sinistra. Lo sviluppo della situazione italiana, dati i suoi caratteri peculiari, mi pare possa dare il modello delle diverse fasi attraversate dagli altri paesi. [...] Queste fasi attraversate dall'Italia, in una forma che chiamerei classica ed esemplare, le ritroviamo in quasi tutti i paesi che abbiamo chiamato periferici del capitalismo"4.
Questa valutazione avrebbe contribuito a modificare sensibilmente il concetto della "stabilizzazione relativa del capitalismo", aprendo in alcuni paesi una nuova fase e obbligando i partiti comunisti ad elaborare nuove tattiche e strategie.
L'importanza di questa relazione e, più in generale di tutta la riunione del Comitato centrale del Pcd'I, è cruciale. Nell'analisi delle prospettive internazionali si intrecciano i fili di tutta la strategia adottata dal Pcd'I in ambito sindacale e politico a partire dalla formazione del nuovo gruppo dirigente, nel 1923-1924, perciò merita uno studio approfondito. Una riflessione che necessariamente si deve dilatare fino a comprendere i principali avvenimenti internazionali succedutisi nel 1926: lo sciopero generale inglese del maggio ed il colpo di stato in Polonia dello stesso mese. Inoltre, sulla scorta e secondo le più recenti interpretazioni storiografiche di quel periodo, facendo riferimento principalmente al saggio pubblicato da Giuseppe Vacca in prefazione al carteggio tra il rappresentante del Pcd'I a Mosca, Togliatti, e l'Ufficio politico del partito5, si deve considerare il significato del dissenso sorto in merito alla valutazione dello sviluppo della crisi capitalistica tra i due e la successiva collocazione del partito di fronte ai temi più "scottanti" trattati dall'Internazionale.

Lo sciopero generale inglese

Sin dalla fine del 1923, allorquando la sezione tedesca dell'Internazionale aveva mancato per l'ennesima volta l'occasione per dare inizio alla rivoluzione, la "questione inglese" e le sorti del suo locale Partito comunista, il Cpgb, si erano poste all'attenzione dei massimi dirigenti dell'Ic e delle sue più importanti sezioni. Ciò in contrapposizione al suo peso numerico: infatti, nel suo periodo di massima influenza, proprio in occasione dello sciopero generale, avrebbe raggiunto a malapena i 10.000 iscritti. A questa oggettiva debolezza sul piano politico faceva però riscontro la relativa importanza della sua influenza su alcuni settori del movimento sindacale. Un influsso che trovava la sua concretizzazione in due organismi: il Movimento nazionale di minoranza (Nmm) e il Movimento nazionale dei lavoratori disoccupati (Nuwm)6.
Lo scenario inglese assunse un preciso significato strategico nel movimento comunista internazionale quando, con la vittoria del Partito laburista e la costituzione del governo MacDonald, il capitalismo, secondo l'Ic, entrò nell'era "democratica e pacifista". Questa fase costituì un periodo del tutto contingente e transitorio, che lasciò ben presto il posto a forme di governo più tradizionali e conservatrici. Le maggiori ricadute positive si ebbero tra i lavoratori. In opposizione ai "traditori" laburisti si era infatti manifestato un generale spostamento a sinistra delle masse; una prova di ciò era stata l'elezione a segretario della federazione dei minatori di un noto esponente dell'Nmm e il buon risultato ottenuto dalla prima Conferenza nazionale del movimento, dove avevano partecipato 270 delegati in rappresentanza di più di 200.000 operai.
L'evento principale di quel periodo fu però l'intervento della delegazione sindacale britannica presso la Federazione internazionale dei sindacati in favore dell'ammissione della federazione dei sindacati russi. I rapporti tra le due organizzazioni culminarono con la costituzione, nella primavera del 1925, dopo che una delegazione inglese si era recata in visita in Russia nel dicembre 1924, del Comitato sindacale anglo-russo; evento che tutto il movimento comunista internazionale, compreso il Pcd'I7, salutò entusiasticamente.
Tra il manifestarsi di questa generale radicalizzazione della classe operaia inglese all'interno delle organizzazioni sindacali ed il suo riversarsi nelle lotte sociali il passo fu breve. Il "banco di prova" ufficiale del nuovo movimento furono le lotte tra il sindacato dei minatori e la federazione dei proprietari delle miniere8. Il contratto salariale vigente risaliva al giugno del 1924 ed era stato raggiunto sullo sfondo dei crescenti profitti e delle esportazioni dovute principalmente all'occupazione francese del bacino carbonifero della Ruhr. Con la ritirata delle truppe transalpine e l'applicazione del piano Dawes, la situazione veniva però radicalmente a mutare: la ripresa dell'esportazione da parte dell'industria carbonifera tedesca colpì duramente il settore inglese. Alla fine del giugno 1925 i proprietari avvisarono i minatori che l'accordo sarebbe stato rivisto sulla base di una cospicua riduzione salariale9. La risposta sindacale non si fece attendere e si concretizzò nel rifiuto delle proposte padronali e nel blocco dei trasporti carboniferi. Solo l'intervento del governo, che accordò all'industria del carbone un sussidio di 20.000.000 di sterline in cambio del blocco dei salari fino al maggio del 1926 e l'istituzione di una commissione di studio sull'efficienza del settore, scongiurò temporaneamente il paese dallo sprofondare in una acuta crisi sociale ed economica. L'appuntamento fu però solo rimandato: i nove mesi di compromesso concordati dal governo, costituendo una "tregua" tra le due classi, non assolsero ad altro compito se non a quello di preparare accuratamente entrambi i fronti allo scontro di maggio.
A partire da quel momento, e per tutti i mesi successivi, "l'interesse" del governo e di tutti partiti costituzionali, da quello laburista a quello conservatore, nei confronti del Cpgb e dei suoi più importanti dirigenti di spicco, aumentò enormemente. Nella sua conferenza annuale il Partito laburista riaffermò l'ineleggibilità di esponenti comunisti a membri di una propria sezione; inoltre esortò i sindacati, per mezzo di un appello, a non inviare come propri delegati alle conferenze del partito esponenti comunisti. Nel Partito conservatore, riunitosi in congresso a Brighton nell'ottobre del 1925, si levarono voci richiedenti lo scioglimento del Cpgb e l'arresto dei suoi capi. Contemporaneamente si assistette alla formazione di nuove organizzazioni volte a "spezzare" ogni tentativo di sciopero. Nell'inverno a cavallo tra il 1925 e il 1926 si costituì la Organization for the Maintenance of Supplies (nota come Oms) e vide la nascita il partito fascista britannico.
Spinto dall'indignazione pubblica e dalle crescenti manifestazioni di ostilità il governo decise di procedere all'arresto del gruppo dirigente comunista: i dodici condannati subirono dai sei mesi ad un anno di reclusione.
D'altra parte l'allarme suscitato dai possibili sviluppi rivoluzionari che la vertenza dei minatori poteva assumere trovava nei fatti "forti" elementi che ne avvaloravano le ipotesi. Rispetto al 1924 il movimento minoritario sindacale aveva moltiplicato i suoi aderenti: alla III Conferenza, svoltasi nell'agosto del 1925, immediatamente a ridosso di quel "venerdì rosso" che aveva costretto il padronato a scendere a patti con i minatori, il Nmm rappresentava, con 683 delegati, più di 700.000 iscritti. Ancora migliore si presentava la situazione nel marzo del 1926, allorquando il movimento arrivò a rappresentare quasi un milione di lavoratori.
Di fronte al radicalizzarsi dello scontro, il Cpgb promosse una serie di proposte che, successivamente adottate dal Nmm, miravano, in vista dello scontro ritenuto ormai imminente, a collegare tra loro tutte le più importanti organizzazioni operaie: "Una speciale riunione del Comitato Centrale del partito fu convocata nel gennaio del 1926, per iniziare una risoluta campagna delle forze operaie contro la classe capitalistica, che era determinata nel tentare di sconfiggere il movimento laburista. Una speciale conferenza nei settori delle trade unions fu convocata al fine di combattere per dare più ampi poteri al Consiglio Generale; l'allargamento dell'Alleanza Industriale; un accordo con la Co-operative Wholesale Society per l'approvvigionamento dei lavoratori; [...]; [la creazione, nda] dei comitati di fabbrica, in accordo con le risoluzioni di Scarborough; [la costituzione, nda] di corpi di difesa operai; un programma comune di richieste per l'intero movimento basato su un salario di 4 sterline per 44 ore a settimana; il rafforzamento delle relazioni tra il Tuc e il movimento dei disoccupati per assicurare la realizzazione delle richieste dei disoccupati e prevenire il loro uso come crumiri"10.
La loro completa realizzazione avrebbe portato ad una ulteriore acutizzazione dello scontro, e alla possibile apertura di scenari anche insurrezionali.
L'escalation continuò per tutti i primi mesi del 1926. Nel marzo la commissione di studio rese noti i suoi risultati: proponeva una riduzione del salario a fronte dello stesso numero di ore, rifiutando la proposta di nazionalizzazione del settore. Contemporaneamente i proprietari, incoraggiati dall'atteggiamento conciliante del governo conservatore, richiedevano una drastica riduzione dei salari e orari di lavoro più lunghi.
Alla fine di aprile i due fronti erano ormai convinti che, alla conclusione dei nove mesi di tregua, si sarebbe giunti allo sciopero generale. Infatti, a mezzanotte del 3 maggio, il Consiglio generale delle Tuc (Trade Unions' Congress) aderì alla proposta della federazione dei minatori e proclamò lo sciopero. Questo doveva essere "dapprima limitato ai trasporti, alle tipografie e ai giornali, alle industrie siderurgiche e collegate, all'industria chimica e all'edilizia" e successivamente si sarebbe dovuto allargare ai lavoratori dell'elettricità e del gas i quali dovevano appoggiare l'agitazione "rifiutandosi di fornire i servizi alle aziende colpite dagli scioperi. I metalmeccanici e i lavoratori dei cantieri navali furono tenuti come 'seconda linea di riserva' e non intervennero nella lotta". In tutto parteciparono all'agitazione più di quattro milioni di lavoratori.
I comunisti si gettarono completamente nella lotta: la maggior parte dei membri dell'esecutivo vennero spediti in diversi distretti per organizzare l'agitazione; il partito tentò, non senza successo, di stimolare nel movimento la creazione di istituti operai in qualche modo opposti al potere centrale; cercò di assegnare all'agitazione parole d'ordine di carattere politico, proponendo lo scioglimento del governo conservatore e la formazione di quello laburista. Nonostante ciò il Cpgb era conscio delle sue limitate possibilità. Già il 30 aprile, alla vigilia dello sciopero, un suo importante esponente ricordava come l'organizzazione rivoluzionaria non possedesse posizioni di comando all'interno del sindacato: "non conduceva i negoziati con gli imprenditori e il governo; poteva solo dare consigli e mettere la sua stampa e le sue forze al servizio dei lavoratori, che altri guidavano".
Lo scioperò generale durò nove giorni; il 12 maggio il consiglio delle Trade Unions', timoroso degli sviluppi che l'agitazione avrebbe potuto assumere se fosse stata ancora prolungata e prendendo a pretesto il rifiuto espresso dalla federazione dei minatori di accettare una nuova proposta governativa, la revocò, abbandonandoli ad una lotta che proseguì per altri sei mesi.
Come è facile prevedere, gli avvenimenti inglesi suscitarono una vasta eco nel movimento comunista internazionale e furono presto considerati il fatto più importante dopo la rivoluzione d'ottobre. Tutte le sue sezioni se ne occuparono copiosamente; non fece eccezione il Pcd'I. Numerosi sono gli articoli pubblicati su "l'Unità" in quel periodo11. In generale le valutazioni espresse non differivano rispetto a quelle date contemporaneamente dall'Internazionale e dalla linea seguita negli ultimi due anni. Lo sciopero generale e la successiva lotta solitaria dei minatori erano considerati la manifestazione più evidente dell'apertura di una nuova fase nella storia del movimento internazionale; un periodo caratterizzato dalla radicalizzazione crescente delle masse operaie inglesi. Altresì questo spostamento affidava definitivamente al proletariato britannico12, a scapito di quello tedesco, un ruolo prioritario nello scacchiere rivoluzionario mondiale. Ora, in questa situazione, si imponeva al Cpgb la necessità di approfittare delle condizioni e della nuova coscienza del proletariato inglese: "il risultato più sicuro e importante che nessuno può compromettere [...] consiste nel formarsi di una mentalità sempre più rivoluzionaria del proletariato inglese"13.
E di organizzare unitariamente la massa operaia, sia attraverso la creazione e la diffusione dei comitati di fabbrica (sulla base di quanto già accaduto all'inizio degli anni venti con il movimento degli Shops Stewards) che con la costituzione di un partito comunista di massa: "[...] la creazione di una organizzazione comunista capace di risolvere i problemi della rivoluzione inglese"14.
Come si è già detto, i commenti a "caldo" espressi dalla stampa comunista italiana e, più in generale, il giudizio del suo gruppo dirigente non differivano dalle parole d'ordine lanciate dalla Ic. Un'ulteriore prova di ciò la si riscontra sfogliando il carteggio intercorso tra l'Ufficio politico del Pcd'I e il suo rappresentante presso l'esecutivo, Togliatti, nel 1926: in particolare, nella lettera indirizzata ai comunisti italiani il 9 maggio 1926: "[...] ecco quali sono le parole d'ordine e le direttive del Comintern: [...] Qualunque sia l'esito del movimento sono poste oggi in Inghilterra le condizioni per la formazione di un grande partito comunista di massa. Il nostro partito [il Cpgb, nda] deve parlare chiaramente anche contro i sinistri. Fare in questo periodo un'intensa applicazione della tattica del fronte unico dal basso. Si pone probabilmente il problema di ridare vita al movimento degli Shops Stewards. Non bisogna essere troppo pessimisti circa gli esiti del movimento"15.
Medesimo era l'atteggiamento di accusa nei confronti del Consiglio generale delle Trade Unions' e del Movimento di minoranza nazionale per aver revocato lo sciopero generale; così pure il giudizio sul mantenimento del Comitato sindacale anglo-russo e del suo utilizzo all'interno della tattica del fronte unico.
Bisognerà però aspettare alcuni mesi prima che il Pcd'I si esprima in maniera sistematica sugli avvenimenti inglesi del maggio e sui suoi sviluppi; quando lo farà, nell'agosto del 1926, il suo giudizio complessivo sulla situazione internazionale non si troverà più totalmente in accordo con quello espresso dall'Internazionale. Infatti, a complicare lo scenario erano intervenuti, secondo il Pcd'I, i fatti polacchi e, più in generale, un nuovo spostamento a sinistra delle forze piccolo borghesi in molti paesi dell'Europa. È perciò necessario soffermarsi sui sanguinosi fatti di Polonia prima di procedere ad analizzare la posizione complessiva del Pcd'I.

"L'errore" di maggio in Polonia

Lo stesso giorno in cui aveva fine lo sciopero generale in Inghilterra, giungeva al suo ultimo atto, con il colpo di stato del maresciallo Pilsudsky, la crisi polacca. Una breve descrizione della situazione sviluppatasi in Polonia a partire dalla fine del 1923 e soprattutto delle condizioni delle classi medie nazionali, è necessaria al fine di poter comprendere appieno l'importanza che Gramsci e il Pcd'I gli attribuirono nello scacchiere internazionale16.
Il giovane stato dell'Europa orientale era stato uno tra i più colpiti dalla crisi postbellica. L'inflazione, flagello che aleggiò per parecchi anni su tutto il continente, peggiorò nel corso della seconda metà del 1923 fino ad assumere le dimensioni di una vera e propria super-inflazione. A sostenerne i costi maggiori furono soprattutto le masse popolari: i contadini, gli operai e buona parte della classe piccolo borghese. Impossibile che simile disagio non si manifestasse con agitazioni continue, culminanti, come si è già ricordato precedentemente, negli scioperi del novembre 1923 e nella contemporanea insurrezione della città di Cracovia.
I sanguinari fatti di fine anno si imposero alla classe dirigente polacca che dovette urgentemente porvi rimedio. Prese vita, sulla base di un programma contenente radicali riforme, un nuovo governo, guidato da un esponente conservatore, Grabski. I suoi provvedimenti si concentrarono soprattutto nel settore finanziario: la riforma finanziaria e monetaria si basava su un aumento delle entrate del Tesoro, sulla costituzione di una nuova banca centrale, la Banca nazionale di Polonia, e sulla messa in circolazione di una nuova moneta, lo zloty. Associati a questi provvedimenti di carattere economico il governo procedeva ad un'ulteriore espansione del sistema d'assicurazione nazionale. Tuttavia, dopo un iniziale successo, l'ampiezza delle riforme messe in campo e il restringersi delle possibilità di esportazione per le industrie polacche, costrinsero Grabski, convinto della necessità del risanamento, a rivedere il suo programma e ad adottare misure impopolari: "Grabski, convinto della necessità della riforma finanziaria, subordinò spietatamente tutti i settori dell'economia nazionale al suo proposito. Egli abolì l'indice del costo della vita quale base per l'aggiustamento delle retribuzioni. [...] Seguendo l'esempio tedesco, per rendere in grado le industrie polacche di competere con quelle tedesche, le otto ore lavorative in Alta Slesia furono sospese e le dieci ore furono temporaneamente introdotte. La riforma agraria fu nuovamente rallentata, provocando una grande amarezza tra il proletariato rurale. Una nuova ondata di agitazioni sconvolse il paese"17.
A questo drammatico scenario si dovevano ancora aggiungere i crescenti fermenti etnici nelle zone orientali a maggioranza ucraina e bielorussa.
Di fronte all'aggravarsi della situazione, il Partito comunista polacco (Kpp), diretto da un gruppo dirigente di destra (dopo che per un breve periodo, a cavallo tra il 1924 e il 1925, in seguito alla "svolta" a sinistra dell'Internazionale, la direzione del partito era passata nelle mani di alcuni esponenti della sinistra), applicando coerentemente la tattica del fronte unico, riuscì ad ampliare notevolmente la propria influenza, aggregando intorno a sé il malcontento delle campagne e dei territori di confine: tra il 1924 e il 1925 la rappresentanza comunista nel parlamento crebbe da due a quattro unità ed iniziò una fitta collaborazione, sullo sfondo della parola d'ordine del governo operaio e contadino, con gli esponenti del Partito indipendente dei contadini.
Verso la fine del 1925 la situazione economica del paese peggiorò ulteriormente: il numero dei disoccupati raggiunse la cifra record di 300.000, un quinto della forza lavoro. Il governo Grabski fu costretto a dimettersi; gli succedettero, senza ottenere nessun risultato e nel breve volgere di pochi mesi, due diverse coalizioni.
Ancora una volta una citazione può rendere chiaramente la situazione e lo stato d'animo vissuto in quel periodo dal Kpp e dallo stato maggiore dell'Internazionale: "Durante marzo e aprile del 1926 vi furono varie dimostrazioni tempestose dei disoccupati. All'inizio di maggio i disoccupati raggiunsero la cifra di 345.000. A Varsavia, durante la manifestazione per il primo maggio, squadre del Pps si scontrarono con quelle del Kpp e tre lavoratori furono uccisi. Le speranze del Comintern volarono alte"18.
Nonostante la crisi sociale avesse assunto ormai aspetti insurrezionali, i due partiti operai furono completamente colti di sorpresa dall'azione di Pilsudski. Il 13 maggio dichiararono congiuntamente lo sciopero generale; il maresciallo, approfittando dell'agitazione, riuscì a trasportare senza troppi problemi le sue truppe nella capitale. Qui, durante i combattimenti, un piccolo gruppo di comunisti insorse prendendo parte agli scontri e schierandosi dalla parte degli insorti contro le truppe governative. Il giorno successivo il Kpp pubblicò un manifesto nel quale si invitavano gli operai ed i contadini ad insorgere contro "il governo fascista di Witos".
Ancora prima che il colpo di stato si fosse concluso i comunisti dovettero però ricredersi: Pilsudski fece arrestare numerosi esponenti di sinistra, anche coloro i quali avevano partecipato attivamente agli scontri. Presentandosi alla nazione non si dichiarò né di sinistra né di destra, bensì "per l'equilibrio sociale".
L'errore di maggio, così vennero chiamati i fatti polacchi, suscitò naturalmente anch'esso una vasta eco tra il movimento internazionale. Questa volta i dirigenti Ic puntarono il dito dell'accusa soprattutto verso il gruppo dirigente del Kpp, reo di aver ravvisato in Pilsudski il fautore della rivoluzione borghese e della riforma agraria e non, come effettivamente si era rivelato, il nuovo rappresentante delle classi possidenti e di alcune frazioni della piccola borghesia. La critica però si arrestava a questo punto; una disamina più approfondita delle cause della sconfitta e degli errori commessi dal Kpp avrebbe necessariamente messo in discussione la politica adottata dal Comintern in Polonia negli ultimi mesi; ciò, in un periodo caratterizzato dal riacutizzarsi dello scontro in seno al partito russo, avrebbe però esposto la maggioranza alle accuse dell'opposizione.
Un atteggiamento cauto fu tenuto anche dal Pcd'I; nessun commento ufficiale fu pubblicato sugli avvenimenti polacchi. Si dovette attendere fino alla pubblicazione della "Risoluzione sulla situazione internazionale"19 votata nella riunione del Comitato centrale del 2-3 agosto. Qui il Comitato direttivo si dichiarò d'accordo con le critiche espresse dal Presidium del Comintern, giudicando errata la tattica seguita dal partito comunista polacco in occasione della rivolta armata di Pilsudski.
Al di là di questa "rituale" conferma ciò che è più interessante sottolineare sono le indicazioni circa il comportamento che il Kpp avrebbe dovuto adottare in quella occasione. L'attenzione nasce dalla constatazione del confronto che il Pcd'i pare istituire tra la situazione polacca e la crisi italiana del 1924: "Il Partito comunista polacco ha giustamente deciso la partecipazione e l'intervento nella lotta evitando l'errore della "neutralità", [quanto era successo in occasione degli avvenimenti bulgari del giugno 1923, nda] di fronte ad un conflitto interno delle classi dominanti. Esso però ha errato nel modo della partecipazione, mettendosi semplicemente al seguito di Pilsudski.
I comunisti dovevano combattere il Governo reazionario Witos con le armi nella mano, ma non al seguito di Pilsudski, bensì su di un fronte proletario di classe, facendosi il centro di un diverso schieramento di classi intorno al proletariato rivoluzionario e sotto la sua guida. Lottare contro Witos sul terreno della lotta armata, ma non sostenere Pilsudski, bensì combattere contro di esso sul terreno politico, distruggere le illusioni suscitate tra le masse lavoratrici, smascherare la sua reale funzione conservatrice antiproletaria, denunciare l'inganno della sua pretesa lotta contro la reazione [...] ed attraverso questa duplice azione strappare le masse all'influenza di Pilsudski e mobilitarle sul fronte della aperta lotta di classe"20.
Dunque le forze aggregatesi attorno al maresciallo Pilsudski, rappresentavano una manifestazione "polacca", più radicale, dell'Opposizione costituzionale italiana; un gruppo al quale opporre una costante azione politica al fine di disgregare dal basso la sua base sociale e per costruire attorno al partito comunista e sotto la sua guida un blocco sociale in grado di conquistare definitivamente il potere. A corroborare questa ipotesi accorrono ancora le parole della risoluzione. Questa volta riguardano le parole d'ordine che il Kpp avrebbe dovuto adottare: "Le sue parole d'ordine [...] dovevano avere un contenuto di classe e porre in rilievo la funzione autonoma e di direzione propria del proletariato, dovevano tendere a mobilitare ed organizzare le masse sul fronte della lotta classista, suscitando il sorgere di organismi di massa (Comitati operai) espressione della coscienza e della volontà delle forze in movimento: dovevano insomma porre le premesse, indicare le direttive e suscitare le forze verso più ampi sviluppi politici del movimento"21.
Anche in questo caso il confronto con tutta l'opera politica ed organizzativa svolta dal Pcd'I a partire dal 1923, con l'organizzazione per cellule e l'istituzione dei Comitati di agitazione e di quelli operai e contadini, non può che convalidare nuovamente l'ipotesi del parallelo tra crisi Matteotti e crisi polacca. Inoltre, come si vedrà, il suo valore assumerà un significato ancora più ampio nel corso della riunione dell'agosto 1926, contribuendo a forgiare, come si è accennato all'inizio, un giudizio sulle prospettive della situazione internazionale divergente rispetto a quello contemporaneamente elaborato dai dirigenti del Comintern.
È quindi giunto il tempo di analizzare più approfonditamente sia le posizioni assunte dal gruppo dirigente del Pcd'I riguardo la "stabilizzazione relativa del capitalismo" che quelle, divergenti, formulate dal suo rappresentante a Mosca, Togliatti.

La crisi della stabilizzazione

Il Comitato direttivo del Pcd'I si riunisce per discutere delle prospettive della situazione italiana e di quella internazionale il 2-3 agosto: il testo base della discussione è redatto da Gramsci22 "l'Unità" pubblica il manifesto sui lavori del Comitato centrale e la risoluzione sulla situazione internazionale rispettivamente il 17 ed il 31 agosto.
Rispetto all'analisi sviluppata da Gramsci nel suo intervento, i toni delle dichiarazioni pubbliche sono più sfumati; non per questo non ne forniscono un quadro abbastanza completo. Nonostante il progressivo incedere della reazione ed il continuo restringersi dei margini per una azione legale, la situazione italiana era ritenuta promettente. L'origine di tale ottimismo era da ricondurre all'intreccio di quei fattori soggettivi ed oggettivi che sempre erano stati al centro dell'attenzione del Pcd'I.
L'accento era posto prioritariamente sullo sviluppo dell'attività del partito e sull'accrescere della sua influenza tra le masse popolari. Per i comunisti italiani il lavoro svolto negli ultimi tempi, attraverso la costituzione dei Comitati di agitazione (Cda) e dei Comitati per la difesa sindacale (Cds), nonostante fosse stato rallentato dalla costante pressione del governo, aveva dato buoni risultati, soprattutto nella mobilitazione dei lavoratori sul terreno del fronte unico. Inoltre la diffusione e l'allargamento della spinta verso l'unità delle masse operaie indicava "l'adesione sempre più larga dei lavoratori di tutte le tendenze a questi organismi unificatori [Cda, Cds], e [...] la spinta 'ascendente' delle masse"23. Ciò schiudeva le porte alla possibilità che, di fronte all'aprirsi di una nuova crisi italiana, simile a quella che aveva investito il paese tra il 1924 e il 1925, il Pcd'I si trovasse nelle condizioni di poter guidare una vasta coalizione di forze proletarie e di esercitare una profonda egemonia anche su alcuni gruppi piccolo borghesi.
Un'eventualità, quella dell'aggravarsi della situazione italiana, che non era per niente trascurata. Nella riunione del Cc, infatti, venivano chiaramente ribaditi, collocandosi del resto nel solco dei risultati raggiunti al III Congresso, i limiti dell'azione "stabilizzatrice" del regime fascista, e l'incapacità dei suoi provvedimenti a porre rimedio al continuo aggravarsi della situazione economica. Soprattutto si prestava attenzione al formarsi di un nuovo blocco democratico, la Concentrazione repubblicana, postasi su posizioni più radicali rispetto a quelle sostanzialmente realiste sulle quali si era formato il blocco aventiniano del 192424. Agli occhi del Pcd'I, l'importanza della formazione di questo gruppo consisteva nel fatto che, con il suo porsi programmaticamente l'obiettivo di rovesciare definitivamente, anche con la lotta armata, il regime fascista, si collocava sul terreno battuto dai comunisti fin dalla fondazione del partito, manifestando il profondo grado di influenza raggiunto da questi anche tra alcune frange delle classi medie.
Come si è detto, in maniera però frammentaria, lo spostamento a livello internazionale delle classi medie era uno dei fattori che induceva i dirigenti del partito italiano ad enfatizzare ulteriormente il carattere temporaneo e relativo della stabilizzazione e a riconoscere i germi di un suo progressivo deterioramento. Prova di ciò erano gli avvenimenti inglesi e quelli polacchi: "I recenti avvenimenti: dalla crisi economica in Inghilterra, Germania, Cecoslovacchia; finanziaria in Francia, Belgio, Polonia; ai moti rivoltosi ed alla irrequietudine politica e generale dal Portogallo ai Balcani; alla rivolta armata di Pilsudski in Polonia, allo sciopero generale in Inghilterra confermano il carattere temporaneo e relativo della stabilizzazione capitalistica [...] [un, nda] indice della instabilità del regime capitalista e che è stato messo in particolare rilievo dagli avvenimenti polacchi, è lo spostamento che si verifica nel campo dei rapporti di classe e nell'atteggiamento dei ceti medi e piccolo borghesi, specialmente ove tali classi, per il più arretrato sviluppo del capitalismo, rappresentano un fattore della situazione di maggiore importanza di quanto non lo siano nei paesi di più avanzato sviluppo capitalistico.
[...] Ciò aggrava la instabilità del dominio politico della borghesia e favorisce il realizzarsi delle condizioni necessarie alla Rivoluzione proletaria"25.
I drammatici avvenimenti del 1926 non aprivano perciò un periodo immediatamente rivoluzionario; non individuavano i germi di una possibile ondata offensiva della classe operaia; però, nonostante il persistere di una situazione difensiva, indicavano nel periodo successivo lo svilupparsi "di grandi lotte di classe" dalle quali sarebbe dipeso "lo sviluppo della situazione generale, sia nel senso rivoluzionario sia nel senso di un più intenso sfruttamento e di una più aspra reazione contro le masse lavoratrici".
Ma quali strategie avrebbero dovuto adottare i diversi partiti comunisti dell'Europa per poter volgere a proprio favore il reale peggioramento delle situazioni oggettive? Quali le parole d'ordine e le tattiche adottabili?
A questo punto è necessario entrare più in profondità nell'analisi della situazione internazionale svolta dal Pcd'I. Per farlo non esiste documento migliore della relazione che Gramsci presentò alla riunione come base del successivo dibattito. Ancora una volta bisogna riportare l'attenzione alle "questioni" italiane; è qui che l'analisi gramsciana sviluppa ed applica compiutamente tutti i concetti teorico-politici che era andata acquisendo nei tre anni precedenti.
Gramsci individua tre elementi fondamentali nella situazione politica italiana: i positivi progressi compiuti nell'applicazione della tattica del fronte unico; la disgregazione del blocco politico agrario fascista e la conseguente crisi attraversata dal partito fascista; la tendenza a costituire un blocco democratico di sinistra avente il suo perno nel Partito repubblicano e con un programma fondato sulla pregiudiziale repubblicana.
Ritornano nel primo punto tutte le considerazioni svolte nel manifesto pubblicato su "l'Unità". Gramsci riconosceva come negli ultimi tempi il Pcd'I avesse innegabilmente assunto l'iniziativa politica tra le masse costringendo gli altri partiti a "dipendere" dalle sue azioni: ciò significava che, seppure in maniera "molecolare", stava avvenendo uno spostamento degli strati operai politicamente più attivi sulla piattaforma delineata dai comunisti. Il suo riferimento agli strati intermedi non è casuale, bensì individua uno dei motivi per cui la tattica del fronte unico andava adottata esclusivamente dal "basso". Rispetto al gruppo dirigente, formato prevalentemente da parlamentari ed intellettuali "strettamente legati [...] alla classe dominante", e alla massa operaia, contadina e piccolo borghese, lo strato intermedio, nelle condizioni sfavorevoli prodotte dalla stabilizzazione, rivestiva un'importanza ancora superiore costituendo il tramite tra il centro dirigente delle organizzazioni politiche e le loro masse. Così, l'azione per la conquista di questi "vecchi operai riformisti e massimalisti che esercita[vano] una larga influenza in certe fabbriche o in certi quartieri operai" diveniva fondamentale per egemonizzare ulteriormente le masse ad essi sottoposte26.
L'attenzione posta nei confronti dello spostamento a sinistra delle masse popolari non si limitava esclusivamente all'ambiente popolare. Nella continua ricerca di fatti che sostenessero l'ipotesi sulla crescente radicalizzazione delle masse, Gramsci approfondiva l'analisi sullo "stato di salute" del partito fascista e delle sue correnti interne. Uno studio nel quale gli elementi economici costituivano "l'elemento fondamentale della crisi economica", tratteggiando un quadro generale dal quale emergeva l'incapacità del governo fascista a porre rimedio alla incipiente crisi economica se non adottando provvedimenti antioperai e di compressione delle classi lavoratrici come la legislazione sindacale e l'aumento delle ore lavorative. Misure che producevano effetti negativi anche all'interno dello stesso fascismo, soprattutto nella sua tendenza piccolo borghese27. Il gruppo dirigente quindi si attendeva che l'aggravarsi della crisi economica e l'acuirsi delle contraddizioni interne al blocco sociale aggregatosi attorno la governo, ricreasse nuovamente un movimento centrifugo delle forze borghesi. Ed un esempio delle forme che avrebbe potuto assumere tale spostamento lo si ravvisava nel nuovo blocco democratico che si andava formando attorno al Partito repubblicano: "Vecchi capi ex aventiniani hanno rifiutato l'invito a riprendere i contatti con la casa reale. Si dice che lo stesso Amendola nell'ultimo periodo della sua vita fosse diventato completamente repubblicano e facesse in questo senso propaganda personale. I popolari sarebbero diventati anch'essi tendenzialmente repubblicani, ecc. È certo che si fa un gran lavoro per determinare sul terreno repubblicano un raggruppamento neodemocratico che vorrebbe prendere il potere al momento della catastrofe fascista e instaurare un regime di dittatura contro la destra reazionaria e contro la sinistra comunista"28.
Di fronte a questi possibili sviluppi il Pcd'I non sarebbe dovuto rimanere spettatore neutrale, bensì avrebbe dovuto partecipare in maniera attiva cercando di restringere "al minimo l'influenza e l'organizzazione dei partiti che possono costituire la coalizione di sinistra" e di "rendere il più breve possibile l'intermezzo democratico".
Se ci si ricorda di quanto affermato dal Cc a proposito dei fatti polacchi nella risoluzione sulla situazione internazionale si comprende immediatamente il valore paradigmatico dell'elaborazione gramsciana prima e di tutto il gruppo dirigente italiano poi. A valere come modello non sono gli aspetti particolari della vicenda italiana, del resto strettamente integrati con la storia nazionale a partire dal processo risorgimentale, ma l'esemplare atteggiamento assunto dalle classi medie di fronte allo schieramento capitalista e al blocco operaio a partire dall'inizio degli anni venti. Di fronte a questi oggettivi movimenti dei diversi gruppi borghesi i partiti comunisti, attraverso un lavoro simile a quello svolto dal Pcd'I, avrebbero dovuto porsi il problema di prevedere l'esistenza di una possibile fase intermedia tra il regime borghese e la dittatura del proletariato. Un periodo che avrebbe assunto caratteri peculiari a seconda delle differenti strutture socio-economiche nelle quali i partiti comunisti si sarebbero trovati ad operare. Perciò fondamentale diveniva il lavoro di ricognizione nazionale.
La situazione italiana assumeva quindi un valore internazionale, ma, se qui si poteva intravedere un significativo spostamento di alcuni gruppi piccolo borghesi su posizioni radicali, in quale situazione si trovavano gli altri paesi? È necessario ritornare nuovamente alla relazione presentata da Gramsci e, specificamente, alla seconda parte, quella in cui si occupa della situazione internazionale. Lo sciopero generale inglese aveva aperto nelle file del movimento comunista dei dubbi sulla validità della categoria della "stabilizzazione relativa del capitalismo" e questo era il problema più importante che Gramsci affrontava: "Il problema principale delle prospettive generali, cioè il problema di un preciso apprezzamento della fase attuale che attraversa il regime capitalista. È finito il periodo della cosiddetta stabilizzazione? A che punto noi ci troviamo per rispetto alle capacità di resistenza del regime borghese?"29.
Il segretario del Pcd'I si chiedeva se si fosse dovuto prendere in considerazione l'ipotesi di passare dalla fase della preparazione politica30 della rivoluzione ad una più complessa e operativa: "[...] siamo noi per passare dalla fase di organizzazione politica delle forze proletarie alla fase di organizzazione tecnica della rivoluzione? Ossia pure, siamo per passare dalla prima delle due fasi suddette ad una fase intermedia, nella quale una determinata forma di organizzazione tecnica può accelerare il passaggio alla fase risolutiva della conquista del potere?"31.
Nello schema d'analisi approntato per studiare lo sviluppo capitalistico Gramsci suddivide gli stati capitalistici in due categorie: da un lato il gruppo di quelli che sono "la chiave di volta del sistema borghese"; dall'altro quelli che rappresentano "la periferia del mondo capitalistico".
Ai primi, utilizzando categorie concettuali che aveva già acquisito nel 1923, riconosceva il possesso di riserve statali tali da riuscire a limitare politicamente le ripercussioni derivanti dalle acutissime crisi economiche. Nei paesi periferici, come la Polonia, l'Italia, la Spagna, il Portogallo e in generale tutti quelli dell'area balcanica, le forze statali non erano così efficienti anzi, la presenza di "regimi rigidi" (il fascismo in Italia, la dittatura di Primo de Rivera in Spagna, ecc.) oltre ad acuire le spinte contraddittorie provenienti dall'ambiente economico, imponevano la risoluzione del problema della successione al governo esclusivamente con l'uso delle armi32. In più in queste nazioni esisteva un vasto strato di classi intermedie oscillanti tra le due principali classi sociali e in grado di adottare una politica ed una posizione ideologica relativamente autonoma: "in questi paesi si verifica un fenomeno che deve essere tenuto nel massimo conto. Il fenomeno a parer mio consiste in ciò: in questi paesi tra il proletariato e il capitalismo si distende un largo strato di classi intermedie le quali vogliono e in un certo senso riescono a condurre una propria politica con ideologie che spesso influenzano larghi strati del proletariato, ma che hanno una particolare suggestione sulle masse contadine"33.
Dunque, per il Pcd'I, Polonia e Italia e gli altri paesi erano compresi in un unico gruppo di nazioni, tutte caratterizzate dalla presenza di uno strato intermedio con particolare influenza sulle classi popolari. Il confronto non si concludeva però qui; infatti Gramsci istituiva adesso un vero e proprio parallelo tra le modalità che stava assumendo la crisi in Italia con la situazione nei restanti paesi periferici: "La fase attuale italiana, cioè un raggruppamento a sinistra delle classi medie, lo troviamo in Ispagna, in Portogallo, nei Balcani"34.
Il risultato era tutt'altro che scontato. Gramsci affermava con fermezza che per questi paesi si poteva tranquillamente affermare di essere realmente entrati in una "fase nuova dello sviluppo capitalistico". Un periodo nel quale i partiti comunisti dei rispettivi paesi avrebbero dovuto, sulla base di quanto abbiamo già visto precedentemente, prevedere lo sviluppo di una fase intermedia. Negli altri paesi invece il problema che si poneva di fronte ai movimenti rivoluzionari era quello di continuare a preparare politicamente la rivoluzione. Per tutti, secondo uno schema che è fondamentale nell'elaborazione politica della nuova direzione del Pcd'I, esisteva la necessità di applicare la tattica del fronte unico tenendo presente "i problemi concreti della vita nazionale" e operando "sulla base delle forze popolari come sono storicamente determinate". Insomma, si poneva quella questione della ricognizione nazionale di cui abbiamo parlato precedentemente.
Prima di abbozzare una schematica conclusione dobbiamo inevitabilmente prendere in considerazione, seppur in maniera breve, l'elaborazione effettuata dall'Internazionale su questi temi. A questo proposito ad essere esaminati saranno soprattutto i lavori del VII Plenum dell'Ic, svoltosi a Mosca nel novembre del 1926. È la prima riunione ufficiale alla quale Zinov'ev non partecipa in veste di presidente. Nell'ottobre del 1926 il Comitato centrale del partito russo, su richiesta di dieci partiti stranieri, gli aveva revocato la carica; era l'ultimo atto di quella lotta politica che la nuova opposizione unificata, guidata proprio da Zinov'ev, assieme a Trotskij e Kamenev, aveva ingaggiato nel corso del 1926 con la maggioranza del partito russo.
Al suo posto assunse la carica di presidente Bucharin. Fin dal suo primo rapporto sulla situazione internazionale apportò notevoli cambiamenti: la relazione fu insolitamente breve e si accompagnò ad una distribuzione del testo a tutti i delegati presenti, in modo da permettere loro di poterlo studiare approfonditamente; inoltre, come espresse Togliatti presentando il rapporto sulla riorganizzazione degli organi dirigenti dell'Ic, inaugurava uno "stile di lavoro" basato sull'incremento della partecipazione dei delegati dei partiti comunisti occidentali alla direzione dell'Internazionale.
Al di là, come ha ben ricordato Agosti, di "queste sfumature procedurali, che pure ebbero la loro importanza", il rapporto redatto da Bucharin recava in sé delle sostanziali novità a livello di contenuti. Soprattutto, presentava un'analisi delle relazioni esistenti tra la "stabilizzazione" economica ed i suoi riflessi politici di così ampio respiro che per rivederne una simile si sarebbe dovuti risalire a ritroso fino al discorso pronunciato da Trotskij al III Congresso, nel 1921, allorquando, in presenza di un "effettivo rallentamento dell'ondata rivoluzionaria e del persistere dell'offensiva capitalista", si era inaugurata ufficialmente la stagione della tattica del fronte unico.
Bucharin riconosceva il perdurare della "relativa stabilizzazione del capitalismo", una stabilizzazione che però continuava a mostrare tutte le sue "brecce"; prova ne erano gli avvenimenti succedutisi nel 1926, primo fra tutti lo sciopero generale inglese del maggio e quello dei minatori35. Riprendendo e aggiornando temi già trattati da Lenin al II Congresso Ic, delineava e distingueva tre fattori che contribuivano a non far superare la crisi al capitalismo: l'esistenza dello stato sovietico e il suo svilupparsi verso il socialismo; il declino dell'impero britannico e lo svilupparsi di vasti movimenti indipendentisti nei territori coloniali e semi-coloniali, come nel caso cinese; la lotta della classe operaia contro i risultati della stabilizzazione.
Di fronte a questi movimenti così contraddittori, e alla consapevolezza che in nessun paese era all'ordine del giorno la presa del potere, il compito dei partiti comunisti e della classe operaia internazionale continuava a rimanere quello di preparare politicamente la rivoluzione costruendo, con l'adozione della tattica del fronte unico, delle organizzazioni rivoluzionarie in grado di mobilitare vaste masse. A questi compiti poi si affiancava quello fondamentale di salvaguardare gli interessi dell'Urss, il più importante elemento di disturbo nel mondo capitalista.
Gli aspetti più nuovi del rapporto tenuto da Bucharin emergono quando ad essere presi in considerazione sono gli effetti e processi della stabilizzazione. Qui, anziché far parlare direttamente il dirigente russo, possiamo rifarci all'intervento di Togliatti. Il suo discorso sintetizza efficacemente i temi da lui trattati con l'Ufficio politico del Pcd'I, talvolta in chiave polemica36, a partire dalla sua permanenza moscovita, e le intuizioni e le analisi contenute nell'elaborazione buchariniana. Un segno di questa sostanziale unità d'intenti è già visibile nell'elogio svolto in direzione del presidente per aver presentato un documento che finalmente "scoperchiava la pentola della stabilizzazione": "Il fatto più interessante nelle tesi che ci sono state presentate è, secondo noi, che per la prima volta da quando nell'Internazionale comunista si discute di stabilizzazione, ci troviamo di fronte ad uno sforzo cosciente e completo di analizzare e valutare non soltanto la parola, ma il fatto della stabilizzazione relativa del regime capitalistico, di analizzare questo fatto da una parte dal punto di vista del valore qualitativo del fenomeno che lo costituisce, e dall'altra dal punto di vista quantitativo, cioè allo scopo di determinare qual è il peso specifico dei differenti elementi che contribuiscono a creare la stabilizzazione stessa.
Il fatto che nel rapporto del compagno Bucharin e nelle tesi si giunga a dei risultati concreti su questa linea è davvero importante non solo dal punto di vista scientifico, ma per ciò che si riferisce alla determinazione della tattica della Internazionale e delle sue sezioni"37.
La sua esigenza di andare a "fondo" nella ricerca delle cause della stabilizzazione, lo spinse a descrivere esplicitamente una realtà che proprio avvenimenti come lo sciopero generale inglese, il colpo di stato del maresciallo polacco Pilsudski e lo stesso "ottobre" tedesco del 1923, avevano contribuito a tenere sullo sfondo: la vittoria schiacciante riportata dal capitalismo sulla classe operaia e sul movimento rivoluzionario in particolare. E i discorsi dei diversi delegati intervenuti alla discussione sul testo presentato da Bucharin non fecero che confermare la sua convinzione: "Abbiamo sentito qui molti rapporti di differenti paesi. Ora, in tutti questi rapporti si sottolinea che una delle condizioni, e nella maggior parte dei casi una condizione fondamentale, per giungere a questo periodo di stabilizzazione relativa del capitalismo, è stata la vittoria che il capitalismo ha riportato sulla classe operaia, la disfatta che il capitalismo è riuscito, in un certo momento storico, a infliggere alla classe operaia [il corsivo è mio].
Non c'è un solo rapporto fra quelli che abbiamo ascoltati, nel quale non si sottolinei che la premessa della situazione nella quale si trovano i vari paesi è costituita da questa vittoria da parte del capitale sulla classe operaia"38.
Sulla base di questo avvenimento si erano sviluppati, con alterne fortune, vasti tentativi di riorganizzare e stabilizzare l'economia capitalista. Qui entrava in gioco per Togliatti, e per l'Ic, un ulteriore fattore, quello della razionalizzazione. Il mutamento qualitativo delle "basi tecniche del processo produttivo" si fondava soprattutto su una ulteriore compressione delle masse lavoratrici: un'azione che, come chiaramente esplicato dal delegato italiano in occasione della pubblicazione di un suo articolo sulla rivista ufficiale dell'Internazionale39, si sviluppava lungo tre direttrici principali: la lotta per la riduzione dei salari; la lotta per l'aumento della giornata lavorativa; la lotta per lo sfruttamento più intenso della classe operaia nelle officine e nelle fabbriche.
Accanto a questi sforzi, la borghesia poteva contare, come ulteriore strumento di compressione, sulla continua crescita dei senza lavoro.
L'analisi togliattiana non si limitava però esclusivamente agli aspetti "generali" della questione, bensì tentava di individuarne lo specifico concretizzarsi nelle sue varie forme nei maggiori paesi del continente: "Ecco, per esempio, uno dei casi più caratteristici: il conflitto dell'industria mineraria inglese. [...] I proprietari di miniere con la loro classe capitalista inglese non vedono altra via d'uscita che la riduzione del salario dell'operaio, il prolungamento della giornata lavorativa e un più forte sfruttamento del lavoro dei minatori per ristabilire nella sua integrità il profitto capitalistico. In Francia il piano degli esperti pone senza la minima esitazione il problema del rafforzamento dello sfruttamento del lavoro, e anche gli industriali parlano allora della necessità di misure rigorose per costringere gli operai alle condizioni di lavoro che la stabilizzazione esige. In Italia la legge autorizza la giornata lavorativa di nove ore, ma gli operai sono obbligati in realtà a lavorarne dieci, undici, dodici per un salario di fame. In Germania il contenuto principale della stabilizzazione è il pauperismo dei lavoratori e il loro asservimento a un giogo economico che cresce senza posa"40.
Di fronte al manifestarsi di una offensiva borghese di così ampio respiro, e alla contemporanea disorganizzazione delle organizzazioni operaie (sia politiche che economiche), i partiti comunisti dovevano procedere risolutamente nell'applicazione della tattica del fronte unico e nell'unificazione delle masse operaie.
È il caso di sottolineare come l'intreccio tra processi economici "stabilizzatori" e risvolti politici sviluppato da Bucharin venga da Togliatti ripreso ed utilizzato per dimostrare come il fronte unico non risponda esclusivamente ad una esigenza burocratica, ma assolva un significato politico "nel senso che esso cerca di opporre alle forze alleate del capitalismo" (socialisti e socialdemocratici) e tendenti a sfruttare la disorganizzazione operaia e i relativi benefici della "stabilizzazione" in funzione collaborazionista, "la forza dei lavoratori e di resistere così efficacemente ai tentativi di stabilizzazione del capitalismo".
Il discorso fin qui sviluppato da Togliatti si ricollega adesso direttamente a quanto da lui dibattuto con il Pcd'I nei primi mesi del '26. Ad essere presi in considerazione sono gli strumenti e gli obiettivi attraverso i quali si concretizzava il fronte unico. Per il comunista italiano, i compiti principali che si presentavano davanti ai partiti comunisti erano quelli di opporsi da un lato "alla dispersione delle forze sindacali" e dall'altro allo sforzo di "stabilire un legame costante fra gli operai membri dei sindacati e la massa degli operai che ne sono rimasti fuori" e di sostenere la formazione di "un legame organico e continuo tra gli operai sfruttati nelle fabbriche e i disoccupati"41. La risposta a questo problema era trovata, secondo Togliatti (ma niente è più estensibile alla direzione del Pcd'I di questo concetto), nella centralità del lavoro all'interno delle fabbriche e nella riesumazione su tutta la linea del problema dei comitati di fabbrica: "I comitati di fabbrica, [...] devono rimanere l'arma attraverso la quale l'avanguardia del proletariato si sforza di creare un legame organico con tutte le forze del proletariato nella lotta contro l'offensiva del capitale. Nel momento attuale, l'importanza di queste forme di organizzazione cresce in modo straordinario per il fatto che nella fabbrica, nella stessa industria, la lotta di classe tende ad assumere nuove forme in relazione al piano degli industriali di razionalizzare la loro industria. [...] La mobilitazione degli operai contro questo sfruttamento deve avere naturalmente il suo centro principale nella fabbrica, ove le nuove forme di sfruttamento si manifestano immediatamente; l'arma e l'organo di questa lotta contro la razionalizzazione deve estendersi a tutte le organizzazioni di classe"42.
Inoltre, per mezzo dei comitati, i partiti dovevano procedere alla centralizzazione del movimento sindacale e alla lotta contro la burocrazia sindacale.
Quest'ultimo tema, come si vede particolarmente caro a Togliatti, lo possiamo riscontrare quasi negli stessi termini, nella risoluzione sulla situazione internazionale del Pcd'I dell'agosto 1926: "[...] uno dei più importanti problemi che si pongono specialmente nei grandi paesi capitalistici è quello dei consigli di fabbrica e del controllo operaio, come base di un raggruppamento nuovo nella classe proletaria che permetta una migliore lotta contro la burocrazia sindacale e permetta di inquadrare le masse ingentissime che sono disorganizzate non solo in Francia ma anche in Germania ed in Inghilterra"43.
Come si vede, di fatto non esistevano discrepanze tra l'interpretazione della fase di preparazione politica della rivoluzione in Togliatti e quella contemporaneamente sviluppata a Roma dall'Ufficio politico del Pcd'I e da Gramsci in prima persona. Ma allora, per quale motivo i comunisti in Italia scorgevano in alcuni paesi del continente, nelle cosiddette nazioni "periferiche del capitalismo", i germi di una nuova fase nel processo rivoluzionario e Togliatti, e con esso, come abbiamo visto, il nuovo gruppo dirigente dell'Internazionale, nonostante sviluppasse anch'egli un'analisi ad ampio respiro, sottolineava al contrario il peso e gli effetti sulla classe operaia della stabilizzazione e della razionalizzazione?
La risposta è da ricercare soprattutto nei differenti angoli di visuale dai quali il Pcd'I e l'Ic condussero la loro analisi. Quest'ultima pose al centro della sua attenzione il "fatto" della stabilizzazione (e quindi del proseguire di una fase difensiva per il proletariato), sia nei suoi risvolti economici che in quelli politici e, sulla base di questa tentò di sviluppare una strategia atta a salvaguardare le tradizionali istituzioni proletarie, a conquistare al loro interno una posizione egemone, a radicare i partiti comunisti tra gli operai e a trasformarli in organizzazioni di massa.
Alla stessa maniera il gruppo dirigente del Pcd'I concordava con l'Ic allorquando questa affermava di trovarsi di fronte ad un periodo difensivo; però, la particolare attenzione rivolta alle "superstrutture politiche" esistenti nell'Europa centrale ed occidentale, lo portava ad attuare una diversa suddivisione all'interno del campo borghese individuando paesi capitalisti avanzati e paesi periferici; di più, l'attenzione, sulla base dell'esperienza italiana, alle oscillazioni e ai movimenti all'interno dello schieramento borghese, specificamente nel campo piccolo borghese, e l'assurgere a validità internazionale (per i paesi periferici) del modello italiano, lo conducevano a conclusioni parzialmente divergenti e, in merito agli scenari politici di alcune nazioni, più ottimiste. Soprattutto la direzione del Pcd'I approdava ad una visione strategica fondata prioritariamente sulla ricognizione nazionale e sulla dipendenza da questa della tattica del fronte unico.
Ancora un breve accenno sulla tattica del fronte unico adottata e proposta dal Pcd'I. La sua principale peculiarità fu quella di insistere quasi sempre su un'applicazione dal "basso", a livello locale, di questa parola d'ordine44. Anche l'origine di tale orientamento è da ricondurre al filtro teorico-politico attraverso il quale fu interpretata la "stabilizzazione capitalista". Nella sfera economica, come si è detto, la profonda disorganizzazione delle masse operaie e la sostanziale egemonia esercitata dalla burocrazia riformista sulle organizzazioni sindacali costringevano a focalizzare il lavoro su una riorganizzazione del sindacato dal basso, attraverso la costituzione di un fronte unico basato sui comitati di fabbrica; contemporaneamente, nell'ambito politico, la sostanziale collaborazione dei gruppi dirigenti socialisti o socialdemocratici con quelli borghesi restringeva le possibilità di un accordo al vertice, imponendo una azione tra quegli strati medi delle organizzazioni che svolgevano la fondamentale funzione di collegamento tra le masse degli iscritti e dei simpatizzanti e la direzione dei movimenti.
A guisa di conclusione, sebbene necessariamente parziale, è possibile concordare con Vacca quando afferma come il Pcd'I di Gramsci, nei tempestosi mesi della lotta tra opposizione e maggioranza nel Pcr, condividesse, sebbene su una posizione autonoma e di sinistra, la linea strategica elaborata nell'Internazionale e nel partito russo da Bucharin e Stalin45. Non meno significativo a questo punto è il richiamo rivolto da Gramsci all'unità del nucleo dirigente bolscevico; un'esortazione che, dal punto di vista della nostra ricerca, tentava di scongiurare una rottura che avrebbe interrotto quella "stabilizzazione leninista"46 che era un fattore fondamentale nello sviluppo dei fattori soggettivi della rivoluzione: "In questi ultimi anni, ma specialmente dopo il V Congresso mondiale, i nostri partiti andavano raggiungendo, attraverso una dolorosa esperienza, attraverso crisi faticose ed estenuanti, una sicura stabilizzazione leninista, stavano diventando dei veri partiti bolscevichi. [...] Questa rielaborazione avveniva sotto la guida del partito comunista dell'Urss nel suo complesso unitario, e di tutti i grandi capi del P. dell'Urss. Ebbene: l'acutezza della crisi attuale e la minaccia di scissione aperta o latente che essa contiene arresta questo processo di elaborazione nei nostri partiti, cristallizza le deviazioni di destra e di sinistra, allontana ancora una volta il successo della unità organica del Partito mondiale dei lavoratori"47.


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