Federico Caneparo

Aspettando la rivoluzione
Il Pcd’I e la situazione internazionale 1921-1922*



Dalle sconfitte alla "riscossa proletaria"

Quanto accadde negli ultimi mesi del 1920, con le sconfitte patite dal movimento operaio internazionale in Italia, Romania, Jugoslavia e Cecoslovacchia, non era che la manifestazione della più generale inversione di tendenza nei rapporti di forza tra le classi che avrebbe caratterizzato la lotta nel triennio successivo (1921-1923). Gli industriali passarono all'offensiva in tutti i paesi dell'Europa occidentale e centrorientale. Al loro fianco si allinearono gran parte dei governi dei rispettivi paesi, abbandonando così ogni disegno politico riformista a favore di una più intransigente lotta per il diritto alla proprietà e la libertà di lavoro1.
Il neonato Pcd'I si trovò così ad agire in un contesto nazionale ed internazionale tutt'altro che favorevole. In Italia la riscossa padronale iniziò ufficialmente nella primavera del 1921. A Torino, in seguito all'annunciato licenziamento di più di mille operai, le maestranze Fiat e Michelin entrarono in sciopero. Gli industriali risposero con la serrata degli stabilimenti e l'agitazione si concluse, agli inizi di maggio, con la sconfitta delle organizzazioni sindacali e il licenziamento di più di 3.500 addetti, tra cui numerosi militanti comunisti e dirigenti delle commissioni interne; nel caso dell'industria automobilistica torinese il fallimento dell'agitazione operaia conobbe anche delle conseguenze disciplinari: la direzione aziendale, infatti, impose un nuovo regolamento interno che, di fatto, ristabilì la sua piena autorità all'interno dei luoghi di lavoro2. Ben presto le serrate ed i licenziamenti si diffusero nelle industrie di tutti i più importanti settori produttivi del paese, allargandosi a tutta la penisola. Nella pianura padana l'iniziativa dei proprietari terrieri si sposò con le sempre più frequenti gesta fasciste. Il risultato fu il proliferare di iniziative che sempre più sovrapposero motivazioni economiche alla violenza antisocialista. Nel giro di pochi mesi - ricorda Paolo Spriano - "vengono saccheggiate 119 camere del lavoro, 107 cooperative, 83 leghe contadine, 141 sezioni e circoli socialisti e comunisti, 100 circoli di cultura, 28 sindacati di categoria"3.
La situazione non presentava prospettive migliori in ambito internazionale. Ovunque si registravano sconfitte operaie, licenziamenti, riduzioni salariali. Emblematica, per il suo significato extranazionale, fu l'agitazione dei minatori inglesi. Il primo aprile il governo britannico aveva restituito le miniere di carbone ai loro rispettivi proprietari, dopo che per tutta la durata del conflitto erano state poste sotto il controllo dello Stato. Il primo atto della nuova gestione fu quello di annunciare l'intenzione di aumentare le ore lavorative, di eliminare il livello di contrattazione nazionale e di effettuare dei tagli salariali. Il sindacato dei minatori, in opposizione alle richieste degli industriali, propose invece un piano di nazionalizzazione delle miniere e la costituzione di un pool nazionale per equiparare i salari. L'inconciliabilità tra i due punti di vista sfociò in uno sciopero che impegnò senza successo i minatori per parecchi mesi, fino ad estate inoltrata. L'importanza dell'agitazione britannica, per le conseguenze che avrebbe avuto sulla classe operaia, era chiara al Pcd'I: "La serrata dei minatori - si leggeva su l' "Ordine Nuovo" - è iniziata per costringere gli operai ad accettare la riduzione dei salari che in diversi distretti doveva andare dal 30 per cento al 50 per cento"4.
L'esito della vertenza inglese assumeva valore simbolico per il partito; la vittoria dell'una o dell'altra classe avrebbe rappresentato un modello per lo svolgimento delle lotte successive.
Il giornale comunista segue attentamente l'evolversi della situazione internazionale, dedicando particolare attenzione all'analisi delle forme assunte dall'ondata reazionaria che si scatena contro le organizzazioni del movimento operaio nei diversi paesi del continente. Questa strategia assumeva una duplice veste: da un lato, agiva attraverso le istituzioni statali e i suoi apparati d'ordine (polizia, ecc.), dall'altro per mezzo di gruppi paramilitari autonomi. Il risultato era una violenta e diffusa reazione antisocialista ed anticomunista che variava d'intensità a seconda della zona europea, della solidità dello Stato e della classe borghese. Il paese che però, più di tutti, attrasse l'attenzione del Pcd'I, fu la Germania.
Il 7 gennaio la centrale del Kpd aveva pubblicato sul suo quotidiano un appello, sotto forma di lettera aperta, indirizzato alle altre organizzazioni proletarie tedesche. Il messaggio proponeva l'organizzazione di azioni comuni per la difesa delle più immediate necessità economiche e politiche della classe operaia: lotta per il mantenimento dei livelli salariali raggiunti, scioglimento delle organizzazioni paramilitari reazionarie e costituzione di milizie armate proletarie. L'articolo era stato scritto da Paul Levi, segretario del Kpd, e da Karl Radek, rappresentante dell'Ic in Germania5. Il segretario tedesco era l'uomo della politica unitaria delle forze operaie e, più in generale, l'uomo più coerentemente teso a valorizzare una linea d'azione in grado di costruire attorno ai partiti comunisti un vasto seguito di massa, scardinando l'involucro settario che li avvolgeva dalla loro costituzione. Per questo Paul Levi non si era esentato dal criticare le modalità con le quali era avvenuta la costituzione del partito italiano: a suo giudizio, la rottura a "sinistra" del movimento operaio italiano aveva escluso dal Pcd'I una parte del Psi (centristi e massimalisti), che invece sarebbe stata utile per sviluppare un'efficace azione rivoluzionaria e antifascista. La sua posizione fu duramente criticata dalla sinistra del partito. Il conflitto che covava sotto le ceneri di una apparente unanimità esplose in occasione della discussione sulla scissione di Livorno. Paul Levi, trovatosi in minoranza, si dimise dalla sua carica e al suo posto fu nominato segretario Brandler; a tutti gli effetti però fu la sinistra ad egemonizzare l'attività del partito.
Paradossalmente, la crisi del gruppo dirigente del Kpd coincise con l'aggravarsi della situazione tedesca. Le truppe dell'Intesa avevano iniziato l'occupazione di alcune città sulla riva sinistra del Reno in seguito al mancato pagamento della prima rata delle riparazioni stabilite al congresso di Parigi; gravi scontri, che lasciavano presagire lo scoppio di un possibile conflitto con la Polonia, turbavano le zone dell'alta Slesia, in procinto, attraverso il plebiscito, di passare in mani tedesche o polacche; il divieto della Baviera rendeva impossibile sciogliere le organizzazioni paramilitari6.
La nuova direzione, in sintonia con i rappresentanti Ic, interpretò questi fatti come sintomi evidenti del disfacimento dello stato tedesco; si decise perciò d'indirizzare l'azione del partito verso l'estensione e l'unificazione delle agitazioni, al fine di trasformarle in trampolini di lancio per la lotta rivoluzionaria. I propositi del partito furono però scavalcati dal susseguirsi degli avvenimenti. Alla fine di marzo, il presidente socialdemocratico della Sassonia prussiana Hörsing, pressato dalle richieste di "normalizzazione" degli industriali locali, stanchi dell'attività del movimento operaio, decise di militarizzare la zona. La risposta degli operai fu spontanea e la lotta divampò, assumendo presto aspetti insurrezionali: "Il movimento - scriveva Gramsci su l' "Ordine Nuovo" - ha avuto origine in condizioni che sono tipiche, nel momento attuale, di quasi tutti i paesi in cui la lotta di classe è giunta al massimo della sua acutezza e della sua disperazione [...], la borghesia aveva intrapreso l'organizzazione della guardia bianca. In pari tempo la crisi industriale provocata dai provvedimenti degli alleati e accentuata a scopo di resistenza nazionalistica e di resistenza di classe dai padroni dei grandi trust era giunta al limite estremo. Mentre bande di fascisti incominciavano le loro gesta [...] si iniziava pure i licenziamenti nei maggiori centri industriali"7.
I combattimenti nella Germania centrale durarono più di una settimana, interessando, in alcune zone, interi distretti e città. Il Kpd, convintosi della prerivoluzionarietà della situazione, proclamò allora lo sciopero generale e l'insurrezione armata. La risposta operaia avrebbe però smentito le prospettive dei dirigenti del partito, che restò isolato, senza l'appoggio di parte dei suoi stessi militanti e delle altre organizzazioni. L'azione fallì, lasciando il campo alla consueta reazione: "La reazione - scriveva "Rassegna Comunista" subito dopo la conclusione fallimentare dell'insurrezione - scatenatasi non soltanto nel campo politico, ma anche e soprattutto nel campo economico con l'intensificarsi [...] delle serrate, del movimento di riduzione dei salari, di introduzione di turni straordinari di lavoro, di allungamento della giornata lavorativa, di introduzione di nuovi regolamenti capestro a Leuna ed altrove [...]"8.
L'azione di marzo (così sarebbero stati conosciuti da allora in avanti gli accadimenti tedeschi di quel periodo) costò al Kpd l'arresto di numerosi esponenti di rilievo e la perdita di centinaia di migliaia di iscritti. Nonostante ciò, la direzione del partito sottolineava positivamente alcuni risultati conseguiti durante l'azione.
Dello stesso parere era pure il Pcd'I. Pur nella sconfitta, la lotta operaia aveva confermato e convalidato praticamente, anche in ambito internazionale, le sue idee sulla natura controrivoluzionaria dei partiti socialdemocratici e di quelli di centro e sulla semplificazione della lotta che sarebbe derivata dal loro smascheramento. Altresì, veniva confermato come l'attacco costituisse l'unica tattica per abbattere le istituzioni borghesi. Ne era convinto anche Gramsci: "I comunisti di Germania stanno dando l'esempio che certe posizioni non si difendono e non si possono difendere altro che attaccando, stanno dimostrando che il proletariato piuttosto che subire il primo sopruso, piuttosto che compiere un atto che possa essere preso come prova di debolezza o di mancanza di fiducia in se stesso, deve essere pronto sempre a prendere le armi per difendere la sua libertà, la sua dignità, il suo avvenire, la sua vita"9.
Davanti all'incedere della reazione, il Pcd'I rimaneva fermo su un'idea del processo rivoluzionario (corroborata dalle esperienze russe e tedesche) che associava all'ondata reazionaria lo svilupparsi, in un secondo tempo, dei vittoriosi assalti operai. Pregiudicando tutte le realistiche analisi sulla situazione della lotta di classe svolte in relazione alle agitazioni operaie di quei mesi, il Pcd'I asseriva quasi giornalmente di essere di fronte alla crisi definitiva del sistema borghese, alla sua lenta agonia: "Siamo entrati in uno stadio acuto della lotta tra rivoluzione e controrivoluzione. La borghesia di tutto il mondo sente che questa volta non si tratta di una crisi passeggera ma che si gioca la partita finale e mette in tavola tutte le sue carte. Dappertutto essa getta contro le avanguardie del proletariato rivoluzionario le non indifferenti forze ideologiche, economiche, politiche, militari ereditate pur nell'ora di un imminente sfascio da un più volte secolare dominio di classe. In Russia con gli intrighi e con l'oro fa i tentativi di riaccendere le fiamme della guerra civile; negli Stati Uniti riempie le galere di operai rivoluzionari mediante semplici misure di polizia, senza processo; in Spagna fa assassinare da sicari pagati i capi più in vista del movimento operaio; in Francia e in Inghilterra fabbrica fantastici complotti addomesticati per pretesto di perseguitare i comunisti; in Germania fomenta le gesta dell'Orghesch, imitate in Italia dai fascisti. Qualcuno, anche nel campo proletario, teme e spera che ciò sia il principio di una vittoriosa controrivoluzione borghese, mentre, dato l'irrimediabile sfacelo del sistema capitalista di produzione, non può trattarsi che dei divincolamenti agonici di un organismo moribondo"10.
Il Pcd'I riconosceva, nei fatti che si succedevano in quel periodo, una fase storica che tutti i paesi dell'Europa occidentale avrebbero dovuto attraversare. Valga per tutti un commento di Gramsci redatto in calce ad un articolo sulla situazione spagnola, nel quale la natura dell'offensiva reazionaria veniva individuata nel "tentativo di risolvere i problemi di produzione e di scambio con le mitragliatrici e le revolverate. Le forze produttive sono state rovinate e sperperate nella guerra imperialista [...], esiste però uno strato della popolazione in tutti i paesi, la piccola e media borghesia, che ritiene di poter risolvere questi problemi giganteschi con le mitragliatrici e le revolverate [...] la Spagna è paese esemplare. Essa rappresenta una fase che tutti i paesi dell'Europa occidentale attraverseranno, se le condizioni economiche generali si manterranno come oggi con le stesse tendenze odierne [...]: la fase dell'armamento delle classi medie e dell'introduzione dei metodi militari dell'assalto e del colpo a sorpresa"11.
La fiducia nel carattere rivoluzionario della situazione indusse molti esponenti del Pcd'I a sottovalutare lo sviluppo della reazione nelle sue manifestazioni sia internazionali che nazionali.
Il 1921 rappresentò l'anno dell'effettiva diffusione, in buona parte dell'Italia centrosettentrionale, dell'offensiva fascista12. I gruppi dirigenti del paese, constatato il riflusso del movimento operaio, abbandonarono ogni disegno riformista di allargamento delle basi consensuali dello Stato attraverso l'ipotesi dell'ingresso socialista nell'area di governo, per adottare una linea politica volta a risolvere la crisi socioeconomica in senso conservatore. In questo senso le componenti industriale e agraria dell'élite tradizionale favorirono lo sviluppo della violenza fascista che, nel corso del 1921, si diffuse in tutta l'Italia centrosettentrionale. L'offensiva delle camicie nere si allargò velocemente nelle zone della bassa padana e nell'Italia centrale, impegnandosi a fianco dei proprietari e dei grandi imprenditori agricoli nel tentativo di demolire la rete delle organizzazioni bracciantili socialiste. Una dopo l'altra, a causa dell'isolamento delle diverse sezioni tra loro e dell'impreparazione militare, le roccaforti socialiste e quelle comuniste, sebbene queste ultime più combattive in quanto consapevoli della necessità e dell'inevitabilità dell'uso della forza quale unico mezzo per affrontare la reazione, caddero di fronte ai fascisti; dove questi incontravano resistenza intervenne in aiuto la forza pubblica.
Il Pcd'I, nei suoi documenti ufficiali, rimase fermo nell'idea che il fenomeno fascista non possedesse alcuna autonomia politica e non rappresentasse una peculiarità nazionale. La reazione italiana venne assimilata a quella europea; il fascismo identificato "come uno dei mezzi più caratteristici della presente reazione borghese"13 e conseguentemente accostato ai movimenti sorti in funzione antiproletaria in Finlandia, Baviera, Ungheria e, più in generale, alle "guardie bianche".
Bordiga, il dirigente più influente del partito nei suoi primi anni di vita, sviluppò fino alle estreme conseguenze questa posizione, individuando nel fascismo un elemento integratore dello stato democratico borghese e perciò non antitetico14 ad esso. Il dirigente napoletano fonda la sua analisi sul fascismo partendo dall'identificazione della dittatura capitalistica con la democrazia, definita con toni sprezzanti quale "ottimo sfiatatoio della pressione del suo [della classe operaia, nda] meccanismo economico"; e non esita a spendere parole che, a tratti, paiono indicare ammirazione per l'efficienza di classe della democrazia.
Successivamente riesce evidente alla classe dominante che il regime democratico serve anche contro il proletariato come ottimo "sfiatatoio" della eccessiva pressione del suo malcontento economico, e la borghesia si convince sempre più che il meccanismo liberale serve magnificamente i suoi interessi di classe. Solo, essa lo sente ora come un mezzo e non come un fine dottrinale e astratto, e si rende conto che l'uso di questo mezzo non è affatto incompatibile colla funzione integratrice dello stato borghese, di repressione anche violenta del movimento proletario15.
Infatti, da un lato l'apertura del periodo rivoluzionario e l'ascesa impetuosa della classe operaia rendevano contemporaneamente necessaria un'audace politica democratica dello Stato, dall'altro imponevano la necessità di organizzare guardie bianche, diffuse nel paese ed "autonome" rispetto allo Stato per non ledere la concezione di questo come garante di tutte le classi16.
Proprio la funzione integratrice dello stato borghese impediva - agli occhi di Bordiga - qualsiasi pericolo di un colpo di stato di destra. Tuttavia, con la prima guerra mondiale e l'Ottobre si era aperta l'epoca delle rivoluzioni comuniste. In questa situazione la classe borghese, per consolidare il suo potere, sdoppiava la sua iniziativa accentuando l' "illusione" democratica della sua azione politica e stimolando contemporaneamente la diffusione della violenza controrivoluzionaria nel paese.
"È logico che nell'attuale periodo delle repressioni contro il movimento rivoluzionario della classe operaia, il movimento politico, la partecipazione alla vita politica dei cittadini di classe borghese, o delle clientele borghesi, prenda nuovi aspetti. Non bastano più i partiti 'costituzionali' attrezzati per far uscire nelle lotte elettorali dalle consultazioni del popolo la risposta che la maggioranza firma per la sopravvivenza del regime capitalistico; occorre che la classe che sta attorno allo Stato ne fiancheggi le funzioni secondo le nuove esigenze. Il movimento politico conservatore e controrivoluzionario deve assumere una funzione e una organizzazione a carattere militare e in previsione della guerra civile"17.
Il fascismo non era dunque altro che un docile e manovrabile strumento nelle mani della borghesia.
"È qui [...] che noi vediamo la spiegazione del sorgere del fascismo. Esso integra e non demolisce il liberalismo borghese. Esso realizza nella organizzazione che sta attorno alla macchina ufficiale dello Stato la doppia funzione difensiva che la borghesia conduce"18.
Alla diffusione della violenza sarebbero così corrisposte politiche sempre più democratiche e socialdemocratiche, in una spirale di spinte che infine avrebbero svelato "l'inane antitesi" tra fascismo e democrazia parlamentare, il loro essere entrambi strumenti della politica di classe capitalista.
Rifacendosi alla casistica europea, il Pcd'I individuò nell'esperimento socialdemocratico lo strumento finale attraverso il quale la borghesia avrebbe tentato di ampliare le basi consensuali dello Stato, per garantirsi la propria sopravvivenza di fronte all'assalto rivoluzionario del proletariato. In Italia la stessa reazione fascista veniva concepita come finalizzata al raggiungimento di questo scopo.
"Si picchia [...] sui socialisti per maturare in loro al punto giusto la persuasione e la confessione che fu follia il rivoluzionarismo degli ultimi tempi e che bisogna mettere decisamente tutta la barra a destra. Quando questo obiettivo sarà raggiunto, la reazione fascista cesserà di colpire quel partito, contro cui oggi tanto si scatena ed inveisce, ed un avvenire non lontano vedrà molto vicini i fieri nemici di oggi"19.
Se la reazione nazionale ed internazionale non era che un fenomeno transitorio, quali erano i veri pericoli che il movimento comunista avrebbe incontrato nella sua marcia verso la rivoluzione? Per il Pcd'I i dubbi non esistevano; la socialdemocrazia, la burocrazia sindacale riformista e, nel caso italiano, il Psi e i dirigenti della Cgl erano i veri nemici: "È assai significativo che con questa riscossa generale della borghesia coincida e s'accompagni l'offensiva generale dei capi socialdemocratici dei sindacati aderenti ad Amsterdam contro gli elementi rivoluzionari dei sindacati. La coincidenza non è fortuita. La socialdemocrazia continua il suo triste mestiere di tirapiedi della borghesia"20.
L'attività propagandistica del partito e di tutto il movimento comunista internazionale si sarebbe dovuta concentrare attorno al tentativo di smascherare di fronte alle masse i "socialtraditori" e la loro organizzazione "controrivoluzionaria con sede ad Amsterdam rea di rallentare e sabotare, escludendo i gruppi comunisti dai sindacati, il processo rivoluzionario".
"Chi ha fatto smarrire molte volte la via [quella della rivoluzione, al proletariato, nda] è la insidiosa provocazione democratica e, peggio, socialdemocratica, che gli additava vie illusorie di pacifica evoluzione, e molte volte lo ha consegnato smarrito all'avversario, proprio nel momento in cui deponeva la sua maschera di umanità e liberalità"21.
L'obiettivo dei partiti comunisti sarebbe stato dunque quello di accelerare il declino dell'influenza sulle masse di una socialdemocrazia ormai considerata alla stregua di un partito borghese e non più proletario; peraltro, al compito avrebbe contribuito in maniera considerevole la stessa offensiva borghese.
"Ma la reazione bianca con le sue imprese, mentre non traccia nessun piano di ricostruzione del presente [...] uccide la illusione democratica e liberale e demolisce la influenza della socialdemocrazia sulla massa"22.
Il luogo nel quale le frammentarie posizioni espresse dal Pcd'I ottennero una prima sistemazione fu il III Congresso dell'Internazionale comunista.
I delegati italiani, convinti della fondatezza delle loro posizioni, alla fine di maggio partirono alla volta di Mosca per partecipare al III Congresso dell'Internazionale comunista (maggio 1921), aspettandosi dall'assise la sanzione ufficiale della politica intransigente condotta nei primi mesi di vita del partito. I mesi trascorsi dal II Congresso, soprattutto quelli dell'inizio del 1921, avevano però contribuito a mutare l'opinione dei dirigenti dell'Internazionale sulle prospettive rivoluzionarie europee.
I dati generali parevano tutti condurre alla conclusione che il flusso rivoluzionario stesse rallentando. In Russia, le gravi condizioni economiche in cui versava il paese, stremato da più di sette anni di guerra, e il montare dello scontento contadino che ormai mal sopportava il sistema di requisizioni inaugurato dal comunismo di guerra, avevano costretto i bolscevichi ad adottare una serie di misure che da un lato, in ambito interno, favorirono la creazione di un'area di libero scambio e, dall'altro, nelle relazioni internazionali, portarono alla stipulazione di alcuni accordi commerciali, primo fra tutti quello con l'Inghilterra (16 marzo 1921).
Una svolta tattica che tenesse conto della persistente forza delle istituzioni borghesi e delle organizzazioni socialdemocratiche si rendeva perciò necessaria. Innalzando a modello le indicazioni contenute nella "Lettera aperta" tedesca del gennaio 1921, il Congresso si apprestava a operare una "storica" svolta tattica, lanciando la parola d'ordine della conquista della maggioranza operaia e schiudendo le porte alla possibilità di eventuali collaborazioni con le altre organizzazioni operaie.
Nel presentare la sua relazione sulla situazione internazionale - redatta congiuntamente a Varga - davanti a 291 delegati con voto deliberativo e 314 con voto consultivo, Trotskij accennava al momentaneo riflusso rivoluzionario, ponendosi il problema di individuare una tattica in grado di consentire ai partiti comunisti di "guidare approfondire e unificare le attuali lotte difensive del proletariato e trasformarle in lotte finali". La borghesia, dopo il periodo di disorientamento seguito alla conclusione della guerra, pareva aver riconquistato fiducia. Agli occhi di Trotskij, il momentaneo riequilibrio delle forze in campo non significava l'apertura di un nuovo periodo di espansione e il venir meno della prospettiva rivoluzionaria in Europa. La guerra del 1914-1918 e la Rivoluzione d'ottobre avevano inferto colpi mortali al capitalismo, i contrasti tra le potenze capitalistiche si accentuavano quotidianamente; la rivoluzione era dunque ancora all'orizzonte all'interno del quale si muovevano i partiti comunisti. E, tuttavia, gli operai avevano subito una battuta d'arresto e si trovavano sulla difensiva in molti paesi: con estrema franchezza il commissario dell'Armata rossa ammetteva che non si era "così immediatamente vicini all'obiettivo, alla conquista del potere, alla rivoluzione mondiale"; compito dei comunisti sarebbe stato quello di elaborare una strategia politica in grado di garantire contemporaneamente la difesa delle conquiste ottenute nel 1919-1920 e unificare il proletariato attorno al partito23.
Non era ancora la politica del fronte unico, che verrà inaugurata ufficialmente nel febbraio 1922 (al I Esecutivo allargato dell'Ic); nondimeno la relazione di Trotskij segnava, di fatto, l'abbandono della prospettiva immediatamente rivoluzionaria, sancita nei primi due congressi dell'Internazionale comunista24.
Toccò a Karl Radek, presentando la relazione sulla tattica, approfondire i problemi politici accennati nel rapporto sulla crisi economica e i compiti dell'Internazionale25.
Radek prese le mosse dalla constatazione fatta da Trotskij circa il rallentamento del processo rivoluzionario in Occidente, per indicare ai partiti, in opposizione a quanto sostenuto dalla sinistra comunista, la necessità che questi abbandonassero la politica intransigente e settaria per porsi alla testa delle lotte "concrete del proletariato con il compito di accentuare e allargare queste lotte delle masse per bisogni pratici e insegnare loro a avere ancora i bisogni maggiori: il bisogno della conquista del potere".
"In tutte le organizzazioni di massa del proletariato essi [i partiti comunisti, nda] devono costituire l'avanguardia, che attraverso la formazione di proposte pratiche di lotta e l'incitamento a lottare per tutti i bisogni vitali del proletariato mostri alle masse come tutti i partiti non comunisti siano portati al tradimento. Soltanto se i comunisti sanno porsi alla testa delle lotte pratiche del proletariato, soltanto se stimolano queste lotte possono realmente guadagnare grandi masse del proletariato alla lotta per la dittatura"26.
Il dirigente russo, nell'individuare i referenti sociali e politici dell'iniziativa dei partiti comunisti, superava i limiti operai, per indicare alleanze possibili anche tra i piccoli contadini, i braccianti e la piccola borghesia urbana che, nella crisi post bellica, erano stati investiti dal processo di proletarizzazione. Indubbiamente Radek prospettava una linea politica innovativa: l'applicazione delle tesi sulla tattica imponeva ai partiti comunisti, seppure in maniera tale da poter suscitare diverse interpretazioni, di "fare politica", abbandonando l'attività esclusivamente propagandistica dei principi rivoluzionari per intraprendere l'azione fra le masse, confrontandosi su bisogni concreti, anche con le altre forze politiche.
Il contrasto con il Pcd'I non poté che essere inevitabile. Inevitabile perché ad essere messa in discussione, nelle relazioni sulla tattica e in quella sulla situazione internazionale, era proprio la convinzione dell'imminenza dello sbocco rivoluzionario su cui il gruppo dirigente italiano aveva fondato la costituzione del partito e i primi mesi di attività. Adottando i provvedimenti proposti da Radek, ad essere messa in discussione - agli occhi del Pcd'I e della sinistra internazionale - parve proprio essere l'identità e i principi sui quali si erano costituite le sezioni nazionali dell'Ic dopo il II Congresso. I comunisti italiani finirono così, nel maggio 1921, nelle file di quella sinistra che raggruppava ungheresi, polacchi, austriaci, tedeschi e bulgari e che sarebbe stata sottoposta, proprio per i dubbi sollevati attorno alla giustezza della svolta, agli strali dei dirigenti internazionali.
Il portavoce italiano fu Umberto Terracini27; il suo discorso, ancorché rappresentasse tutti i gruppi "all'opposizione", ben rispecchiava le posizioni e gli atteggiamenti del Pcd'I, riconducendoli fondamentalmente al diverso modo di porsi di fronte alla prospettiva rivoluzionaria.
Terracini polemizzò soprattutto contro le aspre critiche proferite da Radek nelle tesi tattiche in direzione delle tendenze radicali: "La nostra idea verso i principi del compagno Radek è che contengano atteggiamenti troppo forti contro le tendenze radicali [...] che si possono osservare in diversi paesi [...] la III Internazionale ha oggi una grande lotta da condurre, una lotta contro le tendenze destre, contro quelle centriste, quelle semi-centriste e quelle opportuniste. Se dunque abbiamo espulso Levi dal Vkpd e negato l'accesso nella III Internazionale al Psi e con lui a Serrati, non dobbiamo ancora credere che la III Internazionale si sia ormai liberata da tutte le tendenze centriste e da quelle opportuniste"28.
L'intransigenza adottata nella lotta contro le degenerazioni socialdemocratiche e centriste mal si conciliava con i possibili sviluppi della parola d'ordine "alle masse"; nel suo discorso Terracini adombrava la possibilità e il pericolo di un ritorno a quel principio democratico dal quale i partiti comunisti si erano faticosamente allontanati attraverso le scissioni dai socialisti. Del partito, espressione dell'avanguardia del proletariato, avrebbero dovuto invece far parte esclusivamente gli elementi più attivi della classe operaia, che solo lo sviluppo delle condizioni oggettive e l'inasprimento della lotta di classe (di cui le agitazioni del dopoguerra erano le manifestazioni più evidenti) avrebbe sospinto sul terreno della lotta comunista. La convinzione del carattere ascendente del moto proletario non esimeva però i partiti comunisti dall'azione; anzi, li impegnava ad educare le masse per mezzo dell'azione, della lotta sul campo, indicando loro come, in una fase contraddistinta dalla crisi definitiva del capitalismo e dall'acutizzarsi degli scontri, la tattica offensiva fosse l'unica adottabile: "Quando si parla di teoria dell'offensiva [...] si vuole sottolineare che una tendenza dinamica sostituirà quella statica che finora aveva messo radice in quasi tutti i partiti comunisti della III Internazionale. Con la formula della teoria dell'offensiva si contraddistingue il trapasso dal periodo dell'inattività a quello dell'attività"29.
A ragione Paolo Spriano ricorda come il dissenso del Pcd'I con i vertici dell'Internazionale comunista fosse solo agli inizi, che nei mesi successivi avrebbe assunto dimensioni via via più drammatiche fino a sfociare, nell'agosto 1922, in una vera e propria crisi del gruppo dirigente italiano. Lo scontro più evidente sarebbe avvenuto attorno alla possibilità di giungere alla fusione tra il Pcd'I e il Psi, traduzione nazionale della parola d'ordine "andare alle masse": Mosca, intravista la possibilità di gettare un nuovo ponte tra socialisti e comunisti, non voleva sprecare l'occasione di dar vita ad una organizzazione di massa, superando gli esiti del congresso di Livorno; di contro il Pcd'I non avrebbe fatto mistero della sua irritazione di fronte ad una iniziativa che rischiava di mettere in discussione lo stesso gruppo dirigente. A ben vedere, la "questione italiana" non era però che il riflesso più appariscente di un dissenso che riguardava la stessa prospettiva strategica della rivoluzione. Le posizioni del Pcd'I sarebbero state cristallizzate definitivamente al II Congresso del partito, nel marzo successivo, e tuttavia, anche su questo, nei mesi successivi le divergenze si sarebbero fatte sempre più evidenti.
La seconda metà del 1921 fu contrassegnata da una generale intensificazione dell'offensiva delle classi dominanti sia a livello politico che economico: "La crisi dell'industria e la disoccupazione, che facilitavano tra l'altro una 'dilagante' epurazione nelle fabbriche, avevano creato le condizioni più favorevoli per il padronato per ridurre i costi di produzione a spese della classe operaia [...] obiettivo centrale furono i livelli salariali determinatisi nel dopoguerra che tendevano nel 1921 a travalicare sensibilmente in termini reali quelli del 1914"30.
Tutta l'Europa ne fu colpita. Laddove alla già grave situazione economica si associò un'incessante spirale inflazionistica, come in Germania, Austria, Ungheria e Polonia, il grande capitale ne approfittò per ridurre i salari reali e ridistribuire il reddito sostanzialmente nelle casse delle classi possidenti. Le finalità dell'offensiva avevano però scopi più duraturi. Loro obiettivo, infatti, era giungere ad una vera e propria ristrutturazione del sistema industriale: in primo luogo nel ristabilimento delle divisioni gerarchiche tra gli operai nei luoghi di lavoro; poi, nel tentativo di giungere alla stipulazione di contratti aziendali anziché nazionali; infine nella reintroduzione del lavoro a cottimo.
I dirigenti del Pcd'I non erano alieni dal constatare questa situazione, sia a livello nazionale che internazionale31.
"Oggi la classe padronale - chiosava Gramsci a conclusione dello sciopero dei minatori inglesi - non ha più paura degli scioperi e delle minacce dei capi riformisti, la classe operaia non ha fondi di resistenza ed è stremata dalla disoccupazione. Le vecchie armi della lotta sindacale non fanno più paura a nessuno [...] oggi è la riduzione dei salari che essa cerca di attuare, in un prossimo futuro forse non tarderà a muovere l'attacco alle otto ore [...] niente potrà ostacolare lo sforzo della classe padronale di ristabilire nel processo produttivo il suo potere dispotico senza limiti e senza controlli"32.
E, concordemente a quanto avevano esplicitamente affermato Trotskij e Varga nella loro relazione sulla situazione mondiale presentata al III Congresso, nel ritenere concluso il primo ciclo di lotte rivoluzionarie affermavano: "Nell'anno trascorso tra il II e il III Congresso dell'Internazionale comunista, una serie di insurrezioni e lotte della classe operaia si è conclusa con sconfitte parziali: l'offensiva della Armata rossa contro Varsavia nell'agosto 1920, il movimento del proletariato italiano nel settembre del 1920, l'insurrezione degli operai tedeschi nel marzo 1921. Il primo periodo del movimento rivoluzionario dopo la guerra, che fu caratterizzato da una forza d'urto elementare, da metodi ed obiettivi confusi e dallo scatenarsi di un panico straordinario all'interno delle classi dominanti, appare sostanzialmente chiuso"33.
Differenti tuttavia si manifestavano le interpretazioni sul carattere di questa crisi, che il Pcd'I riteneva transitoria e sulla possibilità di ripresa del movimento operaio.
Era ormai un dato di fatto che le masse fossero state poste sulla difensiva dall'offensiva delle classi dominanti. Ciò che diveniva immediatamente importante non era più la lotta per la conquista del potere, bensì quella per garantire livelli di vita e condizioni di lavoro adeguate: obiettivi fondamentali divenivano così la difesa delle otto ore di lavoro, il rispetto dei concordati vigenti e dell'attuale valore globale dei salari, il rispetto dei patti colonici, l'assicurazione ai lavoratori licenziati e alle loro famiglie di un indennizzo adeguato al costo della vita e al numero dei componenti familiari, l'integrità del diritto di organizzazione e il riconoscimento di questa. Tanto più che la difesa di queste posizioni avrebbe disgelato, agli occhi delle masse operaie, la crisi del sistema borghese e la sua incapacità a porre rimedio a questa situazione, rivelando la necessità della lotta per la conquista del potere.
Sulla stampa comunista compaiono quotidiane manifestazioni di questa convinzione.
"Ciò che caratterizza il nostro tempo è che la borghesia può salvare la testa solo sfruttando la maggioranza della classe operaia. In questo modo la più modesta rivendicazione è rivoluzionaria poiché la borghesia non la può soddisfare. Conseguentemente, concrete rivendicazioni possono guidare ad azioni di massa del proletariato"34.
Ed ancora, con riferimento all'unitarietà delle lotte: "[...] la situazione [è, nda] caratterizzata dall'offensiva capitalistica contro il tenore di vita del proletariato, perché il capitalismo non può evitare la catastrofe se non aumenta il grado di sfruttamento dei lavoratori. Nello stesso tempo che il capitalismo potrà deprimere economicamente le masse con l'aiuto di mezzi offensivi economici e politici, esso avvierà un suo tentativo di riorganizzazione, ma nella stessa misura, accentuando i caratteri dell'imperialismo industriale andrà verso il baratro di una nuova guerra. Questo il concorde giudizio comunista sulla situazione, che quindi conchiude la necessità urgente della riscossa rivoluzionaria del proletariato e per affrettarla e sol per questo vuol trovare le vie per utilizzare rivoluzionariamente gli sviluppi di tale situazione. Da questo sorge, l'abbiamo visto, che una lotta puramente difensiva del proletariato pone un problema di azione rivoluzionaria e di abbattimento del capitalismo. Perché non era ieri rivoluzionario chiedere un forte aumento dei salari e lo è oggi domandare che non vengano abbassati? Perché quell'azione poteva svolgersi, da parte di limitati gruppi locali e professionali di operai, in modo saltuario, mentre questa azione che oggi s'impone e che è la sola possibile, a meno che il proletariato rinunzi ad ogni forma di associazione e movimento organizzato, esige una simultanea discesa in campo di tutte le forze operaie"35.
Sono questi gli obiettivi che il Pcd'I contava di raggiungere quando, nell'agosto del 1921, lanciò un appello, alla Cgl, all'Usi, e al Sindacato ferrovieri per la costituzione di un fronte unico sindacale in grado di rispondere efficacemente all'offensiva borghese e difendere le conquiste raggiunte dalle organizzazioni operaie nell'immediato dopoguerra. Era un'innovazione significativa rispetto alla "strategia del caso per caso" adottata dalla Cgl; non solo, come avrebbero più volte ribadito con orgoglio i dirigenti italiani, si trattava della prima concreta iniziativa di fronte unico dopo la conclusione dei lavori del III Congresso Ic.
Esiste un'ulteriore pregio; infatti, la lettura in chiave politica della crisi del 1921 consentiva al Pcd'I di svelare la componente antioperaia dell'iniziativa imprenditoriale: lo scontro in atto all'interno delle fabbriche non riguardava solamente la ristrutturazione aziendale, bensì investiva i rapporti di potere tra capitale e lavoro con l'obiettivo di ristabilire piena autorità padronale.
Nondimeno, non è possibile non cogliere anche l'aspetto propagandistico insito nella proposta di fronte unico: la ritrosia del sindacato a proclamare lo sciopero generale avrebbe infatti consentito ai comunisti di smascherare la natura controrivoluzionaria dei dirigenti della Cgl, contribuendo a ridurre la sua l'influenza tra le masse operaie. Il fronte unico assumeva così una forma più vicina ad una parola d'ordine agitatoria che ad una vera e propria iniziativa politica.
Ai fini della nostra analisi, ci interessa, soprattutto, sottolineare le ricadute internazionali di tale atteggiamento. Bordiga, in una serie di articoli pubblicati sull'organo stampa del Pcd'I, "Il Comunista", all'inizio del 1922, irrigidiva ulteriormente la concezione del fronte unico e polemizzava con le contemporanee elaborazioni a riguardo diffuse nel movimento comunista internazionale e tra i dirigenti del Comintern, possibiliste di fronte a prospettive di alleanza politica con i socialisti e i socialdemocratici. Egli confermava la correttezza delle indicazioni sancite nel III Congresso Ic, coniugandole alla contemporanea esigenza di mantenere un "un Pci saldo, adatto alla lotta rivoluzionaria, esente da tabe socialdemocratica e centrista". Tuttavia, si dichiarava contrario all'adozione del fronte unico a livello politico, proprio per salvaguardare l'indipendenza del partito e il suo programma dai pericoli dell'opportunismo e della degenerazione insiti nella collaborazione con gli altri partiti politici e nella gestione della macchina statale borghese.
"Il quadro che ci presenta Radek è impostato su analogie evidenti con quella situazione offensiva capitalistica da cui siamo partiti per precisare la nostra tattica del fronte unico sindacale. Abbiamo il proletariato che vede intensificare al massimo il suo sfruttamento da parte del padronato per effetto della situazione generale sull'azione e la pressione di questo [...] una via di uscita non può trovarsi che nel violento abbattimento del potere borghese, ma le masse, per il loro limitato grado di coscienza politica e per il loro stato d'animo influenzato ancora dai capi socialdemocratici, non vedono questo come sbocco immediato e non si lanciano su tale via rivoluzionaria, anche se il Partito comunista voglia darne loro l'esempio. Le masse sentono e credono che una data azione del potere statale possa risolvere l'impellente problema economico e quindi desiderano un governo il quale, ad esempio in Germania, decida che il pagamento delle riparazioni debba gravare sulla classe dei grandi industriali e proprietari [...], il Pc dovrebbe sposare questa attitudine e spinta iniziale delle masse, unirsi alle altre forze operaie che si propongono quel programma di benefici per mezzo della conquista pacifica del governo parlamentare, mettere in moto il proletariato sulla via di questo esperimento per approfittare dell'immancabile fallimento di questo allo scopo di provocare la lotta di tutto il proletariato sul rovesciamento del potere borghese e della conquista della dittatura. Noi crediamo che un simile piano si basi su una contraddizione e contenga praticamente gli elementi di un fallimento immancabile. È indubitato che il Pc deve proporsi di utilizzare anche i movimenti non coscienti delle grandi masse [...] ma questa utilizzazione riesce proficua se nel porsi sul terreno su cui si muovono le masse [...] si è sicuri di rafforzarsi, di non compromettere l'altro fattore, l'esistenza e il progressivo rafforzarsi del partito [...] se un giorno, dopo un periodo più o meno lungo di avvenimenti e di lotte, la massa operaia si trovasse finalmente dinanzi alla vaga constatazione che ogni tentativo di riscossa è inutile se non viene a cozzare contro la macchina stessa dell'apparato borghese, ma nelle precedenti fasi fosse rimasta compromessa l'organizzazione del partito [...] il partito si troverebbe sprovvisto delle armi stesse della lotta"36.
Nonostante il continuo ribadire la propria fedeltà ai deliberati dell'Internazionale comunista, la linea politica proposta dal Pcd'I, nella seconda metà del 1921, si allontanò da quella prospettata dai dirigenti internazionali, approfondendo il contrasto emerso nel maggio e ponendo le basi per la rottura dell'unità politica dello stesso gruppo dirigente italiano. Infatti, alla fine dell'anno, soprattutto nel corso del dibattito precongressuale in vista del II Congresso del Pcd'I, sarebbero emerse posizioni diverse e divergenti rispetto a quelle espresse dal gruppo dirigente.
Principali critici erano Angelo Tasca e Antonio Graziadei e gli argomenti della discussione erano le relazioni con il Psi e la possibilità di adottare anche in ambito italiano il fronte unico politico. Sebbene non mettessero esplicitamente in discussione la linea politica del partito, quelle considerazioni rispecchiavano perlomeno una diversa valutazione delle forze socialiste, tendente a tener conto del perdurare del loro ascendente sulle masse operaie e negante il carattere irrimediabilmente reazionario di queste.
Al di là dell'insorgere di questi raggruppamenti critici nei confronti della linea politica del partito, tendenzialmente più vicini alle posizioni dell'Ic, l'organizzazione del partito e i suoi militanti rimanevano ancora saldamente in mano al suo gruppo dirigente. Tanto più che gli avvenimenti succedutisi tra la fine del 1921 e l'inizio del 1922 sembravano convalidare le tesi del Pcd'I sulla ripresa dell'attività operaia: "Il riavviarsi della lotta del proletariato contro le classi dominanti e le istituzioni borghesi è un fatto di indole internazionale, le cui confortanti manifestazioni si vanno sempre più intensificando. Ovunque, alla recrudescenza della crisi del capitalismo e al fallimento clamoroso di tutti i tentativi che i borghesi fanno per rimediarvi, rispondono movimenti ed agitazioni del proletariato in cui 'l'elemento' economico e quello politico continuamente confluiscono"37.
Là, dove gli occhi di tutti i comunisti erano puntati, in Germania, lo sciopero dei ferrovieri, iniziatosi nel febbraio 1922, inaugurò una stagione di acute lotte sociali che avrebbero raggiunto il loro temporaneo apogeo nell'estate dello stesso anno. In Italia, tutto l'autunno fu caratterizzato dalla protesta operaia contro l'intensificazione dell'azione industriale. Le agitazioni, soprattutto nel settore metallurgico, si diffusero in tutta la zona settentrionale della penisola, in Liguria, nei maggiori centri della Venezia Giulia, a Milano. A corroborare le convinzioni sul parziale risveglio operaio, il Pcd'I adduceva un'analisi delle condizioni economiche delle maggiori potenze capitalistiche che esaltava le loro agoniche condizioni: l'Inghilterra si presentava stretta nella morsa della disoccupazione interna e del ridestarsi dei malumori nelle colonie; la Francia, in apparenza stabile economicamente, nascondeva una profonda fragilità, in quanto dipendeva dal pagamento delle riparazioni tedesche; l'Europa centrorientale era attanagliata dalla crisi degli scambi e dal blocco delle transazioni commerciali; gli Stati Uniti erano impegnati in una profonda ristrutturazione ed afflitti dall'incessante aumento della disoccupazione38.
Sentendosi così legittimati dagli eventi, i delegati italiani sarebbero partiti nel febbraio del 1922 alla volta di Mosca, per partecipare ai lavori del I Esecutivo allargato dell'Ic, con il mandato di difendere le posizioni del partito. Come all'epoca del III Congresso, fu Terracini a prendere la parola, riproponendo in diversi punti le stesse argomentazioni addotte nell'assise precedente e attirandosi ancora una volta gli strali di tutti i principali dirigenti dell'Ic. La posizione del Pcd'I sarebbe risultata nuovamente minoritaria e l'Esecutivo allargato avrebbe accettato il punto di vista del Kpd sulla generalizzazione del fronte unico e sulla possibilità di costituire un "governo operaio" congiuntamente agli altri partiti politici proletari; altresì dava inizio alle trattative con le altre Internazionali operaie per la convocazione di una conferenza operaia internazionale, punto di partenza per lo svolgimento di un successivo congresso mondiale e per l'organizzazione di azioni comuni contro l'offensiva capitalistica e la reazione.
(1 - continua)


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