Federico Caneparo

La "stabilizzazione relativa" e la bolscevizzazione dei partiti comunisti*


La fine dell'era democratico-pacifista


Per ironia della sorte1 il mutamento nei rapporti di forza tra le classi che il movimento comunista internazionale aveva registrato con entusiasmo ed inquadrato ufficialmente dalle tribune del V Congresso nella fase democratico-pacifista, cominciò a deteriorarsi proprio all'indomani della conclusione dell'assise. Per la verità il presidente Zinov'ev, nella sua relazione e nel discorso conclusivo, non aveva escluso l'eventualità che il processo rivoluzionario potesse avere dinamiche più lente e articolate, occupando un arco temporale più lungo di quello preventivato inizialmente; questa ipotesi, la cui adozione avrebbe imposto l'elaborazione e l'adozione di strategie politiche e parole d'ordine più flessibili di quelle che erano scaturite dalla "svolta" a sinistra, venne però relegata in secondo piano, preferendovi quella che scommetteva sullo sbocco insurrezionale a termine relativamente breve2.
Nell'agosto 1924 il governo tedesco, accettando il piano Dawes per la risoluzione consensuale del problema delle riparazioni, spostava l'asse della propria politica estera verso Ovest favorendo, grazie all'afflusso di capitali americani, il processo di stabilizzazione economica e sociale del paese3. Di qui il consolidamento della socialdemocrazia a scapito del Kpd nelle elezioni politiche svoltesi nel dicembre successivo. In ottobre, a causa dell'ostilità degli ambienti economico-finanziari di fronte alla conclusione del nuovo trattato commerciale anglo-russo, cadeva il governo laburista inglese presieduto da MacDonald. Contemporaneamente in Italia il governo fascista, superata la crisi apertasi con l'assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, si apprestava a emanare nuovi provvedimenti repressivi nei confronti dei partiti "sovversivi" e delle opposizioni costituzionali. All'inizio dell'anno nuovo si assisteva così ad un generale calo d'influenza dei partiti comunisti sul movimento operaio e allo svilupparsi di una nuova ondata repressiva che costringeva le sezioni di ben nove paesi4 all'attività esclusivamente illegale e molte altre ad una legalità precaria. Non dissimile era la situazione delle relazioni internazionali tra Urss e mondo occidentale. Le illusioni suscitate dai numerosi riconoscimenti diplomatici e dallo spostamento a sinistra dell'asse politico europeo nel 1923-1924 avevano lasciato il posto a una profonda preoccupazione e al timore che si stesse formando un "fronte unico dei governi borghesi contro l'Urss"5.
La consapevolezza del definitivo rifluire dell'ondata rivoluzionaria in Europa tardò ad emergere e solo a rovesciamento dei rapporti di forza tra le classi quasi avvenuto si iniziò ad analizzare concretamente la situazione6. D'altra parte il V Congresso si era concluso da pochi mesi e la svolta a sinistra ivi sancita non poteva non far sentire i suoi effetti, tanto più che un radicale ripensamento della strategia avrebbe messo in crisi molti dei gruppi dirigenti dei partiti comunisti che proprio su questa previsione e sull'investitura internazionale avevano fondato la loro linea politica.
È altresì vero che vari accenni a questo mutamento comparvero nelle settimane iniziali del 1925. Nel consueto rapporto mensile sulla situazione economica internazionale pubblicato sulla rivista del Comintern, Varga rilevava come alcuni sintomi di "disgregazione del capitalismo" si fossero sensibilmente attenuati: il calo della produzione si era arrestato manifestando segni di una possibile e impetuosa crescita; l'immissione di capitali esteri generava un'accumulazione di capitale in grado di stimolare nuovamente la crescita industriale; le oscillazioni dei cambi si stavano stabilizzando, così come si assisteva alla ripresa dei mercati finanziari. Pur con molte precauzioni l'economista ungherese lasciava intendere come il mondo borghese fosse sopravvissuto alla crisi del dopoguerra e avesse persino ripreso forza.
Il V Esecutivo allargato dell'Internazionale comunista rappresentò una tappa importante di questa "revisione". Presiedendo l'apertura della sessione, Zinov'ev dedicò il suo rapporto, pur con un tono prudente e sempre attento a non enfatizzarne il significato, alla descrizione della situazione internazionale creatasi all'indomani della conclusione del V Congresso Ic: l'era democratico-pacifista venne dichiarata conclusa; al suo posto subentrava una fase di "stabilizzazione relativa"7. "La borghesia si era assicurata un periodo di respiro"; l'andamento economico mostrava segni di ripresa e crescita nei principali paesi capitalistici; l'equilibrio politico si spostava su posizioni conservatrici, ma la stabilità era minata dalle contraddizioni esistenti tra Europa e Usa ed in particolare dall'antagonismo tra Stati Uniti e Gran Bretagna. Così, al di là della assenza di "situazioni immediatamente rivoluzionarie", in alcuni paesi le condizioni permanevano obiettivamente rivoluzionarie. Il dibattito che seguì la relazione introduttiva non si discostò molto dagli accenti dati da Zinov'ev: la maggior parte dei delegati insistette nel sottolineare il carattere "provvisorio" e la precarietà della stabilizzazione. Del tutto in ombra o assenti furono i tentativi di aprire la discussione attorno alla natura della stabilizzazione e alle sue conseguenze sia sul terreno della stratificazione sociale che sulle loro proiezioni politiche. Senonché la constatazione della ripresa capitalistica condizionò ogni aspetto dei lavori dell'Esecutivo allargato, in particolar modo, come si vedrà più dettagliatamente in seguito, la bolscevizzazione dei partiti comunisti.
Nella sezione italiana, il maggiore realismo dell'Internazionale non contrastò con la contemporanea attività perseguita dal nuovo gruppo dirigente del Pcd'I, bensì s'intrecciò con gli spunti autonomi che questo era andato acquisendo nella riflessione attorno alla situazione politica italiana, almeno a partire dalla crisi successiva l'assassinio Matteotti. Come però si avrà modo di constatare in maniera approfondita successivamente, la particolare attenzione riservata alle dinamiche politiche e al ruolo svolto dai gruppi piccolo e medio borghesi, nonché il riferimento ad una prospettiva rivoluzionaria attenta alle relazioni esistenti tra "lo sviluppo del capitalismo in Italia e la struttura sociale corrispondente", avrebbero contribuito ad assegnare ai comunisti italiani un atteggiamento più ottimista, incline a sottolineare maggiormente l'aggettivo "relativa" rispetto alla stabilizzazione. Di qui l'insistere sulla precarietà e la transitorietà di questa fase capitalistica che verrà più volte ribadita nel corso del 1925 e nelle tesi elaborate in vista del III Congresso. Ciò avrebbe assunto ancora maggiore rilevanza quando, all'indomani degli avvenimenti internazionali del 19268 e sulla base di una proiezione internazionale dell'esperienza italiana, il gruppo dirigente del Pcd'I avrebbe dichiarato sorpassata in alcuni paesi la stessa parola d'ordine, insistendo sull'apertura di una nuova fase, non immediatamente rivoluzionaria, ma dalle caratteristiche più avanzate rispetto a quella fotografata nella "stabilizzazione relativa".
Una prima occasione per constatare l'interesse dei comunisti italiani nel cogliere gli elementi del mutamento di fase sono le cronache e le analisi che compaiono su "l'Unità" a commento dei più importanti avvenimenti internazionali del 1925. In particolare è utile soffermarsi attorno alla percezione della situazione inglese, francese e tedesca. Di queste realtà i dirigenti lessero in particolare l'intreccio tra la stabilizzazione politica ed economica delle loro classi dominanti e la loro relativa precarietà. Particolarmente significativo è il caso dell'Inghilterra. Dopo la sconfitta operaia dell'ottobre 1923 in Germania, la Gran Bretagna aveva assunto agli occhi del movimento comunista internazionale il ruolo di "anello debole" tra i grandi paesi capitalistici. A corroborare questa convinzione, con l'apertura della fase democratico-pacifista, era intervenuta l'effimera vittoria laburista alle elezioni dell'ottobre 1923. Come già accennato, questo periodo avrebbe avuto breve durata, interrompendosi pochi mesi dopo con la caduta del governo e la vittoria di una coalizione conservatrice. L'analisi italiana si soffermava in particolare attorno al significato politico della sconfitta della sinistra, sottolineando la disgregazione della rappresentanza politica dei ceti medi (partito liberale) e la loro polarizzazione attorno al partito laburista e a quello conservatore9. La stabilizzazione si sostanziava - agli occhi del Pcd'I - nella creazione di un blocco di forze sociali egemonizzate dalla grande borghesia "plutocratica conservatrice"10. Tuttavia, al di là dello spostamento a destra dell'equilibrio politico inglese, esistevano elementi che alimentavano le aspettative ottimistiche dei dirigenti italiani nei confronti dell'evoluzione della situazione britannica. La sottolineatura della precarietà della stabilizzazione si fondava infatti sul sorgere di una forte minoranza di sinistra all'interno delle Trade Unions e del Labour Party, in grado di rappresentare una solida base di consenso per lo sviluppo del Partito comunista e di influenzare le scelte della classe operaia inglese. La causa di questa radicalizzazione era la crisi che investiva l'impero; una crisi legata soprattutto al latente conflitto commerciale con gli Stati Uniti e all'emergere nelle colonie di una borghesia locale con aspirazioni autonomiste e nazionaliste11.
Nonostante non occupasse più un ruolo centrale nello scacchiere rivoluzionario la situazione tedesca suscitava ancora interesse tra le fila del movimento comunista internazionale. In particolare ad attirarne le attenzioni erano due avvenimenti: l'avvio del piano Dawes per la risoluzione della questione delle riparazioni di guerra e le elezioni presidenziali12. L'ingresso di capitali americani nel mercato tedesco aveva contribuito in maniera determinante a stabilizzare l'economia e ad alleviare la crisi che aveva scatenato episodi insurrezionali nel corso della seconda metà del 1923. Proprio la relativa ripresa economica, agli occhi del Pcd'I, si rovesciava nel risveglio dell'iniziativa riformista della socialdemocrazia e in una erosione del consenso operaio della Kpd. A questo spostamento a destra dell'equilibrio politico interno al movimento operaio si affiancava il rafforzamento di un blocco sociale conservatore egemonizzato dall'alleanza tra i grandi proprietari terrieri (junker) e "la finanza plutocratica". Al di là della cronaca e dei commenti contingenti apparsi su "l'Unità" di quel periodo, l'elezione del maresciallo Hindenburg alla presidenza del Reich indicava il consolidarsi di una stabilizzazione in senso "reazionario" della situazione politico-economica della Germania13.
Medesime considerazioni erano svolte attorno alla situazione francese. Qui, l'uscita dal governo della componente di sinistra e lo spostamento a destra dell'asse politico nazionale, rappresentavano il fallimento del progetto politico di stabilizzazione della crisi proposto dalle componenti medio-piccole della borghesia urbana e contadina attraverso la costituzione del "cartello delle sinistre" e la vittoria alle elezioni del maggio 192414.
Momento di sintesi complessiva di queste valutazioni furono le "Tesi di Lione". I documenti congressuali vennero elaborati nei mesi di ottobre e novembre del 1925 e pubblicati sia in fogli speciali che a puntate su "l'Unità". Analogamente al II Congresso la loro struttura è tematica. Rispetto al 1922 compaiono però cinque tesi anziché tre: sulla situazione internazionale; sulla questione nazionale e coloniale; sulla questione agraria; sulla situazione politica e sulla questione sindacale. Il documento più significativo, per molti aspetti sintesi e approdo dell'elaborazione politico-teorica svolta dalla direzione gramsciana a partire dal 1923, è quello sulla situazione politica, noto come "Tesi di Lione". È qui che si dipana, articolandosi approfonditamente, la riflessione attorno alla natura dello stato, del capitalismo italiano e delle loro interrelazioni; al ruolo del proletariato e dei contadini quali forze motrici del processo rivoluzionario; alla natura e ai compiti del Pcd'I.
È però interessante prendere in considerazione il primo documento, quello intitolato "Tesi sulla situazione internazionale". Ciò perché, al pari di quelle politiche, rappresenta un punto d'approdo, temporaneo, delle analisi condotte dal Pcd'I a partire dalla fondazione del nuovo gruppo dirigente. Altresì uno degli aspetti più significativi risiede nella possibilità di poter apprezzare appieno il "peso" teorico rivestito dalle articolazioni interne alla borghesia nella definizione delle prospettive rivoluzionarie e della fase capitalistica. Le tesi si suddividono in due parti: situazione economica e situazione politica. Loro carattere principale è l'insistenza sulla precarietà della stabilizzazione, una sorta di leit-motiv che assume una vera e propria forma di incipit alle tesi: "Il capitalismo è entrato nella sua fase di decadenza. Dopo aver compiuto la sua missione di sviluppare le forze produttive, esso si ritrova ora in contrasto con la necessità della evoluzione storica e con le più elementari condizioni umane di esistenza. Anche questa fase è caratterizzata nel suo svolgimento dalle fluttuazioni proprie del sistema: le crisi si alternano con i periodi di ripresa. Nel dopoguerra essa è passata da una apparente prosperità e vitalità economica (1919-1920) a una crisi profonda (1920-1921) e infine attraverso una lenta e progressiva attenuazione di questa alla attuale situazione di relativa stabilizzazione dalla quale si accenna già a ricadere in nuove crisi e nel caos economico"15.
L'analisi presentata dalle tesi si richiama alle risoluzioni Ic e agli articoli pubblicati sulla rivista del Comintern. La stabilizzazione poggiava le sue fondamenta "sull'offensiva vittoriosa contro il proletariato, l'impoverimento delle masse contadine e l'espropriazione della piccola borghesia" e si manifestava attraverso l'apparizione di alcuni indici positivi: la ripresa dell'accumulazione capitalistica là dove si era arrestata; il ristabilimento del credito internazionale; la tendenza al ristabilimento del sistema monetario sulla base dell'oro; la sistemazione dei cambi; l'arresto della diminuzione della produzione. Naturalmente ai cenni di ottimismo si contrapponevano numerosi elementi negativi che ne minavano l'equilibrio precario: la crisi agraria, gli effetti del piano Dawes, la diffusa crisi economico-sociale dell'Europa occidentale. L'impressione è che nelle tesi si insista soprattutto nel riconoscere alla crisi del capitalismo un carattere di crisi di sovrapproduzione, sottolineando l'incapacità del sistema borghese di riorganizzare e sviluppare la produzione su un più elevato grado corrispondente all'aumento della popolazione e dei mezzi di produzione esistenti16. Non a caso i capitoli centrali sulla situazione internazionale sono dedicati proprio alla formulazione del giudizio attorno allo stato della produzione e all'apprezzamento della sua precarietà: "Gli elementi essenziali di giudizio della situazione debbono trarsi dal campo della produzione: e qui siamo ancora lungi dal poter parlare di stabilizzazione"17.
Nonostante la ripresa economica indotta dall'attuazione del piano Dawes e dall'afflusso di ingenti capitali americani il capitalismo non era infatti riuscito a superare gli squilibri prodotti dal conflitto. La stabilizzazione quindi aveva esclusivamente rallentato la decadenza del sistema borghese. A corroborare queste tesi il Pcd'I riportava una breve analisi delle condizioni economiche dei più importanti paesi capitalistici18.
La sistematicità della crisi e la tendenza ad avvalorare la tesi circa il suo peggioramento assumevano uno spessore ancora maggiore allorquando ad esserne presi in esame erano i rimedi. Alla crisi di sovrapproduzione, determinata dallo squilibrio tra le capacità produttive e quelle di consumo, la borghesia rispondeva attraverso la riduzione dei costi di produzione e la ricerca di nuovi mercati, ampliando così la forbice tra produzione e consumo e acuendo i contrasti internazionali: "Il capitalismo ha bisogno assoluto di elevare i consumi. Per tale scopo vi sono solo due vie: o ridurre i costi di produzione o trovare nuovi mercati. La riduzione dei costi di produzione si può ottenere con un perfezionamento generale dell'apparato tecnico di produzione [...] o riducendo il costo della forza lavoro. La prima soluzione [...] per lo stesso carattere antagonistico dell'economia capitalistica [...] anche se riuscisse vittoriosa [...] si trasformerebbe nel suo contrario. La caduta del reddito di una classe diminuisce la sua capacità di acquisto: da ciò origine di nuove crisi. L'altra via [acuirebbe, nda] gli antagonismi nazionali"19.
Dunque, come accennato prima, le tesi indugiavano sulla precarietà della fase capitalistica: nel delineare le prospettive e i caratteri della stabilizzazione, anche ammettendo la possibilità che questa fase andasse incontro a nuovi successi, sottolineava gli elementi che facevano prevedere lo "sviluppo della situazione in senso contrario"20.
Se tale era la dimensione economica della stabilizzazione quella politica non poteva che rifletterne le contraddizioni. Qui l'elaborazione politico-teorica gramsciana assume uno spessore particolare e originale, soffermandosi sul ruolo svolto dalla piccola e media borghesia. Non a caso lo studio delle forze sociali e delle loro proiezioni politiche aveva occupato uno spazio centrale nelle riflessioni di Gramsci sin da quando era giunto alla guida del Pcd'I. Ancora non è un caso che proprio attorno all'analisi delle sovrastrutture politiche e delle sue articolazioni interne Gramsci individuasse i fattori di maggiore precarietà della stabilizzazione: "La situazione politica internazionale riflette le condizioni economiche del capitalismo. Qui la stabilizzazione appare ancora più precaria. L'era democratica e pacifista è passata prima ancora di aver potuto espandersi. Sotto l'azione confluente di fattori politici ed economici si è avuta una dislocazione e un nuovo raggruppamento di forze sociali. I rapporti di forze sono stati spostati: la reazione ha preso il sopravvento"21.
L'analisi della fase democratico-pacifista del capitalismo aveva indicato nella rinnovata fiducia in se stesse delle forze borghesi una delle sue caratteristiche fondamentali. Lo spostamento a sinistra dell'asse politico borghese rappresentava il tentativo dei ceti medi di assumere la direzione e risolvere la crisi attraverso politiche riformiste. Altresì - per la maggioranza del Pcd'I allora appena insediatasi - indicava da un lato l'arrestarsi del riflusso operaio causato dall'offensiva borghese dei due anni precedenti (1921-1922), dall'altro il permanere di una subalternità della classe lavoratrice rispetto alle organizzazioni socialdemocratiche e riformiste. Un simile giudizio veniva adesso ribaltato. I risultati delle elezioni nei più importanti paesi europei e l'andamento della crisi socio-economica costituivano i sintomi più evidenti di un rovesciamento della situazione. La stabilizzazione rappresentava il fallimento del progetto politico autonomo dei ceti medi e la disgregazione sia delle loro forze sociali che delle corrispondenti proiezioni politiche. Al loro posto si saldava un nuovo blocco sociale egemonizzato dalle frazioni industriali della borghesia e orientato nuovamente in senso reazionario: "La breve e transitoria affermazione democratica e pacifista di alcuni paesi ha significato l'avvento al potere della piccola borghesia. Ma il potere è passato nelle sue mani solo in parte. Non appena, per la situazione interna e internazionale, le forze plutocratiche e imperialiste hanno avuto bisogno di avere la direzione e il controllo diretto ed immediato dello Stato e la sua piena e libera disponibilità senza resistenze e ostacoli, la piccola borghesia è stata cacciata dal potere e i governi democratici sono caduti uno dopo l'altro. [...] Sul terreno politico essa significa l'impotenza della piccola borghesia come forza politica indipendente, sul terreno economico l'impossibilità per il capitalismo di concessioni o riforme in favore delle classi lavoratrici"22.
Le tesi si preoccupavano di documentare ampiamente questo processo in ciascuno dei più importanti paesi capitalistici europei. Non tralasciavano però di abbozzare un'analisi attorno alla situazione dei paesi dell'area balcanica e dell'Europa orientale (ad es. la Polonia). Ciò è un aspetto molto significativo, se si tiene conto che solamente alcuni mesi più tardi, nell'agosto 1926, tutti questi stati (Italia compresa) avrebbero costituito quei paesi capitalistici periferici che per la loro struttura sociale ed economica avrebbero scardinato il concetto stesso della stabilizzazione relativa, introducendovi una nuova articolazione interna e proponendo il passaggio ad una fase più avanzata della preparazione rivoluzionaria23.
Dunque - per Gramsci e la nuova maggioranza del Pcd'I - il significato della stabilizzazione era la scomparsa delle classi medie quali soggetti politici autonomi. Un fallimento che però non si sostanziava in un giudizio negativo. Infatti il venir meno delle forze politiche piccolo borghesi creava finalmente uno spazio autonomo per la classe operaia ed i suoi partiti rivoluzionari, consentendo loro l'elaborazione di strategie politiche in grado di radicare i partiti comunisti tra le masse operaie, conquistandone la maggioranza. Inoltre, realizzava la possibilità di creare un blocco sociale aperto anche ad alcune componenti radicali della piccola borghesia, ma egemonizzato dalla classe operaia24.
Prima di concludere questa parte è necessario prendere in considerazione un altro fattore che le tesi individuano quale elemento fondamentale della precarietà della stabilizzazione. Ci si riferisce al ruolo dell'Urss. Nelle tesi compare una prima sistemazione di tutti quegli spunti che erano apparsi in modo frammentario sulle pagine de "l'Unità" in occasione del dibattito precongressuale. Al di là del riconoscimento del ruolo destabilizzante e della solidità economica dello stato dei soviet nei confronti dell'economia capitalistica mondiale, l'aspetto più interessante da sottolineare riguarda il rapporto tra l'Urss e il movimento comunista internazionale. Rispetto al II Congresso le tesi affermavano adesso l'identità degli interessi dello stato operaio con quelli della classe operaia: "Gli interessi dello Stato soviettista sono gli interessi della classe operaia dei paesi compresi nell'Unione. Essi si identificano con gli interessi della classe operaia del mondo intero [...] da ciò la necessità e il dovere del proletariato di lottare in difesa dell'Urss e per il suo sempre maggiore rafforzamento che significa rafforzamento dei lavoratori di tutto il mondo"25.
Questa convinzione si collocava all'interno di un più ampio dibattito interno al movimento comunista internazionale attorno al ruolo dei dirigenti russi, dell'Urss e dell'Internazionale, in un momento di riflusso rivoluzionario. In un certo senso era il riconoscimento dell'autorità bolscevica e l'esplicazione di un sentimento diffuso almeno a partire dalla sconfitta tedesca dell'ottobre 1923. Altresì era un momento di quella più generale discussione che avrebbe portato i comunisti all'accettazione della dottrina del "socialismo in un solo paese".

La "stabilizzazione" italiana

Preliminarmente all'analisi dell'aspetto organizzativo della "stabilizzazione", cioè il processo di bolscevizzazione dei partititi comunisti, è utile volgere lo sguardo e l'attenzione verso gli apprezzamenti riferiti dal Pcd'I circa la situazione italiana successiva la crisi dell'Aventino e il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925. Infatti, attraverso la lettura dei principali interventi del gruppo dirigente italiano presso la Centrale del partito e dell'Internazionale comunista, si ha la possibilità di osservare in fieri l'adozione delle categorie teorico-politiche della stabilizzazione, apprezzandone sia le diverse sfumature (ci si riferisce agli interventi di Gramsci alle riunioni del Comitato centrale e a quello di Scoccimarro al V Esecutivo allargato Ic) che lo sforzo per adeguarle alla specifica realtà italiana.
Il 6 febbraio, in occasione della riunione del Comitato centrale, i dirigenti del Pcd'I abbozzarono una prima analisi della situazione politica nazionale successiva al discorso di Mussolini e al rincrudirsi della violenza reazionaria. Rispetto ai primi mesi della crisi Matteotti lo scenario politico era sensibilmente mutato. Il rifiuto opposto dalle Opposizioni costituzionali alla proposta comunista di trasformare l'Aventino in un antiparlamento26 e il venir meno di ogni spinta verso una soluzione in senso antifascista della crisi registravano - agli occhi di Gramsci e della maggioranza - il definitivo esaurirsi della loro spinta politica. La componente borghese dell'Aventino assumeva una posizione autonoma raggruppandosi attorno alle posizioni di vecchi liberali quali Giolitti e Salandra, dando vita a un "grande blocco democratico-pacifista": "L'Aventino ha oggi finito la sua funzione storica: la parte borghese di esso prende una posizione propria e nuova e dà luogo alla formazione di un centro liberal-costituzionale con fisionomia e programma politico proprio"27.
Obiettivo riconosciuto era la collaborazione con le stratificazioni borghesi rappresentate dal fascismo. Un compromesso che si basava sul tentativo della borghesia di impedire "la riorganizzazione della classe operaia e la realizzazione del suo programma di classe". Altresì si poggiava su una trasformazione delle basi sociali e programmatiche del fascismo. Gramsci, nel suo intervento al Comitato centrale, era convinto che Mussolini stesse tentando di costituire un partito conservatore ancorato socialmente e politicamente ai suoi fiancheggiatori e autonomo rispetto agli elementi più estremisti. Una posizione che Scoccimarro, intervenendo dalla tribuna dell'Internazionale comunista nel marzo 1925, ribadirà con enfasi ancora maggiore, insistendo soprattutto sull'avvenuta sintesi tra la democrazia rappresentata dalle componenti borghesi e il fascismo nella sua veste di violenza legalizzata28.
Anche la stabilizzazione italiana, nella sua dimensione politica, si concretizzava così nell'esaurirsi del progetto riformatore dei ceti medi e nella loro disgregazione. Senonché nella diaspora aventiniana il Pcd'I osservava la presenza di componenti borghesi che, anziché orientarsi verso un compromesso con il fascismo, si spostavano su una posizione antifascista più radicale. Gramsci, dalla tribuna del V Esecutivo allargato, li identificherà come "una tendenza alla formazione di nuclei d'orientamento comunista tra i piccoli borghesi contro i partiti tradizionali alleati della borghesia"29. E qualche mese dopo, in occasione della riunione del Comitato centrale dell'agosto 1926, insisterà su questo aspetto analizzando approfonditamente le caratteristiche sociali e politiche delle componenti borghesi attratte verso posizioni di lotta di classe: "In ogni partito, ma specialmente nei partiti democratici e socialdemocratici nei quali l'apparato organizzativo è molto rilassato, esistono tre strati. Lo strato superiore molto ristretto, che di solito è costituito da parlamentari e da intellettuali strettamente legati spesso alla classe dominante. Lo strato inferiore costituito da operai e contadini, di piccoli borghesi urbani come massa di partito o come massa di popolazione influenzata dal partito. Uno strato intermedio [...] È questo strato intermedio che mantiene il legame tra il superiore gruppo dirigente e le masse del partito e della popolazione influenzata dal partito. [...] Ora è appunto su una notevole parte di questi strati medi dei diversi partiti a carattere popolare che si esercita l'influenza del movimento [comunista, nda] per il fronte unico. È in questo strato medio che si verifica questo fenomeno molecolare di disgregazione delle vecchie ideologie e dei vecchi programmi politici e si vedono gli inizi di una nuova formazione politica sul terreno del fronte unico [...]"30.
Al di là della conferma che ne derivava circa la definitiva sconfitta del progetto dell'Aventino, il distacco di questi elementi individuava un fattore determinante della stabilizzazione, così come concepita dai comunisti italiani, cioè la possibilità di avanzare un progetto politico che fosse in grado di egemonizzare anche gruppi della piccola borghesia che si ponevano sul terreno della lotta di classe31. L'azione rivoluzionaria del Pcd'I si sarebbe sostanziata così nell'elaborazione di una politica in grado di smascherare queste nuove formazioni, riportando il proletariato ad avere una posizione autonoma di classe rivoluzionaria "libera da ogni influenza di classi, gruppi e partiti controrivoluzionari, capace di raccogliere intorno a sé e di guidare tutte le forze che possono essere mobilitate per la lotta contro il capitalismo"32. Di qui l'insistenza nei confronti dello sviluppo della parola d'ordine dei Comitati operai e contadini quale effettivo strumento per costituire organismi autonomi della classe operaia, nel momento in cui il sindacato e la sua burocrazia esercitavano un controllo ridotto su di essa ed erano schierati su posizioni controrivoluzionarie33.
L'analisi della stabilizzazione compiuta dal Partito comunista continuò nel corso del 1925, arricchendosi di nuovi interventi, fino a giungere ad una sua sistemazione nell'inverno 1925-192634. Gli avvenimenti successivi all'attentato Zaniboni segnavano il concludersi di una stagione. Il compromesso con cui si era superata la crisi Matteotti aveva portato all'unificazione delle forze borghesi attorno al fascismo. Un'aggregazione che però - agli occhi del Pcd'I - non eliminava la disomogeneità degli interessi economici dei diversi gruppi sociali, bensì la spostava all'interno del "sistema totalitario" fascista: "Si debbono esaminare con attenzione anche le diverse stratificazioni della classe borghese. Anzi, occorre esaminare la stratificazione del fascismo stesso perché, dato il sistema totalitario che il fascismo tende ad instaurare, sarà nel seno stesso del fascismo che tenderanno a sorgere i conflitti che non si possono manifestare in altre vie"35.
La stabilità era assicurata dall'organizzazione fascista, strumento in grado di garantire da un lato l'unità e il potere politico della borghesia, dall'altro la "compressione" violenta delle forze operaie e contadine. Tuttavia, proprio in questi metodi il Pcd'I riconosceva i sintomi della precarietà della stabilizzazione e le sue potenzialità rivoluzionarie36. Il risultato di questo sistema era infatti uno squilibrio tra "il rapporto reale delle forze sociali e il rapporto delle forze organizzate". La politica economica del fascismo, orientata verso lo sviluppo di "una nuova concentrazione industriale", e i contemporanei provvedimenti a favore degli agrari approvati con l'obiettivo di garantire la "supremazia incontestabile di una oligarchia industriale e agraria, assicurandole il controllo di tutta l'economia del paese", danneggiavano la piccola borghesia rurale e urbana, base sociale del primo fascismo. In conseguenza di ciò, soprattutto al Sud, si assisteva al distacco delle popolazioni agrarie e della piccola borghesia "dal sistema di forze che reggono lo stato", all'acuirsi dei contrasti sociali e alla formazione di condizioni favorevoli alla "ripresa proletaria". Per la maggioranza del Pcd'I si apriva così l'epoca della "preparazione politica della rivoluzione". Il compito fondamentale era definito nella costruzione di un partito radicato nel proletariato e nell'elaborazione di una politica in grado di mobilitare egemonicamente attorno alla classe operaia tutte le forze necessarie alla fondazione dello stato operaio. Di fronte all'elaborazione di una strategia originale, sia rispetto a quella adottata dal Pcd'I nel biennio 1921-1922, sia a quella contemporaneamente sviluppata dall'Ic, è necessario però non dimenticarne i limiti; ciò soprattutto se si tiene conto delle sconfitte a cui sarebbe andata incontro nei mesi immediatamente successivi. La meticolosa attenzione nei confronti delle stratificazioni borghesi associata ad una ottimistica valutazione della forza e della influenza del Pcd'I, conduceva Gramsci e la maggioranza Pcd'I a sopravvalutare il peso della dimensione politica della situazione e la sua carica rivoluzionaria. Se da un lato l'azione del Partito comunista si apriva verso un "fare politica" nei confronti delle altre formazioni politiche, con l'obiettivo di crearsi uno spazio politico autonomo e di aggregare un blocco popolare egemonizzato dalla classe operaia, dall'altro si sottovalutavano le linee di fondo della situazione apertasi con la marcia su Roma, non considerando fino in fondo le conseguenze della sconfitta operaia del 1921-1922 e i nuovi orientamenti della borghesia italiana. Gli effetti di queste ottimistiche previsioni si sarebbero manifestati nel 1926, allorquando la definitiva svolta reazionaria del fascismo avrebbe colto il partito impreparato e non sufficientemente difeso di fronte ai numerosi arresti, compresi quelli dei suoi più importanti dirigenti.

La bolscevizzazione dei partiti comunisti e la nuova maggioranza italiana

"Non bisogna credere che esista una formula universale da applicare in modo indiscriminato per bolscevizzare tutti i partiti del Comintern. La vera bolscevizzazione richiede soprattutto una conoscenza precisa di tutte le concrete circostanze di tempo e di luogo. [...] La bolscevizzazione è la capacità di applicare i principi generali del leninismo nella concreta situazione data in questo o in quel paese. La bolscevizzazione [...] è la capacità di cogliere 'l'anello fondamentale' che consente di tirare dietro l'intera 'catena'. Ma questo 'anello della catena', data la varietà degli ambienti e delle situazioni politiche che si riscontrano, non può essere lo stesso in ogni paese"37.
Il processo di ristrutturazione organizzativa ed ideologica dell'Internazionale comunista e delle sue sezioni si avviò ufficialmente nei primi mesi del 192438. Due furono i fattori ad incidere prepotentemente su quella scelta: la sconfitta del Partito comunista tedesco nell'ottobre 1923 e, più in generale, i ripetuti fallimenti a cui erano andati incontro in quell'anno e in quelli precedenti i movimenti rivoluzionari di diversi paesi; l'esplodere e l'aggravarsi dei contrasti in seno al gruppo dirigente del partito russo. Il crollo temporaneo delle speranze di vittoria rendeva ormai matura una profonda ristrutturazione organizzativa dei partiti comunisti, rimasti ancorati perlopiù al modello socialdemocratico. L'obiettivo era quello di dar vita a una organizzazione radicata nella classe operaia, con un carattere di massa, capace di mantenere in ogni situazione il contatto costante con gli operai, sia allorquando la situazione internazionale indicasse l'avvicinarsi di una nuova ondata rivoluzionaria, come si era affermato al V Congresso, sia in un contesto contraddistinto da una relativa stabilità del sistema capitalistico e da un maturare lento e articolato delle condizioni di lotta, come riconosciuto al successivo V Esecutivo allargato dell'Internazionale comunista (marzo-aprile 1925). Punto di riferimento di questa ristrutturazione era l'organizzazione del Partito comunista russo, l'unico a essere riuscito a condurre il proletariato alla rivoluzione.
Nel gennaio 1924, l'Esecutivo, riprendendo un tema già sollevato in occasione del III e del IV Congresso del Comintern, ma rimasto inascoltato dalla maggior parte delle sezioni, rilanciava la parola d'ordine della ristrutturazione sulla base delle cellule di fabbrica, ma solo al V Congresso dell'Internazionale comunista, nel luglio successivo, venne ufficialmente lanciata quella della bolscevizzazione. Rispetto a quanto prospettato ad inizio anno, la questione si era però notevolmente complicata; ciò, in seguito all'aggravarsi del contrasto in seno al partito russo. Adesso la lotta politica esistente all'interno dell'Rkp39 si rovesciava nel movimento comunista internazionale, intrecciandosi ed influenzando la bolscevizzazione. Infatti, accanto ad una specifica risoluzione, se ne sarebbe prodotta un'altra che richiamava tutti i militanti e i gruppi dirigenti a vigilare contro le possibili eresie dalla linea leninista. L'obiettivo era quello di utilizzare la riorganizzazione come strumento di lotta nei confronti dell'opposizione guidata da Trotskij. Nei fatti però, come si è accennato più sopra, gli effetti della bolscevizzazione si rovesciarono su tutte le più importanti sezioni dell'Internazionale comunista. "L'esperienza bolscevica" divenne un'arma da brandire nei confronti dei gruppi di sinistra e di destra. L'incapacità dei partiti comunisti dell'Europa occidentale di condurre vittoriosamente le masse operaie alla rivoluzione e alla conquista del potere, contemporaneamente al rafforzamento della posizione interna ed estera dello stato russo, rafforzarono il prestigio del suo partito, esplicitando definitivamente l'egemonia dell'Rkp sul movimento rivoluzionario internazionale e sancendone la sua subordinazione40.
Momento centrale di questo processo fu il V Esecutivo allargato Ic, tenutosi tra il marzo e l'aprile del 1925. Rispetto all'interpretazione della situazione internazionale formulata otto mesi prima, l'analisi dell'Internazionale era significativamente mutata; adesso Zinov'ev non insisteva più nel delineare il ritorno di una prossima ondata rivoluzionaria e nel caratterizzare la formazione di governi guidati dalla sinistra liberale o dalla socialdemocrazia quale sintomo della debolezza della borghesia. Riconosceva l'esistenza di una relativa "stabilizzazione" del capitalismo e del venir meno di scenari immediatamente rivoluzionari nelle zone dell'Europa centrale ed occidentale. Inevitabilmente questo nuovo scenario si rovesciava anche nel dibattito sulla bolscevizzazione dei partiti comunisti. Ciò che emerge dalla lettura dei dibatti, dalla relazione e dal discorso di chiusura di Zinov'ev è lo sforzo compiuto per collegare la parola d'ordine lanciata al V Congresso al mutamento dei rapporti di forza su scala internazionale. L'esigenza dell'interiorizzazione da parte delle diverse sezioni del significato dell'esperienza "bolscevica" diventava così uno strumento indispensabile per resistere al ritorno dell'offensiva capitalista e per prevenire l'insorgere all'interno dei partiti, a causa della rinnovata forza della socialdemocrazia, di "tendenze controrivoluzionarie e opportuniste".
Inoltre, l'esigenza di lottare a fondo contro le deviazioni opportuniste di destra ed il trotzkismo acquistò un carattere generale, assurgendo a contenitore nel quale collocare tutte le deviazioni dai principi dell'Internazionale. Fu proprio il delegato italiano Scoccimarro, nel suo discorso, a esplicitare nel modo più chiaro e immediato questo atteggiamento: "[...] il trotzkismo, [...] significa tutto un metodo rivoluzionario contrastante col metodo rivoluzionario leninista. [...] Il fatto che il trotzkismo abbia potuto divenire il punto di orientamento in Italia delle deviazioni ideologiche di Bordiga, in Francia delle deviazioni opportuniste nella cui ideologia fermentano i germi di un sindacalismo rinascente - e per constatare ciò basta leggere "Révolution Prolétarienne" - significa che nei paesi occidentali, attraverso il trotzkismo si manifestano tutte le deviazioni antibolsceviche, antileniniste. Esse trovano nel trotzkismo il loro punto di concentramento e di cristallizzazione. Combattere il trotzkismo nei nostri partiti significa combattere questa deviazione in difesa del leninismo"41.
Al di là dell'uso strumentale compiuto dalla maggioranza del Pcd'I dello scontro esistente all'interno del partito russo e nel Comintern (esempio pratico dell'aspetto disciplinare della "bolscevizzazione") al fine di combattere il gruppo bordighiano e marginalizzare la sua influenza sugli iscritti, la bolscevizzazione del Pcd'I non si tradusse in una meccanica trasposizione del modello organizzativo dell'Rkp. La tradizione "ordinovista", comune alla maggior parte dei componenti la nuova direzione, con la sua specifica attenzione all'organizzazione delle masse operaie nei luoghi di lavoro, contribuì a inserire la nuova parola d'ordine internazionale in un ambiente nel quale essa fu recepita con passione e ulteriormente arricchita42.
È interessante sottolineare il contesto internazionale nel quale Gramsci, e con lui tutta la maggioranza del Comitato centrale43, collocarono la nuova parola d'ordine del Comintern. Per meglio comprendere questa posizione è però necessario aver presente, almeno succintamente, le situazioni delle organizzazioni del movimento operaio in Europa. Un rapporto organizzativo presentato dall'Ic all'inizio del 1926 e riferente lo stato delle diverse sezioni nei primi mesi del 1925 indicava come, con la sola esclusione del Pcd'I e del Pcf, la forza numerica dei partiti comunisti fosse quantomeno rimasta stazionaria. In Germania gli effettivi erano calati fino a 100.000; in Austria erano 5.500; in Svizzera 4.000; in Olanda 1.562; in Gran Bretagna 4.398; negli Stati Uniti 16.325; in Francia 83.000; in Norvegia 7.000; in Cecoslovacchia 93.000; in Italia 27.000. Ancora peggiore si presentava la situazione dei gruppi comunisti all'interno delle organizzazioni sindacali. Oltre al già citato caso italiano è emblematico, per l'importanza rivestita da quel paese nella strategia del Comintern, l'esempio tedesco. La Kpd si trovava a dover fronteggiare, parallelamente al calo della presenza comunista nei consigli di fabbrica, il crollo della sua forza all'interno del più grande sindacato nazionale, l'Adgb. Rispetto ai buoni risultati raggiunti nel biennio 1922-1923, quando i delegati comunisti rappresentavano il 10 per cento degli iscritti, la situazione si presentava a dir poco disastrosa: nei congressi nazionali del 1924 e del 1925 la rappresentanza era scesa all'1 per cento degli iscritti44. Più in generale, era la stessa condizione delle organizzazioni economiche dei lavoratori a destare serie preoccupazioni. In Germania il sindacato era passato dagli oltre sette milioni di iscritti del secondo semestre del 1923, ai quattro dell'inizio del 1925; in Italia la Cgl aveva visto ridurre drasticamente il suo numero di aderenti. Al quadro fin qui delineato si affiancava, per contrasto, il tendenziale rafforzamento delle socialdemocrazie. In generale, il superamento della crisi postbellica, stabilizzando la situazione socio-economica nei più importanti paesi dell'Europa, aveva contribuito non poco a spostare nettamente gli equilibri tra le due anime del movimento operaio a favore di quella riformista.
Il Comitato centrale del Pcd'I si riunì l'11 e il 12 maggio 1925. Temi all'ordine del giorno erano l'analisi della situazione internazionale e le sue ricadute sulla bolscevizzazione dei partiti comunisti nell'Europa occidentale. La relazione più importante fu svolta, a nome del Comitato centrale stesso, da Gramsci45. In un discorso di ampio respiro che oltrepassa i limiti di un contesto esclusivamente nazionale e la contingente dimensione temporale, il segretario generale del partito delineò lo sviluppo delle diverse sezioni componenti l'Internazionale comunista a partire dal 1921, cioè dall'inizio del rallentamento rivoluzionario e dello scatenarsi dell'offensiva borghese. Ciò che individuava come caratteristico di quella fase era la "debolezza ideologica" dei diversi partiti; fragilità che si manifestava principalmente negli "spostamenti spesso fortissimi dalla destra alla estrema sinistra con ripercussioni gravissime su tutta la organizzazione e con crisi generali nei collegamenti tra i partiti e le masse"46. A quel periodo Gramsci opponeva quello a lui contemporaneo, contraddistinto dall'emergere e dal coagularsi di un "nucleo ideologico fondamentale", un sistema di coordinate teorico-politiche basato sull'esperienza leninista in grado di guidarli senza "troppe oscillazioni" nei vari periodi in cui si sarebbe articolato il processo rivoluzionario.
L'indicazione della necessità di appropriarsi di un nuovo metodo di lavoro da parte del gruppo dirigente del partito, dei suoi quadri intermedi e di tutti i militanti in generale, è un elemento fondamentale della bolscevizzazione "italiana". Questa esigenza colpiva soprattutto i quadri intermedi, quelli che avrebbero dovuto funzionare da collegamento tra il centro e la periferia, le cellule, del partito. Qui, l'assimilazione dell'autentico significato del leninismo, cioè, citando Togliatti, "l'agilità tattica, l'adattamento delle parole d'ordine alle reali situazioni oggettive"47, era condizione necessaria per potersi adeguare e rispondere ai bisogni dettati dalle condizioni di vita della classe operaia e per essere in grado, attraverso l'azione, di influenzarne e attrarne a sé la maggioranza.
Come si è accennato, le condizioni in cui si trovavano i movimenti rivoluzionari dell'Europa occidentale, risentivano di più di tre anni di offensiva, trovandosi, in generale, in uno stato di estrema debolezza. Utilizzando quale punto di riferimento "l'esperienza storica" del partito bolscevico nel periodo compreso tra la rivoluzione del 1905 e quella del febbraio 1917, Gramsci affermava che solo adesso i partiti comunisti si ritrovavano nelle stesse condizioni nelle quali dovettero operare i russi fin dalla fondazione della loro organizzazione. L'elemento sul quale si basava questo giudizio era il mutato contesto nel quale si trovava la classe operaia: "In Russia, non esistevano prima della guerra le organizzazioni dei lavoratori che invece hanno caratterizzato tutto il periodo europeo della II Internazionale prima della guerra. In Russia, il partito, non solo come affermazione teorica generale, ma anche come necessità pratica di organizzazione di lotta, riassumeva in sé tutti gli interessi vitali della classe operaia; la cellula di strada e di fabbrica guidava la massa sia nella lotta per le rivendicazioni sindacali come nella lotta politica per il rovesciamento dello zarismo"48.
Al contrario, nell'Europa occidentale, il movimento operaio si era sviluppato attraverso la creazione di grandi organizzazioni di massa: strutture che ben presto erano state sottoposte ad una "divisione del lavoro", distinguendosi a seconda della loro attività politica o sindacale e suscitando inevitabili problemi e "deviazioni": "Nell'Europa occidentale invece si venne sempre più costituendo una divisione del lavoro tra organizzazione politica della classe operaia. Nel campo sindacale andò sviluppandosi con ritmo sempre più accelerato la tendenza riformista e pacifista; cioè andò sempre più intensificandosi la influenza della borghesia sul proletariato. Per la stessa ragione nei partiti politici l'attività si spostò sempre più verso il campo parlamentare, verso cioè forme che non si distinguevano per nulla da quelle della democrazia borghese"49.
Sola la vittoriosa offensiva padronale del 1921-1923, riducendo al minimo gli iscritti alle organizzazioni sindacali e consegnandole alle frazioni riformiste, aveva avvicinato le condizioni dei partiti comunisti dell'Europa occidentale a quello bolscevico del 1917: "Nel periodo della guerra e in quello del dopoguerra immediatamente precedente la costituzione della Internazionale comunista ed alle scissioni nel campo socialista, che portarono alla formazione dei nostri partiti, la tendenza sindacalista-riformista andò consolidandosi come organizzazione dirigente dei sindacati. Si è venuta così a determinare una situazione generale che appunto pone anche i partiti comunisti dell'Europa occidentale nelle condizioni in cui si trovava il partito bolscevico in Russia prima della guerra"50.
L'emergere di questo quadro rendeva perciò indispensabile ricorrere a soluzioni organizzative diverse, più rispondenti al contesto, capaci di costruire partiti comunisti di massa che riassumessero "in sé tutti gli interessi vitali della classe operaia". E come si è appena visto, la risposta a tale quesito la si ritrovò nel modello russo. Al di là della sua origine nazionale, tale esperienza assurgeva a paradigma organizzativo di tutte le istituzioni rivoluzionarie dell'Europa occidentale.
Scorrendo le pagine della relazione si scopre però che l'ancoraggio della parola d'ordine della bolscevizzazione alla situazione internazionale effettuato dal Pcd'I non si esauriva nel parallelismo con quella russa pre-ottobre; l'orizzonte si apriva, inevitabilmente, ad un confronto tra i rapporti di forza all'interno del movimento operaio e tra questo e le forze borghesi. Nella famosa lettera del 9 febbraio 192451, quando ancora il partito si trovava in un periodo di impasse causato dalla repressione fascista e dalla crisi politica interna, Gramsci aveva affermato, per la prima volta esplicitamente, in contraddittorio con Bordiga, le sue convinzioni circa le difficoltà e le differenze esistenti tra la situazione russa pre-rivoluzionaria e quella dei paesi compiutamente borghesi. Nell'Europa occidentale e centrale lo sviluppo del capitalismo aveva determinato una complessa stratificazione sociale del proletariato e la nascita di una forte aristocrazia operaia legata alle formazioni socialdemocratiche e alle burocrazie sindacali. E queste sovrastrutture politiche, complicando e rendendo vischiosa l'azione rivoluzionaria dei partiti comunisti, avevano imposto l'adozione di una tattica più articolata rispetto a quella adottata dai bolscevichi nel 1917. Adesso, di fronte al rovesciamento dei rapporti di forza tra le classi a favore della borghesia, Gramsci riprendeva quelle osservazioni attualizzandole. Il proletariato si trovava accerchiato da una doppia minaccia: da un lato, nonostante la sconfitta operaia e il ridotto peso politico e numerico rappresentato dalle organizzazioni sindacali di numerosi paesi occidentali (Italia compresa), le burocrazie riformiste recitavano ancora un ruolo di guida e influenza sulle masse operaie; dall'altro la reazione borghese e fascista agiva per eliminare ogni spazio d'azione politica del proletariato, ristabilendo l'autorità padronale all'interno dei luoghi di lavoro e comprimendo le spinte operaie all'interno di sindacati governativi. La situazione, presentandosi più complessa e difficile rispetto a quella con la quale si erano dovuti confrontare i russi, rendeva perciò necessaria un'adeguata azione riorganizzativa dei partiti comunisti.
Ecco quindi che la parola d'ordine della bolscevizzazione - agli occhi dei dirigenti italiani - si arricchiva di nuovi significati, perdendo il valore di mera trasposizione meccanica del modello russo: la ristrutturazione sulla base dei luoghi di lavoro si sarebbe legata all'attività per la costruzione di un grande movimento di massa legato all'interno delle fabbriche, autonomo rispetto alla burocrazia sindacale, ma in grado di esercitare una forte spinta su di esso, con l'obiettivo di portare le istituzioni operaie su una piattaforma di "lotta generale contro il capitalismo e il suo regime politico".
In Italia, come si è detto, la ristrutturazione, seppur con modalità differenti, iniziò già a partire dall'ultimo semestre del 192352, proseguendo per tutto il biennio 1924-1925. L'azione del Pcd'I portò a risultati non omogenei sul territorio53. Togliatti54, presentando, in occasione dell'Esecutivo allargato del marzo-aprile 1925, una dettagliata relazione sulla "situazione organizzativa del Partito comunista d'Italia", classificava i risultati raggiunti attraverso l'individuazione di tre aree relativamente omogenee dal punto di vista socio-economico. Nella prima, caratterizzata da zone prevalentemente industriali, la trasformazione poteva dirsi compiuta; in particolare a Milano e, soprattutto a Torino, il 90 per cento degli iscritti, operai, era stato organizzato nelle cellule di fabbrica. Laddove il tessuto economico non si esprimeva in un elevato numero di aziende la ristrutturazione incontrava delle difficoltà e si concretizzava essenzialmente in due istituti tra loro collegati: la cellula di officina e quella di strada o di villaggio. Infine, nelle zone contraddistinte da una prevalenza del settore agricolo e dalla diffusione del piccolo artigianato, gli ostacoli esistenti imponevano una riorganizzazione del partito sulla base del raggruppamento territoriale.

La sinistra italiana e la "bolscevizzazione"

A partire dalla seconda metà del 1925 l'attività della maggioranza del Pcd'I si concentrò attorno alla preparazione del III Congresso. Inizialmente avrebbe dovuto svolgersi a fine anno, ma il rincrudirsi della repressione fascista ne consigliò lo slittamento al gennaio 1926. Nonostante le ridotte dimensioni dell'organizzazione e le restrizioni impresse dal governo il dibattito interno fu molto vivace. In particolare si assistette ad una sorta di resa dei conti tra la sinistra interna e la direzione gramsciana. Non mancarono i colpi di scena, come evidenzia il caso del Comitato d'Intesa promosso dalla sinistra e immediatamente sciolto d'autorità dal Pcd'I, anche con il contributo dell'Ic. La discussione si accentrò attorno alle problematiche relative alla bolscevizzazione e alla politica dell'Internazionale. E la ristrutturazione dei partiti comunisti sulla base delle cellule di fabbrica richiamò problemi più generali, quali la concezione del partito e il rapporto tra questo e le masse. Qui interessa soprattutto accennare agli elementi caratterizzanti della piattaforma politica proposta dalla minoranza rispetto a quella della Centrale del Pcd'I. I termini sostanziali del dissenso espresso dalla sinistra ebbero modo di emergere, sia attraverso i numerosi articoli pubblicati su "l'Unità" nel corso del dibattito pre-congressuale, che nel corso dei congressi federali. La critica alla bolscevizzazione era ancorata all'accusa di alterare la concezione stessa del partito. L'esclusivo collegamento tra masse e partito attraverso le cellule di fabbrica - sosteneva la sinistra - al di là del radicamento nella classe operaia, avrebbe enormemente accresciuto il pericolo di deviazioni corporative delle strutture periferiche e di una degenerazione burocratica. Un processo che avrebbe snaturato il partito impedendogli di svolgere la sua naturale funzione di sintesi delle spinte individuali e di gruppo dovute alla lotta di classe55. Di qui la proposta di mantenere una doppia organizzazione affidando però la priorità al radicamento territoriale: "Relativamente a quei partiti che agiscono nell'epoca attuale e nei paesi borghesi a regime stabile parlamentare, il tipo di organizzazione per cellule risulta meno adeguato di quello su base territoriale, mentre erra teoricamente chi afferma che il partito a base territoriale è un partito socialdemocratico e quello basato sulle cellule un vero partito comunista. Nella pratica il secondo tipo permette di svolgere meno difficilmente il compito unificatore del partito fra i gruppi proletari di categoria e di industria, compito tanto più grave quanto più la situazione è sfavorevole e le possibilità di organizzazione proletaria più ridotte. [...] Il sistema di cellule non aumenta l'influenza degli operai del partito, avendo in tutti i suoi nodi superiori una rete di elementi non operai e ex operai costituenti l'apparato dei funzionari. [...] la parola d'ordine della bolscevizzazione [...] tende ad un sistema di immobilizzazione, anche involontaria, delle spontanee iniziative ed energie proletarie e classiste"56.
Ma la distanza che separava le due componenti del Pcd'I appariva in tutta la sua dimensione se ci si soffermava sull'altro aspetto della discussione sorta attorno alla bolscevizzazione. Gramsci, nel suo intervento al Comitato centrale57 dell'11 e 12 maggio 1925, aveva paragonato la situazione italiana ed europea successiva la vittoriosa offensiva padronale a quella nella quale si erano venuti a trovare i bolscevichi russi tra il 1905 e il 1917. In questo contesto - come si è visto - la ristrutturazione avrebbe consentito ai partiti comunisti di radicarsi saldamente nella classe operaia, creando le possibilità per la nascita e lo sviluppo di istituti proletari autonomi e liberi dall'influenza piccolo borghese. Senonché era proprio attorno alla comparazione tra Russia e paesi capitalistici che si scatenava la critica della sinistra. Il nocciolo del dissenso riguardava l'apprezzamento sulla fase capitalistica che questi paesi occupavano nel periodo preso in considerazione. La Russia zarista era uno stato caratterizzato da numerosi residui feudali. In particolare esisteva un profondo antagonismo tra gli interessi della giovane borghesia industriale e quelli degli apparati statali58. Questo contrasto produceva tensioni rivoluzionarie continue. Infatti, anche da parte operaia, ogni rivendicazione economica si rovesciava inesorabilmente in ambito politico, proponendo contemporaneamente il problema della partecipazione dei ceti medi alla guida dello stato e della trasformazione socialista59. Erano perciò evidenti i vantaggi che i bolscevichi traevano da una strutturazione del loro partito per luoghi di lavoro. Tanto più che la ristretta base sociale su cui poggiava lo zar rendeva necessaria l'adozione di strumenti di controllo sociale coercitivi e violenti, favorendo di fatto lo sviluppo di un'organizzazione di classe in luoghi più sicuri, cioè nelle fabbriche.
Tutto ciò non accadeva nei paesi occidentali. I partiti comunisti si trovavano qui ad operare in una situazione pienamente capitalistica. L'antagonismo tra apparati statali e borghesia, che contraddistingueva la situazione russa, era stato riassorbito e superato attraverso la conquista borghese dello stato. Alla "cruda" repressione poliziesca zarista si sostituiva una politica più articolata, capace di elaborare strumenti sia riformisti che reazionari60. E nel campo operaio la situazione democratica consentiva lo svilupparsi di organizzazioni di massa come i sindacati e i partiti. Inoltre, si assisteva ad una complessa stratificazione del proletariato e alla nascita di una aristocrazia operaia più incline ad assumere posizioni di compromesso con il sistema borghese.
Di fronte a questa situazione, alquanto diversa rispetto a quella incontrata dai bolscevichi, l'adozione di una struttura come quella delle cellule di fabbrica non avrebbe favorito la costruzione di un partito comunista. Altresì, la maggiore complessità delle società occidentali, la relativa libertà garantita dai sistemi borghesi imponevano - secondo Bordiga - (al fine di poter raccogliere le molteplici domande della massa operaia), la necessità di mantenere un'organizzazione dei partiti comunisti essenzialmente su base territoriale. Tanto più questa convinzione era confermata dalla stabilizzazione e dal riflusso del movimento operaio internazionale.
In occasione del Congresso di Lione la sinistra pubblicava un progetto di tesi alternativo a quello presentato dalla Centrale61. Per la prima volta in maniera esplicita si confrontava con la situazione internazionale. Rispetto alle aspettative del gruppo dirigente la minoranza sembrava nutrire meno fiducia. Anzi, dalla lettura del documento traspare un certo pessimismo. E a poco sembra valere la constatazione che "all'indebolimento del movimento rivoluzionario operaio in quasi tutti i paesi più progrediti" si opponeva il "consolidamento della Russia sovietica" e "l'azione delle popolazioni dei paesi coloniali contro le potenze capitalistiche". La relativa importanza affidata alle stratificazioni del sistema borghese e ai suoi contrasti interni impedivano a Bordiga di apprezzare positivamente le diverse situazioni politiche che si susseguivano. In questo il dirigente napoletano era coerente con le posizioni sostenute dalla fondazione del partito. Fascismo e democrazia sono due aspetti della politica borghese. Contro di loro il movimento operaio internazionale e l'Ic avrebbero dovuto mantenere una tattica volta a valorizzare una politica schiettamente autonoma e classista. Rivendicare questa linea politica conduceva a criticare come "situazionista" ogni tentativo di articolare una strategia rispetto alle diverse condizioni in cui si trovavano i partiti comunisti. E questa era una delle accuse che la sinistra rivolgeva all'Internazionale e alla direzione gramsciana62. Nelle tesi infatti si dichiaravano inaccettabili alcune disposizioni elaborate dal Comintern rispetto all'atteggiamento da assumere da parte dei partiti comunisti nei confronti delle elezioni tedesche e del governo francese: "[...] sono da dichiararsi inaccettabili i metodi tattici preconizzati in Germania dopo la elezione di Hindenburg dell'alleanza elettorale con la socialdemocrazia e con altri partiti `repubblicani', ossia borghesi, come di alleanza parlamentare al Landstag prussiano per evitare un governo di destra, la tattica del favoreggiamento del cartello della sinistra adottata in Francia nelle elezioni amministrative (metodo Clichy) [...] il partito comunista non può scendere sul terreno elettorale e parlamentare che con posizioni rigorosamente indipendenti"63.
Di fronte a questa situazione la sinistra obiettava perciò con maggiore vigore riguardo l'inadeguatezza della bolscevizzazione. In una fase di riflusso e di disorganizzazione il Partito comunista non doveva abbandonare l'organizzazione di base territoriale, bensì articolarla al fine di assolvere compiutamente al compito di unificazione della massa operaia. In una situazione contraddistinta dal definitivo riflusso rivoluzionario, dalla estrema debolezza delle sue "tradizionali" organizzazioni, e dalla vistosa crescita del numero dei disoccupati e dei disorganizzati" questa struttura rispondeva64 all'esigenza di radicare e sviluppare la presenza del partito in tutti gli ambiti di vita della classe operaia per poter, allorquando la situazione fosse migliorata e la "marea rossa" avesse ricominciato a salire, trovarsi in condizione di poter svolgere un ruolo egemone e di guidare il proletariato alla conquista del potere.


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