Federico Caneparo
La Kerencina* secondo il Pcd'I
Il dibattito italiano ed internazionale attorno alla fase democratico-pacifista
del capitalismo
"l'impegno", a. XXII, n. s., n. 1, giugno 2002
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Indubbiamente con la fine del 1923 si conclude definitivamente una fase della storia del movimento
operaio internazionale; il fallimento del tentativo rivoluzionario tedesco nell'ottobre 1923, la sconfitta del
movimento comunista bulgaro nel settembre dello stesso anno ne rappresentano infatti gli ultimi colpi di coda. Di lì a
pochi mesi, con la risoluzione del problema delle riparazioni tedesche, la stabilizzazione dell'economia della
Germania e la riorganizzazione delle forze produttive, la situazione si sarebbe stabilizzata permettendo una relativa
ripresa economica. Per i dirigenti dell'Internazionale comunista e, inevitabilmente, anche per quelli del Partito
comunista d'Italia, la percezione di questo definitivo rovesciamento dei rapporti di forza tra le classi non fu immediata, ma
fu oggetto di riflessioni che occuparono alcuni mesi, almeno fino al riconoscimento della "relativa"
stabilizzazione del capitalismo al V Esecutivo allargato dell'Ic (febbraio 1925).
Il capitolo qui di seguito riprodotto, estratto da una tesi di laurea discussa nel febbraio del 2001
all'Università degli Studi di Torino, prende in esame la breve stagione democratico-pacifista del capitalismo così come
elaborata all'interno dell'Internazionale comunista (V Congresso Ic, giugno-luglio 1925). In particolare, oggetto di studio
è la dialettica che intercorre su questo tema tra l'Ic e la nuova direzione, formatasi attorno ad Antonio Gramsci,
del Pcd'I. Propedeutico all'analisi degli elementi fondamentali del dibattito è però l'accenno ad alcuni
eventi internazionali succedutisi in quel periodo, in grado di suggerire delle coordinate di lettura:
- tra la fine del 1923 e la primavera del 1924 si succedono, in importanti paesi d'Europa, una serie di
scadenze elettorali che vedono il successo, l'avanzamento o la tenuta, di schieramenti politici legati alla sinistra: in
Gran Bretagna i laburisti, approfittando delle rivalità tra conservatori e liberali, conquistano il potere per la prima
volta nella storia inglese, dando vita ad un governo presieduto dal loro leader Ramsay MacDonald; in Francia il
Blocco delle sinistre, formato dai socialisti e dai radicali, vince le elezioni del maggio 1924; la Kpd tedesca,
nonostante fosse stata riammessa legalmente sulla scena politica solo alcune settimane prima, dopo che, in seguito al
tentativo insurrezionale dell'ottobre 1923, era stata costretta all'illegalità, conquista un vasto seguito elettorale, divenendo
il quarto partito in Germania; malgrado la netta affermazione della lista nazionale il fascismo, soprattutto nelle
zone settentrionali d'Italia, non riesce a conquistare vasti strati delle masse operaie e alcuni settori della borghesia
ormai orientati in senso antifascista;
- le tensioni esistenti all'interno della maggioranza del partito comunista russo, acuitesi in seguito
all'aggravarsi della crisi economica russa, e senza più l'apporto mediatore di Lenin, si proiettano all'interno del Comintern e
delle sue sezioni nazionali; a partire dalla discussione sulle cause del fallimento tedesco, il dibattito si
intreccia indissolubilmente con la lotta per la supremazia nel partito bolscevico: così le divisioni interne dei partiti
comunisti stranieri iniziano a venire sfruttate da entrambe le fazioni in lotta per accrescere il loro potere;
- si approfondisce quel processo di differenziazione politica all'interno del gruppo dirigente del Pcd'I
(scontro manifestatosi per la prima volta nel corso del IV Congresso Ic allorquando, all'intransigente opposizione
manifestata dalla delegazione italiana nei confronti della proposta di fusione con il Psi, l'Internazionale aveva adombrato
la possibilità di una sconfessione pubblica della maggioranza guidata da Bordiga), che, nel giro di alcuni mesi,
si deteriorerà fino a determinare una rottura della maggioranza e la formazione di una direzione di "centro",
alternativa alla minoranza di sinistra e a quella di destra, attorno alla proposta politica di Antonio Gramsci.
Nel corso delle pagine successive si è tentato di ricostruire il contesto internazionale nel quale viene
maturando la prospettiva del sorgere di una fase democratico-pacifista del capitalismo; si dà spazio, seppur brevemente,
al dibattito sorto attorno al fallimento dell'azione tedesca, riportando le opinioni e le analisi dei più importanti
dirigenti dell'Ic fino al V Congresso. Qui, nella discussione seguita alla presentazione delle relazioni sulla situazione
mondiale e di quelle sulla tattica, si focalizza l'attenzione attorno agli interventi dei più prestigiosi delegati italiani:
Bordiga, Tasca e Togliatti. Ci si sofferma soprattutto sul discorso di quest'ultimo delegato, in ragione del fatto che
rappresenta la prima apparizione pubblica della nuova maggioranza del Pcd'I e, al contempo, attraverso il suo giudizio
sulla fase del capitalismo e le sue conseguenze nella elaborazione tattica e strategica, ne esprime una delle
ragioni costituenti più profonde. Di qui dunque l'interesse per la ricostruzione del dibattito attorno a cui (in stretto
contatto con l'Ic, ma anche in maniera relativamente autonoma) era andata maturando l'ipotesi di una fase
democratico-pacifista e di come questa si era rovesciata nello specifico contesto italiano.
È così possibile individuare alcuni nodi problematici ed eventi significativi:
- il V Congresso è la prima apparizione pubblica in ambito internazionale della nuova maggioranza del
Pcd'I; una direzione che, come si era visto nel corso della conferenza organizzativa di Como, non può ancora
contare sull'appoggio dei quadri del partito, rimasto sostanzialmente fedele a Bordiga. A proposito del comunista
napoletano è importante sottolineare come la sua posizione critica nei confronti del Comintern si inasprisca. Al di là degli
episodi contingenti, la polemica di Bordiga si rivolge ormai agli stessi "istituti più alti" del movimento operaio
internazionale, reclamando, in osservanza del principio della rivoluzione mondiale, uno spostamento degli equilibri politici
dal partito russo ai partiti comunisti dei paesi a più alto sviluppo capitalistico. Tutto ciò proprio mentre
l'identificazione degli interessi russi con quelli della rivoluzione mondiale ed il primato dei bolscevichi veniva riconosciuto
ormai definitivamente all'interno dell'Internazionale comunista;
- la ricostruzione dell'apprezzamento italiano circa l'aprirsi della fase democratico-pacifista del capitalismo
e delle ricadute tattiche e politiche che questa aveva sull'attività del partito, permettono di osservare come il Pcd'I
si collochi su un "versante" molto più vicino alle posizioni sostenute da Radek ed in parte da Trostkij che a
quelle proclamate da Zinov'ev. L'interesse aumenta se si tiene conto che proprio gli oppositori del
presidente dell'Internazionale furono i principali accusati e gli sconfitti del V Congresso.
Il fallimento "dell'ottobre"
tedesco1 suscitò profonda impressione nel movimento comunista
internazionale innescando discussioni che si prolungarono fino al V Congresso, nel luglio
19242.
Ben presto il dibattito travalicò gli angusti confini "nazionali" nei quali era stato inizialmente
limitato, intrecciandosi con quello sul contemporaneo ridefinirsi dei rapporti di forza tra le classi su scala europea e
investendo i principi tattici e le parole d'ordine che avevano guidato l'Internazionale a partire dal III Congresso, nel 1921.
Le principali posizioni che emersero dal confronto furono rappresentate dai più autorevoli esponenti del
Comintern: Zinov'ev, Radek, e Trotskij. Ritengo sia importante, utile e non fuori tema delineare per sommi capi le basi su
cui si fondavano le loro
interpretazioni3; questo permetterà di evidenziare, attraverso il confronto, le peculiarità
delle posizioni contemporaneamente sostenute dalla direzione gramsciana del Pcd'I, dalla sinistra e dalla destra.
Prima di procedere è necessario però svolgere una considerazione preliminare ed importante ai fini della
comprensione di alcuni atteggiamenti assunti da importanti esponenti del movimento comunista internazionale: nei giudizi
sulla sconfitta tedesca formulati dai dirigenti bolscevichi si inserisce, accanto ad un tentativo d'analisi delle
cause "dell'ottobre" e della mancata insurrezione del proletariato tedesco, una lettura strumentale di quegli
avvenimenti con l'obiettivo di trarne vantaggio nella lotta interna del partito russo. Risulta così difficile distinguere questi
due piani d'azione: tanto più in quanto nei mesi successivi l'Internazionale e le sue sezioni sarebbero divenute luogo
di scontro tra le due fazioni in lotta per la successione di Lenin.
Sicuramente il presidente dell'Ic fu uno tra i dirigenti a nutrire le maggiori speranze nell'avvento della
rivoluzione tedesca, perseverando per mesi nella sua convinzione che la lotta per il potere in Germania fosse stata
posticipata solamente di qualche settimana, tutt'al più rimandata all'estate successiva. Ciononostante la borghesia, in quel
lasso di tempo, non era rimasta passiva. Fra novembre e dicembre, dopo aver parzialmente stabilizzato la
situazione economica, bloccando l'ascesa dei prezzi attraverso l'emissione del Rentenmark, era passata all'iniziativa
reprimendo il tentativo di putsch di Hitler e Ludendorff a Monaco e, successivamente, occupandosi del movimento
comunista. Il Kpd venne dichiarato illegale e centinaia di militanti furono
arrestati4. Nel gennaio 1924, l'esecutivo della
Adgb, il maggiore sindacato tedesco, adottò una risoluzione con la quale minacciava di espulsione tutti coloro i
quali avessero condotto propaganda comunista nelle organizzazioni ad essa affiliate.
Di fronte al consolidamento della repubblica di Weimar e alla timida ripresa economica il compito del Kpd
sarebbe stato quello di continuare nell'applicazione della parola d'ordine del fronte unico. Una tattica che doveva però
subire una drastica revisione. Basandosi sull'esperienza tedesca Zinov'ev era giunto alla convinzione che la
socialdemocrazia fosse di fatto confluita nell'alveo borghese, divenendone l'ala sinistra. Tale spostamento di "campo", avendo
per ciò stesso impedito l'applicazione a livello politico della parola d'ordine lanciata al III Congresso, riduceva
il significato del fronte unico a semplice strumento di mobilitazione dal basso delle forze operaie. Ancora più
drastica sarebbe la sorte del governo operaio e contadino, ridotto a strumento di agitazione e propaganda.
Ben presto però Zinov'ev dovette confrontare i concetti che aveva acquisito riflettendo sul caso tedesco con
la realtà dei nuovi rapporti di forze fra le classi su scala continentale. Gli ultimi mesi del 1923 avevano visto il
susseguirsi di eventi di notevole importanza: la vittoria dei laburisti in Inghilterra; il riconoscimento diplomatico italiano
ed inglese dell'Unione Sovietica; il generale spostamento a sinistra dei governi della maggior parte dei paesi
capitalisti. Riesumando l'ipotesi contemplata già da Trotskij al IV Congresso, nell'ottobre 1922, gli ambienti
ufficiali dell'Internazionale incominciarono ad ipotizzare l'apertura di un'era democratico-pacifista e riformista dello
sviluppo capitalista. Per il presidente dell'Internazionale la nuova fase rappresentò la conferma di quanto era andato
sostenendo nel dibattito sulle cause della sconfitta tedesca. L'appoggio socialdemocratico alla borghesia riaffermava
ancora una volta la debolezza e l'incapacità di questa di gestire il potere economico e politico. Inoltre, traendo spunto
dalle riflessioni svolte sugli sviluppi della situazione politica italiana nel 1921-22 e di quella tedesca nel 1922-23,
Zinov'ev riprendeva, ampliandola, l'affermazione sulla sostanziale identità tra socialdemocrazia e fascismo e sulla
loro funzione di strumento per la salvaguardia del dominio di classe della borghesia. Tale accostamento era
così interpretato come sintomo ed elemento di accelerazione del processo rivoluzionario internazionale: infatti,
la tendenziale risoluzione della prima nel secondo, dalla quale si distingueva ancora per i diversi metodi di
dominio, uno più aperto alle concessioni democratiche, l'altro orientato all'adozione di una politica di violenza e
terrore, avrebbe definitivamente rivelato l'inconsistenza dell'ipotesi circa l'esistenza di una qualsiasi alternativa tra la
dittatura borghese e quella proletaria.
La posizione di Radek di fronte alla discussione sulle cause del fallimento della rivoluzione tedesca e
l'avvento dell'era democratico-pacifista fu alquanto diversa e, per certi aspetti opposta, a quella di Zinov'ev. Radek non
negava l'esistenza di una questione rivoluzionaria tedesca nell'ottobre 1923, come neanche nascondeva l'incapacità
del Kpd di approfittarne. Le cause della sconfitta però non le individuava esclusivamente nell'errato
comportamento della sezione comunista di Germania; colpevole era pure la direzione dell'Internazionale, rea di non essersi
resa conto in tempo della gravità della situazione, salvo poi organizzarvisi frettolosamente e, dopo la sconfitta,
prendere come unico provvedimento la decisione di sostituire il gruppo dirigente di "destra" del Kpd con quello di
sinistra, palesando l'incomprensione di come la rivoluzione sorgesse da determinati rapporti di forza, non in seguito
alla volontà o alla decisione della classe operaia. Anche nella riflessione intorno alla tattica del fronte unico e del
governo operaio, Radek assumeva una posizione autonoma rispetto a quella di Zinov'ev. I contenuti della parola
d'ordine andavano ridimensionati ma non si dovevano abbandonare completamente in quanto consistevano ancora nel
più efficiente metodo di mobilitazione ed organizzazione unitaria del proletariato.
Proprio l'esigenza della formazione di un radicato partito di massa nei paesi occidentali era, per Radek, uno
dei due principali insegnamenti dell'ottobre tedesco. L'altro, più che un insegnamento, era un dato di fatto e riguardava
la classe operaia stessa e la sua impreparazione alla lotta. Ritorna qui nella riflessione del dirigente comunista
la consapevolezza del dilemma fondamentale in cui si venivano a trovare le varie sezioni dell'Internazionale e lo
stesso centro dirigente: l'esistenza di partiti comunisti sorti sulla base di una prospettiva rivoluzionaria, se non
immediata almeno a medio-breve termine e il prodursi di situazioni non rivoluzionarie, se non apertamente reazionarie,
come nel caso dell'Italia. In questa situazione l'abbandono della politica del fronte unico avrebbe sancito il venir
meno dell'unico strumento che aveva consentito di raggiungere nel biennio 1921-23 importanti successi e la
rinuncia definitiva a tener conto della complessità e della diversità del processo rivoluzionario nei paesi
capitalisticamente più avanzati. Il giudizio sostanzialmente pessimista di Radek si rifletteva anche allorquando prendeva
in considerazione i caratteri costitutivi dell'era democratico-pacifista, specificatamente nell'ambito tedesco. Il
successo ottenuto dal Kpd alle elezioni del Reichstag nel maggio 1924, poche settimane dopo la sua reintegrazione
nella legalità, con 3.690.000 voti contro i 440.000 delle precedenti consultazioni generali, anziché avvalorare la tesi
dello spostamento a sinistra delle masse e della loro radicalizzazione, rappresentava il sintomo non dell'aggravarsi
della crisi europea bensì del suo
consolidamento5.
Sostanzialmente analoghi erano i giudizi espressi dal commissario dell'armata rossa. Trotskij era stato, nel
corso del 1923, il più convinto nel sostenere il movimento comunista tedesco nella lotta per la conquista del potere;
quello che più di tutti gli altri dirigenti internazionali si era adoperato al fine di poter aiutare in tutti modi il Kpd.
Logico che la sconfitta l'avesse colpito profondamente, obbligandolo a rivedere le sue prospettive. Riflessioni che,
come si è detto, non riguardavano esclusivamente la questione tedesca, ma si allargavano fino ad interessare tutta
la situazione europea. Il fallimento del Kpd aveva ridato fiducia e mezzi alla borghesia, permettendole, attraverso
la sua ala sinistra e i partiti socialisti e socialdemocratici, di riprendere l'iniziativa: l'era democratico-pacifista
si presentava così come il culmine dell'offensiva del capitale, che nei primi due anni, tra il 1921 e il 1923,
aveva indossato i panni del fascismo. La sicurezza raggiunta non garantiva però la stabilizzazione; seppur in
maniera articolata e spesso contraddittoria il capitalismo continuava a dibattersi nella sua crisi. Si inseriva a conferma
di questa posizione la riflessione di Trotskij attorno alla natura dei sistemi politici fascisti e liberali. Similmente
a quanto sostenuto da Zinov'ev, anche il commissario della guerra concordava con l'affermazione secondo la quale
i due metodi di governo assolvevano alla medesima funzione, cioè all'esigenza di una "normalizzazione" sociale
e politica della società. Le diversità risiedevano nel contesto in cui questi strumenti erano utilizzati. Il
fascismo, essenzialmente "l'organizzazione di lotta della borghesia nel periodo della guerra civile", allo stesso modo di
come in Germania lo erano le centurie proletarie per il movimento comunista, era "l'apparecchio" adatto ad essere
utilizzato nei periodi di lotta; il metodo liberale, puntando "sull'inserimento" graduale delle masse operaie nelle
istituzioni democratiche, assumeva rilevanza in situazioni caratterizzate da una certa sicurezza delle forze dominanti e
dal rallentamento dell'attività rivoluzionaria operaia.
Ricordando quanto affermato dal presidente dell'Internazionale si può facilmente valutare la distanza che
li separava. Ulteriore conferma delle divergenze politiche esistenti emergeva confrontando gli atteggiamenti
assunti di fronte alla vittoria elettorale del partito laburista inglese. Mentre sia Trotskij che Radek erano convinti che
il governo presieduto da MacDonald rispondesse ad una precisa strategia della borghesia inglese, tendente ad
utilizzare il Labour Party per "raffreddare" la spinta delle masse e poterle controllare con maggiore libertà, Zinov'ev
lo giudicava come un sintomo dell'incapacità della classe borghese di prendere in mano direttamente la gestione
del potere, un indizio dell'acuta disgregazione delle sue capacità politiche ed economiche.
I profondi contrasti evidenziati trovarono un'eco anche all'interno dell'Ic. Prova ne fu l'atteggiamento
ufficiale adottato di fronte al nuovo governo inglese; la risoluzione approvata dall'Esecutivo il 6 febbraio 1924 rifletteva
tutte le diverse posizioni sostenute dai dirigenti Ic, con un'accentuazione delle prospettive ottimistiche di
Zinov'ev6. Da un lato si esprimeva la convinzione che la vittoria laburista fosse il sintomo più evidente della disgregazione
politica ed economica della Gran Bretagna; che i suoi dirigenti rappresentassero una frazione borghese e non un
partito proletario, e si leggeva nell'inevitabile venir meno di una politica riformista incisiva del gabinetto MacDonald,
la dimostrazione del fallimento dei metodi democratici e del tradimento della socialdemocrazia; dall'altro si
evidenziava come l'azione del governo mirasse al "consolidamento dello stato borghese" attraverso l'adozione di
politiche riformiste e l'inserimento nelle istituzioni liberali delle masse operaie. Più equilibrato il giudizio sostenuto
nella lettera di convocazione del V Congresso dell'Ic spedita a tutte le sezioni nell'aprile del 1924. Il movimento
comunista si trovava ad operare "in un periodo situato fra due ondate della rivoluzione proletaria" delle quali la seconda
era considerata, grazie ai buoni risultati ottenuti dai partiti comunisti e dalla sinistra in generale nelle elezioni che
si svolsero tra aprile e maggio in Francia, Italia e Germania, imminente; compito dell'assise sarebbe stato perciò
quello di elaborare una tattica adatta a sfruttare tutte le occasioni che la nuova prospettiva avrebbe offerto.
La delegazione italiana al V Congresso
Al V Congresso, svoltosi nel luglio 1924, parteciparono componenti di tutte e tre le correnti del Pcd'I; la
delegazione era meno numerosa di quella del novembre 1922. Per la sinistra intervennero Bordiga, Grieco, Perrone,
Venegoni, Berti; in rappresentanza del nuovo gruppo dirigente compiva il suo primo viaggio a Mosca Togliatti; la
minoranza di destra mobilitò il suo esponente di maggiore prestigio, Tasca. Assente Gramsci, costretto a rimanere in Italia
causa lo scoppio della crisi politica in seguito all'assassinio del deputato unitario Giacomo
Matteotti7. Gli interventi principali gli esponenti italiani li tennero in sede di dibattito sul rapporto tenuto dal presidente Zinov'ev. Di
fronte a quattrocentosei delegati di quarantuno paesi (di cui trecentoventiquattro con diritto di voto) Zinov'ev aprì
l'assise presentando la relazione sull'attività svolta dal Comitato esecutivo nei due anni precedenti. Il resoconto sintetizzava
quanto era andato delineandosi, nel corso delle discussioni tenute nei mesi precedenti: la rivoluzione mondiale
aveva subito un momentaneo rallentamento dopo la sconfitta tedesca e ci si trovava tra due epoche rivoluzionarie.
Questo non significava che il capitalismo avesse trovato la forza di "ristabilizzare" la situazione. Anzi, l'apparire della
fase democratico-pacifista, lungi dal rappresentare, come sosteneva Trotskij, un'indicazione della riconquistata
fiducia della borghesia, individuava un vero e proprio sintomo del "collasso" del capitalismo. In forza di queste
convinzioni e dell'esperienza tedesca, Zinov'ev riprendeva la formulazione dell'identità tra fascismo e socialdemocrazia;
ad esserne maggiormente colpita, come si è rilevato precedentemente, era la tattica del fronte unico e del
governo operaio. Il suo significato, rispetto a quanto elaborato a partire dal III
Congresso8, venne alquanto
ridimensionato: unico metodo riconosciuto fu quello dal
"basso"9. Totalmente svuotata di senso fu invece la tattica del
governo operaio, ricondotta a semplice sinonimo della dittatura del proletariato. Si delineava così, come risultato di mesi
di dibattito, uno spostamento a sinistra della piattaforma internazionale; ciò non poteva non far piacere a quanti (e
tra questi spiccava la sinistra italiana) avevano assunto posizioni alquanto scettiche sull'operato dei dirigenti Ic e
sul movimento comunista mondiale in generale. La soddisfazione momentanea non ne poteva però nascondere il
profondo dissenso. L'unico tra i sessantadue oratori che intervennero al dibattito sulla relazione di Zinov'ev a
manifestare pienamente le sue riserve fu
Bordiga10. Sostanzialmente egli concordò, sebbene invitando a non separare
nettamente periodi storici tra loro non ben delineati, con la valutazione data dal presidente Ic riguardo la situazione
internazionale; soprattutto si mostrò compiaciuto dell'approdo all'interpretazione della socialdemocrazia quale partito borghese
e della sua intercambiabilità con il fascismo. Veramente, come ha giustamente ha rilevato
Spriano11, questa era una delle sue convinzioni più profonde, la cui elaborazione risaliva almeno ai tempi della costituzione del
Pcd'I: "momentaneamente la situazione sembri orientarsi politicamente verso una politica borghese di sinistra, ma
[...] non trovo che ciò significhi che l'offensiva del capitalismo possa servirsi di metodi differentissimi. C'è un
metodo di destra, ed è la reazione aperta [...]; vi sono metodi di sinistra e sono l'illusione democratica e l'illusione
della collaborazione di classe. Ma questi due metodi mirano allo stesso scopo e non è necessario che vi debbano
essere periodi storici nettamente separati [...] penso che noi marciamo verso una sintesi dei due
metodi"12.
Anche sul tema del fronte unico Bordiga constatava un tendenziale avvicinamento alla sue posizioni.
L'unico metodo adottabile era quello dal basso, teso a costruire azioni unitarie in quelle organizzazioni operaie, escluse
quelle politiche irrimediabilmente compromesse, laddove si potesse raggiungere una maggioranza comunista, come
ad esempio nei sindacati e nei consigli di fabbrica. Per quanto riguarda il tema del governo operaio la critica era
ancor più drastica. Non si limitava a istituire un rapporto di sinonimia tra questa tattica e la dittatura del proletariato,
ma andava oltre, portando alle logiche conclusioni quanto abbozzato da
Zinov'ev13: "[...] Io domando
semplicemente una sepoltura di terza classe e per la tattica e per la parola d'ordine del governo
operaio"14.
Consapevole della svolta rispetto al IV Congresso, Bordiga esigeva che i dirigenti internazionali compissero
opera d'autocritica di fronte agli sbagli passati onde non dover più ricadervi in futuro. Al fine di meglio prevenire
questa possibilità esortava la centrale internazionale a procedere ad una centralizzazione del movimento comunista e
ad una maggiore chiarezza programmatica e tattica.
Le convergenze con la relazione del presidente dell'Internazionale comunista si concludevano però qui. Il
dirigente italiano infatti andava oltre, mettendo in discussione lo stesso ruolo egemone del partito russo. Egli
rivendicava uno spostamento dell'asse decisionale dell'Internazionale comunista verso le sezioni comuniste dei
paesi capitalisticamente più avanzati, quelle dalle quali si era sviluppata la dottrina marxista. Non si trattava di una
semplice esigenza riorganizzativa; "la posta in gioco" era altra: una diversa concezione dello sviluppo rivoluzionario nei
paesi dell'Europa occidentale, fondata sulla constatazione della stabilità e dell'influenza della socialdemocrazia e
sulla possibilità di adottare compiutamente tutti i dettami della dottrina
comunista15.
Lungo queste coordinate si collocava l'analisi della situazione continentale dopo la primavera del 1924. Le
elezioni che si erano susseguite, quella inglese, ma soprattutto quelle francesi, tedesche ed italiane, con i loro risultati
avevano dimostrato come la situazione attuale fosse "ricca di possibilità rivoluzionarie" e di come i partiti comunisti,
adottando una politica rigidamente autonoma e classista, potessero raggiungere ottimi risultati ponendosi alla guida
della maggioranza della classe operaia nei rispettivi
paesi16.
Bordiga restò completamente isolato; neanche la sinistra Kpd, con la quale in più occasioni vi era stata
affinità, si accodò alle sue posizioni preferendo convergere attorno a Zinov'ev.
Tasca prese la parola il 23
giugno17. Il suo discorso, come anche Togliatti rammentò in un documento
riservato, fu nettamente meno polemico di quello pronunciato in occasione della Conferenza organizzativa di
Como18. Fin da subito dichiarò il suo assenso nei confronti della relazione di Zinov'ev sulla situazione internazionale. Per far
ciò non esitò a ridurre drasticamente il significato della tattica del governo operaio. Con un artificio retorico ne
istituì un rapporto di sinonimia con la dittatura del proletariato fondato non sul suo aspetto "filologico", bensì sulla
sua accezione "dinamica" indicante la possibilità, in determinate situazioni concrete, di poter portare le masse sul
terreno della lotta per il potere e per la dittatura del proletariato. Questo "camuffamento" non impedì comunque di
riscontrare nel discorso di Tasca una preoccupazione di fronte alla svolta "a sinistra" dell'Ic. Commentando le decisioni
prese in merito alla questione tedesca infatti, esprimeva la necessità di completare la discussione sulle cause della
sconfitta superando la semplice accusa di opportunismo nell'applicazione della tattica del fronte unico, prendendo
in considerazione le altre difficoltà incontrate dal Kpd e dalla massa operaia nella lotta per il potere.
Togliatti fu l'ultimo dei tre delegati italiani a prendere la parola, il 25 giugno; lo fece a nome della
maggioranza e del gruppo di centro del partito. In generale il suo discorso fu molto più "cauto" di quello pronunciato
alla Conferenza di Como. Per quanto riguarda la tattica del fronte unico ribadì l'esigenza, nella sua applicazione, di
salvaguardare l'autonomia e le caratteristiche peculiari dei partiti comunisti. Come già ripetuto in altre
occasioni, era proprio il fatto di aver posto il Kpd sullo stesso piano della sinistra socialdemocratica, dimenticando da un
lato come questa non fosse altro che un'ala dello schieramento borghese e dall'altro come l'entrata nella coalizione
sassone avesse un significato esclusivamente strategico-militare e non di difesa democratica, a costituire l'errore
principale dei dirigenti tedeschi.
Il disporsi completamente all'interno del solco dell'Internazionale non eliminava però le "sottili"
divergenze esistenti riguardo le prospettive rivoluzionarie dei movimenti comunisti occidentali e le possibili tattiche adottabili.
In maniera più sfumata, ma pur sempre in contrasto con quanto andava sostenendo Zinov'ev, ed in questo
più vicino a Radek, Togliatti riprendeva il concetto della "catena storica" che avrebbe portato alla dittatura
del proletariato: "La verità è che non si tratta di un problema di parole. Si tratta di differenti condizioni storiche e
politiche, di differenti rapporti di forza tra la classe operaia e la classe borghese, che ci costringono a seguire linee
tattiche differenti. Radek ha detto: 'Non è vero che nel 1919 eravamo delle semplici organizzazioni di propaganda,
perché si producevano allora dei grandi movimenti di masse, dei movimenti nei quali le masse si portavano
spontaneamente sul terreno della conquista del potere. Ma a capo di queste masse non vi erano allora dei partiti comunisti i
quali avessero la capacità di manovrare senza perdere di vista lo scopo finale della conquista del potere, e di
utilizzare tutte le forze che spontaneamente si dichiaravano al seguito delle avanguardie proletarie. Oggi le masse non
si pongono più sul terreno della conquista del potere spontaneamente. Anche per portarle su questo terreno, per
porre il problema dello Stato agli strati decisivi e agli strati più arretrati del proletariato, è necessario che i partiti
comunisti compiano una manovra. È questo il significato preciso che noi diamo alla parola d'ordine del governo degli
operai e dei contadini' "19.
Anche negli esponenti del centro, del resto, e la riflessione gramsciana lo riteneva un elemento
caratterizzante della sua analisi, si era consapevoli delle diversità esistenti tra l'Oriente e l'Occidente.
A differenza di Bordiga, che individuava nell'autonomia di classe l'unico strumento in grado di preparare il
partito e le masse alla lotta per il potere, la maggioranza del partito si apriva ad una prospettiva più flessibile, nella
quale fosse possibile sfruttare ogni più piccola fessura dello schieramento avversario e, all'occorrenza,
instaurare momentaneamente, episodicamente, alleanze con altre forze politiche. Per riuscire in questo compito era
però necessario disporre dello strumento adatto, cioè di un partito comunista con un forte seguito di massa.
Togliatti, secondo una convinzione che affiora in tutti i suoi maggiori interventi dell'epoca, insisteva sulla
necessità di dar vita ad un partito di massa. Tanto più in una circostanza di risveglio proletario come era quella che
caratterizzava la situazione internazionale, compresa l'Italia, nei primi mesi del 1924.
L'approdo da parte della direzione del Pcd'I alla valutazione della fase capitalistica quale era
democratico-pacifista non fu però determinato da un adeguamento unilaterale alle posizioni di Zinov'ev e dell'Internazionale;
richiese una lunga elaborazione che occupò, al pari della discussione sulle cause della sconfitta tedesca e del dibattito
in seno al Comintern, tutta la prima parte dell'anno. A questo punto, per meglio comprendere il significato del
discorso tenuto da Togliatti al V Congresso, è d'obbligo compiere un passo indietro ed esaminare brevemente la
discussione che condusse la maggioranza di centro ad accogliere questa prospettiva.
L'origine della concezione democratico-pacifista del capitalismo
Il discorso pronunciato da Togliatti in occasione del V Congresso del Comintern può a ragione essere
considerato la prima apparizione sulla scena internazionale del nuovo gruppo dirigente di centro. Nel corso del suo
intervento il delegato italiano, a nome della nuova maggioranza, si era sostanzialmente limitato a concordare con
l'affermazione zinoveviana circa l'esistenza di una fase democratico-pacifista del capitalismo; del tutto assente, probabilmente
a causa della necessità di non incrinare il difficile equilibrio raggiunto in seno al
gruppo20, un'approfondita analisi sulle sue origini e sui suoi sviluppi. Questo, nonostante l'approdo a tale concezione non avesse seguito lo
stesso percorso di quello del presidente dell'Internazionale, bensì una lunga riflessione "interna", parallela
e imprescindibilmente intrecciata alla formazione della piattaforma politica della direzione gramsciana. Per
poter meglio comprenderne le origini ed il significato è perciò opportuno risalire al carteggio intercorso tra Gramsci
e gli altri comunisti italiani tra il 1923 e il 1924.
Il primo documento nel quale appare, seppur in maniera sintetica, un giudizio sulla situazione internazionale è
la lettera indirizzata da Gramsci a Togliatti e Scoccimarro il 1 marzo
192421. Questa, seguendo di circa un mese
quella famosa del 9 febbraio nella quale il comunista sardo aveva esposto le sue posizioni riguardo i dissidi in seno al
gruppo dirigente del Pcd'I e alle più importanti questioni allora dibattute nel movimento operaio internazionale,
rappresentava un approfondimento tanto dell'esame della situazione politica nazionale ed internazionale che dei suoi
possibili sviluppi futuri. Due erano le ragioni sulle quali Gramsci fondava la sua convinzione circa la ripresa del
movimento proletario: da un lato la tendenziale riconquista del controllo delle forze produttive da parte della borghesia,
dall'altro lo scivolamento a destra della socialdemocrazia: "Un breve accenno alla situazione internazionale che segna
una ripresa del movimento proletario, per due ragioni: a) la borghesia ha ripreso parzialmente dominio delle
forze produttive; b) la socialdemocrazia è andata più a destra e la borghesia tende a lasciarsene parzialmente
rappresentare. Perciò la borghesia ritorna al liberalismo e per ciò stesso le forze rivoluzionarie avanzano, ma senza avere con sé
la maggioranza dei lavoratori"22.
L'inversione di tendenza risaliva non ai primi mesi del 1924, bensì a quanto avvenne nel 1923.
Lontano dall'identificare i moti "dell'anno terribile" con gli ultimi sussulti di una crisi postbellica ormai in fase di definitivo
riflusso, Gramsci ne sottolineava il significato di ripresa del movimento rivoluzionario
mondiale23: sottolineava il realizzarsi su larga scala, causa il colpo di stato, dell'unione tra operai e contadini in Bulgaria; l'importanza
dello sciopero generale scatenatosi in Polonia nel novembre; la costituzione dei governi operai di Sassonia e di
Turingia e la rivolta di Amburgo. Gramsci individuava anche in altri paesi segni di questa ripresa. In Italia il blocco
fascista vedeva incrinarsi la sua unità in quanto ampi settori della borghesia, più propensi a soluzioni liberali, se
ne distaccavano; in Francia la sinistra borghese aumentava il suo "peso" politico facendosi rappresentante degli
strati più arretrati degli operai e delle masse contadine; in Inghilterra, grazie al rafforzamento dei laburisti e dei
liberali, diveniva primo ministro MacDonald; in Bulgaria ed in Polonia, nonostante le sconfitte patite dal
movimento rivoluzionario, i governi non erano ricorsi a strumenti "terroristici" come quelli utilizzati nel biennio passato;
infine, in Germania l'organizzazione comunista, dichiarata illegale subito dopo il tentativo rivoluzionario fallito
dell'ottobre 1923, aveva mantenuto quasi intatti i suoi quadri.
Se la realtà del movimento delle masse operaie e di quelle piccolo borghesi non era, per Gramsci, da mettere
in discussione, più complesse gli apparivano però le caratteristiche che questa assumeva. Diversamente dalla
più esplosiva ondata rivoluzionaria che aveva contraddistinto il biennio immediatamente successivo la conclusione
del conflitto, almeno fino all'occupazione delle fabbriche in Italia nel settembre 1920 e all'avanzata dell'armata
rossa su Varsavia, quest'ultima si sviluppava in maniera sotterranea e molecolarmente. La "clandestinità" del
movimento avrebbe assunto le forme, almeno inizialmente, di un appoggio ai governi socialdemocratici e democratici: in
questo senso l'avvento al governo dell'Inghilterra della coalizione laburista guidata da MacDonald ne
rappresentava l'esempio più evidente. Come già affermato privatamente nella lettera a Togliatti e Scoccimarro del 1 marzo
1924, i partiti comunisti si sarebbero così ritrovati ad operare in una situazione di minoranza. Compito primo di
questi ultimi era perciò quello di trasformarsi in grandi partiti di massa capaci di aggregare intorno a loro quella
maggioranza della classe lavoratrice che gradualmente, in seguito ai successivi fallimenti dei governi riformisti, se ne
sarebbe distaccata.
In aiuto a questa interpretazione accorrevano i risultati ottenuti dai movimenti comunisti e più in generale
dalle sinistre borghesi, nelle elezioni che si erano svolte quasi simultaneamente, tra l'aprile e il maggio 1924, in
Francia e Germania24.
In Francia, dopo più di sei anni, le forze conservatrici della borghesia erano state seccamente sconfitte dal
cartello delle sinistre, composto da radicali e socialdemocratici, che con quasi 4.000.000 di voti avevano
conquistato trecentoventotto seggi e dato vita al governo presieduto dal radicale Herriot; la lista comunista,
concorrendo autonomamente, aggregò consensi quasi esclusivamente nel distretto di Parigi e nel Nord industrializzato,
ottenendo 900.000 voti e ventotto seggi. Il risultato non era certo esaltante se si considera che solo quattro anni prima,
all'epoca della scissione tra il Pcf e la Sfio, nel 1920, la sezione francese dell'Internazionale era maggioritaria
nell'ambito dei partiti operai. Nonostante i limiti dell'affermazione comunista fossero evidenti, il risultato elettorale non fu
però giudicato totalmente
negativo25. Escludendo i giudizi della sinistra, tendente ad interpretare l'esito elettorale
come una prova della bontà della strategia autonomista nella lotta per la conquista della maggioranza del proletariato,
le cause della parziale sconfitta furono imputate all'inesperienza e al permanere di "tentazioni" democratiche in
seno al Pcf. La revisione della tattica avrebbe consentito al partito francese di intraprendere correttamente l'azione
per la conquista delle masse operaie. In questa prospettiva la vittoria della sinistra borghese non poteva che
inserirsi positivamente. L'esito delle elezioni indicava infatti lo spostamento e lo scollamento dal blocco conservatore
delle masse piccolo contadine e della borghesia industriale insoddisfatte dalla politica economica del governo,
soprattutto quella inerente la risoluzione del problema delle riparazioni.
Molto più significativi ed incoraggianti i risultati ottenuti nelle elezioni svoltesi in Germania nel maggio
1924. Qui, il Kpd, appena riammesso legalmente alla competizione politica, ottenne un clamoroso successo
conquistando 3.690.000 voti contro i 440.000 delle precedenti consultazioni generali. Ciò che più contava era che adesso il
partito si apprestava a diventare una grande ed influente organizzazione di massa. Fu uno degli esponenti più
autorevoli del nascente gruppo dirigente di centro, Togliatti, a commentare a "caldo" questi
risultati26. Nella sua analisi, attenta soprattutto agli aspetti organizzativi, Togliatti insistette nell'individuare una duplice serie di
motivazioni all'affermazione comunista: da un lato, la diffusione tra la massa operaia della convinzione circa la natura
borghese della socialdemocrazia; dall'altro la conseguente creazione di un forte partito di massa: "I milioni di voti che
esse hanno raccolto significano che oggi in Germania l'avanguardia della rivoluzione proletaria non è più un corpo
staccato dalla grande massa degli operai, ma ha preso contatto con questa massa ed è con essa strettamente collegata [...]
Il fatto che gli operai tedeschi si convincano che la socialdemocrazia non è un'ala destra del movimento operaio,
ma un'ala sinistra della borghesia reazionaria, deve avere nel processo di sviluppo della rivoluzione europea le più
grandi conseguenze. Ebbene, solo queste elezioni ci hanno dato la prova che questa convinzione si diffonde tra le masse
in modo sempre più vasto"27.
L'effetto positivo delle elezioni in Germania non si arrestava però esclusivamente allo scenario tedesco; infatti,
il suo peso nello scacchiere rivoluzionario europeo contribuì ad avvalorare significativamente l'ipotesi di una
ripresa del movimento operaio su scala continentale.
Il lavoro così frammentario di analisi, inevitabilmente figlio delle contingenze e coinvolgente i maggiori
esponenti del gruppo di centro, trovò una definitiva sistemazione nello schema di tesi presentato alla Conferenza
organizzativa di Como, all'interno del quale alla situazione mondiale fu dedicata una apposita
sezione28. Qui convergevano le idee di tutta la nuova maggioranza: l'attenzione di Togliatti circa la natura delle socialdemocrazie e il
significato delle vittorie comuniste in importanti paesi europei come la Germania; la riflessione di Gramsci sulle diverse
componenti esistenti in seno allo schieramento avversario. Tenendo conto di questi diversi contributi il
paragrafo descrive le caratteristiche della situazione mondiale distinguendo due elementi principali: i complessi ed
articolati spostamenti avvenuti all'interno della classe borghese; l'attuale condizione del movimento proletario nei
maggiori paesi dell'Europa centrale e occidentale. Rievocando quanto già affermato da Gramsci in alcune sue lettere ed
in un suo articolo riguardante la vittoria laburista inglese, le tesi affermavano di essere di fronte, nonostante il
permanere da parte del capitalismo dell'impossibilità di "ricostruire" un equilibrio sufficientemente stabile, ad un
tentativo della borghesia di riprendere il controllo sulle forze produttive. La riconquistata fiducia in loro stesse le
spostava verso l'adozione di metodi più liberali nonché verso le socialdemocrazie. Similmente a quanto avrebbe
affermato Bordiga dalle tribune del V Congresso, lo spostamento a sinistra di alcuni gruppi della borghesia rivelava e
confermava come il " sistema liberale e democratico e quello del terrore e della violenza armata [fossero,
nda] due metodi di cui la borghesia si [valeva] a seconda delle circostanze e delle
necessità"29. Parallelamente a questo movimento
però si assisteva ad un risveglio della attività operaia nei maggiori paesi del continente. Lontano da facili entusiasmi
e più cautamente di quanto andasse contemporaneamente sostenendo il presidente dell'Internazionale Zinov'ev,
il "centro" italiano riconosceva i segni di un arresto del processo di disgregazione e dispersione che aveva
coinvolto la classe operaia nel triennio precedente; a corroborare questa ipotesi, come si è già detto, intervenivano i
risultati delle elezioni politiche tedesche ed italiane. In queste condizioni i partiti comunisti avrebbero dovuto
adoperarsi per raggiungere gli strati più profondi delle masse divenendo grandi organizzazioni e conquistando
definitivamente la maggioranza del proletariato: "Nei principali paesi d'Europa però, nonostante la ripresa del movimento
proletario, esiste ancora un distacco più o meno grande tra l'avanguardia della classe lavoratrice, rappresentato dai
Partiti comunisti e il grosso dell'esercito proletario. [...] l'Internazionale comunista [...] deve ancora [conquistare,
nda] gli strati medi e gli strati più arretrati della popolazione operaia e contadina. Le elezioni tedesche hanno dato
la prova che anche su questo terreno la lotta si svolge con successo, ma essa non può affatto essere considerata
chiusa. Tanto meno poi nei paesi, come l'Italia, dove, oltre alla socialdemocrazia esistono delle formazioni
intermedie equivoche le quali contendono al Partito comunista la influenza sopra una grande parte della
popolazione lavoratrice"30.
Prima di concludere è utile procedere ad un breve confronto tra le tesi proposte dalla nuova maggioranza del
Pcd'I e le più importanti interpretazioni dell'Internazionale. L'interesse risiede nel fatto che ad una più
approfondita comparazione emergono delle differenze con la posizione assunta da Zinov'ev. Se infatti l'attenzione dedicata
al riemergere di una attività operaia, nonostante i toni più cauti, si collocava all'interno dello stesso "alveo" di
quanto sostenuto dal presidente dell'Internazionale, la stessa cosa non si poteva dire riguardo all'analisi degli sviluppi
e delle tendenze in seno allo schieramento borghese. La convinzione che la vittoria degli schieramenti
socialdemocratici e democratici in Francia ed Inghilterra avesse rappresentato l'indicazione più appariscente della momentanea
ripresa di fiducia in se stessa della borghesia e non il sintomo del definitivo "collasso" del sistema capitalistico, li
avvicinava maggiormente alle posizioni assunte da Trotskij e Radek. Allo stesso modo lontana dalla posizione
ufficiale dell'Internazionale era l'attenzione dedicata ai rapporti di forza tra i vari gruppi esistenti all'interno della
classe borghese. Questa discrepanza non aveva valore marginale; il riconoscimento della presenza di una
diversificazione all'interno dello schieramento avversario apriva al partito comunista la possibilità di poter intraprendere
manovre politiche nei loro confronti. Ciò, andandosi ad aggiungere alla convinzione che nell'era
democratico-pacifista l'appoggio delle masse lavoratrici, almeno inizialmente, si sarebbe rivolto agli schieramenti riformisti o
democratici, legittimava ulteriormente la convinzione che il processo rivoluzionario in Occidente avrebbe richiesto uno
sviluppo più articolato e ricco di esperienze. Sul piano tattico questa rinnovata consapevolezza si trasformava in un
appoggio a quanto deliberato in occasione del III Congresso e alle parole d'ordine del fronte unico e del governo operaio
e contadino. L'interpretazione dell'era democratica sviluppata dalla direzione gramsciana era quindi
sensibilmente differente da quella dell'Internazionale. A questo proposito nulla è più esemplificativo di quanto contenuto
nella lettera scritta da Gramsci a Terracini il 27 marzo 1924. La lettera conteneva il suggerimento di adottare, in
occasione dei dibattiti del V Congresso, una posizione dimessa, al fine di non incrinare l'unità del gruppo
faticosamente raggiunta e di non riaprire un contenzioso con l'internazionale che il Congresso avrebbe invece dovuto
appianare definitivamente. L'origine di questa avvertenza risiedeva proprio nella diversa interpretazione degli
sviluppi internazionali e della tattica da adottare: "Quale atteggiamento noi dobbiamo assumere politicamente? [di
fronte alla situazione generale, nda] Se prima del Quinto Congresso il nostro partito è risanato dalla crisi, se esso ha
un nucleo costitutivo ed un centro che per la sua propria azione e non per i riflessi internazionali goda la fiducia
delle masse italiane, noi potremo assumere una posizione indipendente e permetterci anche il lusso di criticare.
Attualmente mi pare ci convenga ancora louvoyer
per non accrescere la confusione e la crisi di fiducia e di prestigio che
già esiste in larga
scala"31.
Il "caso" italiano
Non è possibile concludere questa breve analisi sul percorso che condusse la nuova maggioranza del Pcd'I
ad adottare la formula dell'era democratico-pacifista del capitalismo senza accennare, almeno succintamente, alla
sua applicazione ad un caso concreto. Il "caso" in questione è quello italiano. Al di là delle sue peculiarità,
peraltro costantemente ricordate da Gramsci e dai maggiori esponenti del partito, l'attenzione dedicata dal Pcd'I allo
sviluppo della situazione politica in Italia a partire dall'inizio del 1924 era significativamente orientata ad inserirla nel
più ampio contesto europeo. Scorrendo i più importanti interventi pubblici, le corrispondenze intercorse tra i componenti
del gruppo di centro e, soprattutto, facendo riferimento alle relazioni del Comitato centrale del partito
pubblicate su "l'Unità", si individuano facilmente gli elementi costitutivi dell'era democratica: l'esistenza di contrasti in
seno ai diversi gruppi borghesi; il loro spostamento a sinistra; il risveglio della classe operaia; l'apertura di possibili
spazi per manovre politiche.
A due anni dalla marcia su Roma la geografia politica dei vari gruppi borghesi si era alquanto
modificata32. L'azione di Mussolini, orientandosi nella direzione di un assorbimento di tutti i più importanti gruppi politici
tradizionali per garantirsi una autonoma maggioranza parlamentare, si era sviluppata in molteplici direzioni: da un lato
mettendo in atto strategie di assorbimento come nel caso di quella nazionalista; dall'altro adoperandosi costantemente
per sgretolare le basi clientelari dei più importanti gruppi liberali e democratici. Anche l'azione economica del
governo nel suo primo anno di vita ebbe come scopo principale la costruzione di un fronte unitario della borghesia.
Sulla base di questo obiettivo adottò misure restauratrici capaci di aumentarne il favore presso l'opinione pubblica
borghese e piccolo borghese: seppellì la legge sulla nominatività dei titoli azionari, modificò il sistema tributario
favorendo gli investimenti, ridusse l'imposta sui redditi e sulle nuove costruzioni industriali, sbloccò il mercato degli
affitti, privatizzò il settore delle assicurazioni sulla vita e dei telefoni, abbandonò ogni progetto di riforma agraria.
In generale i provvedimenti adottati aiutarono soprattutto alcuni grandi gruppi finanziari ed industriali. La
parziale ripresa economica non migliorò però le condizioni della massa operaia e dei piccoli risparmiatori: la caduta
del potere d'acquisto dei salari, che ritornarono a valori simili a quelli precedenti il conflitto, si intrecciò infatti con
il contemporaneo aumento dell'inflazione, indebolendo così tutti quei gruppi sociali che percepivano un reddito
fisso. All'epoca dello scioglimento delle camere e dell'inizio della campagna elettorale, all'inizio del 1924,
esistevano quindi già delle tensioni all'interno dei gruppi piccolo borghesi. Sulla base di questi dati prese avvio la
riflessione comunista sui possibili sviluppi della situazione politica italiana.
Ancora una volta fu Gramsci il più lucido nel riconoscere queste
tendenze33. Nella lettera del 1 marzo
indirizzata a Togliatti e Scoccimarro, alcune settimane prima delle elezioni, il dirigente sardo esortò la direzione del partito
a studiare approfonditamente quelle forze borghesi "tradizionali" che non si lasciavano "occupare" dal
fascismo; principalmente due erano le correnti "dissidenti": una, quella che si raggruppava attorno al quotidiano torinese
"La Stampa", si poneva apertamente la questione della collaborazione coi socialisti tendendo "a conservare
l'egemonia settentrionale-piemontese sull'Italia; l'altra, nata attorno al "Corriere" milanese era più attaccata al
"conservatorismo borghese" e si indirizzava soprattutto verso una possibile collaborazione con la piccola borghesia
meridionale rappresentata dalla Democrazia sociale di Amendola. Allorquando il gruppo di centro redasse lo schema di tesi
per la Conferenza organizzativa di Como divennero chiare anche le motivazioni di tali
giudizi34. Il governo fascista, dopo aver goduto dell'appoggio della piccola e media borghesia nei mesi precedenti l'ascesa al potere, aveva
adottato, rinnegando il precedente "demagogico programma anticapitalistico", provvedimenti di politica economica
indirizzati ad una "restaurazione capitalistica a tutto vantaggio della grande borghesia industriale e agraria". Ciò gli alienò
i consensi di parte dei ceti medio-piccoli, che si coagularono attorno al Psu e al Ppi. Questi non erano però i
soli gruppi ad assumere posizioni critiche di fronte al fascismo: alcune frazioni della borghesia più
"schiettamente capitalistica", quelle ricordate da Gramsci nella lettera succitata, iniziarono a considerare auspicabile il ritorno
ad un sistema più democratico, più liberale. La causa di questo mutamento d'opinione risiedeva nell'essenza
stessa del regime. Proprio la sua natura di "dittatura armata di una frazione della borghesia capitalistica e dei
grandi proprietari di
terre"35, estendendo a tutta la penisola i sistemi di "compressione violenta" della volontà
della popolazione, anziché condurre definitivamente al superamento della crisi sociale postbellica, l'aveva esasperata
al punto da creare una situazione "permanentemente rivoluzionaria", rendendo immanente la possibilità
d'insurrezione dei contadini meridionali e di una loro collaborazione spontanea con "la lotta armata degli operai
dell'industria settentrionale".
Quale segno tangibile di tale situazione i comunisti italiani indicavano i risultati delle elezioni politiche
dell'aprile 192436. Nonostante la campagna elettorale fosse stata caratterizzata da un crescendo di azioni e violenze
fasciste nei confronti di tutti i partiti, il "listone" non raggiunse il successo che ci si era immaginati. La lista nazionale
ottenne 4.305.936 voti, cioè il 66,9 per cento, conquistando trecentocinquantasei seggi; ad essa vi andavano aggiunti
i diciannove raggiunti attraverso una lista fascista bis, presentata esclusivamente per infastidire le minoranze;
trentanove seggi andarono al Partito popolare; ventiquattro i deputati che mandarono i socialisti unitari; ventidue quelli
del Partito socialista; la "opposizione costituzionale" raggiunse i quattordici eletti. I comunisti, che si presentarono
alle elezioni assieme ai terzini, ottennero 268.191 voti e diciannove deputati; quattordici per i primi, cinque per i secondi.
Al di là della prevedibile affermazione fascista, i dati più interessanti si osservano scorporando i risultati a
seconda delle diverse aree geografiche della penisola. Mentre nelle zone meridionali il listone ottenne l'81,5 per cento
dei voti, al Nord risultò minoritario rispetto alla somma totale dei voti accumulati dalle liste di opposizione.
Caso unico era quello di Milano, dove i tre partiti operai conquistarono la maggioranza dei consensi. Ottima,
sul piano nazionale, fu la performance del Pcd'I che, rispetto alle elezioni del 1921, mantenne quasi intatto il suo
"corpo" elettorale. In generale, gli esiti della consultazione diedero la misura del movimento centrifugo delle forze
piccole e medio borghesi e della resistenza effettiva della classe operaia.
I risultati delle elezioni e le sue conseguenze nella definizione di un programma d'azione politico furono
discusse nella riunione del Comitato centrale del 18
aprile37. A relazionare, a nome di tutto il Comitato esecutivo, fu
Togliatti. Quel che emerge nella lettura del documento, peraltro esplicitamente chiara, è la convinzione che i molteplici
episodi di reazione operaia alle violenze fasciste nella campagna elettorale rappresentassero l'inconfondibile sintomo
di "un'inversione di rotta" del sentire della classe operaia: "Noi affermiamo che i risultati delle elezioni politiche italiane
sono un segno evidente che nel processo di depressione della volontà e di disgregazione delle energie della
classe lavoratrice si è giunti ad un punto di
arresto"38.
Dunque, anche la massa operaia italiana, nonostante i toni utilizzati da Togliatti fossero molto cauti e
non prospettassero il prodursi di una nuova ondata ascendente del movimento proletario, si allineava con quanto
stava contemporaneamente accadendo nei più importanti paesi dell'Europa occidentale ed orientale. Questo
rinnovato ottimismo non faceva che rafforzare la convinzione che il compito del partito fosse quello di creare un forte
partito comunista di massa. A questo proposito il rappresentante dell'esecutivo approfondiva i diversi aspetti che
questo obiettivo poneva alla manovra politica del Pcd'I; in particolare esaminò le eventuali forme che la tattica del
fronte unico avrebbe assunto in relazione al Psi e al Psu. Mettendo da parte il caso dei massimalisti, con i quali i
comunisti intendevano utilizzare una tattica di conquista "legale" del partito dall'interno, per mezzo della
frazione terzinternazionalista, ciò che ci interessa è quanto affermato riguardo i compiti e la funzione del Partito
socialista unitario; l'analisi del partito riformista infatti rappresenta l'applicazione "italiana", nonché di origine italiana,
in quanto già adottata da Togliatti e ancor prima da tutta la direzione bordighiana, della formulazione sull'identità
tra la socialdemocrazia e l'ala sinistra della borghesia: "Il maggior successo numerico è stato ottenuto dal
Partito socialista unitario. Esso ha però raccolto in grandissima parte non già i voti della classe operaia e contadina,
ma della piccola borghesia, e anche di alcuni strati borghesi veri e propri che sono avversi al fascismo. [...] Il
nostro atteggiamento di fronte agli unitari deve essere quello di spingerli sempre più sulla via che è loro additata dai
risultati elettorali. Non v'è dubbio che gli unitari si sforzeranno ancora di mostrare alla classe operaia il viso di una
opposizione proletaria. Noi dobbiamo toglier loro la maschera. Essi sono una opposizione 'costituzionale', cioè
un'opposizione che si rifiuta di riconoscere che è problema pregiudiziale per ogni miglioramento della situazione politica
italiana e della condizione economica delle grandi masse l'abbattimento della dittatura fascista e la sostituzione ad essa
di un governo degli operai e dei contadini [...] Essi, come il fascismo, si propongono di condurre gli operai e i
contadini entro il quadro di uno stato borghese e negano libertà di svolgimento alla lotta di
classe"39.
In questa situazione, la lotta per la conquista della maggioranza della massa lavoratrice assunse caratteri
inaspettati ed esplosivi, aprendo di fatto al Pcd'I nuovi ambiti di manovra politica, allorquando, nel giugno del 1924, il
governo fascista andò incontro alla sua prima vera crisi da quando aveva conquistato il potere. Il 12 giugno veniva
assassinato dai fascisti il segretario del Psu Giacomo Matteotti. L'origine del movente è da ricondurre al discorso che
l'esponente riformista aveva tenuto il 30 maggio; oratoria nella quale aveva minuziosamente denunciato tutti i brogli e
le manomissioni di cui erano stati complici i fascisti nella giornata elettorale.
Nei giorni immediatamente successivi l'episodio lo sdegno delle masse fu tale che il regime giunse più
volte sull'orlo del crollo. Il Pcd'I, muovendosi sulla base di quel "corpus
ideologico-dottrinale"40 che si era forgiato
nelle precedenti discussioni, comprese per primo quale fosse la vera natura dello scontro: aderendo temporaneamente
al blocco delle opposizioni, per protesta astenutesi dai lavori parlamentari e radunatesi sull'Aventino, il Pcd'I più
volte lo esortò ad utilizzare l'arma della mobilitazione di massa attraverso la proclamazione dello sciopero generale,
quale unico strumento per contrastare efficacemente il regime.
La bocciatura di questa prospettiva spinse i comunisti ad uscire dal cartello delle opposizioni, iniziando così
una lotta fra due fronti, peraltro insita nell'affermazione circa il carattere schiettamente borghese delle opposizioni.
Da questo momento il Pcd'I intraprese un'azione politica volta a valorizzare, attraverso la tattica del fronte unico
dal basso, l'autonomia di classe e a legittimarsi quale unico punto di riferimento nella lotta
antifascista41.
A metà luglio si riunì il Comitato centrale del Pcd'I. La relazione del rappresentante dell'esecutivo,
Scoccimarro, insistette sull'avvenuto distacco delle forze medio borghesi dal fascismo e sul loro avvicinamento alle
opposizioni costituzionali: "Il fascismo è stato enormemente indebolito, mentre l'opposizione costituzionale si è rafforzata;
ciò ha avuto delle ripercussioni anche in seno alla classe operaia, nella quale è fortemente aumentato lo spirito
di combattività"42. L'inerzia delle opposizioni consentì però al fascismo di attraversare indisturbato tutto il
periodo estivo. Furono i comunisti, per premere ulteriormente sulla base operaia del Psi e del Psu, a riprendere
l'iniziativa, a metà autunno, formulando la parola d'ordine dell'antiparlamento. La tattica, consistente nella
trasformazione dell'Aventino in una assemblea parlamentare con un preciso programma politico (armamento delle milizie
popolari, disarmo di quelle fasciste, rifiuto di pagare le tasse al governo) doveva servire per smascherare l'inerzia
delle opposizioni e la loro sostanziale affinità al fascismo.
Contemporaneamente a questa proposta politica e dopo aver chiesto consiglio all'Internazionale, il Pcd'I si
decideva altresì a rientrare in parlamento al fine di utilizzarlo per agitare le masse. Anche in ambito organizzativo il
partito procedette, attraverso il lancio della parola d'ordine dei Comitati operai e contadini, al rafforzamento della
politica del fronte unico dal basso.
La situazione nel paese non era però più quella d'inizio estate. Il 3 gennaio, dopo che per settimane si era
respirata "l'aria" delle giornate di giugno, Mussolini, in un suo celebre discorso parlamentare, avocando a sé le
responsabilità dell'assassinio Matteotti, mise definitivamente a tacere le opposizioni. Tutte le più importanti
organizzazioni aventiniane, compreso il Pcd'I furono nuovamente investite dalla repressione. Dopo questa data la libertà
democratica subì una drastica riduzione e due anni più tardi, nel novembre del 1926, fu definitivamente soppressa.
| |