Claudio Canal

Maschia guerra
Patria, ordine patriarcale e canzone



Ci sono strati della storia del XX secolo che faticano a trovare i loro cunicoli di uscita. Soprattutto quando i materiali appartengano a frange non ancora del tutto assimilate dalla ricerca storiografica.
Prendiamo come spunto una figura decisiva nella storia della canzone italiana, Giovanni Ermete Gaeta, noto con il curioso pseudonimo di E. A. Mario (Napoli, 1884-1961), famoso per molte canzoni, sia napoletane sia "in lingua", come "Le rose rosse" (1919), "Santa Lucia luntana" (1919) e "Tammurriata nera" (1944). Entrato nel pantheon della nazione per aver scritto nel 1918 "La leggenda del Piave", cioè per aver "sonorizzato" l'unica vera esperienza formativa del secolo, la grande guerra. Una canzone, un inno, accolto allora e nei tempi a venire nell'ufficialità delle celebrazioni e commemorazioni di ogni tipo, e riconosciuto dal sentimento popolare come nobilitante nostalgia di un evento indecifrabile. A Nuto Revelli che li interrogava molti ex combattenti rispondevano di essere arrivati con i loro reparti "fino al Piave mormorò".
E. A. Mario spesso componeva sia il testo sia la musica delle sue canzoni e così fu per "La leggenda del Piave", scritta nel 1918. La "Leggenda" se ne sta ben lontana dalla virulenza dannunziana ("La morte, per i cuori maschi, non è se non la sublimazione della vita... Ho aspettato tutta la vita quest'ora. Quest'ora è venuta", 1915) o dall'apocalittica di Papini ("Amiamo la guerra ed assaporiamola da buongustai finché dura. La guerra è spaventosa - e appunto perché spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi", 1914).
Per chi non lo ricordasse, il testo della "Leggenda" recita:

Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio
dei primi fanti il ventiquattro maggio;
l'esercito marciava per raggiunger la frontiera
per far contro il nemico una barriera!
Muti passaron quella notte i fanti,
tacere bisognava andare avanti.
S'udiva intanto dalle amate sponde
sommesso e lieve il tripudiar de l'onde.
Era un presagio dolce e lusinghiero.
il Piave mormorò: Non passa lo straniero!

Ma in una notte triste si parlò di un fosco evento
e il Piave udiva l'ira e lo sgomento.
Ahi, quanta gente ha visto venir giù, lasciare il tetto,
poiché il nemico irruppe a Caporetto.
Profughi ovunque dai lontani monti,
venivano a gremir tutti i suoi ponti.
S'udiva allor dalle violate sponde
sommesso e triste il mormorio de l'onde.
Come un singhiozzo in quell'autunno nero
il Piave mormorò: Ritorna lo straniero!

E ritornò il nemico per l'orgoglio e per la fame
volea sfogare tutte le sue brame,
vedeva il piano aprico di lassù: voleva ancora
sfamarsi e tripudiare come allora!
No, disse il Piave, no, dissero i fanti,
mai più il nemico faccia un passo avanti!
Si vide il Piave rigonfiar le sponde
e come i fanti combattevan l'onde.
Rosso del sangue del nemico altero,
il Piave comandò: Indietro va, o straniero!

Indietreggiò il nemico fino a Trieste fino a Trento
e la Vittoria sciolse l'ali al vento!
Fu sacro il patto antico, tra le schiere furon visti
risorgere Oberdan, Sauro e Battisti!
Infranse alfin l'italico valore

le forche e l'armi dell'Impiccatore!
Sicure l'Alpi, libere le sponde,
e tacque il Piave, si placaron l'onde.
Sul patrio suolo vinti i torvi Imperi,
la Pace non trovò né oppressi, né stranieri!


Una consumata retorica nazional-militare: i Fanti, lo Straniero, il Nemico, la Vittoria, Oberdan, Sauro e Battisti. Intrisa anche musicalmente di maggiore oratoria bellica sarà la più tarda "Soldato ignoto", del 1922, che forse risentiva delle mutate atmosfere politiche. Ciononostante estranea alle interpretazioni virili della guerra proprie di tantissima cultura "alta". E. A. Mario era stato anzi autore di una fortunatissima e dolorante canzone di impronta quasi "antimilitarista", "Le rose rosse" (1919), non banale e musicalmente efficace nel pur semplice giro armonico:

Tutte le rose di tutti i roseti
vorrebbe il cuore soltanto per sé:
tutte le rose dei giorni più lieti,
or che ogni cuore più triste non è, e si fan
tènere
le bocche, e baciano:
baciano e fremono tra i prati in fior...
Cuore,
so che vuoi goder,
so che vuoi per te
rose d'ogni colore...
Ma
le rose rosse, no.
non le voglio veder!
Non le voglio veder!

So d'un giardino che fu devastato
poi che la guerra feroce vi entrò:
tutto il terreno di sangue arrossato,
sangue che tutte le rose macchiò!
E rosseggiarono,
corolle e petali,
infranti al tepido
bacio del sol...

Cuore, ecc...

Torni il bel maggio, e il ricordo cancelli
d'un tempo tristo che alfine passò.
Tutti i colori più vaghi e più belli
vegga fiorir chi sofferse ed amò.
Ma non ritornino
le rosse immagini
che ci ricordano tanti dolor!
Cuore, ecc...


Perché dunque evocare il musicista napoletano? Perché E. A. Mario tra guerra e dopoguerra seppe dare voce con la medesima perspicacia applicata al "Piave" ad una traccia di costume che qualcuno ha chiamato fondamentalismo maschile1: pur senza precipitare nel deliquio futurista ("Sono lo strapotente genio-sesso futurista della razza tua, il tuo maschio prediletto che ti ridà penetrandoti la feconda vibrazione!", T. F. Marinetti, 1921).
E. A. Mario partecipò abilmente e, si potrebbe dire, sottilmente, alla costruzione di un ordine simbolico fortemente caratterizzato dalla denigrazione della donna non pietrificata nel ruolo di fedele compagna dell'uomo e di madre dei suoi figli. Le microscene che il compositore costruisce sono perfette nella loro essenzialità descrittiva, quasi contraltare necessario all'esaltazione del valore maschile in guerra, quasi "riparazione" al dolore maschile dei caduti e dei sopravvissuti.
La scrittura più clamorosa e stringente sarà "Balocchi e profumi", del 1929. Un tango narrativo con andamento straziante che si chiude in tragedia, di cui la donna che ha deviato dal suo compito di madre è drammaticamente colpevole. Quasi pucciniana la bravura di E. A. Mario nel provocare l'emozione. La "virilità" della guerra non regge più nel cuore degli uomini che l'hanno combattuta, che hanno provato veri momenti "umani" solo quando hanno incontrato donne protagoniste in quanto infermiere, crocerossine, prostitute, madri e mogli da casa. Momenti che però non si sono storicamente tradotti in un modo nuovo di pensare la differenza fra i sessi.

Tutta sfolgorante è la vetrina
piena di balocchi e profumi...
Entra con la mamma la bambina
tra lo sfolgorio di quei lumi...
"Comanda, signora?"
"Cipria e colonia Coty..."
"Mamma!
- mormora la bambina,
mentre, pieni di pianto ha gli occhi -
per la tua piccolina
non compri mai balocchi...
Mamma, tu compri soltanto profumi per te!".

Ella, nel salotto profumato
ricco di cuscini di seta,
porge il labbro tumido al peccato,
mentre la bambina, indiscreta,
dischiude quel nido
pieno d'odor di Coty...
"Mamma!", ecc...

Esile, agonizza la bambina
or la mamma non è più ingrata:
corre a vuotar tutta la vetrina
per la sua figliola malata...
"Amore mio bello,
ecco i balocchi per te...".
"Grazie"
mormora la bambina!
vuole, toccare quei balocchi...
Ma il capo già reclina,
e già socchiude gli occhi.

Piange la mamma pentita, stringendola al cuor!


Nel pieno della guerra E. A. Mario si era già prodotto in "Ladra", che argomenta di un "furto del cuore" di una donna libera che "non sconta il suo peccato". Libertà e peccato sono sinonimi in una vicenda dai forti accenti populisti, ma fermamente impiantata nel delineare una donna pericolosa, impunita, libera. Nel fraseggio musicale apostrofata con due "e tu..." che ne costituiscono anche il climax. L'autore sembra schierarsi per una dichiarazione di guerra maschile proprio nel momento in cui, in trincea, i maschi sono più fragili, manifestano nostalgia per la famiglia, hanno a che fare con una certa dipendenza dalle donne che da casa gestiscono vite ed economia.

Ho visto tanti ladri condannare...
Ho visto dar condanne aspre e inumane...
La legge, a volte, non sa perdonare
neppure a quelli che han rubato il pane.
E tu...
e tu,
che pei capricci tuoi
morir mi fai,
mi rubi il cor per farne quel che vuoi,
e il tuo peccato non lo sconti mai!

Ed è il tuo furto che m'ha impoverito
povero sono, e tu ricca non sei!
Son anni ed anni che non ho sentito
le care voci degli affetti miei.
E tu...
e tu,
che pei capricci tuoi
tristo mi fai,
non sai che farne del mio cor che vuoi
e che mia madre non riavrà giammai!

La legge è dura. E spesso è condannato
chi ruba al portafogli ed all'onore...
Solo a te, ladra, tutto è perdonato!
Non c'è una legge che protegga il cuore!
E tu...
e tu,
che pei capricci tuoi
morir mi fai,
mi rubi il cor, per farne quel che vuoi
e il tuo peccato non lo sconti mai!


Nel 1919 con "Vipera" l'atmosfera si fa più cupa, con intricate simbologie freudiane, in cui torna la "mamma", quella vera, santa e salvatrice, e si fa corposamente lucida l'invettiva contro la donna sensuale, ammaliatrice e demolitrice dell'identità maschile. La trincea è adesso sulle identità. Le frustrazioni della guerra non hanno portato i maschi ad uno sguardo diverso che ammorbidisca ed equilibri i rapporti fra i sessi. Li hanno invece indotti a reclamare ancora di più il modello patriarcale fuori del quale non c'è salvezza. Il fascismo pescherà a man bassa in questa interiorizzazione.

Ella portava un braccialetto strano:
una vipera d'oro attorcigliata,
che viscida parea sotto la mano.
viscida e viva quando l'ho toccata...
Quando ella abbandonavasi
fremente sul mio seno,
parea schizzasse tutto il suo veleno!

Vipera... Vipera...
sul braccio di colei
che oggi distrugge tutti i sogni miei,
sembravi un simbolo: l'atroce simbolo
della sua malvagità...

Mamma - che quando sogna, sogna il vero
ha sognato di me la notte scorsa...
M'ha visto per un ripido sentiero.
presso una mala vipera, ed è accorsa...
E s'è svegliata pallida,
gridando pel terrore:
la vipera m'avea già morso il cuore!
Vipera, ecc.

Per non amarla più, vo' andar lontano,
ma lontano non posso rimanere...
E vo' il suo bacio che mi rende insano,
la sua perfidia che mi fa piacere!
E, quando mi divincolo
ribelle a questo amore.
Qualcosa mi si annoda intorno al cuore...

Vipera! Vipera!
Sei tu, sei tu colei
che oggi ha distrutto tutti i sogni miei!
Era il tuo simbolo: l'atroce simbolo
della tua malvagità!


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