Walter Camurati

"Vercelli di nuovo provincia!"
Cenni storici a sessant'anni dalla ricostituzione



La vocazione a provincia, Vercelli l'ha sempre avuta: questa affermazione può essere compresa nella sua intera validità se solo al sostantivo "provincia" si assegna un significato estensivo, più ampio rispetto a quello puramente amministrativo pur invalso nell'uso attuale. Infatti, ove con il termine "provincia" ci si riferisse ad una qualsiasi giurisdizione su altre zone, appare fuor di dubbio che Vercelli, "provincia" la fu già sin dall'epoca del santo vescovo Eusebio, che vi fondò la prima diocesi piemontese da cui, nel corso dei secoli, derivarono tutte le altre. Ma già lo era stata prima, quando venne creata municipium romano; e prima ancora, quando i Galli indigeni non avevano ancora acquisito lo status giuridico di civites romani.
Peraltro, anche da un punto di vista più strettamente amministrativo, lo fu ancora quando, in epoca longobarda, vi venne costituita la sede del ducato omonimo; ancora a maggior ragione nei secoli successivi, quelli che possono essere definiti per Vercelli "i secoli d'oro", il XIII ed il XIV, quando il libero Comune estese la propria signoria abbondantemente fuori dai confini della provincia attuale, sconfinando vistosamente nel Canavese, nel Novarese, nel Monferrato e costellando i propri confini di "borghi franchi", quei famosi avamposti perfettamente funzionali ad una politica, com'era quella vercellese dell'epoca, di espansionismo militare al servizio soprattutto degli interessi commerciali.
Ai "secoli d'oro" seguirono per Vercelli quelli veramente bui, con le successive "dedizioni" ai Visconti prima ed ai Savoia poi: tuttavia fu proprio quando Vercelli fu stabilmente inserita nel sistema politico sabaudo che per lei il concetto di provincia tornò a fare capolino. Nel 1723, il "Regolamento delle Provincie o sia dipartimenti per Intendenze e Prefetture nei stati di S.M. di qua del mare" divideva lo Stato sabaudo in Ducato di Savoia (con sei province), Principato di Piemonte (con undici province: Torino, Asti, Biella, Cuneo, Ivrea, Mondovì, Pinerolo, Susa, Vercelli, Contado di Nizza, Principato di Oneglia), Ducato di Monferrato (con quattro province: Casale, Acqui, Alessandria, Lomellina, capoluogo Mortara), Ducato di Aosta (due province: Valle d'Aosta e Valsesia). Questo ordinamento rimase immutato praticamente fino all'occupazione francese: tuttavia nel frattempo vi si erano aggiunte nel 1738 le province di Novara e Tortona, dopo che il trattato di Vienna ebbe posto fine alla guerra per la successione di Polonia e, nel 1748, il Vigevanese e l'alto Novarese, in applicazione del trattato di Acquisgrana che segnò la fine della guerra per la successione dell'Austria.

L'occupazione francese

Con l'occupazione francese iniziata nel 1798, lo Stato sabaudo venne riorganizzato in base alla legge "28 piovoso, anno 8o della Repubblica" (equivalente al 17 febbraio 1800). Novara, insieme con l'alto ed il basso Novarese passò a far parte della Repubblica cisalpina mentre il resto del Piemonte venne diviso dal generale Jourdan in dipartimenti (prefetture) ed in "arrondissements" (sottoprefetture). La nuova suddivisione era questa: Dipartimento dell'Eridano, Prefettura di Torino, sottoprefetture di Susa, Pinerolo, Chieri e Lanzo; Dipartimento di Marengo, Prefettura di Alessandria, sottoprefetture di Casale, Moncalvo, Tortona, Voghera, Broni e Bobbio; Dipartimento del Tanaro, Prefettura di Asti, sottoprefetture di Acqui, Alba, Bra, Villanova; Dipartimento della Sesia, Prefettura di Vercelli, sottoprefetture di Biella, Crescentino, Santhià e Masserano; Dipartimento della Dora, Prefettura di Ivrea, sottoprefetture di Chivasso, Aosta e San Giorgio; Dipartimento della Stura, Prefettura di Cuneo, sottoprefetture di Mondovì, Saluzzo, Savigliano, Ceva ed Oneglia.
Con la costituzione dell'impero francese, la Sesia divenne linea di confine con il Regno italico, di cui fece parte Novara. La riorganizzazione napoleonica del territorio pose le circoscrizioni militari come base dell'ordinamento amministrativo e durò fino al 1814: il Piemonte si trovò quindi a formare la 27a divisione militare, con sede a Torino, articolata in quattro dipartimenti. Questi ultimi erano il Dipartimento del Po, Prefettura di Torino, sottoprefetture di Susa e Pinerolo; Dipartimento della Stura, Prefettura di Cuneo, sottoprefetture di Alba, Mondovì, Saluzzo e Savigliano; Dipartimento della Sesia, Prefettura di Vercelli, sottoprefetture di Biella e Santhià; Dipartimento della Dora, Prefettura di Ivrea, sottoprefetture di Aosta e Chivasso.
La restaurazione, nel 1814, rimescolò le carte ancora una volta. Aboliti i dipartimenti e le sottoprefetture, lo Stato venne diviso in province ognuna delle quali era composta da vari mandamenti. Si tornò quindi in pratica all'ordinamento del 1723, con il Piemonte diviso nelle province di Torino, Acqui, Alba, Alessandria, Aosta, Asti, Biella, Casale, Cuneo, Mondovì, Mortara, Novara, Pallanza, Pinerolo, Saluzzo, Susa, Tortona, Vercelli, Vigevano e Voghera.
Si arrivò così alla promulgazione dello Statuto albertino del 1848. La nuova legge comunale, provinciale e divisionale assegnò alla Savoia due divisioni, tre alla Liguria, tre alla Sardegna e sei al Piemonte: Torino, Alessandria, Cuneo, Ivrea, Vercelli e Novara. La divisione di Vercelli comprendeva, oltre a quella omonima, le province di Biella e Casale; quella di Novara le province di Novara, Ossola, Pallanza, Valle Sesia e Lomellina. Questo nuovo ordinamento durò undici anni: nel 1859 la nuova legge comunale e provinciale divise il Piemonte in sole quattro province: Torino, Alessandria, Cuneo e Novara.

L'aggregazione a Novara

Questa volta i vercellesi si offesero a morte. Sin dalla sua nascita, il bisettimanale "La Sesia" si distinse per l'accanimento nel criticare l'aggregazione di Vercelli a Novara. Un semplice elenco dei "pezzi" più virulenti pubblicati su questo tema porterebbe via pagine e pagine: facendo una sorta di florilegio, vale la pena di ricordare le velenose critiche nel 1871 al "decreto rattazziano che ha decapitato Vercelli per metterci sotto la dipendenza di Novara" e, subito dopo, l'alato appello: "Niun vercellese, amante del suo paese, può accettare altrimenti che come una dolorosa necessità la condizione fatta alla nostra città". Nel 1875 "La Sesia" aveva definito l'operato del governo Rattazzi "un dispetto democratico" ed invitato "le Autorità cittadine a rinunciare tutte, dalle massime alle minori, ai loro uffici, che come nessun Vercellese dovrà accettare più, finché non ci sia resa quella giustizia che ci è dovuta".
Anche gli altri fogli cittadini non erano da meno. Nel 1877, ad esempio, "Il vessillo vercellese", che da lì a qualche anno avrebbe sospeso le pubblicazioni, ricordava con acrimonia che "Vercelli fu da padrona fatta ancella" e proseguiva dichiarando che "la nuova circoscrizione della provincia fu allora un'opera precipitosa ed inconsulta, che l'esperienza ha condannato come ingiusta e pregiudicevole (sic) agli interessi connaturali dei luoghi". Nel 1880 una petizione popolare lanciata per riottenere il capoluogo di provincia a Vercelli raccolse in pochi giorni oltre dodicimila firme di altrettanti cittadini: e quando il settimanale cattolico valsesiano "Monte Rosa", secondo "La Sesia", aveva avuto "l'aria di mettere in canzonatura le lusinghe di certi ministri" in un suo articolo a proposito della ricostituzione della provincia di Vercelli, se ne era viste scrivere di tutti i colori. Dalle critiche feroci non scampò neppure il ministro biellese Quintino Sella quando osò dichiararsi perplesso sulla opportunità di esaudire i voti dei vercellesi.

Di nuovo provincia

Comprensibili, quindi, le manifestazioni di giubilo inscenate dopo che, nel pomeriggio del 6 dicembre 1926, al commissario prefettizio del Comune di Vercelli, generale Saverio Nasalli-Rocca era giunto da Roma un telegramma firmato nientemeno che da Mussolini in persona, il cui testo diceva: "Oggi su mia proposta il Consiglio dei ministri ha elevato codesto Comune alla dignità di Capoluogo di Provincia. Sono sicuro che col lavoro, colla disciplina e colla fede fascista codesta popolazione si mostrerà sempre meritevole della odierna decisione del Governo fascista".
Il settimanale "L'assalto", organo provinciale del Partito nazionale fascista (diventerà subito dopo "organo del Pnf della provincia di Vercelli"), uscì in edizione straordinaria con l'intera prima pagina dedicata all'avvenimento. Il titolo a sei colonne (le pagine non ne avevano ancora nove come adesso) recitava: "Vercelli è dichiarata Capoluogo di Provincia". Seguiva il testo integrale del telegramma di Mussolini e, a scorrere, il commento: "Cittadini di Vercelli! Noi non abbiamo mai dubitato della saggezza del nostro Duce amatissimo; quanto più le mutilazioni si seguivano alle mutilazioni, tanto più ardeva in noi la Fede che un giorno a questa nostra adorata Vercelli sarebbe stata resa giustizia. Oggi, per virtù del grande Capo, che tutto il mondo ci invidia, il torto del 1859 è riparato; oggi dimentichiamo tutto ciò che abbiamo sofferto serenamente, stoicamente in nome degli alti interessi della Patria, per rivolgere solo il pensiero riconoscente all'Uomo che la Provvidenza ci ha dato perché l'Italia possa ancora assidersi - formidabile strumento di giustizia e di pace - tra le genti del mondo". Il pistolotto terminava con "Viva il Re!", "Viva S. E. Benito Mussolini!" e "W Vercelli incrollabilmente fedele", a piè di pagina l'invito: "Cittadini! Accorrete questa sera alle ore 18,30 in Piazza del Municipio".
Il commissario prefettizio non era stato da meno. A tamburo battente era riuscito a far stampare ed affiggere vistosi manifesti per informare la popolazione dell'avvenimento e per invitarla a partecipare, la sera, in piazza del Comune, alla "manifestazione di giubilo popolare". La festa, stando alle testimonianze dei cronisti, riuscì davvero imponente. La facciata del palazzo municipale era stata ornata con festoni di luci; dalla torre dell'Angelo, in piazza Cavour, un enorme faro illuminava la scura notte di dicembre. La campana grande del "broletto" e quella dei Caduti, da Billiemme, furono incaricate di contrappuntare con i loro rintocchi i passaggi salienti della manifestazione. L'inviato speciale del quotidiano torinese "La Stampa" ha così descritto la scena: "Gente che s'abbracciava per strada; fiaccolate che partivano dalle trattorie; nel centro non si riusciva a circolare" mentre il cronista del bisettimanale locale "La Sesia" ha aggiunto: "Piazza Vittorio Emanuele II [l'attuale piazza del municipio] nereggiava di folla assiepata. Sul balcone di Palazzo municipale apparve l'alta figura del generale Nasalli-Rocca accolta da applausi". Al suo fianco, il segretario del Fascio vercellese, il console medaglia d'oro Fulvio Tomassucci. Il generale annunciò alla popolazione "festante" la decisione mussoliniana di ricostituire la provincia di Vercelli, ed aggiunse di esserne stato a conoscenza già da una ventina di giorni grazie ad alcune confidenze fattegli dall'onorevole Suardo. La cronaca de "La Sesia" conclude: "La riunione si chiuse con un alalà a Vercelli, al re, a Mussolini". Il mattino successivo il bisettimanale vercellese comparve nelle edicole con un editoriale su due colonne dedicato all'avvenimento: il titolo, in corpo 24, annunciava: "Vercelli ritorna Provincia!", mentre il sommario esultava: "Viva Vercelli! Viva Mussolini!". Il settimanale "L'assalto", che il giorno precedente era uscito con un'edizione speciale, il martedì mattina comparve con il sottotitolo di testata già ampliato in "organo del Pnf della Provincia di Vercelli". Due colonne collocate di spalla in prima pagina, erano intitolate "Vercelli Capoluogo di Provincia"; sotto, a scorrere, il testo del telegramma mussoliniano e quello del manifesto del generale Nasalli-Rocca. "Esulto per voi - scriveva il generale - fedeli e laboriosi Vercellesi, e sono certo che le varie iniziative sorte in questi ultimi tempi riceveranno dalla mano vigorosa e fascista di chi sarà messo a capo di questa rinnovata Provincia e del vostro futuro Podestà un valido e fattivo impulso".

L'entusiamo della città

Anche gli ambienti cattolici vercellesi avevano accolto la novità con favore. La Giunta diocesana, lo stesso lunedì 6 dicembre, aveva spedito un telegramma a "S. E. Mussolini - Primo ministro - Roma" che, a firma del presidente monsignor Enrico Cortini, diceva: "Giunta Diocesana vercellese Azione Cattolica nome cattolici esultanti magnifico onore concesso da Vostra Eccellenza illustre Metropoli Eusebiana presenta vivi ringraziamenti protesta riverente docile cooperazione Vostro forte sapiente governo". Il Consiglio d'amministrazione della Cassa di risparmio di Vercelli adottò all'unanimità una delibera con cui si nominava "Sua eccellenza Benito Mussolini, Primo Ministro, Socio onorario dell'Istituto per altissime benemerenze". Altra assemblea straordinaria fu quella convocata per i soci del Casino di Commercio di Vercelli i quali "per solennizzare l'elevazione della Città di Vercelli a Capoluogo di Provincia hanno deliberato per acclamazione" di inviare a Mussolini un telegramma così concepito: "Casino Commercio riunito in imponente Assemblea acclamando nuova costituzione Provincia di Vercelli manifesta sentimenti giubilo e riconoscenza vivissima".
Nuova festa il mercoledì successivo, 8 dicembre, per il rientro da Roma del deputato vercellese Roberto Olmo. La cronaca de "La Sesia" ricorda: "Dalla stazione ferroviaria un lungo corteo mosse aperto dalla banda musicale e seguito da squadre di Balilla con numerosi palloni alla veneziana". Venerdý 10 dicembre il settimanale dell'Azione cattolica vercellese "L'argine" usciva con un editoriale che diceva: "Non è facile descrivere l'entusiasmo che in un attimo tutta animò la città, quando nel pomeriggio dello scorso lunedì si diffuse la notizia che Vercelli era stata eretta a capoluogo di Provincia. L'on. Mussolini erasi compiaciuto di comunicare telegraficamente a S. Ecc. il Gen. Nasalli-Rocca, commissario prefettizio, e più tardi l'illustre uomo che attualmente regge le sorti della nostra città, pubblicava la notizia con un manifesto alla cittadinanza. Vercelli ebbe così il pieno riconoscimento delle storiche sue grandezze e delle patriottiche, anche recenti, sue benemerenze".
Nel mentre a Roma non avevano dormito: si era già infatti provveduto a nominare il prefetto nella persona di Empedocle Lauricella, un siciliano che rimase a Vercelli circa un anno e mezzo. Il funzionario arrivò in città già alle 18 di sabato 11 dicembre e fu ospite, a cena al "Ristorante centrale", dell'intero direttorio del Pnf locale. Le cronache precisano che fu una "cena intima": c'erano "il console della Milizia cav. Tomassucci, il sottoprefett. cav. uff. Giannelli, il segretario generale del Municipio dott. cav. uff. Ardy, il rettore dell'Università fascista prof. cav. Verzone, il commissario cav. uff. Sonnino, ed altri". A Vercelli ci si diede da fare per mettere a disposizione i locali idonei ad ospitare il neonato organismo amministrativo: la scelta cadde immediatamente sul Palais national di via San Cristoforo, che tra l'altro già aveva ospitato gli uffici omologhi durante l'occupazione francese ed anche dopo.
In attesa però che il Palais venisse riadattato, la Regia Commissione per l'Amministrazione straordinaria era stata provvisoriamente ospitata al secondo piano del palazzo "ex Leon d'oro", in via Sant'Anna, dove fino a poco prima c'erano gli uffici della Cassa mutua infortuni agricoli. L'insediamento avvenne il 19 gennaio 1927: due giorni prima era entrato in vigore il decreto legge datato 2 gennaio, con cui si costituivano diciassette nuove province nell'intero territorio nazionale, di cui due, Vercelli, appunto, ed Aosta, nel Piemonte.
La Regia Commissione, alla sua costituzione, venne presieduta dal conte Luigi Arborio Mella di Sant'Elia, 45 anni, laureato in chimica, definito dai giornali "nuovo alle pubbliche aziende". La nuova circoscrizione provinciale, in pratica, venne costituita togliendo parte del suo territorio alla provincia di Novara. In base al decreto regio di costituzione (in tutto quattro righe a stampa: "Vercelli, con capoluogo Vercelli, comprendente i comuni già costituenti i soppressi circondari di Vercelli, di Biella e di Varallo Sesia, nonché i comuni di Borgo Vercelli e Villata"), all'inizio comprendeva anche il territorio ossolano mentre ne rimanevano fuori altri centri che al contrario sarebbero benissimo potuti venirne compresi.

I confini della nuova provincia

Secondo il decreto legge del 2 gennaio, la nuova provincia di Vercelli aveva competenza territoriale su 221 comuni, con una popolazione di 382.778 abitanti ed una superficie di 3.607,01 chilometri quadrati. Già a metà gennaio del 1927, però, su una dettagliata relazione fatta pervenire d'urgenza a Roma, una speciale commissione del ministero dell'Interno si trovò costretta a ridisegnare i confini della nuova provincia, ed a riassegnare l'Ossola a Novara eliminando la precedente assurdità geografica. Senza esito, invece, restarono le altre incongruenze denunciate nella relazione. In questa si legge: "Sotto l'aspetto commerciale-industriale nulla si ha da osservare e così pure in generale sotto l'aspetto amministrativo perché le attività delle tre regioni Vercellese, Biellese e Valsesiana si completano fondendosi in un'unità assolutamente organica. Non così avviene sotto l'aspetto territoriale e nei riguardi dell'irrigazione". Continua la relazione: "Il confine tra due province limitrofe viene determinato dalla linea di confine dei corrispondenti comuni. Ora, è avvenuto che i comuni in sponda di fiumi e torrenti hanno mantenuto nel corso del tempo la loro consistenza territoriale, malgrado le vicissitudini storiche e malgrado i profondi e radicali turbamenti e spostamenti degli alvei. La legge 30-3-1886 sulla perequazione fondiaria dettava norme per le rettifiche di confine tra Comuni limitrofi ma si è visto che, salvo rare eccezioni, nel Vercellese in generale vennero mantenuti i confini esistenti, e specialmente rimasero immutati per ragioni di evidente opportunità i confini dei comuni in margine del territorio della Provincia. Consegue che il confine attuale della Provincia vaga in disordine sulle sponde opposte della Dora, del Po e della Sesia. Non si può pretendere che il confine venga fissato secondo la mediana dei fiumi, come se questa dovesse essere una linea stabilmente definita, ma ora che il corso dei fiumi tende ad assumere un assetto definitivo sarebbe necessario che dove vi è la possibilità esso venga a segnare il limite territoriale. Questa considerazione assume un carattere di grande importanza agli effetti delle applicazioni delle leggi sulle opere idrauliche, perché i confini sistemati eliminerebbero pratiche delicate e difficili nel caso in cui si dovesse procedere ad opere di difesa e di sistemazione". In particolare, si lamentava la mancata inclusione nel territorio vercellese della zona litoranea del Po fra Morano e Casale, in provincia di Alessandria; di una piccola zona ad est della Dora, tra la stretta di Mazzè ed il territorio di Saluggia, in provincia di Aosta; di un'altra piccola zona ad ovest della Sesia, appartenente al Comune di Palestro, in provincia di Pavia; inoltre, veniva segnalata l'opportunità di alcune rettifiche di confine tra Carpignano e Ghislarengo e tra Romagnano e Gattinara. Per quanto sensate fossero le argomentazioni addotte per giustificare le modifiche proposte, queste caddero nel dimenticatoio e non è azzardato ricordare che risultano singolarmente attuali ancora oggi, a sessant'anni di distanza.
Con la riassegnazione a Novara dei comuni ossolani, il territorio della provincia di Vercelli si assestò su 196 comuni che, all'epoca, contavano complessivamente circa 360 mila abitanti, la cui superficie di 3.011 chilometri quadrati, dei quali due quinti montagnosi ed i restanti tre quinti pianeggianti, corrisponde a quella degli attuali 169. La nuova unità amministrativa risultò così comprendere tre zone (Vercellese, Biellese e Valsesia) le cui economie fondamentali, identificabili nell'ordine con agricoltura, industria e turismo, non essendo concorrenziali tra loro si potevano "con reciproco profitto integrare e fondere insieme". Quanto a quest'ultima affermazione, andrebbe come minimo rivista alla luce delle rivendicazioni avanzate, non solo da oggi, da Biella per diventare capoluogo di provincia.

I primi problemi

Alla Regia Commissione per l'amministrazione straordinaria non mancarono, sin dal suo insediamento, le grane: prima fra tutte quella delle "gravissime deficienze nei servizi tecnici comunali e provinciali con conseguente, notevolissimo deperimento delle opere pubbliche che rispondono a vitali esigenze d'ordine igienico, economico e sociale delle popolazioni": questo l'attacco di una letteraccia spedita ai primi di aprile dal prefetto Lauricella al "Signor Presidente della Commissione Reale per la straordinaria Amministrazione della Provincia di Vercelli". Continuava Lauricella: "Non è ammissibile l'asserita insufficienza di mezzi finanziari e, in ogni caso, devono essere stanziati in bilancio i fondi occorrenti in misura idonea allo scopo riducendo, ove occorra, le spese per finalità di minore interesse tenuto conto che la omissione della piccola manutenzione continuativa peggiora progressivamente lo stato delle opere, fino a rendere necessari costosi lavori di manutenzione straordinaria. Il problema assume particolare gravità nei riguardi del patrimonio stradale la cui buona gestione è resa necessaria, oltre che da esigenze di carattere economico e sociale, anche da opportunità di favorire lo sviluppo del movimento politico, al quale il Governo nazionale dedica assidue cure per il riflesso che esso ha sull'economia generale del paese". Le strade in buono stato come strumento per lo sviluppo politico: una tesi singolare, che Lauricella peraltro ribadiva più avanti nella stessa lettera: "Le dannose ripercussioni che dalla cattiva gestione delle opere pubbliche derivano all'economia generale nel momento in cui la Nazione tende ogni suo sforzo all'opera di generale ricostruzione, devono essere assolutamente evitate, ed io faccio pieno assegnamento sull'azione delle Ss.Ll per il raggiungimento di un più razionale ed efficiente indirizzo dei servizi di manutenzione tecnica affidati ai comuni ed alle Province".
Disinvolta la risposta fornita due mesi dopo, e dopo qualche sollecito, dal conte Luigi Arborio Mella di Sant'Elia: "Questa Commissione straordinaria ha già in parecchie sue sedute affrontato lo studio dell'importante problema stradale che assilla tutte le Amministrazioni pubbliche". Conclusioni: non appena la "più vasta Provincia di Novara" renderà note "le risultanze di bilancio 1926 in corso di compilazione", Vercelli provvederà "ad iscrivere le somme occorrenti per una sistemazione decorosa delle strade da fronteggiarsi con aumento eventuale della sovrimposta terreni e fabbricati per quanto riguarda la manutenzione ordinaria, e con la contrattazione di mutuo per i lavori di carattere straordinario".
La Regia Commissione per l'Amministrazione straordinaria della Provincia di Vercelli, presieduta dall'Arborio Mella restò in carica fino ai primi di marzo del 1928, quando al vertice subentrò come commissario prefettizio il geometra Vittorio Sesia, lo stesso che, nell'aprile dell'anno successivo, venne nominato "preside del Rettorato".
L'amministrazione Sesia curò l'impianto dei servizi, il riassetto delle strade provinciali e la separazione pratica dalla provincia di Novara, che fu un'operazione particolarmente complessa e laboriosa. Fra le opere pubbliche di maggior spicco realizzate dalla stessa amministrazione, va citata la costruzione dell'aeroporto cittadino, intitolato a Carlo Del Prete, e quella, iniziata, dell'ospedale psichiatrico. L'aeroporto fu inaugurato nel 1928; l'ospedale, iniziato nel giugno 1930, fu portato a termine solo nel 1937 con una spesa complessiva letteralmente enorme per quei tempi: quattordici milioni e mezzo.
Nel suo primo quinquennio di attività, la Provincia di Vercelli riuscì a costituirsi in un organismo amministrativo efficiente e rigorosamente strutturato. Ingenti furono le spese: quarantatré milioni dell'epoca in soli cinque esercizi finanziari, di cui poco più della metà investita per l'impianto dei necessari servizi.

La gratitudine di Mussolini

Fra le tante ipotesi formulate per spiegare come mai ad un certo momento Mussolini avesse deciso di ricostituire la provincia di Vercelli, quella che sembra la più attendibile è che abbia inteso premiare i suoi "fedelissimi della prima ora". A Vercelli infatti, secondo lo storico locale del fascismo, Leandro Gellona, il "Fascio di combattimento" sarebbe nato già nel dicembre 1920 e, anche se altri storici contestano questa data proponendone altre successive, è provato che già nel gennaio 1921 il fascio vercellese aveva iniziato la sua attività pubblica. Vercelli, quindi, sarebbe stata una delle prime città del Nord d'Italia ad accogliere il movimento fascista; e tutto sommato non c'è da stupirsi più di tanto, se solo si considera con quanta attenzione il fascismo guardasse al mondo agrario e quale importanza per Vercelli il mondo agrario rivestisse all'epoca.
Una cosa è certa: il merito più che a chiunque altro venne attribuito allo stesso Mussolini. Particolarmente indicativo, a questo proposito, il "fondo" che la "Sesia" pubblicava il 31 dicembre 1926, a chiusura dell'annata: vale la pena di riportarlo pressoché integralmente. "La storia della ricostituzione della Provincia di Vercelli - vi si legge - non è ancora stata scritta, e forse non sarà scritta mai. Noi sappiamo questo di certo: che il merito di questo atto di grande giustizia è di un uomo solo, Benito Mussolini. Il cuore di Benito Mussolini aveva già parlato, quando prometteva: 'Io non dimentico!'. E nemmeno Vercelli dimenticherà, Eccellenza: e che il 1927 sia felice per Voi e per la Patria che guidate ai maggiori destini!".
La frase riportata da "La Sesia" era effettivamente stata pronunciata da Mussolini due giorni avanti del primo anniversario della marcia su Roma, nel 1923, quando in una sosta alla stazione di Vercelli del convoglio ferroviario che doveva portarlo a Milano, aveva testualmente detto: "Io non dimentico nulla, ed io sono qui ad attestarvi i sensi della mia più alta ammirazione". Ma un'altra ancora, Mussolini ne aveva detta, di frase: quest'ultima ancora più densa di significato della precedente. Era stato una domenica, il 27 settembre 1925, quando aveva inaugurato, sotto i portici del Palazzo municipale, le lapidi delle sedici medaglie d'oro vercellesi. Nei giorni precedenti, sulle pagine de "La Sesia" si erano sprecati alati richiami come questo: "Egli [Mussolini] rendendo omaggio a quelle memorie [dei caduti decorati di medaglia d'oro], onora Vercelli, e noi dobbiamo essergliene grati. Noi, che abbiamo sostenuto e difeso gli interessi di Vercelli e lamentammo le ingiuste menomazioni da essa sofferte, non gli chiediamo, nella solennità di quest'ora, annunzi e promesse. Sarebbe indegno di noi e di lui". "Messaggio ricevuto", sembrò voler dire lo stesso Mussolini quella domenica mattina: il testo del suo discorso compare integralmente in seconda pagina del bisettimanale, uscito il martedì successivo. Particolarmente interessante sembra questo brano: "Confesso che sono io che desidero parlare a voi. Voglio dinanzi a tutta la Nazione mettere all'ordine del giorno la città di Vercelli, non solo per le pagine stupende che ha scritto in ogni tempo nel libro della storia italiana, non solo per la mole di eroismo offerto sui campi di guerra, non solo per le sedici mirabili medaglie d'oro di cui si onora la vostra città, ma anche perché quando il Governo ha chiesto qualche rinuncia, Vercelli ha accettato senza discutere, con altissimo senso di disciplina nazionale. Ha dimostrato di saper superare i diritti ed i bisogni del municipalismo per assurgere alla più vasta visione delle necessità nazionali. Vercelli in questa materia sta all'avanguardia del popolo italiano".
Una delle prime città del Nord ad aderire al fascismo, si è detto: nella quale tuttavia rimanevano "sacche" di resistenza. Mussolini, all'epoca, era alla ricerca del consenso: e la storia ha insegnato che in questa ricerca né Mussolini né i suoi "fedelissimi" andavano tanto per il sottile. È logico quindi affermare che, con la ricostituzione della provincia, il capo del fascismo era riuscito a svuotare diverse di quelle "sacche di resistenza" trasformandone i protagonisti se non proprio in "fedelissimi", almeno in spettatori neutrali. I vercellesi (o, quanto meno, molti vercellesi) gliene furono infatti sinceramente grati, almeno nei quindici anni immediatamente successivi, ed una prospettiva del genere, a quell'epoca, a Mussolini bastava ed avanzava. Quindici anni dopo le cose erano ormai cambiate: ma questa è un'altra storia.



Una sede ricca di storia: il "Palais national"

Le origini dello stemma araldico