Gustavo Buratti

Pasolini: dialetto rivoluzionario e minoranze linguistiche



Incontrai per la prima volta gli scritti di Pier Paolo Pasolini grazie alla "questione della lingua". Frequentavo l'Università di Milano quando uscì "Poesia dialettale del Novecento", antologia edita da Guanda (Parma, 1952), curata appunto da Pasolini e da Mario Dell'Arco1. Seppi così dell'esistenza dell'Academiuta di lenga furlana di Casarsa e della rivista "Quaderno romanzo": mi apparvero importantissimi per il riscatto delle lingue degradate a "dialetto"; grazie a quelle pagine seppi soprattutto del poeta piemontese Pinin Pacòt2, del quale erano riportate, proprio all'inizio del capitolo riguardante la nostra regione, queste parole: "A l'é ciàir, an partensa, ch'as trata d'un preconcet: col ëd chërde che la poesìa, così dita dialetal, a deva esse sempre popolar" (da "Ij Brandé", "giornal ed poesìa piemontèisa, 15 mars 1952")3, in polemica con chi gli chiedeva se valeva la pena scrivere in "dialetto" della poesia squisìja (raffinata), comprensibile a pochi squisì.
Questa annotazione riportata da Pasolini fu per me motivo di entusiasmo: significava che nella mia terra qualcuno si batteva, con autorevolezza, per conquistare, grazie alla poesia, la dignità di lingua alla parlata piemontese; e che quell'impegno di uscire dai limitati orizzonti del "vernacolo" per riabilitare la lingua della famiglia, del lavoro e dell'amicizia era esteso in altre regioni ed aveva ormai, in Friuli, una sua giovane guida. Partii da Biella in "Lambretta" per il Friuli, ma a Casarsa era rimasta una zia, Pasolini e la madre si erano trasferiti da un paio d'anni a Roma. Gli scrissi, così come scrissi all'altro autore di quell'antologia, Mario Dell'Arco, anch'egli direttore di una rivistina molto importante, "Il Belli", poi "Il nuovo Belli". Pasolini aveva ormai lasciato l'esperienza friulana; collaborai invece con Dell'Arco, che pubblicò una mia esile plaquette di poesie piemontesi e con lui tuttora molto attivo, sebbene nonagenario!, collaboro pure oggi. Ritrovai Pasolini quando ritornò al friulano4; ci incontrammo poco prima della sua tragica fine. Infatti, nell'autunno del 1975, unitamente al professor Antonio Piromalli, ebbi l'incarico dal Ministero della Pubblica Istruzione di organizzare nel Liceo scientifico di Lecce un corso per docenti delle scuole medie superiori sul tema "Dialetto e scuola", al quale invitai tra gli altri Pasolini (il "seminario" durò una settimana; tra i diversi relatori vi erano il sociologo professor Ulderico Bernardi, il sacerdote cattolico di rito greco Giuseppe Faraco della minoranza italo-albanese di Calabria, il poeta piemontese Camillo Brero, Orlando Spigarelli, insegnante elementare a Gubbio, autore di un libro in cui ha raccolto le sue esperienze didattiche di utilizzatore del dialetto), cui mi ero rivolto ricordandogli l'antica "militanza" per quelle che Frédéric Mistral5 chiamava "li lengo meprisado", le lingue disprezzate.
Pasolini accettò l'invito per Lecce, dove infatti tenne la sua conversazione, intitolandola "Volgar'eloquio", il 21 ottobre 1975. Fu, quello, l'ultimo suo intervento pubblico. Nel pomeriggio visitammo la minoranza grecanica di Calimera, in terra d'Otranto.

Iniziò l'intervento precisando che non avrebbe tenuto una lezione né una conferenza, e che proponeva di passare senz'altro al dibattito. Come spunto, ci lesse il monologo finale di un dramma, a quel tempo inedito, che si chiama "Bestia da stile", da cui gli venne l'idea di intitolare l'incontro con i docenti "Volgar'eloquio"; una poesia che, in un certo senso, rifà e mima i "Cantos" di Ezra Pound.
Ricordo che ci lasciò molto disorientati, perché si rivolgeva ad un giovane fascista, suggerendogli quale avrebbe dovuto essere una vera destra; una "destra sublime" che non avrebbe dovuto assurdamente diventare appannaggio dei fascisti.
Ma questi temi (l'amore per il "volgar'eloquio" e l'impegno conseguente), diceva Pasolini, sono una specie di palla al piede per noi, uomini della sinistra: "Nessuno ne capirebbe la purezza, e un anziano è / sensibile ai giudizi sociali [...] / deve aver rispetto come un tosatél (giovinetto) / della propria / figura / pubblica: deve proteggere i propri nervi, indeboliti, / e cercar protezione, accettare il gioco che mai / ha accettato. Prendi questo fardello, / ragazzo che mi odii, / e portalo tu. È meraviglioso. [...]". Si trattava di uno spunto dichiaratamente provocatorio. Tuttavia, noi che abbiamo lottato per la nostra lingua, sappiamo quanto Pasolini avesse ragione... sovente i nostri discorsi sono travisati; siamo accusati di dividere, con problematiche sovrastrutture, la classe operaia; di "fare il gioco dei padroni" e della destra, magari financo di essere razzisti. Alla lettura della poesia la sala restò in assoluto silenzio, anche se al termine della breve introduzione Pasolini fu applaudito.
Ruppi il ghiaccio, come si dice, denunciando l'alienazione ingiusta e crudele patita dai nostri ragazzi "dialettofoni", in una scuola che pur si pretende democratica. Gli chiesi cosa avremmo dovuto fare per cambiarla, come salvare dal massacro l'allievo... gli innocenti da Erode, o le ali di Peter Pan.
Pasolini allora disse: "Mi è stata rivolta una domanda un po' come si fa una domanda a una guida, a uno che sappia, e invece no, non so rispondere a questa domanda. Non saprei da che parte cominciare a prendere provvedimenti e come realizzarli. E invece risponderò a questa domanda ponendo un problema: un problema che sarà delusorio, sia per Buratti, penso, che per la maggioranza di voi. Quello che ha detto Buratti adesso era estremamente valido e preciso, se detto dieci anni fa; oggi, secondo me, non lo è più, o lo è in un altro modo... [...]. In questi dieci anni la situazione antropologica e culturale italiana o meglio, la cultura antropologica italiana si è completamente ribaltata. L'insegnamento o la protezione del dialetto o è diventato un fatto di tradizionalismo, di conservatorismo (che considero perfettamente sano, per le ragioni che esiste una "destra sublime"), oppure dovrebbe diventare profondamente rivoluzionario (qualcosa come è la difesa della propria lingua per i Paesi baschi, oppure per gli irlandesi), deve arrivare al limite del separatismo, che sarebbe una lotta estremamente sana, perché questa lotta per il separatismo non è altro che la difesa del pluralismo culturale, che è la realtà di una cultura. Quindi: o essere conservatori, ma illuminati, in modo assolutamente nuovo, che non ha niente a che fare con la conservazione della destra classica; o essere addirittura rivoluzionari. La cosa, che fino a dieci anni fa era una cosa ragionevole, giusta: gli italiani parlano siciliano o romano o friulano, quindi difendiamoli, abituiamoli a parlare un italiano dialettizzato, ad amare il loro dialetto, a rifornire il loro italiano con l'estrema abbondanza lessicale [dei dialetti... ], oggi deve avere connotazioni completamente nuove [...]; bisogna trovare un nuovo modo di essere liberi. È un problema centrale della nostra vita".
Poco prima della sua tragica fine, nel suo ultimo intervento "da vivo" (ce ne sarà uno postumo, che riferirò più oltre) Pasolini giunse a solidarizzare col separatismo (ed il riferimento ai Paesi baschi ed all'Irlanda toglie ogni dubbio di "letterarietà" al discorso): ciò per me, solidale con i baschi e con i sardi6, fu una sorpresa e di grande conforto. Tale affermazione disorientò non soltanto l'uditorio di allora, ma gli esegeti di oggi. Claudio Marazzini7 ritiene che Pasolini suggerisca tale affermazione come "alternativa ideale, assolutamente non concreta": non sono d'accordo. Una siffatta interpretazione avrebbe offeso profondamente Pasolini, che avrebbe reagito trattando l'esegeta da "nuovo chierico", come in effetti bollò pure coloro, tra gli ascoltatori partecipanti al seminario, che tentavano di situarlo nell'astratto. Marazzini scrive che Pasolini "non crede che questa lotta abbia successo, in quanto essa è contro la storia". Ma se si tratta di resistenza? E che si tratti di vera e propria "Resistenza", Pasolini lo confermerà sia a conclusione del dibattito sia nell'intervento (assolutamente non "idealistico", ma "materialista" e concreto, richiamandosi all'entropia capitalista ed alla dialettica marxista) postumo al congresso del Partito radicale, di cui dirò.

Qui mi preme sottolineare che Pasolini travolge quella che il sociologo Jean Louis Calvet definisce "la falsa coppia teorica lingua/dialetto, venuta dai tempi più remoti, ma ripresa e rinnovata con una vernice di 'scientificità' dai linguisti"8, e cioè una tipica forma di "glottofagia". Infatti, nell'esempio Pasolini cita insieme "siciliano, romano o friulano" il quale ultimo chiama alle volte "dialetto" altre "lingua" (come nell'Academiuta di Casarsa). Nella lotta contro l'omologazione, la parlata romanesca vale dunque quanto la friulana... Tesi che condivido pienamente, e che dovrebbe far riflettere i firmatari delle varie proposte di legge (a cominciare da quella che ebbe come relatore l'onorevole Loris Fortuna, per finire a quella che fu votata alla Camera dei deputati nel novembre 1991 ma non al Senato, e che, decaduta per lo scioglimento anticipato del Parlamento, è stata ripresentata nell'attuale legislatura) per la tutela delle minoranze linguistiche (in attuazione dell'articolo 6 della Costituzione), con un rigido elenco delle minoranze degne di tutela; nonché quanti, anche da sinistra (Massimo Salvadori, Valerio Castronovo) paventavano il rischio del separatismo e l'insegnamento "del bergamasco e del dialetto di Canicattì"9. Il primo numero dello "Stroligut di ca da l'aga" ("Almanacchino di qua dell'acqua": l'Adige) uscito durante la Resistenza, nell'aprile del 1944, si apre con un articolo in friulano del giovane Pasolini, "Dialet, lenga e sti1", relativo alla differenza tra "lingua" e "dialetto" non basata su criteri filologici, ma sugli esiti letterari raggiunti: "Cusì il dialet a lè la più ùmila e comun maniera di esprimisi al é doma che parlat, nisun al si impensa mai di scrivilu. Ma se a qualchidun a gni vegnès che idea? I vuej disi l'idea di doprà il dialèt par esprimi i so sintimins, li so pasions? No, tegnèivi ben a mins, no par scrivi do tre stupidadis da far ridi, o par contà do tre storiutis vecis dal so pais (parsè che alora il dialet al resta dialet, e basta lì), ma cun l'ambisisòn di disi robis pì elevadis, difisilis, magari; se qualchidun, insoma, al crodès di esprimisi miej cu 'l dialet da la so ciera, pi nouf, pì fresc, pì fuart si no la lenga nassional impararada tai libris? Se a qualchidun a ghi ven che idea, e al é bon di realisala, e altris c'a parlin chel stes dialèt, a lu sèguitin e a li imitin e cussì, un pac a la volta, a si ingruma na buna quantitat di material scrit, alora chel dialetal doventa 'lenga". La lenga a sarès cussì un dialet scrit e doprat par esprimi i sintimens pi als e segres dal cour"10.
Si tratta, quindi, di liberare la propria parlata materna dal ghetto del vernacolo, dal patimento di una discriminazione culturale limitante, soffocante. È esattamente la stessa "rivoluzione culturale" che Pinin Pacòt, con altri pochi giovani, aveva intrapreso sin dal 1927 a Torino con la rivistina "Ij Brandé" (gli alari) in un periodo non certamente propizio alle rivendicazioni regionaliste, spazzate via come denuncerà la "Dichiarazione di Chivasso" del 19 dicembre 1943 dal "mito fanfarone di Roma doma"11.
Occorre comunque riconoscere che la posizione pasoliniana appariva improntata ad un grande pessimismo. In sostanza egli diceva: "Ormai è troppo tardi". "L'alternativa linguistica" gli sembrava ormai uccisa (il "cambiamento antropologico" "dove pure non era riuscito il fascismo", annota Pasolini è in sostanza un "genocidio") o ridotta allo stato di mera sopravvivenza, il che sarebbe ancora più penoso.
Comunque, è da sottolineare come l'atteggiamento risultante dal finale di "Bestia da stile" non si riferisca ad un'inattualità, cioè l' "antistoricità" della battaglia: ma costituisca una "resa" da parte di chi si sente allo stremo, quasi stanco appunto di resistere, di sfidare il "rispetto della propria figura pubblica", di chi "deve proteggere i propri nervi, indeboliti, e cercare protezione, accettare il gioco che mai ha accettato". Tuttavia, al termine del dibattito, quando io ripresi la parola per ricordargli che esistono "sacche di resistenza", e che ci sono giovani, operai e contadini, non rassegnati, che mi vengono a trovare perché vogliono scrivere in piemontese12, e che ciò significa il discorso dei baschi:
si sta per estinguere la lingua, ma vi sono giovani che la reimparano. Allora la battaglia per il "dialetto" non è più un recupero da museo, ma la scoperta di un'arma... ed ai "corsari" serve scoprire un "deposito" insperato di armi, su "isole del tesoro"... Vale la pena di rileggere13 quanto Pasolini rispose, proprio a chiusura del dibattito.

"Rispondo molto brevemente, una risposta che può essere una specie di conclusione, che mi sembra abbastanza rilevante. Fino a ieri il problema del rapporto del dialetto e della cultura popolare con la cultura degli insegnanti, con la cultura della classe dominante, era di due tipi: o era di carattere archeologico, filologico conservatore (raccolta di canti) o era di carattere progressista in un senso retorico della parola, presupponeva la realtà immutata delle classi popolari, un rapporto dialettico tra cultura popolare e cultura borghese. Oggi siamo usciti, mi sembra, attraverso i nostri discorsi, da queste due possibilità, ponendo un modo nuovo, che è quello che hai accennato tu [Buratti], cioè non essere né archeologici nel senso conservatore e anche buono della parola, ma prendere coscienza di tutto questo, prendere coscienza che il dialetto non è più quello che era dieci anni fa, ma è un dialetto parlato dal calabrese a Torino. Oppure il problema dialettale di Corleone14.
Prendere coscienza che i fenomeni dialettali sono completamente diversi, prendere coscienza che sono in un certo senso rivoluzionari, e i giovani, che dici tu, che usano il dialetto, lo fanno perché anche a loro è arrivato, magari non con estrema consapevolezza, ma esistenzialmente, la necessità di lottare contro questo nuovo fascismo che è l'accentramento, che è l'accentramento linguistico è culturale del consumismo".
Come è mai possibile, a questo punto, sostenere che il "dialetto rivoluzionario", il "separatismo" siano per Pasolini "un'alternativa ideale, assolutamente 'non concreta' "?
I partecipanti al corso di Lecce non rimasero passivi alle provocazioni. Nel corso del dibattito ci fu chi tentò di fargli una predica, di "richiamarlo" alle tesi canoniche della sinistra da sempre giacobina. Quando un professore gli chiese se era veramente convinto che dieci anni prima la "cultura di borgata", la "cultura popolare" desse soddisfazioni ai ceti dominati, allora come oggi travagliati da tensioni, rivalità, invidie, volontà di adeguamento, Pasolini rispose: "Sulla felicità posso dare una risposta su cui non ho il minimo dubbio. Benché sia sempre divorato da dubbi, su questo non ne ho".
"Nelle borgate romane [...] i giovani e la gente in genere erano molto più felici di adesso. Non so cosa sia la felicità; ma se la felicità è sorridere e cantare e inventare linguisticamente tutti i giorni una battuta, una spiritosaggine, una storia, se felicità è questa, allora erano molto più felici di oggi. Se la felicità non è questa, allora non parlo più. Ma io sono abituato sin dalla più lontana infanzia a distinguere la felicità dal sorriso, dagli occhi, da come uno sorride, da come uno guarda. Allora, nelle borgate romane, andando in giro per Roma, tutti i fattorini dei negozi, quelli dei macellai, dei fornai, in bicicletta, con le toppe nel sedere, andavano in giro per la città e cantavano. Non c'era nessuno che non cantasse, non c'era nessuno che, guardato, non ricambiasse lo sguardo con un sorriso. Questa è una forma di felicità. Ormai invece si vedono visi pallidi, nevrotici, seri, introvertiti. Sono più seri; può darsi che si pongano dei problemi; vivono una forma di infelicità, di impotenza, perché ancora le loro condizioni economiche, appunto, non permettono loro di realizzare quel modello piccolo-borghese che viene loro offerto in cambio del modello sottoproletariato distrutto". Vi è poi, qui, un'affermazione che appare fondamentale per comprendere la posizione "eretica" di Pasolini, e che turba l'ortodossia della sinistra: "Non ho paura affatto; come ho dimostrato in questa poesia che vi ho letto, di rischiare di essere chiamato conservatore e reazionario, perché questa è una cosa che poteva terrorizzare una persona dieci anni fa, ma oggi le cose sono totalmente cambiate, che non c'è da aver paura; la verità va detta a qualunque costo; a qualunque costo io dico che il sorriso di un giovane di dieci anni fa era un riso di felicità, mentre oggi è un infelice nevrotico. Lo dico, poi ognuno può fare le accuse che vuole, però io lo dico". Più oltre: "Abbiamo capito che la miseria è orrenda; la povertà [invece] abbiamo capito che non è il male peggiore: il male peggiore è la miseria del finto benessere; sono molto più poveri adesso che dieci anni fa, in proporzione...". E fu a questo punto che qualcuno lo interruppe dicendo: "Ma sta proponendoci l'Arcadia del sottoproletariato!". Ed allora Pasolini: "Altro che Arcadia! Io vedo come sono andate realmente le cose. L'Arcadia è di chi riposa sulle idee progressiste di dieci anni fa, che gratificavano le proprie coscienze di una grande pienezza democratica, di grande tolleranza, e invece si sono rivelate vuote, svuotate. Vanno riverginate, vanno rivitalizzate queste vecchie idee progressiste. Parlando di borgata come luogo culturale, intendo parlare di un decentramento reale e non di un decentramento concepito secondo una retorica progressista".
Oggi non si può non sottolineare quanto fosse profetica l'analisi pasoliniana. La sinistra paga l'errore di aver accettato di scendere sullo stesso campo del protagonismo consumista ed è stata battuta da chi, sul consumismo, ha fatto le proprie fortune prima economiche e poi politiche; il rischio è di perseverare nell'errore, accontentandosi, per accattivarsi le simpatie dei moderati del "centro", di un "progressismo" di maniera, del tutto vuoto di contenuti, senza significati di "rivoluzione culturale", di recupero di potenziali autenticamente alternativi, di rinuncia a rafforzare quanto ancora resiste in funzione di centro di "contropotere" poiché le leggi elettorali volute (anche da gran parte della sinistra "canonica") si fondano sulla "cultura del vincente" e sacrificano le forze profetiche, i "rompiscatole" ed i provocatori non dimentichi della lezione di Pasolini... Insomma, gli "eretici" invisi ai "nuovi chierici".

Pasolini utilizzò questo termine a proposito di un chiarimento su Gramsci. Un docente infatti gli propinò un bel sermone di ortodossia marxista e, a proposito del genocidio perpetrato dalla scuola, disse: "Per quanto riguarda la scuola e la Tv, nella posizione di Pasolini individuo la posizione di Ivan Illich, colui che parla di descolarizzazione. Gramsci parlava di un'emancipazione, e l'emancipazione evidentemente non significava il contenimento dell'individuo in un suo mondo culturale limitato, esprimibile attraverso il linguaggio dialettale...". Pasolini, allora, nella replica, oltre a precisare di non essere "per l'abolizione della scuola", ma per una sua riforma in senso programmatico perché quella di oggi, così com'è, è una cosa penosa, ridicola, un residuo ridicolo di umanesimo, disse: "Da qualche tempo io vado pensando che in Italia si sta formando un nuovo tipo di chierico, ed è il progressista. È la vittoria del Pci che rende questa cosa abbastanza minacciosa; ora io continuo a considerarmi un progressista, è chiaro. Tutte le illazioni che voi fate sul mio tornare indietro sono tutte follie, perché venitemelo a dimostrare dove ho scritto che bisogna tornare indietro? [...] Secondo me, questo 'nuovo chierico', che sarebbe il 'progressista' che comincia a diventare egemone nella cultura nazionale, e sta trasformando quegli impulsi che erano autentici in impulsi retorici, è lui semmai l'antiquato [...]. Quando tu usi la parola 'emancipazione', usi una parola di una vecchiezza spaventosa; non si dovrebbe più usare la parola 'emancipazione', perché è una parola ingiallita, vecchia, fatiscente. Non si può più usare questa parola [...]. Parli di 'emancipazione' riferendola a Gramsci; ma per Gramsci era lecitissimo parlare di emancipazione, perché Gramsci lavorava quarant'anni fa, in un mondo arcaico che noi non osiamo neppure immaginare, e tu che sei giovane non riesci neppure ad immaginare come fosse il mondo in cui operava Gramsci [...]. Allora era giustissimo per lui parlare di emancipazione, della parola 'emancipazione', perché i pastori sardi vivevano in un dato modo. È inconcepibile la differenza. Quindi non puoi richiamarmi Gramsci come esempio di emancipazione, puoi ricordarmi Gramsci come anello di una catena storica che porta a fare nuovi ragionamenti oggi, a riproporre un nuovo modo di essere progressisti, un nuovo modo di essere gramsciani. Se Gramsci fosse qui, chissà cosa direbbe. Perché la parola 'genocidio' non l'ho inventata io, l'ha inventata Gramsci, e quando Gramsci dice 'genocidio', prende una posizione; prende posizione in favore delle vittime contro coloro che le hanno vittimizzate; prende una posizione in favore delle culture particolaristiche che venivano distrutte, contro la cultura centralistica che le distruggeva. Quindi non è vero che Gramsci non prendesse una posizione in questo senso, e non è vero che prendere posizione per una cultura popolare, in un certo senso arretrata, significa reazionario, significa tornare indietro, perché effettivamente Gramsci era per loro, era per quella cultura, avrebbe voluto la sopravvivenza di quelle culture perché quelle culture erano gli operai, erano i proletari, erano i sottoproletari, erano i contadini, e non voleva la loro distruzione, è chiaro, voleva che le loro culture entrassero dialetticamente in rapporto con la grande cultura borghese in cui lui stesso, come Engels, si era formato ed era assolutamente contrario al loro genocidio. Io sono marxista nel senso più perfetto della parola quando urlo, mi indigno contro la distruzione delle culture particolari perché vorrei, appunto [...] che le culture popolari fossero un contributo, un arricchimento ed entrassero in rapporto dialettico con la cultura popolare".
Pochi giorni dopo avrebbe ripreso proprio questo concetto nel messaggio letto postumo al congresso del Partito radicale a Firenze, il 23-4 novembre.
Pasolini, che a Lecce era partito da una premessa molto pessimista, cambiò poi posizione rendendosi disponibile alla battaglia, perché si rese conto che questa non era perduta, finita, "antistorica". Nel corso del dibattito emersero testimonianze e contributi, quali quella del papas professore Giuseppe Faraco, insegnante al liceo di San Demetrio Corone, che denunciò il dramma dei bambini monolingui albanesi di Calabria, "massacrati" dalla scuola italiana, al punto che, per loro, la "maestrina" è sinonimo di babau, di diavolo! Insomma, lo stanco "corsaro" scoprì un' isola del tesoro, con rifornimenti ed aiuti insperati... Ci lasciammo a Lecce (era in partenza per Parigi, dove era chiamato a sistemare le ultime pratiche relative al film "Salò") con l'intesa che, dopo Natale, gli avrei scritto, documentandogli appunto le "sacche di resistenza", i fenomeni di "separatismo", che lo affascinavano al punto di dirmi che a questa battaglia voleva dedicarsi con nuovo vigore.
A noi, non rassegnati dell'Associazione internazionale per la difesa delle lingue e delle culture minacciate (Aidlcm)15 il conforto di Pasolini dava forza, nuovi entusiasmi e speranza... Ma questa disponibilità di Pasolini, che è per noi il suo "lascito" più prezioso, l'eredità che rivendichiamo con forza, ci viene continuamente contestata da chi (non parlando alcun "dialetto" e non provando quindi dolore, non avendo la "lingua tagliata"), cerca di ricondurre Pasolini entro gli schemi del progressismo ortodosso, di chi di questa problematica mai si è occupato, ritenendola "sovrastrutturale" e dunque, quanto meno, ingombrante. Ma costoro non si accorgono che, così facendo, diventano proprio dei "nuovi chierici".
Marazzini, nel saggio citato, crede invece che sia il "progressismo ottimistico di sinistra" ad essere "la religione dei chierici". Non si tratta di ottimismo, ma di un atteggiamento da inquisitore, che ha neutralizzato la propria coscienza accettando schemi preconfezionati, verità indiscutibili... Del resto, Pasolini ha ben precisato questo concetto rivolgendosi ad un altro interlocutore, il professor Antonio Sobrero, che è proprio un docente universitario di linguistica, dialettologia.
"Se pongo il problema di dire fino a che punto il mio progressismo è reale o è invece una forma di clericalismo, fino a che punto sono ancora un progressista o sono già un nuovo chierico con una sua retorica e un moralismo [...] deve essere una discussione profonda, disperata e sincera con la propria coscienza". Non si tratta, pertanto, di "progressismo ottimista": una questione di morale, di retorica. La "discussione profonda, disperata" testimonia una "scelta" viscerale, come quella dell'eretico che sfida la morale ortodossa e canonica, l'inquisizione; come chi ha scelto, appunto, la "resistenza". Pasolini non accusa le masse di aver distrutto "il suo mito", ma di non reagire all'inquinamento, all'espropriazione. In effetti, dopo il dibattito a Lecce, Pasolini dovette rimediare con l'impegno su quella tematica che lo coinvolgeva al punto di "urlare", come diceva lui. Uscì allora quel messaggio che, letto al congresso del Partito radicale il giorno dopo l'assassinio di Pasolini, è come il testamento spirituale. Questo passaggio ne è la chiave di volta: "L'alterità esiste di per sé nell'entropia capitalistica. Quivi essa gode (o per meglio dire, patisce, e spesso orrendamente patisce) la sua concretezza, la sua fattualità. Ciò che è, e l'altro che è in esso, sono due dati culturali. Tra tali due dati esiste un rapporto di prevaricazione, spesso, appunto, orribile. Trasformare il loro rapporto in un rapporto dialettico è appunto la funzione, fino ad oggi, del marxismo; rapporto dialettico tra la cultura della classe dominante e la cultura della classe dominata. Tale rapporto dialettico non sarebbe dunque più possibile là dove la cultura della classe dominata fosse scomparsa, eliminata, 'abrogata', come dite voi. Dunque, bisogna lottare per la conservazione di tutte le forme, alterne e subalterne, di cultura".

L'attualità del messaggio di Pasolini, a vent'anni dalla sua scomparsa, è nel superare il moralismo progressista, per impegnarsi con tutte le nostre forze contro il "nuovo fascismo che è l'accentramento linguistico e culturale del consumismo", cioè per una "nuova" resistenza. L'impostazione pasoliniana alla lotta per le minoranze linguistiche (e per l'attuazione di un principio fondamentale della Costituzione che scandalosamente da mezzo secolo attende di essere onorato!) è quindi nel senso di recuperare "l'alterità", e per questo, come egli ha ben precisato, "serve" il friulano, come il romanesco ed il siciliano; il "bergamasco e il dialetto di Canicattì" per dirla come i "nuovi chierici" spaventati dalle proposte di legge in materia di articolo 6. Le discriminazioni tra minoranze "nazionali" e "dialetti italiani" sono quindi senza significato; aggiungiamo noi: rischiano di scatenare una guerra tra poveri.
Così, occorre rendersi conto che i "diversi" (gli "eterefoni"!) rilevanti non sono soltanto i piemontesi in Piemonte, ma anche "il dialetto parlato dal calabrese a Torino". Dobbiamo pertanto uscire dagli schemi usuali, e tradurre la nostra battaglia in termini esistenziali, se non vogliamo, anche noi, diventare settari, acidi, nuovi chierici. Si può essere tali, infatti, anche nelle "chiesuole" delle minoranze... Che si tratti di un discorso esistenziale, squisitamente liberatorio, è ancora lo stesso Pasolini a precisarlo, quando rispose a un docente16 che aveva detto: "Pasolini ha proposto l'indipendenza partendo dalla lingua; l'individuo dovrebbe chiedere l'indipendenza partendo dalla lingua; l'individuo dovrebbe chiedere l'indipendenza, su base linguistica, della propria comunità. Ora, siccome estremizza questo processo, giungendo al limite dell'indipendenza politica, vorrei chiedere: fino a che punto si può estremizzare? Perché, se consideriamo la lingua come uno strumento personale, ad un certo punto arriveremo ad una richiesta di indipendenza a livello personale". Chiarì Pasolini: "Un po' ingenuamente tu hai preso alla lettera una cosa ch'io ho detto come paradossale: cioè, che a un certo punto i greci, qui, di Roghudi o Calimera, prendano i fucili in mano e facciano come gli indipendentisti corsi. È una cosa paradossale che ho detto, prendila come paradosso. Hai portato la tua interpretazione ingenua di quello che ho detto, fino a ipotizzare un'indipendenza, anche individuale, in quanto ogni individuo ha il suo gergo privato, il suo 'idioletto' come giustamente dici tu. Ma perché no? Effettivamente, perché no? A un certo punto, il momento anarchico che è in noi, che... c'è fortunatamente in tutti noi anche in chi non lo sa, e che si manifesta soprattutto nei poeti, consiste proprio in questo, nel rivendicare la propria totale, assoluta indipendenza, il proprio totale, assoluto separatismo come individuo. È un paradosso, l'ho detto come un'immagine, prendilo come un'immagine poetica, che però ha una sua base di realtà, nel senso che, se questo famoso decentramento, questa famosa autogestione, di cui si parla retoricamente, vuole veramente essere reale, bisogna che allora si esternizzi, prenda coscienza tale di se stessa e diventi una forma non armata e non stupida e non fanatica di estremismo e di separatismo". In altre parole: è la rivolta individuale per non essere trasformato in robot, inerte pedina di una società computerizzata; per essere uomo vivo e libero. È forse il momento più lirico (ma anche epico) dell'intervento. Ha messo a fuoco la motivazione della nostra battaglia, di noi del gruppo Alp e dell'Aidlcm-Italia. È, appunto, specie in questi passaggi che sentiamo Pasolini come Maestro: ed è per ciò che come un fra Dolcino lo "rivendichiamo" nel doppio senso del termine: perché è con noi, e perché è stato "inquisito" e ferocemente colpito da una violenza moralistica e canonica prima ancora che fisica.
A molti interlocutori di Pasolini, anche nel dibattito di Lecce, è sembrato che egli si sia lasciato condizionare dall'amore per i luoghi dell'infanzia, dal "regresso", e cioè, insomma, dalla nostalgia dei ghetti dialettali: si ridurrebbe così la carica politica, concreta del suo discorso. A ciò risponde puntualmente Luigi M. Lombardi-Satriani in un saggio che sottolinea l'aspetto "ereticale" di Pasolini17: "Indubbiamente la sua visione della cultura contadina è permeata da un profondo rimpianto e può darsi che per esso la rappresentazione del mondo folklorico tradizionale risenta di una certa mitizzazione. E con questo? Chi ha stabilito una volta per tutte che il rimpianto, la nostalgia siano atteggiamenti negativi in assoluto, come se dovessero inevitabilmente condurre a mistificazioni e non possano costituire l'orizzonte emotivo entro il quale sviluppare un lucido discorso razionale? Nella rimozione 'obbligatoria' del rimpianto e della nostalgia non è, forse, operante un implicito ricatto culturale, per il quale il nostro ruolo pubblico di intellettuali deve informarsi a certi standards, consentendo lievi variazioni individuali contro immagini e modelli di comportamento prestabiliti?". Si tratta dunque, una volta ancora, di rifiutare schemi aprioristici e moralistici.
Pasolini voleva affidare la continuazione di queste lotte, che tanto si prestano ad essere mal comprese e perfino diffamate, ad un giovane della "destra sublime" e provocatoriamente manifestava questa sua intenzione a noi. "Prendi questo fardello / ragazzo che mi odii / e portalo tu. È meraviglioso. / Io potrò andare avanti, alleggerito / scegliendo definitivamente / la vita, la gioventù".
Sembra quasi un biblico "cupio dissolvi" (bramo dissolvermi, sciogliermi come una vela). Ed infatti, pochi giorni dopo, lasciò anche il "fardello" del suo corpo. Di lui resta il bagaglio del "corsaro". Lo raccogliamo noi, anche se non siamo più ragazzi, anche se non siamo anzi, proprio perché non siamo della "destra sublime". Quel messaggio è di tale conforto, che il fardello "meraviglioso" non ci pesa più. Sappiamo che proprio in questa "scelta" (cioè, "eresia") noi troviamo "la vita, la gioventù".


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