Gustavo Buratti

Le canzoni ed un poeta della protesta operaia in piemontese



Pietro Secchia nel suo "Capitalismo e classe operaia nel centro laniero d'Italia", racconta che durante i sette mesi di sciopero dei tessitori biellesi per la riduzione dell'orario di lavoro da undici a dieci ore (settembre 1897 - aprile 1898) "gli operai percorrevano le strade a gruppi e manifestavano cantando alcune strofe di una canzone che diventerà molto popolare di generazione in generazione; in occasione di ogni sciopero e manifestazione di tessitori, da allora sino agli anni della prima guerra mondiale, veniva cantata assieme ad altri inni proletari", e riporta tre strofe, con il ritornello di "guarda giù an cola pianura"1. Sergio Liberovici nel 1960 ha raccolto la stessa canzone dall'informatore Carlìn Gagne, che la attribuiva all'operaio Antonio Mazzuccato, datandola al 19012. Roberto Leydi e Amerigo Vigliermo, nel 1972, hanno registrato una versione a Perosa Canavese (Torino)3. Gli esecutori della lezione raccolta da Leydi e Vigliermo dicono che il canto "è inerente alle lotte per l'orario di lavoro di otto ore al 'fabbricone' vicino al loro paese, precisamente la tessitura Mazzonis, avanti la prima guerra mondiale"4.
Le diverse lezioni presentano alcune varianti. La biellese (Secchia), più simile a quella che pubblichiamo, è la sola ad avere come ritornello "a s'é angagià na grand bataja dai nemis del capital", ma non ha presente la strofa relativa alle marchèise e alla ovriera che nella torinese (Liberovici) diventa ritornello, mentre in quella di Perosa Canavese (Leydi-Vigliermo) il ritornello è: "S'ai é na còsa straordinaria/ordinaria", e la prima strofa non ha il riferimento ai carabinieri (coj dla lum), presente invece nelle altre due. Infine, mentre la versione biellese e canavesana dicono che "le fje bele e ben tornije a son la giòja dij padron, coj lasaron", nella torinese i padroni (lazzaroni) approfittano delle povere ragazze del "fabbricone", "maire, smòrte e mal tornije". Giustamente Leydi nota che "è probabile nei versi che seguono la caduta del testo originario", in quanto non ha senso il verso "ij lavorié a la fan tut l'ann" riferito alla "còsa straordinaria" nella prima strofa, per cui le ciminiere fanno una cosa straordinaria a non più fumare a causa dello sciopero. Ha molto più senso, aggiungiamo noi, riferire la "straordinarietà" all'operaia costretta a percorrere le strade, per recarsi o tornare dal lavoro, nelle ore buie (quando le marchese se ne stanno in casa), e "la vita proletaria" che l'operaio fa tutto l'anno, alle officine dove manca l'aria, ed alle soffitte dove manca il pane.
Indubbiamente la canzone, che non era mai stata pubblicata, ha subìto modifiche ed omissioni. La versione riportata da Secchia ci sembra la più affidabile, perché egli doveva conoscerla bene per averla udita più volte.
Aiutato anche da Luigi Ruffino, di Netro, anziano operaio deceduto da alcuni anni, che la cantava, ed integrando le tre versioni, ho ricostruito un testo che appare logico, cantabile in tutte le strofe e ritornelli, e che ritengo dovrebbe essere un'interpretazione vicina all'originale. Anche la musica (appresa da Luigi Ruffino) qui riportata, trascritta da Enrico Strobino, è analoga a quella della lezione di Leydi.
Mi sembra molto dubbia l'attribuzione all'operaio Antonio Mazzuccato, in quanto difficilmente un operaio friulano o veneto (quale dovrebbe essere stato, dal cognome, il supposto autore) poteva scrivere fra la fine del secolo scorso e il principio di questo (allorché l'immigrazione dal Veneto al Piemonte doveva essere piuttosto recente) una canzone usando un lessico piemontese così appropriato e puntuale (angagià, ovrié/ovriera, guerné per proteggere e non guardé come risulta nelle lezioni biellese e canavesana). Pare poi improbabile che un autore dotato di una vis poetica non comune si sia limitato ad una sola composizione, senza aver lasciato altra traccia, sia pure limitatamente alla tradizione orale. Esiste in effetti un'altra canzone che potrebbe essergli attribuita e che, con Guarda giù an cola pianura, è "uno dei pochi veri canti operai italiani" ed è parimenti in lingua piemontese. Si tratta di Miseria, miseria, raccolta anch'essa da Sergio Liberovici a Torino; la fonte, l'operaio Carando, la ricordava cantata nel 1919-205. La chiusa dovrebbe però essere anteriore, almeno di qualche anno, alla prima guerra mondiale, come ci fa pensare l'accenno alle leghe e il carattere ispirato da un forte anticlericalismo ("lotta ai preti e al capitale"), già alquanto smorzato, invece, nel dopoguerra6.
Una lezione completamente diversa, il cui unico riferimento comune è nelle parole Miseria, miseria, ci è stata trasmessa da Pierino Rossi7 e non ci risulta sia stata pubblicata se non da "Alp"8; è composta a sua volta di due canzoni, diverse musicalmente ma che, per la comune ispirazione di denuncia sociale, erano cantate una di seguito all'altra. Rossi dice: "A l'é na canson ovriera dël prinsipi dël Neuvsent, e mia mama a la cantava quand ch'i era masnà".
In quel periodo (fine Ottocento-inizio Novecento), in Piemonte vi era un autentico operaio che scriveva poesie in piemontese, e che ritroviamo nell'antologia di Renzo Gandolfo9 ed in quella in tre volumi di Camillo Brero10. Di lui abbiamo potuto rintracciare, nell'archivio anagrafico del Comune di Torino, l'atto di morte, e ricavare così qualche notizia biografica: "Il 27 luglio 1906 nell'Ospedale Mauriziano è morto Valsoano Luigi, di anni quarantadue, meccanico, residente a Torino, nato a Pont Canavese; da furono Giovanni e Cibrario Maria. Celibe"11. Non è stato facile a Pont trovare l'atto di battesimo, poiché non corrispondono né il nome né l'età. Il primo nome di battesimo infatti è Pietro, e l'età, alla data della morte, è di quarantaquattro anni. Il registro dei battesimi riporta infatti che Valsoano Pietro Luigi è nato il 19 aprile 1862 da Giovanni Battista (fu Francesco e da Maddalena Sandretto), di professione addetto alla tessitura, e da Anna Maria Cebrajo (fu Domenico e fu M. Domenica Reverso)12. Prima della scoperta dell'atto di morte, di lui si sapeva ben poco: quel tanto che è ricavabile dall'unica plaquette di poesie, stampata col titolo provocatorio di Margrite e gratacuj13, e poi ripubblicata l'anno seguente, col titolo Fior dël pavé (son fior ëd miseria ij fior trist dël pavé, canson dla mala...)14, probabilmente uscita alla macchia, perché priva di indicazione della tipografia ed identica alla prima edizione (sequestrata?), dalla quale si differenzia soltanto dal titolo e dal frontespizio15, per sfuggire alla censura. I versi sono di ispirazione anarco-socialista, ma anche d'amore; il piemontese italianizzato tradisce le letture che devono aver nutrito il suo animo inquieto. Le composizioni sono autobiografiche e datate, e ci rivelano così la sua vita di miseria, il suo vagabondare per le strade dell'emigrazione operaia (per Si Franse, per "queste France", come si diceva allora riferendosi anche alla Svizzera ed al Belgio), la galera patita per reati di opinione.
Le prime poesie sono della primavera 1892, nel novembre di quell'anno è a Liegi, nell'aprile dell'anno seguente a Basilea, e nel novembre in Belgio. Di ritorno a Pont nel marzo del 1902, lo ritroviamo nel 1903. Sangiut ëd partensa testimonia il lacerante dolore del giovane costretto a guadagnarsi il pane, a lasciare la mamma ed a sradicarsi, con la condanna del mal dël pais che lo seguirà ovunque. Sulla carrozza che lo porterà verso la Svizzera, all'albeggiare, darà il primo straziante addio a Pont, che non nomina ma si riconosce:
Dal sportel dla vitura ch'a sursàuta i guardava tra 'l cel ch'a se sciàira lassù la tor ch'a smijava ancor pi àuta e pi maestosa sla val andurmia...16
quando non poteva consolarlo il sorriso
dle Al ch'a son stàite ij bianch pissèt ëd mia cuna17
ed in cuore si fissa, come una spina, il ricordo del mondo che era stato il suo libero sogno:
Là son le rive, ij bòsch e ij verd busson che prim a l'han soris a mia demore là i l'hai cantà la mia prima canson con j'usèj quand gognin giugava a core18.
Ma è soprattutto l'amore per la libertà che trabocca dai suoi versi, sfida al perbenismo borghese. I poveri (la "plebe", gusaja in piemontese), le donne e i bambini sono protagonisti della sua poesia d'arvira, di protesta libertaria. Alle donne dedica i fiori spuntati negli interstizi dell'acciottolato, o nelle siepi impolverate lungo le strade, margheritine e bacche rosse della rosa canina, appunto.
O compagne, 'd travaj, ò mie sorele
care 'd dolor, 'd pena, a vojàutre prime
sacrificà, a vojàutre, sì, fumele
dopiament schiave, dédico ste rime
19.
Il dopiament schiave è una denuncia che ce lo rende attuale, nella battaglia di liberazione della donna; un fratello, invero non comune nel 1903.
Ai nevodin, i nipotini, figli dei fratelli, dedica A l'onor del mond:
Da la cuna, da masnà
la tortura già a comensa,
ëmperzone ij bèj gambin,
le manine a l'inocensa.
Cole fasse l'é 'n torment marasse, o inconssiente!
Lasse libre a j'inocent le vitine ch'i tormente.
[...]
Quand l'é temp 'd core
'd cacé la farfala che via a vola,
eco: bsògna già amparé
la nojosa stra dla scòla;
bsògna pijé carta e carton,
pijé 'l librèt, piuma e cuverte
ben atent a la lession
bsògna sté
"braccia conserte".
Peuj ne speta l'atilié
la sijòta o la botega
già si prest a travajé...
bsògna già cambié colega.
[...]
Nòst cit cheur, nòst cit sërvel
ël vòrio mòl, mòl ch'a ceda,
veulo fene un sol model
për tiré, bate moneda.
Mach Žd dover a noi, pa 'd drit;
a risponde, a fé 'd lament
na farìo quasi 'n delit
an ciamrio: d'impertinent.
Bsògna sempre fé 'd capel
a la gent che a s'anfarina,
già... m'han dane per model
un cretin ch'a la 'd dotrina.
[...]
Sù, crijé babau,
folét... su, befane dla neuit scura...!
L'hai mandaje a fé caussèt
l'hai mandaje su 'n pastura...
Che 'd babiòle! Ipocrisia
l'è la vòstra educassion
vòstra brila, tiranìa,
stòrie e truch son opression.
[..] Sensa amor, né libertà
scars 'l pan, bestie passive
sot 'l fuèt dl'autorità,
a val nen la pena 'd vive...
20
Questi ultimi quattro versi sono come il suo motto, sviluppato nella poesia di Presentassion, dopo aver confessato:
Chi son mi? Son n'ovrié, va là chi son,
con sòn pretendo pa d'esse na sima
leteraria; sti vers, se vers a son,
son tirà giù come 'd brutaj colp 'd lima.
Fas pa 'd retòrica né lusso 'd frasi,
j'é gnente 'd clàssich, òh! vni nen cerché
dij bèj contorn, l'é tut volgar, o quasi,
son fior 'd misèria, ij fior trist del pavé.
Se a ven ch'av tiro l'euj ste margritine
ch'entri a sfronde sti vers o sgnore mie
ant ël mè pra, o madamin, totine
bele, buteve ij guant ch'a j'é d'ortije.
[...]
Letor, ah! i n'hai vivune d'ore grame!
L'hai tramolà 'd frèid ant la stagion ch'a gèila,
sensa pan, la sentura l'hai serame,
durmi per tera a la bela stèila.
I l'hai mangialo 'l pan dla crosta dura
dij sòri padron! O ij pòvri seugn, che strage
l'ha famne 'l mal. Travers sto mond d'usura
l'hai trainà la miseria, mè apanage.
Ah, ij granf dla fam mè stomi l'ha provaje

che stirament! Im son sentù manché.
L'hai mangià 'l pan d'angòssie tra le muraje
dle vil përzon për un... delit ëd pensé
21.
Fieramente afferma:
An fa frem 'd rivòlta, l'ingiustissia
i mòrdo 'l fren,
rabios 'd vëddla 'n ruvina
sta baraca d'infamia... Sì, giustissia!
La mia lira l'ampugn a carabina
22.
Eppure, in un'altra composizione (Ancalo nen), ci appare timido, con il cuore gonfio di sentimenti delicatissimi:
Am fiorisso 'nt la ment, parèj dle viòle
d'idee piene d'amor e 'd poesìa,
vorìa ben dije le dosse paròle
a la biondina mia, còsa ch'am ten? Ma 'ncalo nen!
23
La vena anticlericale, che affiora qua e là, emerge vistosamente nell'ultima poesia, scritta in morte del papa Leone XIII:
Preghé bigote, 'l Papa a l'é malave
giù 'd
pater per 'l Papa moribond;
ij sach scarlat 's riunisso già 'n conclave,
sento trem le ciòche e 'l mapamond.
Cos'j'é? La cagna 'd sant Minòt a oapa,
piora 'l pòrch 'd san Tonin: j'é mòrtje 'l Papa
24.
Margrite e gratacuj, oppure Fior dël pavé sono gli unici "fiori" del bochèt, del mazzolino del Valsoana a noi noti: la seconda edizione (1904) annunciava Plebe jana. Versi che non uscirono mai, perché, due anni dopo, il poeta ancor giovane moriva in miseria, a Torino, all'Ospedale Mauriziano. Probabilmente fu collaboratore del famoso periodico torinese "'L Birichin", dove forse si potrebbero rintracciare altre sue poesie. Considerato che egli è, che si sappia, l'unico poeta autenticamente operaio di quel periodo, perché non accostarlo a quelle che sono forse le due o tre canzoni genuinamente operaie in piemontese, come Guarda giù an cola pianura e Miseria, miseria?25
Del resto, è un uomo della montagna, che "guarda la pianura", dove a Perosa (Canavese, come Pont) è il "fabricon" tessile a lui ben noto, la tessitura Mazzonis, che occupa soprattutto manodopera femminile, le fumele dopiament schiave, appunto; è un meccanico che si è consumato nella miseria e nell'officina dove manca l'aria.

Guarda giù, an cola pianura...

Guarda giù, an cola pianura
ij ciminièje fan pa pi fum
fan pa pi fum.
Ij padron dla gran paur
as fan guerné as fan guerné
da coj dje lum, da coj dje lum.

A s'è angagiasse na gran bataja
dai nemis, dai nemis dël capital
dël capital!
A l'é neuit, e le marchèjse
ant jë stra, ant jë stra lor ai son pa, lor ai son pa.
Ai é mach la pòvra ovriera
ch'a travaja, ch'a travaja
neuit e di, neuit e di.

S'ai é na còsa straordinaria
j'ovrié, j'ovrié la fan tut l'an
tut l'ani la fan!

Ant le oficine ai manca l'aria
ant le sofiëtte, 'nt le sofiëtte
ai manca 'l pan, ai manca 'l pan.

E costa vita proletaria
ij lavorié, ij lavorié
la fan tut l'an tut l'ani la fan.
E cole fije, e ch'a travajo
ch'a travajo al fabricon
al fabricon s'a son bele, e ben tornìje
a son la giòia, a son la giòia
dij padron, coi lasaron!

A s'é 'ngagiasse na gran bataja
dai nemis, dai nemis dël capital
dël capital!

Guarda giù, in quella pianura, le ciminiere non mandano più fumo. I padroni per la gran paura, si fanno proteggere da quelli delle lucerne [i carabinieri]. Si è ingaggiata una gran battaglia dai nemici del capitale. È notte, e le marchese nelle strade non ci sono più; c'è soltanto la povera operaia, che lavora giorno e notte. Se c'è una cosa straordinaria, gli operai la fanno tutto l'anno, tutto l'anno la fanno! Nelle officine manca l'aria, nelle soffitte manca il pane! E quelle ragazze che lavorano al "fabbricone", se sono belle e ben tornite, son la gioia dei padroni... quei lazzaroni! Si è ingaggiata, ecc.

Miseria, miseria

Sensa 'n pié, ij fusin piegà
Ciamo 'd pan le mie masnà
l'hai la muda al mont ëd pietà
son sfratà dal padron ëd ca!

Miseria, miseria!
contadin che la campagna
it travaje tut ël di
it travaje tut ël di
'l sol 't brusa e l'aqua 't bagna
'l sol 't brusa e l'aqua 't bagna
e 'd polenta it ses nutri...
o fa për di!

Ma la vita, ma la vita
l'é tanto bela për lë sgnor
e ch'a bsògna e ch'a bsògna
mai cambiela, diso lor, s'a l'é bela,
a l'é bela mach për lor!

Forgeiron tacà la fòrgia
ciavatin tira la trà
ciavatin tira la trà
e 'l sartor venta ch'a pòrta
e 'l sartor venta ch'a pòrta
's veul mangé, la soa muda al mont 'd pietà
l'é disperà!

Ma la vita, ma la vita
i l'é tanto bela për lë sgnor
e ch'a bsògna mai cambiela
mai cambiela, diso lor
s'a l'é bela, s'a l'é bela mach për lor.
(Lezione cantata dal partigiano Pierino Rossi pubblicata su "Alp", dicembre 1986)

Senza un soldo, le gambine (lett. i " fusini") piegate, domandano il pane i miei bambini. Ho il vestito al monte di pietà, sono sfrattato dal padrone di casa. Miseria, miseria! Contadino che la campagna lavori tutto il giorno, il sole ti brucia e l'acqua ti bagna, e di polenta sei nutrito... e si fa per dire! Ma la vita, è tanto bella per i signori e che non bisogna mai cambiarla, dicono loro, s'è bella, è bella soltanto per loro!
Fabbro accanto alla forgia, ciabattino che dai il colpo di cucito, e il sarto bisogna che porti, se vuol mangiare, il suo vestito al monte di pietà, è disperato! Ma la vita è tanto bella per i signori e che non bisogna mai cambiarla, dicono loro, s'é bella, è bella soltanto per loro!

Miseria, miseria

Miseria, miseria:
la dòte ùnica
che i doma ai nòstri fieuj:
a pieuv, fa frèid, a fiòca
noi mìseri e l'oma gnenti ch'an coata,
la miseria a j'è pur sempre
ch'an guida fin a la mòrt.
Mal nutrì da longa data,
socialismo veul salvene:
tuti quant iscrit an lega
capital foma murì!
La colpa l'é nòstra
a l'é noi che's lo voroma
l'é noi ch'i travajoma
për mantene 'l lusso a lor.
Disimpiegà, sensa 'n tòch 'd pan!
andoma andoma, l'idea an guida:
combate 'l prèive e 'l capital.
Andoma andoma, l'idea an guida
combate 'l prèive e 'l capital
combate 'l prèive e 'l capital
combate 'l prèive e 'l capital!
L'han fam, l'han fam
e ij cit a ciamo
'dco lor ël pan 'dco lor ël pan.
Carlo Marx, Carlo Marx a l'ha dilo
a l'ha dilo al mond inter:
ovrié, ovrié unive,
la vitòria av soridrà!
Eviva!
Andoma, 'ndoma
l'idea an guida:
combate 'l prèive
e 'l capital! Eviva!
Andoma, 'ndoma
l'idea an guida:
combate 'l prèive e 'l capital!

Miseria, miseria, la dote unica che diamo ai nostri figli: piove, fa freddo, nevica, noi miseri non abbiamo nulla che ci copra, la miseria è pur sempre lì che ci guida sino alla morte. Mal nutriti da lunga data, socialismo ci vuol salvare: tutti quanti iscritti in lega, [il] capitale facciamo morire! La colpa è nostra, siamo noi che ce lo vogliamo, siamo noi che lavoriamo per mantenere il lusso a loro. Disoccupati, senza un pezzo di pane andiamo, andiamo, l'idea ci guida; combattere il prete ed il capitale. Hanno fame, hanno fame e i bambini chiedono anche loro il pane. Carlo Marx lo ha detto, l'ha detto al mondo intero: operai, operai unitevi, la vittoria vi sorriderà. Evviva! Andiamo, andiamo, l'idea ci guida: combattere il prete ed il capitale.
(Lezione raccolta da Sergio Liberovici a Torino).


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