Gustavo Buratti

La riforma popolare: l'anticlericalismo nel movimento operaio biellese (1880-1920)




Ho già avuto occasione di trattare, scrivendo in piemontese, questo tema1, che ora riprendo qui, in italiano, con alcuni nuovi contributi offertimi dal patrimonio della canzone popolare nel Biellese.
Nel suo "Gesù socialista"2, Arnaldo Nesti scrive che, appena fondato il Partito socialista rivoluzionario (1879) in Italia "davanti alla religione la linea anticlericale non è un programma di pura negazione. Il nuovo movimento non ritiene la lotta antireligiosa come un elemento preminente ed essenziale della sua politica" e ancora "è assai diffusa la persuasione che Cristo fu ammazzato dai preti del tempo per motivi di interesse, d'intesa con i potenti. Fra i socialisti di oggi ed i primi cristiani c'è una continuità morale e storica. Il prete ha il grave torto di immischiarsi nelle faccende politiche, mettendosi dalla parte della classe dominante".
Ritengo interessante evidenziare i riscontri che tale assunto ha nel Biellese. Dopo il congresso dei Fasci della democrazia italiana (Bologna, 1883), "L'Osservatore cattolico biellese"3, commentandolo, invoca il principio di autorità per "neutralizzare l'opera dei sobillatori semisocialisti che più non mancano anche in questa terra biellese, una volta così devota all'ordine ed al rispetto d'ogni autorità".
Il foglio cattolico dimentica, evidentemente, l'antica insofferenza dei biellesi ai vescovi-conti di Vercelli, così accentuata che nel 1291 il vescovo di Vercelli, Aimone di Challant (morto nel 1303), esasperato, minaccia la repressione e scomunica l'intero Biellese! Quattro anni dopo Vigliano insorge contro il vescovo. Alla fine del XIII secolo, insomma, come scrive Ferdinando Gabotto4, "nell'intera regione biellese serpeggiano umori e rancori malsopiti e regna uno stato di continua agitazione. Quindi nulla di più naturale che appunto nel Biellese abbia infuriato alcuni anni più tardi il terribile moto acattolico di fra' Dolcino".
Nel 1377 il vescovo Giovanni Fieschi (1348-1384) passerà alla storia ed alla leggenda come crudele tiranno; contro di lui, che aveva edificato a proprio rifugio la roccaforte del Piazzo, i biellesi si ribellarono nel 1377, radendo colà il suo castello e facendolo prigioniero. Casus belli era stata la pretesa, usuale dei signori feudali, di aver per sé l'eredità di coloro che morivano ab intestato (senza testamento), mentre la comunità la rivendicava, così come la tutela delle famiglie dei vedovi: saranno questi i principali motivi dell'insurrezione dei montanari canavesani di tre anni posteriore, detti tuchin5 e "tuchinaggio" la rivolta, della quale i fatti di Biella Piazzo possono essere visti quali un prodromo.
La leggenda fiorì intorno a quell'episodio: i biellesi non solo avrebbero soppresso, ma addirittura "mangiato con i cavoli" il Fieschi, dopo averne tenuto (come si fa con la marmotta, con il gatto e con altre carni a forte sentore di selvatico) il corpo immerso nelle fresche acque di un pozzo! La rivolta è narrata con toni leggendari anche nella "Cronaca" manoscritta del sacerdote, e maestro di scuola, Giacomo Orsi, di Candelo, redatta all'inizio del XVI secolo6. La fiera "laicità" dei biellesi potrebbe anche esser stata resa emblematica con la loro insegna araldica, caratterizzata dall'orso (presente non soltanto nello stemma di Biella, ma anche in quello di Andorno, di Tavigliano, ecc.) che si potrebbe dire un loro totem. In effetti, nell'area celtica, il simbolo della classe guerriera ed il suo nome (celtico comune artos, gaelico irlandese art, gallico continentale arth, brétone arzh) si ritrova in quello del mitico re Arturo, e si oppone simmetricamente al cinghiale, emblema della classe sacerdotale; la lotta tra il potere laico e quello sacerdotale ricorre nei racconti gallesi e irlandesi7. Tutto ciò, per quanto riguarda l'affermazione che i biellesi sarebbero stati "una volta così devoti all'ordine ed al rispetto dell'autorità"!
"La Sveglia"8, giornale radicale della sinistra biellese, controbatte con un lungo articolo che avvalora quanto oggi il Nesti sostiene. Così infatti la gazzetta presocialista scriveva citando l'economista contemporaneo Laveleye9: "In ogni cristiano vi ha un fondo di socialismo, ed ogni socialista, qualunque possa essere il suo odio contro la religione, porta in sé un cristianesimo incosciente". E più oltre: "Il Cattolicesimo, separandosi affatto da ogni evangelica tradizione del Cristianesimo, compie la sua congiunzione con il principio di autorità delle monarchie assolute e dà origine a quel cattolicesimo politico e sociale che, dalla classe dei suoi affiliati onde si compone, il secolo XIX chiamò con felice ed incancellabile espressione 'Clericalismo'. [...] Adunque, assecondando l'esortazione del giornale [cattolico, ndr] di via San Filippo e ritornando al sistema cristiano si ha che le classi lavoratrici, ingiustamente trattate dalla moderna società, hanno idee sociali identiche a quelle del Cristianesimo, e contrarie a quelle del Clericalismo. Per la qual cosa, serrando il discorso, consegue che, per condannare le idee socialiste moderne quale modestamente formano il fondo della dottrina sociale italiana, bisogna condannare ad un tempo la più pura, la più divina sorgente di esse, il Cristianesimo. Sicché, non potendosi condannare questo, è duopo ammettere quello, siccome causa ed effetto, avendo il cristianesimo ed il socialismo nella storia dell'umanità questo rapporto dialettico, che il cristianesimo è il principio ed il socialismo il termine del trionfo dell'apostolato dell'uguaglianza sociale predicata da Gesù Cristo. Oh! Ritorniamo pure al sistema cristiano e noi che ci chiamate 'sobillatori socialisti', non abbiamo che da esultare. Credete forse che si senta piacere ad allontanarsi per sempre dalle splendide ispirazioni dell'Evangelo? Credete che si sia così impigliati dalle delizie della carne da non sentire il desiderio, l'orgoglio di operare secondo lo spirito ed essere figli di Dio? [...] Del resto, badate che da questo ritorno al sistema cristiano se noi ne abbiamo esultanza, voi ne avete argomento di rammarico, giacché il sistema sociale cristiano esclude il sistema antisociale clericale; onde ne scaturisce questa profonda, questa immancabile certezza che il clericalismo non è il cristianesimo!".
Una pagina esemplare, per comprendere quell'anticlericalismo che segna i quarant'anni a cavallo del secolo; e quanto mai moderna, avviando quel discorso dei "Cristiani per il socialismo" che sfocerà con impeto un secolo dopo. Si può anche dire che il socialismo biellese, sin dalla sua nascita, si raccorda alla "prima riforma" evangelica dei secoli XIII e XIV, come se scintille del rogo che arse Dolcino e Margherita avessero acceso nuovi falò, e sparso in un'aureola più vasta e viva una luce mai spenta.
Grazie a Laura Bertolino e a Roberta Calvetti10 possiamo conoscere un prezioso documento che anche noi avevamo scorto nell'archivio Ubertini11, manoscritto, della Fratellanza anticlericale fondato a Mezzana Mortigliengo. Eccone lo Statuto: "1) I sottoscritti intendono formare tra loro un'associazione che porterà il nome di 'Fratellanza anticlericale'.
2) I sottoscritti sono convinti che il clericalismo, travestimento di un grande uomo, Gesù Cristo, fu esiziale alla libertà; allo sviluppo morale e materiale dei popoli, ad ogni progresso. Sono convinti che il clericalismo sia tuttora fatale alla patria italiana, alla fratellanza delle nazioni ed all'emancipazione della umanità, mantenendo sempre vivi certi pregiudizi, diffondendo idee superstiziose e contrarie alla scienza.
3) I sottoscritti sentono perciò il dovere di combatterlo in tutte le sue manifestazioni, e di sostituire per quanto sta in loro alla religione clericale piena di affarismo e di ignoranza, la religione del 'dovere', avente per base che tutti gli uomini sono fratelli, e che ogni individuo non deve vivere solo per sé, ma per tutti, e che tra Dio e l'uomo non ci devono essere nessuni [sic] intermediari, e che il bene si fa con delle buone opere, e non con delle apparenze vane.
4) La Fratellanza Anticlericale combatterà tutte le pratiche, i dogmi e le usanze istituite dal Clericalismo a beneficio di sé stesso, e procurerà che il denaro che si reca al prete, vadi [sic] in soccorso ai bisognevoli, ai vecchi, alle vedove, agli orfani.
5) La F. A. farà ogni suo potere [sic] perché vadano in disuso l'istituzione delle 'Regine', le feste patronali, i funerali per i morti, il Battesimo, e tutte quelle altre funzioni che i preti mantengono e decantano, non per il bene comune, ma per il proprio tornaconto.
6) I sottoscritti promettono sulla loro parola d'onore di dare l'esempio innanzi le popolazioni di non curare la religione clericale, perché dannosa alla patria ed all'umanità. E poiché gli uomini facilmente seguono le costumanze antiche anche quando le riconoscono inutili, e quindi più che le parole sono efficaci i fatti per demolire le tarlate abitudini, essi maritandosi faranno a meno del prete e, morendo, lasceranno che gli si faccia sepoltura civile.
7) La F. A. accompagnerà il socio defunto al luogo dell'inumazione o cremazione, ove gli verrà detto un discorso. Al primo socio defunto la F. A. farà portare una lapide.
8) Ogni anno, nelle feste di Natale, si terrà l'Assemblea dei soci per discutere quelle proposte che si credono necessarie, e per nominare tre persone deputate a invigilare che sia osservato il presente Statuto".
Allegate allo Statuto della Fratellanza anticlericale ci sono le prime due adesioni: quella di un Giacomo Forno, e del maestro e segretario comunale di Dorzano, Daniele Squillario, con ogni probabilità originario di Piatto, paese delle famiglie Squillario: un giovane che in occasione di un pranzo alla Società operaia di mutuo soccorso di Bioglio, due anni prima (1883), aveva attirato l'attenzione dei commensali per un suo discorso da socialista fervente12.
Lo Statuto della Fratellanza anticlericale merita alcune note di commento. Occorre dire, innanzitutto, che nel 1873 era deceduto il vescovo Giovanni Pietro Losana, noto come "moderato" e "liberale" (al Vaticano I, nel 1870, era stato uno dei pochi padri conciliari che aveva votato contro il proposto dogma dell'infallibilità papale; ma nei confronti dei primi protestanti giunti nel Biellese negli anni cinquanta era stato tutt'altro che tollerante13); gli era succeduto monsignor Basilio Leto (oblato di Masserano)14, che aveva avviato l'organizzazione sociale del movimento cattolico stimolandolo a pubblicare i primi periodici. Alle società operaie si proibiva di portare le loro bandiere in chiesa e si richiedevano appoggi al governo (benché erede dei "sinistri satanassi settari", fautori del Risorgimento, nemici del potere temporale del papa, e quindi dello Stato pontificio) per far fronte comune contro i "sovversivi". Il gesuita padre Bartolomeo Canova, professore al seminario di Biella, scriveva a Quintino Sella: "Il governo e la società civile in genere hanno nulla da guadagnare con quelle società (operaie) per le tendenze anarchiche che pigliano"15.
Non c'è da stupirsi, quindi, se i circoli operai più politicamente impegnati si schierassero contro la Chiesa. Tuttavia occorre rendersi conto che quell'anticlericalismo non soltanto non era anticristiano, ma affondava le radici nella rivoluzione culturale evangelica: per questo possiamo dire che esso fu l'unica Riforma religiosa autenticamente popolare presente nella nostra regione, dove quella del XVI secolo, di Lutero e di Calvino, non ebbe modo di attecchire. A un diverso livello culturale, i sacerdoti biellesi più "aperti" si erano, in vero, "rinnovati" (se non "riformati") scoprendo le fonti gianseniste, e ciò si è talvolta anche appaiato con la cultura popolare16; ma soltanto piccole comunità cristiane (che oggi definiremmo "di base") nelle alte valli dell'Elvo (a Graglia, dove muratori e selciatori avevano dato vita ad un gruppo della Chiesa dei fratelli, detta anche "plymutista" dal risveglio evangelico dei Brothers of Plymouth, inglesi, che trovarono nei patrioti toscani, esuli, Pietro Guicciardini17 e Teodorico Pietrocola Rossetti18, i loro più entusiasti discepoli italiani); del Cervo (a Piedicavallo, dove molte famiglie di tagliapietre si fecero valdesi), ed inValsesia19 si dichiararono esplicitamente "evangeliche", nella seconda metà del secolo scorso, senza determinare effetti rilevanti al di fuori dei loro paesi.
L'esigenza di porsi innanzi a Dio senza intermediari ("quanta gente, tra Dio e noi", aveva detto Jean Jacques Rousseau), senza pregare né madonne né santi; il rifiuto delle cerimonie (funerali, processioni, "regine"), delle feste patronali, delle usanze che i protestanti denunciano come "pagane" (con la conseguenza, tuttavia, negativa di soffocare tradizioni popolari autentiche, come è avvenuto purtroppo in alcuni cantoni elvetici, là dove i calvinisti, e cioè i riformati più severi, ottennero il potere civile) e dei dogmi, non sono soltanto convinzioni degli estensori di quello Statuto, ma concetti fondamentali della Riforma protestante. Tuttavia la nostra "Riforma popolare" ci appare, come già abbiamo detto, molto più connessa alla cosiddetta "prima Riforma", quella dei movimenti pauperistici del XII secolo, nell'attesa militante della fine del mondo dei malvagi e dei prepotenti con l'avvento dell'Età dello Spirito, e cioè del Regno del "Padre Nostro": società di liberi ed eguali, liberata dai padroni. Una liberazione, quindi, in senso "orizzontale", fraterno.
La "seconda Riforma", quella del XVI secolo, sarà invece "verticale", nel senso di liberare l'uomo da ogni mediazione per collegarlo direttamente a Dio: una concezione filosofica e teologica, curiale, e quindi consona ed accessibile più ai ceti privilegiati (di cultura e di censo) che al proletariato, cui erano molto congeniali le concezioni pauperistiche medioevali. Una "Riforma", quella del Movimento operaio biellese, più rapportabile dunque agli apostolici di fra' Dolcino, agli hussiti ed agli anabattisti di Thomas Müntzer, che, quella di Lutero, alleato dei principi contro i contadini ribelli. Anche la ricerca del "merito", dell'impegno sociale, ci ricorda più la "prima Riforma", che la "seconda" (ricordiamo che nel 1532 a Champforan, in val d'Angrogna, quando i valdesi decisero di aderire alla Riforma, ci furono alcuni pastori contrari ad abbandonare il principio delle "buone opere", tradizionale della testimonianza valdese medioevale). In questo "anticlericalismo cristiano" giganteggia la figura del "Gesù socialista" del quale fra' Dolcino è un "apostolo", cioè un testimone coerente.
Il monte Rubello e le località che hanno visto, nel Biellese orientale, l'ultima resistenza della rivolta montanara che aveva accolto Dolcino ed i suoi, diventano punti di riferimento, luoghi di incontro delle leghe e dei loro capi, sin dai grandi scioperi del 1877. La vicenda di fra' Dolcino veniva finalmente presentata in positivo, magari anche se soltanto come romanzo d'appendice in "La Sveglia", periodico democratico che si situa tra il primo "Corriere Biellese" (1881) ed il secondo (1895), quindi nel percorso del movimento operaio dalle società di mutuo soccorso verso la costituzione del Partito socialista attraverso la democrazia radicale20.
Anche nella canzone popolare troviamo i segni della riforma religiosa popolare. Indicativa è la seguente, cantatami da Olga Musso vedova Sereno, già anziana operaia, ora deceduta:

S'i savèise la virtù ch'a l'han certi prèive...
dèje da menta a lor... na conto 'd cole nèire!
As buto a prediché ch'i fago penitensa,
ch'i dago i fombre a lor e nui ch'is ten-o ij vissi.
S'as buto a dì: mi i mangio pan e sciola...
ch'i dago i fombre a lor e nui ch'is la coacioma!
Al di d'ancheuj 'l mond l'é pa pi 'd San Ciola...

e deje 'l polastr a lor e nui mangé la sciola!
E dòp ch'a l'han mangià e beirù a cripapansa
a i ciapo la serventa e la men-o an n'autra stansa.
E dòp ch'a l'han mangià, beivù fin ch'a l'han veuja
i monto su sël pùlpit a conté la neuja.
La matin as levo sù e a l'han la lenga spëssa,
i barbòto an tra lor e peuj van dì mëssa;
a i pijo 'l càlice an man e a-i buto ij dij andrenta:
s'a i mangio Gesù Crist ta'me mangé polenta!
21

Risulta chiaramente da questa denuncia come il bersaglio non sia il cristianesimo, e a ben guardare neppure tutti i sacerdoti, ma soltanto "certi" preti... Una volta ancora, questo documento rappresenta una summa, interpretata dalla classe operaia, della "via stretta", del rigore giansenista di cui era largamente permeata la chiesa biellese22: sarebbe sufficiente, per convincersene, ricordare il dibattito sui modi e le frequenze dell'eucaristia e sulle usanze, piuttosto paganeggianti, di "certi" sacerdoti; ma la canzone è anche un compendio delle tesi sostenute nella prima Riforma (secolo XIII e XIV), quella dei valdesi e degli apostolici: l'assoluzione e i sacramenti non hanno valore se impartiti da ministri indegni; esplicita è la condanna delle decime, che depredavano i contadini del frutto del loro lavoro, quando non ne avevano a sufficienza per vivere; addirittura brutale è la condanna del celibato ecclesiastico, che porta i preti a "desiderare la donna d'altri": nella canzone è quasi un ritornello. La morale è limpida: non si deve ingannare o, se vogliamo, "l'abito non fa il monaco". Il pastore deve vivere come gli apostoli: soltanto così è credibile.
Altre testimonianze analoghe mi sono state date dall'operaio René Fiorio, vivente, di Bioglio. Prima di cantarmele, ha voluto presentarmele con questo commento: "Sa canson j'ho sentula canté dai vecc, quì a Bioj; ma i la canto 'n pò dapërtut, i crëd, ant ël Bielèis e fin ch'ai n'è. A l'è mé 'n tochetin, na strofëtta, lì... i la cantavo ij socialista... un moment! Fasend un pòch la stòria, venta dì ch'ai era na certa religiosità, disoma, ant ël pòpol; a l'è sempe staccje... però, i podìo nen voghe la cesa, cola ch'a l'era... la figura dël previ, përchè a la identificavo con ël potere an tute le soe espression... përchè 'l previ a l'andèja sot brassëtta con jë sgnori, con ël padron e fin ch'ai n'è. E alora i cantavo:

E la gesa l'è na botega
e ij previ ij negossiant:
negòssio la Madòna e tuti j'àutri sant!
E sù, e sù... an gesa andoma pù
j'omaformà la lega che 'n gesa andoma pù!".


Il motivo musicale nei primi tre versi è quello del "Scior padron da le bele braghe bianche"; il ritornello (e sù, e sù...) è molto simile al "canto del cucu... cucù! È ritornato maggio, ecc.".
Fiorio aggiunge: "E peu' dòp a-i ero dj'àutre stròfe, antërmësià con ël ritornel ëd 'Bandiera rossa', però a-i ero nen an piemontèis, a-i ero an italian, fin-a si-quì j'ho sentuje an tut ël Bielèis... i në sarà pù uero ch'as na visa... 'Lora i cantavo:

I preti nell'inferno e i frati nel profondo
e noi lavoratori nel più bel giardin del mondo!
Avanti popolo, ecc.
I preti son vigliacchi, di carità son privi...
adorano i morti, ma pelano i vivi!
Avanti popolo, ecc.

canson, disoma, sintomatiche, dla ribelion ch'a-i era ant ël pòpol vers la figura dël previ, gni dla religion, ma dël podèj clerical..."23
Emblematica è anche questa preghiera, raccolta a Mezzana Mortigliengo:

Dësvijandse a la matin
Leva leva còrpo mio
'ndoma 'ncontra al Nossgnor Idìo.

A la taula dij bèj Angi
benvenuti tutti quanti. O gran Re dël Cel,
vnime a visité cost'ànima mal regolà,
piena 'd vissi e 'd pëcà ch'a l'é mai staccia confessà
né dai previ né dai fra...
im confess con voi Nossgnor ldìo mòrt
al peccato, viva Idìo!
24

Esplicito qui è il rifiuto della confessione, del sacerdote "mediatore" nel rapporto con Dio; un'anima "mal regolata", certo, rna anche incontaminata, perché mai manipolata da preti o da frati... Fede cristiana, dunque, ma in piena libertà!
L'ultima occasione per una manifestazione popolare anticlericale nel Biellese si ebbe intorno al 1920. Don Giuseppe Maccalli (1872-1938) era stato il promotore delle leghe bianche e a Miagliano, grazie a don Giovanni Canova25, sacerdote molto attivo e intraprendente, residente colà, si era formato un numeroso gruppo di giovani operaie del cotonificio Poma, iscritte appunto alla Lega bianca. Le ragazze della Camera del lavoro sollecitate dai caplat, gli operai dei cappellifici di Andorno e Sagliano, denunciavano nella Lega bianca uno strumento di divisione tra gli operai, voluto dai preti e a tutto vantaggio dei padroni.
Nell'aprile 1920, in occasione dello sciopero generale per la difesa dei consigli di fabbrica, gli operai socialisti si erano particolarmente infervorati e non tolleravano oltre la presenza dei "bianchi". Per non provocare, trenta operaie della Lega bianca abbandonarono anch'esse il lavoro. Ma dopo circa un mese, in seguito alle insistenze di don Maccalli, di don Canova e forse anche direttamente degli industriali, si ripresentarono in fabbrica. All'uscita dal cotonificio, il lunedì 3 maggio 1920, si erano recati tutti gli operai "rossi" della valle Cervo; la direzione dell'opificio si spaventò e chiamò i carabinieri, coj dla lum26. Costoro, una mezza dozzina, trovandosi accerchiati agli operai sovreccitati che urlavano, si impaurirono e, senza dare alcun preavviso, posarono un ginocchio a terra, puntarono i fucili e fecero fuoco. Un operaio, Antonio Sarasso, che tornava da bottega, con la borsa della cena per i suoi bambini, fu colpito alla testa e cadde ucciso. Ho parlato con chi ancora ricorda di aver visto i chicchi di riso sparsi sul selciato. Una decina di operai furono feriti; una ragazzina di quindici anni, Liliana Bonesio27, che in quel momento stava uscendo dalla fabbrica, fu colpita al ginocchio e si salvò per miracolo: prima di giungere all'ospedale di Biella rischiò di morire dissanguata. Dovette subire tre operazioni, e alla fine l'amputazione della gamba. Ha lavorato come operaia tutta la vita, e non ha mai avuto alcun indennizzo né pensione di invalidità!
In quei giorni, gli operai "rossi", esasperati per quanto era accaduto (nella storia operaia biellese, questo è "l'eccidio di Miagliano"), e particolarmente le ragazze, le compagne di Liliana, della Camera del lavoro, facevano delle ciabre28, dei cortei fin sotto le finestre di don Canova, issando un fantoccio vestito da prete, e allora ripresero a cantare una canzone composta nel 1917, quando il medesimo sacerdote aveva apertamente parteggiato per i padroni del Cotonificio Poma:

Oh vile, oh don Canova
oh prete, oh ficcanaso
oh tu che sei invaso
nessuna donna potrai confessar!
Sebbene noi siam donne
paura non abbiamo
i preti non li vogliamo
al fronte li faremo andar!29

Il motivo musicale non era quello di "Sebben che siamo donne, paura non abbiamo", ma quella del "Soldato innamorato".
Il fascismo estinguerà il dibattito; la Resistenza vedrà molti sacerdoti coraggiosi schierati con i partigiani; ci saranno poi i movimenti della sinistra cristiana, i preti-operai: dunque si è voltato pagina, com'era doveroso. Riteniamo tuttavia che non si debba buttare tutto quel fermento di fiera laicità che segnò il nascente movimento operaio, come fosse qualcosa di negativo, ciarpame da solaio. È, invece, opportuno sapervi dipanare il filo della Riforma religiosa popolare, presente nella seconda metà del secolo scorso, caratterizzata dal rifiuto della mediazione con Dio; rifiuto non della fede, ma della "religione", intesa come instrumentum regni dei potenti; e dei sacramenti, se impartiti da sacerdoti indegni (concetto, questo, che troviamo ancora nella canzone del '20 contro don Canova).


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