Gustavo Buratti

L'altra religione
L'obelisco per rivendicare Dolcino



È opinione abbastanza diffusa che la rivendicazione operaia e socialista di fra' Dolcino, culminata nelle grandiose manifestazioni del 1907, quando al "martire e precursore" si innalzò l'obelisco sul monte Massaro, sia stata un'operazione "colta", cioè indotta (e condotta) dagli intellettuali, anziché riscoperta dalla memoria di classe. Fin dal 1 maggio 1890, tuttavia (la festa dei lavoratori era stata deliberata dal Congresso internazionale socialista, soltanto l'anno prima), l'operaio cartaio Federico Scaramuzzi, con un gruppo di socialisti biellesi, si inerpicò sul monte Rubello (luogo dove Dolcino, Margherita e Longino Cattaneo furono catturati dopo una disperata resistenza il venerdì santo del 1307) per issarvi un'enorme bandiera rossa che fu visibile fin da Biella1. Contemporaneamente, Campertogno intitolò a fra' Dolcino un teatro; a Borgosesia, per iniziativa del consigliere comunale Francesco Ottone, gli si dedicò una via; il che provocò un aspro dibattito tra la clericale "Gazzetta della Valsesia" (21 giugno) e il radicale "Monte Rosa"2.
Il 15 agosto 1895, "i nuovi eretici si diedero appuntamento lassù, a 1800 m. sul livello del mare [...]. Verso il meriggio l'adunanza può dirsi completa. Oltre 150 compagni sono venuti da tutte le parti del circondario di Biella e da quelli finitimi di Varallo e Vercelli. Ciascuno consuma le provviste di viveri che si è portato od ha acquistato dal vivandiere del rifugio, indi si passa ai lavori. Un solo oggetto è iscritto all'ordine del giorno: fondazione di un settimanale circondariale"3. La riunione avvenne nelle adiacenze del santuario del San Bernardo in un corpo di fabbricato che serviva da momentaneo rifugio per i pellegrini. Due carabinieri giunsero trafelati, "berretto in testa e fucili ad armacollo"4 ed assistettero ai lavori. Il periodico avrebbe dovuto chiamarsi "Il Monte Rubello", e gli stampati preliminari uscirono infatti con questo titolo, ma fu poi mutato in quello incolore di "Corriere Biellese" perché quella testata, già regolarmente iscritta, era disponibile (ceduta ai socialisti dal mazziniano Giuseppe Ubertini) e risparmiava così le lungaggini della registrazione e molte prevedibili difficoltà5.
L'idea di costruire un monumento in onore di fra' Dolcino venne allo stesso operaio che il 1 maggio 1890 aveva issato la bandiera rossa sul Rubello. Nel 1898, nei giorni della più feroce repressione conseguente alle cinque giornate proletarie di Milano, soffocate nel sangue della strage voluta dal generale Bava Beccaris, Federico Scaramuzzi "fuggiva il governo tiranno che non mantiene i patti statutari [e] batteva i sentieri già battuti dai dolciniani e poi dai tessitori in lotta del 1877", come si legge in una lettera scritta ad Emanuele Sella a Ginevra6, proponendogli che di lì "a nove anni, noi tutti vittime dell'infame borghesia saremo sul Rubello a cerimoniare il VI centenario del grande ribelle: ma santo precursore". Fu quindi Sella, intellettuale molto vicino al socialismo, ad accettare la proposta, e non viceversa. Unitamente ai compagni Umberto Savio, deputato, Basilio Garbaccio (1875-1956), Giorgio Angelino ed al mazziniano Giuseppe Ubertini (1859-1916), Sella fu il più illustre animatore e realizzatore dell'idea di Scaramuzzi.
Poiché sulla vetta del Rubello era stato edificato il santuario del San Bernardo (nel 1839, al posto dell'antica cappella) si decise di costruire un obelisco sulla cima del Massaro, che fa parte dello stesso "spartiacque", distante ad occidente poche centinaia di metri in linea d'aria. L'appezzamento per l'obelisco fu ceduto da due tessitori di borgata Frieri di Valle Superiore di Mosso, Antonio Franchino fu Alberto e Luigi Franchino fu Giovanni Battista, all'onorevole Umberto Savio, per conto del comitato festeggiamenti dolciniani, al fine di costituire "un'opera riguardante il grande eresiarca e precursore del moderno libero pensiero, per la somma di lire 100 promettendo un supplemento non maggiore a lire 50 nel caso che ciò sia reso possibile al Comitato per le sottoscrizioni popolari attualmente in corso"7. Fu redatto il relativo progetto e richiesta la regolare licenza edilizia al comune di Valle Superiore di Mosso. Immediatamente dopo l'acquisita disponibilità del terreno, si iniziò l'opera di trasporto del materiale (si calcolò che servivano 80 metri cubi di pietre) e si organizzarono tre squadre. La prima di esse cominciò i lavori domenica 9 giugno: venti persone, a piedi ovviamente, portarono lassù, a 1.491 metri, 25 metri cubi di pietre. Appena giunti al Massaro, vollero rinnovare l'azione del 1 maggio 1890 ed issarono un enorme vessillo rosso all'altezza di 11 metri, corrispondente al vertice del futuro obelisco, e di 25 metri quadrati, come la base dell'obelisco, in modo che tutto il Biellese potesse conoscere l'ispirazione e l'intenzione dei promotori; i lavori erano diretti da Cleto e Giovanni Strobino da Pistolesa.
La domenica successiva, 16 giugno, vi salì la seconda squadra: vi furono operai che "dopo aver lavorato tutta la notte in fabbrica si recarono su questa vetta per dare la propria opera"8. La posa della prima pietra era fissata per domenica 23 giugno, quando un gruppo di operai, che si era dato appuntamento alle 5 antimeridiane alla Brughiera, raggiunse il Massaro con un nuovo carico; ma il brutto tempo consigliò di rinviare la cerimonia al sabato successivo, 29 giugno. Ai lavori ed alla semplice ed esaltante ma simbolica posa della prima pietra, parteciparono allora novantacinque lavoratori. Una pergamena9, con tutte le firme dei presenti, fu posta a mezzogiorno entro un astuccio di vetro: in alto si misero i ritratti di Dolcino e Margherita unitamente alle medaglie della rivista "L'Asino" (che con il socialista "Corriere Biellese" ed il liberale "La Tribuna Biellese" fu tra i grandi patrocinatori dell'iniziativa) e del Psi, con gli elenchi delle tre squadre che presero parte ai lavori, e agli articoli di polemica di Ubertini contro "l'innominabile giornale dei preti"10. Al posto delle monete d'oro, come d'uso, fu messo un centesimo. Il tutto deposto in un buco scavato nella pietra, ricoperto con una grossa pietra dove si leggeva: "Nel VI centenario del martirio di fra' Dolcino rivendicato il Popolo".
L'obelisco quel giorno era stato innalzato a 3 metri. Si lavorò senza sosta tutta la settimana successiva, ed il 15 luglio 1907 l'opera era compiuta: 11 metri di altezza e 5 di lato di base. Il 21 luglio si pose la lapide che riportava, con le date 1307-1907, la scritta della prima pietra, opera del marmista Giovanni Pellerey; che non volle nulla per il suo lavoro. Poco prima "Il Biellese", che da mesi rabbiosamente osteggiava la manifestazione, minacciosamente ammoniva che "un giorno o l'altro si troverà l'obelisco giù per i burroni". Il "Corriere Biellese" replicava che "noi lo daremo in custodia a quei forti e coraggiosi operai che hanno sacrificato le ore di riposo, per portare il loro valido aiuto per erigerlo e che, se sarà il caso, sapranno anche far rotolare giù nel torrente Sessera il vostro S. Bernardo con tutte le relative cianfrusaglie"11. Per iniziativa di Emanuele Sella, Pellerey provvide ad incidere altre lastre di marmo che riportavano le famose tre terzine di Dante12 su fra' Dolcino; per la loro larghezza (3 metri per lato), le lapidi non potevano senza pericolo essere affidate ai muli; dovettero provvedervi quaranta persone per potersi dare il cambio, più un mulo per i cantonali di marmo.
L'11 agosto tutto era pronto per la fantastica manifestazione. Si organizzò una corsa speciale del treno Biella-Valle Mosso, e sul Massaro convennero diecimila persone con centinaia di bandiere delle sezioni e circoli socialisti, leghe operaie e contadine; erano anche presenti le insegne repubblicane, anarchiche e massoniche13. Vennero venduti opuscoli stampati per l'occasione14. "Il Biellese", per protesta, uscì listato a lutto. Dal "Corriere Biellese", il 13 agosto, con un cavallottiano fondo dal titolo Toccàti!, il giornale clericale fu definito "l'organo locale della pornografia cattolica [che] con le proprie secrezioni biliari e fegatose" fu, in quella domenica splendente di sole, "schiaffeggiato in pieno viso dalla folla immensa accorsa malgrado le obstrepenti imprecazioni ad onorare la vittoria di fra' Dolcino". I numeri successivi dei due giornali locali promotori, il "Corriere Biellese" (20 agosto) e "La Tribuna Biellese" (18 agosto), diedero ampio e trionfale resoconto della manifestazione.
La reazione clericale non tardò a mettere in atto le minacce. Nel novembre di quello stesso 1907 le lapidi dantesche furono gravemente danneggiate. Garbaccio si affrettò ad informare Sella, patrocinatore della loro apposizione, il quale rispose con accorato sdegno il 19 novembre15. Riprese, più veemente che mai, la polemica con il giornale cattolico. "Il Biellese" (22 novembre 1907) giunse ad insinuare che autore od ispiratore del gesto, sarebbe stato lo stesso Basilio Garbaccio, per avere il pretesto di scagliarsi contro il santuario di San Bernardo, avendo già minacciato i cattolici di farlo "rotolare in Sessera con tutte le cianfrusaglie". Indignata la replica di Garbaccio16 che, su "La Tribuna Biellese" prese anche lo spunto per rilanciare l'idea di fondare ai piedi del Massaro una "colonia alpina per i figli del popolo, iniziativa altamente umana e civile, contrapposta a quest'opera anticivile del clero''17 (e cioè all'offesa arrecata alle lapidi dantesche).
Durante la guerra mondiale, nel 1917, ci fu un ritorno di fiamma nell'interesse per Dolcino, dovuto alla rivoluzione russa ed alle manifestazioni pacifiste del luglio a Biella (che portarono all'arresto di alcuni giovani socialisti, fra cui Ottavio Capra, Virgilio Luisetti, Alfonso Ogliaro) e dell'agosto a Torino. Il 16 ottobre, in una settantina, i socialisti salirono all'obelisco dolciniano, per una chiara manifestazione antimilitarista, sottolineando un aspetto che già nel 1907 (proprio mentre si rivendicava Dolcino si svolgevano infatti le grandi manovre militari in Valsesia!) aveva caratterizzato (e caratterizzerà dopo il 1974) il movimento di riscoperta di Dolcino e Margherita18. I convenuti visitarono l'obelisco eretto dieci anni prima, dove però constatarono che era "stato nuovamente soggetto alle malversazioni di alcuni vandali che non possono essere che cattolici settari e bigotti, o mandatari di cattolici bigotti e settari: il filo del parafulmine è tagliato a metà e legato alla mensola superiore, cosicché il fulmine, ove approdasse alla punta del parafulmine stesso, andrebbe a scaricarsi ove è situata la mensola, cagionando probabilmente la demolizione e l'atterramento della parte superiore dell'obelisco. Le due lapidi laterali, poste nelle facciate a nord ed ad occidente dell'obelisco sono completamente asportate e di esse non vi è più traccia alcuna. Le due esistenti nelle facciate a sud ed a levante sono tutte sfregiate con colpi di ferro tagliente e con figure e parole che non possono essere state fatte che da preti o mandatari di preti, da scagnozzi insomma e sacrestani arrabbiati ed intolleranti, pullulanti ancora in discreto numero all'ombra delle canoniche e dei templi della sacra superstizione"19. Sdegnati, e pensosi della tragedia della guerra, così in contrasto con la tranquillità di quei luoghi montani, i convenuti si fermarono in fraterna agape all'alpe del Margosio.
"Il Biellese" replicò duramente, scagionando gli ambienti cattolici, ed attribuendo invece a quelli socialisti la vocazione alla violenza come dimostrerebbero i recenti "fatti di Torino"20. A fine luglio 1929, nottetempo, l'obelisco subì l'ultimo definitivo attentato e fu demolito con la dinamite. Fu dunque quando ormai era in corso il "fidanzamento" tra la chiesa cattolica romana ed il fascismo, destinato a concludersi con il "matrimonio" tra i due poteri assoluti nel concordato del 1929, che il monumento innalzato dal movimento operaio biellese e valsesiano fu trovato "giù per i burroni", come esattamente vent'anni prima aveva preconizzato "Il Biellese". Il fascismo non mancò di perseguitare le minoranze religiose, ma l'abbattimento all'obelisco a fra' Dolcino fu, che io sappia, l'unica violenza dinamitarda, e si rivolse contro un simbolo della prima riforma medioevale, e, pour cause!, Il "Popolo Biellese", periodico fascista locale non fece cenno della notizia, mentre il bisettimanale cattolico scrisse a proposito dell'obelisco: "Se duole sempre l'atto vandalico, ben poca eco può avere il fatto dell'abbattimento, perché quel povero cumulo di pietre aveva cessato di essere, come si augurò e si credette dai promotori, un faro ed un punto di riferimento"21. Un tono compiaciuto, dunque, appena celato da un velo di gesuitica ipocrisia.
La cronaca di questi fatti era già stata raccontata, anche se non molto nota nei particolari22. Grazie al dottor Vittorio Parmentela, mazziniano, direttore del Museo del Risorgimento di Torino, siamo venuti a conoscenza di uno scambio di corrispondenza inedita, conseguente alla notizia pubblicata da "Il Biellese", intercorso tra il direttore responsabile del bisettimanale cattolico, Germano Caselli23, e il mazziniano Giuseppe Bruni24.
Da Massa Marittima, il 9 agosto 1927, Bruni inviò la seguente lettera di chiarimento: "Nel suo giornale del 2 agosto leggesi una corrispondenza da Trivero riguardante l'atterramento dell'obelisco a 'fra' Dolcino', dalla quale si apprende che l'obelisco era stato eretto come segnacolo di antireligiosità' e di anticlericalismo da un Comitato, di cui faceva parte, oltre l'avv. Umberto Savio e Basilio Garbaccio, il mazziniano, caduto nella grande guerra, alla quale era andato volontario, Giuseppe Ubertini.
Vi è in questa... cronistoria, se così vogliamo chiamarla, una stonatura che dà a me la necessità di una modestissima osservazione.
Il corrispondente da Trivero ha avuta indubbiamente la pretesa di scrivere un po' di storia facendo il cronista e non è giusto scrivere la storia irridendo o tentando di falsare il pensiero, che se alla storia voleva unire la critica doveva ricordare che questa critica è efficace solo quando è sostanziata di verità, non di errore o per lo meno superficialità di conoscenza di uomini e di cose, che per molti orecchi può suonare irriverenza dire che Giuseppe Ubertini fu il promotore dell'obelisco a fra' Dolcino, per una affermazione di irreligiosità.
Sostenni, in una mia recente pubblicazione 'Giuseppe Ubertini. Una vita mazziniana' che pochi spiriti furono profondamente religiosi come Giuseppe Ubertini e conclusi con l'additare all'esempio tutta la forza morale scaturita dalla fede religiosa dell'Uomo che il vostro corrispondente definisce 'irreligioso'.
Non ho da togliere una sillaba a ciò che scrissi e, quindi è mio dovere (assalito dal dubbio di vedere l'Ubertini sceso nel sepolcro senza essere riconosciuto nemmeno dai suoi conterranei) ripetere che la vita e la morte di questo umile eroe fu affermazione di alta religiosità, attestazione di devozione inflessibile ai principi religiosi che santificarono i suoi pensieri e le sue azioni, in quanto che la religione era per Lui fede sentita e non abitudine e pratica esteriore.
Il suo spirito saturo di alta religiosità gli fece comprendere ed amare Dio che ebbe sempre sul più alto fastigio della sua concezione etica della vita ed anche la sua politica fu una severa morale infiammata ed illuminata da una fede i cui estremi perni si chiamano: Dio, Umanità, Patria, Dovere e Amore. Coll'erezione dell'obelisco a fra' Dolcino, gettandosi contro l'onda travolgente dei settarismi e dei pregiudizi Egli intese non fare un punto di riferimento (come dice il corrispondente) alle aberrazioni dei vieti anticlericalismi che urlano nelle piazze e si genuflettono, poi, nelle sacristie, ma intese ricordare un evento storico del suo paese e rendere omaggio al martirio che non si offusca con una negazione e coll'ostracismo dato all'idea che il martire disinteressatamente professò, ed anche in questo che al fanatismo può sembrare eresia, l'anima di Giuseppe Ubertini fu eminentemente religiosa. Dissi, nella pubblicazione sopra accennata, che ogni atto della vita dell'Ubertini fu irradiazione dell'idea religiosa che luceva nella sua anima, e che mai la menoma dissonanza vi fu nella traduzione in atti della dottrina che sgorgava dalla sua vita interiore, dottrina sublime che quasi sessantenne lo guida ad immolarsi serenamente per la Patria contrapponendo al gelido soffio dell'ironia che irrideva al suo sacrificio un'anima, una idea, ed una volontà sublime di servire ad esempio e di sprone alle incertezze ed alle viltà dei suoi detrattori, chè molti, non si può negare, ne ebbe. Era mio dovere rendere omaggio, anche in questa occasione, alla possente fede religiosa di Giuseppe Ubertini e riaffermare, di fronte ad una negazione che la sua vita fu affermazione continuata, inconfutabile, di alta religiosità, e quindi, Giuseppe Ubertini, irreligioso, è un controsenso che merita di essere rimarcato!
Confido, al riguardo, nella di Lei imparzialità giornalistica e mentre sentitamente La ringrazio, Le porgo i miei ossequi".
Questa lettera è una preziosa testimonianza a chiarimento di come "religiosità" e "cattolicesimo" non siano sinonimi; e, oltre a illuminare la figura di Ubertini, appassionatamente difesa dall'oblio in anni in cui l'oscurantismo sembrava trionfare su ogni ideale umanitario, situa nel contesto della riforma popolare i promotori delle onoranze a fra' Dolcino, apostolo del "Cristo socialista". Luce Garbaccio, figlia dell'altro grande animatore di quella rivendicazione con Scaramuzzi e Giorgio Angelino, mi conferma che anche suo padre era "anticlericale, ma anche profondamente cristiano"25. Ubertini aveva comunque fatto parte della "Fratellanza Anticlericale" del Mortigliengo.
Il "Biellese" non pubblicò il chiarimento di Giuseppe Bruni, cui però il direttore Caselli si sentì in dovere di rispondere personalmente in una lettera del 15 agosto 1927, in cui, fra l'altro, si legge: "Ho ricevuto il suo 'Chiarimento' che non posso pubblicare. Il 'Biellese' è un giornale cattolico e, cattolicamente parlando, non può ammettere che si possa credere in Dio e non nelle pratiche comandate dalla Chiesa. Nei secoli, la guerra alla Chiesa, è stata quasi sempre impostata su questo terreno e la Chiesa ha sempre condannato senza remissione.
Su questo argomento non possiamo nemmeno iniziare una discussione in quanto è Credo indiscutibile.
Stabilito questo tutte le argomentazioni del suo chiarimento si riducono ad una apologia di uomini, fatti e idee che un giornale cattolico non può logicamente nemmeno ospitare, sia pure per combatterle senz'altro.
Ripensandoci un momento io credo che Lei si convincerà che parliamo un linguaggio diverso e che non è proprio il caso d'iniziare una conversazione.
Del resto al povero Ubertini il giornale non ha perduto per nulla il rispetto in quanto ha citato il suo eroico sacrificio. Riguardo alle sue idee è un'altra cosa, in quanto, una morte gloriosa, non può mettere il suggello dell'infallibilità alle idee che il morto professava".
Mi piace pensare che la sbrigativa rozzezza di Germano Caselli, che mi fu amico e che ricordo d'animo generoso e laico, celasse un certo imbarazzo nel dover riaffermare tesi "indiscutibili", quale quella che chi crede in Dio dovrebbe "sottostare alle pratiche comandate dalla Chiesa" (cattolica). L'ospitalità alla lettera di Bruni avrebbe, in effetti, anche se pubblicamente confutata, reso omaggio alla tesi opposta e fatto nascere dubbi nei lettori educati all'equivalenza religione uguale chiesa romana. Bruni conservò questa lettera, quale prezioso documento della più assoluta chiusura dei cattolici militanti verso i "credenti" diversi; chiusura tipica in uno Stato, quale l'Italia, (pre)potentemente condizionato dalla controriforma in ogni manifestazione culturale.
Ottant'anni dopo l'inaugurazione dell'obelisco, e sessant'anni dopo il suo abbattimento, ricorderemo soltanto che la conclusione del "Biellese" è stata errata. Nei giorni della Liberazione, dopo che i luoghi dolciniani furono teatro della Resistenza, quando Dolcino ispirò persino alcune azioni della guerriglia partigiana26, un compagno socialista, Nino Strobino, emigrante, perseguitato politico appena rimpatriato, su una pietra tra i ruderi di quell'obelisco che egli aveva contribuito a costruire, col minio rosso scrisse: "Queste pietre sono sacre". Nel 1974, sui resti del monumento, fiorì il cippo che, ancora auspice il "Corriere Biellese", si volle portare lassù27. Il Centro studi dolciniani, l'audiovisivo composto da giovani operai, i nuovi libri e le pubblicazioni, le mostre storiche, le conferenze e i dibattiti, la ormai tradizionale festa della seconda domenica di settembre al Massaro e all'alpe del Margosio (proprio come facevano i socialisti di un tempo), dimostrano che quel povero cumulo di pietre rimane, tuttora, un punto di riferimento.


note