Gustavo Buratti
Zingari: un porrajmos non ancora finito*
"l'impegno", a. XXVIII, n. 2, dicembre 2008
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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La tragedia del porrajmos rimane all'ordine del giorno. Non è un fatto remoto, superato. Occorre rendersi conto
che contro gli zingari, o più propriamente, i rom, i sinti ed i
gitani1, e cioè contro un popolo da sempre pacifista, è
stata scatenata una guerra secolare che perdura tuttora.
La persecuzione contro i nomadi è antica quanto i miti più remoti: Caino uccise Abele, il fratello nomade, e per
questo condannò la propria discendenza ad andare "raminga"; Romolo pugnalò il fratello Remo, che aveva sfidato la
recinzione; l'ebreo "errante" fu bersaglio per venti secoli di discriminazione e disprezzo. Fin da quando gli zingari, ultimo
popolo nomade d'Europa, arrivarono nel nostro continente dall'India, furono perseguitati senza pietà.
Nel 1492 re Ferdinando d'Aragona ordinò lo sterminio di tutti "i mori, ebrei e zingari"; in Francia, Germania,
Inghilterra, Italia le corti decretarono misure vessatorie indegne di chi pur venerava (a parole) il Cristo, dimentichi che il
loro maestro emblematicamente riassumeva nella sua persona i due popoli oggetto dell'odio da parte dei suoi infedeli
discepoli, poiché era ebreo, apparteneva alla discendenza di Abramo, primo patriarca di un popolo nomade, ed era
nomade egli stesso, "senza fissa dimora", un "caminant", proprio come quei derelitti che sino agli inizi del
Novecento vagavano nelle nostre campagne.
Le misure contro gli zingari prevedevano lo sterminio o la galera (cioè essere incatenati ai remi delle navi) per
gli uomini; la fustigazione, l'amputazione del naso o delle orecchie, il marchio a fuoco, per le donne ed i bimbi.
Nell'Europa dell'Est i rom sono stati schiavi, dal loro arrivo nel XIII secolo sino alla fine dell'Ottocento, quando fu abolita la schiavitù. Eppure, prescindendo da quella forzata feroce sottomissione, i "figli del vento" sono sempre stati
un popolo libero, volontariamente mai servi né padroni.
Carlo Emanuele, duca di Savoia e principe di Piemonte, il 19 giugno 1671 da Torino ordinava a tutti gli zingari
"quali si trovano ne' Stati nostri, di dover fra giorni quindeci doppo la pubblicazione di queste, essere partiti, e absentati
dai sudetti Stati, ne più farsi in essi ritorno, sotto pena agl'Huomini della Galera perpetua, e alle Donne loro della Frusta,
da darsegli irremissibilmente, al cui effetto comandiamo alle Comunità, e particolari habitanti ne' sudetti nostri Stati, di
non dargli alcun ricetto sotto qualsivoglia pretesto, ma di resistergli, e far dare in caso di violenza alla campana, non
ostante qualunque ordine, o provisione concessa, o da concedere, a' quali tutte abbiamo derrogato, e derroghiamo, eccetto
che non facessero specifica mentione di queste, e fossero spedite al gran Sigillo".
E nel finitimo Ducato di Milano non toccava agli zingari miglior sorte. Neanche quindici anni dopo infatti, l'8
agosto 1695, fu colà emanata una grida ancor più severa, con cui si minacciava la forca allo zingaro che entrasse nel
territorio milanese; ogni suddito era "libero di ammazzarli impunemente e levar loro ogni sorta di robbe, bestiame, denari
ch'egli trovasse, senza che s'abbia ad interessare il regio fisco" (cioè gli organi di polizia del tempo). Gli zingari erano
insomma considerati alla stregua di animali nocivi e pericolosi quanto i lupi.
Durante una partita di caccia in una corte tedesca, i "signori" non ebbero scrupolo di tirare a gara al bersaglio
contro una zingara ed il suo bambino, che stava allattando sotto un albero; sul "carnet" - che si conserva in un museo -
furono segnati i capi abbattuti: cervi, caprioli ed "una zingara con piccolo".
La serie di persecuzioni culmina con il
porrajmos (in lingua zingara, cioè in
romaní cib, significa il "gran
divoramento"), lo sterminio nei lager nazisti (ma anche in Italia non mancarono campi di concentramento). Nel luglio 1942,
sebbene fossero "ariani puri", ne fu decretata la soluzione finale: morirono più di mezzo milione di "Zigeuner", con una
percentuale etnica superiore a quella degli ebrei.
Nonostante tutti i tentativi di genocidio, la "resistenza" continua. Un loro proverbio dice "uccidi uno zingaro,
taglialo in dieci pezzi: ne nasceranno dieci zingarelli", quasi a spiegare (come scrive Mirella Karpati, animatrice del
Centro studi zingari e direttrice della bella rivista "Lacio Drom" - "Buona strada" - purtroppo cessata alcuni anni or
sono), "l'incredibile capacità di sopravvivere, malgrado tutto, conservando sempre e dovunque le proprie
caratteristiche". Ma l'atteggiamento vessatorio di noi "civili" (i
gagé) nei confronti dei sinti e dei rom ha aumentato incomprensioni
e diffidenze, causando tensioni, quasi continuando una "guerra" in cui i perseguitati si sentono giustificati nelle
ruberie intese come legittima difesa per la sopravvivenza, quando non addirittura vendetta, contro le angherie e gli atti
discriminatori di una società di sedentari - che pur si pretende democratica - fondata sulle recinzioni e sui
lil (le "carte"), con cui si vuole tutto schedare e omologare.
La società nomade ha sempre ritenuto che la terra, l'acqua, lo spazio in genere siano beni comuni a
disposizione dell'umanità. Nessuno ha più radicalmente di loro interpretato il concetto che "la proprietà è un furto", una
prepotenza tipica del più forte da cui per le vittime è giusto difendersi.
Quasi tutti i regolamenti comunali di polizia urbana avevano, sino ad alcuni anni fa, la vecchia norma, gradita al
regime fascista, per cui ai "nomadi" era consentita una sosta non superiore ai tre giorni; tuttora si possono vedere cartelli
con l'indicazione "Vietata la sosta ai nomadi": un'aperta violazione dei principi costituzionali, in quanto la sosta è libera
od è vietata, a tutti, nomadi o sedentari. Del resto, nessun agente di polizia municipale si sognerebbe di considerare
"nomade" il benestante che viaggia in camper o con la roulotte! Ma tant'è: siamo antirazzisti a parole; vogliamo bene agli indios, ai pellirosse, ai neri, purché "lontani"; molto più difficile è "amare il prossimo": il vicino.
Un luogo comune vuole gli zingari parassiti e fannulloni. "Va' a lavorare!", è l'invito buttato lì come un insulto
allo zingaro che "chiede carità" (anche quella intesa in senso più generale: "cristiana pietà"). Come se per loro la
disoccupazione fosse una libera facile scelta. Alcuni mestieri nomadi, come lo stagnaro ed il ramaio, il cestaio, il mercante
di cavalli, il domatore di orsi, oggi sono impensabili. Soltanto i sinti giostrai, gli addetti ai circhi equestri, i titolari di
giochi fieristici (tiri a segno, ecc.) riescono ancora a lavorare, girovaghi per periodi più o meno lunghi (generalmente estivi),
in un nomadismo limitato alle solite piazze, in occasione delle feste patronali. Anche il commercio ambulante di
mercerie diventa per i sinti proibitivo, con la burocrazia delle licenze, partite iva, ecc. Molti di loro si dedicano al recupero
dei rifiuti in ferro, ma pure questa attività è
borderline, a malapena sopportata.
Noi insegnanti insistiamo affinché i ragazzi frequentino la scuola dell'obbligo e li convinciamo ad ottenere la
licenza media, nella prospettiva di avere poi più facilmente una occupazione: ma purtroppo siamo smentiti, perché se è
difficile ottenere un posto di lavoro per i giovani
gagé, lo è ancor di più per un sinto o un rom. Occorre inoltre considerare
che per loro è difficile adattarsi a lavorare nel chiuso di fabbriche o laboratori, mentre idonei sarebbero mestieri
all'aperto, come la nettezza urbana, la manutenzione di giardini, ecc. Ne dovrebbero tener conto le numerose cooperative
che gestiscono queste attività.
Negli anni settanta in Italia furono creati i campi sosta, che, oltre ad essere uno strumento di controllo, offrivano
ai nomadi la possibilità di usufruire di servizi scolastici e sanitari, non più saltuari e precari; ma i campi sono stati
localizzati nei pressi di discariche o di depuratori, quasi emblematicamente a sottolineare che li si vuole emarginare,
quando non ritenere, insomma, alla stregua di "rifiuti" della società, immondizia. Era pur sempre un passo avanti, rispetto
alla politica di cacciarli di paese in paese. Così, ad esempio, a Biella dopo molte sollecitazioni da chi, come chi scrive,
rappresentava in consiglio comunale l'Opera Nomadi, si realizzò un "campo", ai confini con Ponderano, nei pressi
del depuratore delle acque, utilizzato dai sinti, il ceppo presente da secoli nell'Italia nordoccidentale (mentre i rom si
sono insediati soprattutto nel Nord-Est e nel Centro-Sud, con un recente incremento dovuto all'immigrazione dall'Est
europeo): parlano, oltre al romanès sinto (purtroppo sempre meno), perfettamente la lingua piemontese, ormai i soli ad
usarla, normalmente con i tikné, i loro bambini.
Sui giornali continuiamo a leggere di cittadini "bene", indignati contro "la sporcizia e l'immoralità degli zingari"
(altro luogo comune, perché la prostituzione, come l'incesto, e le pratiche abortive, erano sconosciute a quelle
comunità). Come se la nostra società fosse tutta "pulita", "candida", senza ladri, senza "furbi", senza tragedie dove i
genitori uccidono i figli ed i figli i genitori; come se mafia e camorra non fossero prodotti "nostri"; come se le enormi
ricchezze accumulate dalle banche non fossero altro che usura legalizzata e le speculazioni edilizie furti di spazio a scapito
dell'ambiente e di tutta l'umanità.
Per un nomade è divenuto problematico anche disporre dell'acqua, perché le fontane pubbliche si sono
prosciugate (e per chiedere l'acqua nelle case, occorre vincere la diffidenza di chi vi abita); i servizi igienici gratuiti sono
praticamente inesistenti. Le amministrazioni comunali non si occupano degli zingari se non per abbattere le baracche (abusive)
che si costruiscono per non vivere sempre dentro la "campina" (il camper), o per scacciarli. Invece di pretendere che
si tappino per non lasciare escrementi, sarebbe opportuno che si attrezzassero meglio i campi, dove in genere i
servizi igienici sono insufficienti e le fognature sovente non funzionanti.
Il popolo zingaro vive il difficile momento del trapasso da un sistema di vita nomade a quello sedentario. Per
questo i campi nomadi, assediati dalle nutrie e dai ratti di fogna che minacciano i bambini, con baracche fatiscenti,
divenuti ghetti, sono ormai inadeguati; la soluzione è quella di villaggi con piccole dimore permanenti, come attuato da
alcuni decenni in Francia (per esempio a Le Cannet, sulla Costa Azzurra), o dal sindaco Cacciari a Venezia, dove si è
scatenata una isterica opposizione popolare sull'onda della rinnovata inimicizia verso i rom (ma colà sono sinti, che parlano
tutti veneto, come i nostri piemontese!).
Certamente gli zingari costituiscono un problema sociale, aggravato dall'immigrazione di rom dai paesi dell'Est,
per i quali l'impatto con la società dei consumi, dove regna la legge del profitto ad ogni costo, è ancora più
sconvolgente. La malavita che coinvolge anche molti giovani della nostra società, con la prospettiva del denaro facile acquisito
con il commercio della droga, vede una facile manovalanza disponibile in quei gruppi emarginati e miserevoli, bisognosi
di tutto. Ma il problema non si risolve perpetuando una guerra plurisecolare, alimentando pregiudizi, antichi timori
(come quelli che gli zingari rapirebbero i fanciulli) e diffidenze, ma conoscendoli, frequentandoli, scolarizzando con affetto
e comprensione i loro bambini, cioè i sinti ed i rom di domani, considerando che anche gli zingari hanno da offrirci
tesori della loro cultura, come la solidarietà comunitaria, la visione serena ed ottimista della vita malgrado tutto, il rifiuto
ad accumulare la ricchezza, il privilegiare innanzitutto i beni necessari alla sopravvivenza ed a condividerli con chi ne
ha necessità, il superamento della concezione "questo è mio".
Invece, riusciamo a "rubare" agli zingari aspetti marginali della loro cultura: con gli abiti e gli ornamenti "alla
gitana", di moda per le nostre
tòte e madamin; con le nostre vacanze girovaghe, dove ci godiamo i camping attrezzati,
riservati ai nomadi del turismo; con il weekend in Provenza per fotografare, a Saintes-Maries-de-la-Mer, il colore tzigano
strumentale al turismo, ignorando che alla periferia delle nostre città gli zingari ci sono, senza folklore, bisognosi sì di
cose, ma soprattutto di noi, persone.
Purtroppo si sente parlare di sinti e di rom soltanto per fatti di cronaca: appena le luci dei riflettori si spengono,
gli zingari ritornano nel dimenticatoio dei loro campi. Non li conosciamo, e per questo ci fanno paura. Il loro stile di vita,
o presunto tale, ci mette in discussione, ci disturba oserei dire.
In questi giorni di caccia al capro espiatorio fa comodo distrarre l'opinione pubblica, dirottando sullo zingaro e
sull'immigrato la rabbia per il malessere sempre più diffuso e pesante, così come si faceva un tempo a scapito di miserabili
accusati di essere untori della peste, degli eretici e di povere donne accusate di stregoneria.
Oggi, che si vogliono bandire rom e sinti dalle nostre città, vengono in mente le parole del pastore protestante
Niemöller che cita i perseguitati comunisti, sindacalisti, ebrei, cattolici, e la poesia analoga di Bertolt Brecht che mette al
primo posto proprio gli zingari: Prima di tutto vennero a prendere gli zingari/ e fui contento perché
rubacchiavano./ Poi vennero a prendere gli ebrei/ e stetti zitto perché mi erano antipatici./ Poi vennero a prendere gli omosessuali/ e
fui sollevato perché mi erano fastidiosi./ Poi vennero a prendere i comunisti/ e io non dissi nulla perché non ero
comunista./ Un giorno vennero a prendere me/ e non c'era rimasto nessuno a protestare.
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