Gustavo Buratti

Aurelio Turcotti, eretico valsesiano, autonomista e federalista



Come è stato ben detto "la figura di Aurelio Turcotti è, per la maggior parte dei valsesiani, quella di uno sconosciuto. Eppure essi avrebbero ben più di un motivo di ricordare ed annoverare tra i figli più illustri della loro valle quest'uomo, che fu il loro primo rappresentante al Parlamento subalpino e la cui vita tormentata rifletté tanta parte del dramma politico e religioso del suo secolo. In verità, la fama di Aurelio Turcotti ha subito il destino di tutti coloro la cui personalità, pure emergendo dal cerchio ristretto della vita provinciale, non ha avuto la potenza di affermarsi sul piano nazionale. Così, dimenticato e nella sfera nazionale e nella sfera locale, egli non ha trovato finora chi considerasse la sua attività e il suo pensiero né nel quadro di ampiezza europea in cui si mosse, né in quello più ristretto della piccola terra da cui un giorno aveva spiccato il volo, pieno di speranza"1.
Turcotti ha rilevanza come uomo politico e come pensatore religioso. Egli fu parte di un doppio dramma: quello di un autonomista, che difese strenuamente la secolare tradizione di libertà della sua valle alpina ormai soccombente di fronte allo Stato accentratore nato dal Risorgimento, e quello di libero pensatore, che iniziò la vita pubblica come sacerdote e finì come materialista, condividendo le negazioni dell'ateismo.
Aurelio Turcotti nacque a Varallo nel 1808, da Andrea e Giuseppa Brivio. Avviato agli studi del seminario, divenne sacerdote e canonico della collegiata di Varallo. Per tredici anni insegnò nelle scuole superiori della sua città e per un anno fu provveditore agli studi per la provincia della Valsesia, incarico al quale dovette rinunciare per incompatibilità quando, l'8 maggio 1848, fu eletto deputato alla prima legislatura del Parlamento subalpino, dove rimase sino alla quarta legislatura (27 febbraio 1852) per il collegio di Varallo. Alla Camera prese posto accanto ad Angelo Brofferio, nei banchi dell'estrema sinistra, tra i membri dell'opposizione democratica, assumendo posizioni progressiste molto avanzate. Nella seduta del 18 maggio 1853 sostenne che "la più naturale, la più legittima e la più sacrosanta di tutte le proprietà è quella che ha l'uomo sui prodotti del proprio lavoro".
In quello stesso anno pubblicò un opuscolo, "Dei diritti dell'Uomo sulla produzione del lavoro nell'interesse delle classi operaie, ossia elementi nuovi di Economia politica e popolare", dedicando "agli operai associati degli stati sardi e a te mio ottimo amico Giovanni Bongiovanni questo breve saggio di elementi nuovi in economia politica popolare frutto di meditazione nelle prime ore del mattino vegliate in Torino nell'estate 1853 allo strepito e fragore dei martelli e delle lime dei ventiquattro fabbri ferrai diligenti dell'attivissima tua officina". In questo scritto, che porta l'esergo evangelico "Si quis non vult operari nec manducet" ("chi non vuol lavorare non mangi", Paolo ai Tessalonicesi, III, 8), sostiene il valore sociale della diffusione della piccola proprietà.
Tutta la sua azione parlamentare fu ispirata al laicismo ed alla difesa dell'autonomia valsesiana. Nel 1819 la nuova circoscrizione amministrativa aveva abolito l'antico governo valsesiano dei tre reggenti, parificando la valle alle altre regioni dello Stato sabaudo, lasciando però sussistere gli antichi privilegi di cui la valle godeva fin dal tempo di Filippo Maria Visconti (1391-1447), per non dire del Trattato di Gozzano (1275), in grazia della sua povera economia montana.
Lo Statuto albertino abrogava invece tutti gli altri patti precedenti, di estensione locale. L'art. 24, che parificava tutti i cittadini di fronte alla legge, era per la maggioranza dei deputati in contrasto con i "privilegi" di cui godevano i valsesiani (soprattutto d'ordine fiscale). Come la Valsesia, così era l'Ossola, la contea Nizza ed altre regioni che, per la povertà della loro economia, erano considerate "privilegiate". Per sei, sette volte l'onorevole Turcotti avversò aspramente l'opinione corrente alla Camera. Le sue argomentazioni, sia nella questione giuridica, sia sotto l'aspetto dell'utilità, mostrano una visione sicura degli interessi e delle necessità della valle nativa: "Se havvi una nazione al mondo per cui sono necessarie ed indispensabili le eccezioni, si è dessa appunto il Piemonte. Infatti dalle sterili rocce che circondano il monte Bianco, il monte Rosa, il Moncenisio e il Monviso, alle fertili pianure del Novarese, del Vercellese, della Lomellina e delle sponde del Po, vi passa almeno tanta differenza quanta ve n'ha tra gli altipiani della Norvegia e le colline del Monferrato. Lo Statuto proclama con l'art. 24 l'uguaglianza di tutti i cittadini dinnanzi alle leggi, ma non obbliga il legislatore a fare leggi uniformi e perfettamente uguali per tutte e singole le disparatissime località dello Stato" (10 giugno 1851).
Nel comparto provinciale o comunale si poteva largire una legge differenziale, senza ledere l'art. 24 dello Statuto. Il 25 maggio 1850 ci fu una seduta memorabile per la storia della Valsesia, perché fu quella l'ultima volta in cui, grazie all'onorevole Turcotti, si parlò di un vero problema valsesiano a proposito della legge per la tassa di bollo. Le proposte di emendamento e di eccezione presentate dal deputato di Varallo caddero tra l'incomprensione e l'indifferenza dell'assemblea. I plurisecolari privilegi valsesiani finirono allora. L'individualismo di Turcotti non gli consentì di trovare appoggi tra i colleghi, e così avveniva che le sue proposte solitarie raccogliessero, più che voti, le risa della maggioranza che gli era apertamente contraria.
Lo spirito di libertà che l'animava doveva fatalmente scontrarsi, oltre che con lo Stato centralista, con i principi autoritari della chiesa cattolica; così egli si ricollegò al pensiero ereticale, anche antecedente la Riforma luterana: "O libertà di esame con la libertà di coscienza; o obbedienza cieca sino all'Inquisizione. O attenersi alle dottrine del partito veramente 'cattolico', cioè universale, non esclusivo, ma tollerante che ammette e rispetta sopra tutte le leggi il Vangelo lasciato all'interpretazione della coscienza universale dei fedeli; oppure unirci, anzi dipendere in tutto dal partito esclusivo ed intollerante che, arrogandosi un potere spirituale al di sopra dei cristiani tutti, li assoggetta arbitrariamente alla volontà di un uomo e sottomette il Vangelo stesso alla ristretta, capricciosa e volubile interpretazione di pochi uomini che hanno l'audacia di usurparsi, quasi fossero altrettanti Dei, un diritto, o dirò anzi un attributo, che a Dio solo compete, cioè quello dell'infallibilità e del dominio sopra la pubblica coscienza dei popoli e di tutti i fedeli. Meglio è tendere al protestantesimo cristiano, di buona fede, che mantenerci per forza dell'immorale cattolicesimo dei gesuiti e degli increduli".
Questa tesi, indubbiamente di rottura con la Chiesa cui aveva appartenuto addirittura come canonico, sosterrà nel suo discorso alla Camera sul progetto di legge a favore del matrimonio civile, il 26 giugno 1852.
Egli si era sempre dichiarato contrario ad un concordato tra il Regno di Sardegna e la Santa Sede. Sin dal 10 novembre 1849, quando Pio IX era fuggito da Roma repubblicana a Gaeta, alla Camera egli presentava un'interpellanza chiedendo se era lecito che il governo piemontese tenesse relazione con la Chiesa; nella discussione sulla legge Siccardi (9 aprile 1850) per l'abolizione del foro ecclesiastico e dei privilegi della Chiesa, egli ribadiva l'opinione che il pontefice non fosse libero di se stesso, condizionato da potenze straniere (la Francia, che aveva riportato Pio IX sul trono a Roma). In seguito a quanto disse in questo discorso, il vescovo di Novara, monsignor Giacomo-Filippo dei marchesi Gentili, gli intimò la ritrattazione, offrendosi di scrivere egli stesso in nome suo a Roma. Il Turcotti rifiutò. Il vescovo lo sospese a divinis, "propter tuam adversus ecclesiasticas leges agendi rationem".
Da allora, staccatosi dalla chiesa cattolica, diventò sempre più "irreligioso". Cominciò a scrivere opere di filosofia e di politica, in cui attaccò la Chiesa, la religione e Dio stesso. Fonti del suo pensiero sono: l'olandese Jacopo Moleschott (1822-1893) ("unità dell'energia e della materia"), che dal 1861 insegnava all'Università di Torino; Ludwig Büchner (1824-1899), filosofo materialista tedesco ("forza e materia") e la "Revue philosophique et religieuse". Nei primi momenti della sospensione a divinis trovò conforto in un'opera di Girolamo Mattirolo, "Della sapienza dell'Oriente", che gli ispirò il "Trattato di morale emancipata", mentre la sua "Introduzione al nuovo codice di diritto delle genti" si rifā al trattato "Per la pace perpetua" di Immanuel Kant.
Nel "Catechismo civile-filosofico-morale proposto alle coscienze indipendenti" egli sostiene: "Amare il proprio Dio e il prossimo come noi stessi. Non fare agli altri ciò che non vogliamo sia fatto a noi. Non offendere alcuno per non essere offesi, amare per essere amati. Fare del bene per avere bene, eziandio con poca speranza di conseguirlo"2. Una vena di pessimismo che egli attribuisce alla dottrina apostolica, ma nella quale riconosciamo pure le amarezze conseguenti alle sue sconfitte sul piano politico e religioso.
Nello stesso anno del "Catechismo", egli pubblica, sempre a Torino da Foà, "La scienza del materialismo sotto nuovo aspetto. Scoperta scientifica, studi e pensieri", con la quale riduce tutto alla pura materia, la sola che esista: indistruttibile, eterna, vivente nelle sue funzioni. L'idea stessa di Dio viene superata; a tal fine, doveva negare i due cardini della filosofia cristiana: la creazione ex nihilo della materia e la funzione divina di primo motore delle cose. Nella "Scienza del materialismo" sostiene allora che "Dio è una semplice parola"3. Nella "Scoperta e dimostrazione scientifica del vero moto perpetuo" teorizza l'identità di materia e forza: questa non è stata infusa nella materia da Dio (che non è altro che il complesso di tutte le cose esistenti nel loro ordine naturale), ma è semplicemente una proprietà inscindibile della materia. Questa forza non è unica: si deve invece parlare di "forze varie". La "forza unica" (cioè Dio) "è un assurdo poetico e immaginario. È l'uomo il creatore dell'idea di Dio"4.
Nella "Scienza nuovissima del multiplo naturale a fronte dell'assurda unità di principio, forze e cause finali" scrive: "Noi facciamo parte dell'anello eterno della natura, i di cui avvenimenti si succedono in perpetuo senza primo principio, e senza ultimo fine che si possano dire necessari. Ciò che è necessario, anzi inevitabile e insuperabile, è l'anello stesso dell'eternità, cioè l'anello del moto perpetuo, vero senza principio conosciuto o conoscibile ('ignoramus'), e senza fine preveduta o prevedibile"5.
Il principio dell'anima è "la vita individuale organica"; l'anima è il più stupendo prodotto dell'esercizio della vita umana. Dunque tutta la vita psichica si riduce ad una funzione materiale. Dio è la stessa materia vivente.
Corollari di questo sistema sono la negazione della religione rivelata e la creazione di una nuova morale. A questo egli giunge con la "Vita politica di Gesù o Vangelo civile primitivo"6 (1879) e con il "Trattato di morale umana emancipata da ogni dogma e pregiudizio. Semplici letture ad uso del popolo che legge" (1874).
Negati i miracoli e l'elemento soprannaturale che il Cristianesimo vede nella vita del Salvatore, come è narrato nei quattro evangeli canonici, non rimane che l'umanità di Gesù. Mentre Ernest Renan (1823-1892) nella sua "Vita di Gesù" (1863) aveva narrato la vita poetica di un "riformatore morale", il Turcotti presenta invece un Messia politico, mosso dall'ideale di liberare dal giogo romano le dodici tribù d'Israele. Gesù sarebbe figlio di un capo ebreo nomade ed arabizzato (Heli, o Alì o Elia) il quale, dovendo vivere da guerrigliero nel deserto, avrebbe affidato Gesù a Giuseppe, ed avrebbe mandato i suoi alleati magi ad offrire doni alla madre ed al bambino. Per tutta la giovinezza Gesù avrebbe vissuto nel deserto con il vero padre, che lo avrebbe inviato poi ad organizzare la grande congiura di Pasqua. Heli avrebbe donato a Gesù la veste bianca come la neve, con cui risplenderà sul monte Tabor tra lo stupore dei tre discepoli prediletti. Gesù lamenterà, nei suoi ultimi istanti, di essere stato abbandonato dal padre che sarebbe dovuto giungere a soccorrerlo. I Vangeli sarebbero manipolazioni tardive della relazione ufficiale che Pilato inviò sui fatti a Roma, e di cui dagli antichi Padri si fa cenno; relazione che poi la Chiesa avrebbe fatto sparire.
Il suo "Trattato di morale emancipata" ha alla base la definizione comune del bene. Turcotti definisce infatti il bene morale "come tutto ciò che piace a te, come a me, ai nostri simili come a tutti"7. La norma della sua moralità è la previdenza acquistata con l'osservazione ed il ripetersi dei casi: una morale quindi "a posteriori", che si richiama al movimento del Libero Spirito coevo di Dolcino. Alla base della sua morale Turcotti pone comunque due norme che egli dice di facile interpretazione: non offendere alcuno, né molti né pochi, per non essere offesi; ama e rispetta per essere amato e rispettato. Per gli atti della vita, non v'è castigo; il premio consiste nella contentezza della propria coscienza, nella soddisfazione di aver compiuto il proprio dovere, d'aver obbedito al proprio imperativo categorico. Per quanto riguarda la vita eterna, si tratta "non già di una favola, ma di una ricca bottega tutta piena di vanità innumerevoli che si vendono come una volta si vendevano le indulgenze a profitto della più grande consorteria che esista nel mondo [Roma]"8.
Contro la chiesa cattolica scrisse anche "Troppo tardi, ossia la questione romana" (1866), come gli altri suoi scritti condannato all'Indice dei libri proibiti con decreto del 1866 (altro decreto che riguarderà l'autore sarà del 27 giugno 1875). Quest'opera è dunque scritta due anni dopo le "Convenzioni di settembre" con le quali il governo italiano, in accordo con Napoleone III, trasportava la capitale da Torino a Firenze, rinunciando apparentemente a Roma, della cui difesa si faceva garante l'Imperatore dei francesi. In quello stesso anno, l'8 dicembre 1864, Pio IX con la sua enciclica (il Sillabo) condannava tutto il movimento liberale d'Europa.
Turcotti si fa carico dell'ira dei militanti della rivoluzione italiana che in quei fatti videro il trionfo delle consorterie legate al partito clericale e l'influenza esercitata da Napoleone III sul governo italiano. A questo punto occorre abbandonare, per Turcotti, ogni speranza di ottenere Roma con un accordo con il pontefice; il dilemma è: o l'Italia senza Roma o Roma senza il papato. L'optimum sarebbe che gli italiani cessassero di essere papisti, in modo che Pio IX fosse costretto a partire da Roma, così da essere l'ultimo papa cattolico in Roma. Al liberale piemontese Pier Carlo Boggio, che in una sua opera sulla questione romana avanza una proposta conciliativa, Turcotti risponde appunto: "Troppo tardi".
Nel 1868 era stata fondata la "Lega internazionale della pace e della libertà", che mirava alla formazione degli Stati Uniti d'Europa, e riconosceva come maestro Immanuel Kant, che l'unità europea aveva auspicato nel suo "Per la pace perpetua" (1795). Turcotti, autonomista e federalista, aderì con entusiasmo alla Lega e ne divenne il primo segretario per Torino. L'opera di Kant ispira l' "Introduzione al nuovo codice di diritto delle genti" (1874), che non perde l'occasione per dirigere ancora una volta i suoi strali sulla chiesa romana. Nel quadro del progettato nuovo ordine internazionale, le potenze europee non avrebbero potuto ritenere libero il papa, prigioniero volontario rinchiusosi in Vaticano. Di conseguenza, Turcotti proponeva nel nuovo codice di diritto internazionale alla base di una libera "Società delle Nazioni", due articoli fondamentali:
Art. 47. Il nuovo codice non ammette, né riconosce, non fa alcun caso di qualsivoglia diritto divino, ecclesiastico, soprannaturale che ciascuna nazione voglia tollerare.
Art. 48. Non s'ammette alcun diritto divino di propaganda ecclesiastica o religiosa fuori dallo Stato nel quale risiede o è tollerata la Chiesa o società propagandista medesima.
Egli riteneva infatti che l'universalità della chiesa romana fosse incompatibile con l'indipendenza e la libertà degli Stati Uniti d'Europa, per cui si doveva pervenire o all'abolizione del papato cattolico, oppure, dopo la morte di Pio IX, all'elezione di pontefici nazionali in tutti gli stati europei, sostituendo così all'unità cattolica una unità di diritto civile, naturale, umanitario. Non mancò nei suoi scritti di riabilitare il grande eretico suo contemporaneo, quel Dolcino di cui, sotto molti aspetti, era localmente l'erede spirituale9.
Turcotti, ritiratosi dalla vita politica, visse austeramente, miseramente, studiando, meditando e scrivendo, finché, vinto dall'età, dalle fatiche di scrittore, dai dolori morali sofferti, fu ricoverato nella casa di salute Villa Cristina a Torino. "E forse parve ai suoi contemporanei come conclusione fatale della sua vita, la tragica notte in cui il destino volle sommergere la sua intelligenza prima che le tenebre della morte l'afferrassero per sempre"10, il 2 luglio 1885. Lo scrittore Luigi Pietracqua (1832-1901), nel suo giornale interamente scritto in piemontese "La Gasëta d'Gianduja", pubblica a puntate (dal n. 57 del 25 novembre 1866 al n. 17 del 28 gennaio 1867) il racconto "Fisionomìa d'Piassa Castel trant'e sinch ani fa", in pratica un diario della vecchia Torino: egli lo attribuisce a un "don Pietro F., prete valsesiano che gettò la tonaca alle ortiche, democratico": il nome maschererebbe in realtà don Turcotti, vivente quando usciva quel periodico.
Individualista e solitario, senza compagni e senza conforti, egli esprimeva la speranza che il secolo XX avrebbe reso giustizia al suo pensiero. A quasi centoventi anni dalla sua morte, ignorato invece dagli storici, oggi non è difficile scorgere in Aurelio Turcotti un profeta dei nuovi tempi: egli, strenuo difensore delle autonomie locali e al tempo stesso anticipatore della Società delle Nazioni e degli Stati Uniti d'Europa, è tuttora presente nel dibattito sulle pretese "radici cristiane" del nostro continente. Non possiamo dimenticare il retroterra storico, "dolciniano", che caratterizzò il valsesiano Turcotti, così come l'altro suo contemporaneo eretico, pure "novarese", il sacerdote Pietro Mongini di Soriso11.


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