Gustavo Buratti
La "Dichiarazione di Chivasso" del 1943: premesse e attualitą
"l'impegno", a. XVII, n. 1, aprile 1997
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Il 19 dicembre 1943 a Chivasso si svolse un convegno clandestino per fare il punto sulle proposte della
Resistenza sulle autonomie alpine. Si scelse Chivasso perché a metà strada per coloro che provenivano dalle valli valdesi
(Pinerolese) e per i valdostani, e perché c'era la casa del geometra Edoardo Pons (egli pure valdese), zio della moglie di uno
dei convenuti, Giorgio Peyronel. Il geometra Pons non conosceva la vera ragione di quell'incontro, che non gli
venne rivelata, soprattutto per la sua sicurezza. Ufficialmente la riunione doveva apparire dovuta alla stesura di un
atto notarile davanti ad un notaio (il valdostano dottor Émile Chanoux), con la collaborazione tecnica di un
geometra. Come sottolineano infatti Peyronel e Osvaldo
Coïsson1, in quei momenti qualsiasi riunione di più persone era
sospetta ed era regola fondamentale avere sempre una motivazione ineccepibile da presentare anche alla gente comune. I
vari gruppi della Resistenza avevano autonomamente elaborato alcuni documenti che andavano confrontati. Coïsson
ricorda che Rollier era arrivato da Milano con i suoi testi da dibattere che estrasse dai calzini; e che egli stesso,
rientrando, usò il medesimo sistema per evitare seri guai in caso di perquisizione da parte della
polizia2.
A quell'incontro parteciparono dalla Valle d'Aosta il notaio Émile
Chanoux3 - che pochi mesi dopo morirà
nel carcere fascista - e l'avvocato Ernest
Page4; mentre il professore Federico
Chabod5, dell'Università di Milano,
aveva inviato un suo documento, e un altro valdostano, Lino
Binel6, molto interessato a quella tematica, non era
potuto venire perché in carcere; per le valli valdesi erano presenti Osvaldo
Coïsson7 e Gustavo
Malan8, venuti da Torre Pellice, ed i professori Giorgio
Peyronel9 e Marco Alberto
Rollier10, rispettivamente dell'Università e del
Politecnico di Milano.
Coïsson e Malan avevano preparato "L'introduction des représentants des vallées vaudoises", in cui
affermavano che "l'oppressione, il malgoverno delle nostre vallate alpine, la non curanza degli interessi locali, la
dilapidazione dei nostri patrimoni, la distruzione dei centri vivi della nostra cultura locale, dei nostri dialetti" ponevano
l'esigenza di una radicale modifica dello Stato;
Rollier11 nel suo contributo aveva posto l'accento sul "diritto alla
bilinguità" e così pure
Peyronel12; Federico Chabod, nel suo documento affermava "la volontà di rimanere uniti all'Italia
di domani" e chiedeva l' "autonomia amministrativa, ed una particolare autonomia culturale e linguistica. La
bilinguità deve essere pienamente rispettata"; Chanoux e Page affermavano che "parlare pubblicamente, insegnare nelle
pubbliche scuole ed usare la propria lingua in tutti gli atti pubblici e privati, è un diritto essenziale dell'uomo, il quale deve
essere riconosciuto e garantito dai trattati
internazionali"13.
Tutti i convenuti (sei; sette se contiamo Pons; nove se contiamo gli assenti perché impediti; dieci se si tiene
conto anche della dottoressa Peyronel che aveva fatto da tramite, ma che non era presente), appartenevano alla
Resistenza e, ad eccezione di Page, al Partito d'azione, cioè all'organizzazione politica cui avrebbero corrisposto poi i
partigiani di "Giustizia e Libertà" ( le cui formazioni a quel tempo non esistevano ancora).
La questione linguistica, come si vede, era prioritaria, unitamente all'istanza autonomistica, il che è ben
comprensibile se si considera che i contributi provenivano dalla Valle d'Aosta e dalle valli valdesi del Pinerolese.
In Valle d'Aosta, la "Congrégation des trois états" sin dal 28 aprile 1536 (tre anni prima, dunque, dell'editto
detto di Villar-Cottérets, con il quale Francesco I rese il francese lingua obbligatoria in tutto il regno di Francia),
aveva decretato la sostituzione del latino con il francese in tutti gli atti amministrativi; Emanuele Filiberto, con le
lettere patenti del 22 settembre 1561, aveva sancito il francese come lingua obbligatoria nei territori dei suoi stati là
ove esso era parlato, e quindi anche in Valle d'Aosta, dove lo sarà pacificamente sino al 1860, quando, con la
cessione alla Francia della Savoia e della contea di
Nizza14, i "regnicoli" italiani di lingua francese rimarranno soltanto
i valdostani ed i valdesi; il nuovo Stato non sarà più bilingue, qual era invece il Regno di Sardegna, e l'italiano
sarà l'unica lingua usata nel Parlamento. Dal 1860 iniziò appunto l'ostracismo al francese in Valle d'Aosta. In
quell'anno uscì a Torino un opuscolo: "Diritto e necessità di abrogare il francese come lingua ufficiale in alcune valli
della provincia di Torino", di Giovenale Vegezzi Ruscalla, neodeputato di Lucca. Indignata la reazione valdostana:
al parlamentare rispose il canonico Edouard Bérard: "La langue française dans la Vallée d'Aoste, réponse à M. le
Chevalier Vegezzi Ruscalla" (Aoste, 1863), e
l'abbé Jean-Baptiste Cerlogne, il
félibre valdôtain15, con la sua composizione
in patois: "La
Valdôteine"16, autentico sirventese in franco-provenzale. L'insegnamento della lingua francese era
allora regolato dalla legge Casati del 13 novembre 1859, numero 3.725, i cui articoli 189 e 190 prescrivevano che si
dovesse insegnare la lingua e la letteratura francese "al Ginnasio ed al Liceo in tutti i paesi in cui questa lingua è in
uso". L'articolo 374, relativo all'istruzione elementare recitava: "Nei Comuni dove si parla la lingua francese, essa
verrà insegnata invece della lingua italiana". L'onorevole Vegezzi Ruscalla ritornò alla carica nel 1873, pubblicando ad
Asti il suo saggio "La lingua e la nazionalità". Benché le leggi del 25 luglio 1875 e 25 maggio 1879 non lasciassero
alcun dubbio, dichiarando che nei paesi nei quali, come nella Valle d'Aosta, dalle leggi anteriori fosse stata ammessa
una lingua diversa dall'italiana, si potesse continuare a farne uso, e non fosse stata abrogata la legge preunitaria del
Casati, nell'ottobre 1882, senza che alcuna legge fosse venuta a modificare quelle preesistenti, dall'autorità
scolastica provinciale di Aosta fu disposto che in tutte indistintamente le classi del ginnasio, dalla prima all'ultima, la
lingua italiana fosse esclusivamente la lingua strumentale e che la francese non vi si potesse insegnare se non nelle
ore curricolari, come ad esempio si praticava per la scherma; si consigliava inoltre agli insegnanti delle elementari di
non servirsi più del francese. Negli anni 1883-84 ci furono varie prese di posizione delle amministrazioni comunali
(consiglio e giunta) contro tale politica scolastica; nel 1888 il prefetto Casalis emanò una circolare in cui si stabiliva che
"nelle elementari dei Comuni del Circondario di Aosta, a cominciare dal presente anno scolastico l'insegnamento
dell'italiano si impartisca fin dalla sezione inferiore della classe prima elementare, come ora avviene per quello della
francese, di modo che le due lingue vengano ugualmente insegnate". In pratica, mentre sino ad allora
l'insegnamento in prima elementare iniziava dalla lingua conosciuta, e cioè dal francese, il prefetto disponeva - contrariamente
all'avviso della Giunta comunale di Aosta - che si iniziasse subito con l'insegnamento parallelo delle due lingue.
Il 13 ottobre 1889 il sindaco di Aosta, avvocato Edouard Erba (morto nel 1925), risponde al ministro della
Pubblica istruzione (il quale, con lettura del 9 ottobre, aveva annunziato l'intenzione di sopprimere l'insegnamento
della lingua francese al ginnasio) che "la lingua francese è patrimonio del paese, è una ricchezza, una sua carissima
tradizione ed il paese intende conservarla quale suo prezioso retaggio di fianco alla lingua nazionale. Per questo si è
chiesto l'istituzione di una cattedra speciale di lingua francese al ginnasio; perché si vuole un insegnamento serio,
completo, continuato, regolare e non soltanto facoltativo e quasi accidentale". Il ministro rifiuta l'istanza, ma in seguito
alle veementi rimostranze, l'8 maggio 1890 comunica al sottoprefetto di Aosta la sua intenzione di "rendere più
efficace l'insegnamento del francese nelle due scuole Normali di Aosta". Il 15 maggio 1890 il sindaco di Aosta sottopone
al ministro le proposte elaborate dal Consiglio comunale per la ristrutturazione dell'insegnamento del francese
nelle scuole della valle, dalle elementari al liceo e per assicurare che gli insegnanti offrano
"des sérieuses garanties d'aptitude et
d'efficacité". Il 23 ottobre 1890 il ministro vanifica tutte le speranze valdostane, ritenendo che per Aosta
"trattasi di un comune italiano, in cui lo insegnamento del francese sia sommamente utile per gli abitanti. Tenendo
fermo questo principio, non ho potuto né posso consentire che l'insegnamento del francese sia dichiarato obbligatorio
in veruna scuola pubblica, né convitto, né secondaria, né promiscua, né normale e molto meno ne sia reso
obbligatorio l'esame. Soverchie mi paiono cinque ore di tale insegnamento nel Convitto Normale, bastandone tre o tutt'al
più quattro. In una di queste l'insegnamento e la conversazione potranno essere esclusivamente francesi. E con tale
misura consento pure che la lingua francese sia introdotta nelle scuole di tirocinio, ma pure e sempre come
facoltativa. Consento pure che, degli esercizi pratici, un'ora per settimana, sia dedicata alla metodica dell'insegnamento
della lingua francese".
Il Ministero inoltre, anziché disporre il sussidio ai comuni (cui incombeva l'istruzione primaria) per
l'insegnamento bilingue (ai sensi della circolare del 4 novembre 1884), inviava un'indennità direttamente ai maestri. Il sussidio,
alla fine, fu persino soppresso; veniva riaffermata la mera facoltatività dell'insegnamento con questa affermazione
del ministro: "Consento che i Comuni del Circondario di Aosta facciano insegnare nelle scuole elementari la
lingua francese a quegli alunni di cui i genitori lo domandino, purché siano osservate anzitutto le disposizioni per ciò
che si riferisce alle materie per l'insegnamento elementare ed alla durata delle lezioni per l'insegnamento stesso".
Il sindaco di Aosta, Edourd Erba, indirizza una protesta al ministro, in cui tra l'altro si dice: "Ma no,
Eccellenza, no! Ella certamente fu ingannata. I Comuni della Valle d'Aosta, quando fanno insegnare la lingua francese
nelle scuole elementari, non fanno ciò per effetto di un consenso ministeriale più o meno revocabile, ma bensì in virtù
di un loro diritto intangibile. E questo loro diritto chiedono che sia rispettato in nome della giustizia e della legge,
nel mentre, d'altra parte, affermano e provano ogni giorno quanto amano la grande patria italiana e la bella lingua
nazionale. Dessi non invocano favori né privilegi, hanno una lingua che è un lor caro patrimonio, che è una loro ricchezza,
e vogliono conservarla di fianco alla lingua nazionale, non rivali ma sorelle, in casa propria l'una e l'altra, con
pari affetto e colla medesima religione, amate e coltivate". Il ricorrente conclude che "è in dovere di protestare
energicamente e contro la soppressione del sussidio e contro la negazione del diritto".
Il sindaco di Aosta agisce come "capofila" dei comuni della valle, ai quali invia, il 23 febbraio di quel
medesimo 1892, una circolare per informarli del suo
ricorso17.
Gli spazi per la lingua francese si sono via via sempre più ridotti. Nel 1895 l'insegnamento del francese
diviene soltanto facoltativo anche nella Scuola normale (poi Istituto magistrale). Nel 1911, per effetto della legge
Credaro, esso compare nella scuola primaria soltanto facoltativo e in ragione di un'ora al
giorno18. Nasce allora la "Ligue Valdôtaine-Comité italien pour la protection de la langue française dans la Vallée d'Aoste", che provvede a
surrogare lo Stato nel finanziare l'insegnamento del francese nelle scuole, lingua ancora forte in Valle, dove i quattro
giornali ("Le Duché d'Aoste", "La Doire Balthée", "Le Mont-Blanc", "Le Pays d'Aoste") ancora nel 1924 sono redatti
in quella lingua; vi è anche "Augusta Praetoria", rivista dichiaratamente regionalista. Nel maggio 1912, la
"Ligue valdôtaine" esce con un
"numéro
unique"19 in pro della lingua francese, anche con significativi contributi
"esterni" di solidarietà, tra i quali quelli dell'onorevole Napoleone Colajanni, deputato e docente dell'Università di
Napoli, Benedetto Croce, Arturo Graf, Giuseppe Prezzolini, Guido Rey, segretario generale del Cai, Francesco Ruffini,
rettore dell'Università di Torino, Valfrée di Bonzo, arcivescovo di Vercelli. A fine anno esce il primo numero del
"Bulletin" della "Ligue", che informerà mensilmente sulla situazione e sulle iniziative.
Il 7 aprile 1919 il dottor Anselme Réan (1855-1928), presidente della "Ligue valdôtaine" indirizza al
presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando, un'accorata petizione, firmata da migliaia di cittadini, con proposte
concrete relative alla tutela e promozione della lingua
francese20; il capo del governo risponde con una brevissima nota
assicurando un generico interessamento. Il 19 marzo 1921 Croce presenta una proposta di legge per la tutela del francese in
Valle d'Aosta, approvata dal governo, vanificata però dalla caduta del Ministero. Nonostante tutto, il censimento del
1921 rileva che il 91,4 per cento dei valdostani si dichiara ancora francofono.
Malgrado il fascismo fosse ormai al potere, il professor Giuseppe Lombardo Radice, "Direttore
generale dell'Istruzione Primaria e Popolare", che era stato l'ispiratore della riforma Gentile (decreto 1 ottobre 1923), con
la quale ai dialetti, e quindi alle lingue minoritarie, erano state aperte le scuole, scrive (15 maggio 1924)
all'onorevole Gino Olivetti per assicurarlo che "la materia dell'insegnamento in altra lingua è stata disciplinata con leggi
comuni a tutti i paesi nei quali ci sono gruppi etnici che parlano lingua diversa dall'italiana. Sono allo studio ora le
norme regolamentari per l'applicazione delle disposizioni suddette". Ben altra è la volontà del regime. Mentre nel
decreto del 22 gennaio 1925, che approvava il Testo unico sull'istruzione elementare, all'articolo 31 si faceva
riferimento all'insegnamento della lingua diversa dall'italiana, con il regio decreto legge del 22 novembre 1925, numero
2.191, è soppresso l'insegnamento del francese nelle scuole. Nel 1923 erano già state chiuse 108 scuole elementari
delle frazioni alpine.
Nel 1926 la "Ligue valdôtaine", dopo aver pubblicato l'ultimo numero
("janvier-avril") del suo "Bulletin" con
la protesta contro la legge liberticida, è sciolta d'autorità. "Il sogno di Giovenale Vegezzi Ruscalla, grazie al cavalier
Benito Mussolini, finalmente si
avvera"21. Nel 1923 accanto alla "Ligue" operava un gruppo di giovani, formanti
il "Groupe valdôtain d'action régionaliste", fondato da un giovane studente in medicina, Joseph-Marie Alliod
(1899-1956), i quali perlopiù confluirono poi nella "Jeune Vallée d'Aoste", fondata
dall'abbé Joseph-Marie Trèves
(1874-1941), che finì con il prendere il posto della "Ligue" (troppo morbida nei confronti del nascente fascismo) e che
dal 1926 entrò in clandestinità.
Teneva i suoi convegni in località alpestri (al Col de Joux, Saint Nicolas, Comboé, ecc.) o in altri luoghi
isolati (castelli d'Ussel e di Montjovet, ecc.), con il pretesto di studi archeologici o dell'escursionismo. Gli aderenti
alla "Jeune Vallée d'Aoste", tra i quali uno dei più attivi era il giovane Émile Chanoux, erano decisamente
federalisti, e sognavano un État valdôtain
fédéré, sul modello dei cantoni svizzeri; in quegli ideali, ed in quei programmi, ha
le radici il decisivo contributo che Chanoux darà alla "Dichiarazione di Chivasso".
Il fascismo si impegnò decisamente a cancellare ogni traccia di lingua e di cultura francese in Valle d'Aosta. Il
7 dicembre 1926 (decreto del 2 gennaio 1927) si crea la nuova provincia di Aosta, comprendente il Canavese ("per
una ragione squisitamente politica" e cioè per l'italianizzazione, come disse Mussolini medesimo). Nel 1924 si
vieta l'iscrizione francese sul monumento ai caduti di
Aosta22; nel 1926 divengono italiani tutti i nomi delle vie di
Aosta. Nel 1928 inizia la prima italianizzazione dei toponimi (Villeneuve/Villanova Baltea; Quart/Quarto Pretoria;
Aymaville/Aimavilla, ecc.): l'italianizzazione è completata con l'ordinanza del 22 luglio 1939, con esempi grotteschi: La
Thuile/Porta Littoria, Doues/Dovia
d'Aosta23. La guerra interrompe questa operazione forsennata, nel momento in cui
le autorità fasciste stanno preparando l'italianizzazione di circa ventimila nomi di
famiglia!24
Una preziosa testimonianza sui misfatti della dittatura è offerta dallo storico Federico Chabod, quando allude
a "vent'anni di oppressione fascista, durante i quali i Valdostani sono stati danneggiati nei loro interessi materiali,
offesi e feriti nei loro sentimenti, trattati da cretini, pubblicamente disprezzati da gerarchi e funzionari venuti a
esprimere senza ritegno giudizi disdegnosi e ingiurie sul conto di questa povera popolazione montanara, che parlava
un'altra lingua ed era perciò trattata da 'straniera e antipatriottica' ".
La Resistenza ebbe in Valle d'Aosta aspetti peculiari. Infatti molti patrioti valdostani lottarono non soltanto
contro la dittatura fascista, ma anche per rivendicare alla comunità valdostana le sue antiche prerogative. Si riscontrò
anche, in alcuni momenti, una dicotomia, se non un'opposizione tra le due anime della Resistenza
locale25. Il primo nocciolo della Resistenza si innestò direttamente sull'azione culturale: fu il "Comité valdôtain de libération",
costituitosi qualche giorno dopo il decesso del fondatore della "Jeune Vallée d'Aosta",
abbé Trèves (21 giugno 1941). In una
delle prime riunioni Émile Chanoux, che ne divenne il leader, lesse agli amici convenuti la dichiarazione "L'esprit
de victoire", manifesto della Resistenza fatta
in (e anche per il) francese, che iniziava con queste parole.
"Il faut être très bas, pour regarder très haut. C'est un paradoxe, qui cache cepandant un vérité. Nous sommes très bas. Nous
avons atteint le fond de notre bassesse. Pour un peuple, comme pour un individu, ne plus garder son individualité
c'est mourir. Et pour celui qui regarde et voit uniquement l'apparence, notre peuple n'existe
plus", e termina così:
"Mais que notre âme s'alimente de la volonté de vivre, et que tout ce qui a lieu autour de nous serve à
cultiver, âprement, cette volonté de vivre! Et voilà que nous vaincrons. Voilà que la Vallée d'Aoste nouvelle, régénérée par la
souffrance et refondue dans une nouvelle unité, produira à nouveau des
Valdôtains"26.
Una "Lettre aux amis" circolò clandestinamente nel 1942, nella quale già si prospettavano programmi in vista
della caduta del regime: "Décentralisation énergique et profonde constitution des régions autonomes, des Cantons
fédérés"27. Un rapporto alle autorità fasciste (estate 1943) segnalava che "a Aosta era attiva un'associazione clandestina,
diretta da Chanoux, Lino Binel e Caveri, che sosteneva l'autonomia e forse l'indipendenza valdostana". Ciò era
anche confermato da un rapporto del 22 settembre 1943 indirizzato ai dirigenti del Partito comunista sulla situazione
in Valle: "Ad Aosta esiste un movimento autonomista a carattere politico. Esso vuole l'unione della Valle d'Aosta
con la Savoia, ecc.; godere di un'autonomia politico-amministrativa. Il movimento è abbastanza diffuso e gode
anche la simpatia della popolazione
campagnola"28.
Le alte valli del Canavese (Orco, Soana, Stura di Lanzo) così come Coazze e la media val Susa (e così pure,
nel versante transalpino, i cantoni della Svizzera romanda, la Savoia e l'alto Delfinato), proprio come la Valle
d'Aosta (ad eccezione di Issime e dei due Gressoney, nella valle del Lys, che sono walser, cioè alemanniche), sono
franco-provenzali; l'alta valle di Susa, ad iniziare da Chiomonte, e tutte le altre alte valli della provincia di Torino e di
Cuneo sono occitane (provenzali alpine), come nel versante transalpino il basso Delfinato e la Provenza. In tutte le
Alpi occidentali la lingua francese era conosciuta, per i rapporti frequenti di lavoro, e per gli scambi commerciali
tradizionali tra le comunità montanare dei due versanti; inoltre, le alte valli di Susa e del Chisone avevano fatto parte della
comunità alpina detta "République des escartouns", unitamente al Briansonnese e, con l'alta valle Varaita (detta la
"Castellata") del Delfinato (formando il cosiddetto Bec Dauphin) sino al 1713, quando, con il Trattato di Utrecht, passarono
alla sovranità piemontese dei Savoia. La politica linguistica antifrancese, iniziata con la cessione della Savoia e
della contea di Nizza alla Francia (1860), non trovò in queste valli la resistenza incontrata, invece, come abbiamo
visto, nella Valle d'Aosta.
Le valli valdesi (Pellice, Germanasca o di San Martino e, in parte, la riva sinistra del Chisone)
caratterizzate dall'occitano come lingua popolare
(patois), a partire dall'adesione del movimento religioso valdese alla
Riforma protestante (adesione sanzionata dal Sinodo di Champforan, 1532) avevano adottato il francese come lingua di
culto e di cultura. Tale scelta fu incrementata dopo la peste del 1630 (che aveva falcidiato i valdesi, privandoli di quasi
tutti i pastori), con l'arrivo di nuovi pastori di lingua francese venuti dalla Svizzera riformata. Con l'Unità d'Italia i
valdesi dovettero confrontarsi con la necessità di aprirsi all'italiano, per evangelizzare nella penisola, al tempo stesso
rimanendo fedeli alle radici culturali valligiane, dove si conservava il prezioso patrimonio di conoscenze della lingua
francese, insegnata autonomamente in tutte le "scuolette" fin delle più sperdute frazioni alpine (quelle valli del
Pinerolese erano praticamente le uniche, in tutto l'arco alpino, ad essere del tutto alfabetizzate sin dalla prima metà del
XIX secolo). La pubblicistica valdese continuò ad essere fedele alla lingua francese sino ai divieti imposti dal
fascismo. Quando le "lettere patenti" di Carlo Alberto (17 febbraio 1848) concessero finalmente la tolleranza religiosa ai
valdesi, nacque "L'Eco des Vallées" che durerà sino al 1850 e riprenderà poi dal 1866 divenendo, nel 1875, "Le Témoin";
solo nel 1939 l'organo ufficiale sarà, con la testata "L'Eco delle valli valdesi", tutto in italiano. Così la locale società di
studi si chiamava "Société d'études vaudoises" e pubblicava il suo "Bulletin" in francese.
Ci sembra particolarmente importante riportare il pensiero dei tre testimoni tuttora viventi, dell'incontro di
Chivasso, a cui dettero un preciso contributo.
Scrive il prof. Giorgio Peyronel: "Le autonomie locali si richiamano nella generalità dei casi ad una unità
geografica ben distinta in cui si sono storicamente sviluppati caratteri etnici, linguistici e culturali ben differenziati dalle
zone circostanti su un substrato economico sufficientemente consistente per consentire di porre il problema anche in
termini politico-amministrativi. Per i valdesi tali condizioni si sono verificate nelle valli valdesi, almeno in parte nel
passato, ma oggi la loro situazione si presenta come assai più complessa. La caratterizzazione dei valdesi è stata ed
è essenzialmente religiosa; la loro unità geografica è stata realizzata, loro malgrado per alcuni secoli, nelle valli
valdesi solo per un motivo storicamente contingente: la necessità di difendersi da una repressione plurisecolare che,
dopo averli estirpati dal loro primitivo contesto europeo, li ha costretti a confinarsi e radicarsi in alcune valli del
Piemonte, dove con alterne vicende hanno potuto sopravvivere come minoranza
religiosa"29.
La tradizione autonomistica dei valdesi ha le sue radici e le sue motivazioni particolari: "In un'attiva
partecipazione alla gestione della vita locale in forma democratica da parte della popolazione valdese educata
all'ordinamento presbiteriano e sinodale della sua organizzazione ecclesiastica e dalla diretta partecipazione della chiesa valdese
alla vita civile locale [....]. Nello sviluppo eccezionale dell'istruzione che faceva dire all'inquisitore di Passau, uno
dei primi ad occuparsi dei valdesi: 'omnes scilicet, viri et foemine, parvi et magni, nocte et
die'30. Nel 1848, per una popolazione di circa ventimila abitanti, la chiesa valdese gestiva alle valli 169 scuole primarie per 4.479 alunni,
con obbligo di frequenza sino a 16-17 anni di età e con maestri in maggioranza forniti del brevetto della scuola di
Losanna. Queste scuole salirono a 192 nel 1897, per passare poi allo Stato entro il 1914 in applicazione della
legge Credaro del 1911. Nei caratteri 'etnici, linguistici, culturali', dei valdesi vi è poi, per me essenziale, l'uso della lingua
francese, che era una delle nostre fondamentali rivendicazioni al convegno di Chivasso. Una 'lingua' non è solo un mezzo
di comunicazione, ma è un vero 'modo di pensare', una 'partecipazione a una cultura'; e il pluralismo rappresenta
non solo un grande valore economico ma anche un'espansione della cultura e della sensibilità spirituale umana.
La conoscenza del francese e l'essere valdese hanno sempre consentito ai valdesi di avere una 'coscienza europea',
e di dedicarsi con 'spirito europeo' alle varie attività da loro sempre svolte con intelligenza, scrupolosità ed
efficienza nel loro paese, rifuggendo da quel nazionalismo fanatico e stupido che ha sempre caratterizzato il ventennio
fascista"31.
Ricorda Gustavo Malan: "Non so dove ho pescato la parola 'autonomia' per dirla ai miei compagni. Credo di
aver visto una volta su una bancarella dei libri usati, a Torino, un piccolo libro del 1920 sull'autonomia del Friuli.
Allora, mi son detto, esiste la parola! Perché se uno avesse detto 'autonomia' in giro, sarebbe stato guardato come un pazzo.
Nel contesto generale di quell'epoca, durante il fascismo, non esisteva nemmeno il concetto di autonomia.
Era come quando si diceva che saremmo andati sulla luna, e tutti ridevano... poi ci siamo andati.
Però questo è vero fino a un certo punto. Perché allora uno direbbe: 'Beh, avete fatto la scoperta di Einstein".
Ma neanche per idea!
Certamente, le idee di autonomia, sotto sotto, circolavano dappertutto, ma 'sotto sotto'. Se l'autonomia non
fosse passata da Chivasso, sarebbe passata da un'altra parte. Storicamente è passata da lì; non dico sia stato un caso,
ma è andata così. C'è un pensiero autonomista assai antico.
Anche senza rifarsi al solito Cattaneo, che non è stato così perdente come oggi ci è presentato, ricordo che
Garibaldi era un autonomista, che Cesare Battisti era autonomista, che il Partito sardo d'azione è autonomista, che
Tuveri32 in Sardegna, nella seconda metà del secolo scorso, era un autonomista. Ma tutto questo retaggio era sparito,
nessuno ne sapeva più nulla. In quei tempi, quasi nessun giovane della mia età sapeva che fosse esistito un signor
Matteotti. E pur fu un fatto enorme l'assassinio di Giacomo Matteotti, perché l'Italia ha tremato e tutto il mondo pensava
che Mussolini sarebbe caduto. Bene: dieci anni dopo, i giovani non sapevano neppure quel nome e quel cognome;
non sapevano nulla. Così, per l'autonomia: un'idea che esisteva, 'sotto sotto', ma nessuno la conosceva; eppure
bisognava ben muoversi. Questo, detto in poche parole, la storia di
Chivasso"33.
Osvaldo Coïsson: "Cinquant'anni fa, noi giovani studenti eravamo tutti iscritti ai Gruppi universitari fascisti
(Guf). Si trattava di un'iscrizione fatta col mugugno, soprattutto per noi valdesi che eravamo sempre comunque
considerati degli estranei. Per il regime bisognava essere cattolici e italiani: un'unica religione, un unico sentimento dello
Stato. Tra noi, qui alle valli, sovente si diceva: 'Come sarebbe bello vivere per nostro conto, esser autonomi e fare la
nostra piccola repubblica!'. Del resto nella storia valdese non mancano precedenti in questo senso: alludo agli
affrancamenti post-medioevali, sino alla repubblica della valle di San
Martino34. Bisogna dire che sotto il fascismo
alle valli pochi avevano un'educazione politica, salvo alcuni, come un Mario Alberto Rollier che politicamente ci
formava"35.
La "Dichiarazione di Chivasso" è una pietra miliare, nella storia dell'idea federalista italiana, così come il
"Manifesto" redatto in quel medesimo 1943 da un gruppo di uomini politici antifascisti confinati a Ventotene (tra i più
autorevoli, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli), con il quale nacque il Movimento federalista europeo, che ebbe, già nella
Resistenza, il suo organo a Milano nella rivista clandestina "L'unità europea". Le tesi di Chivasso furono rielaborate da
Émile Chanoux nel saggio "Federalismo e autonomie", uscito clandestino nel 1944 nella serie "Quaderni dell'Italia
Libera" del Partito d'azione36. A quelle istanze si sarebbe dovuta ispirare la Repubblica italiana nata dalla
Resistenza, nell'organizzazione dello Stato. La Valle d'Aosta ottenne l'autonomia speciale in virtù dei decreti
luogotenenziali del 9 settembre 1945, tuttavia nel decreto numero 545 sullo Statuto d'autonomia il francese e l'italiano non
erano posti su un piede di parità: "Nella Valle d'Aosta è tollerato il libero uso della lingua francese per i rapporti
con l'autorità politica, amministrativa e giudiziaria" (articolo
17)37.
Nel 1946-47 si ebbero grandiose manifestazioni separatiste in Valle. Il 3 marzo 1947 fu votato un progetto di
Statuto nettamente "federalista" (con l'attribuzione di alcune competenze generali allo Stato: tutto il restante essendo
di competenze della Regione; mentre lo Statuto che diverrà la Legge costituzionale numero 4, del 26 febbraio
1948 istituisce una struttura "regionalistica" (la competenza legislativa è sempre dello Stato, ad eccezione di alcune
materie specificamente attribuite alla Regione). Nulla, invece, fu riconosciuto alle valli valdesi, i cui rappresentanti
avevano pur dato un contributo fondamentale alla "Dichiarazione di Chivasso": neppure per quanto riguarda la tutela della
lingua francese, riconosciuta invece a pari titolo con l'italiano per la Valle d'Aosta, ormai ufficialmente bilingue.
La "Dichiarazione di Chivasso" ispirò indubbiamente alcuni membri dell'Assemblea costituente, e quindi
alcuni principi della Carta fondamentale della Repubblica, specie in materia di autonomia e di tutela delle
minoranze linguistiche. Osserva Malan: "Chivasso, reperto archeologico, interessa o non interessa? Interessa a che livello?
A livello regionale, a livello di comunità montane, a livello comunale, a livello statale. Credo che Chivasso abbia
contribuito alla Costituzione per due motivi: uno perché Chivasso è stato il passaggio per l'autonomia valdostana [...].
L'articolo 6 della Costituzione, quello sulla tutela delle minoranze linguistiche, esiste perché un certo Tristano (detto
Pippo) Codignola, su richiesta dei consigli comunali delle valli valdesi, l'ha proposta. Certamente, l'articolo 6 esiste
non soltanto perché fu richiesto dai consigli comunali delle valli valdesi, ma perché la Resistenza si richiamava
esplicitamente a Chivasso, e della Resistenza i miei conterranei, insieme ai valdostani, erano stati protagonisti. Voglio farvi
osservare una cosa interessante: la Resistenza in Italia è iniziata dalle minoranze, nelle valli valdesi e nelle valli occitane
del Cuneese"38.
Il fatto che le regioni a statuto ordinario furono istituite soltanto nel 1970, e le comunità montane nel 1974, la
dice lunga sulla mancata volontà politica di attuare un'autentica autonomia nello Stato italiano: la mancata
attuazione dell'articolo 6 della Costituzione, costituisce una palese "violazione per omissione", per inadempienza, della
Carta fondamentale. Infatti non si è a tutt'oggi provveduto "con apposite norme" a tutelare le minoranze linguistiche, e
cioè quella straordinaria ricchezza costituita dal patrimonio linguistico, così ricco e vario, che caratterizza il
territorio della Repubblica; e che rappresenta anche una garanzia di pluralismo culturale, una naturale disposizione
alla comprensione delle diversità e quindi della società multietnica.
Finalmente, il 20 novembre 1991, la Camera dei deputati, a larghissima
maggioranza39 aveva approvato la legge 612 (nata dalla proposta di legge di Antonio Labriola, poi unificata ad altre proposte, dopo anni di lavoro nei due
rami del Parlamento, e dopo aver superato i vari tentativi per insabbiarla) "Norme in materia di tutela delle
minoranze linguistiche". Si scatenò un'opposizione forsennata non soltanto da parte della destra nazionalista e dei
neofascisti, ma anche di alcuni esponenti dell'intellighenzia di sinistra: Valerio Castronovo, Massimo Salvadori, Nicola
Tranfaglia, Gian Enrico Rusconi e Saverio Vertone presero carta e penna per inviare una lettera aperta a Bettino Craxi e ad
Achille Occhetto, dicendosi indignati per l'appoggio dato da Psi e Pds alla legge. Chissà se costoro (tra i quali docenti e
cultori di storia contemporanea) avevano mai letto la "Dichiarazione di Chivasso"...
Ma vi furono invece illustri difensori, come Ulderico Bernardi, Antonio Cassese, Alberto Maria Cirese, Tullio
De Mauro, Umberto Eco, Mario Lizzero, Donald O'Riagain, Renzo Titone, Aldo Visalberghi ed altri. La legge
doveva essere poi approvata dal Senato, allora presieduto da Giovanni Spadolini, il quale alla tv dichiarò: "Se posso
parlare in quanto presidente del Senato, sono assolutamente contrario al varo di una legge per le parlate locali". Il 25
gennaio 1992 arrivò la notizia ufficiale: la legge di tutela delle minoranze linguistiche si era arenata al Senato.
Parcheggiata alla Commissione Affari costituzionali e Pubblica istruzione, non fu messa all'ordine dei lavori in aula,
malgrado le richieste del Gruppo federalista (verdi e radicali) e di Rifondazione comunista. Fu così una delle tante vittime
di fine legislatura.
La "Dichiarazione di Chivasso" è quindi tuttora disattesa, malgrado il solenne impegno costituzionale
sancito dall'articolo 6. Il patrimonio delle valli alpine è lasciato al totale degrado.
Non soltanto la lingua francese non ha avuto alcun riconoscimento nelle valli valdesi, ma neppure l'occitano
(o provenzale) che ne è la lingua autoctona, popolare. Così dicasi per le altre valli occitane (o provenzali alpine) e
franco-provenzali delle Alpi occidentali, e per le piemontesi del Biellese e della Valsesia, per le lombarde dell'Ossola e
per le comunità alemanniche (walser) attestate intorno al monte
Rosa40.
Le comunità montane, certamente, sono una tardiva, e molto parziale, attuazione della "Dichiarazione di
Chivasso". La Regione Piemonte sembra essersi dimenticata di quelle istanze, disconoscendone il valore; il
documento programmatico, che agli albori della Resistenza le aveva solennemente dichiarate, è stato totalmente ignorato
nei lavori del Consiglio regionale che, nell'inverno 1970-71, portarono all'approvazione dello Statuto della
Regione Piemonte.
Non è comunque esatto ritenere che la "Dichiarazione di Chivasso" rappresenti un fallimento, una sconfitta:
diremo piuttosto che è stata incompiuta e, in una certa misura, tradita; proprio, del resto, come la Resistenza, da cui
scaturisce e della quale è stata una delle numerose premesse, alcune anche con lontane radici. Nel dicembre 1943 si è,
infatti, agli inizi della lotta armata, quando le prime formazioni partigiane stavano organizzandosi reclutando gli
sbandati, nella solitudine, nelle difficoltà dell'inverno, malamente armate e vestite.
L'attualità del documento di Chivasso è dirompente nella denuncia della situazione coloniale patita dalla
regione alpina (una denuncia implicita, perché il termine "colonia" non compare nel testo). Si trattava, e si tratta ancora
oggi, di "decolonizzare" le Alpi; di rivendicarne il diritto alla loro liberazione, e cioè di riscattarle da quella
"dipendenza" economica, politica, amministrativa e culturale che nel 1997 è peggiorata rispetto a cinquantacinque anni fa. Se
la situazione nel 1943 era "coloniale", oggi non sapremmo come definirla. Non vi è praticamente più "resistenza":
valli intere sono spopolate (penso in particolare a quelle occitane e del Cuneese, ma anche alle biellesi). Il processo
di "conquista" e di espropriazione è quasi ultimato. Si potrebbe ripartire coordinando alcune superstiti sacche di
resistenza, ma ogni anno trascorso rende più difficile la strategia.
Che si tratti di una denuncia del processo di colonizzazione patito dalle Alpi, è evidente sin dall'inizio
della "Dichiarazione", nel preambolo, là dove si dice: "Vent'anni di malgoverno livellatore ed accentratore,
sintetizzati dal motto fanfarone e brutale di 'Roma doma' ", per affermare un collegamento con l'antico impero di Roma,
rivendicato appunto da Mussolini, scimmiottatore di quel Giulio Cesare che privò popoli interi della loro indipendenza,
facendo tabula rasa del loro patrimonio culturale originario, con un genocidio paragonabile a quello perpetrato dal XVI
secolo in poi dai colonizzatori europei nelle Americhe, ed in genere a danno di tutti gli aborigeni.
Il documento denuncia via via puntualmente l'oppressione politica, la rovina economica, la distruzione della
cultura locale: fatti, tutti, tipici e conseguenti di una politica coloniale. Essenziale, in tale contesto, è quanto si afferma
nel punto 3, paragrafo A, relativamente all'esercizio delle funzioni politico-amministrative locali, "compresa quella
giudiziaria comunale e cantonale", che dovranno "essere affidate ad elementi originari del luogo o aventi ivi
una residenza stabile da un determinato numero di anni, che verrà fissato dalle assemblee locali". Istanze che
non mancherebbero, se dette oggi, di sollevare obiezioni, o addirittura accuse di "razzismo". È l'atteggiamento
tipico, stupido e vile, di chi opprime, ed accusa di "razzismo" l'oppresso che cerca di resistergli. È la favola del lupo
che rimprovera all'agnello, che si abbevera a valle, di intorbidire l'acqua alla sorgente. È la storia dei pellirosse,
espropriati delle loro terre e di ogni loro risorsa, accusati di razzismo se intendono difendere quanto ancora rimane loro
della cultura originaria e delle lingue che la esprimono.
Si tratta, invece, di un'istanza fondamentale di autonomia, potremmo dire di "autocrinìa", cioè dell'esigenza
di avere propri giudici. La rivolta antimperiale dei cantoni della Svizzera primitiva - Uri, Schwitz e Unterwalden -
scaturì alla fine del XIII secolo proprio dalla rivendicazione di essere giudicati da magistrati locali... Quei montanari
non volevano essere sottoposti a giudici ben pasciuti alla corte dell'imperatore, ma da uomini che condividevano i
disagi della vita in montagna (il freddo, l'isolamento, la difficoltà di procurarsi il cibo...), partecipi della medesima
"cultura" e delle stesse condizioni ambientali. Nel testo elaborato a Chivasso si coglie, ovviamente, l'indignazione nei
confronti del regime fascista, che aveva inviato ovunque i propri
ras, i missi dominici, ma c'è pure l'esigenza, sempre e
comunque sentita, di riservare le funzioni dirigenti e rappresentative a chi conosce la vita della montagna e le sue
problematiche: come la difficoltà di trovare un lavoro soddisfacente senza essere costretti ad emigrare, ed a rischiare la vita
nelle traversate alpine, come comportava l'emigrazione clandestina, e nelle attività proibite quali il contrabbando. La
gente della montagna ha rivendicato sin dai tempi più remoti la pretesa, l'esigenza di "avere propri giudici";
basterebbe pensare al "tuchinaggio", la rivolta dei montanari canavesani e valdostani, che dal 1380 sino alla metà del XVI
secolo insorsero contro i grandi feudatari (marchesi del Monferrato, conti di Savoia, ecc.) ai quali contestavano la
prepotenza di esercitare diritti di tutela sulle vedove e sugli orfani, di espropriare le comunità dei boschi e dei pascoli.
Anche i valdesi rifiutavano magistrati esterni, e non soltanto per motivi religiosi, tant'è vero che anche in alcune valli
transalpine, francesi (non valdesi), continuò sino alla fine del secolo scorso l'usanza di essere giudicati dagli "anziani" locali
e da costoro condannati a pene umilianti (come il bando dalla comunità), temute più della reclusione.
Abbiamo già avuto occasione di motivare le ragioni per cui riteniamo che le Alpi costituiscano una
colonia41. Ci limiteremo qui a ricordare i punti fondamentali. Nelle Alpi, come nelle colonie "esterne", si producono materie
prime trasformate e consumate nelle metropoli (caolino, talco, marmo, granito, legname e persino metalli preziosi
e... l'acqua: Enel: Esporta Nostra Energia Lontano; a seconda degli interessi, le valli vengono prosciugate od
allagate: si vedano le cascate del Toce, e il comune walser di Agaro, pure nell'Ossola, allagato...); i confini sono
artificiali, dividono popolazioni della medesima etnia; le valli costituiscono riserva di manodopera; forniscono buoni
soldati: per secoli, gli uomini "abili" erano a vent'anni maturi per morire sui campi di battaglia; gli indigeni sono
ritenuti "inferiori" culturalmente e
civilmente42, quasi come i "selvaggi"; il colonizzatore diventa proprietario delle
terre; i colonizzati sono dei minus
habentes: le loro lingue sono dei
minus-valori (l'onorevole professor Massimo
Salvadori, appoggiando le tesi del professor Castronovo, contrarie alla legge di tutela delle minoranze, chiedeva: "Non
vorrete mica insegnare il parlare di Bergamo?" Rispondiamo, chiedendo a nostra volta: "Perché il bergamasco
dovrebbe 'valere meno' del retormancio insegnato a cinquantamila montanari del Canton Grigioni? Non è forse razzismo
ritenere che la lingua dei boscimani sia inferiore a quella dei boeri o degli inglesi?"). L'economia alpina è disarticolata,
in un dualismo economico-geografico-sociale, tra aree turistiche sviluppate, divenute rioni di megalopoli, e aree
depresse; tra "forestieri" addetti al terziario, e superstiti contadini vessati da disposizioni fiscali e burocratiche che li
costringono a cessare l'attività. Come nelle colonie "esterne", le attività turistiche non consumano i prodotti locali, ma
quelli dell'industria e del commercio metropolitani.
I postulati di Chivasso sono straordinariamente attuali, moderni, in quanto, oltre alla denuncia della
situazione coloniale patita dal mondo alpino, hanno precorso la nozione di
"bioregione"43, della quale uno degli assetti
fondamentali è il ritenere essenziale il concetto di decentramento, e cioè la "dispersione del potere" fra molte piccole unità.
Anche il principio di sussidiarietà ha nel contesto bioregionale un'accezione particolare: le istituzioni debbono tendere
a realizzare "un potere diffuso e la loro decentralizzazione non deve concedere al livello più alto nulla che non
risponda alla pura e semplice necessità, in un sistema che consenta un flusso di autorità dal basso verso l'alto, dalle
unità politiche più basse a quelle più
grandi"44.
La sede del meccanismo decisionale, dunque, e del controllo politico ed economico è, secondo i principi di
Chivasso, la comunità locale, di base; il gruppo, così come si ritrova quale unità politica, in modo formale ed informale.
Per questo le comunità montane, e le comunità più decentrate in genere, i villaggi della montagna, anziché
continuare a patire decisioni prese da una prospettiva metropolitana (al punto che la megalopoli torinese finisce con il
sovrapporsi alla regione, con la quale praticamente, purtroppo, si identifica), devono rappresentare formidabili baluardi di
difesa delle autonomie locali, e costituire fattori di attiva partecipazione. "Qui dove la gente si conosce e condivide
le condizioni ambientali, dove le informazioni elementari per risolvere i problemi sono note e facilmente
reperibili, proprio qui dovrebbe collocarsi la gestione comunitaria. Le decisioni prese a questo livello hanno una maggior
possibilità di essere corrette se è il caso, e una ragionevole probabilità di essere portate a termine; e anche nel caso in cui le
scelte fossero errate o la loro attuazione insufficiente, il danno per la società e l'ambiente sarebbe irrilevante. Gli
incontri popolari, le assemblee di villaggio [pensiamo alla Landsgemeinde dei cantoni della Svizzera primitiva,
nda] e quelle cittadine, costituiscono le istituzioni umane che si sono dimostrate nel corso dei tempi gli strumenti più adatti ad
un sistema di autogoverno"45. "Non dovremmo dimenticare che nessuna legge è migliore della volontà della gente
a livello di base [...]. Perché la gente reale ha interesse a non rovinare il luogo [..]. Perciò il beneficio ecologico di
un atteggiamento più 'radicato' è che la gente si prenda cura del territorio, perché sa che continuerà a viverci per
molti secoli ancora [...]. 'Avere un luogo' significa che c'è qualcuno che ci vive, che ha fatto un investimento in
questa situazione. Se stai trasmettendo queste conoscenze alla prossima generazione, non le vorrai sacrificare alla
prima compagnia mineraria che si
presenta"46. Bioregione significa infatti saper vivere
in e con un luogo: un'antica
sapienza che la gente della montagna ben possedeva, ed alla quale i convenuti di Chivasso davano piena fiducia,
erigendola a sfida nei confronti della prepotenza dello Stato accentratore e imperialista.
È, in ogni caso, la partecipazione che crea la comunità. Quando si parla di partecipazione, occorre chiarire che
essa può operare a due livelli: a quello dei servizi collettivi, e si realizzerà allora un ente burocratico di
decentramento. Certo, così si aprono maggiori spazi alla democrazia, offrendo maggiore possibilità decisionale agli enti locali
che "conteranno di più". Ma non si realizza la "comunità", e sempre maggiore sarà la divaricazione tra la società
civile e l'amministrazione (o, più generalmente, "la politica"), allontanandoci sempre di più dalla Resistenza che,
nelle "Repubbliche" partigiane (anch'esse "retroterra" delle autonomie piemontesi) dell'Ossola, di Alba, della
Valsesia e del Biellese, costituì, nella storia contemporanea della nostra regione, il momento più esaltante della fusione
tra fatto sociale e fatto politico. È invece sul livello della creazione della cultura e dei valori del proprio tempo che
si realizza appunto con quella fusione, il progetto di Chivasso, e cioè l'ambito concretamente comunitario. È su
questo secondo livello (tanto osteggiato dal fascismo,
pour cause) che si realizza la volontà politica di far partecipare
le persone: facendole protagoniste della dialettica culturale nella creazione dei valori. Senza la coscienza
dell'identità, la comunità è irrealizzabile. Ne consegue che il passaggio fondamentale dell'ente locale di concezione
razional-burocratico alla comunità, nel suo significato sociologico, come centro di contro-potere - e quindi come fattore
di liberazione, e presidio di libertà - si realizza unicamente mediante la ripristinata capacità di produrre cultura,
di riceverla e di parteciparla, di creare e scambiare valori originali. Occorre allora, in primo luogo, rendere
cosciente di questo potenziale ma effettivo livello di partecipazione ogni persona nell'ambito della collettività, e quindi
spostare in su l'attenzione rispetto al primo livello, quello programmatico, di un efficentismo fine a se stesso,
tecnocratico, dove rischia di fermarsi l'attenzione del legislatore e dell'amministratore.
Se si intende far adempiere agli enti locali la funzione essenzialmente di costituire centri di contro-potere in
una società effettivamente pluralista, occorre dunque rendersi conto che è nella dimensione culturale - così
fondamentale nella "Dichiarazione di Chivasso" e nei presupposti culturali di chi l'ha redatta - che può venire il richiamo di
una svolta necessaria nel disporsi della struttura. Diventa cioè necessario far ritrovare alla comunità locale le sue
radici culturali: storia, lingua, (intendendosi con tale termine anche il dialetto: la differenza infatti non è scientifica,
ma politica, essendo relativa agli ambiti riconosciuti dal "Palazzo" allo strumento linguistico), tradizioni. Ma perché
ciò non sbocchi in un risultato meramente statico - musei etnografici, spettacoli folkloristici (consentiti anche dal
fascismo, che invece faceva ostracismo ai
dialetti47), atlanti linguistici e stop - che andrebbe contro ogni principio
enunciato, riducendolo ad un rimpianto sostanzialmente idiota, ad un'idealizzazione acritica, occorre, invece, che
vengano coinvolti tutti gli aspetti dell'organizzazione socialitaria, tutte le agenzie di socializzazione, a cominciare dalla
scuola, che deve attentamente considerare la cultura locale e conferire dignità, prestigio, alla lingua che l'esprime,
"respingendo il metodo dell'acculturazione passiva, basata su un'assunzione non dialettica della cultura 'culta' privilegiata su
ogni altra e resa, proprio per questo suo porsi, estranea alla possibilità di fruizione di una larghissima parte
della popolazione"48.
Oggi, che fare? È ancora possibile salvare dall'omologazione le culture locali, linfa di autonomie autentiche,
lievito di effettiva partecipazione, ricomporre un tessuto sociale ferito - forse mortalmente - in quello strato vitale che
è l'identità?
Ogni residua possibilità delle culture locali di contare, ogni tentativo di costituirsi parte attiva nella dialettica
formativa, respingendo il ruolo passivo di soggetto da acculturare, ogni resistenza a quello che Pasolini nel suo ultimo
intervento ha definito "questo nuovo fascismo che è l'accentramento linguistico e culturale del
consumismo"49, va riferito ad una profonda modifica dell'ordinamento politico-amministrativo dello Stato, che dia ampio spazio alle
autonomie locali, soddisfacendo le istanze comunitarie sino a pochi anni fa riscontrabili nel Paese (e nei paesi!) ed ora
tacitate dallo scoramento e dal riflusso.
È in tale contesto che la "questione culturale", così puntualmente evidenziata nella "Dichiarazione di
Chivasso", assume primaria importanza nell'attuale fase di revisione costituzionale dello Stato, in una prospettiva
sinceramente, concretamente federalista.
| |