Mauro Bruscagin

La guerra di Spagna nei commenti dei giornali locali dell'epoca
III parte



I giornali delle federazioni dei fasci di Vercelli e Biella

Affrontiamo ora l'analisi dei periodici politici, ovvero quelli delle federazioni fasciste, "Il Popolo Biellese" e "La Provincia di Vercelli".
Tre sono i temi di cui si occupano prevalentemente queste due testate: l'anticomunismo, la polemica antidemocratica e l'esaltazione del regime.
Il confronto tra comunismo e democrazia da una parte e fascismo dall'altra si tiene su un piano politico-ideologico, quasi mai la polemica sfiora il riferimento al tema della religione.
Il tono è spesso violento e irriverente nei confronti degli avversari politici, tuttavia solo raramente scade nella volgarità. Per ovvie ragioni, trattandosi di giornali politici, sia "Il Popolo Biellese" che "La Provincia di Vercelli" concentrano la loro attenzione su particolari aspetti del conflitto, quelli in cui, a loro avviso, è maggiormente riscontrabile il significato ideologico della contesa, ponendo in rilevanza episodi che, sugli altri giornali, compaiono in maniera molto più sfumata. Così argomenti come il declino delle potenze democratiche e l'aumento del numero dei paesi a regime autoritario sono costantemente richiamati all'attenzione del lettore, soprattutto sul finire del conflitto. Stessa cosa avviene, come vedremo, per la celebrazione dell'alleanza italo-tedesca, tema a cui è riservato uno spazio decisamente superiore rispetto alle altre testate, specie quelle cattoliche, le quali si mostrano molto fredde nei confronti dell'ideologia nazista, fortemente impregnata di "neo-paganesimo".

Il Popolo Biellese
Il giornale della Federazione dei fasci biellesi concede poco spazio alla cronaca, preferendo i commenti e le analisi politiche. Anzi, va riconosciuto a "Il Popolo Biellese" il merito di aver condotto analisi politiche certamente molto più approfondite e non di pura propaganda come le altre testate. Il discorso viene impostato su una prospettiva di ampio respiro: dopo una premessa che concerne le caratteristiche del movimento comunista internazionale, viene presa in esame la specifica situazione spagnola, mettendo in rilievo i fattori che nel passato hanno giocato a favore del comunismo.
Ciò che al giornalista preme sottolineare è in particolare la straordinaria caratteristica "camaleontica" del comunismo: "È a tutti nota l'enorme e straordinaria capacità di adattamento del comunismo: si può dire che questo sia uno dei requisiti essenziali della dottrina di Marx, per la necessità in cui essa si trova di penetrare negli ambienti più diversi e soprattutto presso i paesi di tutte le latitudini. A questa naturale e, più che altro, premeditata adattabilità che si estrinseca, ad esempio, nei confronti della famosa politica di alleanza con certi cattolici, si aggiunge nel momento in cui il comunismo penetra e agisce su un determinato popolo, la variazione che l'elemento soggettivo sul quale il comunismo comincia ad operare, comporta. Per questo, vari e diversi atteggiamenti, assume il comunismo presso i singoli popoli" (Origini, sviluppi e fine del comunismo spagnolo, 27 febbraio 1939).
L'analisi si concentra poi sulla Spagna: "Per quello che riguarda la Spagna, il comunismo assume una colorazione caratteristica, che è derivante da numerosi fattori, particolarmente quelli economici-sociali e quelli psicologici" (ivi).
L'articolista non si limita a considerare gli anni della guerra o quelli immediatamente precedenti, ma compie un excursus sulle condizioni socio-economiche a partire dal secolo scorso: "L'economia spagnola se, in linea assoluta, poteva considerarsi florida, relativamente alle possibilità produttive del paese era molto arretrata e la pessima distribuzione della ricchezza, accentrata nelle mani di pochi, creava uno stato sociale che era la causa prima dello scarso sfruttamento delle possibilità naturali. La coltivazione, quasi totalmente estensiva, era affidata al primitivo, tradizionale sistema dei contadini, mentre i padroni, che non conoscevano neppure le loro proprietà, ne dilapidavano gli utili nelle stazioni climatiche del mondo. [...] Bisognava annullare i resti di questo regime feudale: il 2 per cento dei proprietari fondiari possedeva più di cento ettari ciascuno, mentre circa due milioni di piccoli proprietari si dividevano il 7,4 per cento del suolo coltivabile" (ivi).
Dopo questa presentazione generale viene presa in considerazione la predisposizione degli spagnoli verso il comunismo. Da ciò emerge una "sostanziale contraddizione tra quello che è il loro spirito e il loro carattere ed il carattere nettamente antitetico del comunismo russo o marxismo. Ecco allora l'inevitabile antinomia fra l'individualismo del popolo spagnolo e il collettivismo spersonalizzato del comunismo di stato" (ivi).
"Il Popolo Biellese" è l'unico giornale che documenta con dovizia di particolari le profonde differenze tra anarchismo e comunismo: "Fu infatti l'anarchismo o comunismo libertario quello che trovò assai più masse di aderenti per tutta la Spagna: il comunismo statale vi restò come uno stato maggiore di pochi uomini decisi e disciplinati, pronti a sfruttare in tutti i sensi le tendenze affini. L'amalgama tra anarchismo e comunismo non avvenne mai. [...] I dirigenti russi seppero trarre buon partito dalla situazione, non lasciando che sfuggisse dal loro controllo neanche uno dei quattro elementi che vivificavano la lotta sociale in Spagna: socialismo, anarchismo, sindacalismo e comunismo. Il comunismo si accorse subito che era possibile unire tutte queste forze e si adoperò tenacemente e metodicamente per questo. Superati gli ostacoli comuni, ognuno avrebbe ripreso la propria indipendenza per dirigersi verso il proprio deciso obiettivo. Ma la formula artificiosa e ingannevole aveva un difetto, ben noto ai comunisti: che vinta la partita, tutti sarebbero rimasti prigionieri del più forte: il comunismo si riservava per l'appunto questo ruolo" (ivi).
Nella seconda puntata dedicata alla ricostruzione del movimento comunista in Spagna, il giornalista insiste sul tema del rapporto sempre più teso tra comunisti ed anarchici. I primi, nel tentativo di ampliare la loro influenza, danno inizio ad un processo che li porterà ad occupare i posti chiave all'interno del sindacato anarchico, la Cnt. Le direttive provenienti da Mosca sono molto chiare: "Viene adottato un nuovo piano tendente a cloroformizzare la Cnt e, più in generale, a dominare la situazione mediante il deciso e coraggioso uso di una forza piccola ma tenace: un vero e proprio Partito comunista spagnolo alle dirette dipendenze di Mosca" (Breve storia del comunismo in Ispagna, 27 marzo 1939).
Il piano ha successo ed in breve tempo "in ogni centro i gruppi comunisti si oppongono agli anarco-sindacalisti: il nuovo partito, disciplinato, ferreo, armato, riesce ad aprirsi la strada fra le masse specie cittadine e in men che non si dica riesce a contrapporsi agli anarco-sindacalisti, togliendo loro ogni possibilità di successo" (ivi).
I problemi per il Partito comunista nascono durante la dittatura di Primo De Rivera, quando "dovette insabbiarsi, limitandosi a tenere accesi i principali focolai dell'agitazione sociale e trasferendo all'estero i propri comandi" (ivi).
Ma già il giorno dopo la caduta della dittatura "uno stuolo di agitatori si presenta alla frontiera: da allora, a decine, calano in patria gli 'specializzati' di Parigi e di Mosca. Intanto poche settimane sono sufficienti per ristabilire i collegamenti e riprendere in pugno le redini dell'organizzazione, mai distrutta completamente, celata ma solida. [...] Poche centinaia di comunisti piovuti improvvisamente dall'estero, perlopiù estranei al paese, sono in grado di sommuovere masse di decine di migliaia di uomini con una facilità e con una larghezza di mezzi straordinarie, grazie al proprio sistema organizzativo, preciso, costante, agguerrito" (ivi).
Nella terza parte, "Il Popolo Biellese" si concentra sul rapporto tra la Repubblica e il comunismo.
Secondo il giornale fascista è stata proprio l'instaurazione della Repubblica, a seguito della caduta di Primo De Ribera, che "si accolla la tragica responsabilità di aprire via libera al completo successo della nefasta azione comunista" (La Repubblica e il comunismo, 13 aprile 1939). Così il bisettimanale biellese inizia a elencare quello che, a suo giudizio, è il più imperdonabile tra gli errori commessi dalla repubblica democratica: "Ha messo il partito comunista nella legalità: esso poteva organizzarsi liberamente e apertamente; convocare i suoi congressi a Siviglia e a Madrid" (ivi).
Mosca non può restare indifferente all'evolversi degli eventi ed invita quindi energicamente il Pce ad approfittare della favorevole occasione: "Davanti a questa situazione la Sezione iberica ha il dovere di creare punti d'appoggio per l'organizzazione, in vista della dittatura del proletariato spagnolo in una nuova società bolscevica" (ivi). I comunisti spagnoli iniziano allora, secondo l'organo dei fasci biellesi, ad occupare tutti i centri nevralgici del potere: "Tutta l'opera del governo fa sì che i comunisti possano infiltrarsi e penetrare in ogni ambiente, ivi compresa l'amministrazione dello stato, la scuola, la magistratura, l'esercito [...]. Questa azione si concretizza in un precipitoso allontanamento di una quantità enorme di funzionari, di militari, di magistrati. Quale migliore occasione per i sovvertitori di infiltrarsi fin negli intimi gangli della struttura statale?" (ivi).
A conclusione dell'articolo vi è una prima analisi sommaria delle impostazioni culturali seguite dal governo del Fronte popolare e delle sue riforme economiche e sociali: "In terreno religioso, l'identità tra comunisti e membri del governo, nella loro disgraziata maggioranza massoni, spiana la via alla propaganda anticlericale e atea [...]. Analoghi motivi di affinità ideali fra comunisti e massoni fanno sì che la repubblica apra alla propaganda bolscevica l'educazione che si vuole strappare dalle mani degli istituti religiosi, ma non è in grado di affidare ad elementi preparati, colti, obiettivi" (ivi).
Duro anche il giudizio sulle riforme in campo economico: "Era necessario tenere a bada l'opposizione, era indispensabile dare l'impressione di soddisfare le esigenze di quelle larghe masse proletarie che avevano portato alla Repubblica e che erano la base elettorale del governo repubblicano. Si creano le giunte 'miste' del lavoro, che deformano ogni senso di giustizia, dando il sistematico predominio all'elemento operaio. Peggio accade in materia agraria: la riforma del 1932, che porta in sé il marchio dell'influenza comunista, nazionalizza senza indennizzo i beni dei nobili e rifiuta la proprietà privata al contadino" (ivi).
Nella quarta puntata vengono esaminate le varie forze politiche che sostengono il governo del Fronte popolare: "Il comunismo assume in Spagna una caratteristica particolare, per la quale l'osservatore non si trova di fronte ad un organismo unitario, ben diretto e disciplinato, ma davanti ad un amalgama tutt'altro che coerente e coordinato di tendenze, di movimenti e di partiti" (Le forze comuniste, 24 aprile 1939).
La presentazione delle varie formazioni politiche risulta complessivamente attendibile, senza scadere in eccessive considerazioni propagandistiche.
Il Partito comunista viene riconosciuto come "partito effettivamente unitario, omogeneo e ben manovrato, che lavora su un piano rivoluzionario scientifico e raggiunge dei risultati imprevedibili, grazie alla perfetta tecnica rivoluzionaria dei suoi componenti. Il suo gioco consiste nell'utilizzare e nel saper utilizzare le forze esterne ad esso affini, giovandosi, per così dire, dell'ambiente che, in virtù di una diffusa tradizione anarchica e della sapiente e solleticante propaganda preventiva su larga scala i manipolatori centrali della rivoluzione hanno saputo preparargli favorevole" (ivi).
Un breve accenno al Partito comunista catalano, "creato appositamente per esercitare in Catalogna un'influenza comunista ufficiale. A questo scopo, si è voluto giocare sul separatismo, per cercare di attirarne gli elementi, sempre numerosi ed attivi" (ivi).
Maggiore attenzione è dedicata al Partito operaio di unificazione marxista, "sorto dalla fusione di varie correnti comunisteggianti, la cui caratteristica è quella di essere in profonda antitesi con i comunisti ufficiali, ai quali rimprovera di seguire il bellicismo e gli acrobatismi tattici delle direttive moscovite. Esso denuncia come corrotta, tralignante e traditrice la Terza Internazionale (staliniana)" (ivi).
Due brevi accenni, infine, alle principali formazioni sindacali, la Confederazione nazionale del lavoro e l'Unione generale del lavoro: la prima "è stata una delle organizzazioni più potenti della Spagna, raccogliendo nei suoi quadri, prima dell'attacco comunista, circa 500.000 organizzati. La seconda rappresenta la più antica formazione sindacale e il più antico strumento di lotta di classe della Spagna. Quando il socialismo passò in parte a militare nelle fila comuniste, il Partito comunista si servì di essa per contrapporla alla Cnt anarchica" (ivi).
Il commento conclusivo de "Il Popolo Biellese" è il seguente: "Lo straordinario, in tutta questa situazione, è che questo 'melange' di forze niente affatto concordi abbia potuto servire alle grandi manovre comuniste che hanno tutto saputo utilizzare ai fini del proprio attivismo sconcertante e distruttore" (ivi).
La quinta e ultima parte di questa analisi retrospettiva condotta dal giornale prende in esame i mesi immediatamente precedenti lo scoppio della guerra civile, rivelando i presunti piani dei comunisti per far scattare la rivoluzione e prendere il potere: "Gli obiettivi stabiliti a Mosca, dopo le elezioni di febbraio, erano molto semplici: la Sezione straordinaria del comitato esecutivo del Komintern stabiliva, infatti, in tale data, precisi punti d'azione: rovesciamento del presidente Zamora; ricorso a mezzi di intimidazione verso gli ufficiali; espropriazione dei proprietari fondiari; nazionalizzazione di tutte le banche ed imprese industriali; sterminio della borghesia attiva e soppressione della stampa borghese; instaurazione di un regime di terrore; presa del potere con mezzi rivoluzionari e instaurazione di una dittatura proletaria; reclutamento di milizie armate, che dovevano costituire i primi effettivi della futura armata rossa" (Verso la rivoluzione, 8 maggio 1939).
Se l'analisi ideologica è quella più frequente sulle pagine de "Il Popolo Biellese", ciò non significa che non si trovino anche altri temi, presenti spesso sulle altre testate.
Tra questi spicca, soprattutto durante i primi mesi della guerra, l'anticomunismo spesso accompagnato da articoli che illustrano la posizione della Chiesa sul conflitto. In molti casi si estrapolano i commenti dei giornali cattolici, specie "L'Osservatore Romano": "Tribunali statali rapidamente, inesorabilmente hanno pronunciato sentenze capitali contro gli insorti e le hanno immediatamente eseguite o in nome della legge o a titolo di rappresaglia. Per i massacratori, gli squartatori, i violenti osceni, i profanatori di cadaveri, i sacrileghi, gli iconoclasti, gli incendiari, i ladri né bandi, né arresti, né processi, né condanne [...]. Dopo aver ricordato che a Barcellona al convegno del Poum il rosso eretico Andrea Nin ha dichiarato: 'Noi abbiamo risolto il problema religioso non lasciando in piedi una sola chiesa', 'L'Osservatore Romano' così conclude: 'Tutti i problemi saran risolti non lasciando in piedi più nulla. A Barcellona, ove le chiese sono rase al suolo, s'è decretato di far saltare tutte le officine, cioè il nerbo industriale di Spagna se la città dovesse arrendersi. Sarà un altro problema, quello economico, risolto' " (Come i rossi risolvono i problemi in Spagna, 20 agosto 1936).
Vengono, come di consueto, citati decine di episodi in cui partigiani del governo di Madrid si rendono colpevoli di delitti tremendi. Già molto indicativi i titoli dedicati a questo argomento: "Monache crocifisse a Barcellona e nazionali arsi vivi a Almendrelejo" o anche "Le sacrileghe barbarie dei rossi in Spagna".
Nei mesi successivi l'attacco condotto nei confronti del comunismo perde in parte i connotati da crociata, ed assume quelli di un vero e proprio scontro politico. Viene rivendicata con orgoglio la tradizione antibolscevica del fascismo italiano: "L'Italia del dopoguerra ha dovuto battersi in una ineluttabile, spietata lotta interna per liberarsi dal morbo comunista, per salvare la sua civiltà millenaria, per risorgere a nuova vita e per poter imporre al mondo le glorie della sua stirpe che non doveva e non voleva morire" (La bandiera antibolscevica, 3 dicembre 1936).
Lo stesso tono lo si ritrova in un articolo dell'estate successiva, dove si ripercorrono i primi anni del fascismo e la dura lotta per sopraffare il comunismo italiano: "Il fascismo, fin dalle sue origini, ha sempre combattuto il comunismo come una peste. L'azione di disintossicamento sociale compiuta agli inizi dal nostro movimento è stata difficile e dura. [...] La 'vecchia bandiera' antibolscevica del Fascismo ha dovuto assumere subito un aspetto di lotta spietata non solo contro le utopistiche teorie straniere e l'oro russo che circolava allora in Italia - ma anche contro il tentativo insidioso dei Sovieti di asservire, attraverso il partito comunista, la nazione italiana [...]. L'azione senza quartiere dello squadrismo delle origini si volgeva non tanto contro l'apparentemente ingenua propaganda a tinte pseudo umanitarie con cui gli oratori comunisti ammantavano le teorie che dovevano condurre alla realizzazione del paradiso bolscevico, quanto contro il pericolo gravissimo che in quegli anni più volte corsero gli italiani di diventare, dopo la catastrofe di una incombente insurrezione rovinosa e fangosa, servitori dello straniero. Dello straniero russo" (Servitori dello straniero, 8 luglio 1937).
A guerra terminata lo scontro ideologico non si placa, anzi viene ulteriormente enfatizzato, celebrando come epica e destinata a ripercuotere la sua eco nei tempi futuri la vittoria dei franchisti sulla repubblica popolare: "La caduta di Madrid si innesta sul piano di un vasto processo di rinnovamento e di revisione d'ordine spirituale di cui forse non è possibile, per ora, misurare la portata e prevedere gli sviluppi [...]. Ci pare quindi che se la guerra spagnuola potrà essere considerata 'guerra civile' nella macabra cronaca delle avventure democratiche, nella storia dovrà essere registrata sotto ben altro titolo. Essa è stata il cozzo tra due diverse e inconciliabili concezioni di vita, tra l'atteggiamento ideologico ancorato agli immortali principi dell'89 ed irrigidito alle concezioni delle loggie, delle sinagoghe, del capitale, dell'individualismo e l'altro che si illumina con il concetto mussoliniano di patria, famiglia, religione, lavoro, collettività operante e attiva nel quadro della nazione" (Fuoco alla barricata, 13 aprile 1939).
Neanche "Il Popolo Biellese" si sottrae alla consueta lettura della guerra civile di Spagna come lotta dello spirito contro la materia: "Come in Italia ieri, così oggi nelle città della Spagna risorta gli uomini combattenti per la crociata della civiltà sentono, nel nome dell'idea fascista, quale potente forza spirituale di elevazione rappresenti la religione di Cristo e quale suprema garanzia essa offra contro le idee dissolventi del materialismo imbestiato" (Cristo ritorna!, 2 settembre 1937).
Una delle caratteristiche di questa fase del regime fascista è il costante tentativo di affermare la presunta identità tra cristianesimo e romanità: "Oggi la causa della rivoluzione appare legata a quella del cattolicesimo. Le due idee si appoggiano ambedue ad una necessità di vita universale, pur rimanendo in campi distinti di azione. Difendere il cattolicesimo romano ed universale è un dovere e una necessità per tutti" (Religione e fronte popolare, 4 luglio 1938).
In realtà appare piuttosto strumentale il riferimento alla religione, in quanto ciò che si vuole celebrare è il regime fascista, e Roma appare più come simbolo di gloria eterna che di cristianità: "Rintuzzando le tendenze provincialistiche del presunto cattolicesimo del Fronte popolare non si fa solamente azione di difesa delle affermazioni tradizionali della Chiesa cattolica, ma soprattutto ottima ed efficace opera di difesa dei nostri ideali rivoluzionari" (ivi).
L'ultimo fendente sul tema della religione è portato in occasione della morte di Pio XI, quando il telegramma di cordoglio inviato dal capo del governo repubblicano spagnolo Negrin viene bollato come "un'altra espressione di cinismo ributtante che fornisce ancora una prova, se pur ce ne fosse bisogno, dello stato di degradazione morale a cui può giungere la democrazia" (Cinismo ributtante, 16 febbraio 1939).
Dopo la caduta di Barcellona vengono molto enfatizzati i numerosi tratti comuni tra il regime fascista di Mussolini e il nuovo stato spagnolo. In particolare "Il Popolo Biellese" punta sull'idea della nazione, assurta come principio fondamentale e determinante per l'esito della guerra: "Sui vari significati della vittoria di Franco sovrasta l'asserzione fondamentale che l'unico valore ideale oggi efficiente è l'idea nazionale [...]. Essa, come cemento unitario e come forza di propulsione per le genti di una stessa razza, è la sola che abbia dimostrato vigore di vita, proclamando il proprio insopprimibile diritto alla giustizia, con la potenza delle armi, ma soprattutto con la forza permanente dello spirito dei combattenti che per quella idea erano pronti a combattere e morire" (L'idea nazionale: idea di vita, 2 febbraio 1939).
La sempre più completa affinità tra fascismo e franchismo risulta ancora più evidente in un successivo articolo, dove si evidenziano, uno ad uno, tutti i riferimenti più espliciti tra i due regimi: "Tanto le organizzazioni di colore politico quanto quelle a prevalente colore sociale lasciano il posto, senza più speranze di ritorni, al partito unico e al programma sociale e politico della Falange. Il provvedimento non è che una conferma delle misure prese nel luglio del 1937 e dice quindi che la nuova Spagna è nata dalla guerra e la guerra l'ha plasmata. Il suo programma non muta, le esigenze della guerra restano le esigenze della pace. Si consideri quale trionfo è questo per l'idea totalitaria nata in Italia attraverso l'insurrezione popolare, in Germania attraverso una normale crisi parlamentare, in Spagna dall'insurrezione militare risoltasi in una lunga guerra civile" (Commenti, 20 febbraio 1939).
Ciò che a "Il Popolo Biellese", come a tutta la stampa di regime dell'epoca, preme mettere in risalto è la presunta vittoria definitiva del totalitarismo sulla democrazia: "Temperare è tradire. Il destino della Spagna non può essere legato alle esigenze dell'involuzione democratica. Il programma della Falange è nato dalla vittoria del Fascismo e dalla necessità della vita spagnola" (ivi).
Questo profondo astio nei confronti delle democrazie non è casuale. Con lo scoppio della guerra civile l'organo dei fasci biellesi inizia una campagna calunniatoria nei confronti di Inghilterra e, soprattutto, Francia, capofila tra le nazioni democratiche, accusandole di utilizzare in modo strumentale il principio internazionale del "non intervento". La scintilla che fa scoppiare l'incendio è il noto affondamento delle navi da guerra italiane e tedesche "Barletta" e "Deutschland" ad opera dei bombardieri dell'aviazione repubblicana, episodio che vede il bisettimanale biellese scagliarsi contro il comitato di "non intervento" accusandolo di inefficienze ("Deutschland", 7 giugno 1937). La dose viene rincarata qualche giorno dopo, quando la Francia avanza una proposta relativa al problema del controllo delle coste iberiche: "La Francia voleva che il controllo non fosse più affidato alle quattro grandi potenze occidentali, ma ai ventisette stati che hanno aderito al comitato di 'non intervento'. Il controllo, si intende, è il compito di esaminare i provvedimenti da prendere in caso di nuove aggressioni. Una specie di doppione della Società delle nazioni: quella tale compagnia, non proprio di Gesù, destinata a sistemare le cose europee ad uso e beneficio delle democrazie occidentali con congrue compartecipazioni ai sicari mongolo-slavi delle repubbliche sovietiche [...]. La seconda fase sarà questa: Adunanza di ventisette stati, discorsi d'occasione, valutazione delle giustificazioni, campagne stampa contro l'aggredito che diventa aggressore: e, per finire, una bella votazione [...]. Insomma, un magnifico progetto per consentire ai bolscevichi di fare il loro comodo che sarebbe accoppare a tradimento quanti più 'faziosi' fosse possibile" (Senso di misura e visione della realtà, 10 giugno 1937).
Il bisettimanale biellese si accalora particolarmente contro "l'ostinata negazione" del diritto di belligeranza che Francia, Inghilterra e Urss non intendono riconoscere a Franco: "Tutti i trattatisti sono pienamente d'accordo nell'ammettere senz'altro che nel caso che la lotta tra gli insorti ed il partito al potere si prolunghi in modo che non si possa prevedere quale sarà l'esito della lotta, sia lecito ai terzi stati riconoscere agli insorti che abbiano un'organizzazione di fatto e lottino osservando le leggi e gli usi della guerra la qualità di belligeranti [...]. Per chi tenga presente questo principio è evidente come la luce del sole che dal punto di vista del diritto internazionale la Russia e la Francia, le quali aprioristicamente rifiutano di prendere in esame la possibilità del riconoscimento del diritto di belligeranza al governo di Franco, sono nettamente dalla parte del torto" (Del diritto di belligeranza, 9 settembre 1937).
Alcuni mesi dopo "Il Popolo Biellese" arriva a formulare una tesi quanto meno discutibile sulle responsabilità dei paesi terzi riguardo alla continuazione della guerra in Spagna: "C'è un punto fermo e che nessuno più contesta. Questo punto è che quando scoppiò il conflitto spagnolo il sovversivismo internazionale organizzato dal governo sovietico si rovesciò per primo in aiuto dei rossi che erano di Madrid e che oggi sono di Valencia. Si può anzi dire che il conflitto fu scatenato dal sovversivismo internazionale infiltratosi nella repubblica spagnola. Questo secondo punto fermo è che tutti i tentativi per la localizzazione del conflitto vennero sistematicamente ostacolati dalla coalizione del sovversivismo internazionale" (Questione di responsabilità. Di chi la colpa?, 21 ottobre 1937).
A riprova della malafede delle nazioni democratiche nel far perdurare la guerra, il giornale fascista illustra e commenta l'ultima proposta inglese in materia di localizzazione del conflitto: "La proposta si basava su tre punti: a) controllo, b) neutralità, c) ritiro dei volontari. La neutralità implica, a tenore del più ortodosso diritto internazionale, il riconoscimento della qualità di belligeranti alle due parti in conflitto. In base a ciò essi possono ottenere, mediante il diritto di inchiesta di bandiera e il diritto di visita sul naviglio diretto ai loro paesi, di impedire il contrabbando di armi. Il rappresentante dell'Italia e quello della Germania fecero una cosa molto semplice: dichiararono di accettare in blocco la proposta inglese [...]. A questo punto la stessa Inghilterra che aveva presentato il progetto senza complicazioni di preferenze pare oggi che si accordi con il rappresentante della Francia, al quale le pressioni sovietiche hanno potuto imporre la tesi che il diritto di belligeranza non possa essere concesso se non a rimpatrio avvenuto di tutti o quasi i volontari [...]. Questo è il vero volto della questione del non 'intervento'. Se il peggio avverrà si può fin d'ora stabilire di chi è la responsabilità" (ivi).
Un particolare accanimento il bisettimanale fascista sembra riservare alla Francia e al suo modo di intendere il principio del "non intervento": "Per chi appena avesse un'infarinatura di diritto internazionale e le più elementari reminiscenze di storia la sorte di tali truppe non poteva essere dubbia. Avrebbero dovuto essere disarmate ed internate fino al termine del conflitto [...]. La Francia preferì restituire i rossi fuggitivi alle autorità di Barcellona, prestando così la sua palese e diretta assistenza ad una delle parti belligeranti cui fornì mezzi per sfuggire al nemico vincitore e per ripresentarsi armato a fronteggiarlo in altre posizioni [...]. Qui non era più questione di limitare ad abolire l'intervento nella Spagna di truppe volontarie che è ammesso dalle leggi internazionali, ma che può in determinati casi costituire il paravento di un intervento ufficiale dissimulato di uno stato in un conflitto di altri stati. Qui era la Francia che gettava la maschera accennando appena ad una giustificazione quale quella del referendum più o meno addomesticato priva anche di quel requisito che d'ordinario non fa difetto a tutto ciò che è francese, e cioè dell'intelligenza" (Il diritto internazionale e il "non intervento", 20 giugno 1938).
Ma l'attacco alla democrazia non è condotto solo contro le sue istituzioni internazionali come la Società delle nazioni, ma mira diritto al cuore, alla sua essenza di forma di governo. La critica più frequente che le viene mossa è quella di essere ormai completamente asservita a Mosca, conducendo così l'Europa sull'orlo del precipizio bolscevico: "Le democrazie nei vari Paesi d'Europa continuano la loro politica dello struzzo e si affannano a nascondere il pericolo per non vederlo eppure mai come ora si sono rilevati gli effetti disastrosi della Terza Internazionale comunista, che si identifica col governo sovietico" (Il pericolo bolscevico, 21 settembre 1936).
Dopo aver elencato una serie di paesi in cui, secondo "Il Popolo Biellese", sono evidenti "segni minacciosi della corrosiva e sovvertitrice propaganda dei partiti comunisti" (ivi), il giornale fascista scaglia il fendente più duro: "Malgrado tutto questo le democrazie europee continuano a gingillarsi con le camarille del parlamentarismo parolaio e non hanno dato eccessivo peso ai discorsi di Hitler e di Goebbels a Norimberga contro il bolscevismo nemico dell'umanità [...]. Le democrazie, espressione del borghesismo panciafichista che assomma tutti gli egoismi dei politicanti incapaci di battersi per un'idea, non si arrendono nemmeno di fronte alla realtà" (ivi).
Il tema è ripreso più volte nei mesi successivi, quando Francia e Inghilterra sono accusate di "cullarsi in un democraticismo irresponsabile, incapaci di guardare con occhi fermi lo spettro orrido della realtà che avanza nelle vesti del bolscevismo bestiale" (La bandiera antibolscevica, cit.).
Singolare è poi la definizione del fascismo come "paladino della democrazia", coniata in un articolo dell'estate 1937: "Il fascismo non è altro che il primo e il più energico reagente contro il dilagare dell'idea bolscevica. In un certo senso il fascismo è perfino il paladino delle democrazie, le quali sono vittime predestinate dell'invasione bolscevica" (La guerra in Spagna, 1 luglio 1937).
La polemica diventa sempre più ideologica e l'organo dei fasci biellesi dedica diversi articoli alle differenze più evidenti tra democrazia e fascismo, a cominciare dalla presenza di diversi partiti politici liberi di competere per conquistare il diritto a governare sul Paese: "La demagogia esercitata come libera professione ha agito da potere ipnotico sulle masse. Cresciuti di numero i partiti, aureolatisi di attraenti sfumature, assunte le più svariate e impensate tendenze, ciascuno ha trovato, mercé la propaganda e i miraggi di vita comoda che ha offerto e che continua con spudorata menzogna ad offrire, il modo di vivere sostenuto da alcune minoranze, quelle stesse minoranze cioè che, insieme formano il popolo [...]. Neanche dopo questo evidente turlopinamento del buon senso, il popolo della democrazia, tenuto a bada con abbondanti ubriacature di discorsi e distratto dalle beghe a getto continuo delle diverse fazioni, si è accorto di non servire più la nazione ma il partito cui esso inconsciamente appartiene, e non si è neanche accorto che i suoi esponenti lavorano solo per il trionfo del loro singolo partito, ovverosia degli interessi economici ch'esso rappresenta, perfettamente insensibili e non curanti se ciò danneggi quell'unità morale e politica che pretendono e figurano di servire e che invece sfacciatamente quanto vigliaccamente tradiscono: la nazione" (Antinazionalismo delle democrazie, 22 settembre 1938).
Ecco dunque uno dei motivi più aspri del contendere tra queste due forme di governo: lo spazio riservato alla nazione, che il fascismo concepisce come l'ente supremo al quale tutto deve essere finalizzato, mentre per la democrazia non può mai pregiudicare i diritti fondamentali del singolo cittadino: "Le democrazie, secondo il valore storico di questo termine, sono antinazionali, perché non servono la nazione ma gli interessi dei singoli gruppi e più specificamente gli esponenti dei vari partiti, i quali non possono che indirettamente e assai difficilmente identificarsi con quelli che sono i superiori interessi della nazione. Le democrazie, infine, sono antipopolari perché non vivono dell'assenso volontario e spontaneo del popolo, ma sul raggiro perpetrato ai danni del popolo e sul consenso strappato al popolo. La differenza fondamentale che esiste tra democrazia e Fascismo sta in questo: che il Fascismo porta effettivamente il popolo a governare la nazione, mentre la democrazia costringe il popolo ad essere governato, fingendo di curare i suoi interessi e facendo in realtà gli interessi di quei pochi che dominano per la forza e con la forza del denaro" (ivi).
Con il riferimento alla finanza è inevitabile un duro attacco al giudaismo, considerato come il vero motore della democrazia: "La democrazia è perciò giudea perché la sua base è l'interesse. È giudea perché è assente di valori spirituali e nazionali. È giudea perché la plutocrazia mondiale è una classe dove predomina e detta legge l'elemento giudaico" (ivi).
In un editoriale del successivo mese di ottobre la democrazia viene addirittura definita "volgarissima manovra schadaiola" e la si accusava di "distribuire le ricchezze aspirate e succhiate dallo stesso sangue del popolo" (Decadenza e mali delle democrazie, 16 ottobre 1938). Segue quindi un proclama che pare quasi un avvertimento senza appello: "O le democrazie trovano la strada per riformarsi secondo i concetti predicati in Italia e Germania dal Fascismo, o le democrazie, quando il popolo sarà stufo di essere turlopinato e perderà la poca pazienza che gli rimane, passeranno dei giorni assai tristi" (ivi).
Anche il tema della pace in Europa viene sollevato ovviamente per mettere in evidenza una volta di più la presunta assoluta buona fede e la validità dello sforzo diplomatico di Mussolini, che rischia però di essere vano per la testardaggine democratica: "Una guerra ideologica contro gli stati autoritari è sfumata, non già perché vi siano stati gli elementi scalmanati e pazzi che hanno brigato fino all'ultimo per farla scoppiare, ma perché il popolo delle democrazie non ha risposto all'appello lanciatogli dai caporioni del movimento dissolvitore bolscevico-giudaico-massonico, come era nelle loro troppo ottimistiche previsioni, e soprattutto perché il Duce del Fascismo, con la sua ammirevole saggezza e la sua opera veramente umanitaria, l'ha voluta evitare [...]. La pace duratura non si avrà fino a quando i regime democratici non si evolveranno a tal punto da eliminare definitivamente dalla loro politica gli influssi disastrosi determinati dalla sempre più invadente intromissione di una potenza extra-europea e dalle mene altrettanto disastrose che fanno capo alla massoneria e all'ebraismo internazionale, i quali ultimi rappresentano e sono la volontà e la forza capitale a danno di ogni nazionalismo inteso nella sua più sana espressione di elevazione e di potenza" (ivi).
Il giornale biellese, qualche mese più tardi si sbilancia in una previsione poi smentita dalla storia: "Le democrazie sono spremute, esaurite. Non hanno più sangue nelle loro arterie. Sono costrette alle trasfusioni. E il paziente, il popolo, è tenuto all'oscuro. Il popolo non sa, al popolo vengono servite abbondanti dosi di stupefacenti. Ma la Rivoluzione continua. L'Europa sarà fascista, ha detto e ammonito il Duce" (ivi).
L'offensiva finale contro la democrazia è diretta in particolare contro i suoi presunti alleati, giudaismo e bolscevismo: "Che Russia e Francia e, sulle loro orme, le combriccole giudeo-massoniche fiorenti nelle accoglienti democrazie o sedicenti tali di tutto il mondo, siano intervenute per prime, è un fatto ormai consegnato alla storia" (I conti senza l'oste, 16 febbraio 1939). L'essenza della democrazia è così dipinta: "Una supervalutazione del denaro e una sottovalutazione dell'uomo e dei valori spirituali. Ma si tratta di fenomeni che è logico si ripetano là dove la vita è sempre più schiava del denaro e gli uomini scarseggiano" (ivi).
Quindi l'organo dei fasci biellesi fa una considerazione sul comportamento di Francia e di Inghilterra: "C'è chi dice bisogna mercanteggiare il riconoscimento di Franco ponendo come condizione il calcio dell'asino agli stati dell'Asse" (ivi). Ma il giornale si dichiara convinto nell'escludere che Franco possa cedere ai ricatti anglo-francesi: "La Spagna sa che per quanto dipendeva da Londra e da Parigi essa continuerebbe a gemere sotto il tallone dei massacratori e dei distruttori di Chiese, di monumenti, di civiltà" (ivi).
Con la presa di Madrid e la conclusione della guerra la vittoria sul comunismo assume un sapore di trionfo per il fascismo italiano: "Basta appena accennare al duplice accerchiamento tentato contro la potenza spirituale, politica e morale delle nazioni totalitarie, per riconoscere nelle manovre concluse con esito così infelice il chiaro sintomo di un'improntitudine destinata a ben altre sconfitte. Duplice accerchiamento che si concreta l'uno attraverso il bolscevismo spagnolo alimentato da Mosca e sorretto da Londra e Parigi; l'altro mediante lusinghe e incitamenti agli stati del settore orientale perché aderissero a quella specie di 'santa alleanza' in difesa delle democrazie e più ancora dei pingui imperi che essi detengono e monopolizzano [...]. I due programmi, che appaiono oggi più il frutto di un curioso accecamento psicologico che il risultato di definiti orientamenti politici, sono caduti senza speranze di resurrezioni prossime o future" (Fuoco alla barricata, cit.).
Come abbiamo già visto nelle altre testate, anche "Il Popolo Biellese" non si sottrae dall'attaccare in modo molto violento i due stati simbolo della democrazia. Contro l'Inghilterra gli attacchi sono di fioretto e all'insegna dell'ironia, e prendono di mira la politica estera condotta in modo quanto meno disinvolto, secondo il giornale di Biella: "Erano appena fuggiti gli ultimi rossi da Bilbao e vi erano appena giunte le gloriose Frecce Nere, che l'Inghilterra, come se nulla fosse, disponeva l'invio nella città delle miniere di un suo ambasciatore munito delle debite credenziali da presentare al generale Franco [...]. Ci limiteremo ad osservare che Londra, ancora una volta, fa il comodo suo anche se, in questo caso particolare, non concorda con Parigi" (Le miniere di Bilbao, 15 luglio 1937).
È interessante notare il tentativo del giornale fascista di mettere in risalto ogni divergenza più o meno grande tra Inghilterra e Francia. Così viene particolarmente elogiata la figura del premier inglese Chamberlain, "che da qualche mese a questa parte ha avuto il torto di assumersi l'incarico, d'accordo con Mussolini e Hitler, di trovare il modo di conservare la pace a tutti i costi sul continente europeo" (Il diritto internazionale e il "non intervento", cit.). In un articolo precedente si parla quasi di perfetta sintonia tra le aspirazioni in politica estera dell'Italia mussoliniana e quella dell'impero britannico: "Noi pensiamo che l'Inghilterra, quando si sarà accorta che l'Italia, soddisfatta nelle sue aspirazioni coloniali non ha o non accampa interessi contrastanti coi suoi nel mar Mediterraneo ma, anzi, considera quelli che ha come complementari a quelli inglesi; quando avrà toccato con mano che in Spagna l'Italia non persegue fini di espansione territoriale ma combatte unicamente il dilagare del bolscevismo o tutt'al più vi mette in gioco dei problemi di materie prime; l'Inghilterra troverà che non c'è materia per scatenare una guerra europea che può rispondere alle ideologie moscovite, ma che non trova i presupposti che realmente la giustifichino" (Le miniere di Bilbao, cit.).
Gli strali più violenti sono però lanciati contro la Francia e il suo governo, espressione del Fronte popolare proprio come in Spagna: "La Francia deve venire a patti con il comunismo che si arma e fomenta scioperi ed agitazioni ed invade le prefetture; deve fingere di ignorare che da ogni parte i comunisti francesi organizzano spedizioni di volontari, di materiali e di denari per i 'compagni combattenti' rossi di Spagna. Ogni giorno che passa la democrazia, impotente ad arginare la fiumana, perde autorità ed ondeggia mentre il comunismo guadagna terreno e la perturbazione dilaga" (Il pericolo bolscevico, cit.).
Anche "Il Popolo Biellese" propone la tesi secondo la quale "la Francia cerca nella penisola iberica un regime che le assicuri il rapido trasporto per via di terra di quelle truppe coloniali che sono un elemento basilare della sua potenza militare e che diversamente dovrebbero compiere l'incerta traversata del Mediterraneo, lungo una via controllata strategicamente dalle Baleari" (La lotta contro il bolscevismo, 10 dicembre 1936).
Molta attenzione è prestata al presunto stato di decadenza della Francia o di "tramonto", come intitola il bisettimanale in un editoriale: "Che la nostra vicina Francia abbia ormai superato il proprio periodo aureo e sia fatalmente avviata ad un progressivo tramonto di potenza, è un fatto specifico, di cui persino molti francesi si vanno convincendo con amara riluttanza. Due fenomeni ce ne danno la storica conferma: l'alleanza con la Russia bolscevica e l'avvento al potere delle forze comuniste. Il primo fenomeno precisa esaurientemente il crollo della forza politica francese: infatti ha provocato la morte del famigerato sistema di sicurezza collettiva, grazie a cui la Francia aveva comprato la propria tranquillità legandosi ad una catena circolare di forze, pronte a venirle in aiuto qualora si fosse delineata un'improvvisa minaccia tanto sul Reno da parte della Germania, quanto sulle Alpi da parte dell'Italia. Sennonché alleandosi con la Russia, la più parte delle nazioni costituenti gli anelli di tale catena, allarmate dal significato politico del binomio franco-russo, ovvero del bastardo connubio tra democrazia e comunismo, raffreddarono istantaneamente i propri rapporti con una potenza che si era dimostrata tanto poco sicura delle proprie forze e così scarsamente fiduciosa dei propri alleati minori da cercare altri appoggi presso potenze più lontane e più grandi" (Perché la Francia tramonta?, 22 settembre 1937).
Ma è soprattutto sulla crescente importanza del partito comunista francese che la polemica si fa ancora più accesa: "Ma il secondo fenomeno è, sul piano ideologico, ancora più grave e sintomatico. Una Francia in braccio al comunismo significa precisamente questo: morte della rivoluzione liberale" (ivi). L'articolo si conclude con una breve analisi delle due rivoluzioni del XX secolo: "Quella bolscevica rase al suolo tutti i principi liberali per rifarsi ad un'organizzazione primordiale della società del tutto simile a quella stessa contro la cui ingiustizia nel 1789 i rivoluzionari del terzo stato francese erano insorti: una società così concepita come rapporto tra un'autorità statale assoluta, padrona incondizionata della vita dei sudditi, ed una massa di cittadini non più padroni neppure di se stessi. L'altra rivoluzione, quella fascista, integrò invece i principi della rivoluzione francese, riconoscendo che di fronte a ciascuno dei cosiddetti Diritti dell'Uomo affermati appunto all'idea liberale, è necessario contrapporre un corrispondente dovere che ne equilibri il latente egoismo. Per ogni diritto un dovere, per ogni libertà un limite" (ivi).
Riportando il discorso dal piano ideologico a quello della realtà contingente, la testata fascista giudica inaccettabile la proposta francese di creazione di una federazione spagnola che riconosca una certa autonomia alla Catalogna in base a presunte affinità con la Francia meridionale: "A meno di essere ciechi, è abbastanza trasparente il fine di mantenere lo zampino francese in una parte importante della Spagna con quali future conseguenze non è facile prevedere ma col proposito di conservare ed alimentare attorno a Barcellona e col crisma della legalità il focolaio o la succursale sud europea della terza internazionale" (Il nodo della questione, 9 giugno 1938).
Data l'attualità della situazione cecoslovacca "Il Popolo Biellese" ha buon gioco a distorcere la realtà e a mostrare da un lato l'incoerenza della politica estera francese, dall'altro il pericolo che il comportamento tenuto dalla Francia rischia di far correre alla pace europea: "In Francia si fa un gran discutere dell'indipendenza cecoslovacca e si ripudia decisamente l'idea di una Cecoslovacchia impostata su un regime 'federale' nel quale l'autonomia delle diverse razze che compongono la federazione sia rispettata. Ora, che proprio in Francia e per bocca di un cosiddetto ufficiale della politica si possa contemporaneamente sognare una federazione spagnola a proposito di un popolo che, quali che siano le differenze fra catalani e non catalani, rappresenta uno dei popoli etnicamente più omogenei, è per lo meno strano" (ivi).
Lascia allibiti il concetto con cui il bisettimanale fascista liquida la Francia e il suo regime democratico: "Un Paese in cui non si muove passo o non si apre bocca senza trovarsi alle prese col diritto, con la libertà, col rispetto dei contratti e delle leggi: con tutto ciò che, a sentir loro, è il privilegio e la distinzione delle cosiddette democrazie" (Il diritto internazionale e il "non intervento", cit.).
La propaganda antifrancese raggiunge il suo apice in un articolo del gennaio 1939, nel quale si afferma che i fasti del passato sono quanto mai lontani da un presente sempre più squallido e anonimo, al contrario della sua vicina Italia, forte e orgogliosa come non mai, secondo il periodico fascista: "La Francia ascolta ansiosa il rombo d'onda che sopravviene e, mentre soffoca tra le ultime manifestazioni di una tracotanza in declino la paura di un'Italia eretta fieramente sui propri destini, mostra segni della febbre che la divora [...]. La Francia non è più quella di una volta. Essa poteva dettare legge in Europa. Essa poteva, allora, invadere la Spagna quando più le piaceva e, soprattutto, senza curarsi dell'Italia divisa e di avversari più deboli. Ma i rapporti di numero e di potenza sono ora invertiti" (Un passato sepolto, 26 gennaio 1939).
L'articolo si chiude poi con una metafora, per certi versi anche divertente: "Un principe spodestato al volante di un taxi è ancora un principe di nome, ma di fatto è un autista. Egli potrà in casa propria, nei confronti dei propri familiari e dei propri fidi, mantenere l'etichetta dei passati splendori. Ma non potrà pretendere che il viaggiatore che lo paga lo tratti con qualche cosa che sorpassi l'urbanità. Non è detto, per certo, che la Francia abbia percorso tutti i gradi che dividono il principe dall'autista. Ma molti ne ha disceso" (ivi).
Tra gli ultimi temi affrontati da "Il Popolo Biellese" in funzione del conflitto civile spagnolo spiccano da una parte l'attacco ai fuorusciti italiani antifascisti e, dall'altra, l'esaltazione per i legionari italiani e la lode allo spirito d'intesa tra volontari italiani e soldati di Franco in nome dell'anticomunismo.
Per quanto riguarda la polemica con i fuorusciti antifascisti si registra fin da subito un durissimo attacco diretto contro Nenni, Rosselli e i vari attivisti di Giustizia e libertà: "Saremmo veramente curiosi di sapere se finalmente anche i resti dei fuorusciti italiani che fanno capo a Nenni, Rosselli e compagnia brutta di 'Giustizia e Libertà' hanno profittato dell'occasione per andare a combattere in Spagna e dimostrare con l'azione il coraggio manifestato a parole dai comodissimi covi parigini in questo ultimo decennio contro tutti i fascismi ed i nazionalismi europei. Che sia veramente la volta buona in cui questi terribili rivoluzionari, indegni di essere nati in Italia, cerchino di occupare il loro tempo in modo diverso che non raccogliendo sottoscrizioni, sfruttando la dabbenaggine eterna degli illusi aspettanti il sole dell'avvenire, amministrando cooperative, ecc.?" (Che sia proprio la volta buona?, 20 agosto 1936).
Nell'estate successiva, la costituzione di una brigata italiana con il nome di Garibaldi provoca un'ondata di sdegno da parte di tutti i giornali del regime scandalizzati che un eroe del Risorgimento venga strumentalizzato da una formazione comunista: "Appropriazioni indebite. Millantati crediti. In Francia i fuorusciti cercarono di crearsi una società molto anonima sotto l'insegna, idealmente solenne, ma praticamente ubriacona, di 'Giustizia e Libertà'... Adesso, una banda comunista, in Spagna, s'è accaparrata il nome di Garibaldi [...]. Garibaldi è con noi. Cavalca sul Gianicolo nella squillante gloria di Roma fascista. Garibaldi è con noi; coi nostri morti; con le camicie nere arrossate dal sangue di tutte le vittorie" ("I nostri morti son tutti risorti..." 24 giugno 1937).
La bordata però arriva alcuni mesi dopo, nel febbraio 1939: "Si pensi, per esempio a quale immonda degradazione sono giunti i fuorusciti italiani che da anni vivono all'estero ai margini della vita politica di altre nazioni che li disprezzano come rifiuti sociali. Costoro hanno rinnegato la Patria e, peggio, sognano la rovina della Patria con la segreta livida speranza di far trionfare i propri miserabili risentimenti nazionali e di compiere un giorno le loro vendette contro gli uomini e contro le cose del Paese che diede loro, purtroppo, i natali" I fuorusciti denigratori della Patria, 6 settembre 1937).
L'ultima stilettata ha invece un tono sarcastico: "Saremmo curiosi di veder ora la faccia di quei fessi che un po' dappertutto ed anche da noi si chiudevano nelle soffitte e nelle cantine per ascoltare con avidità in questi anni le scemenze della radio rossa di Barcellona di Calle Casbe! Cosa cercheranno alla radio costoro ora che la Catalogna è stata liberata dalla peste rossa e che saranno a conoscenza delle eroiche... gesta dei loro compagni in Spagna, i quali dimostrarono un coraggio da leoni nell'accoppare e torturare la gente inerme e furono più veloci del vento nel darsela a gambe all'avvicinarsi dei legionari di Franco?" (Gli ascoltatori di Radio Barcellona, 23 febbraio 1939).
La celebrazione del coraggio e dell'eroismo dei legionari italiani assumono ovviamente toni epici, come se un filo rosso unisse i fasti dell'antica Roma con la presunta potenza del nuovo impero: "Non si vince, quando la Fede non alimenta gli spiriti; non ci si batte con lo sprezzo stoico delle nostre divisioni quando la terra che si calpesta non rappresenta né un simbolo né la Patria. L'esercito legionario ha una bandiera che non s'ammaina dove sta scritto: Civiltà" (Eroismo legionario, 30 maggio 1938).
Ma i riferimenti alla storia non finiscono qui, in quanto "Il Popolo Biellese" passa in rassegna molti tra i più illustri italiani, famosi per il loro eroismo e il loro spirito di combattività: "Il volontarismo italiano di ogni tempo, sotto ogni clima - con la lancia di Fieramosca o con la stampella di Toti - da Quarto a Domokos, da Digione alle Argonne, dalla trincea delle Frasche all'Aradan, all'Ebro - ha prodigato la sua pelle, ha piantato il suo pugnale [...]. Così quando sul più latino dei mari, sul mare di Colombo e dei Doria, di Scipione e di Garibaldi si affacciò - meglio, si aggrintò - la mala bestia bolscevica, i legionari dell'Italia fascista furono ancora una volta avanguardia, motore, tenacia e meta. Prepariamo l'arco romano del più orgoglioso e riconoscente amore per questi Fratelli che tornano con nel pugno arroventato la quarta vittoria" (Tornano i legionari, 17 ottobre 1938).
Ultimo argomento trattato è la celebrazione dello spirito di fraternità tra miliziani franchisti e soldati italiani. La profonda similitudine tra l'esercito di Franco e gli squadristi di Mussolini è decisamente riscontrabile nell'ampio stralcio del "Credo del legionario del Tercio" che "Il Popolo Biellese" pubblica. Vale la pena soffermarsi su alcune frasi: "Lo spirito del legionario è unico e senza uguali, è di cieca e feroce aggressività, di cercar sempre d'accorciare la distanza con il nemico e giungere alla baionetta. Lo spirito di cameratismo è rappresentato dal sacro giuramento di non abbandonare mai un uomo sul campo a costo di morire tutti. Lo spirito di disciplina: il legionario compirà il suo dovere, obbedirà fino alla morte. Lo spirito della morte: il morire in combattimento è il maggior onore. Non si muore che una sola volta. La morte giunge senza dolore ed il morire non è tanto orribile come pare. La cosa più orribile è vivere da codardo" (Il Credo del legionario del Tercio, 25 marzo 1937).
È soprattutto la lotta contro il comune nemico bolscevico che agisce da potente legame tra legionari italiani e spagnoli. A dimostrazione di ciò viene pubblicato un articolo già apparso sul "Corriere Valsesiano" nel quale si ripromette di far provare al vecchio nemico comunista le stesse esperienze già conosciute in Italia al tempo delle spedizioni delle squadracce fasciste: "Il nemico, il torbido nemico senza patria, è ancora quello che un giorno noi pure stanammo dai sottoscala della truculenta vigliaccheria rossa. La maschera feroce, ora fuoruscita, è quella che noi lubrificammo ad olio di ricino e levigammo a stangate. Allora aveva i tratti più diarroici che eroici: ora ha messo la grinta di iena. Tutto il postribolare fermento del bolscevismo europeo ha fatto ritrovo in quella bella e disgraziata terra di Spagna, che sconta la pena di non essere stata, al momento opportuno, guerriera e fascista. È perciò naturale che di fronte all'usato, detestabile e criminale nemico, la fiamma nera che disinfettò, qui, il cimiciaio rosso, riavvampi implacabile, con l'audacia, la volontà, la disperazione e il coraggio della nostra più bella e insanguinata vigilia" (La bestia è quella di allora..., 10 giugno 1937).
(3 - continua)