Mauro Bruscagin
Le posizioni degli eurocomunisti sulla crisi dell'economia occidentale e sulla Cee
III parte
"l'impegno", a. XVII, n. 3, dicembre 1997
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Questa terza e ultima puntata concentra l'attenzione sull'analisi che i tre partiti eurocomunisti (Pce, Pcf,
Pci) fanno della difficile situazione dell'economia dell'Europa occidentale e sulle proposte da loro avanzate
per superare questa crisi. Se le differenze nelle posizioni dei tre partiti in materia di riforma economica
risultano evidenti, addirittura inconciliabili appaiono quelle a proposito della Comunità economica europea. Come si
vedrà, sarà proprio dall'incapacità di trovare un pur minimo punto di accordo sul tipo di evoluzione che
dovrebbero seguire gli organismi comunitari, che risulterà drammaticamente chiaro il fatto che la stagione
eurocomunista sia destinata a durare molto poco.
L'Eurocomunismo di fronte alla crisi dell'economia occidentale
Secondo un ex esponente di primo piano del Pce, Fernando Claudin, la crisi economica che ha colpito in
modo drammatico il mondo occidentale, alla metà degli anni settanta, sarebbe da considerare, insieme alla crisi
politica dell'Europa meridionale e alle difficoltà della socialdemocrazia europea, una delle condizioni che hanno
favorito l'emergere dell'Eurocomunismo.
Questa crisi è l'effetto di una serie di situazioni negative che hanno preso il via con l'abbandono,
nell'agosto 1971, del regime di cambi fissi di Bretton-Woods, evento che ha decretato la fine della parità tra oro e
dollaro e che ha determinato la svalutazione di quest'ultimo, e che hanno raggiunto l'apice con il primo
shock petrolifero, originato dall'improvviso triplicarsi del prezzo del greggio a seguito della guerra del Kippur tra Egitto e
Israele nell'ottobre 1973. Entrambi questi avvenimenti hanno generato un fortissimo incremento dei prezzi di tutti
i prodotti e, dunque, un preoccupante aumento dell'inflazione, con conseguenze molto negative soprattutto
per l'occupazione.
Secondo le analisi condotte dai tre partiti eurocomunisti, tuttavia, questi due eventi sarebbero soltanto
delle cause secondarie, mentre la vera radice del problema sarebbe costituita dalla grave crisi strutturale del
capitalismo. Le conseguenze di questa crisi si sono fatte sentire maggiormente nell'Europa del Sud, in quanto
essa rappresenterebbe l'anello più debole del sistema capitalista.
Inoltre, secondo alcuni leader eurocomunisti, l'Occidente starebbe anche scontando gli effetti della fine
del colonialismo e, perciò, si troverebbe costretto a pagare a prezzo di mercato ciò che prima non costava
praticamente nulla1.
Secondo il Pcf il nocciolo del problema starebbe nella palese impossibilità, per il sistema capitalista, di
sostenere un ritmo di sviluppo accettabile. Preso atto di ciò, i grandi
trust e i monopoli vorrebbero obbligare lo
Stato a piegarsi alle loro esigenze, per dar vita a quella fase dell'imperialismo che è chiamata "capitalismo
monopolistico di Stato".
A parere del Pce, nella Spagna post-franchista vi sarebbero segnali di una pericolosa alleanza tra il
grande capitale finanziario e le forze reazionarie della vecchia aristocrazia ai danni della classe operaia e della
piccola borghesia, una situazione che fa dello Stato, come afferma Carrillo, "un semplice gestore del grande
capitale"2.
L'analisi del Pci si concentra, in particolare, sui risvolti nazionali della crisi, anche perché il partito
ritiene che l'Italia sia il Paese del mondo capitalistico più seriamente colpito. Il segretario Berlinguer delinea i
grandi errori economici e anche politici che sarebbero all'origine di questa difficile situazione. Innanzitutto
l'abbandono della difesa del suolo e di migliaia di ettari di terra, cosa che ha portato l'Italia a dover importare
prodotti agricoli per migliaia di miliardi. In secondo luogo, l'aver fatto della produzione di autovetture private
l'elemento trainante dello sviluppo industriale e della spesa pubblica per infrastrutture, a discapito di altre strutture,
come i trasporti pubblici.
Infine, una politica energetica "che ha visto da una parte il pullulare di raffinerie ben oltre il fabbisogno
del Paese, per di più nelle mani di privati, e dall'altra parte un insufficiente numero di centrali elettriche e di
elettrodotti che colpisce in modo particolare lo sviluppo economico del
Mezzogiorno"3.
Il segretario comunista indica qual è la prima cosa da fare per avviare il risanamento del Paese:
"Un'autentica politica di moralizzazione civile deve essere combattuta per liquidare le pratiche della corruzione e delle
clientele e per far funzionare correttamente le pubbliche
amministrazioni"4.
Molte critiche sono mosse anche ai criteri con cui gli strumenti economici dello Stato sono utilizzati.
Dichiara Berlinguer: "Non l'effettivo bisogno o il merito sono i requisiti per stabilire i destinatari dell'intervento
dello Stato, ma l'arbitrarietà, la casualità, lo sperpero, il clientelismo e l'influenza esercitata dai gruppi
economici dominanti"5.
Il Pci vede una possibile soluzione della crisi nella ristrutturazione dei consumi delle famiglie, e ciò è
una conferma dell'importanza che l'influsso keinesiano ha avuto sul modo di analizzare i problemi
dell'economia da parte dei comunisti italiani6.
Questa caratteristica del Pci è riconoscibile, in particolare, nell'elaborazione degli obiettivi economici
che esso vuole raggiungere a breve e media scadenza, traguardi certo più consoni a un partito socialdemocratico
che non a una formazione di matrice leninista. Infatti, secondo Berlinguer: "Le esigenze primarie sono: il contenimento dell'inflazione, la riduzione progressiva del deficit della bilancia dei pagamenti, la difesa e lo
sviluppo dell'occupazione e delle attività
produttive"7.
La stampa non comunista parla di "comunismo manchesteriano", mentre, in questi anni, la parola
d'ordine in campo economico è "austerità". Berlinguer è molto chiaro su questo punto. Essa non deve essere
considerata come un normale strumento di politica economica che si propone di superare le difficoltà congiunturali
del sistema capitalistico e consente, così, la ripresa e il ristabilimento dei vecchi meccanismi economici e
sociali. Per il Pci l'austerità "è il mezzo per attaccare alla radice un sistema che è entrato in una crisi strutturale e
per porre le basi per il suo superamento [...]. Austerità vuol dire regole, efficienza e giustizia [...]. Dunque, lungi
da essere una concessione agli interessi dei gruppi dominanti, l'austerità può divenire una scelta politica con un
alto contenuto di classe"8.
Negli intendimenti del Pci si vuole aprire una nuova fase dello sviluppo dell'economia italiana, che
superi i vecchi modelli di comportamento segnati da un individualismo esasperato e socialmente discriminante.
Tuttavia, secondo alcuni esponenti dei movimenti di estrema sinistra, il presentare, da parte del Partito
comunista italiano, questa crisi economica come catastrofica per lo Stato democratico e potenzialmente
assai pericolosa per le conquiste della classe operaia, determina la trasformazione dello stesso partito in "un
fattore di ordine", che lo porta a guadagnarsi, certamente, la riconoscenza della classe media, ma che lo allontana
progressivamente dagli interessi reali della classe
lavoratrice9.
Le proposte di riforma di Pci e Pce
Le riforme economiche portate avanti dal Pci si muovono lungo tre direzioni: pianificazione
democratica, autonomia decisionale delle singole imprese e maggiore partecipazione dei lavoratori alla gestione delle
imprese. Secondo il partito italiano "un'effettiva programmazione democratica dello sviluppo permette di
sottrarre alle concentrazioni monopolistiche, ai grandi gruppi finanziari e alle società multinazionali il potere di
determinare gli indirizzi dello sviluppo generale del
Paese"10.
L'obiettivo principale, secondo il Pci, deve essere quello dello sviluppo economico e sociale del
Mezzogiorno. Esso è perseguibile solo attraverso lo strumento della programmazione, il quale "non deve sovrapporsi
meccanicamente e autoritariamente alle leggi di mercato [...] ma deve utilizzare nel modo giusto le stesse leggi
di mercato, per effettuare uno spostamento massiccio di mezzi finanziari verso l'agricoltura e la ricerca
scientifica"11.
Il Partito comunista italiano, del resto, è fermamente contrario alla soppressione del mercato e dei suoi
rapporti di produzione, come è avvenuto in Urss, ma vuole impedire che siano solo pochi monopoli a dettare
legge, sia per ciò che riguarda i prezzi, sia per quanto concerne la struttura dei consumi e della produzione, sia,
infine, per l'utilizzazione e la distribuzione delle risorse. La pianificazione, secondo il Pci, va intesa come capacità
di innovazione e di competizione, è prevista su base regionalista e va collegata alla riforma dei finanziamenti
delle amministrazioni locali12.
In termini concreti, i settori economici che il Pci ritiene necessitino di un'accurata pianificazione sono,
prima di tutto, i trasporti pubblici, sia per lo sviluppo della loro produzione che per la riorganizzazione del traffico
nelle città. In secondo luogo, i comunisti reputano necessario un piano per assicurare la copertura del
fabbisogno energetico del Paese. Infine è considerata indispensabile una pianificazione dell'agricoltura, che si
proponga l'obiettivo del recupero delle terre abbandonate e la difesa del
suolo13.
Un punto su cui la strategia dei comunisti italiani diverge di molto da quella dei francesi è l'incremento
delle industrie pubbliche. In effetti, i principali esponenti del partito italiano hanno più volte ripetuto che la
questione non è tanto di aumentare il numero di settori industriali nazionalizzati, cavallo di battaglia del Pcf e pomo
della discordia con il Ps, quanto, piuttosto, di risanare e riordinare l'economia pubblica attraverso "una
conduzione della spesa pubblica fissata da criteri di severità e di rigorosa selezione, tagliando dove c'è da tagliare e
favorendo invece l'accrescimento della spesa nei settori produttivi e in quelli di grande interesse
sociale"14.
Per questo motivo il Pci porta avanti con decisione una battaglia contro i parassitismi e le rendite, in
particolare quella finanziaria, la quale è però considerata, in modo erroneo, soltanto un sovrareddito lucrato dalle
banche e non anche un essenziale servizio di collegamento tra risparmiatori e
produttori15.
Il Pci propone, inoltre, un riordino del sistema fiscale, che passi innanzitutto attraverso la tassa
patrimoniale "per introdurre finalmente criteri di elementare giustizia nella distribuzione del reddito e per impedire le
scandalose evasioni che oggi si
verificano"16.
Infine è interessante notare la posizione del Pci a proposito delle multinazionali. I comunisti, infatti,
non desiderano che queste imprese se ne vadano dall'Italia, qualora essi dovessero partecipare ad un governo o
guidarlo. A queste imprese si riconoscono addirittura degli elementi positivi, come l'internazionalizzazione dei
processi economici, l'unificazione dei mercati mondiali, la diffusione dei capitali. Il Pci propone di regolamentare la
loro attività sul modello canadese, vale a dire piena libertà per le multinazionali a condizione che esse mostrino
di arrecare un beneficio rilevante all'economia
nazionale17.
Di tutte queste proposte di riforma, tuttavia, il Pci riesce a metterne in opera ben poche, ed è anzi
costretto a fare parecchie concessioni sulle conquiste sociali già acquisite, come nel caso dell'accordo Lama-Agnelli
del gennaio '75, che fissa un nuovo meccanismo per il calcolo della contingenza. Allo stesso modo, quando il
Partito comunista italiano entra nella maggioranza del governo detto di "solidarietà nazionale", è costretto ad accettare
le severe misure economiche proposte dallo stesso per combattere l'inflazione. Questa, allora, viene
immediatamente presentata dal Comitato centrale dell'ottobre '76 come "il pericolo più grave per le masse", in forza
della quale è legittimo chiedere dei
sacrifici18. Tutto ciò provoca, però, un certo disagio tra i militanti, e genera,
soprattutto, le aspre critiche da parte dell'estrema sinistra, che ritiene che i dirigenti comunisti stiano
scivolando verso analisi pericolosamente prossime a quelle dei grandi industriali, in particolare verso quella che
reputa l'aumento dei salari come una delle cause principali
dell'inflazione19.
Anche le proposte di riforma economica avanzate dal Pce sono oggetto di forti perplessità da parte di
esponenti politici dell'estrema sinistra e di molti stessi comunisti.
In effetti il programma economico elaborato per le elezioni politiche del '77 è certamente un esempio
di moderazione. Si chiede la nazionalizzazione immediata soltanto per le grandi banche e per le industrie che
agiscono in monopolio, mentre la piccola e la media proprietà verrebbero garantite ancora per lungo
tempo20. Questa linea politica moderata è giustificata dal vertice del partito con la ragione che il fragile cammino della Spagna
sul terreno della democrazia non deve conoscere scarti improvvisi e potenzialmente molto pericolosi, ma deve
procedere in modo tranquillo e lineare.
La difficoltà del Pcf a formulare proposte di riforma per i problemi correnti
Se moderazione e gradualità negli obiettivi da raggiungere sono le principali caratteristiche della
strategia politica del Pce e del Pci, il Partito comunista francese fa dell'intransigenza la sua linea politica. Le
rivendicazioni sociali, a differenza del partito italiano, non sono pressoché mai di natura qualitativa e sono volte,
quasi esclusivamente, ad ottenere aumenti salariali e il mantenimento dei posti di
lavoro21.
Per il Pcf è indispensabile un incremento quantitativo dell'intervento dello Stato sull'economia e, difatti,
le nazionalizzazioni rappresentano la disposizione centrale del Programma comune. Marchais in più di una
occasione afferma: "I grandi mezzi di produzione e di scambio dovranno diventare proprietà della società [...].
Non esiste socialismo se questa condizione non viene
realizzata"22.
Ciò è all'origine dei contrasti con il Ps, il quale privilegia più la democratizzazione del settore pubblico
che non la sua estensione. Del resto, le nazionalizzazioni per il Pcf non rappresentano solo una battaglia
ideologica, ma sono soprattutto un atto di affermazione della sovranità nazionale. "Fabbrichiamo francese e
compriamo francese" è, infatti, lo slogan ricorrente dei comunisti nella lotta contro le
multinazionali23. Sulle nazionalizzazioni un accordo tra i due partiti della sinistra francese è comunque raggiunto, e prevede che esse siano
immediate per le banche e gli istituti di credito, più graduali, invece, per le risorse minerarie e per le industrie
aerospaziali e farmaceutiche. Inoltre, si dovrebbe pervenire, entro breve termine, ad una regolamentazione dei
trust siderurgici, petroliferi e dei trasporti aerei, mediante una partecipazione dello Stato con quota
maggioritaria24. È significativo il fatto che proprio sulla questione del numero delle imprese da nazionalizzare, si consumi la rottura
dell'alleanza tra i due partiti nel settembre 1977.
Un altro motivo di contesa con i socialisti è rappresentato dalla questione dell'autogestione. Per il Pcf
essa è da affrontarsi solo dopo che si è proceduto alle nazionalizzazioni, quando si risolverebbe semplicemente
con l'elezione dei consigli operai sulla base delle rappresentanze sindacali
riconosciute25. Alcune intese programmatiche sono, in ogni caso, raggiunte con i socialisti anche su questo punto. Così, ad esempio, entrambi
i partiti concordano nell'affermare che l'intervento dei lavoratori nella gestione delle imprese debba venire
stabilito da un consiglio composto da rappresentanti del governo, dalla direzione dell'azienda e dai
rappresentanti degli operai, intesi esclusivamente come i sindacati ufficialmente riconosciuti.
Riguardo alla proprietà sociale, il Pcf dichiara che essa non sarà costituita esclusivamente dalle
nazionalizzazioni, ma che "essa rivestirà forme diverse, come la proprietà cooperativa, municipale, dipartimentale,
regionale. Nello stesso tempo, in tutta una serie di campi, la piccola proprietà privata (artigianale, commerciale
e industriale), la proprietà agricola a carattere famigliare permettono una migliore soddisfazione dei bisogni
e saranno perciò mantenute anche in una Francia
socialista"26.
È, comunque, molto eloquente l'omissione della garanzia del mantenimento della media proprietà,
esplicitamente riconosciuta da Pci e Pce.
Partiti eurocomunisti e organizzazioni sindacali
I profondi cambiamenti ideologici e politici in atto nei tre partiti che danno vita all'Eurocomunismo, si
riflettono anche sui movimenti sindacali che fanno riferimento alle loro medesime posizioni politiche.
Il sindacato comunista francese, la Cgt (Confederation general du travail), oltre ad essere
l'organizzazione più grande e rappresentativa del Paese, è anche l'unica ad appoggiare in modo esplicito il Programma
comune. Si può perfino dire che la strada che ha condotto all'intesa tra Pcf e Ps sia stata preparata da un analogo
accordo firmato, nel '66, tra la Cgt e la confederazione sindacale di matrice socialista, la Cfdt (Confederation
française democratique du travail), per una piattaforma rivendicativa comune.
Buoni rapporti tra le due organizzazioni dei lavoratori permangono fino alla rottura tra comunisti e
socialisti, anche se differenze di analisi e di strategia sono evidenti. Così, la Cgt definisce suo scopo ultimo il porre
fine allo sfruttamento capitalista per mezzo della socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio. Quest'ultima
è poi ritenuta essere lo strumento più importante per l'instaurazione del socialismo, considerazione in
piena sintonia con l'analisi condotta dal partito comunista. Il parallelismo tra partito e sindacato prosegue anche
sul terreno dell'autogestione, tema molto caro alla Cfdt, e ritenuto, invece, dalla Cgt questione da prendere in
considerazione solo a nazionalizzazioni avvenute, anche se si riconosce l'importanza di assicurare la
promozione della responsabilità dei
lavoratori27.
L'intesa del '66 rappresenta certamente un evento storico, in quanto la caratteristica principale del
sindacalismo francese è sempre stata la sua estrema divisione, fatto che, insieme ad altri, ha contribuito a
renderlo particolarmente debole. Per tutti gli anni settanta, invece, le analisi condotte dalle due confederazioni sulla
crisi economica della società capitalistica, e sugli strumenti per superarla, sono simili. Ad esempio, sia la Cgt che
la Cfdt analizzano la condizione dei lavoratori in termini di sfruttamento, dominio e alienazione, anche se il
sindacato comunista pone l'accento sul ruolo della proprietà privata come origine dello sfruttamento, relegando in
secondo piano dominio e alienazione, mentre per il sindacato socialista le tre cause si trovano tutte sullo stesso piano.
Nell'analisi della crisi la Cgt si avvicina, tuttavia, maggiormente alla tesi del Pcf del capitalismo
monopolista di Stato, in quanto la causa ultima della congiuntura economica negativa sarebbe l'accumulazione di capitali
da parte dei grandi monopoli, che genererebbe una polarizzazione dei rapporti sociali tra la piccolissima
minoranza sfruttatrice e la stragrande maggioranza
sfruttata28.
Da entrambe le formazioni sindacali lo Stato è visto contemporaneamente come amministratore,
istituzione e apparato di repressione. Inoltre, tutte e due le confederazioni criticano le esperienze
socialdemocratiche, considerate capaci solo di gestire il sistema capitalista e non di instaurare una vera società socialista, che
resta, invece, il loro obiettivo.
La nazionalizzazione resta, per il sindacato comunista come per il Pcf, il mezzo più idoneo per
procedere all'appropriazione collettiva dei mezzi di produzione e scambio, mentre la Cfdt è più cauta. Per quanto
riguarda la pianificazione, altro cavallo di battaglia della Cgt, il sindacato di orientamento socialista si dice
disponibile ad essa, purché sia garantito un alto grado di decentramento
democratico29.
Sul rapporto sindacato-partito politico esiste, invece, una netta differenza tra le due confederazioni. Per
la Cgt il sindacato non deve impegnarsi sul terreno politico oltre una certa misura, ma deve lasciare tale
compito ai partiti, i quali hanno un ruolo e una responsabilità più grandi nell'operazione di trasformazione della
società. I sindacati devono portare il loro contributo limitatamente ai settori economici e sociali che influiscono
sulle condizioni di vita dei lavoratori. La Cfdt è assolutamente contraria a questa impostazione del sindacato,
ridotto a poco più di un supporto del partito politico, perché ritiene che ciò pregiudichi l'autonomia del sindacato.
Entrambe le organizzazioni rifiutano, comunque, il principio di un legame organico con un
partito30, anche se, nel caso della Cgt è da rilevare la completa fusione, a livello di impresa, tra la cellula del Pcf e la sezione
sindacale31.
Per ciò che riguarda l'Italia, l'entrata del Pci nell'area di governo, nel periodo 1976-79, segna in modo
molto netto la strategia della Cgil. Berlinguer formula un auspicio sull'unità delle tre confederazioni sindacali
italiane, ritenendola indispensabile nel particolare momento di grave tensione sociale vissuto dal Paese: "Un
movimento sindacale unitario che intervenga, oltre che sulle questioni rivendicative salariali che riguardano i
lavoratori dipendenti, anche sui grandi obiettivi della democrazia e del progresso economico e sociale di tutto il Paese,
è una forza della democrazia
repubblicana"32.
In effetti la seconda metà degli anni settanta registra, oltre ad un elevato grado di convergenza delle
strategie di Cgil, Cisl e Uil, una marcata riduzione della conflittualità sindacale, che è resa ben evidente dalla
dichiarazione di Lama sul "salario come variabile
dipendente"33.
Nella Spagna, infine, la linea strategica tenuta dalle commissioni operaie, legalizzate come il Pce solo
nel 1977, è improntata alla moderazione e alla collaborazione con gli altri sindacati spagnoli.
A livello europeo le tre organizzazioni dei lavoratori di matrice comunista sembrano trovare, durante la
stagione eurocomunista, vaste convergenze nelle rispettive rivendicazioni. Del resto, tra i sindacati italiano e
francese una buona collaborazione è già in corso da anni, in quanto Cgil e Cgt sono, infatti, entrate insieme, nel
'66, nel comitato economico e sociale della
Cee34.
Durante l'Eurocomunismo una sostanziale identità di vedute viene espressa a proposito di molti eventi,
come lo sviluppo positivo della distensione, la possibilità di attuazione di importanti cambiamenti sociali
nell'Europa meridionale e, infine, il buon andamento delle relazioni tra le grandi federazioni sindacali dell'Est e dell'Ovest.
Una convergenza si rileva anche nelle critiche rivolte alle democrazie popolari dell'Europa orientale per
i gravi attentati portati alle principali libertà e alla democrazia e, in particolare, per l'assoggettamento dei
sindacati al partito-stato. Si deplora, inoltre, la sostanziale sterilità della Federazione sindacale mondiale, l'organizzazione che riunisce i sindacati di ispirazione comunista, nell'elaborazione di un'esauriente analisi della crisi
economica dell'Occidente, che vada oltre i desueti slogan
propagandistici35.
Tuttavia, come per il Pcf, così anche per la Cgt il completo superamento delle vecchie convinzioni si
rivela un obiettivo molto arduo da raggiungere. Così, mentre la Cgil già nel '74 viene ammessa nella
Confederazione sindacale europea, l'organizzazione che riunisce i sindacati di orientamento socialdemocratico, la Cgt inizia,
a partire dal 1978, un lento processo involutivo.
Il sindacato italiano, al contrario, prosegue in modo convinto nella critica alla Federazione sindacale
mondiale, dimettendosi, nel 1978, da tutte le responsabilità direttive e conservando solo il titolo di membro
associato36.
Anche le commissioni operaie mantengono solo questo
status all'interno dell'organizzazione, e
condividono gran parte delle critiche rivolte dai colleghi italiani.
Le successive prese di posizione del sindacato francese su eventi come la questione dell'allargamento
della Cee e l'invasione sovietica dell'Afghanistan non faranno che aumentare l'isolamento della stessa Cgt, la
quale, nel giugno '80, vedrà perciò respinta la sua richiesta di adesione alla Confederazione europea
sindacale37.
Eurocomunismo e processo di integrazione europea
Quando, nel 1951, viene firmato il Trattato di Parigi, che istituisce la Comunità europea del carbone e
dell'acciaio (Ceca), il giudizio dei partiti comunisti dell'Europa capitalista è unanime nel condannarlo. È
l'epoca della guerra fredda e, secondo i comunisti occidentali, per i quali è da poco incominciato il lungo periodo
di isolamento nella vita politica nazionale, questa nuova struttura non può avere altri scopi che "rafforzare il
controllo dell'imperialismo americano sull'Europa"38.
Il più accanito avversario di questo primo progetto di integrazione europea si mostra il Pcf, il cui acceso
spirito ultranazionalista non può assolutamente accettare un accordo che prevede la cooperazione con il nemico
storico della Francia, la Germania, proprio nelle industrie strategicamente più importanti.
Il Piano Shuman è definito "un piano di guerra e di disastro nazionale", e la Ceca è ritenuta essere lo
strumento per la messa in liquidazione dell'industria siderurgica nazionale, nonché dell'esercito. Il Pcf punta le sue
critiche in particolare sul fatto che "i capitalisti francesi, in nome dell'Europa, stanno svendendo l'industria del
carbone e dell'acciaio ai trust
tedeschi"39.
Inoltre, la Ceca viene definita come "un nuovo super monopolio, la cui costruzione porterà
conseguenze catastrofiche per la classe operaia europea", e se ne critica il carattere antidemocratico, in quanto la
partecipazione delle classi lavoratrici al processo decisionale è praticamente
nulla40.
Il Pci, pur concordando nell'analisi dei comunisti francesi per quanto riguarda le conseguenze
economiche, sociali e militari del Trattato di Parigi, usa toni molto meno drammatici a proposito del rischio di una
sovranità nazionale limitata.
Tuttavia, è soprattutto sul progetto, mai realizzato, della Comunità europea di difesa che la campagna
antieuropea del Pcf raggiunge il suo azimut. I comunisti d'oltralpe mettono in grande evidenza il pericolo che
questo progetto possa diventare il trampolino di lancio per i sogni espansionistici e revanscisti di Bonn, oltre che
un nuovo strumento degli Usa per rendere più aspra la guerra
fredda41.
Pure con l'istituzione del Mercato comune europeo, nel 1957, si registra una sostanziale comunanza di
giudizi tra Pci e Pcf. Anche il Pce, sebbene la Spagna non faccia parte della Cee, condivide il parere dei partiti
italiano e francese, i quali negano la possibilità che la neonata Comunità economica possa diventare una terza
forza equidistante da Usa e Urss, in ragione dell'appartenenza di tutti e sei i paesi fondatori alla Nato. Inoltre,
secondo questi partiti, a trarre vantaggio da questa alleanza tra paesi capitalisti saranno soltanto i grandi
trust e le multinazionali, mentre per gran parte dei popoli d'Europa le condizioni sociali peggioreranno, in quanto si
verificherà un deciso allineamento verso il basso delle conquiste dei
lavoratori42.
Il Pcf, anche in questo caso, pone l'accento sulla questione dell'attentato all'indipendenza del suo
Paese. Secondo il partito transalpino, la Francia, partecipando al Mercato comune, finirà per degradarsi al ruolo
di provincia della potente Germania federale, mentre le sue istituzioni nazionali, in particolare il Parlamento,
saranno lentamente ma inesorabilmente private di ogni potere per ciò che riguarda la scelta dell'orientamento da
seguire in politica economica.
Infine il Pcf, sempre per consolidare la sua immagine di "difensore della nazione", afferma che, con
l'entrata della Francia nella "piccola Europa", la sua agricoltura conoscerà una vera e propria ecatombe, e a farne le
spese saranno soprattutto i piccoli agricoltori, i quali non hanno i mezzi per sopportare la concorrenza straniera.
Col passare degli anni, mentre le posizioni del Pce e, in modo particolare, del Pci riguardo alla Cee
diventano più morbide, il partito francese non modifica in modo sostanziale il suo atteggiamento intransigente.
Anche se la Comunità europea non è più denunciata come "braccio politico della
Nato"43, essa resta, secondo il Pcf, fortemente antidemocratica. Tuttavia, anche il partito francese, pur dichiarandosi assolutamente
contrario all'ipotesi di un'integrazione politica, deve riconoscere che, nel corso degli anni, la Cee ha compiuto
anche alcune cose positive, specie a difesa dell'agricoltura
francese44.
Dopo la morte di Thorez, durante la segreteria Waldeck-Rochet, i comunisti francesi chiedono per la
prima volta di entrare negli organismi comunitari non per "condurre una lotta efficace contro le nefaste
conseguenze del Mec"45, ma per collaborarvi.
All'inizio della segreteria Marchais si registra, invece, un nuovo inasprimento dei rapporti con la Cee.
In occasione del referendum del 23 aprile 1973, riguardante l'allargamento della Comunità a Irlanda,
Danimarca e, soprattutto, Regno Unito, il Pcf prende posizione in modo deciso a favore del "no", adducendo sia
ragioni economiche, come il rallentamento della produzione industriale, i possibili disequilibri settoriali, il
deperimento ulteriore di certe aree meno sviluppate del Paese e l'aumento dei disoccupati, sia le solite ragioni di tipo
politico-militare, a proposito del progressivo abbandono della sovranità nazionale. Ma il "no" comunista si spiega
anche con ragioni di politica interna, per la duplice necessità del Pcf di apparire come l'unica vera forza di opposizione
al governo e di affermarsi nei confronti dell'emergente partito socialista.
Il Pce, invece, già dalla fine degli anni sessanta è favorevole all'associazione della Spagna alla Comunità,
ma il problema principale è il permanere del regime dittatoriale di Franco. Carrillo, nel suo discorso all'VIII
Congresso del partito, nel 1972, afferma: "È prioritario che il popolo spagnolo si liberi della dittatura franchista
prima di avviare ogni genere di negoziato con la Cee. Questo regime non ha né l'autorità né la forza per poter
iniziare dei colloqui con il Mercato comune che possano garantire l'interesse
nazionale"46.
Naturalmente, il giudizio fortemente negativo espresso nel passato nei confronti della Comunità europea
non viene ora completamente ribaltato. Pur riconoscendo, infatti, la validità di certi risultati conseguiti dalla
Comunità non solo in campo economico, il Pce resta dell'avviso che il Mec sia stata una creazione della guerra
fredda in funzione antisovietica. Ora, certamente, la forza conseguita consente alla Comunità europea di sfidare gli
Stati Uniti quasi ad armi pari, riuscendo perfino a penetrare con successo nei loro mercati. Tuttavia, secondo
l'analisi di Carrillo, le istituzioni comunitarie necessitano di profonde revisioni, in particolare occorre diversificare
il commercio estero, espandendo le relazioni economiche con i paesi socialisti e con i paesi in via di sviluppo.
Infine, il partito iberico, ancora all'inizio degli anni settanta, giudica inopportuna un'integrazione
immediata della Spagna alla Cee, perché ritiene che il Paese, anche dopo la fine della dittatura franchista, non sarà in
grado di darsi in breve tempo una struttura economica
competitiva47.
Per quanto riguarda il Pci, esso è il partito che prima degli altri e in misura maggiore ha mutato il suo
atteggiamento verso le strutture della Comunità europea. Hanno, probabilmente, contribuito a questo cambiamento gli
ottimi risultati conseguiti dalla Comunità nei suoi primi dieci anni di vita. Questi hanno fatto sentire il loro
influsso benefico in modo particolare sull'Italia, che negli anni sessanta stava vivendo il suo
boom economico, con la crescita dell'occupazione e delle esportazioni e con il generale miglioramento delle condizioni sociali
della classe operaia48.
Un ruolo di primo piano in questa svolta operata dal Pci è certamente da attribuirsi a Giorgio Amendola.
Egli è stato il primo esponente comunista occidentale, nel 1965, a riconoscere la Comunità come realtà oggettiva
del panorama politico internazionale, di cui tenere conto. Anche in conseguenza di ciò, già nel 1969, il Pci inizia
a partecipare in modo attivo al funzionamento della Comunità, con l'ingresso di alcuni suoi rappresentanti al
Parlamento europeo, cinque anni prima dell'arrivo dei comunisti francesi.
Il Pci persegue già allora un obiettivo, quello di far diminuire l'onnipotenza del Consiglio dei ministri a
favore del Parlamento, organo che il partito italiano ritiene debba essere eletto a suffragio universale
diretto49.
La valutazione sulla Cee da parte dei partiti eurocomunisti
Il rapporto con l'Europa costituisce
uno dei punti focali dell'Eurocomunismo.
Il partito italiano è il primo a rendersi consapevole del fatto che è impossibile costruire il socialismo in
un Paese dell'Europa occidentale senza tenere conto del processo di integrazione in
corso50. Già a partire dalla Conferenza di Bruxelles dei partiti comunisti dell'Europa capitalista, nel 1974, il Pci espone ai partiti fratelli
il convincimento secondo il quale l'Europa dovrebbe muoversi in modo equidistante dai due blocchi e
consolidare il suo ruolo di terza forza del futuro assetto politico internazionale. Berlinguer pone, in quest'occasione, le
fondamenta della futura costruzione eurocomunista, parlando della necessità "che l'avanzata del socialismo
nella parte d'Europa in cui operiamo proceda nella ricerca di strade nuove pienamente corrispondenti sia alle
particolarità e alle tradizioni di ogni nazione, sia ai tratti comuni che si presentano in questa zona del
continente"51.
Inoltre, il leader comunista italiano lancia un'idea: "Un'Europa occidentale democratica, indipendente
e pacifica, che non sia né antisovietica né antiamericana ma si proponga di stabilire rapporti di amicizia e
collaborazione con questi e con tutti gli altri
paesi"52.
Il Pci matura anche la convinzione che è indispensabile un forte potenziamento delle istituzioni
comunitarie e, in primo luogo, del Parlamento. Amendola, in particolare, afferma che solo attraverso la Cee,
profondamente riformata e democratizzata, è possibile risolvere i gravi problemi economici che affliggono l'Europa
occidentale: "Noi riteniamo utile la presenza di un'organizzazione democratica multinazionale che affronti i
problemi che i singoli stati nazionali dimostrano di non essere in grado di risolvere (moneta, circolazione dei
capitali, controllo delle società multinazionali, energia, inquinamento,
ecc.)"53.
Una prova concreta del nuovo atteggiamento del Pci verso le istituzioni europee verrà, in seguito,
fornita dall'elezione nelle sue file di Altiero Spinelli, certamente una tra le personalità che contribuiranno
maggiormente al rilancio del processo di integrazione economica e politica della Comunità europea.
Infine, il nuovo pensiero dei comunisti italiani verso la Cee determina un loro sensibile avvicinamento
alle posizioni della socialdemocrazia europea, in particolare quella tedesca. Del resto, il Pci ritiene che il
superamento dell'antica divisione tra i partiti operai sia uno degli obiettivi che l'Eurocomunismo deve cercare con
maggiore intensità. Questo tema è presentato da Berlinguer già durante la Conferenza di Bruxelles. Per il leader
comunista italiano, l'unico modo per dare forza all'immagine di un'Europa impegnata nel processo di distensione
internazionale e per perseguire il rinnovamento democratico delle istituzioni comunitarie è "stimolare il
processo di avvicinamento e di intesa tra tutte le forze di sinistra, democratiche e
antifasciste"54.
Il discorso a proposito della necessità di fare dell'Europa l'elemento cardine della coesistenza pacifica,
operando nel senso del potenziamento del carattere democratico degli organi della Cee, è pienamente condiviso dal Pce.
Nella risoluzione finale del suo IX Congresso si legge: "Noi aspiriamo a un'Europa dei lavoratori, a
un'Europa dei popoli: un'Europa unita sul piano politico ed economico, che abbia la sua politica indipendente, non
subordinata né agli Stati Uniti né all'Unione Sovietica ma che mantenga relazioni positive con entrambi;
un'Europa che contribuisca al superamento dei blocchi militari e del bipolarismo, alla democratizzazione della vita
internazionale, rendendo possibile a tutti i popoli decidere da sé e in piena libertà dei propri
destini"55.
Del resto, con la morte di Franco e il progressivo smantellamento del suo regime, cade ogni pregiudiziale
del Pce contro un ingresso della Spagna nel Mec. Anzi, durante la stagione eurocomunista, in più di
un'occasione il segretario Carrillo dichiara che tale ingresso deve avvenire come membro a tutti gli effetti e non più solo
come semplice Stato associato. Nei documenti del IX Congresso il partito definisce l'integrazione della Spagna
alla Cee come una necessità economica e politica, in quanto essa può contribuire allo sviluppo delle forze
produttive e porre le basi della struttura stessa dell'economia spagnola.
Non si nega di certo che esistano anche aspetti antidemocratici nel presente edificio comunitario, come
la forte impronta che conservano i monopoli nel determinare la scelta delle strategie politico-economiche da
seguire. Ma questa è una ragione in più che spinge il Pce a ritenere indispensabile un ingresso della Spagna
nella Cee, proprio allo scopo di trasformarla, ridefinendone gli obiettivi.
Ciò non trova per nulla d'accordo il Pcf, assolutamente contrario ad un allargamento della Comunità,
definita anche durante la breve parentesi eurocomunista "la piccola Europa dei
trust e dei monopoli". Nasce così
un'accesa polemica tra i due partiti, che testimonia una volta di più la debole consistenza dell'unità di intenti tra
gli eurocomunisti.
La critica del Pcf concerne la struttura generale del Mec, giudicata un tentativo operato dalle nazioni
capitaliste per coordinare l'internazionalizzazione dei capitali. Si accusa, in particolare, il Mercato comune di
aver aperto la strada alla penetrazione dei mercati europei da parte delle grandi multinazionali
americane56. Il partito francese è anche l'unico tra gli eurocomunisti ad opporsi risolutamente ad un ampliamento dei poteri del
Parlamento europeo. Anzi, fino all'aprile 1977, il partito transalpino si dice assolutamente contrario anche alla
semplice elezione a suffragio universale diretto di questa assemblea, in quanto, come afferma Kanapa,"questa
elezione rinforzerebbe il peso della reazione in Europa a svantaggio delle forze democratiche e degli interessi
delle nazioni". Poi, nell'aprile 1977, all'improvviso e senza alcuna discussione a livello di base del partito, ma
con una semplice decisione dell'Ufficio politico, il Pcf si dichiara favorevole ad un'elezione popolare dei
rappresentanti del Parlamento di Strasburgo, a condizione, però, che i poteri di tale assemblea non siano
minimamente rinforzati.
Quando, nel giugno '79, hanno luogo le prime elezioni europee, il partito di Marchais imposta la sua
campagna elettorale attaccando in modo esasperato le istituzioni europee. Questo fatto determina
un'accentuazione delle divergenze con gli altri eurocomunisti, soprattutto con il Pci, del quale il partito francese contesta
l'analisi della crisi economica e le soluzioni avanzate per superarla. Infatti, mentre il partito italiano è convinto che
occorra una collaborazione attiva da parte di tutte le forze della classe operaia europea, il Pcf ritiene che la crisi sia
prima di tutto un problema da risolvere sul piano
nazionale57.
Le differenti proposte di riforma delle istituzioni comunitarie formulate dagli eurocomunisti
La differenza nelle proposte per rinnovare l'assetto istituzionale della Cee è notevole tra gli
eurocomunisti, specie tra Pci e Pcf.
Il partito italiano vuole rendere più democratico il funzionamento complessivo dell'apparato
comunitario. In occasione dell'incontro di Bruxelles, Amendola lancia la proposta dell'elezione a suffragio universale
diretto dell'Assemblea di Strasburgo. Egli auspica, soprattutto, che questo organo non abbia solo poteri consultivi,
ma acquisti una maggiore rappresentatività democratica. Tuttavia questa proposta, come si è visto, non soddisfa
per niente il partito di Marchais, sempre risolutamente contrario ad un'istituzione sovranazionale. Ma Amendola
non demorde e, sempre a Bruxelles, presenta il quadro delle riforme che il Pci ritiene necessarie per rendere
più democratica la Cee: "La Commissione è un grande segretariato senza poteri decisionali. Tutti i poteri sono
del Consiglio dei ministri che è sede di estenuanti mercanteggiamenti e di accordi precari. Bisogna rovesciare
tali rapporti. Nella Commissione debbono entrare con funzioni responsabili i rappresentanti del sindacato
europeo, delle associazioni agrarie, delle
cooperative"58.
Inoltre i comunisti italiani chiedono una profonda revisione della politica agraria comunitaria,
ritenuta inflazionistica, improduttiva e, in molti casi, dannosa per l'Italia.
La battaglia portata avanti dal Pcf sul tema delle riforme istituzionali della Cee è, invece, di segno
totalmente opposto.
Il vertice del partito è favorevole, malgrado le indicazioni fornite dai suoi rappresentanti al Parlamento
di Strasburgo, ad un incremento dei poteri del Consiglio e, soprattutto, a conservare la regola dell'unanimità
per tutte le decisioni prese da questo organismo. Il Pcf vuole, inoltre, che il monopolio decisionale resti al
Consiglio dei ministri e non passi al neonato Consiglio europeo, ritenuto troppo simile, nei suoi principi, al
presidenzialismo59. Le ragioni di un atteggiamento così ben disposto verso l'istituzione forse "meno" democratica della
Cee e, viceversa, di netta chiusura verso l'ipotesi di un Parlamento europeo con più poteri, ovvero l'esatto
opposto della strategia tenuta nella politica nazionale, si spiegano, forse, con il fatto che il vertice del partito, confidando
nella vittoria elettorale dell'Union de la gauche, ritiene che il Consiglio dei ministri sia l'organo in cui il Pcf
può far sentire maggiormente il suo peso politico.
Per quanto riguarda i progetti per una futura Unione economica e monetaria, essi sono ferocemente
attaccati dal Pcf, perché ritenuti dannosi per l'economia
nazionale60.
Il partito di Marchais si pone, infine, l'obiettivo di riorientare le relazioni economiche esterne della
Cee, bloccando le penetrazioni giapponesi e americane e incrementando gli scambi con il Comecon e i Paesi in
via di sviluppo61.
Le ragioni del progressivo declino dell'Eurocomunismo
Quest'ultima parte è un'analisi esaustiva dei motivi che hanno condotto al fallimento del progetto eurocomunista.
Da ciò risulta evidente che non vi è stata un'unica causa, ma ve ne sono state diverse, alcune imputabili a tutti e tre i
partiti, altre riferibili in modo esclusivo ai singoli componenti del movimento eurocomunista.
L'Eurocomunismo ha preso avvio dalla comune consapevolezza dei tre partiti che essi, da soli, non avrebbero
potuto proporre un loro modello di società socialista alternativo a quello sovietico senza incorrere negli anatemi di Mosca e
nel rifiuto delle società nelle quali si erano sviluppati. Tuttavia, troppo raramente le tre anime dell'Eurocomunismo
hanno mostrato una reale unità di intenti. Sovente, infatti, ogni partito è sembrato portare avanti una strategia di tipo
"nazional-comunista", irrimediabilmente condannata al
fallimento62.
Significativa testimonianza delle laceranti divergenze tra i partiti eurocomunisti è la circostanza per cui, nel 1979,
in occasione delle prime elezioni per il Parlamento europeo, non solo non esisteva un programma comune tra i nove
partiti comunisti della Cee ma, cosa ancor più grave, la distanza tra l'analisi politica ed economica avanzata dal Pci e
quella elaborata dal Pcf era enorme, quasi fossero due programmi assolutamente inconciliabili.
Occorre poi ricordare anche gli errori di valutazione compiuti dai tre partiti congiuntamente.
Innanzitutto vi è stato un grave fraintendimento sulla reale natura della coesistenza pacifica, un peccato di
ingenuità messo molto bene in risalto da Luigi
Bonanate63.
Erronea si è mostrata, inoltre, anche la convinzione secondo cui la fase di transizione antimonopolista si sarebbe
potuta verificare all'insegna della stabilità democratica e senza forti scossoni politici e sociali. Una visione senza dubbio
troppo ottimistica di un momento storico che, nelle intenzioni dei tre partiti, avrebbe dovuto portare i loro rispettivi paesi verso
una società socialista avanzata e segnare, nei fatti, l'inizio del processo di smantellamento del sistema capitalista.
Un'ultima osservazione riguarda i progetti di riforma strutturale dell'economia presentati dai tre partiti
eurocomunisti. Questi erano condizionati, in linea generale, dalla prospettiva di un forte tasso di crescita delle economie dei rispettivi
paesi nel medio e nel lungo periodo, cosa che la realtà ha dimostrato del tutto
irrealistica64.
Ma oltre a questi errori di valutazione commessi da tutte e tre le formazioni politiche, ve ne sono altri riconducibili
ai singoli partiti.
Un primo problema, alla fine rivelatosi insuperabile, è stata l'inaffidabilità ben presto mostrata dal Pcf su
praticamente tutti i temi portanti del progetto eurocomunista. I limiti del partito francese sono emersi sia sul piano politico nazionale
che su quello internazionale.
Per quanto concerne il primo ambito, il partito di Marchais, dopo aver contribuito, in maniera determinante, alla
nascita dell'Union de la gauche insieme con il Ps, al fine di costituire un'autentica alternativa di sinistra, quando ormai tutto
lasciava presagire un imminente trionfo elettorale, ha compiuto un'improvvisa inversione di rotta, provocando così non solo il
fallimento della prospettiva di conquistare il governo del Paese, ma anche la fine stessa dell'alleanza. Tra le ragioni
addotte per tentare di spiegare questa sorta di "harakiri" compiuta dal Partito comunista francese, interessante è quella
secondo la quale esso avrebbe agito in questo modo per paura di trovarsi a gestire una difficile situazione di crisi economica, la
quale lo avrebbe obbligato ad assumere misure fortemente antipopolari. Inoltre il Pcf si sarebbe anche reso conto che il vero
motore della coalizione di sinistra era ormai divenuto il partito di Mitterand.
Queste spiegazioni sono certamente molto valide, ma è verosimile che alla base di questa scelta, per molti versi
assurda, vi siano anche, e soprattutto, ragioni di ordine ideologico, in particolare l'ostinato rifiuto di andare fino in fondo nel
processo di omologazione con il resto della cultura politica francese, per timore di perdere la propria identità. Non si deve,
infine, dimenticare che il Pcf ha pagato a caro prezzo il fatto di non aver mai avuto tra le sue file un grande pensatore politico,
come invece il Pci con Gramsci, il quale fosse in grado di elaborare un autonomo progetto per la costruzione di una società
socialista nazionale. In effetti, l'influenza di Mosca sul Pcf è sempre stata molto rilevante, al punto che, al termine
dell'esperienza eurocomunista, mentre il Pci ha imboccato in modo risoluto la strada del dialogo e del progressivo incontro con
la socialdemocrazia europea, il partito francese ha optato per un ritorno all'antico, riportandosi sotto l'ala ancora benevola
del Cremlino e riproponendosi come il partito comunista occidentale più fedele a Mosca.
Lo smacco per il fallimento del progetto eurocomunista ha lasciato, tuttavia, un segno indelebile nel partito
transalpino. Molti tra i suoi più illustri intellettuali, fortemente pessimisti riguardo alla capacità del partito di sapersi trasformare
e evolvere secondo le nuove esigenze della società francese di inizio anni ottanta, hanno preferito abbandonarlo,
accentuando, in questo modo, la già profonda crisi del partito e il suo progressivo
autoisolamento dalla vita politica nazionale.
Anche il Partito comunista italiano, comunque, non è stato esente da errori.
Se da un lato è senza dubbio vero che la sua svolta democratica aveva radici ben più profonde e forti rispetto a
quella operata dal Pcf, dall'altro anche il Pci è parso, a volte, prigioniero di vecchie idee che appartenevano ancora a quel tipo
di comunismo di impronta stalinista che, nei fatti, il partito italiano aveva da tempo superato. Così, per citare un caso, il
tema della rivoluzione non è mai stato completamente accantonato nei discorsi dei leader comunisti, anche se l'intensità dei
toni si era decisamente via via sempre più attenuata.
Alcuni intellettuali di area socialista, a proposito della dislocazione ideologica del Pci e, in particolare, in
riferimento al nuovo modo di intendere concetti quali la democrazia e le libertà individuali, hanno rivendicato il fatto che questi
principi facevano parte integrante del patrimonio socialista già da molti decenni. Effettivamente, il partito di Enrico Berlinguer
ha dato sovente l'impressione di voler a tutti i costi rivendicare la continuità col passato più che mettere in evidenza le
novità presenti nella sua nuova duplice strategia del
Compromesso storico e dell'Eurocomunismo.
Questo legame forzato col passato è così diventato, in certe occasioni, un vincolo, diciamo, "asfissiante". È
accaduto soprattutto nel caso delle relazioni con il mondo comunista e, in particolare, con il suo centro, l'Unione Sovietica.
L'ossessione di non rompere, almeno formalmente, i legami con la "Patria della Rivoluzione" ha condotto il partito italiano
ad assumere comportamenti quanto meno ambigui, che hanno giustificato dubbi sulla sua reale volontà di costruire una
società socialista democratica e rispettosa della libertà. Così, in occasione del durissimo attacco portato dai sovietici nei
confronti del leader spagnolo Carrillo, la difesa d'ufficio assunta dal partito di Berlinguer nei confronti del segretario del Pce,
oltre a suonare come una critica velata verso lo stesso Carrillo, le cui dichiarazioni sono state giudicate intempestive, ha
messo drammaticamente in luce tutta la debolezza dell'impianto solidaristico eurocomunista. L'immagine del Pci è uscita
intaccata da questa vicenda, in quanto ha dato a molti l'impressione di un partito poco coerente nelle sue prese di
posizione, avendo affermato, da un lato, che il socialismo senza libertà non era vero socialismo, ma essendosi mostrato
incapace, dall'altro, di rompere in modo definitivo con un regime che di socialista aveva ormai solo il nome.
Per quanto riguarda il Pce, infine, più che di errori di strategia o di evoluzioni ideologiche troppo timide, il vero
problema è stato rappresentato dalla grande difficoltà incontrata dai comunisti spagnoli nell'inserirsi nella nuova realtà politica
del dopo-Franco, quando il partito ha riacquistato la piena libertà d'azione. Altri grossi problemi sono stati, senza dubbio,
il pesante clima di ostilità ancora molto diffuso in diversi settori sociali del Paese e, soprattutto, il difficile rapporto con
i cattolici e con i socialisti, tutti fattori che condussero il partito a un risultato elettorale più che modesto.
Ma ciò che ha reso veramente problematica la situazione del partito spagnolo è stata la grossa frattura creatasi tra
il vertice del Pce, deciso a compiere una radicale svolta nei rapporti con Mosca, e la base, al contrario ancora
fortemente filosovietica. Questo fatto ha provocato una serie infinita di lotte intestine che hanno prodotto dapprima, nel 1981, un
disastroso risultato elettorale e, pochi anni dopo, addirittura l'uscita dello stesso Carrillo dal partito.
Dunque non una sola causa, ma una serie di circostanze hanno, nel loro complesso, contribuito a far fallire il più
importante tentativo operato in Occidente di riformare il comunismo in senso democratico, senza che si dovesse
ammettere la preferibilità del sistema capitalistico riformato.
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