Mauro Bruscagin

La guerra di Spagna nei commenti dei giornali locali dell'epoca
II parte



Gazzetta della Valsesia
Continuando nell'analisi dei giornali cattolici locali, è la volta del settimanale valsesiano.
Esso ha indubbiamente un'impostazione più simile a quella de "L'Eusebiano" che non a quella de "Il Biellese", innanzitutto perché privilegia il commento alla mera cronaca dei fatti, in secondo luogo per la centralità pressoché assoluta del tema dell'anticomunismo, infine per la durezza dei toni utilizzati, da vera e propria crociata a difesa dei valori della tradizione cattolica.
In effetti, fin dal primo articolo comparso sulla "Gazzetta della Valsesia" pochi giorni dopo lo scoppio della rivolta fascista, si va già delineando questo clima da "guerra santa": "Il comunismo internazionale, seguendo le direttive di Mosca, sta in questi giorni sferrando la grande offensiva per la conquista all'idea di Lenin dei paesi europei. Urge che i cattolici di tutto il mondo comprendano la gravità del momento ed organizzino una controffensiva di preghiere e di opere" (Cattolici di tutto il mondo: sveglia!, 1 agosto 1936). L'articolo si conclude con un primo, accorato appello: "Colla preghiera ma anche coll'azione sociale si salva il proletario dalle deleterie teorie di Mosca. È questa l'ora dell'azione! Cattolici di tutto il mondo, preghiamo e lavoriamo se vogliamo che il mondo non sia travolto dalla bufera bolscevica" (ivi).
Non sarà l'unico richiamo alla coscienza dei cattolici. Alcuni giorni dopo il tono si fa ancora più vibrante, allo scopo di mettere in guardia i fedeli dalla doppiezza del comunismo, solo apparentemente ammansito, ma in realtà in attesa di colpire la sua preda quando questa meno se lo aspetta: "Fino a pochi giorni prima che cominciasse la rivoluzione in Spagna c'era molta gente disposta a credere che Mosca fosse ormai entrata nel regno dei miti e non ci fosse più ragione di preoccuparsene eccessivamente. Il comunismo sovietico pareva occupato in se stesso e sulla strada di un ravvicinamento" (La bestia che veglia, 15 agosto 1936).
La "Gazzetta della Valsesia" illustra anche, in maniera sintetica, gli episodi recenti che potrebbero far pensare ad un radicale cambiamento di rotta del comunismo internazionale nei confronti della Chiesa. In modo particolare si citano avvenimenti riguardanti l'Unione Sovietica, il Messico e la Francia: "L'Urss faceva annunziare con grandi stambureggiamenti di propaganda la sua nuova costituzione lasciando credere che perfino alla religione sarebbe stato fatto un posto nell'ordine delle cose che si stava formando. Dal Messico giungevan notizie, che i giornali compiacentemente divulgano, nelle quali si parla di riapertura delle chiese. In Francia i giovani comunisti indirizzavano addirittura dei 'vieni meco' ai giovani cattolici invitandoli a collaborare sulla via delle riforme sociali e per l'assistenza ai disoccupati [...]. Eran sorti perfino dei 'cristiani rivoluzionari' che tentarono di fare tutto un guazzabuglio della Croce e della falce-e-martello" (ivi). Ma il giornale cattolico, che non si è mai fatto troppe illusioni sulla conversione del bolscevismo, può ora con orgoglio affermare di aver sempre appoggiato la posizione intransigente di Pio XI, anche quando "a qualcuno poté dunque sembrare strano, o per lo meno irrilevabile che il Papa a metà di maggio e di giugno scorsi trattasse con tanta insistenza del pericolo comunista", quando "il comunismo poteva apparire come un bestione feroce, ma ormai prossimo a non essere più pericoloso per nessuno" (ivi). E la "Gazzetta" ricorda il monito del papa: "Più pericolosa la propaganda quando, come ultimamente viene facendo, assume atteggiamenti meno violenti e in apparenza meno empi, al fine di penetrare in ambienti meno accessibili e ottenere connivenze incredibili o almeno silenti e tolleranze di inestimabile vantaggio per la causa del male, di funestissime conseguenze per la causa del bene" (ivi). Ciò che sta avvenendo in Spagna, secondo il periodico cattolico valsesiano, è la cartina di tornasole dell'essenza del comunismo. Esemplare il commento conclusivo, alla stessa stregua di quelli incontrati su "L'Eusebiano": "Il bestione non dormiva: gustava, annusava, cercava la preda: aiutato dalle compiacenti noncuranze, l'ha trovata, l'ha azzannata" (ivi).
Una peculiarità della "Gazzetta della Valsesia" è costituita dal fatto che, oltre al commento degli avvenimenti è possibile trovare spesso delle analisi delle cause che hanno determinato un certo evento.
Un esempio in questo senso è fornito dall'operazione messa in atto dal giornale cattolico per tentare di spiegare i motivi di una diffusione così ampia delle teorie marxiste anche nei paesi di matrice cattolica. Principale causa è ritenuta essere la profonda crisi economica e sociale che attanaglia l'Europa dalla fine della guerra, soprattutto per il fatto che "invece di risolversi pare acuirsi sempre di più, agita le folle e provoca immenso malcontento, disagio e miseria. Ora le masse operaie abbandonate a se stesse, nei paesi ove il liberalismo economico e politico non provvede direttamente a soddisfare le esigenze giuste delle classi meno abbienti, cerca uno sbocco nel sistema che sembra più decisivo e radicale nel provvedere al benessere delle classi povere. Ed ecco spiegato il favore che il comunismo incontra nelle folle" (Sull'Europa sovrasta il pericolo comunista, 22 agosto 1936).
Ma l'aspetto economico non è l'unica causa dell'affermazione delle idee di Marx e Lenin, e difatti la "Gazzetta" individua altre due componenti, la prima sul piano squisitamente politico, l'altra inerente all'ordine morale. Sotto il profilo politico Mosca non può permettersi di perdere la Spagna, "la chiave del Mediterraneo", soprattutto non può arretrare proprio di fronte al suo mortale nemico, il fascismo. Questa preoccupazione del Cremlino, del resto, è condivisa anche dai governi di Londra e Parigi: "La Francia, frontista popolare, verrebbe isolata, mentre spalleggiata da una Spagna comunista, si sentirebbe più sicura, dal punto di vista comunista. In Inghilterra lord Churcill e lord Strabolgi vedono già con preoccupazione una Confederazione fascista nel Mediterraneo tra Spagna e Italia, e nuovamente in pericolo la Via delle Indie!" (ivi).
Ma, come è ovvio che sia per un giornale cattolico, è soprattutto l'aspetto morale quello che più sta a cuore alla "Gazzetta della Valsesia". Il rilassamento dei costumi, caratteristica principale del comunismo secondo il periodico valligiano, è un fatto di una gravità inammissibile e inaudita: "In morale il comunismo dà la briglia sciolta: divorzio, libero amore, nessuna cura dei figli, abolizione di ogni insegnamento religioso, ecc. sono incentivi che lusingano tanto i popoli battezzati che quelli pagani" (ivi). La "Gazzetta" sente il dovere di lanciare il suo allarme: "Perduti di vista i valori morali della vita, e, peggio, quelli soprannaturali; negato ogni valore etico alla vita dell'uomo ed ai suoi atti, non aspirando più che ad un benessere unicamente materiale, è facile scivolare nel comunismo" (ivi).
L'organo della chiesa valsesiana non si limita a diagnosticare le cause dei problemi, ma propone delle risposte per ognuno degli aspetti messi in evidenza.
Sul terreno economico la soluzione prospettata è chiara: essa consiste "in un Governo equilibrato, avveduto, autorevole, ma non tirannico, il quale tenendo conto delle esigenze di tutte le classi, conduca alla realizzazione di una più alta giustizia sociale senza anarchie e senza sconvolgimenti di violenze di parte" (ivi). Si indica addirittura l'esempio concreto da imitare, il corporativismo fascista: "In Italia il Fascismo realizza questo programma sociale attraverso il Corporativismo, che in radice non si differenzia dalla dottrina sociale cattolica" (ivi).
A proposito dell'aspetto morale, il periodico cattolico non propone un vero e proprio rimedio, ma si limita a portare l'esempio dell'Azione cattolica, esaltandone il ruolo educativo: "Da molti non si comprende la provvidenzialità dell'Azione Cattolica; eppure è questa istituzione una prova dell'ispirazione divina del governo della Chiesa da parte dei Sommi Pontefici. Il lavoro dell'A.C. è di permeare continuamente la società di spirito religioso; mentre molte altre forze oscure lavorano a disintegrarla" (ivi).
Infine si prospetta la soluzione anche per il problema politico; lo spunto è offerto dalle parole del pontefice che indica il comunismo come un pericolo "maggiore di quello della Mezzaluna nel medio Evo, poiché esso scalza dalle fondamenta ogni religione e ogni civiltà"; queste parole vengono interpretate come una piena legittimazione alla guerra santa contro il comunismo nel nome della cristianità: "Dunque la lotta contro il comunismo è una guerra santa; e il sangue dei Martiri, versato in gran copia sul terreno cristiano di Spagna, valga a ridare la pace a quella Nazione e a preservare il mondo da un pericolo così funesto!" (ivi).
Il tema dello scontro ideologico tra comunismo e cristianità è presente spesso sulle pagine della "Gazzetta", specie nei primi mesi della guerra civile spagnola. La principale contestazione che il periodico cattolico muove all'indirizzo dell'ideologia comunista è quella di non voler accettare il principio della gerarchia come regolatore dell'universo. Esso, infatti, rappresenta una "scala di valori in cui ogni gradino, ogni piolo ha significato particolare, uffici propri, doveri e diritti insovversibili: contadino e operaio, impiegato, datore di lavoro, capitalista, uomo di lettere o di stato, ognuno d'estrema necessità al benessere totale, in virtù della posizione sociale che occupa" (Mosca - Madrid, 5 settembre 1936).
I valori universali della Rivoluzione francese, libertà, fraternità, uguaglianza, vengono quasi irrisi dall'organo cattolico valsesiano, e paragonati ad una "lampada di mille candele, attorno a cui ammassan farfalloni abbagliati da tanta luce, attratti da tanto splendore: fino a bruciarsi le ali ed a perdere il dominio e la coscienza delle proprie azioni" (ivi). Ad ulteriore dimostrazione dell'assurdità della teoria comunista, anche l'ironia fa la sua comparsa: "Per quanto mi sia sforzato di penetrare la psicologia delle bestie, di intuire i desideri generati dai loro istinti non mi fu mai possibile d'intendere se mai asino abbia desiderato esser nato leone o pecora diventar lupo, o lepre esser tramutata in corvo, e così per tutta la famiglia animale. [...] Ma v'è qualcuno a cui non par giusto che il bue debba portar le corna e ruminar erba e che il leone abbia folta criniera, rugga e mangi carne. Perché non si fa una divisa unica, ed un piatto unico? Magari fondendo le sembianze ed il carattere della tigre e della pecora, magari impastando pastoia di polli con carne tritata; purché il tipo sia unico ed uguale per tutti" (ivi).
Il periodico valsesiano non si rassegna ad assistere in modo passivo al trionfo dei "non valori" marxisti e riafferma con vigore i propri principi cardine: Dio, Patria e Famiglia, che appaiono come ulteriore conferma della profonda simbiosi tra ideologia fascista e una parte non irrilevante del clero italiano. Emblematico questo passaggio: "Tutte le nazioni corrono il rischio di essere infettate dal morbo comunista, perché esse non hanno, come l'Italia, la fortuna di avere l'Uomo della Provvidenza che le guida sicure" (L'ora delle tenebre, 17 luglio 1937).
Durante la primavera del 1938, quando nel conflitto si protrae da mesi una situazione di sostanziale stasi, la "Gazzetta della Valsesia", sulla scia de "L'Eusebiano", invita i combattenti di Franco a stare in guardia dalle proposte di pace lanciate dai comunisti: "Questa bella e umana parola, sulle labbra di un comunista, acquista il carattere di una sorda minaccia sospesa sul mondo cristiano, come una spada di Damocle. Ricordiamoci che se noi la lasciamo cadere, la terra diventerà teatro di una catastrofe. [...] Chi può credere alla pace dei senza Dio? Chi vuole credere a questi profanatori che combattono il Vangelo, sorgente di tutte le verità, di amore, di pace, di umanità, di benessere per la civiltà?" (Cristianesimo e bolscevismo, 9 aprile 1938).
Corollario all'antibolscevismo viscerale è, come già visto negli altri giornali cattolici, la descrizione della ferocia anarchica e comunista contro i religiosi: "Persone arse vive con la benzina, o gettate vive nei pozzi e sfracellate con la dinamite, o decapitate con le accette, o sventrate con i coltelli, e per giunta oltraggiate in mille modi prima di morire. Perfino i cadaveri non vennero rispettati, poiché furono tratti dalle tombe e allineati contro i muri, e, per supremo dileggio, con le sigarette in bocca. [...] L'ordine del giorno dei rivoluzionari rossi, al comando di Mosca, è stato proclamato con una sola parola: sterminio. E la deputatessa comunista spagnola Ibarruri (sesso gentile) confermò l'ordine del giorno con questi accenti: 'I nemici debbono essere sterminati e non vi può essere né tregua né pietà'" (L'impiccato e gli avvoltoi, 29 agosto 1936). L'organo della chiesa valsesiana vede addirittura un paragone tra le violenze che succedono nella Spagna dilaniata dalla guerra civile e la celebre favola di Esopo del lupo e dell'agnello. Infatti, proprio come la belva del racconto fantastico, i comunisti francesi, "di fronte agli eccidi che avvengono in Spagna, hanno il fegato marcio di far passare i massacratori come vittime" (Esopo ritorna, 12 settembre 1936). Il settimanale cattolico valsesiano non ha dubbi: questo brutale accanimento dei seguaci di Marx nei confronti della religione, ed in particolare di quella cattolica, non rappresenta una novità nella storia della Chiesa: "Colei che da XX secoli, su l'esempio del suo Fondatore, viene trascinata di tribunale in tribunale, sempre accusata, sempre condannata e sempre vincitrice, perché superiore ad ogni giudizio umano, la Chiesa di Cristo ha oggi il suo Calvario su un duplice fronte: quello del bolscevismo e quello del Nuovo Paganesimo" (Fronte Anticristiano. L'Accusata del XX secolo, 29 ottobre 1938). Del resto la "Gazzetta" è fermamente convinta che, anche da questa prova, la Chiesa uscirà nuovamente a testa alta: "La Chiesa di Cristo, incatenata, insultata, percossa a sangue, ansima in un'agonia che non ha termine, in una passione dolorosa che si protrae per anni! Vincerà. I suoi carnefici si dilaceranno a vicenda; passano. Essa resta!" (ivi).
La "Gazzetta", per la sua peculiarità già evidenziata in precedenza di voler risalire alla "causa prima" di un determinato evento, ad un certo punto si interroga sui motivi storici, culturali e sociali che hanno favorito un'affermazione così ampia del comunismo in Spagna. Il periodico cattolico individua innanzitutto ragioni storiche: una profonda decadenza culturale e militare, che risale almeno al 1700, quando "l'impero coloniale si sgretolava; la cultura, che dalla Francia coll'illuminismo aveva tentato di portare luce e aveva invece diffuso le tenebre, era scaduta politicamente e moralmente; le rivolte e le stragi la impoverivano; le lotte erano tali da dividere la Nazione; l'equilibrio che ergeva monarchia e popolo, Stato e Chiesa, era rotto. La celeste patrona, la Madonna del Pilar, e il patrono nazionale furono considerati nemici e ogni sollevamento spagnuolo s'iniziava con una strage di preti, di frati, di monache e di religiose" (Sguardo alla Spagna, 5 febbraio 1938). La "Gazzetta" vuole così far risaltare l'assoluta mancanza di spiritualità del comunismo, "materia bruta" che tenta di sopraffare la Chiesa, la custode dei valori dello spirito. Il colpevole di tutto ciò è dunque individuato alla radice nell'illuminismo, che con le sue teorie negatrici di Dio ha spianato la strada al progressivo affermarsi della cultura materialista.
Se l'illuminismo è male, certamente molto discutibile è anche il modello di sentimento di autentica religiosità proposto dalla "Gazzetta della Valsesia": "Due concezioni religiose hanno quindi, nei secoli, diviso il popolo di Spagna: un bigottismo esteriore che non era religione e che facilmente mutava casacca e una religione vera, ardente, missionaria che da Cristoforo Colombo in poi ha portato la luce ai popoli delle Americhe e delle Indie" (ivi).
L'ultimo responsabile del clima di dissoluzione morale viene individuato nella massoneria, ritenuta colpevole di aver fatto del separatismo il grimaldello con cui si sono fatte saltare le ultime deboli resistenze all'invasione delle nuove teorie sovversive.
Ma ecco che, quando tutto faceva temere il peggio, anche la Spagna ha trovato il suo "Uomo della Provvidenza", Franco, con il quale "il cattolicesimo, nella Spagna Nazionale, nuovamente prospera e felicemente progredisce", grazie "all'epurazione morale e allo spirito cristiano che anima i ricostruttori" (ivi). Con molta enfasi viene, quindi, celebrata la presunta grandiosa opera di ricostruzione morale intrapresa dal caudillo, che dovrebbe portare alla nascita della nuova Spagna: "Ricostruire lo Stato ponendo a base la giustizia sociale, come fu proclamato dal Generalissimo all'inaugurazione di Radio Salamanca, implica una presa di posizione contro il passato e una rinnovazione profonda" (ivi). Ancora una volta è da notare l'elogio indiretto al regime fascista e al suo modello sociale corporativista, lo stesso scelto da Franco per l'edificazione dello stato falangista.
Altro tema "caldo" per il periodico cattolico è la polemica contro il Fronte popolare francese, considerato il nume tutelare del governo anarco-comunista della Spagna repubblicana. Il primo motivo di attrito scaturisce dal diverso intendimento da parte dell'Italia e del governo di Parigi del principio del "non intervento" delle potenze straniere nel conflitto spagnolo. Il settimanale valsesiano, forte anche di quanto scritto dal giornale cattolico svizzero "La Patrie Valaisanne", manifesta profonda indignazione per la posizione, a suo avviso irresponsabile, che il Fronte popolare ha da tempo assunto, sotto comando di Mosca, e che rischia di scatenare una guerra in Occidente. Questo atteggiamento dei francesi non è una novità, anzi, secondo l'organo ecclesiastico valsesiano esiste un parallelismo tra la situazione in corso in Spagna e quella all'epoca della guerra d'Etiopia: "Per quanto abbia tentato il Fronte popolare non è riuscito a trascinare la Francia alla guerra contro l'Italia durante l'affare Etiopico; ma per siffatta genìa le perverse speranze non sono perdute ed ora si crede di avere buon gioco dalla situazione spagnuola. È risaputo che il governo di Blum era in maggioranza favorevole a dare aiuto al Fronte spagnuolo. [...] Come al momento della disputa sanzionista, così ora la reazione del buon senso nazionale ha impedito che il misfatto fosse perpetrato. Infatti era evidente che l'intervento della Francia nella lotta di Spagna avrebbe spinto contro di lei le nazioni antibolsceviche (La Russia prepara la guerra, 15 agosto 1936).
Ma questa marcia indietro forzata da parte del governo francese non convince la "Gazzetta", che avanza il dubbio che la posizione ufficiale di Parigi sia soltanto uno specchietto per le allodole, un modo ipocrita per essere formalmente in regola al cospetto della Società delle nazioni. Anzi, il "non intervento" si rivela uno strumento formidabile per far apparire la Francia fortemente impegnata sul lato della costruzione del processo di pace, quando in realtà, attraverso canali "secondari" provvede a ben foraggiare di uomini, denaro e armi i miliziani comunisti: "Però se il governo vi ha ufficialmente rinunziato, non si può dire altrettanto del partito comunista francese, il quale sta studiando il modo di portare comunque aiuto al partito comunista spagnuolo. Infatti l'ufficio politico del partito comunista, che, come si sa, esegue gli ordini di Mosca, ha deciso di reclutare dei battaglioni da inviarsi a dar man forte ai comunisti spagnuoli. [...] Per quanto riguarda i mezzi finanziari, essi sono forniti largamente dal Soccorso Rosso Internazionale " (ivi).
Nelle settimane immediatamente successive allo scoppio della rivolta franchista, quando ancora la situazione è incerta e non ben definita, la "Gazzetta" pare voler mettere in guardia i moderati del Fronte popolare francese dal rischio che possa verificarsi in Francia ciò che sta accadendo in Spagna, ovvero che il comunismo, causa prima della distruzione delle basi stesse della società civile, possa paradossalmente apparire, con il suo agire subdolo, come l'unica forza in grado di assicurare l'ordine costituito: "Fra i due litiganti, minaccia di godere tristemente un terzo. Fra il governo di Madrid e la dittatura militare di Siviglia [...] il terzo compare arbitro della situazione" (L'Europa di fronte all'interrogativo del Comunismo. Attenti al terzo!, 8 agosto 1936). Quello paventato dal periodico cattolico è, insomma, il rischio di una nuova Catalogna, su scala ben più ampia: "La Catalogna, campo sperimentale della crisi paurosa, indica purtroppo quella che può essere la totale risoluzione, se la Divina Provvidenza non provvederà ove gli uomini han mancato. Il comunismo vi è padrone dietro la maschera della Generalidad, ch'è la facciata barocco-socialista di un edificio comunista ultranovecento" (ivi).
Nei mesi successivi questi attacchi nei confronti del Fronte popolare si ripetono spesso e sempre sullo stesso tono, e giungono a coinvolgere la stessa concezione democratica di governo: "Dio non voglia che la vicina nazione [la Francia], col suo feticismo per la libertà, non vegga assai presto ciò che per ora è riservato alla Spagna" (Esopo ritorna, cit.).
Il Fronte popolare è anche condannato in quanto "nefasto connubio" tra comunismo e massoneria nel nome dell'anticlericalismo, ed è esemplare, a tale proposito, la descrizione che la "Gazzetta della Valsesia" fa di Leon Blum, primo ministro frontista: "Massone, milionario, filocomunista e soprattutto anticlericale all'ennesima potenza nella Francia che ha il Santuario di Lourdes" (ivi).
In un successivo editoriale, ad essere oggetto degli strali del giornale della chiesa valsesiana è la democrazia nella sua essenza, definita "anticamera del comunismo", mentre ai governi "ultrademocratici" di Londra e Parigi è riservato l'epiteto di "servi di Mosca" (Fascismo e democrazia, 6 marzo 1937).
Secondo il settimanale cattolico, l'ostinazione transalpina nel voler in ogni modo sostenere il governo repubblicano ha prodotto una frattura nei rapporti tra Italia e Francia di non facile ricomposizione. Per la verità, la "Gazzetta" non vede nei motivi ideologici la principale causa del brusco raffreddamento delle relazioni tra i due paesi, ma delinea piuttosto considerazioni di natura squisitamente politica, in parte già accennate da "L'Eusebiano", ma ora maggiormente sviluppate: "Altro motivo di divisione è l'interesse strategico che Italia e Francia annettono alla Spagna giacché dalla vittoria dell'uno o dell'altro dei contendenti dipende il futuro appoggio che una delle due nazioni potrà trovare nella penisola Iberica. È noto che la Francia, nei suoi piani di mobilitazione, calcola sopra una massa di circa due milioni di uomini, per la maggior parte di colore, che dovrebbero essere trasportati dalle colonie e dai protettorati nord Africani in Francia. Come eseguire questo trasporto con la necessaria prontezza, senza una benevola neutralità della Spagna? La Francia ha sempre mirato ad ottenere dai Governi spagnoli il passaggio delle sue truppe di colore dall'Africa attraverso il territorio iberico, ma non ha mai potuto ottenere tanto. Ma l'impresa di questo trasporto di truppe per via di mare potrebbe divenire disperata, nel caso di una Spagna alleata o semplicemente favorevole all'Italia" (Italia e Francia, 25 giugno 1938).
Ma ciò che prospetta una novità molto importante sono le autentiche motivazioni che, a giudizio della "Gazzetta", hanno spinto il governo fascista ad intervenire al fianco dei "nazionali" spagnoli: "Nella Spagna, l'Italia deve, aiutando, aiutarsi. Divenendo ogni giorno più difficile l'esportazione dei nostri prodotti per il mondo, ecco che la Spagna per molto tempo può offrire all'Italia un mercato di collocamento assai proficuo, ove l'oro non scarseggia, ove è possibile avere il cambio di materie prime a noi utilissime. L'industria mineraria iberica e l'attrezzatura italiana sono, anche all'occhio di un profano, complementari. Non bisogna infine dimenticare che la Spagna è un paese mediterraneo con prodotti della terra uguali ai nostri. Vini, frutti, agrumi, riso sono prodotti ugualmente in Ispagna ed in Italia, e per di più sono generi che in Europa non si producono altrimenti. L'Italia, prima della guerra civile, ha sentito il peso e il rischio della concorrenza spagnola. Bisogna evitare per l'avvenire alle due Nazioni la jattura di una rivalità commerciale" (ivi).
Senza voler entrare nel merito della validità o meno di queste considerazioni economiche, è certo che esse mettono decisamente in secondo piano sia le ragioni politico-ideologiche (lotta al comunismo) sia quelle morali e religiose (difesa dei valori tradizionali cattolici), così tanto ostentate dalla propaganda del regime e da tutti i giornali compiacenti. Piuttosto, sarebbe curioso mettere a confronto questo articolo con quello, già citato nel precedente articolo, de "L'Eusebiano" in cui don Martinetti si scaglia con vigore contro il presunto spirito umanitario inglese, dietro il quale si nasconde, a suo dire, il solo intento della Gran Bretagna, quello di proteggere i propri interessi mercantili.
Ultimo tema trattato dalla "Gazzetta della Valsesia" è quello della presunta infrangibilità dell'asse Roma-Berlino. Secondo il settimanale cattolico è l'esito stesso della guerra civile spagnola, sul quale, nel febbraio 1939, nessuno nutre più alcun dubbio, la conferma che in Europa sta ormai soffiando impetuoso un nuovo vento. La guerra ha infatti decretato l'inizio di una crisi irreversibile del mondo liberal-democratico, che ha pagato a caro prezzo l'alleanza con il comunismo moscovita. Le potenze dell'Asse appaiono, invece, trionfanti e destinate, nelle parole del giornale valsesiano, a dare "un ordine nuovo alla politica europea, ancora incatenata in parte al carro versaglistico, filobolscevico, sanzionista" (L'Europa che volge, 4 febbraio 1939).

I giornali indipendenti

La prima differenza che colpisce e sorprende rispetto ai giornali cattolici e a quelli delle federazioni dei fasci è il sensibile minor interesse che i periodici indipendenti riservano alla vicenda della guerra civile spagnola.
Le pubblicazioni prese in esame sono il "Corriere Valsesiano" e "La Sesia", e soprattutto quest'ultima limita al minimo gli interventi su questioni politiche di rilevanza nazionale o internazionale, preferendo concentrarsi sull'informazione locale. Questo, del resto, è in una certa misura comprensibile per questo giornale, che si rivolge ai lettori di un area geografica già raggiunta da "L'Eusebiano" e da "La Provincia di Vercelli", periodici che abitualmente danno ampio risalto a fatti di politica italiana ed estera.
Stupisce certamente molto di più che la più importante testata della Valsesia non si occupi, se non in modo marginale, di avvenimenti di portata internazionale, lasciando in questo ambito un sostanziale monopolio informativo alla "Gazzetta della Valsesia". È una posizione sorprendente, in quanto il "Corriere" pare voler abdicare da quel ruolo didascalico di divulgatore di informazioni che costituisce una delle due fondamentali funzioni della stampa durante il regime fascista, come è stato detto nel precedente articolo.
Passando all'analisi dei temi maggiormente trattati, si può notare una certa preferenza per il confronto tra fascismo e comunismo, sia sul piano nazionale che europeo, mentre i toni della polemica anticomunista, pur restando accesi e vibranti, non scadono quasi mai nel volgare, come invece accade per altri giornali.
Altra polemica sovente sollevata è quella relativa alla questione del "non intervento" delle potenze europee nel conflitto spagnolo, in particolare si registra un forte accanimento nei confronti della Società delle nazioni, spesso additata come colei che attizza l'incendio spagnolo.
L'unica vera novità presentata dai giornali indipendenti è quella di dare ampio spazio alla pubblicazione di lettere di legionari vercellesi e valsesiani impegnati al fronte, allo scopo di dare grande risalto allo "spirito eroico" dei militi italiani e di celebrare le nuova "impresa militare" voluta dal capo del fascismo.

Corriere Valsesiano
Il settimanale valsesiano inizia ad occuparsi con una certa continuità della guerra civile spagnola solo nella primavera del 1937, con un sensibile ritardo rispetto agli altri giornali locali. Il tema dell'anticomunismo è in primo piano solo in un paio di articoli. Nel primo viene presentato l'accostamento tra il passato glorioso della Spagna di un tempo e il presente luttuoso e angosciante: "La Spagna, grandiosa potenza dei mari e simbolo meraviglioso della civiltà cristiana, è ormai un lontano ricordo. Ora è la filosofia bolscevica, la Bestia che rinnega tutti i valori, insinuatasi tra il popolo, ha portato quel glorioso Paese sul baratro della guerra civile" (Un saluto alla Spagna, 6 marzo 1937).
Più violento nei toni anticomunisti è un successivo articolo, nel quale i bolscevichi vengono considerati più incivili dei saraceni, i quali "almeno avevano lasciato dietro di loro monumenti e documenti per ricordare la loro genialità. I rossi, invece, lasciano alle loro spalle solo morte e distruzione" (In margine a Valenza, 1 gennaio 1938).
Il "Corriere Valsesiano" dedica molti articoli al confronto sotto il profilo ideologico tra la Spagna e l'Italia: in effetti il settimanale valligiano scorge parecchie analogie tra i due paesi, in particolare tra l'Italia dell'immediato dopoguerra e la Spagna della prima fase repubblicana.
Innanzitutto, proprio come nel nostro Paese a quell'epoca, anche nella nazione iberica è in atto un vero e proprio scontro ideologico; per questo motivo il "Corriere" auspica che l'analogia possa continuare fino in fondo, ed esprime la certezza che "ancora arderà la nera fiamma che bruciò il rosso cimiciaio" (Un saluto alla Spagna, cit.).
Sulla stessa onda, e forse in modo ancora più esplicito, in un precedente articolo si esprime la speranza che "gli squadristi possano ancora far sentire i loro manganelli e far ingurgitare olio di ricino ai seguaci di Lenin" (Le aquile di bronzo e il Leone di tolla, 5 febbraio 1937).
Sempre nello stesso editoriale si rileva un'informazione piuttosto interessante riguardante l'antifascismo vercellese: si tratta della notizia di un appello lanciato a Radio Barcellona da Francesco Leone, (il "Leone di tolla" del titolo) definito "testardissimo bolscevico di Vercelli" al quale l'autore dell'articolo augura di portare in salvo la vita in Spagna e di fare ritorno in Italia, in modo da poter incontrarlo nuovamente e regolare vecchi conti politici rimasti in sospeso.
Anche il "Corriere Valsesiano", ad un certo punto, si propone lo scopo di trovare le cause che hanno condotto al disfacimento della Spagna.
L'analisi porta alle stesse conclusioni già descritte da "L'Eusebiano": la perdita dello spirito guerriero (come testimoniato dalla decisione, durante il conflitto mondiale, di non schierarsi con i vari contendenti) e dell'orgoglio nazionale sono indicati come "i tragici e terribili errori" responsabili della rovina del Paese (Un saluto alla Spagna, cit.). Considerata questa tragica situazione, la guerra, secondo quanto afferma il "Corriere", non solo è "il minore dei mali", ma assume addirittura una funzione di purificazione, in quanto "apportatrice del vento impetuoso della rinascita nazionale" (ivi).
A giudizio del settimanale valsesiano, va riconosciuto un merito enorme ai nazionali di Franco, in quanto essi sono coloro che per primi si sono resi conto della gravissima situazione in cui versava il loro Paese e da subito si sono dichiarati pronti a morire pur di far rinascere "lo Spirito della nuova Spagna e liberarla dal giogo sovietico" (Due anni di lotte e di gloria, 23 luglio 1938).
Non può mancare, a questo punto, l'elogio al governo fascista, tra i pochi insieme ad Hitler a manifestare fin dall'inizio piena solidarietà con i rivoltosi, in nome dell'anticomunismo. Tale encomio, ovviamente, non può essere rivolto alle potenze democratiche, Francia e Gran Bretagna in testa, complici più o meno involontarie dei massacri che avvengono in Spagna.
Ma è soprattutto la Società delle nazioni ad essere oggetto di violente requisitorie da parte del "Corriere Valsesiano". Il pretesto per scatenare la polemica è preso dalla notizia del bombardamento, compiuto dalla flotta repubblicana, delle navi "Barletta" e "Deutschland", appartenenti rispettivamente alla marina italiana e a quella tedesca. In quest'occasione la Società viene definita vecchia e ormai incapace di far sentire con la dovuta forza la propria voce in un conflitto tanto cruento. Come è consuetudine per i giornali dell'epoca, anche il periodico valsesiano si scandalizza per il differente atteggiamento tenuto, a suo parere, dall'organizzazione ginevrina in due diverse circostanze: cinico durante l'attuale conflitto spagnolo, gravido di "pseudo-umanitarismo" durante la guerra abissina, quando "aveva versato tutte le sue lacrime per il Barbanera etiopico" (Chiacchere a Ginevra e sangue a Maiorca, 5 giugno 1937).
Anche dopo la conclusione delle ostilità, lo scontro con la Società delle nazioni non si placa, anzi, si fa ancora più acceso: "E intanto nella complice Ginevra, in questo bazar internazionale, che ammassava con la comprata sudditanza dei popoli l'odio e la rapacia del mondo, il voltafaccia è spudorato. Quella Ginevra che col rantolo della morte in gola va ora esclamando che la vittoria di Franco era scontata, è la stessa che scontava... le cambiali degli armamenti per sconfiggere la Spagna e puntava spudoratamente sulla vittoria dei rossi" (Risurrezione spagnola, 8 aprile 1939).
Malgrado i loro ingenti sforzi congiunti, Inghilterra, Francia e Società delle nazioni nulla hanno potuto per impedire l'affermazione finale dell'esercito nazionale, una vittoria che il "Corriere Valsesiano" paragona ad una vera e propria "risurrezione nazionale", ricostruendo in modo suggestivo la vicenda della guerra civile attraverso la passione e la morte di Cristo: "In questa tremenda settimana di passione politica, durata quasi tre anni, l'Inghilterra, pur spalleggiando la Russia, fingeva di lavarsi le mani nel grande bacino mediterraneo. Era Pilato. La Russia, che aveva ferocemente decretato la strage degli innocenti, era Erode. E la Francia, che rappresentava il Sinedrio della coalizione antifascista, era Caifa. Tre democrazie. Tre rivolte. Tre disfatte. Ed ora le tre complici son costrette a personificare - loro malgrado - il buon Centurione del Vangelo, e a parafrasare le sue parole, picchiandosi il petto ed esclamando: Veramente la Spagna era figlia di Dio e padrona del suo grande avvenire" (ivi).
Ma questo lungo calvario, per quanto doloroso, non è stato inutile, dal momento che ha permesso alla Spagna di ritrovare, oltre alla propria dignità di nazione, anche una preziosa alleata: "Sorella alla grande Italia per razza e per affinità di clima fisico e spirituale, mentre per noi la Francia non è che una perduta sorellastra, la Spagna di oggi è tutta con noi" (ivi).
Alla Francia, all'Inghilterra, alla Russia e agli Stati Uniti sono dirette invece parole di fuoco: "Inneggiamo alla libera Spagna che l'oro britannico e l'offa francese non valsero a corrompere, come non valsero a piegarla le macchine infernali degli scribi e dei farisei di tutto il mondo, capitanati dai quattro Cavalieri dell'Apocalisse: Francia, Inghilterra, Russia e Stati Uniti. Ed essa ha trionfato di tutto e di tutti ed ha scritto col suo sangue e con quello dei legionari italiani la più splendida pagina della sua storia" (ivi).
Come si può notare, l'accanimento contro le nazioni democratiche è uno dei temi "caldi" del dopoguerra: "La vittoria di Spagna, che è vittoria di Roma, ha strappato alle grandi democrazie la maschera per additare al mondo la ignominiosa purulenza della loro cancrena sociale" (ivi).
Ancora una volta democrazia fa rima con plutocrazia, ed è sinonimo di società corrotta, nella quale il denaro è posto al di sopra di tutti i valori: "Vittoria altamente romana e cattolica sulla diplomatica perfidia protestante, che fa Dio strumento della sua egemonia: Dio dell'oro, Dio del business is business: gli affari sono affari. E la Spagna era un affare in tasca agli inglesi: era il prezzo della loro vendetta antifascista" (Gloria ai Legionari, 3 giugno 1939).
L'accenno alla religione non è casuale, anche se ad essa non è concesso lo spazio riservato dai giornali cattolici. In effetti anche il "Corriere Valsesiano" sembra, ad un certo punto, accettare l'ipotesi che il conflitto spagnolo sia scoppiato, prima di tutto, per ragioni di tipo religioso: "La guerra civile di Spagna non fu, come in genere tutte le guerre, che una guerra religiosa: una rivolta della materia contro lo spirito" (Risurrezione spagnola, cit.). A maggior conferma di ciò, pubblica una lettera di un ufficiale legionario varallese, il quale descrive con dovizia di particolari quanto profondamente è sentita la religione in Spagna: "Prima di sbarcare, un generale raccomandò a noi ufficiali che a nostra volta raccomandassimo ai legionari il massimo rispetto per la religione e le cose sacre [...] 'Se uno straniero offendesse la religione in Spagna, offenderebbe il sentimento nazionale' [...]. Dunque la religione in Spagna è addirittura emblema nazionale" (Spagna religiosa, 28 gennaio 1939). L'ufficiale si sofferma a descrivere i Requetè, o tradizionalisti, nobiliari cattolici integralisti e fermamente reazionari, presentando alcuni stralci del "Devocionario", il loro statuto: "La causa che difendiamo è la Causa di Dio. Pensa che vuoi tornare a Cristo la Nazione, da Lui prediletta, che le sette gli hanno tolto. A Dio devi il tributo dell'orazione, che deve essere riflessiva, sincera, di cuore; inoltre deve essere breve, sentita, militare (ivi). Nel concludere la sua lettera il legionario afferma: "Il sentimento religioso in Spagna è tutt'uno col sentimento nazionale, e i preti sono i principali propagandisti dell'amore della Patria; e noi che immaginavamo di trovarvi del fanatismo e del bigottismo, abbiamo trovata invece un'intima, elevata coscienza religiosa, che diventa modo di vita, fino al sacrificio e all'eroismo" (ivi). Questa lettera è una tra le molte che il "Corriere Valsesiano" pubblica durante la guerra, in genere tutte con le stesse caratteristiche: l'esaltazione del duce, una fede cieca nella rivoluzione fascista, l'orgoglio di combattere contro il comunismo sono i soggetti che emergono con maggiore frequenza dalla nostra analisi.
Altro tema particolarmente caro al principale organo di informazione valsesiano è quello della celebrazione retorica dell'ardore e del coraggio dei legionari italiani: "Gloria ai Legionari italiani che, dopo quasi tre anni d'interminabile lotta da un capo all'altro della penisola iberica, lasciando in essa indelebili tracce del loro eroismo e bollando col sangue di migliaia di morti la ferocia sovietica al servizio di non men feroci civilissime democrazie, tornano in patria carichi di ricordi e di gloria. [...] Anche le croci di Guadalajara si alzavano a salutare i partenti e si agitavano come spade in pugno ai nostri eroi che primi lanciarono il grido di riscossa e per ultimi ne raccolsero il grido lontanante della vittoria. E coi morti italiani si destavano anche i morti spagnoli, agitando i lor funebri sudari listati d'oro e di sangue e cantando ai partenti la loro indissolubile fratellanza: 'Legionario, Legionario, di bravura senza egual, se pugnando un dì cadrai, avrai sempre per sudario, Legionario, la bandiera nazional' " (Gloria ai Legionari, cit.).
Quest'ultimo articolo dedicato alle vicende spagnole si chiude con una sorta di morale dedicata a Inghilterra e Francia, le grandi sconfitte della guerra di Spagna: "Ed ora Chamberlain che fa? Lascia la canna pescatoria per la cazzuola del franco-muratore nella stolida ansia di fabbricare, con la calcina di Marianna, il muro di accerchiamento delle potenze totalitarie. Egli però, che tanto parla e straparla di questo gran muro, dimentica certamente che gli italiani hanno un tal Uomo che, dopo aver fabbricato con pietre impastate di sudori più d'un vero autentico muro al di là della nostra frontiera, oggi, su questa, ha fabbricato con pietre umane un muro di 150 milioni d'uomini. Muro contro muro. Muro realissimo e impenetrabile, il nostro, contro un muro pseudo-democratico che è condannato a crollare su se stesso perché minato alla base dalla disgregazione del suo materiale umano e soprattutto dalla putrescente corruzione del suo spirito" (ivi).

La Sesia
Come già accennato nell'introduzione, "La Sesia" è probabilmente la testata che dedica meno spazio alla vicenda della guerra civile spagnola. Non emergono particolari novità nei temi trattati rispetto alle altre testate. Non si affronta praticamente mai il soggetto dell'anticomunismo in chiave religiosa, privilegiando maggiormente quello dello scontro ideologico tra comunismo e fascismo.
Soprattutto nei primi articoli, il giornale vercellese sottolinea come questo conflitto rappresenti, nell'immaginario degli antifascisti europei e di quelli italiani in particolar modo, l'occasione per la sospirata rivincita nei confronti dell'odiato nemico. "La Sesia" sembra quasi voler mettere in guardia costoro dal desistere dal tentativo suicida di combattere il fascismo, dal momento che esso è già risultato vincitore sul terreno delle rivendicazioni sociali e che una nuova debacle segnerebbe per il fronte antifascista la sconfitta definitiva (Antifascismo, 18 agosto 1936).
In un successivo editoriale il tono del bisettimanale di Vercelli si fa ancora più esplicito: la guerra civile viene descritta come una sorta di bivio tra la vita e la morte (Europa ed Asia. Fascismo e bolscevismo, 17 novembre 1936). Per "La Sesia" quello combattuto in Spagna non è solamente uno scontro tra opposte ideologie, ma una lotta tra il difensore della civiltà europea, il fascismo, e il negatore di essa, il comunismo, definito "ideologia asiatica".
Ed è proprio per adempiere a quella che è avvertita come una missione per la salvezza dell'umanità, che il regime fascista interviene fin da subito a sostenere gli insorti nazionali: "Per l'Italia si trattava infatti di impedire il dilagare della marea anarchica in Spagna, donde avrebbe facilmente potuto penetrare nella nostra penisola. A ciò si aggiungono serissime ragioni d'ordine politico e strategico principalmente, oltre che economiche, religiose, sentimentali. E così il governo di Mussolini volle che Franco vincesse e gli fornì quegli aiuti morali, materiali e diplomatici che tanto poco hanno avuto nella vittoria dei nazionalisti, che sta per diventare completa" (La guerra in Spagna, 21 febbraio 1939).
Lo stesso concetto viene ripreso e ribadito in un articolo del mese successivo: "L'Italia aveva preso nettamente posizione in favore della Spagna nazionale dalla primavera del 1937. Volevamo che la nobile nazione latina d'occidente fosse liberata dalle mene bolsceviche di asservimento alla politica di Mosca e volevamo, soprattutto, che la Spagna riprendesse il posto che le spettava di diritto, ritornando a collaborare con i grandi popoli, nella sua piena integrità statale, continentale, insulare e coloniale [...]. L'Italia fascista, col concorso della Germania, sentì il dovere morale, l'imperativo categorico di affermare la precisa sua volontà, e la forza e la luce dell'Idea di Roma, fronteggiando il conflitto, ergendosi in difesa dei principi di civiltà e di giustizia, in una Nazione facile preda a quanti erano calati, attraverso i Pirenei, a saccheggiarla ignominiosamente" (Il trionfo di Franco in Madrid liberata, 31 marzo 1939).
Tuttavia secondo "La Sesia" questo terribile conflitto ha portato alla luce anche aspetti positivi: innanzitutto il fatto che "tra Italia e Spagna, sui campi di battaglia sono sorti legami che nessuna forza saprà distruggere: perché legami cementati dal sangue comune versato per una causa di redenzione" (ivi). In secondo luogo la guerra civile è stata prodiga di preziosi insegnamenti per quei popoli che, in modo sconsiderato, si lasciano trarre in inganno dalle illusorie promesse dell'ideologia marxista: "La guerra civile che per circa tre anni devastò la terra di Spagna è la documentazione della rovina alla quale vanno incontro i popoli tuttora schiavi di ideologie superate e nefaste" (ivi).
Un filone polemico che sta particolarmente a cuore a "La Sesia" è quello che prende di mira la Francia, una nazione, secondo l'organo d'informazione vercellese, in preda a crisi isteriche per ciò che sta avvenendo oltre i Pirenei: "Italia e Spagna! i due tormenti, le due angoscie dei francesi. All'una si riservano le più basse volgari oscenità, senza più freno e nel tremendo sprezzo della verità. Verso l'altra si vogliono le misure più draconiane perché l'invio immediato di uomini e di armi francesi arrivi in tempo a tamponare la disfatta militare dei rossi, in rotta su tutto il fronte, pressati dalla meravigliosa avanzata dei nazionali spagnoli e dei legionari" (Francia che farnetica, 20 gennaio 1939). È soprattutto a causa delle velenose critiche rivolte ai soldati italiani che la testata vercellese si indigna: "All'Italia, le più basse ingiurie, indirizzate verso il suo patrimonio aereo, i suoi valorosi soldati, i suoi magnifici militari [...]. La volgarità, la malignità, la perfidia, sono le caratteristiche principali dei vili; e la Francia oggi, pur di non guardare con occhio aperto alla verità, si lancia in avventure che non si sa dove possano sfociare, e con quelle caratteristiche dei vili dà sfogo alla propaganda provocatoria che la parte sana del mondo non può non guardare con terrore ed orrore" (ivi). Queste polemiche sollevate dalla stampa francese nei confronti dei legionari sono la prova evidente, per "La Sesia", dello stato di terrore in cui vive il governo di Parigi dopo lo sviluppo della nuova situazione politica internazionale: " 'Mussolini è sui Pirenei': con questa frase altamente drammatica i comunisti francesi definiscono la situazione" (ivi).
Il governo francese viene in seguito accusato di debolezza unita a prepotenza, le cui decisioni in ordine a questioni di politica estera vengono regolarmente smentite dalla realtà, che corre ormai troppo alla svelta per un modo di concepire la politica, la democrazia, ormai in crisi: "La Francia dei 'non', dei 'jamais' - da un secolo sistematicamente smentiti dalla realtà storica - non ha ancora capito. Non ha forse ancora il sospetto di quale grossa faccenda le pari dinnanzi un Paese come l'Italia, guidata da un uomo come il Duce" (I nazionali spagnoli a Barcellona. Vigor di vita, 31 gennaio 1939).
A questo aspetto dell'esaltazione del capo del governo e alla presunta lungimiranza della sua politica estera viene dedicato molto spazio nella generale piattezza delle analisi condotte dal giornale vercellese: "Il trionfo del governo nazionale spagnuolo che forse è molto vicino, rappresenterà anche un grande successo per la politica realistica e lungimirante di Mussolini, nonché dei governi totalitari in genere, che avranno in tal modo allontanato sempre più il pericolo del bolscevismo, che cerca di minare e travolgere la nostra civiltà europea" (La guerra in Spagna, cit.). "La Sesia" si spinge anche oltre, presentando come una cavalcata radiosa del regime fascista le vicende che hanno preso il via con la guerra in Africa orientale, sono proseguite con la proclamazione dell'Impero, e si stanno concludendo con l'ormai scontata vittoria nel conflitto spagnolo al fianco delle truppe di Franco: "Ci rendiamo conto, noi stessi italiani, di quanto grandi e fausti siano i tempi che oggi vive il nostro Paese? Da poco più di tre anni, se voi porrete mente, è una successione di Vittorie. Si è cominciato nell'estate del '35, con quelle Divisioni mobilitate e inviate in A.O. due per volta, in risposta ai discorsi di Ginevra, Parigi e Londra; si è proseguito con la conquista dell'Etiopia, e con il debellamento delle inique sanzioni. Il clamore intorno al nostro affare africano si è appena placato e subito inizia l'affare spagnolo [...]. È ormai tanto chiaro che, come già nelle vicende etiopiche, così nella vicenda spagnola l'Italia - che reca in sé la forza del diritto e della giustizia - finirà vittoriosa - gli stessi nemici che oggi 'mordono la polvere' sono obbligati ad ammetterlo - e così in poco più di tre anni, in tre anni di importanza mondiale l'Italia sarà stata la protagonista ed avrà fatto prevalere la sua volontà che schiude un destino nuovo all'Europa" (I nazionali spagnoli a Barcellona. Vigor di vita, cit.).
Accanto all'esaltazione per il regime fascista, il bisettimanale vercellese si scaglia contro le nazioni democratiche, colpevoli di essersi rese serve di Mosca nel suo progetto di bolscevizzazione del Mediterraneo, ed ora mestamente costrette in fretta e furia a cercare di salvare il salvabile, non compromettendo ulteriormente il rapporto con il nuovo padrone della Spagna: "Ed infatti una ad una cadono come le foglie d'autunno, le illusioni di Londra e di Parigi che si studiano di trovare la formula - fallito anche il tentativo di mercanteggiare con lingotti d'oro il sangue generoso versato dalla Spagna nazionale - salvando le apparenze per riconoscere il Governo di Franco prima che sia troppo tardi. Da ciò si comprende come la partita di Negrin e compagni sia data per persa a Londra quanto a Parigi e Mosca. Come sempre succede nella politica delle grandi democrazie guerrafondaie e schiaviste, Londra e Parigi lasciano morire senza un sentimento di rimpianto la vecchia amicizia demo-rosso-massonica per accogliere con proteste di cordiale affabilità la nuova Spagna di Franco" (Mussolini è sui Pirenei, 24 febbraio 1939).
Questo è dunque, smascherato da "La Sesia", il vero volto della democrazia: "Col trionfo di Franco si conclude uno dei più tristi e vergognosi periodi della storia europea, che si sia verificato nell'ultimo ventennio dell'era contemporanea: e segna il crollo definitivo dei tentativi barattieri delle cosiddette 'grandi democrazie' di ipotecare la futura Spagna e, con ciò, di ridurla ad una perenne soggezione al 'Dio dell'or' " (Il trionfo di Franco in Madrid liberata, cit.).
La condanna all'opportunismo franco-britannico è totale: "Quanto sentimento 'umanitaristico' nell'invio dell'incrociatore inglese a Minorca! e quanta delusione per non poter accogliere che i fuggiaschi marxisti già scovati da sicuri recetti dalle bombe dell'aviazione legionaria! -'Il passato è passato' si grida alla Camera dei Comuni all'indomani della conquista italiana d'Africa; 'Bando ai sentimentalismi', gridano concordi oggi i politici anglo-francesi. Questo, ahimè, non è più machiavellismo: questo è un procedere di gaffe in gaffe, fino all'ultimo grado della decadenza politica" (Mussolini è sui Pirenei, cit.).
Il giornale d'informazione vercellese delinea, infine, la "triade del male", causa di tutti i lutti patiti dagli spagnoli: democrazia, comunismo, giudaismo che, uniti nel nome della lotta al fascismo, si sono dovuti arrendere alla soverchiante superiorità di quest'ultimo: "Le forze negative dei popoli avidi e ricchi, invano sostenute dai brutali interessi dei capitalisti d'oltre Oceano, sono, con la sconfitta marxista in Spagna, debellate per sempre. La sterile canea della stampa d'oltre Alpi asservita al giudaismo internazionale non è del resto che l'esasperata espressione di uno stato d'animo dei popoli travolti dalla loro imbelle senilità" (Il trionfo di Franco in Madrid liberata, cit.).
Un breve cenno merita, infine, l'unica vera particolarità di questo giornale, vale a dire la pubblicazione delle cronache delle scene di esultanza a Vercelli, in occasione dell'annuncio della caduta di Barcellona nelle mani di Franco, tipico esempio di come anche la stampa sedicente indipendente funzioni ormai come cassa di risonanza del regime: "Impetuose manifestazioni di entusiasmo della gioventù vercellese, la studentesca principalmente, si sono rinnovate nella giornata di venerdì, all'annuncio del trionfo delle armi della civiltà, in Barcellona, contro il marxismo. È bastato che l'acclamazione al Duce, artiere del destino nuovo d'Europa, s'elevasse da un gruppo di giovani avviate alle scuole, perché l'esplosione di entusiasmo assumesse carattere plebiscitario. Vercelli generosa e ardente, ha partecipato al grande evento che segna una tappa nella storia europea, ha dato la prova tangibile della sua sensibilità fascista, e dopo la passione con la quale segue, con la vittoria delle armi legionarie, il concretizzarsi della politica imperiale del Duce. D'un baleno la città si vestì a tricolore: bandiere al vento dall'alto della torre Cavour, a tutti i balconi, a tutte le finestre, per le vie centrali e nei sobborghi. Perché ha sentito Vercelli che la nuova vittoria di Franco è premio al valore delle truppe nazionali spagnole e legionarie italiane non meno che una nuova vittoria della politica del Duce" (La gioventù legionaria in Spagna. La gioventù vercellese celebra nel Duce il forgiatore del nuovo destino d'Europa, 31 gennaio 1939).
(2 - continua)