Mauro Bruscagin

La politica sovietica e americana nei confronti dell'Eurocomunismo
II parte



In questa seconda puntata l'analisi dell'Eurocomunismo si concentra sulle due grandi potenze dell'epoca, Usa e Urss, e sulle politiche seguite da questi due Paesi in seguito all'affermarsi del fenomeno eurocomunista. Particolare attenzione viene ovviamente dedicata all'Unione Sovietica in quanto "centro" dell'universo comunista e fin da subito molto sospettosa nei confronti del nuovo movimento, visto come una pericolosa eresia dagli effetti devastanti nella "chiesa" comunista e per questo motivo fortemente contrastato.

La crisi di rapporti tra gli eurocomunisti e i partiti dell'Est europeo

I rapporti degli eurocomunisti con il mondo socialista conoscono, durante questi anni, un brusco raffreddamento. I tre partiti si rendono conto, anche se in misura differente tra loro, che un legame troppo stretto con i partiti dell'Est, e in particolare con il Pcus, non giova alla loro immagine di comunisti democratici.
Del resto, il vecchio principio dell'internazionalismo proletario, retaggio del Comintern e del Cominform, già da alcuni anni dà chiari segni di logoramento.
L'ultima conferenza mondiale a cui abbiano partecipato tutti i partiti comunisti risale ormai al 1960, poco prima che avvenisse la rottura del partito comunista cinese con il resto del mondo socialista e, in particolare, con la dirigenza sovietica, giudicata "traditrice degli ideali della rivoluzione socialista".
Le conferenze successive, a cominciare da quella di Karlovy-Vari, in Cecoslovacchia, nel 1967, sono volute dal Pcus e dai partiti ad esso più fedeli esclusivamente al fine di ottenere, da parte di una qualificata assise del movimento comunista internazionale, una condanna formale dell'eresia cinese. Ma né alla Conferenza paneuropea del '67, né a quella mondiale di Mosca del 1969, il progetto sovietico ha buon fine. Anzi, in occasione di questo incontro, che resterà l'ultimo a questo livello, Berlinguer, allora vicesegretario del Pci, proclama la netta contrarietà dei comunisti italiani a considerare valido un unico modello di socialismo, con un suo centro dirigente in un partito o in uno stato-guida. Così Berlinguer nel suo intervento: "È necessario riconoscere e rispettare pienamente l'indipendenza di ogni partito, non solo nella determinazione della propria politica e nella ricerca di una propria via di lotta per il socialismo, ma anche nelle proprie posizioni sulle grandi questioni del nostro movimento. Si tratta, in sostanza, di superare ogni tendenza a una concezione monolitica dell'unità del nostro movimento, tendenza non solo sbagliata ma utopistica"1.
Durante gli anni settanta, mentre il Pcus preme per organizzare una nuova conferenza mondiale, che non avrebbe altro scopo che confermare il ruolo dirigente del partito sovietico e la bontà del suo modello di socialismo, prima il Pci, il Pce e la Lega dei comunisti jugoslavi, poi il partito rumeno e, infine, anche il Pcf oppongono il loro netto rifiuto a un tale progetto. Preso atto di questa forte ostilità e temendo ulteriori spaccature nel già lacero tessuto del comunismo internazionale, il Cremlino ripiega sulla più ragionevole proposta di un'assise paneuropea. Ma, anche in questo caso, le difficoltà non mancano. Prova di ciò è il fatto che, presi avvio nel 1974 i lavori preparatori per la conferenza, questa non vede la luce che nel giugno '76, dopo un gran numero di riunioni plenarie, nelle quali tutti i partiti partecipanti sono intervenuti direttamente per discutere i punti di disaccordo, senza delegare ad altri partiti poteri di negoziazione. Si è perfino resa necessaria la formazione di una sotto-commissione, formata da otto partiti, per stilare il testo del documento finale in sostituzione della bozza presentata dai comunisti della Germania dell'Est, giudicata troppo filosovietica.
Secondo una studiosa francese2 quattro sono i motivi dello scontro. Innanzitutto c'è il problema del modo stesso di concepire l'internazionalismo, giudicato dagli eurocomunisti completamente da riformare e, a parere di altri, invece, principale fondamento del movimento comunista internazionale.
La seconda questione, direttamente collegata alla prima, è quella che riguarda il rapporto dei singoli partiti con il Pcus. Il diverbio nasce dalla pretesa del partito sovietico di fare del sostegno alla propria politica la pietra angolare dell'internazionalismo, idea giudicata inaccettabile dagli eurocomunisti e dai loro alleati jugoslavi.
Il terzo motivo di scontro è dovuto alle critiche mosse dai partiti più ortodossi nei confronti delle alleanze concluse dagli eurocomunisti all'interno dei loro paesi, in particolare in riferimento al comportamento di Pci e Pcf.
Infine, l'ultima questione concerne la concezione della coesistenza pacifica, ritenuta da Mosca e dai suoi alleati una sorta di "compromesso storico imperiale", un patto di non belligeranza stretto tra le due superpotenze al fine di consolidare i rispettivi schieramenti, e considerata invece dagli eurocomunisti - come si è visto - come una situazione capace di aprire nuovi scenari politici all'interno dei due blocchi.
Il punto su cui, in misura maggiore, si sfiora la frattura è certamente il rifiuto, da parte degli eurocomunisti, di concepire il Pcus come centro e motore del movimento comunista internazionale. Anche il Pcf, solitamente molto cauto quando si tratta di contestare la Patria della Rivoluzione, in questo caso dichiara: "Nessun partito o gruppo di partiti può fare leggi valide per tutti, proporre ricette universali, definire una strategia modello [...]. Il movimento internazionale comunista non è e non può essere una chiesa né un'organizzazione monolitica, che sottoponga ogni partito alla coercizione e al conformismo"3.
Alla fine, comunque, un compromesso viene raggiunto, anche se non si comprende bene quale sia, tra le due parti, la vera vincitrice. Secondo alcuni si tratta indubbiamente degli eurocomunisti, in virtù delle molte concessioni ottenute, come l'abbandono del vecchio concetto di "internazionalismo proletario", sinonimo di partito-guida, per far posto a quello di "solidarietà internazionale", come la fine dell'identità tra antisovietismo e anticomunismo, e come, infine, la legittimazione delle proprie strategie per la realizzazione della società socialista, senza più dover far riferimento al modello sovietico4.
Secondo altri, invece, l'unico vero vincitore sarebbe Brezhnev, mentre i partiti eurocomunisti avrebbero perso un'occasione unica per porre l'accento sulle differenze che, in modo sempre più ampio, corrono tra loro e i comunisti dell'Est. I comunisti occidentali avrebbero preferito, infatti, salvare le apparenze di un movimento comunista internazionale unito, anche a costo di pregiudicare la credibilità della loro autonomia. Inoltre, questo comportamento crea problemi a chi, all'Est, volendo rendersi più autonomo da Mosca, si aspetterebbe un aiuto più concreto da parte di quei partiti che si dicono paladini del comunismo democratico, i quali, invece, per timore di ingerenze sovietiche nei loro affari nazionali, fanno finta di nulla sull'inasprito controllo del Cremlino nei propri feudi5.
In ogni caso, durante la conferenza berlinese, l'unico punto su cui vi è accordo tra le due anime del comunismo internazionale è il tema della pace, mentre manca una convergenza, oltre che sul come costruire il socialismo, anche sull'analisi della crisi economica dell'economia capitalista6.
L'impressione che si ricava al termine della Conferenza, comunque, è che i passi indietro compiuti dal Cremlino a proposito dei vecchi dogmi stalinisti, siano stati solo strumentali al buon esito della Conferenza stessa. Mosca si è resa conto che sarebbe stato controproducente forzare la mano per mettere in riga gli eurocomunisti, per questo ha assunto una tattica più attendista. Ma il comportamento tenuto dai sovietici nei mesi seguenti, mostra che, in realtà, nulla di veramente importante è cambiato. Ponomarev, uno degli esponenti più importanti del Pcus, poche settimane dopo l'appuntamento di Berlino, dichiara senza mezzi termini: "Non può essere vera politica rivoluzionaria quella che esclude la solidarietà con il socialismo realizzato"7.
La replica del Pce non si fa attendere. Carrillo, mai tenero con Mosca, afferma che, ormai, il ruolo di avanguardia nel processo di trasformazione sociale del mondo spetta alle forze progressiste dei paesi capitalisti, mentre l'Urss e il suo blocco ne rappresentano solo la retroguardia8. Secondo il leader spagnolo "criticare errori reali o presunti dei comunisti, criticare gli aspetti negativi dei regimi socialisti stabiliti, non è di per sé, né controrivoluzionario né antisovietico"9.
Carrillo si mostra anche molto esplicito a proposito dei rapporti tra i partiti comunisti dell'Est e quelli dei paesi capitalisti e sull'internazionalismo. Circa la prima questione, egli esclude che possa esserci una linea strategica comune tra eurocomunisti e partiti dell'Est, reputando che al massimo possono rimanere dei rapporti di cooperazione. Quanto all'internazionalismo, il leader spagnolo è caustico: "È un residuo storico condannato a scomparire, in quanto l'unico internazionalismo legittimo, quello rivoluzionario, si misura in primo luogo dalle capacità di ogni partito di fare la rivoluzione nel proprio Paese, con le proprie forze e senza aspettarsi tutto dalle forze degli amici"10.
Un punto di forte contrasto tra gli eurocomunisti e Mosca è, senza dubbio, l'atteggiamento verso il modello socialista sovietico.
Il Pcus, per il fatto di essere stato protagonista della prima rivoluzione socialista della storia, proclama che il suo modello è il migliore e l'unico in grado di contrapporsi con successo all'imperialismo capitalista. Ogni altro tentativo di portare il socialismo al governo di un Paese rischia di fallire in modo drammatico, come ha mostrato l'esperienza cilena. A proposito della via scelta dagli eurocomunisti, Mosca ritiene che essa sia troppo compromissoria verso i partiti borghesi e, quindi, incapace di produrre quei cambiamenti strutturali necessari per l'instaurazione del socialismo. Gli ideologi sovietici affermano anche che è assurdo, da parte dei comunisti occidentali, accogliere i principi della democrazia borghese, in quanto, come Lenin ha mostrato, non conta la maggioranza aritmetica ma quella politica rivoluzionaria.
Gli eurocomunisti si rendono ovviamente conto che affermare ancora, a metà degli anni settanta, questi principi nei paesi a economia capitalista sviluppata, equivarrebbe a condannarsi ad un eterno autoisolamento sul piano politico nazionale. Secondo questi partiti, il socialismo può conquistare l'Occidente solo se unito alla libertà e alla democrazia. Pure il Pcf comprende ciò, anche se fino al 1975 esso è ancora impegnato ad esaltare "le innumerevoli conquiste e i grandi successi dell'Urss", relegando la questione del rispetto dei diritti umani in secondo piano11.
Fino a questa data, del resto, le rare critiche del Pcf rivolte all'Urss hanno due caratteristiche peculiari, ovvero sono condannati solo quegli errori che possono nuocere alla reputazione del socialismo e, in secondo luogo, il partito francese non vuole che le proprie critiche si confondano con quelle dei non comunisti12.
Secondo un'analisi a dire il vero un po' discutibile, questo atteggiamento filosovietico del Pcf, mantenuto fino all'autunno '75, sarebbe il prezzo da pagare dalla nuova dirigenza per far accettare alla vecchia guardia, ancora legata al mito dell'Unione Sovietica, la nuova strategia di integrazione nazionale13.
Il primo episodio, isolato, di frizione con la dirigenza dell'Urss, si ha nel '74, a seguito dell'appoggio implicitamente dato dai sovietici al candidato di centro-destra alla presidenza, Giscard d'Estaing, in contrapposizione a Mitterand, sostenuto congiuntamente da Ps e Pcf. In quest'occasione, il Partito comunista francese formula pesanti critiche all'indirizzo della burocrazia sovietica, per il suo conservatorismo e per la sua connivenza con le classi dirigenti del mondo capitalista14.
Ma per le reali prese di posizione sulla mancanza di libertà in Urss, occorre attendere fino all'ottobre 1975, a seguito di episodi come l'internamento del matematico Pliuch e la diffusione di un documento televisivo su un campo di rieducazione in Lettonia. Ora la qualità delle riprovazioni fatte è decisamente differente, in quanto il Pcf pare non preoccuparsi più né della non ingerenza in questioni riguardanti altri partiti, né del rischio di portarsi nella stessa posizione degli antisovietici15.
In effetti, pur non riguardando le critiche le strutture economiche, politiche e sociali dello Stato sovietico, e pur impegnandosi il segretario Marchais, a nome del partito, una volta di più, a "combattere risolutamente l'antisovietismo, le menzogne e le calunnie di cui sono continuamente oggetto i paesi socialisti"16, lo stesso leader comunista non può esimersi dal denunciare le gravi mancanze di questi stessi paesi, in fatto di libertà fondamentali: "È naturale che noi esprimiamo il nostro dissenso di fronte alle misure coercitive che attentano alla libertà di opinione, di espressione, e di creazione, dovunque siano in vigore... Non possiamo ammettere che l'ideale comunista, che si prefigge come obiettivo principale il benessere dell'uomo, possa essere macchiato da atti ingiusti e ingiustificati"17.
Durante la stagione eurocomunista, il giudizio del Pcf sull'Urss si spinge fino al punto di definire, in essa, la presenza di una sovrastruttura insufficientemente democratica e, occasionalmente, oppressiva. Significativo è il giudizio di Elleinstein, l'artefice della svolta eurocomunista del partito francese: "Bisogna riconoscere che in Urss il socialismo esiste solo in modo molto imperfetto"18. Con la pubblicazione dell'opera "Les communistes et l'État", realizzata da alcuni tra gli intellettuali più importanti del Pcf, la Rivoluzione d'Ottobre è abbassata al rango di esperienza singolare e, pertanto, non trasferibile alla situazione francese19.
Il comportamento del Partito comunista italiano, durante tutti gli anni settanta, è all'insegna di una critica prudente ma costante all'indirizzo del modello sovietico. La drammatica conclusione della Primavera di Praga, che ha portato alla decisa condanna dell'aggressione sovietica, ha certamente lasciato il segno nel Pci, che si è forse reso conto della sostanziale incapacità dei regimi dell'Est di soddisfare le legittime esigenze di libertà dei loro popoli.
Molte, comunque, sono le ragioni che trattengono il Pci da una clamorosa rottura con Mosca. Secondo Allum, vi sarebbero innanzitutto seri problemi di natura ideologica, in quanto il partito dovrebbe spiegare quali siano le caratteristiche di un autentico regime socialista e per quale motivo l'Urss non le presenti. Inoltre, dovrebbe giustificare i motivi di tanto ritardo nel riconoscere che l'Unione Sovietica non è uno stato socialista. Ma la motivazione che maggiormente frena il Pci è legata al rischio di una possibile crisi di identità tra molti dei suoi militanti, fatto che potrebbe dar luogo anche a dolorose scissioni20. Blackmer dà un'altra spiegazione. A suo parere, tanto più la politica nazionale e i programmi del Pci diventano simili a quelli degli altri partiti, tanto più importante diventa, per esso, la capacità di offrire una prospettiva internazionale chiaramente diversa21.
In realtà, il partito italiano arriva a sfiorare la rottura definitiva con Mosca. Accade durante l'inverno '81, quando in Polonia viene proclamato lo stato d'assedio. Ne "l'Unità", il giorno successivo al colpo di stato militare, si legge un commento molto eloquente: "Per essere riconosciuto come tale il socialismo deve lasciare ai lavoratori la possibilità di esprimersi ed organizzarsi".
Ingrao, a proposito del nuovo regime polacco, dichiara: "Se un regime che dispone di tutte le leve fondamentali del potere, può reggere l'urto di una grande protesta operaia solo con lo stato d'assedio, significa confessare la sconfitta più grave del socialismo"22.
Il solo Armando Cossutta, nella Direzione del partito, resta su posizioni filosovietiche. Anche Berlinguer condanna senza appello il golpe e, nella relazione al Comitato centrale del gennaio '82, afferma: "È accaduto che per gli errori compiuti in particolare nel campo economico (le forzature nello sviluppo, la centralizzazione autoritaria, ecc.), per i fenomeni di burocratizzazione (lo stato-partito, il monolitismo, la perdita della specifica funzione politica del partito, il marxismo stravolto in ideologia di Stato), per il prevalere di un dogmatismo chiuso [...] è venuto a determinarsi un singolare rovesciamento. In primo piano, invece della realtà, si è posta l'ideologia, anzi una sorta di credo ideologico concepito come un corpo dottrinario ossificato"23.
Tuttavia, quando questa "quasi rottura" avviene, l'Eurocomunismo è da tempo entrato in crisi profonda e l'unità di intenti tra i tre partiti è ormai solo un lontano ricordo.
Per quanto riguarda il Pce, esso è certamente il partito che, in misura maggiore, vorrebbe dare risalto ed ampliare l'autonomia degli eurocomunisti dal Cremlino. Nell'analisi sul socialismo sovietico condotta nel suo libro "Eurocomunismo y estado", il segretario del Pce parte dalla premessa che la dittatura del proletariato è stata, per la Russia del 1917, una necessità storica ineluttabile, come del resto la violenza rivoluzionaria. Il problema, però, nasce dal fatto che "la dittatura del proletariato è stata instaurata con un sistema di partito unico, e ha subito gravi deformazioni e addirittura processi degenerativi molto seri"24.
L'amara constatazione del leader del Pce è che lo Stato immaginato da Lenin, dopo ormai sessant'anni di potere del Pcus, non si intravede neanche lontanamente: "Al suo posto è cresciuto un potente apparato di Stato al di sopra della società [...]. All'interno di questo Stato è cresciuto e ha operato il fenomeno stalinista, con una serie di tratti formali simili a quelli delle dittature fasciste"25.
È certamente l'accusa più grave rivolta da un partito comunista al "grande fratello sovietico", e difatti la replica del Cremlino non si fa attendere, come si è visto.
Ma le critiche avanzate da Carrillo non sono finite. Egli denuncia anche il fatto che lo Stato sovietico non solo non si è democratizzato, ma ha anche mantenuto molti dei suoi elementi di coercizione nei rapporti con gli altri stati socialisti. Il leader spagnolo arriva a negare ogni carattere socialista all'Urss, ed è l'unico tra i leader eurocomunisti a spingersi a tanto. Afferma infatti Carrillo: "Se le democrazie borghesi hanno in sé molto di formale, ne ha anche molto la democrazia operaia, cui finora i comunisti sono giunti [...]. Il regime sovietico non solo ha mantenuto contenuti di diritto borghese, ma è anche giunto a deformazioni e degenerazioni che, in altri tempi, si potevano immaginare possibili solo in stati imperialisti"26.
Si deplora, inoltre, l'enorme potere del partito-stato, in cui si riassume ogni potere decisionale, cosa che determina un estraniamento dei lavoratori da ogni importante decisione sociale. Il segretario comunista si pone anche il dubbio se, per caso, le stesse strutture burocratiche dello Stato sovietico non siano l'ostacolo principale alla trasformazione completa del regime verso il socialismo. Conclude Carrillo: "Uno Stato in cui l'esercito e i suoi organi hanno tanta importanza, pur essendo uno Stato senza capitalisti e pur sostenendo la lotta dei popoli per la loro liberazione, corre il rischio di considerare la potenza come obiettivo fondamentale e tende a trasformare l'ideologia in strumento di potenza"27.
Purtroppo, il leader spagnolo si trova a fronteggiare praticamente da solo il contrattacco sovietico portatogli dalla rivista "Novoe Vremia", poiché Berlinguer e Marchais preferiscono defilarsi e mantenere una posizione più cauta, dimostrando così, in modo palese, tutta la debolezza dell'Eurocomunismo, proprio nel momento in cui la più grande determinazione sarebbe necessaria.
I drammatici eventi di Praga dell'agosto '68 hanno certamente chiuso un'epoca nel movimento comunista internazionale. Quasi tutti i principali partiti comunisti occidentali, infatti, hanno condannato duramente l'intervento del Patto di Varsavia o hanno espresso la loro riprovazione. È questo il caso del Pcf, che, per la prima volta nella sua storia, non ha condiviso una decisione di Mosca. Tuttavia, col passare dei mesi, la tensione tra il partito francese e quello sovietico scende notevolmente, e i rapporti vengono presto normalizzati, tanto che al termine di un incontro tra le due delegazioni, nel novembre '68, nel comunicato finale si legge, a proposito della questione cecoslovacca: "Le due delegazioni [...] hanno espresso il desiderio che, nel quadro degli accordi conclusi e messi in opera dal Pcus e dal Pc di Cecoslovacchia, la situazione si normalizzi sulla base del marxismo-leninismo"28.
Il progressivo allontanamento dalla politica attiva, a seguito di una malattia, del segretario Waldeck-Rochet e l'ascesa al vertice del partito da parte di Marchais sono, forse, tra le cause principali del nuovo riavvicinamento tra Parigi e Mosca. In effetti, dopo qualche tempo, a differenza del Pci e del Pce, il Pcf riallaccia i rapporti con il Pc "normalizzato" di Cecoslovacchia e, più in generale, torna ad essere la fedele eco della politica estera sovietica. Anche durante la stagione eurocomunista questo atteggiamento non cambia in modo sostanziale.
Del resto, un analogo comportamento, durante questo stesso periodo, è tenuto anche da Pce e Pci. I due partiti, infatti, tranne che in isolati episodi, sostengono in modo puntuale le colonne portanti della visione politica internazionale di Mosca. Gli eurocomunisti contestano, ad esempio, il modo in cui si sta evolvendo il processo di pace in Medio Oriente. In particolare le critiche si concentrano sul trattato di Camp David tra Israele ed Egitto, in quanto i tre partiti ritengono che l'Urss sia stata tenuta un po' ai margini delle trattative, condotte in modo troppo esclusivo dagli Stati Uniti. Anche il comportamento tenuto dai sovietici nel continente africano e, in particolare, nel Corno d'Africa, chiara conferma dei propositi espansionistici di Mosca, viene lodato, poiché ritenuto "un fattore di crescita del processo di pace e della progressiva autodeterminazione dei popoli del continente".
Solo con l'intervento sovietico in Afghanistan, il Pci e, in parte, il Pce sembrano rendersi finalmente conto che la politica estera sovietica non è poi così diversa da quella, definita imperialista, degli Usa.
Nel rapporto di Ledda al Comitato centrale del Pci si denuncia con preoccupazione il fatto che il processo della distensione venga messo in pericolo dal comportamento espansionistico dell'Urss, che ormai solo con la potenza del suo esercito riesce a far prevalere il proprio sistema politico e sociale29. Anche la rivista "Rinascita" condanna in modo inequivocabile l'intervento dell'Armata rossa: "Le questioni di principio non sono astrazioni che possono essere piegate alle ragioni dell'opportunità politica o venire usate a seconda delle circostanze o dei soggetti in causa [...] Nessuna loro violazione, da nessuna parte può essere tollerata o giustificata, pena un ulteriore decadimento della civile convivenza".
L'episodio afgano è anche importante perché segna il momento in cui si consuma il distacco del Pcf dal movimento eurocomunista. Il partito francese è, infatti, l'unico tra i partiti comunisti occidentali a giustificare l'intervento russo, e lo fa in base al fatto che "un Paese ha diritto a chiamare un alleato se si trova dinanzi a una interferenza di agenti stranieri"30.
Il Pcf, inoltre, nell'aprile '80, organizza insieme al partito comunista polacco una conferenza sulla pace e il disarmo. All'incontro non partecipano né il Pce né il Pci, i quali non intendono avallare implicitamente la politica estera sovietica, e non condividono nemmeno l'idea, comune a tutti i partecipanti all'incontro, che non esista una terza via oltre capitalismo e socialismo reale31. Secondo il Pci, un tema come la pace non può essere sviluppato sulla base di appelli generici, che prescindono dai problemi reali e dalle situazioni oggettive del mondo contemporaneo. Così si esprime Rubbi in un intervista su "Rinascita": "Una tale iniziativa non solo non è utile ma rischia di essere dannosa, perché può portare i comunisti in Europa ad un isolamento in un momento in cui la loro iniziativa dovrebbe essere rivolta a conseguire il massimo di convergenza unitaria con tutte le forze progressiste e democratiche, non solo comuniste"32.
Dopo i fatti della Polonia, come si è già detto, la tensione tra Pci e Pcus raggiunge il suo massimo grado. Il partito italiano critica innanzitutto il fatto che, nei mesi precedenti la proclamazione dello stato di assedio Mosca, invece di incoraggiare lo sforzo, peraltro tardivo, dei comunisti polacchi di percorrere la strada dell'unità con le altre forze sociali nazionali, associandole al governo del Paese, ha sempre invitato il governo polacco a rafforzare la difesa del vecchio e ormai logoro sistema politico, criticando, anzi, ogni minima riforma33.
Ingrao, interrogato se, a suo parere, il golpe militare ha evitato l'intervento dell'Armata rossa, risponde: "Sembra un argomento pieno di realismo, ma dobbiamo sapere ciò che comporta l'accettazione di un tale argomento: esso significa subire un'interpretazione dei blocchi esistenti, che cancella di fatto la sovranità dei paesi che appartengono al blocco stesso [...] e significa anche considerare l'Est, in ultima istanza, come una chiusa sfera di dominio e di controllo da parte sovietica"34.
Anche il tono del segretario Berlinguer è molto duro: "Ciò che è avvenuto in Polonia ci induce a considerare che, effettivamente, la capacità propulsiva di rinnovamento delle società, o almeno di alcune di esse, che si sono create nell'Est europeo, è venuta esaurendosi. Parlo di una spinta propulsiva che ha la sua data di inizio nella rivoluzione socialista di Ottobre"35.

Eurocomunismo e distensione internazionale

La condizione che più di ogni altra consente al nuovo tipo di comunismo di prendere forma è, senza dubbio, il positivo clima di distensione che si è creato tra le due superpotenze.
Il Pci, in particolare, grazie alla nuova situazione internazionale, può elaborare, come si è visto, anche il progetto del Compromesso storico, cosicché la coesistenza pacifica diventa per il partito italiano fondamentale sia per la sua strategia internazionale che per la sua politica nazionale.
Il disgelo tra Mosca e Washington offre ai partiti comunisti occidentali la possibilità di un nuovo modo di interpretare la politica internazionale, per lungo tempo ritenuta una cornice immutabile e tale da non permettere l'elaborazione di linee politiche troppo originali all'interno dei due contrapposti schieramenti. L'Eurocomunismo tenta, invece, una nuova strada, ricercando la compatibilità tra la nuova struttura del sistema politico internazionale e il perseguimento di una via nazionale al socialismo36.
Secondo il Pci è possibile costruire, in prospettiva "un'Europa occidentale democratica, che non sia né antiamericana né antisovietica, e che costituisca un fattore di pace e di sicurezza per tutto il mondo"37.
I comunisti italiani si rendono comunque conto che solo un'iniziativa dei singoli paesi membri delle due alleanze improntata ad una politica di pace e di collaborazione, può portare all'avanzata della distensione e, in un futuro più o meno prossimo, allo scioglimento dei blocchi: "Considerare, invece, l'obiettivo della dissoluzione dei blocchi come un prius, significherebbe relegarlo tra le cose impossibili e complicare e rallentare la distensione e la cooperazione"38.
Per gli eurocomunisti è importante non creare disequilibri all'interno delle due alleanze. Per questo il Pci si dice contrario ad un'uscita unilaterale dell'Italia dalla Nato nel caso di una sua partecipazione al governo, in quanto ciò nuocerebbe al processo distensivo. In realtà - come si vedrà - sono altre le ragioni che portano i comunisti italiani ad una svolta nel loro atteggiamento riguardo al Patto atlantico.
Le analisi condotte sulla distensione dai tre partiti eurocomunisti presentano anche delle differenze tra di loro. Mentre, infatti, il Pci vede in questa fase della politica internazionale un momento in cui Stati Uniti e Unione Sovietica svolgono in modo pienamente legittimo il loro ruolo di garanti dell'ordine pacifico mondiale, il partito spagnolo scorge nella coesistenza pacifica le prove evidenti dell'assoluta inutilità di Nato e Patto di Varsavia al fine della conservazione di un equilibrio strategico: "Esso è mantenuto solo dal possesso delle armi nucleari, mentre Nato e Patto di Varsavia sono piuttosto degli strumenti di influenza politica che riducono l'area d'indipendenza dei vari paesi membri"39.
Tuttavia, anche il Pce è cauto riguardo a una dissoluzione immediata dei blocchi, poiché, come afferma Carrillo, "non si tratta di sconvolgere l'attuale equilibrio mondiale di forze, né di passare dall'influenza americana a quella sovietica"40.
Per il Pcf, infine, la coesistenza pacifica deve essere messa in relazione alla lotta di classe mondiale, ed è inaccettabile pensare alla distensione come al semplice mantenimento dello statu quo all'interno dei due blocchi41.
Secondo Bonanate, la chiave di volta su cui poggia il sistema eurocomunista è la presunzione dell'immutabilità del sistema internazionale al suo massimo grado, cioè a livello delle due superpotenze, unita alla possibile e legittima mutabilità all'interno dei due sistemi42. A parere di tutti e tre i partiti, del resto, proprio la via aperta dalla Conferenza di Helsinki mostrerebbe come i nuovi rapporti tra Usa e Urss siano ormai entrati in una nuova fase, reputata ormai incontrovertibile.
Molti, però, giudicano questo un grave errore di valutazione da parte degli eurocomunisti. In realtà, ciò che ha reso possibile la conferenza e il suo buon esito sarebbe stata la tacita accettazione da parte sovietica della teoria kissingeriana dei "consolidamenti reciproci", proposito che, certo, non persegue il superamento dei blocchi43. Venendo meno questo primo tassello, risulta perciò erronea tutta l'analisi eurocomunista del sistema politico internazionale. Inoltre, vi sarebbero anche evidenti errori di valutazione della reale forza della potenza americana, ritenuta in grande difficoltà e costretta quasi a scendere a patti con il socialismo.
Secondo gli eurocomunisti, poi, Usa e Urss si sarebbero spinte a tal punto nel processo di distensione, da essere ormai quasi costrette ad accettare la prosecuzione del progetto di comunismo democratico elaborato da questi partiti, pena un ritorno alla guerra fredda.
Ciò che gli eurocomunisti non prendono minimamente in considerazione è la possibilità che la coesistenza pacifica segni, in realtà, una fase di arresto di ogni potenziale dinamismo del sistema politico internazionale. Sarebbero proprio le esigenze di consolidamento del socialismo reale a produrre una situazione molto difficile per i tre partiti comunisti occidentali, stretti tra un imperialismo pacifico e, quindi, più saldo e un socialismo ormai antiinternazionalistico44. Infine, sempre secondo Bonanate, la contraddizione di fondo dell'Eurocomunismo consiste nel fatto che i partiti che ne hanno dato vita non si rendono per niente conto degli effetti sconvolgenti che la conquista del potere da parte loro avrebbe sul sistema geopolitico internazionale45.
Le ragioni per cui Mosca mostra di non gradire affatto la nuova strategia dei tre partiti comunisti dell'Europa mediterranea sono molte, e tutte molto valide dal suo punto di vista. Innanzitutto il Cremlino teme che possa venire fortemente compromesso il suo ruolo di guida del movimento comunista internazionale. Per questo motivo distingue tra "via nazionale al socialismo", pienamente legittima, e "modello di socialismo", che, invece, era e rimane uno solo, quello leninista di stampo sovietico.
In secondo luogo i sovietici hanno paura che il proposito eurocomunista di "un' Europa non subordinata né agli Usa né all'Urss" si materializzi in un'Europa sostanzialmente antisovietica46.
Ma la più grande preoccupazione di Mosca concerne il rischio che le teorie eurocomuniste agiscano da catalizzatori sul dissenso all'Est, minando la già precaria legittimità di questi regimi e innescando processi che possono col tempo portare a incontrollabili conseguenze47.
Secondo alcuni osservatori, in effetti, i dirigenti sovietici non temono tanto di veder scemare la loro influenza sui comunisti occidentali, quanto piuttosto di perdere il controllo esercitato sui partiti e sui popoli dell'Est, a causa dei forti sentimenti antiburocratici che l'Eurocomunismo suscita48.
Secondo Marcou tre sono i tipi di critica rivolti dagli ideologi del Pcus ai comunisti occidentali.
In primo luogo la critica teorica, che vede i dottrinari del partito sovietico impegnati a difendere a spada tratta la piena attualità delle concezioni leniniste, come la rivoluzione, la democrazia proletaria, la dittatura del proletariato e così via.
Il secondo tipo di critica è quella organica, e prende le forme di conferenze scientifiche su temi riguardanti i principi marxisti.
Infine, ed è la più importante, la critica pubblica, che consiste in pubbliche manifestazioni di inimicizia nei confronti dei presunti "eretici". È questo il caso del duro attacco condotto dalla rivista sovietica "Novoe Vremia" ("Tempi Nuovi") contro il leader spagnolo Carrillo, in risposta ad alcune affermazioni di quest'ultimo contenute nel suo libro "Eurocomunismo y estado".
L'attacco ha un duplice scopo, in primo luogo isolare il segretario dal resto del suo partito e, soprattutto, mettere in guardia Pci e Pcf che le stesse accuse ora rivolte al partito spagnolo potrebbero, un domani, essere indirizzate a loro stessi. Mosca gioca d'azzardo, anche rischiando di accrescere in modo incolmabile la frattura con gli eurocomunisti, ma è convinta che né il Pci né, tantomeno, il Pcf sono pronti a tagliare definitivamente i ponti con la Patria dell'Ottobre.
I fatti danno ragione al Cremlino. Molto tenui sono, infatti, le reazioni dei due partiti. Il Pci tiene una posizione piuttosto ambigua, che implicitamente sembra scaricare Carrillo. Si critica, infatti, l'articolo sovietico solo per l'eccessiva asprezza dei toni, ma si riafferma la natura socialista dell'Unione Sovietica, negata, invece, dal segretario del Pce. Un comportamento quasi analogo è tenuto dai comunisti francesi, che deplorano più la forma che la sostanza della requisitoria sovietica49.
Il Cremlino ha ottenuto quanto cercava, e la solidarietà eurocomunista è irrimediabilmente incrinata.

Stati Uniti ed Eurocomunismo

Un requisito fondamentale affinché il progetto eurocomunista possa avere buon esito, è rappresentato dalla necessità di stabilire, da parte dei tre partiti in questione, dei rapporti perlomeno distesi, se non proprio cordiali, con gli Stati Uniti e la struttura politico-militare che ad essi fa capo, l'Alleanza atlantica. L'obiettivo è fortemente cercato sia dal Pce che, soprattutto, dal Pci, mentre il Pcf, per ragioni più nazionalistiche che ideologiche, nemmeno in questa fase smorza la sua accesa polemica con gli Usa, limitandosi solo a promettere che la permanenza della Francia nell'ambito dell'Alleanza atlantica proseguirà, anche se, a dire il vero, in modo molto diluito, anche durante un'esperienza di governo di sinistra.
Al contrario, il Pce si sforza di convincere gli americani del proprio leale attaccamento alle strutture democratiche e alle libertà fondamentali, e Carrillo, nel corso di un suo viaggio negli Stati Uniti, il primo compiuto da un segretario di un partito comunista occidentale, pur non incontrando nessun rappresentante ufficiale dell'Amministrazione Carter, ha modo di presentare nelle università e nei convegni a cui partecipa, i programmi futuri del suo partito e i principi cardine dell'Eurocomunismo. Inoltre i comunisti spagnoli, pur essendo contrari ad un ingresso del loro Paese nel Patto atlantico, si dicono disposti a mantenere la presenza di basi americane in territorio spagnolo, almeno fin tanto che le truppe sovietiche restano dislocate, quasi come un esercito di occupazione, in paesi come la Cecoslovacchia.
Ma l'apertura maggiore è, senza dubbio, quella operata dal Pci. Anch'esso, come il partito spagnolo, si pone l'obiettivo di fare conoscere i propri programmi, la propria storia e le proprie caratteristiche oltre oceano. Per questa ragione, personalità di primo piano del partito, come Napolitano, si recano negli Usa a tenere conferenze nelle più prestigiose università.
Anche la stampa del partito, durante questa fase, cambia tono a proposito della politica della Casa Bianca. Si segue con molto interesse la corsa alla presidenza tra i due candidati Gerald Ford e Jimmy Carter, e si nutrono prudenti ottimismi nei confronti di quest'ultimo, un democratico che pare molto attento agli sviluppi politici che avvengono in quegli anni in Europa meridionale.
Tuttavia, è soprattutto il nuovo atteggiamento verso la Nato a costituire una svolta storica. Quanto afferma Berlinguer nella celebre intervista rilasciata a Pansa, in occasione di una "Tribuna politica" per le elezioni legislative del giugno '76, non è semplice propaganda elettorale, ma la conclusione di un lungo processo che ha preso avvio già qualche anno prima.
Il leader comunista, interrogato riguardo alle alleanze politiche dell'Italia afferma: "Io penso che, non appartenendo l'Italia al Patto di Varsavia, da questo punto di vista c'è l'assoluta certezza che possiamo procedere lungo la via italiana al socialismo senza alcuna condizione"50.
La Nato, secondo Berlinguer, può essere uno scudo utile per costruire il socialismo in libertà: "Io voglio che l'Italia non esca dal Patto atlantico anche per questo motivo [...]. Mi sento più sicuro stando di qua, ma vedo che anche di qua ci sono seri tentativi per limitare la nostra autonomia"51.
Probabilmente, oltre a non voler provocare pericolosi scompensi nel processo di distensione e oltre al fatto di provare un maggior senso di sicurezza stando sotto "l'ombrello atlantico", vi sono altre ragioni, di natura più pratica, per le quali il Pci non vuole lasciare la Nato. Tra queste, certamente, il timore che la Jugoslavia del dopo-Tito, in un futuro non troppo lontano, possa venire risucchiata nella sfera di influenza sovietica, fatto che condurrebbe un'Italia non più allineata in una difficile situazione di terra di frontiera tra l'Ovest e l'Est52.
Per quanto riguarda invece l'atteggiamento dei governanti americani verso il Partito comunista, la prima manifestazione palese di un'interferenza americana nella situazione politica italiana è l'intervista rilasciata al settimanale "Epoca" dall'ambasciatore Usa in Italia, dopo le elezioni amministrative del giugno. In essa viene posta apertamente in discussione la compatibilità di una partecipazione comunista al governo rispetto agli impegni atlantici53.
Il Compromesso storico, fino all'estate '75 un po' snobbato dagli americani, viene da questo momento preso in seria considerazione, a causa della sua potenziale pericolosità per gli interessi americani.
Per gli Usa la metà degli anni settanta, e in particolare l'estate 1975, essendosi appena conclusa e in modo disastroso la guerra nel Vietnam, è un momento di grande difficoltà, segnato da un generale momento di appannamento dell'immagine stessa della leadership americana. Il governo statunitense non può permettersi nuove sconfitte in politica estera. Per questo Kissinger presenta la teoria dei "consolidamenti reciproci", prontamente accettata dai sovietici e base - come si è visto - della Conferenza di Helsinki54.
Il candidato Carter sembra essere più disponibile ad un confronto con gli eurocomunisti e alcuni del suo staff, come Brezinski, criticano apertamente la logica del segretario di Stato, perché porterebbe ad un'implicita ratifica di tutti gli effetti della guerra fredda, a vantaggio esclusivamente dei sovietici. Carter, inoltre, in una serie di interviste del '76, arriva ad affermare che, in caso di una sua vittoria nella corsa per la Casa Bianca, gli Stati Uniti si impegnerebbero a rispettare ogni scelta democratica dei paesi europei e che non verrebbe preclusa alcuna possibilità di dialogo con quei partiti comunisti eventualmente ben disposti verso gli Usa. Inoltre, il leader dei democratici invita il segretario di Stato a dosare la sua intransigenza, per non pregiudicare ulteriormente la già difficile situazione italiana55.
Intanto, nel giugno '76, a Puerto Rico, si incontrano i capi di stato e di governo dei sette paesi più industrializzati dell'Occidente. In un vertice ristretto, a cui partecipano Usa, Gran Bretagna, Francia e Germania federale, vengono prese in considerazione le possibili misure da adottarsi nei confronti dell'Italia nel caso di una partecipazione del Pci al governo. Il vespaio di polemiche sollevato da questo episodio si placa soltanto con l'elezione di Carter alla Casa Bianca, evento che, secondo alcuni osservatori, potrebbe, paradossalmente, creare più difficoltà che vantaggi agli eurocomunisti, in quanto, se essi, da un lato, hanno maggior spazio di manovra, dall'altro corrono il rischio di veder ampliate le divergenze con Mosca56.
In realtà, anche con l'elezione di Carter non muta granché nell'atteggiamento di Washington verso gli eurocomunisti. Il principio resta: "Non interferenza ma nemmeno indifferenza". Un primo segnale di ciò si ha nella dichiarazione del Dipartimento di Stato dell'aprile 1977, dove si dice: "La nostra capacità di lavorare insieme ai paesi dell'Europa occidentale riguardo questioni di vitale importanza, potrebbe essere menomata se questi governi giungessero ad essere dominati da partiti politici le cui particolari tradizioni, valori e pratiche sono estranei ai fondamentali principi democratici"57.
Tuttavia, i tre partiti non si sentono chiamati in causa, in quanto non considerano il loro caso il riferimento ad una situazione di dominio da parte di partiti non democratici.
Intanto, nell'ottobre dello stesso anno, Brezinski dichiara che, se anche gli eurocomunisti possono mutare la natura del comunismo, permangono al loro interno differenze importanti, che li rendono inaffidabili nel loro complesso58. Pochi giorni dopo, Kissinger, ormai ex segretario di Stato, ma sempre molto ascoltato esperto di politica estera, fa notare che ciò che afferma oggi Berlinguer è, nella sostanza, simile a quello che dicevano i leader comunisti dell'Europa orientale tra il 1945 e il '48, mentre la proposta del Compromesso storico non è poi così diversa da ciò che aveva in mente Stalin nel 1917, prima dell'arrivo in Russia di Lenin59.
È il preludio ad una nuova dichiarazione del Dipartimento di Stato, che, nel gennaio '78, rende noto che la sola partecipazione dei comunisti ad un governo occidentale è ritenuta un problema fondamentale per l'avvenire stesso dell'Alleanza atlantica60.
In realtà, più che essere riferita all'Eurocomunismo nel suo complesso, la dichiarazione sembra soprattutto un monito all'Italia, dove l'entrata del Pci nell'esecutivo è ritenuta molto probabile.
Le ragioni per cui la pressione americana è diretta in particolare al nostro Paese e non anche alla Francia, dove, prima della rottura tra Pcf e Ps, una vittoria della sinistra è tutt'altro che impossibile, sono molteplici. Innanzitutto la situazione francese non consente margini di manovra per una pressione diretta. Inoltre, vi è fiducia da parte degli Usa nelle capacità politiche di Mitterand, oltre che nelle sue relazioni con la socialdemocrazia tedesca. Sono, poi, da prendere in considerazione gli effetti che causerebbe un'ingerenza diretta americana nella politica francese, su un partito dall'esasperato nazionalismo qual è il Pcf. Infine, vi è da dire che è certamente molto maggiore la forza con cui il partito italiano chiede di partecipare al governo, al punto da rendere necessaria una presa di posizione da parte americana61.
In generale, i motivi per cui gli Stati Uniti si oppongono all'ingresso dei partiti comunisti nei governi occidentali, sono dovuti a fattori sia di ordine pratico che di ordine ideologico. Vi sono ragioni di natura economica, come il problema del contenimento dell'inflazione o quello del proseguimento degli investimenti finanziari. Esistono, ovviamente, anche delicate questioni di politica militare, ma il problema più grave è rappresentato da considerazioni di ordine politico, in quanto la presenza di un partito comunista al governo di un Paese occidentale porrebbe gli Usa di fronte al dilemma se sia più legittimo difendere la democrazia in Europa, anche a costo di consentire l' instaurazione di un governo comunista rispettoso delle libertà, o difendere l'Europa dal comunismo, limitando, però, in questo modo, la democrazia europea62.
È interessante, infine, accennare brevemente alla posizione degli intellettuali e della grande stampa americana su questa vicenda. I giornali più "liberal", come il "New York Times" e il "Washington Post", criticano le posizioni più oltranziste dell'amministrazione Ford, le quali descrivono come uno scenario quasi apocalittico l'ipotesi di una partecipazione di un partito comunista al governo di una democrazia occidentale. In fin dei conti, si fa notare, gli Usa conserverebbero comunque un sufficiente margine di tempo e di azione per prevenire situazioni per loro imbarazzanti.
Tra gli accademici, una delle posizioni più aperte è certamente quella di Peter Lange, il quale fa notare che i buoni risultati elettorali del Pci non sono dovuti al caso, e che un atteggiamento troppo intransigente della Casa Bianca rischia di essere intempestivo e di costringere la leadership del partito italiano ad arrestare il suo processo di autonomia da Mosca, con conseguenze molto negative per gli Stati Uniti63.
Secondo Reston, invece, editorialista del "New York Times", se anche il nuovo presidente Carter fosse convinto dell'assoluta sincerità degli eurocomunisti nel loro smarcamento politico e ideologico, non riuscirebbe comunque a convincere né il Congresso, né, soprattutto, l'opinione pubblica, troppo legata ai vecchi stereotipi della guerra fredda.
(2 - continua)


note