Mauro Bruscagin
La guerra di Spagna nei commenti dei giornali locali dell'epoca
IV parte
"l'impegno", a. XIX, n. 1, aprile 1999
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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La Provincia di Vercelli
Ultima testata presa in esame è "La Provincia di Vercelli".
L'organo della Federazione dei fasci di Vercelli ha come caratteristica quella di concedere poco alla
cronaca vera e propria, privilegiando nettamente il commento propagandistico. Il giornale presenta fin da subito la
guerra civile spagnola come lo scontro decisivo per il predominio in Europa tra le due ideologie "forti" del XX
secolo, fascismo e comunismo, relegando la democrazia al ruolo marginale di terza forza, alleata del
comunismo nell'estremo tentativo di sopravvivenza, ma proprio per questo motivo destinata a scomparire.
Il periodico fascista, nel presentare gli antagonisti in campo, evidenzia le contraddizioni
dell'esercito repubblicano: è paradossale che, a suo avviso, Stalin e Trotzki, tra loro nemici mortali, siano invece uniti
in Spagna in nome dell'antifascismo (Nemici ma uniti dove impera la
strage, 11 dicembre 1936). Si critica
duramente l'ingenuità di quanti, non comunisti, combattono al loro fianco, in quanto essi non sono altro che strumenti
nelle mani degli stalinisti, i quali si sbarazzeranno dei loro temporanei alleati non appena avranno raggiunto il
loro scopo.
"La Provincia di Vercelli" insiste su questo tema delle forti divisioni nel campo dei "rossi", e in un
successivo articolo pone in risalto proprio il fatto che, mentre tra le diverse anime dei rivoltosi (falangisti, nazionalisti
e monarchici) regna un'assoluta unità di intenti, dall'altra parte è il sospetto vicendevole a farla da padrone.
Il giornale formula anche un'ipotesi: pur nel caso che "dovesse finire la guerra con Franco, i combattimenti
non si arresterebbero in Spagna, ma continuerebbero tra Poum e comunisti, tra anarchici e socialisti, tra stalinisti
e trotzkisti, pronti già da ora a scannarsi tra loro"
(Fronti popolari, 27 aprile 1937).
A suffragare questa ipotesi il bisettimanale vercellese riporta la testimonianza di un gruppo di socialisti
inglesi che denuncia come "i metodi stalinisti del massacro e della fucilazione abusiva siano molto utilizzati in
Spagna" (Testimonianza socialista degli orrori commessi nella Spagna
rossa, 4 febbraio 1938).
Accanto alla descrizione dai tratti così rudi dell'avversario politico, vi è l'esaltazione del regime
fascista, tema già normalmente privilegiato da giornali come "La Provincia" e che trova ora nuova linfa nella
presentazione dello scontro ideologico in atto nella penisola iberica come ripetizione, a quindici anni di distanza, di
quanto avvenuto in Italia, quando la rivoluzione fascista di Mussolini stroncò definitivamente le aspirazioni
comuniste di conquistare il potere. Proprio "in virtù di quell'evento, che consacrò il fascismo come il più irriducibile
avversario del bolscevismo, l'Italia può a buon diritto affermare che senza la vittoria del fascismo nel nostro Paese,
Franco non avrebbe neppure potuto iniziare la sua rivolta per liberare la Spagna dalla minaccia rossa"
(Da Ginevra a Santander. I paladini delle cause
perse, 31 marzo 1937).
Come molti altri giornali, anche "La Provincia" si cimenta nella ricerca delle cause che hanno
determinato la spaventosa crisi dello stato spagnolo e, come conseguenza ultima, l'affermazione del Fronte popolare.
Secondo l'organo della Federazione dei fasci vercellese due sono i mali di cui a lungo ha sofferto la Spagna, fino a
condurla sul baratro: l'individualismo e il regionalismo. L'unica cura in questi casi non può che fornirla l'ideologia
fascista: la nazione deve recuperare la sua essenza di entità superiore a tutti gli interessi particolaristici, deve essere
elevata a principio morale fondamentale (Un anno
dopo, 16 luglio 1937).
Viene anche ripreso un tema già affrontato da "L'Eusebiano", ovvero il concetto di guerra civile come
occasione di rinascita nazionale: "Senza una prova così tragica come la guerra civile, la futura azione di governo di
Franco non potrebbe essere autorevole e duratura, soggetta come sarebbe al persistere della mentalità
egoistico-individualistica" (ivi). Questo pensiero è ribadito a distanza di alcuni mesi in un articolo di Leandro Gellona,
nel quale si afferma l'assoluta necessità di un governo forte e autoritario per reprimere ogni forma di
separatismo. L'autore dell'editoriale, per rafforzare ulteriormente questo concetto della "guerra civile forgiatrice della
nazione", suggerisce un confronto quanto meno singolare tra la situazione spagnola e la guerra di secessione
americana, evidenziando come in entrambi i casi la guerra abbia permesso il recupero di una "profonda unità
spirituale, politica ed economica" (Nasce la Spagna unita dal
fascismo, 12 aprile 1938).
Accanto all'esaltazione della guerra civile per il suo ruolo di formazione di una coscienza nazionale, vi
è l'abiura di ogni forma di pacifismo, anche quando si tratta di un atteggiamento di neutralità: "La Spagna,
ritenuta una terra fortunata al tempo della Grande guerra, in realtà ha perduto quell'antico spirito guerriero da cui
una Nazione trae l'unità politica e spirituale"
(Perenne potenza dell'interventismo, 24 maggio 1938). Sullo
stesso tono si pone un nuovo editoriale di Gellona, pochi mesi dopo: "La nuova Spagna, generata nel travaglio sanguinoso
di un intero popolo che ha scontato l'errore di essersi appartato durante la conflagrazione mondiale, è
finalmente nata" (Le responsabilità della Francia di fronte alla Spagna nazionale di ieri e di
oggi, 27 gennaio 1939).
L'affinità ideale tra la rivoluzione fascista realizzata, quella italiana, e la rivoluzione in atto, quella di
Franco, è uno tra gli argomenti più presenti sulle pagine de "La Provincia". In un editoriale del maggio 1938 si
descrive con un eloquente slogan la piena unità di spirito tra Italia fascista e Spagna nazionale:
"Stessi nemici, stessi valori" (L'Italia fascista "vuole" la vittoria di
Franco, 26 maggio 1938).
Dell'intervento militare italiano a favore degli insorti falangisti si mette in rilievo il fine
"esclusivamente umanitario" ed è considerato alla stregua di un obbligo morale, un impegno inderogabile per difendere una
nazione che vuole rinnovarsi e rinascere nello spirito: "La guerra di Spagna, oltre le sue origini di guerra di unità
totalitaria nazionale, è stata una guerra essenzialmente europea, in quanto sul territorio spagnolo si sono scontrate, da
prima in sordina e poi sempre più apertamente, le forze antagonistiche dell'Europa odierna, le idealità ed i metodi
di un età ormai irremissibilmente condannata dalla Storia, tesi nel supremo quanto inutile tentativo di opporsi
ai metodi ed alle idealità di una nuova Età scaturita, prima ancora che dalla revisione dei preesistenti
rapporti internazionali, dal profondo rinnovamento di popoli che nei loro ordinamenti sociali hanno attuato quella più
alta giustizia sociale, che oggi esigono in campo internazionale per ottenere anche nei rapporti fra i popoli,
quella pace secondo giustizia che già hanno attuato entro i propri confini"
(Già sbaragliati in Spagna, i nemici
della nuova Europa troveranno la stessa sorte su qualsiasi altro
fronte, 2 giugno 1939).
Del resto la convinzione che in Europa la causa fascista stia guadagnando un numero sempre maggiore
di nuovi adepti, soprattutto in funzione anticomunista, trova conferma in alcuni avvenimenti internazionali,
come le aperture nei confronti della politica internazionale di Italia e Germania operate da Austria (non ancora
annessa al Reich) e Ungheria (Il pieno sviluppo della missione europea di Austria e
Ungheria, 14 gennaio 1938).
A tale proposito l'organo fascista vercellese sottolinea con enfasi una particolarità che distingue, a suo
giudizio, il fascismo dal comunismo, ovvero il fatto che la rivoluzione fascista si diffonde in Europa senza
spargimenti di sangue (fatta eccezione, ovviamente, per la Spagna), proprio a causa della sua superiorità nei confronti
del comunismo e della sua "pregnante anima pacifica"
(Il Duce costruisce la pace mentre si svolge la
rivoluzione fascista dell'Europa, 29 marzo 1938). Sono parole certamente sorprendenti, queste, pronunciate sul tema
del presunto carattere pacifico del fascismo, che stridono se raffrontate con quanto detto poco prima, a
proposito del ruolo indispensabile della guerra per il consolidarsi di una salda coscienza nazionale.
A guerra conclusa, il giornale fascista si sofferma, con un lungo articolo, a descrivere le principali
caratteristiche del nuovo stato spagnolo, perfettamente in linea con lo schema totalitario dell'ideologia fascista: "Il Caudillo
ha raccolto tutto il territorio spagnolo sotto il segno della Falange e, d'ora innanzi, per la salvezza e la potenza
del popolo spagnolo non si parlerà più di partiti, di fazioni, di privilegi regionali, di separatismi. È lo Stato
unitario e totalitario che impera incontrastato su tutta la Penisola iberica
(Lo Stato totalitario di Franco ha redento
tutta la Spagna, 31 marzo 1939).
La perfetta unità ideologica tra la neonata Spagna falangista, l'Italia fascista e la Germania nazista è
esaltata in un articolo di Gellona del giugno successivo: "Come Russia, Francia ed Inghilterra si trovarono
accomunate, con maggiore o minore impegno, nella lotta contro la rinascita spagnola, così esse si trovarono tuttavia
accomunate nelle pazienti costruzioni di sistemi di garanzie politiche e di alleanze militari che hanno l'unico intento,
delittuoso e vano insieme, di impedire il rinnovamento europeo che può sortire soltanto dai popoli che, prima di
assumere cotanto impegno internazionale, hanno saputo dimostrarsene degni e capaci col rinnovare in pochissimo
tempo e profondamente se stessi (Già sbaragliati in Spagna, i nemici della nuova Europa troveranno la stessa sorte
su qualsiasi altro fronte, cit.).
L'esaltazione del totalitarismo fascista, spesso paragonato ad una "nuova linfa vitale", unica cura per
un'Europa malata di democrazia, è certamente l'argomento principale della pagina di politica estera de "La
Provincia" durante tutto il periodo del conflitto spagnolo.
Una delle accuse più comuni rivolte alle nazioni democratiche è quella di "filobolscevismo strisciante
in nome dell'antifascismo" (L'Europa al
bivio, 13 novembre 1936). In un editoriale si esprime il totale
disappunto per l'incapacità, definita "storica", della democrazia di garantire un lungo periodo di pace: "Senza il
sorgere degli stati autoritari, una nuova guerra sarebbe iniziata in Europa, sotto l'azione del comunismo, come la
Spagna sta a dimostrare" (La democrazia e le
guerre, 19 gennaio 1937).
Con il trascorrere del tempo, gli attacchi alla democrazia si infittiscono e si fanno più violenti, al limite
della brutalità, e sono indirizzati a colpire il cuore stesso del sistema democratico, il confronto elettorale, definito
in modo irriguardoso "rito dello schedaiolismo" e contrapposto alla rivoluzione "con le armi in pugno" di
marca fascista, "il modo più convincente con cui si può esprimere la volontà popolare. Parlamentarismo e
democrazia sono illusioni con le quali un popolo pensa di essere sovrano, quando invece il parlamento è servo dei poteri
forti" (Fasti democratici, 2 marzo 1937). Proseguendo nell'editoriale, l'articolista descrive una singolare
similitudine tra la figura dell'ultimo primo ministro spagnolo prima dell'avvento del Fronte popolare, Leroux, e
Kerenskj, l'ultimo premier russo prima della Rivoluzione d'ottobre. Proprio come in Russia, anche in Spagna la
democrazia si è rivelata essere "il passaggio obbligato dall'ordine al sovversivismo, l'anticamera dell'anarchia. Quando
la democrazia si rende conto di aver generato un processo dissolutore dello stato, vorrebbe arrestarlo ma non
riesce in quanto impotente" (ivi).
Altra colpa assolutamente intollerabile e di cui si è irrimediabilmente macchiata la democrazia è l'attrazione
per il pacifismo. Il giudizio che l'organo della Federazione dei fasci vercellese dà a proposito delle
"pseudo organizzazioni pacifiste" operanti nei paesi democratici è durissimo: "Esse predicano la pace, ma in realtà
sono genitrici di odi, boicottaggi e sanzioni che sono la sola vera minaccia alla pace"
(Testimonianze socialiste degli orrori commessi nella Spagna
rossa, cit.).
Un argomento di accesa polemica molto caro al giornale di Vercelli è la concezione della guerra civile
spagnola come sorta di guerra di liberazione del popolo iberico dal giogo opprimente delle demoplutocrazie "le quali
non soltanto per i loro interessi imperiali, politici, territoriali e finanziari che hanno irretito i continenti
nell'epoca prefascista e non vorrebbero ora allentare la loro stretta, ma altresì per lo spirito stesso delle loro ideologie e
la decadenza delle loro istituzioni, sono nemiche congenite della rinascita e della potenza dei popoli moderni.
Sono un virus. O i popoli giovani che intendono assurgere espellono questo virus dal loro corpo od ogni loro
sforzo, alla lunga, si risolverà nel nulla, anzi, è la capacità di espellere da sé il virus della plutodemocrazia che dà
la misura della potenza ascensionale, della capacità di rinnovamento, del diritto alla grandezza dei popoli che
hanno ancora una volta ritrovato se stessi" (Amicizia sorta dal sangue e cementata dal medesimo destino delle
Rivoluzioni totalitarie, 18 luglio 1939).
È questo uno degli aspetti più di frequente messo in evidenza da "La Provincia di Vercelli" per
inquadrare lo scontro ideologico in atto per l'affermazione del fascismo e dei regimi autoritari in Europa, lotta che
trascende il conflitto spagnolo, considerato solo l'ultima frontiera dell'espansione fascista. La contrapposizione tra la
vecchia Europa, definita a più riprese "plutodemocratica, giudaizzata e bolscevizzata" e la nuova Europa che, sotto
la guida del duce, vede la rinascita di nazioni che parevano condannate ad una permanente condizione di
dominio da parte di Francia e Inghilterra: "La durata della guerra civile di Spagna non potrà non passare alla storia
quale il più spaventoso crimine collettivo compiuto dalle Nazioni ricche, sazie conservatrici ai danni di un popolo.
È stato, anzi, un linciaggio vero e proprio, accuratamente organizzato e condotto dalla vecchia Europa per
massacrare un popolo colpevole di aver ritrovato la forza di vivere e, nella vita intensa, di ritrovare le energie latenti
operatrici del proprio ringiovanimento [...] È altresì un altro episodio conclusivo della fatale trasformazione
dell'Europa che si verifica sotto l'azione continuativa dell'Asse Roma-Berlino, leva formidabile che sconvolge ogni
preesistente ordine internazionale, per far largo e spazio al sorgere d'una Europa radicalmente diversa da quella di
prima, più rispondente alle esigenze dell'epoca nuova, nella quale il capitale, qualunque sia l'espressione ch'esso
può assumere per adeguarsi alle nuove realtà, non può più prevalere, né mai più prevarrà sul lavoro"
(La vecchia Europa definitivamente sgominata anche in
Spagna, 31 marzo 1939).
Proprio l'esaltazione senza riserve dell'alleanza con la Germania nazista costituisce, come
accennato nell'introduzione di questa terza parte, una peculiarità da mettere in rilievo nel panorama generale della
stampa locale. Man mano che l'Asse Roma-Berlino si va consolidando, il tono nei confronti degli avversari si fa
sempre più violento, mentre contemporaneamente l'esaltazione diventa cieco fanatismo. Così la superiorità delle
nazioni totalitarie nei confronti di quelle democratiche viene addirittura assurta a "legge storica che si ripete con
inflessibilità e senza eccezioni di sorta fin da quando l'Italia, con la conquista dell'Etiopia, determinò l'urto
dell'Europa fascista contro l'Europa demoplutocratica. Le Nazioni che sono al di là della barricata continuano a
procedere come se tutto ciò nulla avesse loro insegnato, nel vagheggiato disegno di trovare l'occasione propizia per
insorgere contro le Nazioni totalitarie, nell'illusione di essere ancora in grado si sottrarsi all'ineluttabile"
(ivi).
Il bisettimanale vercellese, con un ragionamento di tipica matrice ideologica fascista, afferma che
l'indicatore principale che mostra la forza di una nazione è costituito dall'età del suo popolo. Difetto delle
nazioni demoplutocratiche è, infatti, "l'incapacità di ringiovanire, cioè di risorgere", a differenza degli stati totalitari
i cui popoli "sono i più giovani d'Europa"
(ivi).
Lo stesso stile viene ripreso qualche mese più tardi in occasioni di alcune considerazioni sulla diversa
consistenza delle alleanze politico-militari esistenti in Europa: "Da un lato i patti d'acciaio e del sangue che fanno un
unico destino delle Nazioni ringiovanite dalla Rivoluzione totalitaria; dall'altro, a fronteggiare questi, i patti
diplomatici delle Nazioni logore, decadenti che alla storia ed agli altri popoli nulla più sanno chiedere oltre la tutela dei
propri interessi materiali" (Patti del sangue contro i Patti delle
diplomazie, 6 giugno 1939).
Desolante, quindi, è la situazione delle nazioni democratiche, e del resto non potrebbe essere altrimenti,
data l'incosciente, a parere de "La Provincia", condotta politica tenuta: "I rappresentanti delle Nazioni sconfitte
in terra di Spagna patteggiano pazientemente, con scarsa fortuna, ma con grande mortificazione, quella che
dovrà essere una solidarietà già fin d'ora piena di diffidenze e rancori, in uno scontroso conteggio di concessioni e
di richieste, nel sempre più confuso aggrovigliarsi di impegni, di chiarimenti e di precisazioni, che sono nello
stesso tempo vincolo e allentamento, adesione e ripulsa, come è naturale avvenga tra chi non ha nessuna affinità
spirituale, morale, politica, anche i rapporti internazionali deve necessariamente fondare soltanto su interessi materiali
che, per loro natura, sono egoistici, bruti e si spostano con somma facilità"
(ivi).
La granitica sicurezza con cui vengono enunciati questi principi verrà clamorosamente smentita dai
successivi avvenimenti storici. Valga come esempio significativo questo proclama, presentato come un dogma e poi
rivelatosi una pia illusione: "Per noi un patto di sangue è un vero e proprio patto d'acciaio che ha fuso in uno solo i
destini dei popoli italiano e spagnolo [...]. In caso di minaccia contro l'Italia, foreste di baionette
italo-spagnole difenderanno il nostro comune patrimonio spirituale che è essenza delle nostre stirpi"
(ivi).
L'attacco contro la democrazia è condotto in maniera globale: accanto alla polemica con
l'istituzione democratica in quanto tale, il periodico fascista si scaglia contro la nazione che ha rappresentato la culla stessa
del pensiero democratico moderno, vale a dire la Francia. Tra i principali argomenti portati a sostenere
questa polemica, soprattutto nei primi mesi, vi è naturalmente l'atteggiamento tenuto dal governo di Parigi durante
i primi mesi del conflitto, comportamento ritenuto quanto meno ambiguo e riassunto in questa frase: "Pace
a parole, finanziamenti al governo repubblicano spagnolo nei fatti"
(Neutralità francese, 18 agosto 1936).
Curiosamente le critiche prendono di mira anche le forze politiche di destra, colpevoli, secondo il
giornale della Federazione fascista di Vercelli, di riporre ancora nella democrazia una vana e illusoria speranza
di cambiamento dell'assetto politico nazionale. Inoltre rimproverano alla destra parlamentare, che si appresta a
dar vita al "Fronte delle libertà", di avere "troppa paura a pronunciare l'unica parola capace di riportare ordine
e libertà allo stesso tempo: fascismo"
(Paura delle parole, 29 aprile 1937).
Col trascorrere del tempo aumenta di intensità il tono della polemica, al punto che la Francia viene
sbeffeggiata poiché ritenuta una nazione ormai allo sbando, dove "nemmeno la democrazia abita più, ma solo
l'anarchia" (Tempeste di applausi ed egoismi di
cittadini, 18 gennaio 1938).
La considerazione più comune che l'editorialista fa a conclusione di questi articoli è che la Francia del
governo del Fronte popolare è in ritardo cronico su tutti i fronti, perfino su quello sociale, che pure dovrebbe essere
il terreno privilegiato per un esecutivo di sinistra. Così si dà ampia risonanza alla notizia che Parigi
renda implicitamente onore all'Italia fascista, approvando con oltre undici anni di ritardo lo Statuto dei lavoratori,
fiore all'occhiello della legislazione sociale fascista
(Colei che arriva sempre in ritardo, 18 febbraio 1938).
Questo tema del presunto affanno con cui la Francia starebbe cercando di mettersi al passo di Italia e
Germania, viene ripreso ed ampliato alcuni mesi dopo, in un articolo di Gellona che analizza l'operato del primo
ministro francese Daladier, presentato come il primo uomo di governo francese capace di prendere atto degli
"enormi ritardo del suo Paese rispetto all'evoluzione di un'Europa che a partire dalla rivoluzione di Mussolini è un
continuo susseguirsi di cambiamenti in senso autoritario e fascista [...]. Del resto anche questo riconoscimento, pur
tardivo, di Daladier non è un suo merito, ma un merito del fascismo stesso, che costringe i suoi avversari più tenaci
a riconoscere la sua impressionante superiorità"
(Due anni di tempo perduto e di occasioni
mancate, 15 aprile 1938).
La polemica si trasforma in scontro acceso con insulti ed epiteti irriguardosi allorché un giornale
francese utilizza parole definite "atroci" riguardo ai soldati italiani presenti in Spagna: "La stupida, vacua albagia
gallica ha raggiunto le più alte vette, cosicché molti Galli ne hanno provato vertigine e, ridotti a capponi dalla paura
di aver avuto coraggio, si sono guardati bene dall'assumersi la paternità degli atroci insulti scagliati contro i
soldati italiani di terra e di mare. Lesti di lingua, ma prudenti e tardi di mano, quei Galli accapponati dallo
spavento dell'audacia, continueranno a starnazzare con foga, a far la voce grossa ed arrochita e la loro stampa
nazionale, che è una sorta di disco registratore degli umori gallici, non sa più a che santo votarsi per assecondare ed
esacerbare l'albagia di un popolo in decadenza e, in tanta affannosa ricerca, non ha trovato di meglio che ispirarsi all'immortale Tartarino più aderente ai francesi della Terza Repubblica giudaizzata e massonica, della Pulzella d'Orleans"
(I Galli accapponati e la sconfitta francese di ...
Catalogna, 20 gennaio 1939).
Nella continuazione dell'articolo si prende di mira tutta la condotta politica di Parigi durante la guerra
civile: "Che ha fatto la Francia per impedire codesta sua imponente sconfitta? Ha chiesto affannosamente la
solidarietà degli altri popoli, si è alleata con i Sovieti, ma poi si è assoggettata alla ineluttabilità dei fatti non appena ha
dovuto convincersi che la solidarietà non si traduceva in apporto di eserciti pronti a battersi per salvare, con
l'alterigia gallica, l'egemonia francese sull'Europa"
(I Galli accapponati e la sconfitta francese di...
Catalogna, cit.).
Dopo aver descritto la Francia come nazione allo sbando, non può mancare il confronto con l'Italia:
"Una Nazione sconfitta qual è la Francia odierna, è in grado di giudicare il Soldato italiano di terra e di mare che
la vittoria di Vittorio Veneto, nonostante il tradimento dei suoi alleati di quel tempo, ha dilatato fino alla
conquista di un Impero compiuta contro l'ostilità della coalizione ginevrina ed alla gloriosa guerra di Spagna contro
il bolscevismo, che le compiacenti Nazioni plutodemocratiche hanno favorito talvolta apertamente e, talvolta,
di sottomano? Neanche per sogno!" (ivi).
Impietoso è il giudizio conclusivo sulla Francia, nazione considerata alle prese con un declino ormai
irreversibile, tanto da apparire come la vera sconfitta del dopoguerra: "Ma la sconfitta francese non è soltanto
diplomatica e militare. Codeste sconfitte possono sempre mutarsi in vittorie, come hanno dimostrato l'Italia vittoriosa
in guerra e vinta a Versaglia e la Germania sconfitta in guerra e resa schiava a Versaglia (ora entrambe
vittoriose su tutti i fronti), se i popoli che ne subirono le dolorose vicende ne hanno la stoffa. Ma ne ha la stoffa il
popolo francese? Non spetta a noi la risposta. Essa la si trova chiara e tonda nel continuo ritirarsi dei Galli ove
non possono contare sull'aiuto di numerosi altri popoli; nella loro situazione demografica che denunzia
un'eccedenza annua di circa cinquantamila bare sulle culle, mentre tutti gli altri popoli europei hanno un incremento
delle nascite; nel tracollo che la loro pessima situazione demografica subirebbe nel caso d'una guerra qualunque;
nella loro incapacità di rendersi conto della precipitosa decadenza subita, affetti come sono di inguaribile
infatuazione di se stessi, onde centro del mondo non può essere, per essi, che il loro medesimo ombelico; nella
preponderanza degli anziani sul loro complesso demografico, nella loro assenza di dignità razziale - conseguenza della
loro avversione alla procreazione - che li induce a fare affidamento sulle truppe di colore nella condotta della
guerra" (ivi).
Il confronto tra Francia e Italia pare diventare l'argomento principale del conflitto iberico: "In un certo
senso sui territori spagnoli si è combattuta una guerra europea non soltanto perché qui vi si sono scontrati e combattuti
con le armi alla mano gli Ideali e le ideologie che oggi dividono in due parti l'Europa dominata ormai
dalla potenza dell'Asse Roma-Berlino, ma altresì perché alla guerra di Spagna hanno concorso,
parteggiando decisamente per gli uni e per gli altri, quasi tutti i popoli d'Europa ed in particolar modo l'Italia e la
Francia, le due più schiette rappresentanti di un mondo che tramonta e di un nuovo mondo che sorge"
(Le responsabilità della Francia di fronte alla Spagna nazionale di ieri e di
oggi, 27 gennaio 1939).
L'intera responsabilità della guerra e della sua lunga durata viene fatta ricadere sul paese transalpino:
"Alla Francia va la responsabilità, con il primato del suo intervento, di aver resa internazionale, anche con la
presenza degli armati, la guerra di Spagna, così alla Francia ricade ogni responsabilità della continuazione di quella
guerra anche allorquando l'andamento di essa era ormai manifestamente avviato alla sconfitta degli eserciti rossi"
(ivi).
L'ultima stilettata contro la Francia è del marzo successivo, quando un editoriale critica pesantemente
Daladier, "l'uomo dai pieni poteri, il piccolo dittatore d'una demoplutocrazia in piena decadenza". Ma il vero
bersaglio delle violente accuse lanciate dal bisettimanale fascista vercellese è la dignità stessa del popolo francese,
"mai scesa tanto in basso negli ultimi secoli" e ora di fronte ad una prospettiva di "declino irreversibile" o,
come estrema alternativa, la guerra come occasione di riscatto nazionale: "La Francia odia la guerra ma la accetta
con slancio unanime se le fosse imposto come la sola alternativa tra la decadenza e il disonore. Che tra la guerra
e il disonore la Francia scelga la guerra, non vogliamo neppure metterlo in dubbio. Ma tra la decadenza e la
guerra non c'è neppure possibilità di scelta, perché con o senza guerra la Francia non potrà evitare la propria
decadenza che si è insediata nel sangue stesso della sua razza, non ha ideali capaci di galvanizzare il suo stesso popolo
[...]. Razza vecchia se non ancora esaurita che non sa esprimere dal suo seno neppure un uomo mediocre che
emerga dal bassissimo livello medio collettivo, con la missione di promuovere ed organizzare le forze giovanili del
popolo francese, senza l'avvento ed il predominio delle quali un popolo non può neppure illudersi di trattenere la
propria decadenza" (Voce d'oltretomba, 31 marzo 1939).
Per completare la polemica contro il regime di tipo democratico, a "La Provincia di Vercelli" non resta
che scagliarsi contro l'istituzione internazionale simbolo dell'ordinamento democratico, la Società delle nazioni,
e l'atto che ne ha sancito la nascita, il Trattato di Versailles. Questo accordo, che ha segnato la conclusione
della prima guerra mondiale, è fatto oggetto di pesantissime critiche: è ritenuto vecchio, anacronistico e non più
adeguato alla nuova Europa degli stati autoritari. Esso è perfino considerato la
causa belli di tutti i successivi conflitti europei, proprio per la sua incapacità di cogliere la novità fondamentale del dopoguerra, il fallimento
delle democrazie e del loro universo di valori
(I ciechi costruttori di Versaglia e la realtà travolgente della
nuova Europa, 16 settembre 1938).
La Società delle nazioni viene presa di mira soprattutto durante il 1937, quando più roventi sono le
polemiche a proposito del principio del "non intervento" delle potenze europee nelle vicende interne della Spagna.
L'articolista lo definisce dapprima "l'organismo assegnatore, nel XX secolo, dei mandati coloniali"
(I mandanti della Società delle
Nazioni, 24 settembre 1937), mentre successivamente denuncia il tentativo, da parte di Inghilterra e
Francia, di dividere, per mezzo dell'istituzione ginevrina, Italia e Germania sul problema mediterraneo, e afferma
che tale atteggiamento è dettato solo da interessi economici di conservazione del proprio dominio su quel mare
da parte di Londra e Parigi (Manovre sfasate della vecchia
diplomazia, 5 ottobre 1937).
Se il tema politico-ideologico è l'aspetto dominante tra le pagine del bisettimanale della Federazione dei
fasci vercellese, è interessante porre in evidenza gli unici due accenni fatti in riferimento al problema religioso
in Spagna. Il primo prende spunto dall'intervento del decano di Canterbury sulla guerra civile, giudicato
troppo benevolo nei confronti del governo "rosso". Il commento è lapidario: "Pur di combattere la religione
cattolica gli anglicani sono pronti ad allearsi con chiunque, anche con i senza Dio"
(Iettatori di Canterbury, 2 aprile 1937). Il secondo riferimento alla religione è datato giugno 1939, e stupisce per il tono utilizzato nel descrivere i
miliziani franchisti e i legionari italiani: "Non soldatesche essi sono - ha detto il ministro Spagnolo Serrano Suñer -
ma crociati del santo ideale e come tali essi non recano con sé, per esaltare ancor di più il proprio trionfo, nuove
terre di conquista, bensì il cuore della Spagna nazionale che, sentito il richiamo di Roma imperiale e cristiana
levantesi alto sul turbine delle battaglie, lo ha ascoltato e seguito fino ad identificare il divenire della propria rinascita
con quello del destino del popolo italiano"
(Patti del sangue contro i Patti delle
diplomazie, cit.).
Un ultimo aspetto che l'organo fascista tratta in relazione alla guerra di Spagna è l'esaltazione dei
legionari italiani, tema ricorrente, come si è visto, su tutta la stampa dell'epoca. Il punto di partenza è molto chiaro:
il coraggio ed il valore del soldato italiano non possono essere messi in discussione. Quando, dopo la battaglia
di Guadalajara, i giornali inglesi e francesi descrivono la
débacle italiana, la reazione de "La Provincia" è
violentissima e volta alla difesa ad oltranza dei reparti italiani
(Eroismi di legionari, 18 giugno 1937).
Sono esaltate particolarmente doti quali l'organizzazione militare e la strategia generale di guerra, la
prima qualità contrapposta alla "staticità conservatrice demoplutocratica"
(Santander e... Maginot, 25 gennaio 1939), la seconda ricordata per aver introdotto un nuovo modo di concepire la guerra, non più di logoramento ma
di movimento (I Legionari di Spagna e la guerra di rapido
corso, 5 aprile 1938). Questo stesso concetto
viene ripreso al termine della guerra ed ulteriormente enfatizzato: "La conclusione vittoriosa della guerra di
Spagna è stata anche il risultato di una felicemente attuata concezione rivoluzionaria della guerra di movimento
contro la guerra di posizione e di asserragliamento ch'era derivata dalla esperienza della Grande Guerra,
concezione rivoluzionaria che non può essere adottata altro che dai popoli rinnovati dalla Rivoluzione"
(Già sbaragliati in Spagna, i nemici della nuova Europa troveranno la stessa sorte su qualsiasi altro
fronte, cit.).
Le metafore si sprecano dopo la caduta di Barcellona e con il clima di euforia che segue al diffondersi di
questa notizia: "I Legionari italiani sono pochi come numero, ma hanno costituito nella macchina dell'offensiva il
diamante perforatore [...]. Il Corpo Volontario ha avuto una funzione di cuneo nella battaglia. È stato una punta di
penetrazione veloce. Entrava come una freccia nelle connessure della corazza nemica. Ha avuto una influenza decisiva
nelle fasi più gravi della lotta" (La conquista di Barcellona ed il valore dei
Legionari, 31 gennaio 1939). Ma è la successiva similitudine che colpisce, soprattutto per la sua originalità: "Nell'esercito nazionale, la
piccola formazione legionaria è stata spesso quello che in un'orchestra è il violino di spalla, il quale è uno strumento
fra tanti ma è quello che dà il tono, il tempo lo spirito. Non un suonatore ha sbagliato o stonato. L'armonia dell'azione è stata completa, superba, grandiosa"
(ivi). L'editoriale si conclude con la descrizione del formidabile
"spirito di corpo" delle truppe italiane, chiara concessione al nuovo, pressante obiettivo che l'ideologia fascista si
propone, quello di militarizzare il popolo italiano, così da creare una "nazione guerriera": "I nostri volontari, uomini
di tutte le età e di tutte le regioni, in gran parte operai e contadini, quasi tutti ammogliati con figli, sono
una rappresentanza tipica del popolo italiano. Sembrano messi insieme a caso, come se si fossero arruolati i
passanti di una strada d'Italia, tanto il loro aspetto è eterogeneo, chi alto e chi basso, chi anziano e chi adolescente,
con l'elmo di traverso alla brava. Ma nessuna massa di uomini potrebbe essere più compatta [...]. Una sola
posizione, una sola volontà, un solo eroismo, li muovono tutti come un blocco. Sono un minuscolo frammento del
popolo fascista. Per il Duce avanti! Hanno l'orgoglio della loro razza e la devozione al loro ideale [...]. Il soldato
italiano è l'uomo dei miracoli. Ha la disciplina nel cuore"
(ivi).
Il tema dell'elogio incondizionato ai legionari italiani si ritrova, infine, negli articoli che celebrano il
ritorno dei reduci dalla Spagna, dopo la fine delle ostilità. In particolare, in un editoriale del giugno 1939, la
retorica nazional-fascista tocca il suo apice: "Il sacrificio dei Legionari ha avuto ragione di ogni ostacolo, il loro
impeto guerriero ha infranto ogni resistenza. La loro tenace audacia ha, a poco a poco, paralizzato il nemico
volgendolo poi in fuga" (Già sbaragliati in Spagna, i nemici della nuova Europa troveranno la stessa sorte su qualsiasi altro
fronte, cit.).
Conclusioni
Il primo aspetto che colpisce, in questa rassegna di giornali locali che si occuparono della guerra civile
spagnola, è la grande mole di articoli e di editoriali dedicati a questo avvenimento, in particolar modo da parte dei
giornali cattolici e di quelli delle federazioni fasciste, dove praticamente in ogni numero compariva almeno una
notizia, un commento, un approfondimento che si riferiva al conflitto spagnolo.
Il regime, per il quale l'esito della guerra assumeva un'importanza rilevante, specie in ottica
anticomunista, trovò un valido e instancabile alleato in quel nazional-cattolicesimo che proprio durante il fascismo
doveva raggiungere l'apice della sua influenza culturale. Non a caso, come si è visto nel corso di quest'analisi,
furono proprio i periodici cattolici i più agguerriti nei confronti della repubblica
spagnola e del governo del Fronte popolare.
Il tono utilizzato era particolarmente acceso, quasi da fondamentalisti religiosi e, a volte, al limite della
volgarità. Fu soprattutto "L'Eusebiano" a farsi interprete di un'esigenza, molto sentita dagli ambienti cattolici più
reazionari, di un'alleanza organica tra Chiesa e regime, allo scopo di stroncare "l'idra bolscevica" in Europa, proprio
come era avvenuto in Italia grazie all' "uomo della Provvidenza".
A suggello di questa intesa clerico-fascista, tutti i giornali confessionali erano concordi nel sottolineare
che non poteva esistere alcuna affinità tra cattolicesimo e comunismo, anzi, quest'ultimo era da considerare il
nemico numero uno per l'integrità della Chiesa. In particolare furono prese come simbolo di indecenza morale le
vicende delle donne spagnole che lottavano per salvare la Repubblica spagnola, sotto la spinta della "Pasionaria".
Non era quello il ruolo che l'estrema destra cattolica aveva in mente per la donna.
Altri bersagli della retorica integralista furono l'anglicanesimo, ritenuto un subdolo alleato del
comunismo in funzione anticattolica e antiromana, e il giudaismo, considerato il principale finanziatore del
bolscevismo spagnolo.
Vi è da notare, infine, la singolare concezione della guerra civile come mezzo di purificazione e di
rinascita nazionale.
Per quanto riguarda, invece, le testate delle federazioni fasciste, si è potuto verificare come esse dessero
una lettura più politico-ideologica del conflitto spagnolo, pur non disdegnando, di tanto in tanto, alcuni
commenti cari al nazional-cattolicesimo, come ad esempio la tesi della crisi spirituale vista come una delle principali
cause che avevano condotto la Spagna sul baratro della guerra civile, irripetibile occasione per una palingenesi.
Tra gli argomenti maggiormente trattati un posto di preminenza era occupato dall'ostinata polemica
contro le nazioni democratiche, colpevoli di assistere passivamente ai massacri compiuti dai "rossi", tema comune
a tutte le testate, ma che nei periodici fascisti assumeva un significato particolare, di scontro ideologico.
La democrazia, definita di volta in volta "plutocratica", "filobolscevica", "massonica" e "giudea", era ritenuta
essere prossima al collasso e impossibilitata a reggere il confronto con il totalitarismo fascista, l'ideologia
destinata a sconfiggere tutte le altre.
Sorprende, in considerazione della veemenza con cui i giornali fascisti si scagliavano contro il governo
del Fronte popolare, la scarsa attenzione dedicata alle profonde divisioni presenti nel campo dei combattenti per
la Repubblica, specie tra comunisti e anarchici.
Va, infine, reso atto a uno di questi periodici, "Il Popolo Biellese", di essere stato l'unico ad abbozzare
uno studio, in termini di analisi storica e non di mera propaganda, delle vicende politiche, sociali ed economiche
della Spagna dei primi trent'anni del secolo.
Per ciò che riguarda i giornali "indipendenti", si è già fatto rilevare la sorprendente penuria di articoli
dedicati alle vicende spagnole, particolarmente incomprensibile per un settimanale come il "Corriere Valsesiano",
che così facendo lasciava il monopolio dell'informazione in politica estera a un giornale confessionale come
la "Gazzetta della Valsesia".
Nei non numerosi articoli in cui il "Corriere" e "La Sesia" si occuparono degli avvenimenti spagnoli non
si riscontrano temi particolarmente originali, tranne forse la pubblicazione delle lettere dei legionari dirette ai
familiari, tutte ovviamente improntate all'esaltazione del duce e della sua "trionfale" condotta in politica estera.
Volendo tracciare delle considerazioni finali, la prima è la seguente: questa rassegna di giornali mette in
luce uno schema di argomenti inerenti la guerra civile quasi predefinito, fondamentalmente rispettato da tutte le
testate, le quali si differenziano tra di loro soprattutto per il
pathos e l'enfasi dei loro commenti.
La seconda considerazione è che l'anticomunismo viscerale da una parte e il nazional-cattolicesimo
dall'altra hanno irrimediabilmente condizionato ogni, seppur timido, tentativo di analisi oggettiva dei fatti.
Ci auguriamo infine che questa ricostruzione della guerra civile spagnola compiuta attraverso i giornali
locali dell'epoca possa aver contribuito a dimostrare ulteriormente come la stampa in parte veniva
strumentalizzata e in parte si rendeva complice del regime fascista.
(4 - fine)
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