Mauro Bruscagin

La guerra civile spagnola nei commenti dei giornali locali dell'epoca



I giornali locali, durante l'epoca fascista, svolgevano due principali funzioni: la prima, che potremmo definire didascalica, che si proponeva di informare i lettori su fatti non solo di portata locale ma anche su avvenimenti nazionali; la seconda, propagandistica, che voleva fornire una chiave di lettura dichiaratamente filogovernativa. È ovvio che la prima funzione finiva per essere completamente subordinata alla seconda.
L'analisi condotta sulle principali pubblicazioni periodiche del Vercellese, del Biellese e della Valsesia conferma questa regola fondamentale. I giornali presi in esame (periodo luglio 1936-luglio 1939) sono: "La Provincia di Vercelli", "La Sesia", "L'Eusebiano", "Il Biellese", "Il Popolo Biellese", il "Corriere Valsesiano", la "Gazzetta della Valsesia". In ognuno di essi è possibile discernere, accanto ad un corpo di argomenti comuni trattati da tutte le testate, certi temi sviluppati in modo originale o più specifico da ciascun periodico.
Così, a titolo di esempio, sui giornali cattolici, ed in particolare su "L'Eusebiano" e sulla "Gazzetta della Valsesia", viene dato grande risalto, soprattutto durante la prima fase della guerra di Spagna, alle notizie relative ad uccisioni e massacri di religiosi e alle persecuzioni ai danni dei cattolici in genere. In un certo senso la guerra viene sentita più come conflitto religioso tra cattolici e marxisti che come guerra civile tra due fazioni ideologicamente contrapposte e così, paradossalmente, i toni sono molto più aspri che non sui periodici delle federazioni dei fasci, dove prevale, come è ovvio, lo scontro ideale e l'esaltazione dell'Italia fascista e di quei paesi che l'hanno seguita sul terreno dell'autoritarismo (Germania in primis, ma anche Ungheria, Jugoslavia, Giappone e Brasile).
Temi comuni un po' a tutte le testate sono: gli attacchi portati agli stati democratici, costantemente definiti plutocratici e in declino e accusati di essere le stampelle al servizio del bolscevismo; le pesanti critiche al Trattato di Versailles, considerato la causa di tutti i mali dell'Europa, e alla Società delle nazioni, organo ritenuto incapace di recepire le esigenze di un mondo in rapido cambiamento; l'esaltazione dello spirito militare dei legionari italiani tra le fila dell'esercito nazionalista spagnolo.
Il materiale è molto numeroso, a testimonianza del fatto che le vicende spagnole erano molto seguite dal regime fascista.
La nostra analisi, che segue una logica tematica e non cronologica, è organizzata in tre parti, a seconda delle caratteristiche della testata: giornali cattolici, giornali "indipendenti" e giornali delle federazioni fasciste.

I giornali cattolici

Iniziamo quindi con l'esame dei settimanali e bisettimanali cattolici, probabilmente quelli che offrono gli spunti di discussione più interessanti. Essi sono: "Il Biellese" e "L'Eusebiano", organi ufficiali dell'Azione cattolica rispettivamente delle diocesi di Biella e di Vercelli; la "Gazzetta della Valsesia", settimanale valsesiano.

Il Biellese
"Il Biellese" ha come sua caratteristica principale quella di prediligere la cronaca dei fatti ai commenti e, di conseguenza, i toni sono in genere meno accesi che altrove. Particolari sono pure i commenti, in quanto si tratta quasi sempre di stralci di articoli di vari giornali, italiani e stranieri.
Il tema portato avanti con più ardore è naturalmente l'anticomunismo di natura religiosa, e spesso si parla del bolscevismo presentandolo come simbolo di barbarie e di accanimento antireligioso. Si succedono, specie nei primi mesi del conflitto, articoli che illustrano supplizi di religiosi, come in "La barbarie comunista in Spagna" del 7 agosto 1936, dove si cita un passo del "Corriere della Sera": "Dapprincipio si assassinò la gente senza alcun metodo; poi le guardie del fronte popolare penetrarono nelle abitazioni e chiunque avesse una medaglia o una immagine qualsiasi veniva senz'altro fucilato. Per ogni uccisione dimostrata fu pagato un premio. I saccheggiatori penetrarono anche nella cripta del Sacro Cuore ed in un convento aprirono le bare ed esposero gli scheletri per le strade".
Sempre nello stesso articolo i capi anarchici e bolscevichi vengono descritti come persone senza scrupoli e annientatori di ogni principio morale e a testimonianza di ciò sono citati i loro presunti discorsi: "Nelle attuali circostanze bisogna bandire ogni scrupolo per ciò che concerne i tesori artistici ed i valori di ordine morale. Ammazzate vostro padre, vostra madre, i vostri bambini. Saccheggiate tutto purché esca dal sangue che noi abbiamo versato la libertà e il trionfo della rivoluzione".
A corollario di questo tracollo morale, vengono additate come esempio di perdizione le donne schieratesi con il governo legittimo (definite "Furie d'Averno"), tra le quali spicca ovviamente la "Pasionaria", simbolo di "un'educazione che ha per base l'odio a Dio e alla religione" (Le donne dei bolscevichi spagnoli satanicamente furiose di lussuria e di sangue, 14 agosto 1936).
Dopo aver descritto a tinte così fosche il campo dei cosiddetti "rossi", lo si mette a confronto con il preteso forte senso di religiosità dei falangisti, "che vanno all'assalto d'Irún al grido di Viva Maria" (Solidarietà, 4 settembre 1936).
Viene citato ad esempio il comportamento di un gruppo di cattolici irlandesi pronti a partire per la Spagna come volontari per difendere la religione dagli attacchi portati dai "nuovi turchi" comunisti, e si auspica che questo sia solo il primo di una lunga serie di risvegli dei cattolici europei, che devono rendersi conto che in Spagna si sta combattendo una lotta tra la vita e la morte. Si lancia dunque un appello ad una nuova crociata a difesa della cristianità, tema molto caro a tutti i giornali cattolici, di fronte al quale anche la possibilità di una pace passa in secondo piano: "Ma l'aspirazione ben giusta della pace, del perdono o della restaurazione non può far dimenticare che ora l'opposizione è irriconciliabile tra la Spagna civile, cattolica, latina e la Spagna imbarbarita, russificata e apostata. [...] La difesa dei nazionali è veramente una difesa della stessa civiltà umana" (Difesa della civiltà umana, 5 aprile 1938).
Particolare rilievo è dato alle parole del papa di encomio per il clero spagnolo e i suoi martiri e di condanna per la barbarie degli assalitori, e soprattutto al suo ammonimento a fare attenzione all'insidia, estremamente pericolosa, della proposta di collaborazione lanciata dagli "araldi dei sovversivi" sulla base della distinzione tra ideologia e pratica "destinata unicamente a ingannare e disarmare l'Europa e il mondo a tutto favore dell'opera di odio, di sovversivismo, di distruzione che li minacciano" (Lo sfrenamento tumultuario di forze selvagge denunziato dall'altissima parola del S. Padre, 15 settembre 1936).
Il tema dell'assoluta inconciliabilità tra comunismo e cattolicesimo è utilizzato in funzione, potremmo dire pedagogica, nei confronti di quei cattolici, specie francesi, di tendenza democratica che "dipingono il fascismo come un avversario inconciliabile delle dottrine della Chiesa e contrario allo spirito evangelico, e che, per combatterlo, non si peritano di allearsi ai partiti di sinistra" (...un certo cattolicesimo ondeggiante..., 8 ottobre 1937).
Per sgomberare il campo da ogni equivoco "Il Biellese" ricorda quale è stata la posizione assunta dalla Chiesa durante la guerra d'Etiopia, citando l'Azione cattolica italiana, la quale "non mancò di esprimere il suo giudizio sulla legittimità del conflitto e diede la sua piena adesione all'atteggiamento del governo fascista" e la rivista "Civiltà Cattolica", che "pubblicò un lungo e diffuso studio [...] comprovante la legittimità e la necessità per l'Italia, dell'espansione coloniale, alla stregua delle dottrine della Chiesa e dei suoi più autorevoli scrittori" (ivi).
Questo avvertimento pare destinato soprattutto a chi, come l'arcivescovo di Westminster, che proprio in quanto autorità ecclesiale, non può permettersi gesti incauti verso il governo "rosso" di Madrid, che diano luogo a dubbi su quello che è l'atteggiamento ufficiale della Chiesa. La stessa libertà di coscienza di manifestare le loro preferenze all'una o all'altra parte, invocata da un illustre professore universitario cattolico spagnolo nel corso di un intervista ad un giornale cattolico francese, "La Croix", è duramente contestata da "Il Biellese", che riprende in forma integrale un articolo del quotidiano del Vaticano (I cattolici e la guerra di Spagna, 20 gennaio 1939).
Del resto questa posizione della Chiesa non è nuova: già nel 1936 il giornale cattolico biellese dà notizia della netta presa di posizione favorevole espressa da "L'Osservatore Romano" circa il patto anticomintern firmato da Germania e Giappone, rammaricandosi anzi che l'esempio di come vada combattuto il comunismo venga da due nazioni non cattoliche, delle quali una addirittura pagana: "L'accordo germanico-giapponese firmato a Berlino il 25 novembre per la difesa contro il pericolo comunista è un indubbio passo innanzi di quel risveglio della coscienza universale verso il pericolo che la sovrasta" (Disgregamento e ricostruzione, 4 dicembre 1936).
Il rammarico del papa a proposito dell'atteggiamento delle nazioni cattoliche non riguarda ovviamente l'Italia, "che, come disse Mussolini a Milano, fin dalle prime battaglie innalzò la bandiera antibolscevica. Anzi, l'Italia ha fatto di più; ha tentato un esperimento, il quale viene ora a legittimare vieppiù la difesa antibolscevica anche nel campo internazionale" (ivi).
Per l'Italia fascista la Chiesa riserva dunque solo un coro di elogi, sia per la sua primogenitura nel fronte anticomunista, sia per la posizione internazionale assunta nei confronti dei "nazionali" di Franco, sia infine per la ragione che il fascismo, sul piano sociale, rappresenta l'unica alternativa concreta in chiave anticomunista: "I disagi inevitabili della situazione internazionale possono formare tramite e pretesto per sobillare le masse facendo loro credere che il bolscevismo creerebbe il migliore dei mondi. Per opporsi a queste insinuazioni, tanto più pericolose, quanto più devono essere sotterranee, viene provvida la politica sociale del Governo Fascista che viene incontro alle classi più disagiate dei lavoratori con dei miglioramenti salariali che adeguino la loro potenza di acquisto con la nuova situazione dei prezzi" (La minaccia all'Europa, 15 settembre 1936).
Il fascismo viene inoltre celebrato come sinonimo di ordine, a confronto dell'estrema situazione di disordine che si è venuta a creare nei due paesi governati dai fronti popolari, la Francia paralizzata dagli scioperi e la Spagna incendiata dalla guerra civile (Confronti irrefutabili, 14 agosto 1936).
La Spagna è costantemente presa come termine di paragone, prima in senso negativo, quando viene accostata alla Francia frontista: "Lo stesso fondo di errori materialistici, la stessa educazione all'odio e alla lotta di classe, la detestazione stessa, spinta al parossismo, della religione, della morale cristiana, dei suoi seguaci tutti [...] si è andata inoculando da decenni, come lento veleno, nelle masse dei popoli" (L'Internazionale delle barbarie, 22 settembre 1936); poi, con il progressivo affermarsi di Franco, il paragone diventa positivo, in quanto la Spagna, proprio come l'Italia, è stata capace di una rivoluzione per la rinascita spirituale della nazione.
A conferma di questa affinità tra l'Italia fascista e quella che inizia ad essere chiamata la Spagna "nazionale", "Il Biellese" dedica ampio spazio alla descrizione dei tratti fondamentali di quest'ultima: corporativismo, instaurazione della dittatura con conseguente scioglimento di tutti i partiti ad eccezione della Falange, creazione di un rapporto organico tra il partito e le varie organizzazioni, siano esse operaie, scolastiche o sportive. La nazione è posta al di sopra di tutti gli interessi particolari, siano essi individuali o di classe. È condannata ogni forma di separatismo nel nome dell'unità del Paese. È auspicato un rafforzamento delle strutture militari. Vengono enunciati i principi cardine dello stato totalitario. Si stabiliscono i rapporti tra il nuovo Stato e la chiesa cattolica (Nazionalsindacalismo spagnolo, 15 febbraio 1938).
Anche la legislazione sul lavoro è simile a quella italiana: il "Fucro del trabajo", o Carta del lavoro, stabilisce innanzitutto che esso "per essere essenzialmente personale ed umano, non può ridursi al concetto materiale di merce"; afferma che lo Stato renderà obbligatorio il riposo settimanale; stabilisce norme in materia di compenso salariale minimo; la proprietà privata è riconosciuta e protetta dallo Stato come diritto naturale, quantunque essa sia subordinata all'interesse supremo della nazione; la famiglia viene riconosciuta come "cellula primaria e naturale e base della società".
L'esaltazione dei regimi totalitari va di pari passo con la critica e la demonizzazione dei regimi democratici. Prendendo spunto da un discorso tenuto dal presidente americano Roosevelt, dove si auspica "un ritorno all'ovile democratico da parte di tutti quegli stati che ne sono usciti", "Il Biellese" parla in modo esplicito di "vana illusione polemica", dal momento che "il mondo si allontana dalle democrazie appunto perché esse non sanno realizzare quei principi di pace, di giustizia e di comprensiva soluzione dei conflitti che essi figurano di rivendicare" (I motivi di consolazione delle grandi democrazie, 7 gennaio 1938).
"Il Biellese" sfiora soltanto quello che sarà invece uno degli spunti polemici di altre testate, tra cui "L'Eusebiano": il concetto secondo il quale la democrazia sarebbe l'anticamera dell'insediamento bolscevico in Europa occidentale. Il giornale biellese non critica apertamente la democrazia, ma pone il liberalismo, tratto caratteristico di essa, sullo stesso piano di anarchia, massoneria, radicalismo e naturalmente bolscevismo, teorie tutte condannate in quanto considerate "moderne eresie che, in nome delle libertà, conducono alla licenza e trascinano alla tirannide" (Nel segno della Croce, 7 aprile 1939).
Parallelamente alla critica alla democrazia come sistema politico, viene portata avanti la questione del "non intervento", tema abbondantemente trattato da tutti i giornali. Lo spunto è offerto dalla posizione assunta da Gran Bretagna e Francia in seno alla Società delle nazioni, allo scoppio della ribellione falangista. In questa fase "Il Biellese" pubblica stralci di giornali inglesi, come il "Daily Mayl" e l' "Evening News" che chiedono al governo britannico di non restare indifferente di fronte ai massacri di religiosi che stanno avvenendo in Spagna: "Non può trattarsi di una semplice battaglia politica quella in cui le Chiese e conventi sono, una dopo l'altro bruciati e saccheggiate, e le suore assassinate a centinaia" (La barbarie comunista in Spagna, 7 agosto 1936).
Alla sostanziale indecisione inglese fanno da contraltare, pur in modo opposto, le posizioni di Francia e Italia: la prima, accusata di continuare a fornire armi e uomini al governo frontista, si fa paladina del "non intervento" da parte delle potenze europee nelle vicende spagnole; l'Italia condiziona la sua adesione alla proposta francese al fatto che la Russia si impegni anch'essa solennemente a rispettare il "non intervento" e che con questo principio "si intenda non solo di armi, ma anche di denaro e di solidarietà morale e impegni non soltanto i governi ma anche i singoli cittadini" (Dalla Spagna all'Europa, 18 agosto 1936). Anche su questo argomento "Il Biellese" si limita a fornire informazioni, più che a commentarle, come si può verificare dalla notizia del bombardamento della nave italiana "Barletta" nella baia di Ibiza, nel maggio 1937 (La pace europea messa a dura prova dalle brigantesche imprese dell'aviazione russa spagnuola, 1 giugno 1937).
"Il Biellese", come del resto tutti gli altri giornali dell'epoca, appare assolutamente incapace di mettere in rilievo le incoerenze della politica estera fascista, come ad esempio a proposito della questione del ritiro dei volontari, all'inizio ritenuta condizione ineludibile per l'avallo del piano francese di "non intervento" e successivamente, con il mutare dei rapporti di forza, giudicata problema secondario o addirittura pretestuoso e sollevato ad arte dagli stati democratici.
È poi ovvio che il fallimento del comitato di non intervento, normale conseguenza di questo atteggiamento, venga attribuito esclusivamente alla responsabilità di Gran Bretagna, Francia e Unione Sovietica, quest'ultima accusata di voler scatenare la rivoluzione in tutto il mondo, come testimoniano gli enormi sforzi compiuti in campo militare e la guerra stessa in atto in Spagna (L' "esercito della rivoluzione", 8 marzo 1938).
La polemica verso le nazioni democratiche prende di mira anche i giornali inglesi e francesi, che vengono presentati come tendenziosi e prevenuti nei confronti dell'Italia. Il "New Chronicle" e l' "Echo de Paris" sono accusati di lanciare gli allarmi più sensazionali: ammasso di truppe in Libia con fini bellicosi nei confronti della Tunisia e del Sudan egiziano; presenza di oltre duecento aeroplani italiani a Maiorca e di oltre duecentomila volontari in territorio spagnolo, a fronte degli appena quattromila russi, oltre a presunte occupazioni di isole, insieme ai soldati tedeschi (Luci ed ombre, 26 ottobre 1937).
Un altro argomento comune a tutti i periodici dell'epoca è quello dell'esaltazione per il valore dei soldati italiani. "Il Biellese" opera una scelta interessante per trattare questo tema, pubblicando stralci di lettere di legionari che ben illustrano quanto la propaganda del regime funzioni sui soldati italiani. Eccone un esempio: "Combattendo all'ombra della nostra bandiera noi non difendiamo solo la libertà di Spagna [...] ma difendiamo la nostra fede Cristiana e fascista, i nostri campanili, i nostri templi, le nostre famiglie, le nostre opere, le nostre figlie, i nostri sentimenti umani e religiosi; difendiamo tutto ciò che ci è stato dato dalla Luce, per allontanare, per ricacciare nell'inferno tutto ciò che ci verrebbe dato dalle tenebre" (Lo spirito dei nostri legionari, 25 giugno 1937).
L'ultimo soggetto trattato, anche se non in modo approfondito come su altri giornali, è l'antisemitismo. Esso traspare dall'articolo che spiega i motivi dell'accanimento dei bolscevichi nei confronti della religione cattolica, considerata "il maggior ostacolo alla bolscevizzazione del mondo". "Il Biellese" spiega infatti che "il bolscevismo conta tra i suoi capi tanti ebrei che, all'odio di classe aggiungono un implacabile rancore verso il cristianesimo in generale e il cattolicesimo in particolare", l'unica forza che "può chiamare i popoli occidentali alla riscossa attorno all'ideale della loro comune salvezza" (Solidarietà, 4 settembre 1936).

L'Eusebiano
I toni si fanno decisamente più accesi sul settimanale della diocesi vercellese. Principale e fondamentale differenza con "Il Biellese" è l'impostazione: la cronaca è ridotta al minimo essenziale, e la sua unica funzione è quella di offrire spunti polemici per gli articoli e gli editoriali di don Cesare Martinetti.
Nell'analisi del contenuto spicca il tema dell'anticomunismo, sia come quantità di articoli che se ne occupano, sia perché questo argomento viene trattato in modo esaustivo, non portando avanti la polemica solo in chiave religiosa, ma muovendo anche accuse di tipo squisitamente politico.
Già all'indomani dell'inizio della ribellione fascista, "L'Eusebiano" inizia la sua battaglia anticomunista elencando con dovizia di particolari ogni sorta di atrocità commessa dai "governativi filo bolscevichi" contro i rappresentanti della Chiesa (Orrori di sangue nella Spagna rossa, 23 luglio 1936).
C'è molta retorica negli articoli di don Martinetti: "La Spagna di S. Domenico, di Teresa d'Avila e di Ignazio di Loyola è diventata un orribile campo sperimentale del comunismo: unica politica quella del pugnale, dell'agguato, dell'assassinio" (ivi).
Il settimanale diocesano vercellese lancia un allarme: "Il massacro fratricida e sacrilego che dilaga laggiù è un fatto ben più allarmante della tragedia di Sarajevo... La piovra comunista ha irradiato da Mosca i suoi tentacoli, insinuandoli alle basi delle nazioni: oggi si sazia di sangue spagnolo, domani cercherà nuovi pascoli alla sua voracità criminale" (Intorno al vulcano Spagnuolo, 13 agosto 1936).
Il bolscevismo, definito "antropofago e peggiore di Erode nella strage degli innocenti" e ritenuto l'unico responsabile della guerra, si è reso colpevole anche di un crimine ben più grave, l'annientamento di ogni principio morale. La Spagna, terra di grandi tradizioni di santità, paga "le ultime conseguenze di un'educazione che ha per base l'odio a Dio e alla religione" (La satanica lotta contro la Chiesa Cattolica in Spagna, 20 agosto 1936).
Gli editoriali di don Martinetti sono delle condanne senza appello al comunismo, che considera le vite umane alla stregua di materiale bellico (Spagna: primo rogo dell'incendio europeo, 27 agosto 1936).
Particolare attenzione viene dedicata alla donna, con un confronto tra due modelli: quello della donna comunista e quello della donna ligia ai dettami della Chiesa. La prima è descritta come una vera e propria "baccante di morte", capace di una malvagità ben più grande di quella di un uomo, perché "la donna è sempre più grande dell'uomo nel bene e nel male, [...] specie quando smarrisce coi sentimenti nobili e puri la fede che la redime, il pudore che la salva, la grazia che la fa rispettata e la bontà che la fa degna di essere madre" (Le baccanti della morte, 21 gennaio 1937).
Il fatto poi che la donna comunista prenda quotidianamente parte alla battaglia e che addirittura tra i miliziani repubblicani siano stati costituiti dei battaglioni femminili è "l'insulto ad ogni sentimento di dolcezza" e la dimostrazione di come "la propaganda comunista sia riuscita a far cadere centinaia e centinaia di ragazze e di giovani donne in un mostruoso abisso" (Dove la donna è trascinata dalla mostruosa barbarie comunista, 4 marzo 1937).
L'ultima stoccata contro il modello di donna comunista è diretta alla Pasionaria, assurta a simbolo della perdizione che regna nella Spagna "rossa": "Con la sua parola affascinatrice e travolgente [...] riuscì la malvagia donna a tarlare, rovinare la moralità della donna spagnola" (Due donne, due programmi: eroismo commovente-brutalità sanguinaria, 1 aprile 1937).
Dopo il simbolo della malvagità, ecco proposta la quintessenza della bontà, la donna cristiana, "dolce strumento di bene e di carità nel vasto campo degli odi umani" (ivi). Ma affinché le donne possano portare a buon fine quella che don Martinetti chiama "la divina missione", è necessario "forgiare il loro spirito al culto di Dio [...] ed educare il loro cuore nella purezza. [...] Mascolinizzare la donna, invece, portarla troppo fuori dall'ambiente familiare assecondando il suo spirito naturalmente portato alla vanità e all'esibizionismo, [...] vuol dire aprire la via alle audacie turbolenti ed agli eccessi di cui si fa banditrice la tristemente celebre Pasionaria di Spagna" (ivi).
Sempre in chiave anticomunista viene presentato, con un'enfasi che non ha uguali, il tema del martirio dei religiosi: "Voi siete 'frumento di Cristo': foste macinati dagli artigli delle belve", (Spagna: primo rogo dell'incendio europeo, cit.).
Vengono anche resi noti molti degli stratagemmi con cui il clero spagnolo riesce a mettersi in salvo e addirittura a celebrare i suoi sacramenti. Così vi è la notizia di una suora la quale, per salvarsi, ha indossato la divisa da soldato bolscevico ed è perfino riuscita a liberare un sacerdote imprigionato e condannato a morte (ivi). In un altro articolo si legge che i pochi sacerdoti superstiti, ormai costretti a nascondersi vestendo abiti civili, si aggirano per le città chiedendo l'elemosina. Quando qualcuno apre loro la porta, immediatamente incominciano ad ascoltare le confessioni e a distribuire la comunione (Sono tornati i giorni delle catacombe nella Spagna rossa, 17 marzo 1938).
Il concetto chiave che "L'Eusebiano" vuole trasmettere è molto chiaro: quella che si sta combattendo in Spagna non è una semplice guerra civile tra due fazioni di ideologie opposte; è una guerra condotta dal comunismo internazionale contro la civiltà cristiana e cattolica in particolare. Del resto, le parole di Pio XI sono un'inequivocabile condanna del sovversivismo, contro cui si erge, come "l'unico e vero baluardo", la religione cattolica, e intendono mettere in guardia dall'insidia "con la quale gli araldi delle forze sovversive cercano di fare luogo a qualche possibilità di avvicinamento e di collaborazione da parte cattolica, distinguendo tra ideologia e pratica, tra idee e azioni, tra ordine economico e ordine morale" (L'accorata parola del Papa a un folto gruppo di pellegrini spagnoli, 17 settembre 1936).
"L'Eusebiano" si fa dunque interprete delle parole del papa e condanna senza mezzi termini qualsiasi ipotesi di collaborazione con il comunismo: "Esso non si combatte e non si vince con le scartoffie polemizzanti: lo si stritola con la sublime testimonianza del sangue" ("Tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma", 2 settembre 1937). Quando, in Francia, i giornali comunisti si sforzano di dimostrare le possibilità di intese con i cattolici, il giornale della curia vercellese utilizza come risposta un articolo di un prestigioso teologo francese, padre Morklen, il quale afferma: "Ogni collaborazione di cattolici con i comunisti, anche solo parziale, o limitata, o sporadica [...], in vista di scopi precisi di solidarietà, beneficenza, moralità, è ordinariamente dannosa, rimane sempre del tutto superficiale, illusoria, non conducente ad alcun risultato veramente morale e veramente umano" (I cattolici e il comunismo, 20 gennaio 1938).
Anche quando, durante gli ultimi mesi della guerra, il governo repubblicano spagnolo sembra cambiare rotta riguardo alla politica religiosa, gli editoriali di don Martinetti non mutano tono: "La Spagna rossa, degna di Nerone, vuol far credere che la religione cristiana è rispettata, che il culto cattolico è liberamente esercitato, che le... punizioni furono inflitte ai sacerdoti politicanti, che i 'veri sacerdoti' possono svolgere il loro ministero, senza noie e senza coercizioni. [...] In realtà i rossi hanno paura del sangue dei martiri e sentono la vergogna di essere accusati dal mondo come i più efferati assassini della storia moderna" (Son tornati i giorni delle catacombe nella Spagna rossa, cit.).
A questo punto "L'Eusebiano" sposta l'obiettivo della polemica anticomunista verso due nuovi bersagli: innanzitutto vengono richiamati all'ordine quei cattolici che, come il professore cattolico spagnolo Alfredo Mendizabal, continuano ad affermare la completa libertà per i cattolici di accordare le loro simpatie all'una o all'altra parte, incuranti delle parole del papa e delle notizie che appaiono su molti giornali internazionali. Questa discussione, come si è visto, è stata sollevata anche da "Il Biellese", ma ora i toni si fanno decisamente più aspri. Si definisce diabolico il fatto che "al mondo vi sia ancora chi si ostina a equivocare e a porre sullo stesso piano la equilibrata clemenza di Franco e l'insuperabile viltà delle tigri rosse" (Civiltà e barbarie, 16 febbraio 1939).
Il secondo bersaglio è invece rappresentato dalla chiesa anglicana. Lo spunto, in questo caso, è offerto dalla posizione assunta riguardo alle vicende spagnole dall'arcivescovo di Canterbury, il quale nega l'esistenza di una lotta tra cristianesimo e ateismo. Questo atteggiamento, definito "pietoso", stride profondamente con quello della Chiesa di Roma, che "strenua ed invitta combattente di tutte le battaglie per la Fede, è oggi in prima linea in tutto il mondo" (La città di Dio e la città di Babilonia, 5 novembre 1936). Il contrasto è forte: da una parte si manifesta una sostanziale indifferenza verso la sorte dei cattolici spagnoli, dall'altra li si chiama "volontari del Martirio". In un successivo articolo si arriva a un punto tale nel giudicare la presunta malafede anglicana che si afferma: "I pastori protestanti arrivarono persino a vedere (orribile a dirsi) la... mano di Dio nella distruzione delle Chiese Spagnole. [...] Il deserto spagnolo: che fertile campo di penetrazione, per la Chiesa d'Inghilterra! e che colpo mortale per il Vescovo di Roma!" (Trenta mila Preti Spagnoli furono fucilati per... impopolarità!!, 11 marzo 1937).
Ma certamente l'attacco più violento nei confronti dell'anglicanesimo è contenuto in un articolo del febbraio 1937, in cui il settimanale cattolico dà notizia di un fantomatico "patto satanico" che si sarebbe stipulato nel 1935 a Riga, in Lettonia, alla presenza di un rappresentante del governo sovietico, due vescovi anglicani, il metropolita ortodosso e un delegato ebreo. Con questo patto "l'Anglicanesimo [...] prometteva il suo appoggio ai Sovieti e questi accettavano di patrocinare la fusione delle Chiese Ortodosse con l'Anglicana, affinché tale blocco costituisse fino alle chiese più lontane un fronte unico contro Roma" (Roma e anti-Roma, 11 febbraio 1937). Questo patto tenuto a battesimo dalle supreme autorità massoniche, trova in Spagna la sua prima applicazione. Si chiede "L'Eusebiano": "Ma in questa associazione a delinquere, che ci sta a fare una 'chiesa cristiana'? Uno pseudo vescovo, con tanto di croce pettorale, che cosa si può ripromettere dal pugno chiuso di un 'Senza Dio'? Che comunanza di ideali può esistere tra una Fede e l'Ateismo?" (ivi). La chiusura dell'articolo è violentissima: "E l'Anglicanesimo [...] si trova oggi accomunato con la feccia dell'umanità" (ivi). Il motivo? "L'odio contro Roma: ecco la ragione che giustifica la mostruosa alleanza! Ecco la forza motrice della Chiesa Anglicana" (ivi).
Nella sua analisi delle vicende della guerra di Spagna, "L'Eusebiano" avanza una tesi quanto meno singolare, se non addirittura azzardata: la guerra è infatti vista come occasione di purificazione spirituale e di rinascita nazionale. Questa teoria, che si avvicina di più alla corrente di pensiero futurista che al Vangelo, si delinea chiaramente nel continuo richiamo al glorioso passato, contraddistinto da forti tradizioni militari e cristiane, quando "Spagna voleva dire valore, cavalleria, eroismo e santità" (Rinascita nel sangue, 20 agosto 1936), un tempo sentito tremendamente lontano da un presente tragico e dominato "da genio della distruzione", un paese divenuto "la Nazione della Morte" (ivi).
La convinzione che la guerra possa avere un'azione purificatrice è così forte che, di fronte alla proposta di armistizio lanciata da Negrin, capo del governo repubblicano spagnolo, il giudizio del periodico diocesano è lapidario: "Negrin, il Randagio, si è dato all'accattonaggio. Bussa a tutte le porte di Londra e di Parigi, non per domandare pane, ma per offrire a prezzo conveniente... il suo paese (La Spagna rossa... all'asta, 25 novembre 1937). La proposta del governo di Madrid prevede un cessate il fuoco intimato dalle potenze europee alle forze contendenti e la stipulazione di un armistizio, durante il quale si dovrebbe tenere una consultazione popolare per scegliere tra comunismo e falangismo. Ed è proprio su questo ultimo punto che "L'Eusebiano" concentra le sue violente critiche: "Così l'eroico martirio della Spagna dovrebbe andare a finire nelle... urne elettorali!!" (ivi).
È certo sorprendente, e forse paradossale, il confronto tra la Chiesa di allora e la Chiesa dei nostri anni in materia di pacifismo. Il giornale della curia vercellese prende decisamente posizione contro "la pace ad ogni costo", e questo atteggiamento diventa sempre più evidente col passare del tempo, quando le sorti della guerra pendono a favore dei franchisti. Nel febbraio 1939, nei giorni immediatamente successivi alla caduta di Barcellona, un editoriale spiega a chiare lettere che "nella nuova Spagna il comunismo - anche se diluito nell'acqua democratica - non avrà diritto di cittadinanza né ora né mai; troppo grande è stata la lezione" (Dopo il terremoto spagnolo avverrà l'assestamento d'Europa?, 23 febbraio 1939). Di perdono cristiano, manco a dirlo, neanche un accenno, anzi, ci si chiede perché mai "il Caudillo dovrebbe concedere un'amnistia che salvi i responsabili del macello spagnolo? Perché dovrebbe ammettere come cittadini della nuova Spagna i sanguinari e le vittime, e i falangisti e i comunisti, i vandali della Patria e i suoi eroici ricostruttori?" (ivi).
Quella di Franco è salutata come "vittoria della vecchia Spagna cavalleresca e cattolica" che ha costretto alla fuga i miliziani bolscevichi. E nel totale spregio che don Martinetti riserva ai miliziani repubblicani, questa fuga è presentata come l'ultima infamia commessa dai capi comunisti, i quali hanno abbandonato i propri soldati per cercare un comodo riparo in Francia: "I responsabili dell'eccidio selvaggio se ne vanno volgendosi indietro a gridare 'Combattete!!'. I vandali della loro patria fuggono portandosi con sé la ricchezza nazionale e lasciandosi alle terga la fame e la morte" (I combattenti della fuga, 9 febbraio 1939).
L'anticomunismo de "L'Eusebiano" procede di pari passo con l'esaltazione dell'Italia "fascista e cattolica", assurta da subito a termine di paragone: "L'Italia - anche in quest'ora vergognosa per la civiltà europea - ha agito con una lealtà che va segnalata al mondo. Ha fatto quanto era in suo potere, per non macchiarsi di sangue spagnuolo. Ha inviato le sue navi per salvare le vittime, non i suoi cannoni per uccidere donne e bambini, sacerdoti e suore" (Rinascita nel sangue, cit.).
Lodi dal giornale cattolico vengono portate anche alla determinazione del regime fascista quando afferma con fermezza che "uno stato comunista, nel Mediterraneo, non esisterà mai" (Il comunismo stia a casa sua! Nel Mediterraneo navigherebbe in cattive acque, 26 novembre 1936).
Non si perde poi occasione per ricordare che, se è vero che l'Italia ha inviato i suoi volontari in Spagna a combattere al fianco dei falangisti, lo ha fatto solo dopo "aver tentato tutto per isolare la lotta fin dalle origini: fu indiscutibilmente la prima a reclamare la proibizione preventiva dei 'volontari'; fu invece l'ultima a permettere la partecipazione legionaria, quando in Spagna era ben chiaro che si combatteva una guerra franco-sovietica, per l'avvento del Comunismo nel Mediterraneo" (La navigazione di Londra si orienta verso la pace?, 22 luglio 1937). La presenza militare italiana in Spagna, insomma, a parere de "L'Eusebiano", si distinguerebbe qualitativamente dagli altri contingenti stranieri presenti. Per adempiere a quella che il settimanale della curia ritiene essere una sorta di "missione congenita" del fascismo, ovvero la lotta contro il bolscevismo internazionale, l'Italia non si è tirata indietro ma anzi, si afferma, ha inviato i suoi uomini migliori. Il disprezzo profondo de "L'Eusebiano" nei confronti degli avversari è ben messo in evidenza anche dal linguaggio al limite del volgare che utilizza. Essi vengono apostrofati come "spurghi di bassifondi provenienti da tutte le cloache massoniche, da tutte le cellule comuniste, dalle masse sovietizzate, dalle roccaforti democratiche, dalle sinagoghe atee" ("Tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma", cit.). In realtà, da un successivo articolo, appare quantomeno ridimensionato il presunto spirito disinteressato con cui l'Italia è corsa in soccorso "alla cara sorella latina", al solo scopo di salvarla dal comunismo. Da questo editoriale di don Martinetti emerge infatti che "l'Italia Mussoliniana non sostenne la lotta sanguinosa solo per ragioni ideologiche [...]. Il nostro intervento era dettato da motivazioni squisitamente politiche. Noi avevamo estremo bisogno di una Spagna forte e svincolata da ogni tradizionale passataggio, che proclamasse ben alto la sovranità delle sue coste e del suo territorio, che si mettesse in grado di difendere la sua frontiera, che potesse dire la sua parola sul suo mare" (Le giornate Spagnole del conte Ciano, 20 luglio 1939).
Con il procedere della guerra e con il consolidarsi della posizione dei legionari franchisti, iniziano i confronti in positivo tra l'Italia fascista e la nuova Spagna nazionale. Si parla di "solidarietà di due popoli latini, asceso l'uno ai fasti imperiali, proteso l'altro alla conquista del suo domani" (La Pace Latina si deve concludere... in Spagna, 25 maggio 1938). Sono gli articoli in cui la retorica è straripante: "Il passato del mondo rivive 'sui colli fatali di Roma' e sugli altipiani di Castiglia. Marciano affiancati i Legionari di Augusto e i cavalieri del Cid e muovono incontro alla Camicia Nera e al Falangista, portando il lauro della Vittoria. [...] Per Cristo e per Cesare due popoli gagliardi hanno combattuto e combattono contro i negatori di Cesare e di Cristo" (ivi). In un altro articolo si parla di "vittoria latina di due nazioni latine; trionfo mediterraneo di due popoli mediterranei; epopea cristiana di due terre cristiane" (La voce di Barcellona nel mondo, 2 febbraio 1939). L'amore per la retorica autocelebrativa tocca il suo apice in un editoriale del luglio 1938, in cui don Martinetti ricorda la forza e il coraggio dimostrato dall'Italia fascista durante la campagna etiopica, quando, "nel giudizio delle alte banche della massoneria comunista eravamo noi i perturbatori d'Europa, i vandali stile ottocento affamati di terre e avidi di dominio, i pigmei che volevano diventar giganti, [...] gli instauratori delle tirannie totalitarie e [...] i fanatici dello sterminio" e per questo "noi fummo soli contro cinquantadue; un solo povero contro cinquantadue ricchi" (Meglio la pace... alla dinamite che la riconciliazione europea, 14 luglio 1938). Con lo scoppio della guerra in Spagna la situazione è la stessa, anzi, "fu proprio per impedire il... contagio fascista che si volle istituire un posto mediterraneo di disinfezione moscovita, [...] per affogare l'Italia" (ivi).
Accanto alle lodi al regime fascista, per quello che potremmo definire l'anticomunismo di impronta politica, non possono mancare gli altissimi elogi ai legionari italiani, un tema costante nei giornali di allora, come si è visto su "Il Biellese". Ecco allora articoli in cui si legge: "La titanica spallata, che ha aperto ai nazionali il varco al mare, ha visto scorrere a rivi il sangue italiano [...]. Fiore della nostra gioventù, impegnati a salvare la civiltà cristiana e romana in terra latina, hanno offerto al mondo il supremo sacrificio della vita" (Chi vince, pagando col proprio sangue, 28 aprile 1938). E a chi domanda quali guadagni pensa di trarre l'Italia da un sacrificio così cruento dei suoi soldati si replica affermando che "l'Italia non ragiona con raziocinio mercantile [...]. L'Italia Imperiale ha risposto: Il sangue de' miei figli io non lo vendo per un piatto di lenticchie. La vita degli italiani non si offre per contratto" (ivi). E ancora: "Il Legionario romano ha sentito dire che in terra latina si voleva aprire un cratere di vulcano, che seppellisse sotto una lava di barbarie la Civiltà di Cristo e di Cesare [...]. Nessuno gli disse: 'Guadagnerai'. Nessuno osò contrattare il suo intervento" (È più facile vincere una guerra che conquistare la pace, 2 giugno 1938).
I caduti italiani vengono quasi santificati o paragonati ai più valorosi combattenti della storia. Così il commento in occasione della sconfitta sul fronte di Guadalajara: "Caddero, allora, i nostri fratelli, come erano caduti i trecento di Leonida; sprizzarono di sangue quel campo, che forse sarà proclamato il più sacro di tutta la guerra" ("Tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma", cit.).
Il tema dell'anticomunismo di carattere politico viene ulteriormente sviluppato. Il carattere fortemente ideologico della guerra, sorprendentemente messo in secondo piano al termine della stessa, come si è visto, durante il conflitto è il tema principalmente sviluppato. Quella combattuta in Spagna non è semplicemente una guerra tra fascismo e comunismo, ma una vera e propria battaglia universale: "Da una parte i frutti maturati della Rivoluzione Francese hanno distillato il 'virus' comunista; dall'altra parte, la reazione autoritaria sta inquadrando i popoli sotto l'egida di una legge inscalfibile. In un campo 'il popolo sovrano' delle Democrazie, sta per diventare 'l'individuo sovrano' dell'Anarchia. In campo opposto il popolo si coalizza in unità nazionali e subordina le libertà dei singoli alla libertà collettiva" (Ideologie e interessi, 18 agosto 1938).
In maniera ancora più esplicita don Martinetti si esprime in un passo successivo: "La vera guerra è quella ideologica, quella che si voleva evitare e che invece dilaga e travolge tutte le concezioni intermedie di stato e nazione" (ivi). La vis polemica del prelato vercellese si scatena dunque anche contro le democrazie che, a suo avviso, non hanno più ragion d'essere, in quanto il mondo si va delineando come nettamente diviso in due, tra comunismo e fascismo. Le forme di governo intermedie verranno spazzate via dalla storia, proprio come è avvenuto in Italia. Anzi, l'abbattimento del regime democratico è l'unico modo per le nazioni povere per acquistare la loro indipendenza. Così, se l'Italia "avesse continuato a vivacchiare come nell'anteguerra, a che cosa si sarebbe ridotta la sua indipendenza? Noi mangiavamo il pane degli altri, armavamo il nostro esercito col ferro degli altri, alimentavamo le ferrovie e le navi col carbone degli altri" (ivi). Fu dunque per un'esigenza di indipendenza nazionale, "per assicurarsi il pane proprio" che nacquero gli stati autoritari, ideologicamente improntati al fascismo.
All'inizio, per la verità, lo scontro con le democrazie verte non tanto sul piano ideologico, quanto piuttosto su quello politico, in particolare sulla posizione che gli stati europei devono mantenere nei confronti delle due parti in causa. "L'Eusebiano", che fa da eco alla posizione ufficiale del governo fascista, contesta l'atteggiamento passivo e "falsamente neutrale" tenuto dalle principali democrazie europee, ovvero Francia e Inghilterra. Quest'ultima intende il principio del "non intervento" in un modo giudicato equivoco: "La Gran Bretagna accetta il principio del 'non intervento' governativo. Ma ai suoi mercanti di cannoni nulla può negare, perché un eventuale divieto dell'esportazioni di armi urterebbe contro precise disposizioni di legge" (Intorno al vulcano Spagnuolo, cit.).
Stesso discorso per la Russia: "Anche la Russia è disposta ad essere neutrale! Niente armi, niente munizioni, niente soccorsi alla Spagna! Questo per il governo, s'intende. Gli operai, poi, sono liberi di regalare ai compagni spagnoli una percentuale della loro giornata lavorativa" (ivi).
Stessa critica è mossa anche alla Francia.
Il giornale cattolico, per illustrare la posizione dell'Italia, cita le parole dello stesso ministro degli Esteri Ciano: "Il non intervento deve essere generale e totalitario; cioè di tutte le nazioni, e di tutte le forze pubbliche e private, di ogni nazione" (ivi).
Prendendo spunto da questa passività mostrata principalmente dai paesi democratici, "L'Eusebiano" inizia la sua requisitoria. L'Europa è accusata di vendere "a prezzo di strozzinaggio gli strumenti di morte". E si commenta: "È più comodo speculare sul sangue altrui che difendere la dignità umana" (Rinascita nel sangue, cit.).
È il preludio al durissimo attacco scoccato all'indirizzo della Società delle nazioni. Si chiede infatti l'organo dell'Azione cattolica vercellese: "Dov'è quella linguacciuta Lega Ginevrina, che ieri si strappava le vesti, scandalizzata, davanti alla nostra impresa etiopica? Com'è che oggi, davanti agli inermi trucidati, i Cinquantadue non sanno ponzare un articolo o partorire una tregua? Ieri, proteste e sanzioni, a favore del 'povero Negus': oggi, cinico mutismo davanti alla strage degli innocenti [...] Ieri si inviavano armi in difesa della 'civiltà nera': oggi si solidarizza con la 'civiltà comunista'" (Spagna: primo rogo dell'incendio europeo, cit.). Nel novembre 1936 si registra un nuovo attacco alla Società delle nazioni, sempre prendendo come base di confronto il diverso atteggiamento tenuto in occasione della guerra in Africa orientale e l'attualità spagnola: "Ieri era delitto liberare un popolo dalla schiavitù, oggi è redenzione condannare un popolo al comunismo [...]. Cancellare dalla carta del mondo l'Impero Etiopico era barbarie. Sopprimere la Spagna è civiltà. Così ha ragionato il mostro trifronte ebraico-moscovita-ginevrino" (Il comunismo stia a casa sua!, cit.). Quest'ultimo commento mostra in modo inequivocabile quanto fosse diffuso l'antisemitismo, già parecchio tempo prima dell'entrata in vigore delle famigerate leggi razziali, anche in ambienti cattolici.
L'argomento del "non intervento" è al centro di vibranti discussioni internazionali, come già visto su "Il Biellese", specie da quando si è costituito il comitato apposito, formato da Francia, Inghilterra, Germania e Italia. Secondo "L'Eusebiano" il comportamento delle potenze democratiche può essere ben riassunto da questo slogan: "Intervento? Sì, ma non dirlo! Non intervento? Sì, ma non farlo!" (Che cosa vuol dire "intervenire" o "non intervenire" in Spagna?, 7 gennaio 1937). In questo modo è ovvio, a parere del settimanale vercellese, che il comitato non funzioni, ma venga anzi utilizzato come "nefanda copertura" di tutti quei traffici di armi, denaro e uomini che, secondo la tesi ufficiale del governo fascista, le nazioni democratiche e i sovietici fanno pervenire quotidianamente in Spagna: "Gli angeli del 'non intervento' continuano a portare, nella Spagna rossa, innocui giocattoli d'acciaio, provenienti dal Mar Nero e da Odessa, da Bruxelles e da Praga, dal Messico e dagli Stati Uniti. Un emporio da Natale e da Befana! Allora il generale Franco, che si trovò a dover combattere contro mezzo mondo, lanciò un grido di allarme ed un appello. Era più che naturale che l'uno e l'altro non rimanessero inascoltati. Si concretava così il non intervento universale nelle cose di Spagna" (ivi).
Date queste premesse è naturale che alla prima situazione critica il comitato affondi. Essa si verifica quando la nave italiana "Barletta" viene affondata nella baia di Maiorca. Questo avvenimento offre il pretesto al governo di Mussolini per affermare che "l'Italia penserà, da sola, a difendere l'incolumità delle sue navi e l'onore della sua bandiera", pienamente supportata in ciò dalla Germania nazista. Questo segna di fatto la fine del comitato, in quanto Francia e Gran Bretagna, come è ovvio, non possono accettare che una nazione, chiamata a sedare un conflitto, decida di farsi giustizia da sé, rischiando per questo di innescare pericolose micce di tensione. Ma tale tesi è ritenuta inaccettabile dall'organo della curia vercellese, che scaglia parole di fuoco contro la Società delle nazioni, le democrazie europee e il governo sovietico: "La situazione europea ha raggiunto l'acme del pericolo: l'impostura societaria, il veleno democratico, la delinquenza moscovita hanno tentato di asfissiare il mondo, ma oggi hanno tremato di fronte alla eventualità mostruosa di una guerra europea: hanno tremato di paura" (Controllare... sì! Essere controllati a suon di bombe... no!, 3 giugno 1937).
E in un crescendo di accuse, ben al di là dei toni anche accesi che dovrebbero contraddistinguere una discussione animata ma civile, "L'Eusebiano" si rivolge ai suoi avversari quasi con un tono da scomunica: "È giunta l'ora in cui le maschere debbono crollare: o con Mosca o contro Mosca. Chi non si vergogna di camminare affiancato alla feccia umana, non cammina sul piano della civiltà europea, tanto meno sul piano dell'Italia Imperiale" (ivi).
La polemica con il comitato di non intervento è portata avanti per tutto il mese di luglio del 1937. Si scrive che Italia e Germania si sarebbero accontentate, dopo i bombardamenti di cui erano state fatte oggetto alcune loro navi, anche soltanto di una dimostrazione pacifica, purché collettiva, da parte del comitato contro il porto di Valencia. Di fronte alla controproposta franco-britannica di istituire una commissione di inchiesta, "L'Eusebiano" così commenta: "Continuava la commedia dei giorni tafariani e le nazioni credevano di assolvere ad un compito di giustizia esigendo, prima di condannare, che... il ladro confessasse di aver rubato, l'assassino di aver ammazzato, l'aggressore di aver aggredito!! Se questa confessione non fosse venuta (e sperarlo era imperdonabile idiozia) il torto sarebbe rimasto alla vittima, mentre il delinquente sarebbe stato assolto... per mancanza di prove" (Di fronte all'Europa in eruzione non bisogna allarmarsi né illudersi, 1 luglio 1937).
Contemporaneamente, a fronte di una Società delle nazioni ormai incapace di gestire le crisi internazionali, il periodico cattolico si crogiola nell'illusoria certezza che ormai l'asse Roma-Berlino sia quello attorno cui girano "le ruote della diligenza europea". Questa convinzione verrebbe confermata, nell'analisi della situazione politica internazionale condotta dal settimanale diocesano, dal comportamento assunto dalle cosiddette "Piccole potenze" europee, le quali, "non più a rimorchio delle due grandi democrazie, quando dovevano condannare le controproposte italo-tedesche, sentirono l'istintivo bisogno di ritirarsi indietro per non subire le scottature del rogo spagnolo" (L'Europa incomincia a sentire le scottature dell'incendio spagnolo, 15 luglio 1937). "L'Eusebiano" si felicita di questo manifestato nuovo buon senso europeo, cosicché "non siamo più 'il nemico numero uno' per cinquantadue Nazioni, come ai tempi oscuri dell'assedio economico" (ivi).
Un'altra critica molto ricorrente è quella di non voler o di non saper decidere una strategia di intervento in grado di spegnere l'incendio spagnolo: "Da un anno la diplomazia europea sta... guadagnando tempo, per isolare l'incendio spagnolo. Di questo passo la penisola insanguinata diventerà un cratere spento per mancanza di quella materia combustibile che si chiama... uomo" (La navigazione di Londra si orienta verso la pace?, cit.).
Quali sono i nodi della questione da sciogliere? "L'Eusebiano" ne individua due: la necessità di concedere anche a Franco il diritto di belligeranza e il contestuale ritiro dei volontari stranieri. La soluzione al primo problema è fortemente ostacolata da Mosca e Parigi, mentre per il secondo sono le stesse parti in conflitto a rifiutare l'accordo. L'organo diocesano pone infatti sullo stesso piano le Brigate internazionali e il "Tercio" di Franco con la Legione straniera e si domanda: "Ammetterebbe la Francia che altre potenze le imponessero, in tempo di conflitto, lo scioglimento di questo gruppo brillantissimo? O non risponderebbe, come hanno risposto i Nazionali e i Rossi di Spagna: 'I Legionari dipendono esclusivamente da me, fino alla scadenza del contratto, cioè fino... alla fine della guerra?' " (ivi).
Contemporaneamente all'attacco contro la Società delle nazioni, "L'Eusebiano" indirizza i suoi strali in modo specifico contro Gran Bretagna e Francia.
Della prima viene criticata soprattutto la mentalità mercantilista, che la conduce a pianificare la propria politica estera in funzione esclusivamente dei propri interessi economici e commerciali. A parere del periodico cattolico non sono motivi umanitari ma bieche speculazioni quelle che hanno spinto gli inglesi ad intervenire a difesa del popolo basco: "Mentre la formidabile 'cintura di ferro' sta liquefacendosi, intorno a Bilbao, sotto la fiamma ossidrica dei nazionali, l'Inghilterra è tutta un pianto, i pulpiti anglicani tuonano come l'Olimpo, per l'orrendo eccidio che i rombanti ippogrifi di Alemagna avrebbero compiuto su Guernica e Amorebieta: gemme della basca libertà [...]. In quest'atmosfera di umanitarismo, fra il pianto accorato dell'anglicanesimo, ti salta fuori una notizietta di cronaca, che dice come qualmente la Biscaglia è una ferriera... inglese e che Londra ha firmato un trattatello commerciale per lo sfruttamento perpetuo dei giacimenti minerari di quella regione. Ah, che calore di sincerità in quelle lagrime umanitarie dei quaccheri britannici, per quel... prezioso metallo basco, che - in mani di Franco - non potrebbe salpare così facilmente verso gli arsenali del Regno Unito!" (Lagrime di ferro in Biscaglia, 27 maggio 1937).
Altra grave colpa di cui si sarebbe macchiata l'Inghilterra a giudizio dell'organo della curia, è quella di aver contribuito in maniera determinante all'unità in funzione antifascista e secessionista, tra cattolici e comunisti: "Vennero dall'Inghilterra i padroni delle miniere biscagline che, in nome del cristianesimo anglicano, cercarono di pacificare le timorate coscienze e di convincerle ad entrare decisamente in quella che doveva essere per i baschi, una vera lotta pro aris et focis" (Bilbao, la città del ferro inglese, 24 giugno 1937).
Quando la guerra si sta avviando alla conclusione, il tono delle polemiche sale ulteriormente, e la nuova accusa rivolta a Inghilterra e Francia, ritenute le vere sconfitte, è quella di voler vincere almeno la pace, dopo aver perso la guerra. Naturalmente l'unico mezzo per vincere la pace è il denaro: "La Spagna, dopo tanto sterminio, è povera; mentre le sue... amiche della ventitreesima ora sono straricche. Come potrà Franco rifiutare i capitali anglo-francesi? E si profila l'offerta, disinteressata anche questa, che tende a sfamare il popolo spagnolo. L'oro di Londra e di Parigi, che non ha saputo vincere la guerra, potrà vincere la pace" (...Si può ancora vincere la pace!, 16 febbraio 1939). Segue poi un commento che ha tutta l'aria di essere un monito che il giornale cattolico vercellese rivolge a Franco: "Con una Spagna fascista egli continuerà a sentirsi padrone, con una Spagna democratizzante egli sarebbe certamente esposto alle reazioni degli sconfitti d'oggi. Una Spagna autoritaria è intangibile, una Spagna democratica può ridiventare un campo di sanguinosi esperimenti. Con Mussolini e Hitler potrà dettar legge ed essere arbitra dei propri destini, con Londra e Parigi dovrà spalancare le porte alle infiltrazioni sovversive, manovrate dalle due Capitali democratiche" (ivi).
La critica più sprezzante è però rivolta alla Francia, i cui rapporti con l'Italia si sono progressivamente deteriorati, a causa, naturalmente, dell'atteggiamento francese, che "continua a scavare un solco, che si avvia a diventare abisso, tra due popoli che avevano tutte le possibilità e tutti i vantaggi di intendersi" (Cose di Spagna o di Catalogna o di... altrove, 20 maggio 1937).
Più volte, in numerosi editoriali, don Martinetti ricorda quali sono i veri motivi che hanno spinto la Francia a sostenere in maniera così intensa il governo frontista di Madrid: prima di tutto la paura di venire circondata, su tre frontiere, da stati a regime autoritario; in seconda battuta, conseguenza diretta della prima ragione, la non più praticabile idea di avere un comodo corridoio terrestre sul quale poter far transitare le proprie truppe di colore dall'Africa al territorio metropolitano, in caso di guerra.
Dopo queste considerazioni pratiche circa la politica estera francese, riecco comparire articoli infarciti di retorica, tutti a lodare la grandezza della Francia del passato: "C'era una volta una terza sorella latina, fiera dei suoi guerrieri e splendente de' suoi santi: la Francia della Vergine di Lourdes e di Napoleone, di Giovanna d'Arco e del Re Sole" (La Pace Latina si deve concludere... in Spagna, cit.). Sconfortante è il confronto con il presente: "Ma la nobile Gallia [...] ha sepolto le glorie di Reims e i fasti del Louvre, per fregiarsi dello stemma dell'Orso russo" (ivi).
Questa sorta di peccato mortale dell'alleanza della Francia con la Russia bolscevica viene costantemente ripreso da "L'Eusebiano", specie durante gli ultimi mesi del conflitto. "Quelli che sposarono la causa moscovita e vollero creare un bolscevismo mediterraneo sono i veri vinti di questa guerra, costata migliaia di vittime spagnole e italiane, falciate dal ferro gallico; roghi di chiese e stragi di religiosi costituirono il piatto del giorno alla vorace [...] umanità parigina" (Intorno alla Madonna del Monserrato, 26 gennaio 1939).
E ancora: "La Francia è la grande sconfitta. La Nazione latina, che ha venduto la sua latinità per il piatto di lenticchie fornitole da Mosca, appare oggi malata di nevrastenia" (La voce di Barcellona nel mondo, 2 febbraio 1939).
Molto comune è anche il paragone tra la lealtà italiana, fin dai primi momenti alleata fedele a Franco e la "suicida" politica estera francese, disperatamente impegnata a recuperare il tempo perduto e a cercare di salvare il salvabile: "A Parigi, puntualmente in ritardo, si incomincia a riflettere, se non ancora a ragionare. È necessario trattare con l'Italia: ecco la verità che si fa strada, lentamente ma inesorabilmente" (ivi). La conclusione dell'editoriale è un secco invito rivolto alla Francia a prendere atto che ormai la vecchia Europa, nata dal Trattato di Versailles, non esiste più: "Se Versaglia non c'è più, perché subissata dagli eventi, è urgente compilare una nuova Magna Charta d'Europa che consideri gli antichi diritti rimasti inevasi e i fatti nuovi che attendono di essere giuridicamente riconosciuti" (ivi).
Sempre a proposito della retorica antifrancese, vale la pena citare un breve passo di un dialogo immaginario tra il nuovo padrone della Spagna e Marianna, personificazione della Francia repubblicana: " 'Tu sai meglio di me, o grande Caudillo, che... la guerra è la guerra e che il bottino è di chi se l'è preso. I morti, poi, non risuscitano più. Ma io voglio essere generosa con te: ti regalerò l'oro dei tuoi nemici, ti consegnerò i prigionieri, ti donerò i tesori d'arte della Spagna rossa e poi ti darò denaro a palate, perché tu, povero in canna, possa ricostruire una Spagna fatta un po' a mia immagine e somiglianza. Accetti?'
Replicò il Generalissimo: 'Parliamoci chiaro, Mariannina del mio cuore! il denaro degli spagnoli me lo devi restituire perché è spagnolo; le opere d'arte me le devi restituire perché sono una refurtiva; i prigionieri me li devi restituire perché sono miei sudditi. Quando avrai fatto ciò, potrò parlarti di questioni più importanti e dirti prima di tutto che io non accetto l'elemosina di chi mi è stato nemico' " (Incomincia a funzionare "la terza frontiera", 2 marzo 1939).
Un'accusa molto ricorrente diretta sia contro la Francia che contro la Gran Bretagna è quella di una condotta opportunista senza pudori: "Le due Democrazie europee corrono disperatamente in cerca di amici: ieri si precipitavano a Burgos per salutare in Franco 'il Salvatore della Spagna', oggi salutano il Pontefice 'del Fronte Popolare'. In questi tentativi franco-inglesi, l'impudenza è solo pari alla comicità. I complici dell'eccidio spagnolo, che tendono la mano al Caudillo! Gli atei-massoni-comunisti, che celebrano l'avvento del Papa!!" (Aspirazioni che camminano..., 9 marzo 1939).
Infine, quando nel marzo 1939 cade Madrid, "L'Eusebiano" celebra con la vittoria definitiva di Franco il contemporaneo trionfo dei paesi autoritari e del loro modello di regime politico sul comunismo e sui paesi democratici, accusati, una volta di più, di essere stati complici del tentativo di bolscevizzazione della Spagna: "La Spagna cessa di essere il campo sperimentale del comunismo russo e delle plutodemocrazie europee: diventa una Nazione. [...] Dal punto di vista internazionale la vittoria completa del generale Franco significa un notevole successo delle forze dell'ordine e di ricostruzione europea rappresentato dalle Nazioni autoritarie che si sono proposte di creare una nuova Europa sulle rovine di quella basata sui trattati di pace e sulla dottrina liberale e democratica" (La capitolazione di Madrid. La guerra di Spagna è terminata col trionfo completo delle forze nazionali, 30 marzo 1939).
(1 - continua)