Mauro Bruscagin

Eurocomunismo: il sogno di coniugare democrazia con socialismo*



Cos'è l'Eurocomunismo


Definire l'Eurocomunismo non è semplice. È forse più facile spiegare la sua potenzialità che non la sua realtà. Esso ha rappresentato la grande novità e la grande speranza di cambiamento in senso democratico della società europea degli anni settanta. Il suo proposito era quello di creare una sorta di "terza via" tra il capitalismo liberale occidentale e il socialismo sovietico, i due massimi sistemi sociali entrambi in profonda crisi durante quegli anni, il primo a causa di una grave recessione economica, il secondo perché oppressivo delle fondamentali libertà umane. L'incapacità, tuttavia, di dare un seguito concreto a questo grande progetto non solo politico, ma anche sociale, economico e culturale, unita a diverse altre ragioni, ne ha però determinato il fallimento. I partiti che hanno dato vita a questa nuova stagione del comunismo sono principalmente il Partito comunista italiano (Pci), il Partito comunista spagnolo (Pce) e il Partito comunista francese (Pcf), ma il fenomeno ha interessato anche altri partiti comunisti come quello britannico, quello belga e quello greco dell'interno, tutti partiti di piccole dimensioni, il cui contributo originale all'Eurocomunismo è stato molto circoscritto.
Interessante osservare che il termine "Eurocomunismo" è stato coniato per la prima volta non da un leader comunista ma da un giornalista jugoslavo, Frane Barbieri, in un quotidiano le cui posizioni ideologiche e politiche erano opposte a quelle di un partito comunista, "Il Giornale Nuovo" di Indro Montanelli.
Nell'intendimento di Barbieri il termine "Eurocomunismo" è stato preferito a "neo-comunismo" perché ritenuto definito dal punto di vista geografico e indefinito da quello ideologico, mentre il secondo appare concetto ideologicamente troppo impegnativo. Secondo Barbieri il carattere fondamentale di questo nuovo tipo di comunismo è proprio la sua fluidità, mentre la componente ideologica, pur presente, non va esagerata1.
Sulla paternità di questo neologismo è sorta perfino una piccola disputa, essendovi alcuni più propensi ad attribuire l'origine del termine ad Arrigo Levi, anch'egli giornalista di matrice liberale, che lo avrebbe preferito a "neo-comunismo", termine che presupporrebbe un salto di qualità ancora da verificare, a parere di Levi2.
È da notare che questo nuovo modo di intendere il comunismo descrive, in questa prima fase, l'evoluzione politica solamente del Pce e del Pci, in quanto per il partito francese si dovrà attendere fino al novembre 1975, quando improvvisamente il suo leader Georges Marchais orienterà il partito da posizioni ortodosse e filosovietiche verso gli smarcamenti politici e ideologici del Pci e del Pce.
Molte sono le novità che l'Eurocomunismo propone nell'ambito del panorama comunista internazionale. Esse concernono tre diversi piani di analisi: internazionale, nazionale e ideologico.
Sul piano internazionale si propone una nuova concezione dei rapporti tra Pcus e partiti-fratelli, definitivamente depurato dai retaggi cominternisti e stalinisti. Non si riconosce più un centro internazionale del comunismo, né un partito o uno Stato sono più considerati un modello da seguire. I partiti eurocomunisti perseguono un obiettivo di più marcata autonomia da Mosca e dal comunismo di marca sovietica. Non vale più l'identità "antisovietismo = anticomunismo". Anzi, sempre più spesso i partiti eurocomunisti prendono una posizione critica nei confronti dell'Urss per i suoi gravi limiti nella democrazia, per il trattamento dei dissidenti, per le inquietanti mancanze nell'ambito dei diritti umani, o per il suo apparato burocratico sclerotizzato che paralizza ogni autentico processo di trasformazione sociale nel mondo, in particolare nei paesi capitalisti occidentali3.
Inoltre, il Pci in modo particolare concepisce l'Eurocomunismo anche come tentativo di superamento dell'antica divisione delle forze operaie risalente alla creazione della III Internazionale, auspicando un internazionalismo non solo proletario, ma che concerne una pluralità di forze democratiche, anche non comuniste4. In questo senso molti politologi e giornalisti hanno visto l'Eurocomunismo come una transizione, uno smarcamento reale dal comunismo sovietico, ma non ancora divenuto socialdemocrazia5.
Sul piano nazionale i tre partiti eurocomunisti elaborano analisi convergenti sulla crisi che ha colpito le società capitaliste avanzate dell'Europa occidentale a partire dallo shock petrolifero. La crisi è definita globale, perché non riguarda solo l'economia ma tutti gli aspetti della società, comprese la politica e la morale. Secondo i tre partiti la crisi è quindi strutturale e per uscirne occorre imboccare la via del socialismo. Ma la costruzione di questo nuovo tipo di società sarà del tutto originale, non si seguiranno modelli di paesi che hanno già realizzato il socialismo, men che meno il modello sovietico.
Sul piano ideologico, infine, le novità non sono di poco conto. Libertà e democrazia non sono più considerate vuote formule borghesi ma valori universali "indissolubili dal socialismo". La democrazia, in particolare, diviene democrazia tout court, priva di connotazioni di classe; l'adesione ad essa non è più concessione tattica, come in Lenin, ma un valore fondamentale.
Con l'accettazione del principio che ogni minoranza può divenire maggioranza e viceversa, secondo il voto sovrano dei cittadini, si ha la sostanziale rinuncia alla rivoluzione come mezzo per acquisire il potere6. Inoltre il dogma della dittatura del proletariato viene abbandonato anche dal Pcf durante il suo XXII Congresso, mentre il Pci e il Pce hanno compiuto questa svolta già da tempo.
Per quanto concerne l'organizzazione interna, infine, i tre partiti eurocomunisti, sollecitati sia dai propri militanti che dall'ambiente esterno, pur restando strutturati secondo il principio del centralismo democratico di tradizione leninista, si aprono a riforme in senso più democratico, anche se in maniera molto differente tra loro. In particolare i cambiamenti del Pcf saranno molto timidi.
Ma l'Eurocomunismo non potrebbe neppure essere concepito se, accanto a questi importanti cambiamenti sul piano interno dei tre partiti, non fossero presenti alcune particolari condizioni economiche, sociali e, soprattutto, politiche nel contesto internazionale, più specificamente: la cultura europea e il suo sviluppo economico; la distensione nei rapporti Usa-Urss; lo sviluppo negli ultimi anni della Cee; la crisi generale del leninismo e l'appannamento dell'immagine dell'Urss e del suo modello di socialismo; le difficoltà e la crisi, in politica estera, dell'altra superpotenza, ancora molto scossa dalla sconfitta nel Vietnam; infine la già citata crisi economica che attanaglia l'Europa occidentale dal 1973.
L'origine non comunista del termine ha creato non pochi imbarazzi ai leader dei tre partiti, con l'eccezione del segretario del Pce, Santiago Carrillo, autentica avanguardia di questo movimento.
In effetti è trascorso quasi un anno dall'articolo di Barbieri quando Enrico Berlinguer, primo tra i segretari dei partiti eurocomunisti, pronuncia, virgolettandolo, il neologismo, in occasione della manifestazione comune tra il Pcf e il Pci a La Villette, nei pressi di Parigi, il 3 giugno 1976. Il segretario del Pci accenna soltanto al grande interesse di molti circoli della stampa internazionale "borghese" attorno a questo "Eurocomunismo", definendolo genericamente come termine che si riferisce a certe posizioni convergenti di alcuni partiti comunisti7.
Qualche ragguaglio maggiore Berlinguer lo fornisce in occasione della Conferenza paneuropea dei partiti comunisti, tenutasi a Berlino Est il 29-30 giugno 1976: "È assai significativo che alcuni altri partiti comunisti e operai dell'Europa occidentale siano pervenuti, attraverso una loro autonoma ricerca, a elaborazioni analoghe circa la via da seguire per giungere al socialismo e circa i caratteri della società socialista da costruire nei loro paesi. Queste convergenze e questi tratti comuni si sono espressi recentemente nelle dichiarazioni che abbiamo concordato con i compagni del Pce, del Pcf, del Pc di Gran Bretagna. È a queste elaborazioni e ricerche di tipo nuovo che taluni danno il nome di 'Eurocomunismo' "8.
In una precedente occasione, altrettanto importante, il XXV Congresso del Pcus a Mosca, il 27 febbraio 1976, Berlinguer, senza utilizzare la parola, ne definisce comunque quelli che il Pci considera i principi fondamentali, ovvero che i rapporti tra partiti comunisti devono essere improntati allo spirito di amicizia e di solidarietà, con un aperto e franco confronto delle diverse esperienze e posizioni, ovvero riconoscimento e rispetto della piena indipendenza di ogni partito comunista, e che la costruzione di una società socialista deve essere "il momento più alto dello sviluppo di tutte le conquiste democratiche e deve garantire il rispetto di tutte le libertà individuali e collettive, delle libertà religiose e della libertà della cultura, delle arti e delle scienze"9.
Il leader del Pce, Carrillo, pronuncia per la prima volta il termine Eurocomunismo, lui pure virgolettandolo, in occasione della Conferenza di Berlino. Anch'egli proclama che il principio dell'internazionalismo va profondamente modificato: "Per lunghi anni Mosca fu la nostra Roma e la grande rivoluzione socialista di Ottobre il nostro Natale. Era il periodo della nostra infanzia. Oggi siamo diventati adulti [...] la nostra vocazione è di essere una forza che esce dalle catacombe, e che aspira ad arrivare al governo là dove non c'è ancora riuscita [...]. Ma è indiscutibile che oggi i comunisti non fanno capo ad alcun centro dirigente, non ubbidiscono ad una disciplina internazionale. Noi non accetteremo un ritorno alle strutture e alle concezioni dell'internazionalismo secondo le formule del passato"10.
Anche per Carrillo l'Eurocomunismo sottintende a una nuova concezione della democrazia: "Recentemente, in ambienti lontani dai nostri, si è parlato di 'Eurocomunismo'. Il termine non è esatto. Non esiste un Eurocomunismo. Ciò nonostante è evidente che i partiti comunisti dei paesi capitalistici sviluppati, devono affrontare una problematica particolare, devono affrontare esigenze specifiche allo sviluppo della lotta di classe nel nostro ambiente. Questo ci conduce verso vie e forme di socialismo che non saranno uguali a quelli di altri paesi [...]. L'egemonia delle forze del lavoro e della cultura non sarà utilizzata attraverso forme dittatoriali, ma nel rispetto del pluralismo politico e ideologico, senza partito unico, e con un riferimento costante al risultato del suffragio universale"11.
Carrillo, infine, sarà anche autore di un libro intitolato "Eurocomunismo y estado", pubblicato nell'aprile del '77, opera che sarà al centro di forti critiche, specie da parte sovietica.
Infine il Pcf, che si mostra il più prudente nell'adozione del nuovo termine. Il partito francese infatti è l'ultimo ad entrare nel nuovo movimento, anche se è quello che lo fa nel modo più clamoroso ed enfatico, abbandonando improvvisamente e in modo spettacolare il principio della dittatura del proletariato, e accogliendo quindi una nuova concezione di democrazia, in occasione del suo XXII Congresso, nel febbraio 1976.
Alla Conferenza di Berlino il segretario Marchais, senza mai pronunciare il termine Eurocomunismo, ne afferma i principi: "Noi seguiamo una via originale, indipendente, di lotta per il socialismo. Più in generale, il nostro partito definisce la sua politica, i suoi obiettivi e i suoi metodi d'azione nella più completa indipendenza [...]. Al tempo stesso il nostro partito tenta di avere rapporti di amicizia, fraternità e cooperazione con tutte le forze democratiche e popolari che lottano contro l'imperialismo"12.
La Dichiarazione delle libertà, pubblicata il 15 maggio 1975, è il documento che indica che anche una nuova concezione della libertà è stata fatta propria dal Pcf13.
Due sono le ragioni della maggiore reticenza del Pcf ad accettare il neologismo.
In primo luogo ragioni politiche: un partito che ha basato la sua strategia politica sulla volontà di costruire una via nazionale originale al socialismo, non può ora contribuire a fondare un nuovo centro sovranazionale del comunismo.
La seconda è una ragione di convenienza: il timore molto forte che l'Eurocomunismo sia l'inizio di una nuova eresia14.
Tuttavia, questa reticenza a volte anche eccessiva non impedisce una progressiva definizione dell'essenza della proposta eurocomunista. I principi fondamentali vengono fissati nei vertici bilaterali tra i partiti. Il primo di questi incontri è del luglio '75, a Livorno, tra il Pci e il Pce, all'epoca ancora fuorilegge. Nella dichiarazione congiunta si afferma che "i comunisti italiani e spagnoli dichiarano solennemente che, nella loro concezione di un'avanzata democratica al socialismo, nella pace e nella libertà, si esprime non un atteggiamento tattico, ma un convincimento strategico, il quale nasce dalla riflessione sull'insieme delle esperienze del movimento operaio e sulle condizioni storiche specifiche dei rispettivi Paesi, nella situazione europeo-occidentale [...]. La prospettiva di una società socialista nasce oggi dalla realtà delle cose e ha come premessa la convinzione che il socialismo si può affermare, nei nostri paesi, solo attraverso lo sviluppo e l'attuazione piena della democrazia. Ciò ha come base l'affermazione del valore delle libertà personali e collettive e della loro garanzia, dei principi della laicità dello Stato, della sua articolazione democratica, della pluralità dei partiti in una libera dialettica, dell'autonomia del sindacato, delle libertà religiose, della libertà di espressione, della cultura, dell'arte e delle scienze"15.
Il secondo vertice è quello tra il Pci e il Pcf, del novembre 1975. È indicativo che entrambe le dichiarazioni siano state fatte in Italia, come a suggellare il ruolo primario del Pci in questa intesa tra i principali partiti comunisti occidentali. Nella dichiarazione comune si afferma: "I due partiti conducono la propria azione in condizioni concrete differenti, e per questo fatto ciascuno di essi realizza una politica che risponde ai bisogni e alle caratteristiche del proprio Paese. Al tempo stesso, lottando in paesi capitalistici sviluppati, essi constatano che i problemi essenziali che stanno loro di fronte presentano caratteristiche comuni e richiedono soluzioni analoghe [...] il socialismo costituirà una fase superiore della democrazia e della libertà; la democrazia realizzata nel modo più completo. In questo spirito, tutte le libertà, frutto sia delle grandi rivoluzioni democratico-borghesi, sia delle grandi lotte popolari di questo secolo, che hanno avuto alla loro testa la classe operaia, dovranno essere garantite e sviluppate [...]. I comunisti francesi ed italiani si pronunciano per la pluralità dei partiti politici, per il diritto all'esistenza e all'attività dei partiti di opposizione, per la libera formazione e la possibilità dell'alternarsi democratico delle maggioranze e delle minoranze, per la laicità e il funzionamento democratico dello Stato, per la libera attività e l'autonomia dei sindacati"16.
Suggello definitivo alle convergenze tra i tre partiti è stato il vertice di Madrid del 2-3 marzo '77, considerato il primo, ma anche l'unico, vertice dell'Eurocomunismo. In realtà questo summit più che l'apogeo dell'Eurocomunismo ne rappresenta l'inizio della parabola discendente. I segretari dei tre partiti (in particolare Marchais e Berlinguer) sono infatti più preoccupati di affermare che il vero scopo del vertice è portare solidarietà al Pce, ancora formalmente non legalizzato, piuttosto che dare consistenza a questa ipotesi di nuovo centro del mondo comunista. Anzi, un'eccessiva prudenza, soprattutto nei giudizi sul comunismo sovietico, segna indubbi e sensibili arretramenti rispetto alle precedenti acquisizioni di autonomia: "I tre paesi conoscono attualmente una crisi che è insieme economica, politica, sociale e morale [...]. La crisi del sistema capitalistico richiede con ancor maggiore forza che si sviluppi la democrazia e si avanzi verso il socialismo. I comunisti spagnoli, francesi e italiani intendono operare per la costruzione di una nuova società nel pluralismo delle forze politiche e sociali e nel rispetto, la garanzia e lo sviluppo di tutte le libertà individuali e collettive [...]. I tre partiti intendono sviluppare anche in avvenire la solidarietà internazionalistica e l'amicizia sulla base della indipendenza di ogni partito, dell'uguaglianza dei diritti, della non ingerenza, del rispetto della libera scelta di vie e soluzioni originali per la costruzione di società socialiste corrispondenti alle condizioni di ogni Paese"17.

Differenze storiche e sociologiche nei partiti eurocomunisti

L'influenza del Comintern, ovvero la III Internazionale, e dello stalinismo si è fatta sentire, anche se in misura differente, su tutti e tre i partiti, tanto da averne determinato a lungo la linea politica. Il collegamento con Mosca è stato anche accentuato dalle particolari vicende politiche nazionali, come il fascismo in Italia o la dittatura di Franco in Spagna a conclusione della guerra civile, situazioni che hanno obbligato alla clandestinità i partiti comunisti e condotto a Mosca molti dei loro leader. In questo modo i quadri dirigenti del Pci e del Pce si sono formati quasi interamente all'ombra del Cremlino.
Per quanto concerne il Pcf, esso si è sempre distinto come il più fedele interprete della politica estera sovietica in Occidente, tanto da venirne considerato, con un paragone con la chiesa francese, "il figlio prediletto". Paradossalmente, infatti, l'impronta stalinista è rimasta più impressa nel partito francese, che ha conservato a lungo lo stile e la rigida impostazione di partito tipica del periodo cominternista, accumulando così un notevole ritardo rispetto alla evoluzione di partiti come lo spagnolo e, soprattutto, l'italiano.
Sicuramente una grossa parte di responsabilità per questa forte matrice stalinista è da attribuirsi a Maurice Thorez, leader del partito per oltre trent'anni, fino al '64, molto amato dai militanti ma incapace di elaborare un progetto originale per la costruzione del socialismo in una società occidentale come la Francia, e soprattutto colpevole di aver accolto di buon grado ogni ordine di Stalin. Solo con il suo successore, Waldek-Rochet, il Pcf ha intrapreso la via per uscire da quel ghetto in cui esso stesso si era cacciato, prendendo due decisioni storiche come il sostegno alla candidatura di François Mitterand alle presidenziali del '65 e la "riprovazione" manifestata in seguito all'intervento sovietico a Praga nel '68, la prima volta nella storia del Pcf in cui il partito ha condannato un atto politico dell'Urss18.
Il Pce, pur costretto alla clandestinità dopo la sconfitta nella guerra civile del '36, ha saputo sviluppare nel corso degli anni una forte autonomia nei confronti del Pcus, grazie soprattutto alle forti personalità di Carrillo e di Dolores Ibarruri, la leggendaria "Pasionaria", anche se ha dovuto subire una piccola scissione di una frazione prosovietica guidata da un altro eroe della guerra civile, Enrique Lister, in occasione della condanna della repressione sovietica della primavera di Praga.
La posizione del Pci è complessa, con un Togliatti dapprima fedele e potentissimo emissario di Stalin in Occidente e poi, con la svolta di Salerno e la creazione del "partito nuovo" e con l'elaborazione della teoria della "via nazionale al socialismo", uno dei leader comunisti più innovatori. Anche se l'appoggio alla politica estera sovietica resta praticamente incondizionato, come testimonia la condanna dell'insurrezione ungherese del '56, l'autonomia da Mosca si sviluppa soprattutto nella nuova concezione di principi come libertà e democrazia, che vengono considerati contenuti imprescindibili del socialismo19, nella riscoperta dell'individuo e nell'abbandono della convinzione che l'uguaglianza possa essere imposta dalla volontà di un principe illuminato, ovvero il partito di massa operaio della teoria gramsciana20. Infine, ciò che ha contribuito in maniera importante all'emergere di una elaborazione originale del Pci all'interno del mondo comunista, è stato sicuramente la presenza di una personalità come quella di Gramsci, di certo colui che meglio ha cercato di applicare il modello leninista all'Occidente, correggendolo e rendendolo più adatto a un tipo di società profondamente diversa da quella russa del 1917.
Ma non sono soltanto gradi diversi nell'influsso stalinista a determinare profonde differenze tra i tre partiti.
Francia, Italia e Spagna, oltre a molte affinità, come la comune cultura latina e cattolica e una storia spesso interconnessa, presentano anche alcune differenze significative, risalenti soprattutto alle vicende storico-politiche dell'ultimo secolo, che hanno inciso nell'esperienza storica dei tre partiti e che li hanno resi tra loro differenti, anche in modo rilevante. Così, mentre il Pci ha ricevuto un'eredità ricca e articolata dalla tradizione socialista italiana, il partito francese ha avuto in dote la struttura ectoplasmatica della Sfio (Section française de l'internationale ouvrière)21. Ulteriore differenza si è avuta nella formazione dei quadri dirigenti. Quelli del Pcf sono stati selezionati esclusivamente dalla classe operaia, quelli del Pci, invece, dalla lotta interclassista contro il fascismo, quelli del partito spagnolo, infine, si sono formati in condizioni di clandestinità, fatto che ha prodotto una certa burocratizzazione dei quadri stessi, in quanto ha limitato il rinnovamento dei dirigenti e ha portato i funzionari a instaurarsi in modo permanente nell'amministrazione del partito, essendo per loro impossibile accedere a delle responsabilità pubbliche22.
Diversa è stata anche l'impostazione della concezione stessa del partito. Il Pci immediatamente dopo la guerra si è trasformato da partito di rivoluzionari professionisti in partito di massa, non ostacolando l'afflusso dei nuovi iscritti, malgrado potessero essere impreparati. I comunisti francesi, invece, hanno assunto queste connotazioni solo verso la fine degli anni sessanta, restando a lungo legati, come si è visto, al dogma leninista del partito-avanguardia23. Carattere peculiare del Pcf è, poi, lo spiccato spirito nazionalista, che deborda a volte in un mal celato razzismo, il cosiddetto gallocomunismo, di ascendenza giacobina24. Questo nazionalismo, così forte da prevalere a volte sullo stesso carattere comunista del partito, ha portato spesso il partito sulle stesse posizioni dei gollisti, come nel caso delle relazioni con l'Alleanza atlantica, della concezione della Comunità europea o dell'atteggiamento verso la cosiddetta force de frappe, l'arsenale atomico francese.
È poi doveroso considerare i differenti sistemi di governo operanti in Francia e Italia a partire dal dopoguerra. Infatti, mentre il partito italiano si trova in un contesto istituzionale che esso stesso ha contribuito a creare, il Pcf vive dal 1958 in un assetto costituzionale da esso non voluto e con un sistema elettorale particolarmente punitivo nei suoi confronti25.
Differenze, inoltre, si avvertono anche nella composizione sociale, la quale è venuta a modificarsi profondamente nel corso degli anni, pur continuando i partiti a definirsi rappresentanti della classe operaia.
Caratteristiche distintive dei comunisti transalpini restano comunque l'operaismo estremo e la difesa ad oltranza e quasi esclusiva degli interessi della classe operaia (ma solo francese), rivendicazioni che fanno del Pcf più una corporazione della società civile che un partito26. Questo determina due conseguenze importanti: innanzitutto il fatto che certe fasce sociali, come i lavoratori immigrati, non vengono per nulla rappresentate dal Pcf, e in secondo luogo il fatto che le rivendicazioni sociali di questo partito sono legate a certe analisi dei bisogni dei lavoratori ormai superate, come la richiesta quasi ossessiva di un incremento quantitativo del settore pubblico o l'attaccamento incondizionato al modello staliniano produttivista, che gli aliena l'appoggio degli ecologisti27. I comunisti francesi si mostrano molto scettici nei confronti delle rivendicazioni qualitative, bollate quasi sempre come misure riformiste e non in grado di abbattere il sistema capitalista.
Difficile è anche il rapporto tra il Pcf e la Chiesa, sempre a causa del suo dogmatismo esasperato. Sono pochi i militanti credenti, e nessuno ha posizioni rilevanti all'interno dell'apparato, né sono noti intellettuali cattolici comunisti. L'unico, infatti, Roger Garaudy, già membro dell'Ufficio politico, è stato espulso dal partito nel '70, prima della sua conversione religiosa.
Nella composizione sociale del partito negli anni settanta, si può notare una distorsione tra l'influenza elettorale stagnante e il numero degli iscritti, in costante aumento fino al 197828. In secondo luogo è significativo l'aumento degli iscritti non operai, soprattutto studenti e tecnici, anche se, salendo nella gerarchia del partito, la componente operaia resta di gran lunga maggioritaria. Indicativo è anche lo scarso peso, nei centri direttivi del partito, delle donne, malgrado la loro percentuale tra gli iscritti sia prossima al 50 per cento29.
Infine è da notare il basso grado di omologazione politica del Pcf nella società francese, il suo costante proclamarsi partito anti-sistema, anche durante l'epoca eurocomunista, il rifiuto di ogni strategia gradualista di integrazione e il proposito costante, anche nel momento dell'alleanza con il Partito socialista, di determinare una rottura drastica del sistema capitalista30.
Il Partito comunista spagnolo vive una forte concorrenza interna con il Psoe, il Partito socialista guidato da Felipe Gonzales e da altri giovani uomini politici, nati dopo la guerra civile e cresciuti insieme a tutta la società spagnola degli anni sessanta e settanta. Il Pce, invece, corre il rischio di una lacerazione tra il vertice, formato da persone non più giovanissime, testimoni della guerra e vissute per anni in esilio, e la base, molto giovane e, per certi versi, estremista31.
Difficoltà ulteriore è il rapporto con i cattolici, in quanto più della metà degli spagnoli nel 1977 ritiene impossibile essere contemporaneamente buoni cattolici e comunisti32, mentre Carrillo descrive la Chiesa come un apparato ideologico dello Stato, anch'essa coinvolta nella crisi globale della società capitalista33, anche se aggiunge che voci nuove, di autentico rinnovamento, si sono levate negli ultimi anni dalla Chiesa stessa.
La composizione sociale del partito negli anni settanta mostra che, sebbene si mantenga una forte matrice operaia (il 55 per cento degli iscritti nel 1977), il numero degli intellettuali e dei tecnici è in grande progresso34.
Per quanto riguarda l'omologazione sociale del partito, pur con tutte le difficoltà connesse al lungo periodo di illegalità, il Pce, a differenza dei "fratelli" francesi, ha assunto una strategia gradualista di integrazione nazionale, non domandando, nel suo programma elettorale, né molte nazionalizzazioni, né rotture drastiche con la società capitalista e nemmeno la chiusura immediata delle basi americane in Spagna.
La politica estera, poi, con il mutato atteggiamento verso la Cee, è il momento trainante del processo di inserimento nella vita politica nazionale, mentre per il Pcf essa è solo una variabile dipendente della strategia politica generale35.
Per marcare maggiormente il suo rinnovamento, il Pce dichiara durante il suo IX Congresso, nel '78, di non considerarsi più l'unico rappresentante della classe operaia, né la sua avanguardia36.
Questo, però, pone a rischio l'identità stessa del partito, tanto che Carrillo deve affermare: "Noi non cerchiamo di tendere la mano al capitalismo imperialista decadente, bensì di accelerarne la liquidazione; non passiamo dalla parte della socialdemocrazia, che continuiamo invece a combattere ideologicamente; vogliamo agire come marxisti, come comunisti, nei paesi sviluppati nei quali ci troviamo ad operare, negli anni settanta"37.
Il Pci, infine, a differenza del Pcf, ha da sempre sviluppato una strategia di omologazione sociale, privilegiando il carattere nazional-popolare del partito. In questo modo è riuscito a costruire una forte organizzazione, con oltre unmilioneottocentomila iscritti, vale a dire tre volte il numero di iscritti del Pcf, una rete capillare presente in tutto il tessuto sociale del Paese, attenta a ogni novità della società civile (femminismo, ecologia, movimenti pacifisti), un partito che resta in prevalenza operaio, ma aperto senza discriminazioni anche ai ceti medi, costantemente alla ricerca del dialogo costruttivo con i cattolici e con una forte presenza cattolica tra i suoi intellettuali.
La capacità del partito di porsi contemporaneamente come partito di opposizione e di governo, ha fatto sì che i temi politici avessero sempre un'importanza superiore rispetto alle rivendicazioni esclusivamente economiche, cavallo di battaglia del Pcf38. In particolare i comunisti italiani hanno saputo elaborare scelte originali sia in politica interna (la Via nazionale al socialismo, il Compromesso storico) che in politica estera (il mutato atteggiamento, nel corso degli anni, nei confronti della Comunità europea, la svolta sulla Nato), che hanno attratto i voti non solo della classe operaia, ma anche dei ceti medi, forse anche perché i moduli d'azione del Pci si sono mostrati spesso molto più simili a quelli di un grande partito socialdemocratico che non a quelli di un partito comunista39.
Significativa, infine, è l'attitudine dei tre partiti nei confronti degli intellettuali.
Nel Pce circa un terzo degli iscritti sono intellettuali e il loro ruolo è importante al punto che i comunisti iberici definiscono il loro come un "partito operaio e delle forze della cultura".
Nel Pci il ruolo degli intellettuali è tanto rilevante da creare problemi di vario genere, come sensi di estraneità, a volte, tra i militanti operai o anche problemi di disciplina interna40.
Il Pcf ha invece problemi opposti, in quanto lo scarso numero di intellettuali crea maggiori difficoltà di adattamento alla vita politica in una democrazia borghese.
Il Pci, invece, ha avuto un attenzione costante verso gli intellettuali fin dai tempi di Gramsci. Ciò ha procurato indubbi vantaggi ai comunisti italiani, offrendo loro la possibilità di un maggiore dibattito interno e facendo in modo che le svolte politiche e dottrinali non fossero solo imposizioni dei vertici41. Tra gli intellettuali comunisti italiani spicca ovviamente la personalità di Gramsci, considerato dai leader dei partiti eurocomunisti il padre spirituale di questa nuova strategia comune. In realtà egli ha certamente avuto una funzione decisiva ponendo la questione della nazionalizzazione del bolscevismo, ma poi si è creata una tensione tra l'eredità gramsciana e la nuova strategia dei tre partiti, che è quella di superare l'esperienza sovietica42. In effetti Gramsci non si è spinto fino al punto di abbandonare il principio della dittatura del proletariato, ma l'ha solo elaborato nel concetto di "egemonia". In questo modo allora l'Eurocomunismo separerebbe ciò che nel leninismo e nel gramscismo era unito. Qualcuno, del resto, anche all'interno del Pci, ha ammesso che il pluralismo organico, fondato sul concetto di egemonia, creerebbe a volte problemi di inconciliabilità con la vera democrazia, e c'è chi, come Pietro Ingrao, suggerisce di inserire momenti di democrazia di base nel sistema rappresentativo43.

La struttura organizzativa dei tre partiti eurocomunisti

Il tratto distintivo della struttura organizzativa di ogni partito comunista è certamente il centralismo democratico. Ideato e forgiato da Lenin per assicurare la disciplina nel partito dei "rivoluzionari professionisti", affinché "delle migliaia di uomini avanzino come un solo uomo quando il Comitato centrale dà un ordine", questo tipo di struttura ha due funzioni principali. La prima è quella di assicurare, teoricamente, il più ampio grado di discussione democratica dalla più piccola cellula o sezione fino al Comitato centrale. La seconda, invece, una volta che quest'organo abbia deciso la linea politica generale, dopo aver vagliato le varie proposte, fa in modo che questa venga seguita fedelmente da ogni militante, senza reticenze, cosicché la minoranza sconfitta assecondi in tutto e per tutto la decisione ufficiale del partito.
Tutti i partiti comunisti nati sull'onda del successo della Rivoluzione russa hanno adottato il centralismo democratico, probabilmente uno strumento indispensabile per garantire la loro stessa esistenza, in un'epoca in cui essi erano costituiti esclusivamente da quadri ed erano inseriti in contesti sociali molto ostili, tanto da essere spesso costretti alla clandestinità. l'epoca stalinista ha poi visto, e non solo nel Pcus, un accentuarsi molto forte del carattere centralista e burocratico del centralismo democratico.
Negli anni settanta, con la strategia eurocomunista, le incongruenze tra il grado di democrazia interno al partito e la nuova concezione della democrazia e del pluralismo politico emergono palesemente.
Per quanto concerne il centralismo democratico, il Pci rifiuta decisamente la tesi secondo cui esso è incompatibile con un partito democratico, e afferma: "Questo principio non vuole assicurare unanimismo preventivo, ma è il metodo per garantire alla fine, dopo un confronto democratico di tutte le possibili alternative, l'indispensabile unità nell'orientamento e nel lavoro concreto del partito"44.
Si riconoscono, tuttavia, i rischi burocratici e le tendenze autoritarie che un uso sbagliato di questo metodo possono generare. L'obiettivo di ampliare il grado di democrazia all'interno del partito è del resto molto vivo, in quegli anni, nel Pci, tanto che nella 15ª tesi per il XV Congresso si afferma: "Il partito deve innanzitutto sviluppare una profonda democrazia di massa, metodi di libera discussione e di libera espressione delle posizioni di critica e l'iniziativa di ogni membro. Contemporaneamente deve rafforzare lo spirito di unità nelle relazioni tra i membri e il rifiuto del metodo delle "correnti" che provoca divisioni e corrompe la vita del partito, rendendo impossibile una vera dialettica democratica"45.
In realtà, tuttavia, all'interno dei partiti eurocomunisti, con la parziale eccezione del Pcf, il principio dell'unità monolitica è ormai decaduto, e la legittimità delle differenti posizioni è accettata e, in alcuni casi, anche ufficialmente riconosciuta.
Tra gli eurocomunisti il partito che conduce più in profondità la riflessione sul problema della democrazia nella vita del partito è senza dubbio il Pce. In occasione del suo IX Congresso, nel 1978, il Partito comunista di Spagna persegue, anche se con pochi risultati soddisfacenti, una linea volta a coinvolgere maggiormente l'insieme dei militanti, promuovendo una rielaborazione più moderna del centralismo democratico, in modo da assicurare la partecipazione democratica a tutti i livelli. La riaffermata adesione al principio del centralismo democratico, nel caso del Pce, è anche legata al fatto che si tratta di un partito reduce da quarant'anni di clandestinità, la quale, tra le molte cose negative, ha prodotto, nel corso degli anni, anche una divisione dell'autorità nel partito tra la direzione che viveva in esilio e i quadri permanenti rimasti in Spagna46.
Il Pcf, dei tre partiti eurocomunisti, è certamente quello che è rimasto più statico nella concezione del centralismo democratico. Ancora nel '77 un importante esponente del partito lo definisce "essenza rivoluzionaria del partito d'avanguardia"47. Nel Pcf permane fortissima l'impronta stalinista. Il Comitato centrale, più che organo legislativo del partito, appare come l'organo ratificatore ed esecutivo dell'Ufficio politico.
Il peso dell'apparato, molto forte già nel Pci e nel Pce, si fa addirittura opprimente nel partito francese. Esso è definito "macchina finalizzata a produrre unanimità"48, e tende a rendere praticamente nulla la forza della base militante nell'elaborazione della linea politica, oltre che ad atomizzare le critiche di eventuali oppositori.
Straordinari strumenti di controllo detenuti dal vertice del partito sono poi le "commissioni delle candidature", organi che hanno la funzione di vagliare ogni promozione all'interno del partito, selezionando i candidati in numero uguale ai posti da ricoprire, così da rendere virtualmente superfluo il voto delle varie assemblee del partito49.
Molto dura, nel Pcf, è poi la condizione del militante, il quale, certo, ha piena libertà di criticare il partito a livello di cellula, può dare pubblicità nazionale al suo disaccordo attraverso la tribuna di discussione che si apre in "L'Humanité" prima di ogni congresso e proporre emendamenti al progetto iniziale, ma non può né redigere un testo alternativo, né unire altri militanti intorno alla sua mozione, né tentare di fare approvare la sua tesi dal congresso50.
Il Pcf si mostra molto inflessibile anche riguardo alla questione dell'ammissibilità delle correnti all'interno del partito. I suoi leader affermano: "Il Pcf non è la Torre di Babele [...]. Esso è un punto di riferimento per cittadini che condividono gli stessi ideali e gli stessi fini"51.
La stagione eurocomunista, inoltre, fa registrare anche importanti novità nell'ambito ideologico, in particolare la scomparsa del vecchio carattere dogmatico in riferimento alla dottrina marxista-leninista.
Nei nuovi documenti statutari del Pci si afferma che il partito, da un lato, sa porsi nella condizione di poter misurare e verificare la validità dei suoi orientamenti teorici e politici, e quindi di aggiornare le formulazioni entro cui vivono i principi trasmessi dai suoi maestri rivoluzionari. Dall'altro lato, è un partito che vuole aprirsi e costruire un sistema di rapporti, di alleanze politiche e sociali e di confronti ideali molto vasto. Sul leninismo Berlinguer dichiara nel corso di un'intervista del 1978: "Se con il termine leninismo (o con la locuzione 'marxismo-leninismo') si vuole intendere una specie di manuale di regole dottrinali staticamente concepite, un blocco di tesi irrigidite in formule scolastiche, che si dovrebbero applicare acriticamente in ogni circostanza di tempo e di luogo, si farebbe il massimo torto a Lenin [...]. Noi non siamo leninisti a questo modo"52.
Cambia anche in modo essenziale la concezione del ruolo del partito. Il Pci ha da tempo abbandonato la definizione di avanguardia, preferendo il termine "partito-guida" e lo stesso ruolo di direzione è ora condiviso con altre forze, che sono considerate su un piano di eguaglianza53. Allo stesso modo il Pci non considera più il suo modulo organizzativo come un prototipo della nuova società socialista, né per aderire al partito è più necessario professarne l'ideologia. Questa nuova concezione laica del partito ha permesso un forte afflusso di cattolici, in precedenza bloccati dal carattere palesemente ateo del Pci. Tuttavia, sul fatto che il Pci sia divenuto un partito fino in fondo laico alcuni nutrono dei dubbi. Innanzitutto è singolare che il Pci giunga, con cinquant'anni di ritardo, ad elaborare i medesimi principi del socialismo democratico, rivendicandoli come nuovi, ma è addirittura paradossale che, una volta ricongiuntosi alla tradizione socialista, senta immediatamente il bisogno di differenziarsene, riproponendo il mito della continuità con la tradizione comunista e quello della diversità da ogni altro partito54.
Molto importanti sono anche i cambiamenti dottrinali che avvengono durante questa fase nel Pce. Esso, in occasione del suo IX Congresso, si definisce come "un partito marxista, rivoluzionario e democratico che si ispira alle teorie dello sviluppo sociale elaborate dai fondatori del socialismo scientifico, Marx e Engels. L'apporto di Lenin è ritenuto, in tutto ciò che conserva di valido, fondamentale, anche se è da ritenersi superato il concetto secondo cui 'il leninismo è il marxismo della nostra epoca' "55.
La nuova concezione non più ideologica della teoria di Marx porta il Pce a ripensare il proprio ruolo e ad essere "favorevole all'unità d'azione delle forze di tendenza sia marxista sia socialdemocratica [...] e alla cooperazione fra questi su base d'uguaglianza"56, nonché ad operare per la costruzione di uno Stato non ideologico ma laico, che non sia una copia del partito, il quale costituisce solo una parte della struttura della società.
Nel Pcf, infine, i tiepidi segnali di rinnovamento si trovano proprio nei mutamenti ideologici, come l'abbandono del principio della dittatura del proletariato. Inoltre, nel corso del XXIII Congresso del 1979, la formula "marxismo-leninismo" viene rimpiazzata, come principio-guida del partito, da "socialismo scientifico fondato da Marx e da Engels e sviluppato da Lenin"57.
Per quanto riguarda la concezione del ruolo del partito, si può notare che anche se l'attaccamento alla vecchia idea di partito d'avanguardia è molto forte, come si è già detto, ed è rivendicato con particolare veemenza nei confronti dei socialisti, in alcune occasioni i comunisti francesi tendono a smorzare un po' i toni, limitandosi a indicare come essenziale un ruolo dirigente del partito nella lotta per la trasformazione della società58.
Anche nella fisionomia organizzativa si possono notare molte affinità tra il Pci e il Pce, mentre il Pcf conserva una struttura di tipo tradizionale.
Il Partito comunista spagnolo e, soprattutto, quello italiano tendono a privilegiare la sezione, a scapito della cellula, come primo momento di aggregazione nel partito, fatto che indica una volontà di non apparire come partito esclusivamente della classe operaia e, come tale, fortemente ideologizzato, come è il caso del Pcf, ma piuttosto come forza politica aperta anche a chi non si professa marxista.
Infine è molto differente la penetrazione territoriale dei due partiti nelle rispettive società. Mentre il Pcf è organizzato quasi esclusivamente nella regione parigina e in pochi altri dipartimenti a prevalenza industriale, il Pci attua una strategia di presenza in tutto il territorio italiano e in tutti i settori della società, grazie a una rete organizzativa capillare che dispone, fra l'altro, di una casa editrice (la Editori Riuniti), di pubblicazioni quotidiane, settimanali e mensili a vasta tiratura, di scuole di partito e di una solida base economica, grazie al collegamento alla Lega delle cooperative. Un'altra differenza sostanziale è riscontrabile dal grado di contestazione all'interno dei partiti eurocomunisti e dal modo in cui essa viene gestita dal vertice.
Per quanto riguarda il Pci la contestazione interna è stata storicamente più limitata che nel Pcf e, soprattutto, nel Pce. Prima di tutto i comunisti italiani non hanno praticamente mai conosciuto nella loro storia scissioni autentiche, né pro-cinesi, né pro-sovietiche, e la compattezza del partito non è mai venuta meno. L'unica scissione di un certo spessore si è avuta nel 1969 ad opera dei dissidenti de "Il Manifesto", che criticavano aspramente la linea politica del partito, giudicato ormai "riformista". Durante la stagione eurocomunista le contestazioni riguardano principalmente due questioni, l'appoggio del partito alla politica di "austerità" dei governi di solidarietà nazionale, critica mossa soprattutto dalla componente sindacalista del partito (Silvio Trentin, Sergio Garavini), e la condanna che il partito ha mosso nei confronti dell'Urss all'indomani dell'invasione dell'Afghanistan e dei fatti polacchi del dicembre '81. In questa occasione la componente filosovietica di Armando Cossutta dissente fortemente dalla linea della Direzione e soprattutto dalla posizione di Berlinguer, secondo cui si sarebbe ormai verificato "l'esaurimento della spinta propulsiva nata dalla Rivoluzione d'Ottobre"59.
Il Pce, al contrario, ha conosciuto di frequente nella sua storia dolorose scissioni, a cominciare dal 1963, con la creazione del Partido comunista Español di tendenza maoista, e, soprattutto, nel 1970, con la formazione di un partito di stretta osservanza filosovietica, per qualche tempo concorrenziale al Pce stesso, guidato da un eroe della guerra civile, il generale Lister.
La riacquistata libertà all'indomani della fine della dittatura non produce la sperata unità e i segni della divisione sono ben visibili durante il IX Congresso, con la contrapposizione tra "eurocomunisti" e "leninisti", segno di un malessere assai diffuso nel partito, e con la vibrante richiesta di maggiore democrazia nel partito, soprattutto sotto forma di un maggior diritto all'iniziativa, alla discussione e alla critica da parte di ogni militante. Molto forte è anche il confronto tra le vecchie e le nuove generazioni60.
I segnali negativi presenti al IX Congresso si mostrano in tutta la loro drammaticità al X Congresso, nel 1981, ricordato come il congresso delle divisioni. Se la componente vicina al Pcus risulta meno consistente del previsto, ben più significativa si dimostra la forza del gruppo degli "eurocomunisti rinnovatori", che non si riconosce nella relazione del segretario sul partito.
Le principali proposte degli eurocomunisti rinnovatori si concentrano sulla forma del partito, che si vorrebbe con una struttura federale che garantisse piena libertà di espressione per le correnti d'opinione, pur permanendo la norma del centralismo democratico. Tuttavia queste richieste non vengono accettate dal congresso.
Questa spaccatura all'interno del partito non è più ricomposta, al punto che nel novembre '82 Carrillo si dimette da segretario generale e, all'inizio del 1984, esce dal partito61.
Infine il Pcf, esso pure immune da scissioni nel corso della sua storia, ma alle prese, a partire dalla rottura con i socialisti nel settembre '77, con una forte contestazione interna, agevolata anche dalla parziale liberalizzazione del partito avvenuta dopo il XXII Congresso. La contestazione in realtà era già nell'aria immediatamente dopo la conclusione del congresso stesso, come confermano le dimissioni verificatesi in molte cellule, e soprattutto le critiche di Louis Althusser, strenuo difensore della validità del principio della dittatura del proletariato e grande accusatore dei metodi per nulla democratici utilizzati dal partito per eliminare il principio stesso62. Le prospettive, però, di una partecipazione al governo ormai ritenuta prossima, fanno passare in secondo piano la potenziale forza dirompente della contestazione, che cova sotto la cenere e che esplode dopo la sconfitta elettorale del marzo 1978.
Caratteristica principale dei "ribelli" è quella di essere quasi tutti degli intellettuali che, pur partendo da posizioni ideologiche anche distanti, convengono sulla richiesta primaria di una maggiore democrazia nel partito63.
Le critiche mosse alla Direzione sono svariate. Si rimproverano, tra l'altro, il settarismo tenuto nei confronti del Partito socialista e l'eccessivo operaismo spinto fino al miserabilismo. Si richiedono, inoltre, profonde revisioni nell'organizzazione del partito, come la valorizzazione delle assemblee di sezione rispetto a quelle di cellula, si critica il sistema cooptativo della equipe dirigente, si domanda l'abrogazione della commissione delle candidature e la rappresentanza proporzionale, nelle varie assemblee del partito, della minoranza.
Il problema dei contestatori, divisi tra "althusseriani" ed "eurocomunisti" e a loro volta distinti in sottogruppi, è, però, la loro eccessiva frammentazione. In questo modo l'apparato pressoché monolitico del partito ha buon gioco a spuntarla, riuscendo, prima del XXIII Congresso del 1979, ad annichilire ogni contestazione64.

La strategia politica nazionale del Pci

La grande novità nella strategia politica del Pci all'inizio degli anni settanta è certamente la proposta del Compromesso storico.
Essa è lanciata per la prima volta da Berlinguer, a conclusione di tre articoli pubblicati in "Rinascita" tra il 28 settembre e il 9 ottobre 1973, all'indomani della tragica fine del presidente cileno Salvador Allende e del suo governo di Unidad popular. Proprio prendendo a lezione i fatti cileni, il segretario del Pci afferma che l'errore politico più grave che la sinistra potrebbe compiere in un paese capitalista occidentale è quello di puntare al 51 per cento dei suffragi, pensando che sia sufficiente per la sinistra ottenere la maggioranza assoluta anche risicata per poter intraprendere quelle trasformazioni essenziali per guidare le società occidentali verso il socialismo. Questa condotta porterebbe, al contrario, ad una saldatura stabile ed organica tra il centro e la destra, con il deleterio risultato di spaccare in due il Paese e di mettere in moto pericolose reazioni da parte della destra eversiva: "Questo è stato lo sbaglio fatale commesso da Allende, e questo non deve ripetersi in Italia. È indispensabile un nuovo grande 'compromesso storico' tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano"65.
Un rapporto di tipo nuovo con il partito dei cattolici viene considerato come un passaggio fondamentale per consentire l'isolamento delle forze reazionarie e dare così il via alle riforme strutturali del sistema politico ed economico italiano. Così scrive Berlinguer in "Rinascita": "Il compito nostro essenziale è quello di estendere il tessuto unitario, di raccogliere attorno ad un programma di lotta per il risanamento e rinnovamento democratico dell'intera società e dello Stato la grande maggioranza del popolo, e di far corrispondere a questo programma e a questa maggioranza uno schieramento di forze politiche capaci di realizzarlo. Solo questa linea e nessun'altra può isolare e sconfiggere i gruppi conservatori e reazionari, può dare alla democrazia solidità e forza invincibile, può far avanzare la trasformazione della società"66.
La Democrazia cristiana è vista come un partito nel quale esistono profonde contraddizioni, certamente legato agli interessi dei grandi gruppi economici e alle posizioni di rendita parassitarie ma anche una forza politica che, per la composizione del suo elettorato, deve tenere conto delle aspirazioni popolari, fatto questo che la rende diversa da tutti gli altri partiti borghesi occidentali, in quanto non assimilabile ad un partito di tipo conservatore67.
Su molti temi importanti le posizioni tra comunisti e cattolici sembrano farsi più vicine, o, per lo meno, i toni si fanno meno accesi. Così, in occasione del referendum sul divorzio, voluto fortemente da Amintore Fanfani, come a suggello della propria linea politica centrista, il comportamento tenuto dal Pci durante la campagna elettorale è volto a sostenere in modo deciso ma non estremista le ragioni del "no".
Sull'aborto vi sono alcune dichiarazioni di leader comunisti molto vicine alla posizione dei cattolici. Così si esprime infatti Paolo Bufalini: "Per noi l'aborto non è un diritto né una libertà né un mezzo di emancipazione della donna"68. La linea ufficiale del partito sostiene che "è prioritario, per vincere o almeno circoscrivere questa piaga, farla emergere dalla clandestinità che l'aggrava e che ne accentua il duplice carattere discriminatorio contro le donne e contro i poveri"69.
Un momento fondamentale nel dialogo con i cattolici è certamente costituito dalla lettera indirizzata dal massimo leader comunista al vescovo di Ivrea, monsignor Luigi Bettazzi, in risposta a una precedente missiva dell'alto prelato. In essa Berlinguer specifica che il Pci è "un partito laico e democratico e, come tale, non teista, non ateista e non antiteista" e che esso vuole uno Stato allo stesso modo laico e democratico70. Riguardo agli eventi che hanno portato all'elaborazione della strategia del Compromesso storico, oltre ai fatti del Cile ve ne sono altri, in particolare l'esaurimento della formula del centro-sinistra e il grave momento di crisi economica e sociale, fatti entrambi che danno luogo a una forte richiesta di cambiamento del modo di funzionare del sistema, così da emarginare i settori più improduttivi e parassitari71.
Una vivace discussione si sviluppa poi, fuori e dentro il partito, a proposito della continuità del Compromesso storico con la tradizione comunista italiana.
Secondo la direzione del partito vi è una specie di fil rouge che lega il progetto dell'attuale segretario con l'elaborazione togliattiana della Via italiana al socialismo e, soprattutto, con Gramsci, per il quale il socialismo deve fondarsi sul consenso. Quest'ultimo in particolare è considerato, anche dagli avversari politici, come colui che ha indicato la via per la presa del potere in Occidente, attraverso la conquista della società civile. In Gramsci è infatti centrale l'importanza della società civile, che è vista come il complesso delle relazioni culturali, non più solo economiche come in Marx. Inoltre Gramsci ha elaborato altri concetti che sono diventati patrimonio ideologico del Pci, come blocco storico ed egemonia.
Anche fuori dal Pci molti mettono in evidenza il fatto che, sebbene il partito continui a proclamarsi fedele continuatore dell'eredità gramsciana, vi sono ormai sensibili differenze tra il partito degli anni settanta e le elaborazioni teoriche dell'intellettuale sardo. Così il concetto di egemonia è diverso, in quanto il Pci si concepisce non come un partito-principe che guida le altre forze politiche verso il socialismo, ma come componente di un blocco di forze sociali e di partiti anche di diversa ideologia, che convengono sul progetto di trasformare la società.
Diversa è pure la concezione della forma di democrazia di base, intesa ora come momento di partecipazione al sistema democratico dello Stato e non più come fondamento rivoluzionario di contropotere72. Del resto è ormai chiaro al Pci che lo stabilirsi di una larga coalizione politica è la condizione indispensabile per la buona riuscita del nuovo progetto.
Anche la pretesa continuità con la elaborazione togliattiana della Via italiana al socialismo è aspramente criticata dai non comunisti. Con essa infatti, si obietta, il rapporto di principio tra comunismo e democrazia restava ancorato allo schema leninista, mentre la dittatura del proletariato rimaneva la forma di transizione per attuare il socialismo e, infine, non si escludeva la via rivoluzionaria per la presa del potere. Infatti, secondo Flores d'Arcais, vi era una certa doppiezza in Togliatti circa la concezione della democrazia, in quanto il metodo parlamentare era visto solo come strumento alternativo alla rivoluzione per la conquista del potere, avvenuta la quale avrebbe esaurito il suo compito. Negli anni settanta, invece, il Pci segue sostanzialmente una strategia riformistica, vicina di fatto a quella della socialdemocrazia europea73.
Ma tutta l'elaborazione del Compromesso storico non starebbe in piedi senza un adeguato supporto internazionale. Non è un caso se Berlinguer lancia il suo progetto in un momento in cui la distensione internazionale è all'ordine del giorno. La Conferenza di Helsinki per la sicurezza e la cooperazione in Europa è in avanzata preparazione, mentre Leonid Brezhnev e Richard Nixon hanno da poco raggiunto un secondo accordo per il controllo degli armamenti, il Salt II. Il Pci sa che la questione della distensione è la più importante per la riuscita del suo piano di avvicinamento al governo del Paese. Più la situazione internazionale è tesa, più il Partito comunista è avvertito dall'opinione pubblica moderata come partito antisistema e, quindi, antidemocratico. Per questo i comunisti italiani sono, per tutto il corso degli anni settanta, i più accesi sostenitori del dialogo tra americani e sovietici.
Tuttavia la proposta di Berlinguer incontra molte critiche, sia da parte di politologi che da parte di uomini politici.
I socialisti temono che un eventuale accordo politico tra comunisti e democristiani finisca per rendere di fatto accessorio il loro contributo quantitativo nella grande alleanza tra le forze democratiche italiane.
Tra gli intellettuali cattolici vi è chi, come Augusto Del Noce, mette in guardia dal vero fine che sta sotto la strategia comunista. Se davvero il Pci persegue fino in fondo gli insegnamenti di Gramsci, allora, secondo Del Noce, il Compromesso storico non rappresenterebbe altro che lo strumento più idoneo per annullare la cultura cattolica, entrando in essa e permeandola della nuova mentalità, quella della "nuova chiesa", il comunismo74.
Gianfranco Pasquino, tra i politologi, ritiene che l'analisi della Dc fatta da Berlinguer sia troppo ottimistica, in quanto se è vero che il partito democristiano non è solo il rappresentante del grande capitale ma è soprattutto un partito popolare, ciò non significa necessariamente una predisposizione della Democrazia cristiana verso una politica di riforme75.
Secondo Massimiliano D'Angelillo l'errore più grave del Pci è quello di vedere una piena coincidenza tra austerità e rinnovamento, quando vi sarebbe invece una netta divaricazione. Altro sbaglio è l'iniziale convinzione della possibilità di fare della crisi un'occasione per la trasformazione del Paese, illusione che crolla nel 1978, quando ci si rende conto che l'urgenza dei problemi economici e del terrorismo non permette di operare nel senso di un'evoluzione strutturale del sistema76.
Secondo Luigi Bonanate, infine, la contraddizione di fondo sta invece nel non preoccuparsi, da parte del Pci, degli effetti che avrebbe sul sistema geopolitico internazionale una riuscita del suo piano politico. In pratica si rimprovera una visione troppo ottimistica della distensione internazionale77.

La politica nazionale del Pcf negli anni settanta

Per comprendere la politica francese degli anni settanta bisogna considerare che ciò che da sempre ha contraddistinto i rapporti tra i due principali partiti della sinistra francese è stato un clima non certo idilliaco. Fin dalla nascita del Pcf, nel 1920, con il congresso di Tours, i socialisti della Sfio sono stati considerati come dei rinnegati, dei traditori del socialismo.
Nel 1972, per la prima volta dai tempi del Fronte popolare, comunisti, socialisti e radicali di sinistra raggiungono un'intesa, non limitata alla sola scadenza elettorale, ma imperniata su un programma di governo di legislatura, il Programma comune, che ha il compito di porre le basi per la trasformazione della società. Il momento, quindi, è storico ma, date certe premesse, non si fatica a comprendere che questo patto di legislatura, per vedere la luce, dovrà superare innumerevoli difficoltà.
Del resto, il perseguire una politica di alleanze, in particolare con i socialisti, ma aperte a quanti più possibile, non è una libera scelta ma una necessità che deriva al Pcf dall'analisi dei due cronologicamente più vicini tentativi di edificazione di una società socialista a partire da una società capitalista, quello cileno e quello portoghese. Il Pcf, pur riconoscendo la sostanziale diversità delle due situazioni, vede una chiave di lettura comune. Secondo i comunisti, infatti, vi sarebbero due pericoli, diversi tra loro ma entrambi molto concreti, quando si dà vita a un governo che si pone l'obiettivo di portare una società dal capitalismo al socialismo, "il primo è quello di non operare in tempo le trasformazioni democratiche delle strutture economiche e politiche con l'appoggio del movimento popolare, quando ve ne siano le condizioni, mentre il secondo è quello di gettarsi in operazioni avventuristiche che non corrispondono alle possibilità reali del movimento popolare, ma siano semplicemente manifestazioni della velleità di 'bruciare le tappe' e conducano le forze rivoluzionarie all'isolamento"78.
Tuttavia, la soluzione per scongiurare entrambi i pericoli è la medesima, ed è quella formulata da Berlinguer con il Compromesso storico, dare cioè vita ad un movimento popolare sufficientemente ampio da comprendere larghi strati sociali, uniti dall'obiettivo delle riforme. Questa è la prova, secondo il Pcf, della sincera volontà dei comunisti di perseguire una politica unitaria della sinistra, in quanto "essa non è per noi una tattica momentanea, ma una componente stabile della nostra strategia"79.
In effetti, gli sforzi compiuti dai comunisti per rendere più accettabile la loro politica non sono indifferenti: il Pcf si rende perfettamente conto che se non acquista credibilità il suo progetto di governo non può decollare. Così, nei primi tempi dell'Union de la gauche, il Partito comunista sembra finalmente deciso ad avviare la sua trasformazione.
L'enfasi per le grandi conquiste dell'Unione Sovietica e delle democrazie popolari diminuisce un po' di intensità, e le performance del socialismo sono esaltate solo quando qualcuno le mette in dubbio. Anche l'atteggiamento verso l'Alleanza atlantica muta sensibilmente, venendo sostanzialmente accettata la permanenza della Francia in questa struttura anche nel caso di una vittoria delle sinistre, a patto che ciò non nuoccia alla politica di indipendenza condotta da un governo democratico80.
La Comunità europea, pur essendo ancora definita "la piccola Europa del capitale e dei trust", viene riconosciuta ormai come una componente stabile e di primo piano del contesto politico occidentale, la quale, pur tra innumerevoli errori, ha ottenuto, nel corso degli anni, buoni risultati in certi settori, in particolare nella difesa dell'agricoltura francese dalla concorrenza statunitense. Una svolta importante si ha anche nel mutato atteggiamento del Pcf riguardo alle istituzioni comunitarie. Esse sono sempre state definite "antidemocratiche e asservite al grande capitale", ma, nell'aprile '77, il Partito comunista si dichiara improvvisamente favorevole alle elezioni a suffragio universale per il Parlamento europeo, purché l'assetto dei poteri di questo organismo resti immutato e, quindi, molto limitato. È una prima parziale legittimazione delle istituzioni comunitarie.
Ma, certamente, la proposta su cui i comunisti puntano tutte le loro ambizioni è l'obiettivo di edificare un "socialismo dai colori della Francia", come recita lo slogan del XXII Congresso, un tipo di socialismo distinto da tutti i precedenti modelli e, in particolare, da quello sovietico, del quale, anzi, si criticano gli aspetti più burocratizzati e illiberali.
Prima del Congresso il documento più importante che mette in luce la volontà del partito di evolversi in senso "liberale", è la Dichiarazione delle libertà del maggio 1975, dove, per la prima volta nella storia del Pcf, non si fa menzione del termine socialismo. Il Pcf si dice deciso non solo a confermare tutte le libertà già garantite dalla Costituzione in vigore, ma anche ad ampliarne il numero, introducendone di nuove, in modo da condurre la democrazia jusqu'au but, al suo grado massimo.
La democrazia è ritenuta "il terreno principale della lotta di classe rivoluzionaria per la trasformazione della società, e solo delle riforme democratiche profonde danno alla nazione la piena disposizione del suo sviluppo economico e sociale, assicurando la partecipazione dei lavoratori alla direzione degli affari del Paese"81.
Nel suo discorso al XXII Congresso Marchais è molto esplicito nell'affermare che non sono tollerabili restrizioni alle libertà e ai diritti della democrazia e che "niente è più estraneo alla nostra concezione del socialismo di ciò che viene chiamato 'comunismo da caserma', che incasella in moduli identici tutto e tutti [...] Se il carattere di certe libertà è oggi puramente formale è perché il regime borghese le ha svuotate del loro contenuto"82.
In particolare sulle regole del gioco democratico il discorso del leader appare del tutto nuovo rispetto alla prassi comunista. Dichiara infatti Marchais: "Nella battaglia per il socialismo, nulla può sostituire la volontà della maggioranza democraticamente espressa come la lotta e il suffragio universale. Qualunque sia la via al socialismo nel nostro Paese, quali che siano le sue modalità di attuazione, bisogna essere convinti che ad ogni tappa maggioranza politica e maggioranza aritmetica devono coincidere"83.
Si può agevolmente notare che tra gli insegnamenti di Lenin e le parole di Marchais il salto è notevole.
Tuttavia permangono molti dubbi su quanto dichiarato dal massimo dirigente comunista, soprattutto riguardo al tema del pluralismo politico. Infatti, secondo Marchais, sbagliano quanti affermano che i regimi dei paesi dell'Est sono tutti a partito unico, perché, in realtà, in stati come la Bulgaria e la Germania Est, per non parlare della Polonia, vi sarebbero dei veri e propri sistemi multipartitici. Ciò fa supporre che al concetto di pluralismo politico il Pcf associ il significato che gli altri partiti politici, nella nuova società socialista, non debbano avere altro ruolo che quello di mera mobilitazione del sostegno popolare al regime guidato dal solo, vero partito rivoluzionario84. Ma il vero motivo che crea, da subito, frizione con i socialisti è, come si è già visto, l'irrinunciabile pretesa del Pcf di esercitare un ruolo politico dirigente nella lotta per la trasformazione della società.
All'epoca della stesura del Programma comune i rapporti all'interno della sinistra sono, in effetti, nettamente a favore dei comunisti, con il giovane partito di Mitterand, nato da appena due anni dalle ceneri della vecchia Sfio, impegnato a costruirsi una propria credibilità. Il leader socialista, in questo frangente, è perciò costretto a fare buon viso a cattivo gioco, accettando, almeno formalmente, questo ruolo dirigente del Pcf. Un chiaro segnale che l'alleanza con i socialisti è tutt'altro che ben salda è l'incandescente polemica scoppiata nella primavera del 1975 a seguito del sostegno portato, poco prima della svolta eurocomunista, al tentativo di golpe in rigoroso stile leninista del Partito comunista portoghese, appoggiato da una parte dell'esercito ma fortemente osteggiato dal Partito socialista portoghese. Una posizione, tra l'altro, quella del Pcf, che lo vede isolato anche tra i partiti comunisti occidentali, essendo sia il Pci che il Pce molto critici riguardo l'azione del Pcp, che giudicano un colpo di mano sconsiderato. Anche il comportamento tenuto a proposito della force de frappe, l'arsenale atomico francese, è piuttosto ambiguo. Infatti, dopo un lungo tergiversare il Partito comunista, alla fine, si allinea sulla posizione gollista, che prevede la creazione e il mantenimento di un autonomo arsenale nucleare. Emerge, ancora una volta, il gallocomunismo del Pcf, il suo atteggiamento dichiaratamente nazionalista e antieuropeo, l'esatto opposto dell'attitudine del Partito socialista di Mitterand85.
Tutti questi problemi fanno sì che l'alleanza tra socialisti e comunisti, dopo il grande risultato delle municipali del '77, che segnano il sorpasso sulla coalizione governativa, entri in una fase di stallo. Essa è certamente influenzata dal sopravanzamento del Pcf da parte del Ps, evento che conduce, nell'autunno 1977, prima, ad una tormentata serie di trattative per aggiornare i vecchi accordi e, poi, alla rottura definitiva. Sulle cause reali che hanno prodotto lo sfascio dell'intesa, si è sviluppato un feroce scambio di accuse tra i due partiti, ma molti, fuori ma anche dentro il Pcf, sono concordi nell'indicare nel partito di Marchais il principale responsabile.
Probabilmente, la vera causa del fallimento dell'Union de la gauche è da ricercarsi nel carattere esclusivamente elettoralista di un'alleanza in cui ognuno dei due partner ha puntato più a indebolire l'altro che a vincere insieme. Certamente le colpe del Pcf sono rilevanti, ma alla base di tutto vi è un grave errore politico, quello di aver giudicato inutile associare la base del partito all'elaborazione del progetto dell'alleanza con il Ps, e di non aver consentito, in conseguenza di ciò, alla formazione di comitati di unità popolare, privandosi, in tal modo, di un formidabile strumento per mobilitare la base socialista contro la presunta svolta a destra del vertice del partito. Inoltre, le stesse vibranti proteste del Pcf contro questo cambio di strategia politica operato dal Ps, sono giunte con circa tre anni di ritardo. Risale, infatti, alle presidenziali del '74 il momento in cui il programma politico ed economico del candidato socialista Mitterand, per altro pienamente sostenuto dai comunisti, ha cominciato a divergere dal Programma comune. In ogni caso la rottura dell'alleanza con i socialisti segna per il Pcf la fine del tentativo di omologarsi alla realtà politica nazionale nonché, contestualmente, la fine del suo smarcamento eurocomunista, anche se, paradossalmente, proprio da questo momento, Marchais rivendicherà per il Pcf questo attributo.

La politica nazionale del Pce negli anni dell'Eurocomunismo

La situazione del Partito comunista di Spagna, fino al 1977, è radicalmente diversa da quella dei comunisti italiani e francesi, essendo esso costretto alla clandestinità da un regime, che, sebbene in agonia, non attenua per nulla la sua durezza.
Dopo aver conosciuto un certo sviluppo economico, in particolare nell'industria pesante, negli anni cinquanta e sessanta, la Spagna vive forse in misura più grave di altri paesi, la grave crisi economica che ha colpito tutto il mondo occidentale nei primi anni settanta. La protesta sociale e il malcontento crescono, mentre il regime risponde solo con la repressione e la Spagna, negli ultimi mesi di vita di Franco e fino alla sua morte, nel novembre 1975, diventa uno Stato-caserma, anche se il legame a filo doppio tra il regime e il suo fondatore, indica la palese impossibilità per la dittatura di sopravvivere alla morte del Caudillo.
Il Pce, molti leader del quale hanno provato in prima persona le durezze della guerra civile, vive con un sentimento di paura mista a trepidazione quest'ultima fase della dittatura. L'opzione del colpo di stato alla maniera portoghese è fuori discussione, in quanto si ritiene che gli spagnoli, dopo una guerra civile che ha spaccato in due il Paese e dopo quarant'anni di dittatura, non accetterebbero una nuova lacerazione drammatica.
La stagione dell'Eurocomunismo è in piena fase ascendente durante la transizione della Spagna verso la democrazia. Carrillo è certamente l'avanguardia di questa nuova strategia, per temperamento, forse, ma soprattutto perché l'Eurocomunismo rappresenta per il partito spagnolo la carta su cui puntare tutto per migliorare la propria immagine.
L'obiettivo del Pce è duplice. Innanzitutto rendere evidente che è possibile costruire una società socialista democratica, molto differente dalle esperienze socialiste esistenti, e, in secondo luogo, dimostrare che i partiti comunisti, quando operano in un contesto politico democratico, come nel caso del Pci e del Pcf, non costituiscono un pericolo per la libertà, ma sono, anzi, un elemento valido ed indispensabile per la crescita complessiva della democrazia.
Non è un caso se Carrillo è il leader che più di tutti desidera dare all'Eurocomunismo una struttura e un'organizzazione stabile, così da farne veramente un nuovo polo del comunismo, e da rendere più palese la presa di distanza da Mosca.
Anche per il Pce i fatti cileni insegnano una lezione, quella per cui, anche se le forze socialiste vanno al governo, non si risolve il problema dello Stato, anzi, si può creare un dualismo molto pericoloso tra il governo socialista e l'apparato dello Stato capitalista, che può portare quest'ultimo a boicottare e, perfino, ad abbattere l'esecutivo. Da ciò deriva, quindi, la necessità di stringere quella che Carrillo chiama "l'alleanza delle forze del lavoro e della cultura". Il governo che essa esprimerà dovrà garantire, nella fase che conduce alla costruzione della società socialista, la permanenza della proprietà privata media e piccola accanto alla proprietà pubblica, perché "l'esperienza insegna che la socializzazione radicale a breve termine di tutti i mezzi di produzione e di scambio determina una distruzione e una disorganizzazione delle forze produttive e dei servizi"86.
Durante la fase di transizione, durata circa un anno e conclusasi, nel maggio '77, con le prime elezioni libere dopo oltre quarant'anni, si sono operati importanti cambiamenti in senso democratico. Oltre alla legalizzazione di tutti i partiti politici, da ultimo il Pce, nel marzo '77, si sono poste le basi per le successive trasformazioni delle istituzioni, in particolare gli organismi regionali e, soprattutto, si è smantellato l'oppressivo regime di polizia.
Per i comunisti, se il 1976 è stato ancora un anno molto difficile in quanto permaneva lo stato di illegalità del partito e continuavano, quindi, gli arresti dei militanti, il 1977 rappresenta la liberazione e la fine della clandestinità. Il primo (e unico) vertice eurocomunista, che si svolge a Madrid all'inizio del mese di marzo del '77, segna il primo grande atto pubblico del Pce. Nel maggio successivo si svolgono le elezioni politiche. Per il partito comunista, tuttavia, queste si rivelano una mezza delusione, in quanto esso raccoglie meno del 10 per cento dei consensi, con una punta massima del 20 per cento a Barcellona.
La sinistra è controllata saldamente dai socialisti di Gonzales, capaci di elaborare un programma probabilmente più vicino alle aspettative di un Paese che vuole sì cambiare, ma non in modo traumatico.
Osservando più in generale i risultati di queste prime elezioni libere, oltre al successo di una maggioranza moderata, la coalizione di centro-destra guidata dal confermato premier Suarez, il dato che più spicca in questo appuntamento elettorale è la forte penalizzazione delle due ali estreme dello schieramento politico. Del deludente score del Pce si è detto, ma ancor peggio è andata al movimento che maggiormente si richiama ai principi franchisti, l'Alianza popular di Fraga Iribarne, che non raggiunge nemmeno il 9 per cento.
Vincitori e vinti concordano, comunque, nel riconoscere che è ormai indispensabile e urgente avviare la Spagna verso la democrazia. Per questo motivo rappresentanti di tutti i partiti si incontrano per definire una tabella di marcia per avviare le riforme più importanti e stabilire i contorni della nuova Costituzione. Questa intesa fra tutte le forze politiche è chiamata Pacto de la Moncloa, perché raggiunta nel palazzo dove ha sede il governo. Il Pce è, certamente, uno tra i partiti che maggiormente hanno caldeggiato questo accordo, che segna, di fatto, la fine di ogni discriminazione anticomunista.
Tuttavia, il Pce non riesce nemmeno in questa fase a legittimarsi completamente agli occhi dell'opinione pubblica moderata per una serie di ragioni, tra le quali la difficile sintonia con i cattolici, di cui si è parlato in precedenza e, soprattutto, l'arroventato rapporto con i socialisti, verso i quali i comunisti nutrono una profonda diffidenza, molto difficilmente superabile e che, anzi, conosce un'accentuazione nei mesi successivi alle elezioni. Ciò nonostante, nel documento politico finale del IX Congresso del Pce, nell'aprile '78, si dichiara che "il partito comunista persevererà nell'impegno di realizzare la più ampia collaborazione con il Psoe e con le altre formazioni socialiste, ai fini del consolidamento e dello sviluppo della democrazia insieme con altre forze democratiche"87.
Altri problemi sorgono nel Pce, come la delusione di molti militanti comunisti di non essere riusciti ad abbattere la dittatura, pur avendone pagato il prezzo più alto, e di assistere quasi in modo passivo alla fase di transizione alla democrazia, dove il controllo del potere è nelle mani della borghesia88.
Alcuni militanti rimproverano inoltre al partito di essersi impegnato in modo contraddittorio di fronte ai difficili compiti di questo momento politico, rilevando un notevole ritardo di analisi e di comprensione del processo in atto. Non è un caso che proprio le tesi sulla natura del processo di transizione e sul ruolo del partito in questo momento chiave, siano tra le più discusse e le più modificate di tutto il Congresso. Il più grande problema del Pce, forse, è proprio il fatto di non essere stato capace, in questo frangente storico, di porsi compiutamente come partito con una prospettiva di governo, oltre che di lotta, cosa che è riuscita, invece, al Pci89. Infine vi è un'ultima difficoltà per i comunisti spagnoli, quella di trovarsi di fronte ad un alto rischio di competizione a sinistra, e proprio a causa della scelta eurocomunista90.
(1 - continua)


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