Mauro Bruscagin
Eurocomunismo: il sogno di coniugare democrazia con socialismo*
"l'impegno", a. XVII, n. 1, aprile 1997
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Cos'è l'Eurocomunismo
Definire l'Eurocomunismo non è semplice. È forse più facile spiegare la sua potenzialità che non la sua
realtà. Esso ha rappresentato la grande novità e la grande speranza di cambiamento in senso democratico della
società europea degli anni settanta. Il suo proposito era quello di creare una sorta di "terza via" tra il capitalismo
liberale occidentale e il socialismo sovietico, i due massimi sistemi sociali entrambi in profonda crisi durante quegli
anni, il primo a causa di una grave recessione economica, il secondo perché oppressivo delle fondamentali
libertà umane. L'incapacità, tuttavia, di dare un seguito concreto a questo grande progetto non solo politico, ma
anche sociale, economico e culturale, unita a diverse altre ragioni, ne ha però determinato il fallimento. I partiti
che hanno dato vita a questa nuova stagione del comunismo sono principalmente il Partito comunista italiano
(Pci), il Partito comunista spagnolo (Pce) e il Partito comunista francese (Pcf), ma il fenomeno ha interessato
anche altri partiti comunisti come quello britannico, quello belga e quello greco dell'interno, tutti partiti di
piccole dimensioni, il cui contributo originale all'Eurocomunismo è stato molto circoscritto.
Interessante osservare che il termine "Eurocomunismo" è stato coniato per la prima volta non da un
leader comunista ma da un giornalista jugoslavo, Frane Barbieri, in un quotidiano le cui posizioni ideologiche e
politiche erano opposte a quelle di un partito comunista, "Il Giornale Nuovo" di Indro Montanelli.
Nell'intendimento di Barbieri il termine "Eurocomunismo" è stato preferito a "neo-comunismo" perché
ritenuto definito dal punto di vista geografico e indefinito da quello ideologico, mentre il secondo appare
concetto ideologicamente troppo impegnativo. Secondo Barbieri il carattere fondamentale di questo nuovo tipo di
comunismo è proprio la sua fluidità, mentre la componente ideologica, pur presente, non va
esagerata1.
Sulla paternità di questo neologismo è sorta perfino una piccola disputa, essendovi alcuni più propensi
ad attribuire l'origine del termine ad Arrigo Levi, anch'egli giornalista di matrice liberale, che lo avrebbe
preferito a "neo-comunismo", termine che presupporrebbe un salto di qualità ancora da verificare, a parere di
Levi2.
È da notare che questo nuovo modo di intendere il comunismo descrive, in questa prima fase,
l'evoluzione politica solamente del Pce e del Pci, in quanto per il partito francese si dovrà attendere fino al novembre
1975, quando improvvisamente il suo leader Georges Marchais orienterà il partito da posizioni ortodosse e
filosovietiche verso gli smarcamenti politici e ideologici del Pci e del Pce.
Molte sono le novità che l'Eurocomunismo propone nell'ambito del panorama comunista
internazionale. Esse concernono tre diversi piani di analisi: internazionale, nazionale e ideologico.
Sul piano internazionale si propone una nuova concezione dei rapporti tra Pcus e partiti-fratelli,
definitivamente depurato dai retaggi cominternisti e stalinisti. Non si riconosce più un centro internazionale del comunismo,
né un partito o uno Stato sono più considerati un modello da seguire. I partiti eurocomunisti perseguono un
obiettivo di più marcata autonomia da Mosca e dal comunismo di marca sovietica. Non vale più l'identità
"antisovietismo = anticomunismo". Anzi, sempre più spesso i partiti eurocomunisti prendono una posizione critica nei
confronti dell'Urss per i suoi gravi limiti nella democrazia, per il trattamento dei dissidenti, per le inquietanti
mancanze nell'ambito dei diritti umani, o per il suo apparato burocratico sclerotizzato che paralizza ogni autentico
processo di trasformazione sociale nel mondo, in particolare nei paesi capitalisti
occidentali3.
Inoltre, il Pci in modo particolare concepisce l'Eurocomunismo anche come tentativo di superamento
dell'antica divisione delle forze operaie risalente alla creazione della III Internazionale, auspicando un
internazionalismo non solo proletario, ma che concerne una pluralità di forze democratiche, anche non
comuniste4. In questo senso molti politologi e giornalisti hanno visto l'Eurocomunismo come una transizione, uno smarcamento reale
dal comunismo sovietico, ma non ancora divenuto
socialdemocrazia5.
Sul piano nazionale i tre partiti eurocomunisti elaborano analisi convergenti sulla crisi che ha colpito le
società capitaliste avanzate dell'Europa occidentale a partire dallo
shock petrolifero. La crisi è definita globale,
perché non riguarda solo l'economia ma tutti gli aspetti della società, comprese la politica e la morale. Secondo i
tre partiti la crisi è quindi strutturale e per uscirne occorre imboccare la via del socialismo. Ma la costruzione
di questo nuovo tipo di società sarà del tutto originale, non si seguiranno modelli di paesi che hanno già
realizzato il socialismo, men che meno il modello sovietico.
Sul piano ideologico, infine, le novità non sono di poco conto. Libertà e democrazia non sono più
considerate vuote formule borghesi ma valori universali "indissolubili dal socialismo". La democrazia, in particolare,
diviene democrazia tout court, priva di connotazioni di classe; l'adesione ad essa non è più concessione tattica,
come in Lenin, ma un valore fondamentale.
Con l'accettazione del principio che ogni minoranza può divenire maggioranza e viceversa, secondo il
voto sovrano dei cittadini, si ha la sostanziale rinuncia alla rivoluzione come mezzo per acquisire il
potere6. Inoltre
il dogma della dittatura del proletariato viene abbandonato anche dal Pcf durante il suo XXII Congresso,
mentre il Pci e il Pce hanno compiuto questa svolta già da tempo.
Per quanto concerne l'organizzazione interna, infine, i tre partiti eurocomunisti, sollecitati sia dai
propri militanti che dall'ambiente esterno, pur restando strutturati secondo il principio del centralismo democratico
di tradizione leninista, si aprono a riforme in senso più democratico, anche se in maniera molto differente tra
loro. In particolare i cambiamenti del Pcf saranno molto timidi.
Ma l'Eurocomunismo non potrebbe neppure essere concepito se, accanto a questi importanti
cambiamenti sul piano interno dei tre partiti, non fossero presenti alcune particolari condizioni economiche, sociali e,
soprattutto, politiche nel contesto internazionale, più specificamente: la cultura europea e il suo sviluppo
economico; la distensione nei rapporti Usa-Urss; lo sviluppo negli ultimi anni della Cee; la crisi generale del leninismo
e l'appannamento dell'immagine dell'Urss e del suo modello di socialismo; le difficoltà e la crisi, in politica
estera, dell'altra superpotenza, ancora molto scossa dalla sconfitta nel Vietnam; infine la già citata crisi economica
che attanaglia l'Europa occidentale dal 1973.
L'origine non comunista del termine ha creato non pochi imbarazzi ai leader dei tre partiti, con
l'eccezione del segretario del Pce, Santiago Carrillo, autentica avanguardia di questo movimento.
In effetti è trascorso quasi un anno dall'articolo di Barbieri quando Enrico Berlinguer, primo tra i
segretari dei partiti eurocomunisti, pronuncia, virgolettandolo, il neologismo, in occasione della manifestazione
comune tra il Pcf e il Pci a La Villette, nei pressi di Parigi, il 3 giugno 1976. Il segretario del Pci accenna soltanto al
grande interesse di molti circoli della stampa internazionale "borghese" attorno a questo "Eurocomunismo",
definendolo genericamente come termine che si riferisce a certe posizioni convergenti di alcuni partiti
comunisti7.
Qualche ragguaglio maggiore Berlinguer lo fornisce in occasione della Conferenza paneuropea dei
partiti comunisti, tenutasi a Berlino Est il 29-30 giugno 1976: "È assai significativo che alcuni altri partiti
comunisti e operai dell'Europa occidentale siano pervenuti, attraverso una loro autonoma ricerca, a elaborazioni
analoghe circa la via da seguire per giungere al socialismo e circa i caratteri della società socialista da costruire nei
loro paesi. Queste convergenze e questi tratti comuni si sono espressi recentemente nelle dichiarazioni che
abbiamo concordato con i compagni del Pce, del Pcf, del Pc di Gran Bretagna. È a queste elaborazioni e ricerche di
tipo nuovo che taluni danno il nome di
'Eurocomunismo' "8.
In una precedente occasione, altrettanto importante, il XXV Congresso del Pcus a Mosca, il 27 febbraio
1976, Berlinguer, senza utilizzare la parola, ne definisce comunque quelli che il Pci considera i principi
fondamentali, ovvero che i rapporti tra partiti comunisti devono essere improntati allo spirito di amicizia e di solidarietà,
con un aperto e franco confronto delle diverse esperienze e posizioni, ovvero riconoscimento e rispetto della
piena indipendenza di ogni partito comunista, e che la costruzione di una società socialista deve essere "il
momento più alto dello sviluppo di tutte le conquiste democratiche e deve garantire il rispetto di tutte le libertà
individuali e collettive, delle libertà religiose e della libertà della cultura, delle arti e delle
scienze"9.
Il leader del Pce, Carrillo, pronuncia per la prima volta il termine Eurocomunismo, lui pure
virgolettandolo, in occasione della Conferenza di Berlino. Anch'egli proclama che il principio dell'internazionalismo
va profondamente modificato: "Per lunghi anni Mosca fu la nostra Roma e la grande rivoluzione socialista di
Ottobre il nostro Natale. Era il periodo della nostra infanzia. Oggi siamo diventati adulti [...] la nostra vocazione è
di essere una forza che esce dalle catacombe, e che aspira ad arrivare al governo là dove non c'è ancora
riuscita [...]. Ma è indiscutibile che oggi i comunisti non fanno capo ad alcun centro dirigente, non ubbidiscono ad
una disciplina internazionale. Noi non accetteremo un ritorno alle strutture e alle concezioni
dell'internazionalismo secondo le formule del
passato"10.
Anche per Carrillo l'Eurocomunismo sottintende a una nuova concezione della democrazia:
"Recentemente, in ambienti lontani dai nostri, si è parlato di 'Eurocomunismo'. Il termine non è esatto. Non esiste
un Eurocomunismo. Ciò nonostante è evidente che i partiti comunisti dei paesi capitalistici sviluppati,
devono affrontare una problematica particolare, devono affrontare esigenze specifiche allo sviluppo della lotta di
classe nel nostro ambiente. Questo ci conduce verso vie e forme di socialismo che non saranno uguali a quelli di
altri paesi [...]. L'egemonia delle forze del lavoro e della cultura non sarà utilizzata attraverso forme dittatoriali,
ma nel rispetto del pluralismo politico e ideologico, senza partito unico, e con un riferimento costante al
risultato del suffragio
universale"11.
Carrillo, infine, sarà anche autore di un libro intitolato "Eurocomunismo y estado", pubblicato nell'aprile
del '77, opera che sarà al centro di forti critiche, specie da parte sovietica.
Infine il Pcf, che si mostra il più prudente nell'adozione del nuovo termine. Il partito francese infatti è
l'ultimo ad entrare nel nuovo movimento, anche se è quello che lo fa nel modo più clamoroso ed enfatico,
abbandonando improvvisamente e in modo spettacolare il principio della dittatura del proletariato, e accogliendo quindi
una nuova concezione di democrazia, in occasione del suo XXII Congresso, nel febbraio 1976.
Alla Conferenza di Berlino il segretario Marchais, senza mai pronunciare il termine Eurocomunismo,
ne afferma i principi: "Noi seguiamo una via originale, indipendente, di lotta per il socialismo. Più in generale,
il nostro partito definisce la sua politica, i suoi obiettivi e i suoi metodi d'azione nella più completa
indipendenza [...]. Al tempo stesso il nostro partito tenta di avere rapporti di amicizia, fraternità e cooperazione con tutte
le forze democratiche e popolari che lottano contro
l'imperialismo"12.
La Dichiarazione delle libertà, pubblicata il 15 maggio 1975, è il documento che indica che anche una nuova
concezione della libertà è stata fatta propria dal Pcf13.
Due sono le ragioni della maggiore reticenza del Pcf ad accettare il neologismo.
In primo luogo ragioni politiche: un partito che ha basato la sua strategia politica sulla volontà di
costruire una via nazionale originale al socialismo, non può ora contribuire a fondare un nuovo centro sovranazionale
del comunismo.
La seconda è una ragione di convenienza: il timore molto forte che l'Eurocomunismo sia l'inizio di una
nuova eresia14.
Tuttavia, questa reticenza a volte anche eccessiva non impedisce una progressiva definizione
dell'essenza della proposta eurocomunista. I principi fondamentali vengono fissati nei vertici bilaterali tra i partiti. Il
primo di questi incontri è del luglio '75, a Livorno, tra il Pci e il Pce, all'epoca ancora fuorilegge. Nella
dichiarazione congiunta si afferma che "i comunisti italiani e spagnoli dichiarano solennemente che, nella loro concezione
di un'avanzata democratica al socialismo, nella pace e nella libertà, si esprime non un atteggiamento tattico,
ma un convincimento strategico, il quale nasce dalla riflessione sull'insieme delle esperienze del movimento
operaio e sulle condizioni storiche specifiche dei rispettivi Paesi, nella situazione europeo-occidentale [...]. La
prospettiva di una società socialista nasce oggi dalla realtà delle cose e ha come premessa la convinzione che il
socialismo si può affermare, nei nostri paesi, solo attraverso lo sviluppo e l'attuazione piena della democrazia. Ciò ha
come base l'affermazione del valore delle libertà personali e collettive e della loro garanzia, dei principi della
laicità dello Stato, della sua articolazione democratica, della pluralità dei partiti in una libera dialettica,
dell'autonomia del sindacato, delle libertà religiose, della libertà di espressione, della cultura, dell'arte e delle
scienze"15.
Il secondo vertice è quello tra il Pci e il Pcf, del novembre 1975. È indicativo che entrambe le
dichiarazioni siano state fatte in Italia, come a suggellare il ruolo primario del Pci in questa intesa tra i principali partiti
comunisti occidentali. Nella dichiarazione comune si afferma: "I due partiti conducono la propria azione in
condizioni concrete differenti, e per questo fatto ciascuno di essi realizza una politica che risponde ai bisogni e
alle caratteristiche del proprio Paese. Al tempo stesso, lottando in paesi capitalistici sviluppati, essi constatano
che i problemi essenziali che stanno loro di fronte presentano caratteristiche comuni e richiedono soluzioni
analoghe [...] il socialismo costituirà una fase superiore della democrazia e della libertà; la democrazia realizzata nel
modo più completo. In questo spirito, tutte le libertà, frutto sia delle grandi rivoluzioni democratico-borghesi, sia
delle grandi lotte popolari di questo secolo, che hanno avuto alla loro testa la classe operaia, dovranno essere
garantite e sviluppate [...]. I comunisti francesi ed italiani si pronunciano per la pluralità dei partiti politici, per il
diritto all'esistenza e all'attività dei partiti di opposizione, per la libera formazione e la possibilità
dell'alternarsi democratico delle maggioranze e delle minoranze, per la laicità e il funzionamento democratico dello Stato,
per la libera attività e l'autonomia dei
sindacati"16.
Suggello definitivo alle convergenze tra i tre partiti è stato il vertice di Madrid del 2-3 marzo '77,
considerato il primo, ma anche l'unico, vertice dell'Eurocomunismo. In realtà questo
summit più che l'apogeo dell'Eurocomunismo ne rappresenta l'inizio della parabola discendente. I segretari dei tre partiti (in
particolare Marchais e Berlinguer) sono infatti più preoccupati di affermare che il vero scopo del vertice è portare
solidarietà al Pce, ancora formalmente non legalizzato, piuttosto che dare consistenza a questa ipotesi di nuovo centro
del mondo comunista. Anzi, un'eccessiva prudenza, soprattutto nei giudizi sul comunismo sovietico, segna
indubbi e sensibili arretramenti rispetto alle precedenti acquisizioni di autonomia: "I tre paesi conoscono attualmente
una crisi che è insieme economica, politica, sociale e morale [...]. La crisi del sistema capitalistico richiede con
ancor maggiore forza che si sviluppi la democrazia e si avanzi verso il socialismo. I comunisti spagnoli, francesi
e italiani intendono operare per la costruzione di una nuova società nel pluralismo delle forze politiche e
sociali e nel rispetto, la garanzia e lo sviluppo di tutte le libertà individuali e collettive [...]. I tre partiti intendono
sviluppare anche in avvenire la solidarietà internazionalistica e l'amicizia sulla base della indipendenza di ogni
partito, dell'uguaglianza dei diritti, della non ingerenza, del rispetto della libera scelta di vie e soluzioni originali per
la costruzione di società socialiste corrispondenti alle condizioni di ogni
Paese"17.
Differenze storiche e sociologiche nei partiti eurocomunisti
L'influenza del Comintern, ovvero la III Internazionale, e dello stalinismo si è fatta sentire, anche se in
misura differente, su tutti e tre i partiti, tanto da averne determinato a lungo la linea politica. Il collegamento con
Mosca è stato anche accentuato dalle particolari vicende politiche nazionali, come il fascismo in Italia o la dittatura
di Franco in Spagna a conclusione della guerra civile, situazioni che hanno obbligato alla clandestinità i
partiti comunisti e condotto a Mosca molti dei loro leader. In questo modo i quadri dirigenti del Pci e del Pce si
sono formati quasi interamente all'ombra del Cremlino.
Per quanto concerne il Pcf, esso si è sempre distinto come il più fedele interprete della politica estera
sovietica in Occidente, tanto da venirne considerato, con un paragone con la chiesa francese, "il figlio
prediletto". Paradossalmente, infatti, l'impronta stalinista è rimasta più impressa nel partito francese, che ha conservato
a lungo lo stile e la rigida impostazione di partito tipica del periodo cominternista, accumulando così un
notevole ritardo rispetto alla evoluzione di partiti come lo spagnolo e, soprattutto, l'italiano.
Sicuramente una grossa parte di responsabilità per questa forte matrice stalinista è da attribuirsi a
Maurice Thorez, leader del partito per oltre trent'anni, fino al '64, molto amato dai militanti ma incapace di elaborare un
progetto originale per la costruzione del socialismo in una società occidentale come la Francia, e
soprattutto colpevole di aver accolto di buon grado ogni ordine di Stalin. Solo con il suo successore, Waldek-Rochet, il
Pcf ha intrapreso la via per uscire da quel ghetto in cui esso stesso si era cacciato, prendendo due decisioni
storiche come il sostegno alla candidatura di François Mitterand alle presidenziali del '65 e la "riprovazione"
manifestata in seguito all'intervento sovietico a Praga nel '68, la prima volta nella storia del Pcf in cui il partito ha
condannato un atto politico dell'Urss18.
Il Pce, pur costretto alla clandestinità dopo la sconfitta nella guerra civile del '36, ha saputo sviluppare
nel corso degli anni una forte autonomia nei confronti del Pcus, grazie soprattutto alle forti personalità di
Carrillo e di Dolores Ibarruri, la leggendaria "Pasionaria", anche se ha dovuto subire una piccola scissione di una
frazione prosovietica guidata da un altro eroe della guerra civile, Enrique Lister, in occasione della condanna
della repressione sovietica della primavera di Praga.
La posizione del Pci è complessa, con un Togliatti dapprima fedele e potentissimo emissario di Stalin in
Occidente e poi, con la svolta di Salerno e la creazione del "partito nuovo" e con l'elaborazione della teoria della
"via nazionale al socialismo", uno dei leader comunisti più innovatori. Anche se l'appoggio alla politica estera
sovietica resta praticamente incondizionato, come testimonia la condanna dell'insurrezione ungherese del '56,
l'autonomia da Mosca si sviluppa soprattutto nella nuova concezione di principi come libertà e democrazia, che
vengono considerati contenuti imprescindibili del
socialismo19, nella riscoperta dell'individuo e nell'abbandono
della convinzione che l'uguaglianza possa essere imposta dalla volontà di un principe illuminato, ovvero il partito
di massa operaio della teoria
gramsciana20. Infine, ciò che ha contribuito in maniera importante all'emergere di
una elaborazione originale del Pci all'interno del mondo comunista, è stato sicuramente la presenza di una
personalità come quella di Gramsci, di certo colui che meglio ha cercato di applicare il modello leninista
all'Occidente, correggendolo e rendendolo più adatto a un tipo di società profondamente diversa da quella russa del 1917.
Ma non sono soltanto gradi diversi nell'influsso stalinista a determinare profonde differenze tra i tre partiti.
Francia, Italia e Spagna, oltre a molte affinità, come la comune cultura latina e cattolica e una storia
spesso interconnessa, presentano anche alcune differenze significative, risalenti soprattutto alle vicende
storico-politiche dell'ultimo secolo, che hanno inciso nell'esperienza storica dei tre partiti e che li hanno resi tra loro
differenti, anche in modo rilevante. Così, mentre il Pci ha ricevuto un'eredità ricca e articolata dalla tradizione
socialista italiana, il partito francese ha avuto in dote la struttura ectoplasmatica della Sfio (Section française de
l'internationale ouvrière)21. Ulteriore differenza si è avuta nella formazione dei quadri dirigenti. Quelli del Pcf sono stati
selezionati esclusivamente dalla classe operaia, quelli del Pci, invece, dalla lotta interclassista contro il fascismo, quelli
del partito spagnolo, infine, si sono formati in condizioni di clandestinità, fatto che ha prodotto una
certa burocratizzazione dei quadri stessi, in quanto ha limitato il rinnovamento dei dirigenti e ha portato i
funzionari a instaurarsi in modo permanente nell'amministrazione del partito, essendo per loro impossibile accedere a
delle responsabilità pubbliche22.
Diversa è stata anche l'impostazione della concezione stessa del partito. Il Pci immediatamente dopo la
guerra si è trasformato da partito di rivoluzionari professionisti in partito di massa, non ostacolando l'afflusso dei
nuovi iscritti, malgrado potessero essere impreparati. I comunisti francesi, invece, hanno assunto queste
connotazioni solo verso la fine degli anni sessanta, restando a lungo legati, come si è visto, al dogma leninista del
partito-avanguardia23. Carattere peculiare del Pcf è, poi, lo spiccato spirito nazionalista, che deborda a volte in un
mal celato razzismo, il cosiddetto gallocomunismo, di ascendenza
giacobina24. Questo nazionalismo, così forte
da prevalere a volte sullo stesso carattere comunista del partito, ha portato spesso il partito sulle stesse
posizioni dei gollisti, come nel caso delle relazioni con l'Alleanza atlantica, della concezione della Comunità europea
o dell'atteggiamento verso la cosiddetta force de
frappe, l'arsenale atomico francese.
È poi doveroso considerare i differenti sistemi di governo operanti in Francia e Italia a partire dal
dopoguerra. Infatti, mentre il partito italiano si trova in un contesto istituzionale che esso stesso ha contribuito a creare, il
Pcf vive dal 1958 in un assetto costituzionale da esso non voluto e con un sistema elettorale particolarmente
punitivo nei suoi confronti25.
Differenze, inoltre, si avvertono anche nella composizione sociale, la quale è venuta a
modificarsi profondamente nel corso degli anni, pur continuando i partiti a definirsi rappresentanti della classe operaia.
Caratteristiche distintive dei comunisti transalpini restano comunque l'operaismo estremo e la difesa ad
oltranza e quasi esclusiva degli interessi della classe operaia (ma solo francese), rivendicazioni che fanno del Pcf più
una corporazione della società civile che un
partito26. Questo determina due conseguenze importanti:
innanzitutto il fatto che certe fasce sociali, come i lavoratori immigrati, non vengono per nulla rappresentate dal Pcf, e
in secondo luogo il fatto che le rivendicazioni sociali di questo partito sono legate a certe analisi dei bisogni
dei lavoratori ormai superate, come la richiesta quasi ossessiva di un incremento quantitativo del settore
pubblico o l'attaccamento incondizionato al modello staliniano produttivista, che gli aliena l'appoggio degli
ecologisti27. I comunisti francesi si mostrano molto scettici nei confronti delle rivendicazioni qualitative, bollate quasi
sempre come misure riformiste e non in grado di abbattere il sistema capitalista.
Difficile è anche il rapporto tra il Pcf e la Chiesa, sempre a causa del suo dogmatismo esasperato. Sono
pochi i militanti credenti, e nessuno ha posizioni rilevanti all'interno dell'apparato, né sono noti intellettuali
cattolici comunisti. L'unico, infatti, Roger Garaudy, già membro dell'Ufficio politico, è stato espulso dal partito nel
'70, prima della sua conversione religiosa.
Nella composizione sociale del partito negli anni settanta, si può notare una distorsione tra l'influenza
elettorale stagnante e il numero degli iscritti, in costante aumento fino al
197828. In secondo luogo è significativo
l'aumento degli iscritti non operai, soprattutto studenti e tecnici, anche se, salendo nella gerarchia del partito, la
componente operaia resta di gran lunga maggioritaria. Indicativo è anche lo scarso peso, nei centri direttivi del partito,
delle donne, malgrado la loro percentuale tra gli iscritti sia prossima al 50 per
cento29.
Infine è da notare il basso grado di omologazione politica del Pcf nella società francese, il suo
costante proclamarsi partito anti-sistema, anche durante l'epoca eurocomunista, il rifiuto di ogni strategia gradualista
di integrazione e il proposito costante, anche nel momento dell'alleanza con il Partito socialista, di determinare
una rottura drastica del sistema
capitalista30.
Il Partito comunista spagnolo vive una forte concorrenza interna con il Psoe, il Partito socialista guidato
da Felipe Gonzales e da altri giovani uomini politici, nati dopo la guerra civile e cresciuti insieme a tutta la
società spagnola degli anni sessanta e settanta. Il Pce, invece, corre il rischio di una lacerazione tra il vertice,
formato da persone non più giovanissime, testimoni della guerra e vissute per anni in esilio, e la base, molto giovane
e, per certi versi, estremista31.
Difficoltà ulteriore è il rapporto con i cattolici, in quanto più della metà degli spagnoli nel 1977 ritiene
impossibile essere contemporaneamente buoni cattolici e
comunisti32, mentre Carrillo descrive la Chiesa come un
apparato ideologico dello Stato, anch'essa coinvolta nella crisi globale della società
capitalista33, anche se aggiunge che voci nuove, di autentico rinnovamento, si sono levate negli ultimi anni dalla Chiesa stessa.
La composizione sociale del partito negli anni settanta mostra che, sebbene si mantenga una forte
matrice operaia (il 55 per cento degli iscritti nel 1977), il numero degli intellettuali e dei tecnici è in grande
progresso34.
Per quanto riguarda l'omologazione sociale del partito, pur con tutte le difficoltà connesse al lungo
periodo di illegalità, il Pce, a differenza dei "fratelli" francesi, ha assunto una strategia gradualista di integrazione
nazionale, non domandando, nel suo programma elettorale, né molte nazionalizzazioni, né rotture drastiche con la
società capitalista e nemmeno la chiusura immediata delle basi americane in Spagna.
La politica estera, poi, con il mutato atteggiamento verso la Cee, è il momento trainante del processo
di inserimento nella vita politica nazionale, mentre per il Pcf essa è solo una variabile dipendente della
strategia politica generale35.
Per marcare maggiormente il suo rinnovamento, il Pce dichiara durante il suo IX Congresso, nel '78, di
non considerarsi più l'unico rappresentante della classe operaia, né la sua
avanguardia36.
Questo, però, pone a rischio l'identità stessa del partito, tanto che Carrillo deve affermare: "Noi non
cerchiamo di tendere la mano al capitalismo imperialista decadente, bensì di accelerarne la liquidazione; non passiamo
dalla parte della socialdemocrazia, che continuiamo invece a combattere ideologicamente; vogliamo agire come
marxisti, come comunisti, nei paesi sviluppati nei quali ci troviamo ad operare, negli anni
settanta"37.
Il Pci, infine, a differenza del Pcf, ha da sempre sviluppato una strategia di omologazione sociale,
privilegiando il carattere nazional-popolare del partito. In questo modo è riuscito a costruire una forte organizzazione, con
oltre unmilioneottocentomila iscritti, vale a dire tre volte il numero di iscritti del Pcf, una rete capillare presente in
tutto il tessuto sociale del Paese, attenta a ogni novità della società civile (femminismo, ecologia, movimenti
pacifisti), un partito che resta in prevalenza operaio, ma aperto senza discriminazioni anche ai ceti medi,
costantemente alla ricerca del dialogo costruttivo con i cattolici e con una forte presenza cattolica tra i suoi intellettuali.
La capacità del partito di porsi contemporaneamente come partito di opposizione e di governo, ha fatto sì
che i temi politici avessero sempre un'importanza superiore rispetto alle rivendicazioni esclusivamente
economiche, cavallo di battaglia del
Pcf38. In particolare i comunisti italiani hanno saputo elaborare scelte originali sia
in politica interna (la Via nazionale al socialismo, il Compromesso storico) che in politica estera (il
mutato atteggiamento, nel corso degli anni, nei confronti della Comunità europea, la svolta sulla Nato), che hanno
attratto i voti non solo della classe operaia, ma anche dei ceti medi, forse anche perché i moduli d'azione del Pci si
sono mostrati spesso molto più simili a quelli di un grande partito socialdemocratico che non a quelli di un
partito comunista39.
Significativa, infine, è l'attitudine dei tre partiti nei confronti degli intellettuali.
Nel Pce circa un terzo degli iscritti sono intellettuali e il loro ruolo è importante al punto che i comunisti
iberici definiscono il loro come un "partito operaio e delle forze della cultura".
Nel Pci il ruolo degli intellettuali è tanto rilevante da creare problemi di vario genere, come sensi di
estraneità, a volte, tra i militanti operai o anche problemi di disciplina
interna40.
Il Pcf ha invece problemi opposti, in quanto lo scarso numero di intellettuali crea maggiori difficoltà
di adattamento alla vita politica in una democrazia borghese.
Il Pci, invece, ha avuto un attenzione costante verso gli intellettuali fin dai tempi di Gramsci. Ciò ha
procurato indubbi vantaggi ai comunisti italiani, offrendo loro la possibilità di un maggiore dibattito interno e facendo
in modo che le svolte politiche e dottrinali non fossero solo imposizioni dei vertici41. Tra gli intellettuali comunisti italiani spicca ovviamente la personalità di Gramsci, considerato dai leader dei partiti eurocomunisti il
padre spirituale di questa nuova strategia comune. In realtà egli ha certamente avuto una funzione decisiva
ponendo la questione della nazionalizzazione del bolscevismo, ma poi si è creata una tensione tra l'eredità
gramsciana e la nuova strategia dei tre partiti, che è quella di superare l'esperienza
sovietica42. In effetti Gramsci non si
è spinto fino al punto di abbandonare il principio della dittatura del proletariato, ma l'ha solo elaborato nel concetto
di "egemonia". In questo modo allora l'Eurocomunismo separerebbe ciò che nel leninismo e nel gramscismo
era unito. Qualcuno, del resto, anche all'interno del Pci, ha ammesso che il pluralismo organico, fondato sul
concetto di egemonia, creerebbe a volte problemi di inconciliabilità con la vera democrazia, e c'è chi, come Pietro
Ingrao, suggerisce di inserire momenti di democrazia di base nel sistema
rappresentativo43.
La struttura organizzativa dei tre partiti eurocomunisti
Il tratto distintivo della struttura organizzativa di ogni partito comunista è certamente il centralismo
democratico. Ideato e forgiato da Lenin per assicurare la disciplina nel partito dei "rivoluzionari professionisti",
affinché "delle migliaia di uomini avanzino come un solo uomo quando il Comitato centrale dà un ordine", questo
tipo di struttura ha due funzioni principali. La prima è quella di assicurare, teoricamente, il più ampio grado di
discussione democratica dalla più piccola cellula o sezione fino al Comitato centrale. La seconda, invece, una volta
che quest'organo abbia deciso la linea politica generale, dopo aver vagliato le varie proposte, fa in modo che
questa venga seguita fedelmente da ogni militante, senza reticenze, cosicché la minoranza sconfitta assecondi in
tutto e per tutto la decisione ufficiale del partito.
Tutti i partiti comunisti nati sull'onda del successo della Rivoluzione russa hanno adottato il
centralismo democratico, probabilmente uno strumento indispensabile per garantire la loro stessa esistenza, in un'epoca
in cui essi erano costituiti esclusivamente da quadri ed erano inseriti in contesti sociali molto ostili, tanto da
essere spesso costretti alla clandestinità. l'epoca stalinista ha poi visto, e non solo nel Pcus, un accentuarsi molto
forte del carattere centralista e burocratico del centralismo democratico.
Negli anni settanta, con la strategia eurocomunista, le incongruenze tra il grado di democrazia interno
al partito e la nuova concezione della democrazia e del pluralismo politico emergono palesemente.
Per quanto concerne il centralismo democratico, il Pci rifiuta decisamente la tesi secondo cui esso è
incompatibile con un partito democratico, e afferma: "Questo principio non vuole assicurare unanimismo preventivo, ma è
il metodo per garantire alla fine, dopo un confronto democratico di tutte le possibili alternative,
l'indispensabile unità nell'orientamento e nel lavoro concreto del
partito"44.
Si riconoscono, tuttavia, i rischi burocratici e le tendenze autoritarie che un uso sbagliato di questo
metodo possono generare. L'obiettivo di ampliare il grado di democrazia all'interno del partito è del resto molto
vivo, in quegli anni, nel Pci, tanto che nella 15ª tesi per il XV Congresso si afferma: "Il partito deve
innanzitutto sviluppare una profonda democrazia di massa, metodi di libera discussione e di libera espressione delle
posizioni di critica e l'iniziativa di ogni membro. Contemporaneamente deve rafforzare lo spirito di unità nelle
relazioni tra i membri e il rifiuto del metodo delle "correnti" che provoca divisioni e corrompe la vita del partito,
rendendo impossibile una vera dialettica
democratica"45.
In realtà, tuttavia, all'interno dei partiti eurocomunisti, con la parziale eccezione del Pcf, il principio
dell'unità monolitica è ormai decaduto, e la legittimità delle differenti posizioni è accettata e, in alcuni casi, anche
ufficialmente riconosciuta.
Tra gli eurocomunisti il partito che conduce più in profondità la riflessione sul problema della
democrazia nella vita del partito è senza dubbio il Pce. In occasione del suo IX Congresso, nel 1978, il Partito comunista
di Spagna persegue, anche se con pochi risultati soddisfacenti, una linea volta a coinvolgere maggiormente
l'insieme dei militanti, promuovendo una rielaborazione più moderna del centralismo democratico, in modo da
assicurare la partecipazione democratica a tutti i livelli. La riaffermata adesione al principio del centralismo
democratico, nel caso del Pce, è anche legata al fatto che si tratta di un partito reduce da quarant'anni di clandestinità, la
quale, tra le molte cose negative, ha prodotto, nel corso degli anni, anche una divisione dell'autorità nel partito tra
la direzione che viveva in esilio e i quadri permanenti rimasti in
Spagna46.
Il Pcf, dei tre partiti eurocomunisti, è certamente quello che è rimasto più statico nella concezione del
centralismo democratico. Ancora nel '77 un importante esponente del partito lo definisce "essenza rivoluzionaria del
partito d'avanguardia"47. Nel Pcf permane fortissima l'impronta stalinista. Il Comitato centrale, più che organo
legislativo del partito, appare come l'organo ratificatore ed esecutivo dell'Ufficio politico.
Il peso dell'apparato, molto forte già nel Pci e nel Pce, si fa addirittura opprimente nel partito francese.
Esso è definito "macchina finalizzata a produrre
unanimità"48, e tende a rendere praticamente nulla la forza della
base militante nell'elaborazione della linea politica, oltre che ad atomizzare le critiche di eventuali oppositori.
Straordinari strumenti di controllo detenuti dal vertice del partito sono poi le "commissioni delle
candidature", organi che hanno la funzione di vagliare ogni promozione all'interno del partito, selezionando i candidati
in numero uguale ai posti da ricoprire, così da rendere virtualmente superfluo il voto delle varie assemblee
del partito49.
Molto dura, nel Pcf, è poi la condizione del militante, il quale, certo, ha piena libertà di criticare il partito
a livello di cellula, può dare pubblicità nazionale al suo disaccordo attraverso la tribuna di discussione che si
apre in "L'Humanité" prima di ogni congresso e proporre emendamenti al progetto iniziale, ma non può né
redigere un testo alternativo, né unire altri militanti intorno alla sua mozione, né tentare di fare approvare la sua tesi
dal congresso50.
Il Pcf si mostra molto inflessibile anche riguardo alla questione dell'ammissibilità delle correnti
all'interno del partito. I suoi leader affermano: "Il Pcf non è la Torre di Babele [...]. Esso è un punto di riferimento per cittadini
che condividono gli stessi ideali e gli stessi
fini"51.
La stagione eurocomunista, inoltre, fa registrare anche importanti novità nell'ambito ideologico, in
particolare la scomparsa del vecchio carattere dogmatico in riferimento alla dottrina marxista-leninista.
Nei nuovi documenti statutari del Pci si afferma che il partito, da un lato, sa porsi nella condizione di
poter misurare e verificare la validità dei suoi orientamenti teorici e politici, e quindi di aggiornare le
formulazioni entro cui vivono i principi trasmessi dai suoi maestri rivoluzionari. Dall'altro lato, è un partito che vuole
aprirsi e costruire un sistema di rapporti, di alleanze politiche e sociali e di confronti ideali molto vasto. Sul
leninismo Berlinguer dichiara nel corso di un'intervista del 1978: "Se con il termine leninismo (o con la locuzione
'marxismo-leninismo') si vuole intendere una specie di manuale di regole dottrinali staticamente concepite, un blocco di
tesi irrigidite in formule scolastiche, che si dovrebbero applicare acriticamente in ogni circostanza di tempo e
di luogo, si farebbe il massimo torto a Lenin [...]. Noi non siamo leninisti a questo
modo"52.
Cambia anche in modo essenziale la concezione del ruolo del partito. Il Pci ha da tempo abbandonato
la definizione di avanguardia, preferendo il termine "partito-guida" e lo stesso ruolo di direzione è ora
condiviso con altre forze, che sono considerate su un piano di
eguaglianza53. Allo stesso modo il Pci non considera più
il suo modulo organizzativo come un prototipo della nuova società socialista, né per aderire al partito è più
necessario professarne l'ideologia. Questa nuova concezione laica del partito ha permesso un forte afflusso di cattolici,
in precedenza bloccati dal carattere palesemente ateo del Pci. Tuttavia, sul fatto che il Pci sia divenuto un
partito fino in fondo laico alcuni nutrono dei dubbi. Innanzitutto è singolare che il Pci giunga, con cinquant'anni
di ritardo, ad elaborare i medesimi principi del socialismo democratico, rivendicandoli come nuovi, ma è
addirittura paradossale che, una volta ricongiuntosi alla tradizione socialista, senta immediatamente il bisogno
di differenziarsene, riproponendo il mito della continuità con la tradizione comunista e quello della diversità da
ogni altro partito54.
Molto importanti sono anche i cambiamenti dottrinali che avvengono durante questa fase nel Pce. Esso,
in occasione del suo IX Congresso, si definisce come "un partito marxista, rivoluzionario e democratico che
si ispira alle teorie dello sviluppo sociale elaborate dai fondatori del socialismo scientifico, Marx e Engels.
L'apporto di Lenin è ritenuto, in tutto ciò che conserva di valido, fondamentale, anche se è da ritenersi superato il
concetto secondo cui 'il leninismo è il marxismo della nostra epoca'
"55.
La nuova concezione non più ideologica della teoria di Marx porta il Pce a ripensare il proprio ruolo e ad
essere "favorevole all'unità d'azione delle forze di tendenza sia marxista sia socialdemocratica [...] e alla
cooperazione fra questi su base d'uguaglianza"56, nonché ad operare per la costruzione di uno Stato non ideologico ma
laico, che non sia una copia del partito, il quale costituisce solo una parte della struttura della società.
Nel Pcf, infine, i tiepidi segnali di rinnovamento si trovano proprio nei mutamenti ideologici, come
l'abbandono del principio della dittatura del proletariato. Inoltre, nel corso del XXIII Congresso del 1979, la formula
"marxismo-leninismo" viene rimpiazzata, come principio-guida del partito, da "socialismo scientifico fondato da Marx
e da Engels e sviluppato da
Lenin"57.
Per quanto riguarda la concezione del ruolo del partito, si può notare che anche se l'attaccamento alla
vecchia idea di partito d'avanguardia è molto forte, come si è già detto, ed è rivendicato con particolare veemenza
nei confronti dei socialisti, in alcune occasioni i comunisti francesi tendono a smorzare un po' i toni, limitandosi
a indicare come essenziale un ruolo dirigente del partito nella lotta per la trasformazione della
società58.
Anche nella fisionomia organizzativa si possono notare molte affinità tra il Pci e il Pce, mentre il Pcf
conserva una struttura di tipo tradizionale.
Il Partito comunista spagnolo e, soprattutto, quello italiano tendono a privilegiare la sezione, a scapito
della cellula, come primo momento di aggregazione nel partito, fatto che indica una volontà di non apparire
come partito esclusivamente della classe operaia e, come tale, fortemente ideologizzato, come è il caso del Pcf,
ma piuttosto come forza politica aperta anche a chi non si professa marxista.
Infine è molto differente la penetrazione territoriale dei due partiti nelle rispettive società. Mentre il Pcf
è organizzato quasi esclusivamente nella regione parigina e in pochi altri dipartimenti a prevalenza industriale,
il Pci attua una strategia di presenza in tutto il territorio italiano e in tutti i settori della società, grazie a una
rete organizzativa capillare che dispone, fra l'altro, di una casa editrice (la Editori Riuniti), di pubblicazioni
quotidiane, settimanali e mensili a vasta tiratura, di scuole di partito e di una solida base economica, grazie al
collegamento alla Lega delle cooperative. Un'altra differenza sostanziale è riscontrabile dal grado di contestazione
all'interno dei partiti eurocomunisti e dal modo in cui essa viene gestita dal vertice.
Per quanto riguarda il Pci la contestazione interna è stata storicamente più limitata che nel Pcf e,
soprattutto, nel Pce. Prima di tutto i comunisti italiani non hanno praticamente mai conosciuto nella loro storia
scissioni autentiche, né pro-cinesi, né pro-sovietiche, e la compattezza del partito non è mai venuta meno. L'unica
scissione di un certo spessore si è avuta nel 1969 ad opera dei dissidenti de "Il Manifesto", che criticavano aspramente
la linea politica del partito, giudicato ormai "riformista". Durante la stagione eurocomunista le
contestazioni riguardano principalmente due questioni, l'appoggio del partito alla politica di "austerità" dei governi di
solidarietà nazionale, critica mossa soprattutto dalla componente sindacalista del partito (Silvio Trentin, Sergio
Garavini), e la condanna che il partito ha mosso nei confronti dell'Urss all'indomani dell'invasione dell'Afghanistan e
dei fatti polacchi del dicembre '81. In questa occasione la componente filosovietica di Armando Cossutta
dissente fortemente dalla linea della Direzione e soprattutto dalla posizione di Berlinguer, secondo cui si sarebbe ormai
verificato "l'esaurimento della spinta propulsiva nata dalla Rivoluzione
d'Ottobre"59.
Il Pce, al contrario, ha conosciuto di frequente nella sua storia dolorose scissioni, a cominciare dal 1963,
con la creazione del Partido comunista Español di tendenza maoista, e, soprattutto, nel 1970, con la formazione
di un partito di stretta osservanza filosovietica, per qualche tempo concorrenziale al Pce stesso, guidato da un
eroe della guerra civile, il generale Lister.
La riacquistata libertà all'indomani della fine della dittatura non produce la sperata unità e i segni della
divisione sono ben visibili durante il IX Congresso, con la contrapposizione tra "eurocomunisti" e "leninisti", segno di
un malessere assai diffuso nel partito, e con la vibrante richiesta di maggiore democrazia nel partito,
soprattutto sotto forma di un maggior diritto all'iniziativa, alla discussione e alla critica da parte di ogni militante.
Molto forte è anche il confronto tra le vecchie e le nuove
generazioni60.
I segnali negativi presenti al IX Congresso si mostrano in tutta la loro drammaticità al X Congresso, nel
1981, ricordato come il congresso delle divisioni. Se la componente vicina al Pcus risulta meno consistente del
previsto, ben più significativa si dimostra la forza del gruppo degli "eurocomunisti rinnovatori", che non si riconosce
nella relazione del segretario sul partito.
Le principali proposte degli eurocomunisti rinnovatori si concentrano sulla forma del partito, che si
vorrebbe con una struttura federale che garantisse piena libertà di espressione per le correnti d'opinione, pur
permanendo la norma del centralismo democratico. Tuttavia queste richieste non vengono accettate dal congresso.
Questa spaccatura all'interno del partito non è più ricomposta, al punto che nel novembre '82 Carrillo
si dimette da segretario generale e, all'inizio del 1984, esce dal
partito61.
Infine il Pcf, esso pure immune da scissioni nel corso della sua storia, ma alle prese, a partire dalla
rottura con i socialisti nel settembre '77, con una forte contestazione interna, agevolata anche dalla parziale
liberalizzazione del partito avvenuta dopo il XXII Congresso. La contestazione in realtà era già nell'aria immediatamente
dopo la conclusione del congresso stesso, come confermano le dimissioni verificatesi in molte cellule, e
soprattutto le critiche di Louis Althusser, strenuo difensore della validità del principio della dittatura del proletariato e
grande accusatore dei metodi per nulla democratici utilizzati dal partito per eliminare il principio
stesso62. Le prospettive, però, di una partecipazione al governo ormai ritenuta prossima, fanno passare in secondo piano la
potenziale forza dirompente della contestazione, che cova sotto la cenere e che esplode dopo la sconfitta elettorale del
marzo 1978.
Caratteristica principale dei "ribelli" è quella di essere quasi tutti degli intellettuali che, pur partendo da
posizioni ideologiche anche distanti, convengono sulla richiesta primaria di una maggiore democrazia nel
partito63.
Le critiche mosse alla Direzione sono svariate. Si rimproverano, tra l'altro, il settarismo tenuto nei
confronti del Partito socialista e l'eccessivo operaismo spinto fino al miserabilismo. Si richiedono, inoltre, profonde
revisioni nell'organizzazione del partito, come la valorizzazione delle assemblee di sezione rispetto a quelle di
cellula, si critica il sistema cooptativo della
equipe dirigente, si domanda l'abrogazione della commissione delle
candidature e la rappresentanza proporzionale, nelle varie assemblee del partito, della minoranza.
Il problema dei contestatori, divisi tra "althusseriani" ed "eurocomunisti" e a loro volta distinti in
sottogruppi, è, però, la loro eccessiva frammentazione. In questo modo l'apparato pressoché monolitico del partito ha
buon gioco a spuntarla, riuscendo, prima del XXIII Congresso del 1979, ad annichilire ogni
contestazione64.
La strategia politica nazionale del Pci
La grande novità nella strategia politica del Pci all'inizio degli anni settanta è
certamente la proposta del Compromesso storico.
Essa è lanciata per la prima volta da Berlinguer, a conclusione di tre articoli pubblicati in "Rinascita" tra
il 28 settembre e il 9 ottobre 1973, all'indomani della tragica fine del presidente cileno Salvador Allende e del
suo governo di Unidad popular. Proprio prendendo a lezione i fatti cileni, il segretario del Pci afferma che
l'errore politico più grave che la sinistra potrebbe compiere in un paese capitalista occidentale è quello di puntare al
51 per cento dei suffragi, pensando che sia sufficiente per la sinistra ottenere la maggioranza assoluta anche
risicata per poter intraprendere quelle trasformazioni essenziali per guidare le società occidentali verso il
socialismo. Questa condotta porterebbe, al contrario, ad una saldatura stabile ed organica tra il centro e la destra, con
il deleterio risultato di spaccare in due il Paese e di mettere in moto pericolose reazioni da parte della destra
eversiva: "Questo è stato lo sbaglio fatale commesso da Allende, e questo non deve ripetersi in Italia. È indispensabile
un nuovo grande 'compromesso storico' tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza
del popolo italiano"65.
Un rapporto di tipo nuovo con il partito dei cattolici viene considerato come un passaggio fondamentale
per consentire l'isolamento delle forze reazionarie e dare così il via alle riforme strutturali del sistema politico
ed economico italiano. Così scrive Berlinguer in "Rinascita": "Il compito nostro essenziale è quello di
estendere il tessuto unitario, di raccogliere attorno ad un programma di lotta per il risanamento e rinnovamento
democratico dell'intera società e dello Stato la grande maggioranza del popolo, e di far corrispondere a questo
programma e a questa maggioranza uno schieramento di forze politiche capaci di realizzarlo. Solo questa linea e
nessun'altra può isolare e sconfiggere i gruppi conservatori e reazionari, può dare alla democrazia solidità e forza
invincibile, può far avanzare la trasformazione della
società"66.
La Democrazia cristiana è vista come un partito nel quale esistono profonde
contraddizioni, certamente legato agli interessi dei grandi gruppi economici e alle posizioni di rendita parassitarie ma anche una forza politica
che, per la composizione del suo elettorato, deve tenere conto delle aspirazioni popolari, fatto questo che la
rende diversa da tutti gli altri partiti borghesi occidentali, in quanto non assimilabile ad un partito di tipo
conservatore67.
Su molti temi importanti le posizioni tra comunisti e cattolici sembrano farsi più vicine, o, per lo meno, i
toni si fanno meno accesi. Così, in occasione del referendum sul divorzio, voluto fortemente da Amintore
Fanfani, come a suggello della propria linea politica centrista, il comportamento tenuto dal Pci durante la campagna
elettorale è volto a sostenere in modo deciso ma non estremista le ragioni del "no".
Sull'aborto vi sono alcune dichiarazioni di leader comunisti molto vicine alla posizione dei cattolici. Così
si esprime infatti Paolo Bufalini: "Per noi l'aborto non è un diritto né una libertà né un mezzo di
emancipazione della donna"68. La linea ufficiale del partito sostiene che "è prioritario, per vincere o almeno circoscrivere
questa piaga, farla emergere dalla clandestinità che l'aggrava e che ne accentua il duplice carattere
discriminatorio contro le donne e contro i
poveri"69.
Un momento fondamentale nel dialogo con i cattolici è certamente costituito dalla lettera indirizzata
dal massimo leader comunista al vescovo di Ivrea, monsignor Luigi Bettazzi, in risposta a una precedente
missiva dell'alto prelato. In essa Berlinguer specifica che il Pci è "un partito laico e democratico e, come tale, non
teista, non ateista e non antiteista" e che esso vuole uno Stato allo stesso modo laico e
democratico70. Riguardo agli eventi che hanno portato all'elaborazione della strategia del Compromesso storico, oltre ai fatti del Cile ve
ne sono altri, in particolare l'esaurimento della formula del centro-sinistra e il grave momento di crisi
economica e sociale, fatti entrambi che danno luogo a una forte richiesta di cambiamento del modo di funzionare del
sistema, così da emarginare i settori più improduttivi e
parassitari71.
Una vivace discussione si sviluppa poi, fuori e dentro il partito, a proposito della continuità del
Compromesso storico con la tradizione comunista italiana.
Secondo la direzione del partito vi è una specie di
fil rouge che lega il progetto dell'attuale segretario
con l'elaborazione togliattiana della Via italiana al socialismo e, soprattutto, con Gramsci, per il quale il
socialismo deve fondarsi sul consenso. Quest'ultimo in particolare è considerato, anche dagli avversari politici, come
colui che ha indicato la via per la presa del potere in Occidente, attraverso la conquista della società civile. In
Gramsci è infatti centrale l'importanza della società civile, che è vista come il complesso delle relazioni culturali, non
più solo economiche come in Marx. Inoltre Gramsci ha elaborato altri concetti che sono diventati patrimonio
ideologico del Pci, come blocco storico ed egemonia.
Anche fuori dal Pci molti mettono in evidenza il fatto che, sebbene il partito continui a proclamarsi
fedele continuatore dell'eredità gramsciana, vi sono ormai sensibili differenze tra il partito degli anni settanta e
le elaborazioni teoriche dell'intellettuale sardo. Così il concetto di egemonia è diverso, in quanto il Pci si
concepisce non come un partito-principe che guida le altre forze politiche verso il socialismo, ma come componente di
un blocco di forze sociali e di partiti anche di diversa ideologia, che convengono sul progetto di trasformare
la società.
Diversa è pure la concezione della forma di democrazia di base, intesa ora come momento di
partecipazione al sistema democratico dello Stato e non più come fondamento rivoluzionario di
contropotere72. Del resto è
ormai chiaro al Pci che lo stabilirsi di una larga coalizione politica è la condizione indispensabile per la buona
riuscita del nuovo progetto.
Anche la pretesa continuità con la elaborazione togliattiana della Via italiana al socialismo è
aspramente criticata dai non comunisti. Con essa infatti, si obietta, il rapporto di principio tra comunismo e
democrazia restava ancorato allo schema leninista, mentre la dittatura del proletariato rimaneva la forma di transizione
per attuare il socialismo e, infine, non si escludeva la via rivoluzionaria per la presa del potere. Infatti, secondo
Flores d'Arcais, vi era una certa doppiezza in Togliatti circa la concezione della democrazia, in quanto il
metodo parlamentare era visto solo come strumento alternativo alla rivoluzione per la conquista del potere, avvenuta
la quale avrebbe esaurito il suo compito. Negli anni settanta, invece, il Pci segue sostanzialmente una
strategia riformistica, vicina di fatto a quella della socialdemocrazia
europea73.
Ma tutta l'elaborazione del Compromesso storico non starebbe in piedi senza un adeguato
supporto internazionale. Non è un caso se Berlinguer lancia il suo progetto in un momento in cui la distensione
internazionale è all'ordine del giorno. La Conferenza di Helsinki per la sicurezza e la cooperazione in Europa è in
avanzata preparazione, mentre Leonid Brezhnev e Richard Nixon hanno da poco raggiunto un secondo accordo per
il controllo degli armamenti, il Salt II. Il Pci sa che la questione della distensione è la più importante per la
riuscita del suo piano di avvicinamento al governo del Paese. Più la situazione internazionale è tesa, più il Partito
comunista è avvertito dall'opinione pubblica moderata come partito antisistema e, quindi, antidemocratico. Per questo
i comunisti italiani sono, per tutto il corso degli anni settanta, i più accesi sostenitori del dialogo tra americani
e sovietici.
Tuttavia la proposta di Berlinguer incontra molte critiche, sia da parte di politologi che da parte di
uomini politici.
I socialisti temono che un eventuale accordo politico tra comunisti e democristiani finisca per rendere di
fatto accessorio il loro contributo quantitativo nella grande
alleanza tra le forze democratiche italiane.
Tra gli intellettuali cattolici vi è chi, come Augusto Del Noce, mette in guardia dal vero fine che sta sotto la
strategia comunista. Se davvero il Pci persegue fino in fondo gli insegnamenti di Gramsci, allora, secondo
Del Noce, il Compromesso storico non rappresenterebbe altro che lo strumento più idoneo per annullare la
cultura cattolica, entrando in essa e permeandola della nuova mentalità, quella della "nuova chiesa", il
comunismo74.
Gianfranco Pasquino, tra i politologi, ritiene che l'analisi della Dc fatta da Berlinguer sia troppo
ottimistica, in quanto se è vero che il partito democristiano non è solo il rappresentante del grande capitale ma è
soprattutto un partito popolare, ciò non significa necessariamente una predisposizione della Democrazia cristiana verso
una politica di riforme75.
Secondo Massimiliano D'Angelillo l'errore più grave del Pci è quello di vedere una piena coincidenza
tra austerità e rinnovamento, quando vi sarebbe invece una netta divaricazione. Altro sbaglio è l'iniziale
convinzione della possibilità di fare della crisi un'occasione per la trasformazione del Paese, illusione che crolla nel
1978, quando ci si rende conto che l'urgenza dei problemi economici e del terrorismo non permette di operare nel
senso di un'evoluzione strutturale del sistema76.
Secondo Luigi Bonanate, infine, la contraddizione di fondo sta invece nel non preoccuparsi, da parte del
Pci, degli effetti che avrebbe sul sistema geopolitico internazionale una riuscita del suo piano politico. In pratica
si rimprovera una visione troppo ottimistica della distensione
internazionale77.
La politica nazionale del Pcf negli anni settanta
Per comprendere la politica francese degli anni settanta bisogna considerare che ciò che da sempre
ha contraddistinto i rapporti tra i due principali partiti della sinistra francese è stato un clima non certo idilliaco.
Fin dalla nascita del Pcf, nel 1920, con il congresso di Tours, i socialisti della Sfio sono stati considerati come
dei rinnegati, dei traditori del socialismo.
Nel 1972, per la prima volta dai tempi del Fronte popolare, comunisti, socialisti e radicali di sinistra
raggiungono un'intesa, non limitata alla sola scadenza elettorale, ma imperniata su un programma di governo di
legislatura, il Programma comune, che ha il compito di porre le basi per la trasformazione della società. Il momento,
quindi, è storico ma, date certe premesse, non si fatica a comprendere che questo patto di legislatura, per vedere la
luce, dovrà superare innumerevoli difficoltà.
Del resto, il perseguire una politica di alleanze, in particolare con i socialisti, ma aperte a quanti più
possibile, non è una libera scelta ma una necessità che deriva al Pcf dall'analisi dei due cronologicamente più vicini
tentativi di edificazione di una società socialista a partire da una società capitalista, quello cileno e quello
portoghese. Il Pcf, pur riconoscendo la sostanziale diversità delle due situazioni, vede una chiave di lettura comune.
Secondo i comunisti, infatti, vi sarebbero due pericoli, diversi tra loro ma entrambi molto concreti, quando si dà vita a
un governo che si pone l'obiettivo di portare una società dal capitalismo al socialismo, "il primo è quello di
non operare in tempo le trasformazioni democratiche delle strutture economiche e politiche con l'appoggio
del movimento popolare, quando ve ne siano le condizioni, mentre il secondo è quello di gettarsi in
operazioni avventuristiche che non corrispondono alle possibilità reali del movimento popolare, ma siano
semplicemente manifestazioni della velleità di 'bruciare le tappe' e conducano le forze rivoluzionarie
all'isolamento"78.
Tuttavia, la soluzione per scongiurare entrambi i pericoli è la medesima, ed è quella formulata da
Berlinguer con il Compromesso storico, dare cioè vita ad un movimento popolare sufficientemente ampio da
comprendere larghi strati sociali, uniti dall'obiettivo delle riforme. Questa è la prova, secondo il Pcf, della sincera volontà
dei comunisti di perseguire una politica unitaria della sinistra, in quanto "essa non è per noi una tattica
momentanea, ma una componente stabile della nostra
strategia"79.
In effetti, gli sforzi compiuti dai comunisti per rendere più accettabile la loro politica non sono
indifferenti: il Pcf si rende perfettamente conto che se non acquista credibilità il suo progetto di governo non può
decollare. Così, nei primi tempi dell'Union de la gauche, il Partito comunista sembra finalmente deciso ad avviare la
sua trasformazione.
L'enfasi per le grandi conquiste dell'Unione Sovietica e delle democrazie popolari diminuisce un po' di
intensità, e le performance del socialismo sono esaltate solo quando qualcuno le mette in dubbio. Anche
l'atteggiamento verso l'Alleanza atlantica muta sensibilmente, venendo sostanzialmente accettata la permanenza della
Francia in questa struttura anche nel caso di una vittoria delle sinistre, a patto che ciò non nuoccia alla politica di
indipendenza condotta da un governo
democratico80.
La Comunità europea, pur essendo ancora definita "la piccola Europa del capitale e dei
trust", viene riconosciuta ormai come una componente stabile e di primo piano del contesto politico occidentale, la quale, pur tra
innumerevoli errori, ha ottenuto, nel corso degli anni, buoni risultati in certi settori, in particolare nella difesa
dell'agricoltura francese dalla concorrenza statunitense. Una svolta importante si ha anche nel mutato atteggiamento del
Pcf riguardo alle istituzioni comunitarie. Esse sono sempre state definite "antidemocratiche e asservite al
grande capitale", ma, nell'aprile '77, il Partito comunista si dichiara improvvisamente favorevole alle elezioni a
suffragio universale per il Parlamento europeo, purché l'assetto dei poteri di questo organismo resti immutato e,
quindi, molto limitato. È una prima parziale legittimazione delle istituzioni comunitarie.
Ma, certamente, la proposta su cui i comunisti puntano tutte le loro ambizioni è l'obiettivo di edificare
un "socialismo dai colori della Francia", come recita lo slogan del XXII Congresso, un tipo di socialismo
distinto da tutti i precedenti modelli e, in particolare, da quello sovietico, del quale, anzi, si criticano gli aspetti più
burocratizzati e illiberali.
Prima del Congresso il documento più importante che mette in luce la volontà del partito di evolversi in
senso "liberale", è la Dichiarazione delle libertà del maggio 1975, dove, per la prima volta nella storia del Pcf, non
si fa menzione del termine socialismo. Il Pcf si dice deciso non solo a confermare tutte le libertà già garantite
dalla Costituzione in vigore, ma anche ad ampliarne il numero, introducendone di nuove, in modo da condurre
la democrazia jusqu'au but, al suo grado massimo.
La democrazia è ritenuta "il terreno principale della lotta di classe rivoluzionaria per la trasformazione
della società, e solo delle riforme democratiche profonde danno alla nazione la piena disposizione del suo
sviluppo economico e sociale, assicurando la partecipazione dei lavoratori alla direzione degli affari del
Paese"81.
Nel suo discorso al XXII Congresso Marchais è molto esplicito nell'affermare che non sono tollerabili
restrizioni alle libertà e ai diritti della democrazia e che "niente è più estraneo alla nostra concezione del socialismo di
ciò che viene chiamato 'comunismo da caserma', che incasella in moduli identici tutto e tutti [...] Se il carattere
di certe libertà è oggi puramente formale è perché il regime borghese le ha svuotate del loro
contenuto"82.
In particolare sulle regole del gioco democratico il discorso del leader appare del tutto nuovo rispetto
alla prassi comunista. Dichiara infatti Marchais: "Nella battaglia per il socialismo, nulla può sostituire la
volontà della maggioranza democraticamente espressa come la lotta e il suffragio universale. Qualunque sia la via
al socialismo nel nostro Paese, quali che siano le sue modalità di attuazione, bisogna essere convinti che ad
ogni tappa maggioranza politica e maggioranza aritmetica devono
coincidere"83.
Si può agevolmente notare che tra gli insegnamenti di Lenin e le parole di Marchais il salto è notevole.
Tuttavia permangono molti dubbi su quanto dichiarato dal massimo dirigente comunista, soprattutto
riguardo al tema del pluralismo politico. Infatti, secondo Marchais, sbagliano quanti affermano che i regimi dei
paesi dell'Est sono tutti a partito unico, perché, in realtà, in stati come la Bulgaria e la Germania Est, per non
parlare della Polonia, vi sarebbero dei veri e propri sistemi multipartitici. Ciò fa supporre che al concetto di
pluralismo politico il Pcf associ il significato che gli altri partiti politici, nella nuova società socialista, non debbano
avere altro ruolo che quello di mera mobilitazione del sostegno popolare al regime guidato dal solo, vero
partito rivoluzionario84. Ma il vero motivo che crea, da subito, frizione con i socialisti è, come si è già visto,
l'irrinunciabile pretesa del Pcf di esercitare un ruolo politico dirigente nella lotta per la trasformazione della società.
All'epoca della stesura del Programma comune i rapporti all'interno della sinistra sono, in effetti,
nettamente a favore dei comunisti, con il giovane partito di Mitterand, nato da appena due anni dalle ceneri della
vecchia Sfio, impegnato a costruirsi una propria credibilità. Il leader socialista, in questo frangente, è perciò
costretto a fare buon viso a cattivo gioco, accettando, almeno formalmente, questo ruolo dirigente del Pcf. Un
chiaro segnale che l'alleanza con i socialisti è tutt'altro che ben salda è l'incandescente polemica scoppiata nella
primavera del 1975 a seguito del sostegno portato, poco prima della svolta eurocomunista, al tentativo di golpe in
rigoroso stile leninista del Partito comunista portoghese, appoggiato da una parte dell'esercito ma fortemente
osteggiato dal Partito socialista portoghese. Una posizione, tra l'altro, quella del Pcf, che lo vede isolato anche tra i
partiti comunisti occidentali, essendo sia il Pci che il Pce molto critici riguardo l'azione del Pcp, che giudicano un
colpo di mano sconsiderato. Anche il comportamento tenuto a proposito della
force de frappe, l'arsenale atomico
francese, è piuttosto ambiguo. Infatti, dopo un lungo tergiversare il Partito comunista, alla fine, si allinea sulla
posizione gollista, che prevede la creazione e il mantenimento di un autonomo arsenale nucleare. Emerge, ancora una
volta, il gallocomunismo del Pcf, il suo atteggiamento dichiaratamente nazionalista e antieuropeo, l'esatto
opposto dell'attitudine del Partito socialista di
Mitterand85.
Tutti questi problemi fanno sì che l'alleanza tra socialisti e comunisti, dopo il grande risultato delle
municipali del '77, che segnano il sorpasso sulla coalizione governativa, entri in una fase di stallo. Essa è certamente
influenzata dal sopravanzamento del Pcf da parte del Ps, evento che conduce, nell'autunno 1977, prima, ad una
tormentata serie di trattative per aggiornare i vecchi accordi e, poi, alla rottura definitiva. Sulle cause reali che hanno
prodotto lo sfascio dell'intesa, si è sviluppato un feroce scambio di accuse tra i due partiti, ma molti, fuori ma anche
dentro il Pcf, sono concordi nell'indicare nel partito di Marchais il principale responsabile.
Probabilmente, la vera causa del fallimento dell'Union de la gauche è da ricercarsi nel carattere
esclusivamente elettoralista di un'alleanza in cui ognuno dei due partner ha puntato più a indebolire l'altro che a vincere
insieme. Certamente le colpe del Pcf sono rilevanti, ma alla base di tutto vi è un grave errore politico, quello di
aver giudicato inutile associare la base del partito all'elaborazione del progetto dell'alleanza con il Ps, e di non
aver consentito, in conseguenza di ciò, alla formazione di comitati di unità popolare, privandosi, in tal modo, di
un formidabile strumento per mobilitare la base socialista contro la presunta svolta a destra del vertice del
partito. Inoltre, le stesse vibranti proteste del Pcf contro questo cambio di strategia politica operato dal Ps, sono
giunte con circa tre anni di ritardo. Risale, infatti, alle presidenziali del '74 il momento in cui il programma politico
ed economico del candidato socialista Mitterand, per altro pienamente sostenuto dai comunisti, ha cominciato
a divergere dal Programma comune. In ogni caso la rottura dell'alleanza con i socialisti segna per il Pcf la fine
del tentativo di omologarsi alla realtà politica nazionale nonché, contestualmente, la fine del suo
smarcamento eurocomunista, anche se, paradossalmente, proprio da questo momento, Marchais rivendicherà per il Pcf
questo attributo.
La politica nazionale del Pce negli anni dell'Eurocomunismo
La situazione del Partito comunista di Spagna, fino al 1977, è radicalmente diversa da quella dei
comunisti italiani e francesi, essendo esso costretto alla clandestinità da un regime, che, sebbene in agonia, non attenua
per nulla la sua durezza.
Dopo aver conosciuto un certo sviluppo economico, in particolare nell'industria pesante, negli anni
cinquanta e sessanta, la Spagna vive forse in misura più grave di altri paesi, la grave crisi economica che ha colpito
tutto il mondo occidentale nei primi anni settanta. La protesta sociale e il malcontento crescono, mentre il
regime risponde solo con la repressione e la Spagna, negli ultimi mesi di vita di Franco e fino alla sua morte, nel
novembre 1975, diventa uno Stato-caserma, anche se il legame a filo doppio tra il regime e il suo fondatore, indica la
palese impossibilità per la dittatura di sopravvivere alla morte del Caudillo.
Il Pce, molti leader del quale hanno provato in prima persona le durezze della guerra civile, vive con
un sentimento di paura mista a trepidazione quest'ultima fase della dittatura. L'opzione del colpo di stato alla
maniera portoghese è fuori discussione, in quanto si ritiene che gli spagnoli, dopo una guerra civile che ha spaccato
in due il Paese e dopo quarant'anni di dittatura, non accetterebbero una nuova lacerazione drammatica.
La stagione dell'Eurocomunismo è in piena fase ascendente durante la transizione della Spagna verso
la democrazia. Carrillo è certamente l'avanguardia di questa nuova strategia, per temperamento, forse, ma
soprattutto perché l'Eurocomunismo rappresenta per il partito spagnolo la carta su cui puntare tutto per migliorare la
propria immagine.
L'obiettivo del Pce è duplice. Innanzitutto rendere evidente che è possibile costruire una società
socialista democratica, molto differente dalle esperienze socialiste esistenti, e, in secondo luogo, dimostrare che i
partiti comunisti, quando operano in un contesto politico democratico, come nel caso del Pci e del Pcf, non
costituiscono un pericolo per la libertà, ma sono, anzi, un elemento valido ed indispensabile per la crescita complessiva
della democrazia.
Non è un caso se Carrillo è il leader che più di tutti desidera dare all'Eurocomunismo una struttura
e un'organizzazione stabile, così da farne veramente un nuovo polo del comunismo, e da rendere più palese la
presa di distanza da Mosca.
Anche per il Pce i fatti cileni insegnano una lezione, quella per cui, anche se le forze socialiste vanno
al governo, non si risolve il problema dello Stato, anzi, si può creare un dualismo molto pericoloso tra il
governo socialista e l'apparato dello Stato capitalista, che può portare quest'ultimo a boicottare e, perfino, ad
abbattere l'esecutivo. Da ciò deriva, quindi, la necessità di stringere quella che Carrillo chiama "l'alleanza delle forze
del lavoro e della cultura". Il governo che essa esprimerà dovrà garantire, nella fase che conduce alla
costruzione della società socialista, la permanenza della proprietà privata media e piccola accanto alla proprietà
pubblica, perché "l'esperienza insegna che la socializzazione radicale a breve termine di tutti i mezzi di produzione e
di scambio determina una distruzione e una disorganizzazione delle forze produttive e dei
servizi"86.
Durante la fase di transizione, durata circa un anno e conclusasi, nel maggio '77, con le prime elezioni
libere dopo oltre quarant'anni, si sono operati importanti cambiamenti in senso democratico. Oltre alla
legalizzazione di tutti i partiti politici, da ultimo il Pce, nel marzo '77, si sono poste le basi per le successive trasformazioni
delle istituzioni, in particolare gli organismi regionali e, soprattutto, si è smantellato l'oppressivo regime di polizia.
Per i comunisti, se il 1976 è stato ancora un anno molto difficile in quanto permaneva lo stato di illegalità
del partito e continuavano, quindi, gli arresti dei militanti, il 1977 rappresenta la liberazione e la fine della
clandestinità. Il primo (e unico) vertice eurocomunista, che si svolge a Madrid all'inizio del mese di marzo del '77, segna
il primo grande atto pubblico del Pce. Nel maggio successivo si svolgono le elezioni politiche. Per il partito
comunista, tuttavia, queste si rivelano una mezza delusione, in quanto esso raccoglie meno del 10 per cento dei
consensi, con una punta massima del 20 per cento a Barcellona.
La sinistra è controllata saldamente dai socialisti di Gonzales, capaci di elaborare un programma
probabilmente più vicino alle aspettative di un Paese che vuole sì cambiare, ma non in modo traumatico.
Osservando più in generale i risultati di queste prime elezioni libere, oltre al successo di una
maggioranza moderata, la coalizione di centro-destra guidata dal confermato premier Suarez, il dato che più spicca in
questo appuntamento elettorale è la forte penalizzazione delle due ali estreme dello schieramento politico. Del
deludente score del Pce si è detto, ma ancor peggio è andata al movimento che maggiormente si richiama ai principi
franchisti, l'Alianza popular di Fraga Iribarne, che non raggiunge nemmeno il 9 per cento.
Vincitori e vinti concordano, comunque, nel riconoscere che è ormai indispensabile e urgente avviare
la Spagna verso la democrazia. Per questo motivo rappresentanti di tutti i partiti si incontrano per definire
una tabella di marcia per avviare le riforme più importanti e stabilire i contorni della nuova Costituzione.
Questa intesa fra tutte le forze politiche è chiamata Pacto de la Moncloa, perché raggiunta nel palazzo dove ha sede
il governo. Il Pce è, certamente, uno tra i partiti che maggiormente hanno caldeggiato questo accordo, che
segna, di fatto, la fine di ogni discriminazione anticomunista.
Tuttavia, il Pce non riesce nemmeno in questa fase a legittimarsi completamente agli occhi
dell'opinione pubblica moderata per una serie di ragioni, tra le quali la difficile sintonia con i cattolici, di cui si è parlato
in precedenza e, soprattutto, l'arroventato rapporto con i socialisti, verso i quali i comunisti nutrono una
profonda diffidenza, molto difficilmente superabile e che, anzi, conosce un'accentuazione nei mesi successivi alle
elezioni. Ciò nonostante, nel documento politico finale del IX Congresso del Pce, nell'aprile '78, si dichiara che "il partito
comunista persevererà nell'impegno di realizzare la più ampia collaborazione con il Psoe e con le altre
formazioni socialiste, ai fini del consolidamento e dello sviluppo della democrazia insieme con altre forze
democratiche"87.
Altri problemi sorgono nel Pce, come la delusione di molti militanti comunisti di non essere riusciti ad
abbattere la dittatura, pur avendone pagato il prezzo più alto, e di assistere quasi in modo passivo alla fase di
transizione alla democrazia, dove il controllo del potere è nelle mani della
borghesia88.
Alcuni militanti rimproverano inoltre al partito di essersi impegnato in modo contraddittorio di fronte ai
difficili compiti di questo momento politico, rilevando un notevole ritardo di analisi e di comprensione del processo
in atto. Non è un caso che proprio le tesi sulla natura del processo di transizione e sul ruolo del partito in
questo momento chiave, siano tra le più discusse e le più modificate di tutto il Congresso. Il più grande problema
del Pce, forse, è proprio il fatto di non essere stato capace, in questo frangente storico, di porsi compiutamente
come partito con una prospettiva di governo, oltre che di lotta, cosa che è riuscita, invece, al
Pci89. Infine vi è un'ultima difficoltà per i comunisti spagnoli, quella di trovarsi di fronte ad un alto rischio di competizione a sinistra,
e proprio a causa della scelta
eurocomunista90.
(1 - continua)
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