Gianfranco Brera

I rapporti tra Chiesa e società nel Biellese dal 1922 al 1940*



Il Partito popolare e l'avvento del regime

All'avvento del regime fascista, la situazione politica del Biellese era caratterizzata da una considerevole attività delle forze cattoliche all'interno di una regione guidata da amministrazioni per la maggior parte di ispirazione socialista.
Il Partito popolare italiano, fondato da don Luigi Sturzo nel 1919, trovò numerosi attivisti ed alle elezioni di novembre dello stesso anno il partito cattolico (che contava undici sezioni sparse sul territorio biellese più la sezione di città) ottenne circa 3.500 voti.
All'indomani della marcia su Roma che portò il Partito fascista al potere, il Partito popolare biellese ritenne opportuno, nella grave situazione politica del momento, giungere ad un accordo con Mussolini perché solo l'opera di avvicinamento e di collaborazione con la emergente forza fascista avrebbe permesso di superare la crisi politica e sociale venutasi a creare. La decisione di stringere accordi con il Partito fascista fu assunta il 29 ottobre 1922, in occasione del convegno dei popolari biellesi che si svolse a Biella. Dopo gli interventi di alcuni esponenti del partito, quali l'onorevole Pestalozza e l'avvocato Giovanni Viola che affermarono l'assoluta necessità di allearsi, per il bene di tutti, con il Partito fascista, venne approvato per acclamazione l'ordine del giorno che sanciva la volontà di accordo con i fascisti, con la speranza che dalla collaborazione nascesse un governo che "governando realmente ed affrettando il ritorno dell'impero della legge e della pace", salvasse l'Italia1.
I popolari biellesi, tuttavia, tennero a precisare, sulla linea delle affermazioni di De Gasperi alla Camera nel novembre 1922, che prendevano nettamente le distanze dal Partito fascista, dichiarando come il Partito popolare avesse proceduto con opera di critica e con propositi di legale trasformazione contro il precedente Stato "accentratore e monopolizzatore", responsabile della paralisi statale, anziché con azione violenta e prepotente come aveva fatto il Partito fascista2.
La decisione di accettare la collaborazione con il Partito fascista ovviamente contribuì ad alimentare i contrasti e le polemiche con i partiti della sinistra, i quali accusarono i popolari di essere giunti a tale decisione esclusivamente per sete di potere.
I popolari biellesi si difesero dalle accuse giustificando necessario in quel momento operare attivamente piuttosto che ritirarsi dalla scena politica e rimanere semplici spettatori3.
La polemica non rimase a livello di discussione politica e raggiunse toni molto aspri con reciproci scambi di offese personali e violenti insulti4.
Nel Biellese, inizialmente, molti di coloro che entrarono a far parte del Partito popolare, non furono spinti dalla speranza di vedere realizzate in esso le istanze e le aspettative dei cattolici; molti cattolici videro piuttosto il Partito popolare come uno strumento ideale per arginare e ridimensionare la "marea socialista" che negli anni precedenti l'avvento del fascismo "minacciava di straripare per tutto sommergere"5. Il Partito popolare, in effetti, alle elezioni del 1924 ottenne un numero minore di voti rispetto alle elezioni del 1921, ed una delle cause del cedimento fu riscontrata dai popolari stessi nel fatto che molte preferenze andate al partito cattolico nelle elezioni precedenti erano state dirottate sul Partito fascista, poiché era quello il partito che meglio di tutti avrebbe potuto sconfiggere il bolscevismo6.
I propositi di contribuire alla normalizzazione della vita pubblica, al completo ritorno dell'ordine, al rispetto della legge e delle libertà civili, erano vivamente sentiti dai popolari biellesi, ma l'azione politica risentì notevolmente della loro ristretta visione della realtà politica e sociale, sintetizzata immancabilmente nel contrasto fra cattolici e laici da una parte e socialisti dall'altra.
La battaglia impostata e vinta dal Partito popolare per l'applicazione del principio della proporzionale in materia elettorale, fu esaltata dai popolari biellesi come una grande vittoria contro il pericolo socialista; il quotidiano fascista "Il Giornale d'Italia" venne attaccato polemicamente poiché non riconosceva i meriti del Partito popolare nella lotta intrapresa contro il bolscevismo7; le elezioni comunali di Biella, alle quali i socialisti non parteciparono a causa del clima impossibile in cui avrebbero dovuto svolgere la loro campagna elettorale8, furono considerate dai popolari una grande condanna "di quella suprema e genuina forma di antipatriottismo e di antiitalianità", come da loro veniva considerato il socialismo9.
Il Partito popolare biellese, di conseguenza, durante i primi anni della sua esistenza, rimase in parte al di fuori delle vicende che videro protagonista il partito di don Sturzo a livello nazionale, in quanto, orientato verso un netto contrasto con i socialisti, veniva a seguire di riflesso gli indirizzi del Vaticano, il quale, già dalle elezioni comunali del 1920, premeva affinché i cattolici appoggiassero un blocco di tutti i partiti contro la sinistra per impedire ai socialisti di ottenere il controllo di molte amministrazioni locali dell'Italia settentrionale10.
Neppure il Congresso popolare di Torino, svoltosi nell'aprile 1923, nel quale affiorarono le spaccature all'interno del partito, e che secondo il giornale cattolico "Il Biellese", riaffermò "l'unità e l'autonomia del Partito per la restaurazione nazionale"11, influenzò minimamente l'indirizzo politico dei popolari biellesi.
La campagna di violenza fisica contro organizzazioni cattoliche, le minacce di rappresaglia contro il clero a causa dell'opposizione politica di don Sturzo, che portarono alle dimissioni da segretario di partito del fondatore del Partito popolare stesso, non interessarono il territorio biellese. In città e nel circondario di Biella nessuna sezione aderì al movimento di secessione (fatta eccezione per Andorno, paese natale dell'onorevole Pestalozza), così come non ci fu nessuna adesione, neppure personale12. Il 26 aprile 1923 la sezione di Biella emise un comunicato in cui riaffermò "la piena solidarietà con l'atteggiamento assunto dal Gruppo parlamentare in ordine alla collaborazione con il governo e la fede nel programma13. "Sagge" furono definite, nel luglio, le direttive del partito di mantenere la fiducia politica nel governo fascista14.

Le elezioni del 1924

Alle elezioni politiche del 1924 il Partito popolare si presentò disunito, in seguito alla scissione avvenuta alla Camera in occasione della legge elettorale. Al momento della votazione, contrariamente a quanto il Partito popolare aveva stabilito, alcuni deputati non si astennero e votarono a favore della legge Acerbo. Essi vennero immediatamente espulsi dal partito e, nel 1924, formarono il Centro nazionale italiano ed appoggiarono il listone fascista.
I popolari condussero la loro propaganda elettorale sotto il peso della violenza fascista, ma anche molti vescovi e cardinali mostrarono chiare tendenze filofasciste15.
Il Vaticano aveva dichiarato, all'inizio della campagna elettorale, che non aveva niente a che fare con alcun partito politico, aggiungendo, a quelle dichiarazioni, riferimenti all'Azione cattolica ed alla sua apoliticità, all'adesione ad essa come dovere di ogni cattolico.
Gli interventi del Vaticano, che vedevano certamente nel Partito popolare un ostacolo all'intesa fra S. Sede e Stato, contribuirono ad influenzare l'elettorato ed il partito di Sturzo ne risentì negativamente16.
Nel Biellese, il vescovo, monsignor Giovanni Garigliano, si attenne scrupolosamente alle direttive impartite dalla S. Sede che imponevano assoluta imparzialità nei confronti dei partiti politici. In occasione delle adunanze del clero diocesano si trattò del contegno da tenersi nelle imminenti elezioni, improntato alle regole di prudenza e di riservatezza rese necessarie dal proprio stato sacerdotale. "Avvicinandosi però il giorno delle elezioni - disse il vescovo rivolgendosi ai sacerdoti - ed essendo, per forza di cose, inevitabile una maggiore agitazione di animi, stimo conveniente rinnovare un cenno sulla volontà espressa da S. Santità, che tutti coloro i quali rappresentano in qualche modo e misura gli interessi della religione, si attengano alle regole della più stretta prudenza, evitando anche le sole apparenze di atteggiamenti e favoreggiamenti di partito politico, comunque questo si denomini, e subordinando, se è il caso, anche le loro personali vedute agli alti doveri e alle delicate esigenze del loro sublime ministero"17.
Può anche non essere un caso, inoltre, che la lettera pastorale del 1924, del vescovo al clero per la quaresima, trattasse dell'Azione cattolica. In essa monsignor Garigliano, invitando tutti i fedeli ad aderire ai circoli che si andavano creando nelle parrocchie della diocesi "onde accrescerne le schiere", affermava, riprendendo una lettera del cardinale segretario di Stato, che l'attività dei cattolici organizzati non era politica ma essenzialmente religiosa e che i principi cattolici, continuamente combattuti dal mondo, non potevano essere difesi nel modo più opportuno se non dall'Azione cattolica18.
I popolari biellesi svilupparono la loro propaganda elettorale senza porsi in antitesi con il Partito fascista, così che evitarono il crearsi di un clima di violenza e di ostilità nei loro confronti da parte delle squadre fasciste.
Il Partito popolare biellese prese le distanze dal Partito fascista evidenziando le differenze di principi a cui si ispiravano i due partiti politici, di finalità e di programma; non giunse tuttavia da quello a dichiarare la sua ostilità al fascismo, riconoscendone anzi i meriti per le buone riforme che aveva fino ad allora operato e la piena legittimità a guidare anche per il futuro le sorti del paese19.
L'intenzione dei popolari biellesi non fu pertanto quella di ingaggiare una battaglia elettorale con il Partito fascista. Le forze dei due partiti, che erano troppo diverse, portavano il Partito fascista a lottare per i suffragi "in alto, al primo piano", mentre i popolari si battevano fuori da quell'orbita, "in basso", augurandosi di poter ottenere nell'ambito dei posti riservati alle minoranze, "con le liste bis", il maggior numero di mandati elettorali che permettesse loro di fronteggiare più agevolmente "i nemici della religione e dell'ordine"20.
I popolari si appoggiarono per la loro campagna elettorale soprattutto al locale giornale cattolico "Il Biellese", la cui diffusione aveva raggiunto sul territorio livelli notevoli, ma i continui riferimenti ad articoli dell' "Osservatore Romano" e del "Popolo" di Roma, che "Il Biellese" accoglieva in prima pagina, portarono alla conseguenza di far conoscere alla popolazione biellese, più la posizione assunta dal Vaticano che non quella del Partito popolare. La dichiarata imparzialità della Chiesa di fronte a scelte di partito; il distacco con cui veniva trattato il Partito popolare italiano; le positive considerazioni sul governo di Mussolini, il cui mantenimento veniva considerato opportuno, utile, "anzi necessario", e la "deferenza sincera" verso di esso; l'apprezzamento nei confronti del Partito fascista che reggeva le sorti del Paese ed allineava tra le sue file validi personaggi politici che provenivano dalle file popolari21; influirono probabilmente nelle scelte dell'elettorato, nonostante una intensa campagna di propaganda "visiva", ma non commentata, verso cui si orientarono i popolari biellesi durante gli ultimi giorni che precedettero le elezioni.
I popolari biellesi, pertanto, magnificati e celebrati, più dei meriti propri, quelli del Partito fascista e l'opera da esso svolta; non appoggiati dal clero locale (invitato a votare perché l'astensione dei "buoni" non nuoceva alla lista ministeriale, sicura della propria vittoria, ma facilitava il prevalere delle minoranze socialiste massoniche)22, subirono inevitabilmente un calo di forza rispetto alle elezioni del 1921.
Le cause della sconfitta furono indicate dai popolari, oltre che inevitabilmente nella nuova legge elettorale, nei molti voti che il partito aveva ottenuto nelle elezioni precedenti da coloro che temevano l'avanzata socialista e vedevano nel Partito popolare uno strumento per arrestarla, e che ora erano andati al Partito fascista, essendo quello il più idoneo a difendere la nazione dal "pericolo rosso". Una ulteriore causa veniva individuata nel giornale "Il Momento" che, secondo i popolari biellesi, "tradì la causa del Partito popolare italiano"23.

Una posizione "equidistante"

La crisi che si aprì nel paese in seguito all'omicidio di Matteotti e che si protrasse fino al 1925, determinò un cambiamento di linea politica anche per il Partito popolare biellese. Fu appoggiata la tesi politica di De Gasperi, che auspicava un accordo con i socialisti moderati, che avrebbe permesso di affrettare l'allontanamento di Mussolini e la formazione di un governo di centro, e con il Partito socialista, depurato degli elementi rivoluzionari, che avrebbe consentito la restaurazione costituzionale nel paese.
De Gasperi venne anche a Biella, dove tenne un importante discorso nel teatro della Casa del popolo ed in cui affermò l'opposizione ormai intransigente del Partito popolare al regime fascista fondato sulla illegalità e sulla violenza24.
I popolari biellesi strinsero accordi con i socialisti e gli altri gruppi di opposizione, e con essi operarono congiuntamente spinti dal proposito di vedere al più presto realizzata opera di giustizia "piena e liberatrice" e di riaffermare i diritti di libera associazione e di libertà di stampa che il governo fascista aveva soppresso25.
L'intervento del papa, tuttavia, pose termine ai rapporti che si erano andati instaurando tra popolari e socialisti così che i cattolici biellesi continuarono isolati la loro opposizione al fascismo. Sulla delicata questione dei rapporti con i socialisti intervenne anche don Giulio De Rossi del "Popolo" di Roma, il quale contestò ai popolari biellesi l'utilità e la convenienza di un accordo con il socialismo, poiché, se il fascismo fosse caduto, il Partito popolare ne avrebbe raccolto la successione con gli altri partiti dell'opposizione; ne scaturiva come logica conseguenza che anche ai socialisti sarebbero state aperte le porte del potere. Il Partito popolare avrebbe dovuto, al contrario, assumere una collocazione politica equidistante dal fascismo come dai socialisti che, in caso di caduta del fascismo, avrebbe evitato da un lato sicure campagne anticlericali e, nel contempo, avrebbe permesso ai popolari, data la loro posizione centrista ed equilibratrice, di raccogliere i consensi della massa degli italiani e di diventare il partito che avrebbe determinato le future scelte politiche della nazione26.

Monsignor Garigliano e il fascismo locale

Gli anni che seguirono furono caratterizzati da un rapporto instabile e fluttuante fra il regime ed il vescovo di Biella. A momenti di collaborazione fra le due parti si alternarono situazioni di contrasto che dettero vita a numerose polemiche, alimentate dalla stampa di parte.
La convinzione di non essere riusciti ancora a penetrare profondamente con l'ideologia fascista nel tessuto sociale biellese e nella cultura popolare dei suoi abitanti, indussero il regime a cercare l'appoggio e la collaborazione della chiesa locale a proprio vantaggio.
Il fascismo ostentò a tal fine le benemerenze nei confronti della religione, con l'introduzione nelle scuole della croce e del catechismo; il riconoscimento dell'Università cattolica di Milano; l'aumento della congrua e delle sovvenzioni al clero.
Benché indubbio fosse il riconoscimento per i vantaggi arrecati, i cattolici biellesi recepirono in modo tiepido la richiesta di collaborazione e contestarono al fascismo i numerosi atti di violenza perpetrati ai danni di organizzazioni cattoliche su tutto il territorio nazionale e l'omicidio impunito di don Minzoni: atti inconciliabili con i principi cristiani, da cui risultava come il fascismo non intendesse valorizzare la religione quanto da essa farsi valorizzare27.
Il vescovo di Biella, monsignor Garigliano, mantenne stretti rapporti con gli esponenti del fascismo locale e lo stesso organo di stampa del Partito fascista "Il Popolo Biellese", definì sempre improntati alla massima cordialità i numerosi incontri che si svolsero fra le due parti.
Il capo della diocesi, dietro richiesta delle autorità fasciste, ben conscie di quanto fosse tenuta in considerazione la sua parola, si prestò in varie occasioni ad appoggiare iniziative del governo presso la popolazione biellese.
In occasione della campagna per il Prestito littorio, monsignor Garigliano, servendosi della "Rivista Diocesana" e del giornale "Il Biellese", con cui instaurò una stretta collaborazione mantenuta ed intensificata dal suo successore, monsignor Rossi, si rivolse ai parroci ed ai fedeli della diocesi invitandoli a contribuire con i loro risparmi alla iniziativa governativa dettata dalle necessità finanziarie in cui versava lo Stato, affinché la patria riuscisse a superare le difficoltà contingenti per risplendere nel mondo "sempre più gloriosa e bella"28.
Il vescovo accolse l'invito della autorità a svolgere propaganda anche quando il governo emise nuovi buoni postali fruttiferi e diede istruzioni in proposito ai parroci affinché si impegnassero ad informare adeguatamente i fedeli con inserzioni sui bollettini locali29.
Un principio d'angoscia colse, però, monsignor Garigliano quando vennero soppresse le organizzazioni degli esploratori cattolici. Il vescovo temeva infatti che la soppressione dei boys-scouts fosse preludio alla soppressione delle altre organizzazioni cattoliche, ma a togliere ogni apprensione e ad evitare che sorgessero contrasti fra monsignor Garigliano ed il regime, intervenne la circolare che il capo del governo fece diramare ai prefetti, in cui stabiliva che si intendevano soppresse solo quelle organizzazioni giovanili ad inquadramento semi-militare non facenti capo all'Opera nazionale balilla, escludendo dal provvedimento tutte le altre associazioni quali gli oratori e i circoli cattolici dipendenti dall'Azione cattolica che tali caratteristiche di inquadramento non avevano, rimanendo pertanto libere di formarsi e di sussistere come sempre avevano fatto30.

Le pressioni fasciste su "Il Biellese" e sul "Credito Biellese"

I contrasti e le polemiche che investirono la Chiesa ed il suo capo, ebbero nel giornale "Il Biellese" e nella banca cattolica "Credito Biellese" le loro cause. Si trattava di due iniziative di chiara matrice cattolica. "Il Biellese", diretto dal canonico Giuseppe Rivetti, si mantenne, contrariamente ad altri giornali cattolici, sulla linea del Partito popolare, indifferente alle pressioni che il regime fascista esercitò su di esso. Gli attacchi al giornale si intensificarono trasformandosi in una violentissima campagna diffamatoria verso la fine del 1925 e l'inizio del 1926. "Il Biellese", indicato come il giornale "dei sagrestani e delle serve", fu accusato di tutelare interessi opposti a quelli del fascismo e, quindi, a quelli della patria, che il fascismo riassumeva e difendeva31.
I fascisti, esplicitamente, chiesero che "il più ignobile foglio locale della Quartarella, velenoso diffamatore del Fascismo e del suo Duce"32 fosse soppresso e che, con il giornale, venisse messo a tacere "il più fegatoso antifascista del luogo" il direttore Giuseppe Rivetti, "quello che inviava ben duemila lire al laico giornale di De Gasperi perché diffamasse la Patria ed il Fascismo"33. Martedì 26 gennaio 1926, la giunta diocesana di Biella, riunita sotto la presidenza del canonico don Irmo Buratti, con il consenso del vescovo, assunse la proprietà de "Il Biellese" nominando nuovo direttore il cattolico Germano Caselli, proveniente dal "Momento" di Torino.
Il "Popolo biellese" si compiacque della decisione della giunta diocesana e si augurò, pensando di interpretare anche il desiderio del vescovo, che finalmente si sarebbe pubblicato un "buon" giornale cattolico veramente organo della giunta diocesana34.
Le polemiche furono ancora più intense e violente nei confronti del "Credito Biellese". L'istituto, alla cui direzione vi erano personaggi che erano stati esponenti di primo piano del Partito popolare biellese, nel giro di breve tempo si espanse notevolmente fino ad avere nel Biellese sessantaquattro filiali; più di quante ne potessero vantare altri istituti di credito ben più importanti.
Gran parte del merito per l'affermazione che la banca ottenne, fu da attribuirsi alla propaganda ed alla partecipazione diretta di quasi tutto il clero biellese. La popolazione ebbe fiducia assoluta nell'istituto e, seguendo l'esempio ed i consigli dei parroci, orientò i propri risparmi verso il "Credito Biellese". La accresciuta solidità dell'istituto di credito spinse gli amministratori a concludere impegnative operazioni finanziarie, abbondando nei fidi a favore di numerose aziende piemontesi. Quando la Banca d'Italia tolse il fido alle banche cattoliche, il "Credito Biellese" si trovò inevitabilmente costretto a domandare il concordato preventivo che il tribunale, per un riguardo ai venticinquemila creditori e per la macchinosità richiesta per la liquidazione fallimentare omologò, benché ci fossero difficoltà a raggiungere la garanzia del 40 per cento richiesta dalla legge.
La banca, già dai primi momenti in cui era sorta, nel 1921, essendo una creazione del Partito popolare, fu sempre contrastata dai fascisti, i quali ritenevano che "senza la distruzione del popolarismo economico bancario massoneggiante" l'affermazione fascista nel Biellese avrebbe trovato gravissimo ostacolo35.
I fascisti attaccarono il clero nella loro totalità, accusando i preti di interessarsi più di questioni finanziarie che di cura delle anime, intenti solamente a prodigarsi per il bene della loro banca, dove veniva custodito "il Tabernacolo Santo del Dio Quattrino"36. Non vennero risparmiate offese neppure al vescovo di Biella, al quale si chiedeva, pensando di fare proprio il desiderio della maggioranza dei cattolici biellesi, di visitare più spesso i poveri, gli infermi, i carcerati ed in misura molto minore la banca, certi che monsignor Garigliano, "tanto buono", sicuramente avrebbe esaudito le richieste37.
Il vescovo, oltre che rimetterci personalmente, avendo come molti altri sacerdoti depositato il suo denaro presso il "Credito Biellese"38, rimase profondamente turbato dalla vicenda dell'istituto di credito; monsignor Garigliano, infatti, che aveva favorito la banca cattolica locale propagandandola continuamente dalle pagine della "Rivista Diocesana", vedeva in essa un efficace strumento idoneo a incoraggiare, con le frequenti elargizioni a favore di enti religiosi, le iniziative cattoliche all'interno della diocesi. Con la chiusura della banca, scomparve nel Biellese l'ultima testimonianza dell'opera del Partito popolare che, se non si distinse forse per andare politico, indubbiamente tracciò ai cattolici la via da seguire, quella che avrebbe permesso loro di risollevarsi dopo la parentesi fascista e di determinare gran parte delle scelte politiche e sociali del Biellese.

Dalla tregua del Concordato ai contrasti per l'Azione cattolica

L'annuncio dell'avvenuto accordo fra la Chiesa e lo Stato fu accolto nel Biellese con massima soddisfazione dai cattolici e dal clero locale. L'ispettore dei fasci biellesi ed il commissario prefettizio del Comune di Biella si recarono immediatamente a far visita d'omaggio a monsignor Garigliano con il quale si compiacquero vivamente della pacificazione tra Stato e Santa Sede39. "Il Biellese" uscì con un titolo a caratteri cubitali inneggiante alla risoluzione della questione romana (Magnificat anima mea Dominum. La Questione Romana è risolta), ed esaltò la figura del pontefice e di Mussolini, uomo mandato dalla provvidenza, i quali riuscirono a sanare un annoso e dolente contrasto, regalando agli italiani una delle più belle pagine che la storia potesse ricordare40.
Il vescovo convocò d'urgenza la giunta diocesana ed espresse la viva gioia che aveva pervaso il suo animo all'annuncio del grande avvenimento con cui si congiungevano amore per la patria e sentimento religioso. La "triste barriera" che da lunghi anni divideva la Chiesa dal mondo civile era finalmente caduta e si rendeva obbligatorio un fervido ringraziamento agli artefici dell'importante accordo: al pontefice Pio XI, al re d'Italia ed a Mussolini, "Duce del Fascismo, autore del gesto più alto e più bello della sua forza" di cui, a ragione doveva esserne fiero. Monsignor Garigliano concludeva invocando la benedizione di Dio sulla patria restituita alla sua fede cristiana41.
La Federazione giovanile cattolica Biellese, così come il vescovo, gioì per l'avvenuto accordo tra Chiesa e Stato, ed in un comunicato emesso per la solenne occasione invitò i giovani cattolici a donare alla patria, primi fra tutti, le loro migliori energie, la loro preghiera ed il loro sacrificio42.
I sacerdoti non furono da meno e la sezione biellese della Federazione associazione del clero italiano (Faci) inviò al pontefice e a Mussolini telegrammi di felicitazioni per la soluzione della questione romana43. Il ringraziamento del capo del governo al clero biellese giunse, tramite il prefetto, al presidente della sezione biellese della Faci, don Alfonso Poggio44.
L'assenza di contrasti fra Stato e Chiesa, tuttavia, durò poco tempo. Già alla fine dello stesso anno sorsero infatti i primi contrasti, motivati dalle pretese del fascismo di riservare allo Stato l'educazione e la formazione dei giovani. Il pontefice, con una enciclica sulla educazione cristiana della gioventù, la "Divini illius magistri", contestò le affermazioni del fascismo secondo cui la prole apparteneva allo Stato prima ancora che alla famiglia, affermando l'autonomia della Chiesa da qualsiasi autorità terrena nell'esercizio della sua missione educativa.
I motivi di contrasto continuarono ad esistere fino al maggio del 1931, data in cui venne dato ordine di sciogliere tutti i circoli cattolici. Anche nel Biellese, dove numerosi erano i circoli, vennero chiuse le sedi e sequestrato tutto il materiale d'archivio trovato nel loro interno. Numerosi giovani appartenenti all'Azione cattolica furono minacciati di perdere o di non trovare il posto di lavoro45.
Il vescovo, in segno di partecipazione alle sofferenze dei giovani cattolici, vietò per il "Corpus Domini" le processioni eucaristiche all'esterno delle chiese.
Il pontefice diramò il 29 giugno l'enciclica "Non abbiamo bisogno" in cui denunciò le persecuzioni perpetrate dal regime fascista ai danni delle associazioni cattoliche. Al Congresso eucaristico diocesano di Pralungo, nell'agosto di quell'anno, il direttore di "Civiltà Cattolica", di origine biellese, padre Enrico Rosa, levò la sua voce a condannare l'oppressione fascista che stava ostacolando vergognosamente l'operato della Chiesa nella nazione, mutilandola di sodalizi indispensabili per l'espletamento della sua missione ed impedendola nell'esercizio di alcuni doveri e attribuzioni a lei propri.
Il vescovo venne colpito in ciò che maggiormente gli stava a cuore. Definito a ragione vescovo dell'Azione cattolica, monsignor Garigliano esortò sempre ardentemente i sacerdoti e i laici a svolgere un lavoro efficace e continuo a favore dell'Azione cattolica, poiché, essendo parte del ministero pastorale, come lo definì Pio XI nella sua prima enciclica, e non una attività staccata dalla vita cristiana, era necessario che fosse coltivata con ogni cura e solerzia affinché la sua forza e organizzazione le permettessero di diffondere, affermare e difendere i principi cattolici come espressamente stabilivano gli statuti dell'Azione cattolica. Era dovere, secondo il vescovo, di ciascun parroco, con tutti i mezzi che erano a sua disposizione e senza lasciarsi minimamente impressionare da difficoltà o scoraggiare dalle delusioni, impegnarsi affinché non vi fosse più parrocchia dove non sorgesse una istituzione di Azione cattolica, fosse un circolo della gioventù maschile o femminile, un gruppo di uomini cattolici e di donne; certamente le difficoltà erano notevoli, ma la coscienza del dovere, lo zelo, il desiderio di fare, alla fine, avrebbero avuto il giusto riconoscimento46. Sotto il suo impulso, in gran parte delle parrocchie della diocesi effettivamente sorsero e funzionarono numerosi circoli giovanili di Azione cattolica che si affiancarono al clero e ad esso si sostituirono là dove il sacerdote non poteva arrivare con la sua parola o la sua azione.
Quando il 2 settembre venne data notizia dell'accordo avvenuto tra la Santa Sede ed il governo, il vescovo emise un comunicato in cui, rivolgendosi alle associazioni giovanili dell'Azione cattolica diocesana biellese, invitava tutti i cattolici a riprendere il cammino intrapreso e penosamente interrotto, augurandosi che la ritrovata pace avrebbe arrecato vantaggi tanto al mondo religioso quanto a quello civile47.
Il "Popolo Biellese" commentò l'avvenuto accordo sull'Azione cattolica fra Stato e Chiesa esprimendo viva soddisfazione e sottolineando come il modo con cui venne liquidato dal governo l' "increscioso incidente", dimostrasse una volta ancora quanto grande fosse la forza del fascismo48. La conciliazione definitiva non si sarebbe mai potuta ottenere, ritenevano i fascisti biellesi, confessando di conseguenza la vera causa dell'avversione del regime per l'Azione cattolica, se non si fossero estromessi dalle organizzazioni cattoliche i nostalgici del defunto popolarismo.
Il solo modo per ridare ai fini spirituali la loro preminenza, era togliere all'Azione cattolica ogni velleità di "successionismo matricida", eliminando dalle sue file coloro che erano stati legati in passato al Partito popolare.
Raggiunto l'accordo, si realizzavano finalmente le condizioni ideali perché lo spirito a cui erano informati i patti lateranensi trovasse nei fatti la più completa attuazione49.

La pace ristabilita si incrina sulle leggi razziali e sulla guerra

Gli anni che seguirono furono caratterizzati da un rapporto cordiale fra le autorità fasciste ed il vescovo Garigliano. Grazie ai numerosi contributi che pervenivano da famiglie indubbiamente legate al Partito fascista fu possibile intervenire presso chiese ed edifici religiosi restaurandoli e costruirne di nuovi; alle inaugurazioni delle meritevoli opere di carattere sociale, di cui si rese artefice il governo fascista e tuttora rivestenti notevole importanza per l'economia del Biellese, immancabilmente, accanto alle autorità civili, presenziava il vescovo della diocesi, a testimonianza della stretta collaborazione che si era andata instaurando e che si intendeva mantenere salda e immutabile; contrariamente a quanto avvenne prima del 1931, monsignor Garigliano partecipò anche alle annuali celebrazioni della marcia su Roma.
Il clima di idillio e collaborazione tuttavia subì incrinazioni sempre più pronunciate a partire dal 1938, anno in cui il regime fascista assimilò gli aspetti più ripugnanti del nazismo, importando dalla Germania la dottrina razziale.
Il pontefice attaccò duramente il "nazionalismo esagerato" contrario ai principi cattolici, nel momento in cui Mussolini stava per trasportare in Italia le teorie razziali. La tensione venutasi a creare non diminuì anche dopo l'avvenuto rinnovo degli accordi del 1931, in cui fu riaffermato il carattere apolitico dell'Azione cattolica, poiché Pio XI tenne a precisare che l'atteggiamento cattolico verso il razzismo non subiva modificazioni dal momento che la questione razziale era spirituale piuttosto che politica. Il decreto del governo con cui si vietò agli ebrei di contrarre matrimonio con ariani e che portò lo Stato italiano a legiferare in una materia che l'articolo 34 del Concordato riservava espressamente al diritto canonico, allontanò ancora maggiormente la Chiesa dallo Stato, provocando un contrasto insanabile che sarebbe divenuto totale quando il governo italiano, deliberando l'entrata in guerra, portò Pio XII, che si prodigò inutilmente affinché fosse evitata la partecipazione al conflitto, a separare le responsabilità della Chiesa da quelle del fascismo.
Di fronte agli avvenimenti del 1938, il vescovo di Biella, monsignor Carlo Rossi, che nel frattempo era succeduto a monsignor Garigliano, deceduto nell'ottobre del 1936, non assunse un atteggiamento passivo, ma neppure si schierò apertamente in netto contrasto con il regime. Monsignor Rossi intervenne frequentemente sulle questioni razziali, ma lo fece solitamente celando il suo pensiero dietro le parole del papa, l'attaccamento al quale si doveva manifestare non solo nella adesione ai suoi insegnamenti e nella accettazione delle sue direttive, ma anche in una "affettuosa partecipazione ai suoi desideri ed alle sue pene"50. Monsignor Rossi richiamò ai fedeli le amarezze e le afflizioni che rivelavano le parole del papa e riempivano di angoscia il suo animo cristiano; le incrinature che subì lo spirito del Concordato non permettevano che l'imminente decennale dei patti lateranensi venisse celebrato in serenità e letizia, inoltre portava gravi preoccupazioni e tristezza il vedere intaccato ed offeso un sacramento come il matrimonio51.
L'accordo culturale italo-tedesco che fu firmato il 23 novembre 1938 fu motivo di apprensione per il vescovo. Se da un lato erano indubbi i vantaggi che alla nazione poteva arrecare l'introduzione delle ricchezze culturali di un altro Stato, nel campo religioso e morale, il vescovo era tuttavia indotto a temere il rischio di una divulgazione, specialmente tra i giovani, di "ideologie e sistemi tanto contrari ai principi fondamentali del cristianesimo quanto difformi dalle nostre gloriose tradizioni di pensiero e di vita".
Ne conseguiva, da parte di monsignor Rossi, un invito ai sacerdoti affinché intensificassero la loro azione di insegnamento della fede e della morale cristiana per mantenere vivo nelle popolazioni lo spirito religioso e incontaminato da concetti apertamente pagani52.
Una netta presa di posizione fu assunta dal vescovo di Biella in difesa dell'Azione cattolica. L'avvenuto rinnovo degli accordi fra Partito fascista ed Azione cattolica non eliminò del tutto i contrasti che caratterizzavano i loro rapporti.
Le dichiarazioni del vescovo, secondo cui gli accordi ridonavano la tranquillità necessaria alle associazioni cattoliche per svolgere il loro "pacifico e fecondo lavoro"53 furono poco più avanti smentite dalla realtà dei fatti e monsignor Rossi, nel dicembre 1938, lanciò apertamente al Partito fascista l'accusa di non rispettare i patti. Il vescovo denunciò l'atmosfera che circondava l'attività dell'Azione cattolica che, se non era di aperta ostilità, neppure si poteva definire di "schietta simpatia", e condannò le "insinuazioni", le "parole poco benevole", gli "insistenti inviti", le "imposizioni" che erano in netto contrasto con le dichiarazioni pubbliche di compatibilità fra Azione cattolica e Partito fascista e di rispetto assoluto degli accordi del settembre 1931 rinnovati nel 193854.
I dissapori esistenti fra monsignor Rossi ed il Partito fascista non impedirono tuttavia che, esteriormente, i rapporti si mantenessero cordiali. Il vescovo partecipò, durante gli anni che precedettero la guerra, alla inaugurazione di numerose opere realizzate dal governo fascista ed intervenne alle cerimonie ufficiali a fianco delle autorità civili. Quando Mussolini giunse in visita a Biella, visitò il duomo accompagnato dal vescovo, in una atmosfera di assoluta cordialità ed i parroci furono invitati ad accompagnare con il suono delle campane, il passaggio del duce per le vie dei paesi55.
Il distacco definitivo fra il vescovo ed il regime fascista si operò quando il governo assunse l'impopolare decisione di partecipare al conflitto mondiale e si protrasse fino al fatidico giorno della liberazione, passando attraverso il periodo della Resistenza, durante il quale monsignor Rossi, con coraggio e sacrifici personali, seppe conquistare la riconoscenza e l'ammirazione dell'intera popolazione biellese.


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