Roberto Botta - Gabriella Solaro

L'amministrazione della giustizia
nelle formazioni partigiane



Intorno al tema della giustizia convergono alcuni dei nodi storiografici principali che stanno alla base di una lettura rinnovata della Resistenza italiana. L'analisi della documentazione, assai copiosa e dettagliata, ma ancora poco esplorata, consente infatti di allargare lo sguardo su questioni come la disciplina e il codice comportamentale all'interno delle formazioni, sul rapporto tra partigiani e popolazioni, sul problema della percezione del nemico e dei comportarnenti nei confronti di nazisti, fascisti, spie.
La trama si infittisce poi ulteriormente perché ciascuno dei temi ricordati rinvia ad altre questioni di estremo interesse. Qui vorremmo ricordarne solo due, che ci paiono strettamente connesse: la prima, che fa riferimento più direttamente all'ambito di queste giornate di studio, è quella delle forme e del rapporto con la violenza al di fuori dello scontro armato; la seconda riguarda il problema dell'educazione del partigiano.
A causa delle circostanze particolari entro cui si sviluppa il movimento partigiano, sono proprio gli atti di amministrazione della giustizia a rappresentare il principale strumento del processo di educazione dei giovani uomini che salgono in montagna. Una didattica della prassi che nei codici e nei moduli di autodisciplina, nell'amministrazione della giustizia come strumento di verifica del proprio rapporto con l'ambiente esterno e nel trattamento del nemico secondo una scala di valori radicalmente opposta rispetto a quella dei nazisti e dei fascisti, trova i suoi cardini fondamentali di realizzazione. Poiché il sistema di giustizia si carica di questi significati esemplari e simbolici, le sue modalità e le sue matrici culturali risultano difficilmente comprensibili se non vengono lette in rapporto alla loro funzione di strumento privilegiato del processo di educazione dei partigiani.
È opportuno precisare che in questa comunicazione faremo riferimento alle formazioni che hanno operato nel Piemonte meridionale. Le divisioni Giustizia e Libertà del Cuneese e le divisioni garibaldine attive sull'Appennino ligure-alessandrino, soffermandoci in particolare sul concetto di giustizia e sulle sue applicazioni in casi che riguardano la vita di banda e il rapporto con la popolazione, senza addentrarci nel complesso rapporto con il nemico, sia esso fascista, tedesco o spia. Quello che qui illustriamo non è dunque il paradigma del sistema disciplinare e di giustizia ma uno tra i paradigmi possibili; e tuttavia, pur rappresentando un punto di osservazione particolare, ci può aiutare a formulare alcune ipotesi generali sui temi che qui interessano.
La prassi di giustizia come fulcro del sistema educativo. È un imperativo a cui si trovano di fronte i comandi in relazione a due caratteristiche che paiono generali nel panorama partigiano italiano: la insufficiente preparazione degli uomini che affluiscono in montagna e la difficoltà di individuare, in numero e per qualità, i quadri necessari alla loro educazione.
La documentazione segnala con abbondanza e continuità il problema dell'impreparazione non solo militare ma soprattutto etico-politica dei giovani partigiani. Gli accenni sono ripetuti nel carteggio che i responsabili del centro dirigente del Pci, installato a Milano, scambiano con i loro compagni di Roma, sono abbondanti nei documenti delle brigate "Garibaldi" e in quelli delle formazioni gielliste e, più ci avviciniamo alla singola unità operativa, la brigata o il distaccamento, più il tema dell'impreparazione delle "reclute'' emerge con drammatica evidenza.
"Non è tanto facile creare una coscienza negli uomini specialmente di 20 anni, come in prevalenza sono i componenti le nostre forze. Bisogna non dimenticare che essi furono educati alla scuola fascista"1: così segnala il problema nel dicembre 1944 il Comando della VI zona ligure. Parole e concetti che ricorrono quasi identici nel carteggio tra i due dirigenti giellisti Aldo Agosti e Livio Bianco. Scrive infatti Livio nell'aprile 1944: "La situazione è sostanzialmente quella che ti ho già descritta: massima impreparazione, scarsissimo interesse per le questioni politiche, diffidenza verso tutti i partiti, ecc. Credo del resto che sia così un po' dappertutto"2.
Anche altrove si ha a che fare con questo problema e, un po' impietosamente ma con realismo, Emanuele Artom rappresenta con queste parole il livello di partenza di molti partigiani: "Siamo quello che siamo, un complesso di individui in parte disinteressati e in buona fede, in parte arrivisti politici, in parte soldati sbandati che temono la deportazione in Germania, in parte spinti dal desiderio di avventura, in parte da quello di rapina"3.
Impreparazione degli uomini, ma anche estrema difficoltà per i comandi partigiani nell'individuare i quadri in grado di svolgere una efficace attività di educazione politica. Anche su questo problema sono moltissimi i riferimenti documentari, ma una conferma estremamente significativa la possiamo ricavare dalle prime, sia pure parziali, risultanze della ricerca condotta in collaborazione tra gli istituti storici del Piemonte e che ha per titolo e per tema "Partigianato piemontese e società civile"4.
Una prima rilevazione relativa ai gradi e alle funzioni di smobilitazione di tutte le formazioni partigiane del Piemonte, inclusi quindi i matteottini e gli autonomi, consente di individuare questa situazione: mentre il rapporto tra comandanti e commissari al livello della divisione è sostanzialmente di uno a uno, al livello di brigata il rapporto è di un solo commissario ogni due comandanti, e scende ancora drasticamente al livello dei distaccamenti, dove si contano più di tre comandanti per ogni commissario. Naturalmente queste cifre devono essere accolte con molte cautele in considerazione dello stato ancora provvisorio della ricerca; inoltre, per interpretare correttamente questo dato, bisogna tenere presente la scarsa propensione delle formazioni autonome ad avvalersi dei commissari politici; ma, anche con tutte le prudenze del caso, ci pare un riscontro significativo della scarsità di quadri adatti a ricoprire il ruolo di educatori politici dei giovani partigiani. È un problema denunciato in modo esplicito e un po' impietoso dal Comando della divisione garibaldina "Cascione" in un suo documento: "Il masso più pesante da spostarsi è quello della preparazione dei Commissari, infatti sin ora il Commissario si è ridotto ad essere l'amministratore, il cassiere, il cambusiere del distaccamento e nulla più"5. Sembra dunque piuttosto affrettata la tesi, riproposta recentemente da alcuni storici, secondo la quale nelle formazioni garibaldine, al contrario di quanto accadeva in quelle gielliste, il commissario politico ricopriva "un ruolo di longa manus del partito".
È naturalmente vero che i comandi garibaldini, almeno ai più alti livelli, lavoravano per individuare uomini capaci di assumere queste funzioni, ma la realtà era poi alquanto diversa: sia tra le formazioni ispirate dal Partito comunista che tra quelle di ispirazione azionista, spesso per cause di forza maggiore, e in maniera sempre più evidente mano a mano che si scendeva verso il distaccamento (ossia verso l'unità per eccellenza, dal punto di vista operativo, di sviluppo delle relazioni interpersonali e di formazione delle coscienze dei giovani partigiani), i commissari tendevano ad assumere quei ruoli fin troppo impietosamente descritti dal Comando della divisione "Cascione". Proprio tra i garibaldini - e qui siamo nel contesto delle formazioni venete - c'è chi si spinge addirittura a descrivere così la figura del perfetto commissario: "Il Commissario è o dovrebbe essere l'esempio vivente dell'uomo retto, giusto, equilibrato: è la mamma della famiglia garibaldina e ne è il cuore, come il comandante rappresenta il cervello"6. I commissari devono dunque essere esempi viventi di vita proba e di integrità morale, piuttosto che dotti teorici e ferrei militanti di partito.
Abbiamo insistito sulle caratteristiche che assume la figura del commissario nei documenti partigiani delle divisioni gielliste e garibaldine del Piemonte meridionale - ma i riscontri in altri contesti, giova ripeterlo, sono numerosi - sia perché è intorno ai commissari politici e alla loro azione che si realizza la costruzione, molte volte faticosa e contraddittoria, del sistema di amministrazione della giustizia, sia perché proprio le stesse caratteristiche, insieme sociali, culturali e morali dei commissari, sono in grado di chiarire a quali matrici complesse si ispira il sistema disciplinare e di giustizia. Sistema che è però fortemente influenzato anche dalle condizioni eccezionali che stanno alla base della formazione del gruppo partigiano, che hanno indotto giovani di provenienza e formazione diversa a compiere scelte radicali, a interrogarsi sulle proprie motivazioni ideali, a trovare in sé la risposta a domande nuove, venendo a definire un sistema di valori in cui riconoscersi e a sviluppare un senso di solidarietà e di appartenenza al gruppo che prescinde da una comune ideologia e che concorre a definire un rigore morale e un codice di comportamento che informerà le scelte minute della formazione oltre che le sentenze e le soluzioni disciplinari adottate.
I documenti relativi ad alcuni processi intentati contro partigiani colpevoli di reati quali l'ubriachezza, il furto o la semplice arroganza nei confronti della popolazione sono assai utili per capire quali linee segua l'amministrazione della giustizia in un contesto in cui l'incertezza del diritto e l'assenza di riferimenti giuridici precisi regnano sovrani: quei documenti ci aiutano a capire le commistioni e le sovrapposizioni tra un sistema giuridico che tende ad assumere una struttura il più possibile formale (tipico esempio l'istituzione dei tribunali partigiani) e la necessità di adeguare il sistema punitivo alla realtà sociale dei territori in cui le formazioni si trovano ad operare.
I protagonisti delle nostre esemplificazioni sono ancora una volta uomini delle formazioni gielliste e garibaldine. Il primo caso riguarda tre partigiani della brigata "Maruffi'', i quali, nell'aprile 1945, in stato di ubriachezza, seminano lo scompiglio a Novello, un piccolo comune del Cuneese (è significativo notare che dagli atti in nostro possesso non è facilissimo determinare la reale natura dei reati attribuiti ai tre partigiani). Lo stringato verbale del processo si conclude in questo modo: "Viene poi letta la lettera del comandante della 148a divisione dove tra l'altro è accentuata la necessità che l'imputato Nicola deve passare casa per casa a chiedere scusa del suo comportamento di ubriaco fradicio e pericoloso durante lo stato di emergenza".
Gli imputati vengono condannati alla pena di morte mediante fucilazione, ma "la pena è condizionale e sarà eseguita alla minima mancanza".
A tutti e tre viene vietato il consumo di qualsiasi bevanda alcoolica: "Solo un bicchiere basterà per eseguire la suddetta condanna". Tutti i componenti la formazione sono poi responsabilizzati sul problema della tendenza all'alcoolismo degli imputati: infatti, prosegue la sentenza, "verranno sottoposti al processo tutti coloro che acconsentirebbero [sic] loro la bevanda alcoolizzata, come pure coloro che vedendolo non lo riferissero al comando della brigata".
"Questa sentenza - ordina il tribunale - deve essere portata a conoscenza della famiglia Ricca Giuseppe. Tutti e tre i condannati devono chiedere umilmente scusa in pubblico alla detta famiglia dove sono stati alloggiati. In più il condannato Nicola dovrà recarsi a Novello per chiedere scusa in pubblico per il comportamento del giorno 9 marzo 1945".
Dopo il testo della sentenza, il tribunale partigiano esprime le motivazioni della stessa, precisando che la condizionale è in ragione della giovane età degli imputati "i quali nell'avvenire rimanendo con noi hanno tutte le possibilità di migliorare e correggersi"7.
L'episodio riguardante la brigata garibaldina alessandrina "Oreste" ruota invece intorno ad uno schiaffo affibbiato da un partigiano alla moglie di un certo signor Palmiro Banchero (volendo aprire un piccolo inciso sulla mentalità rigorosamente maschilista dei nostri partigiani, è interessante notare che il nome della vittima non compare mai, ma è sempre indicata come "la moglie del Banchero"). Anche in questo caso siamo nell'aprile 1945, e nella VI zona ligure, da cui la "Oreste" dipende, è stato introdotto un complesso sistema di amministrazione della giustizia che fa capo al Sip di zona, il Servizio di polizia partigiana, che ha delle diramazioni in tutte le brigate e i distaccamenti. In base alla normativa elaborata dal Sip, il reato in questione è di competenza del Comando di brigata e la documentazione di cui disponiamo consiste nello scambio epistolare tra i responsabili del Sip di distaccamento e di brigata. Ecco cosa si può leggere nella parte finale di una di queste lettere: "Due partigiani a nome Audace e Rino [...] si presentavano dalla famiglia Banchero Palmiro per prelievo di un mulo avendo da effettuare con urgenza trasporto di viveri e medicinali. Senonché la moglie, non essendo a casa nessuno di uomini, le rispose che non avrebbe potuto consentirglielo. L'Audace, [...] inasprendosi sempre più la discussione, è giunto al poco cortese gesto di dare uno schiaffo alla moglie del Banchero. Dopo qualche minuto, chiamato dalla figlia, a un partigiano del Sip fu raccontato il triste fatto. Quindi propongo immediata punizione al partigiano Audace, come voi ritenete necessario, nonché il trasferimento di distaccamento. Intanto pregherei codesto comando a fare le scuse ufficiali alla famiglia Banchero Palmiro di Pareto notificando la severa punizione del partigiano"8.
Come si vede i temi ricorrenti sono due, e sono legati tra di loro: il primo è l'attenzione estrema al mantenimento di rapporti di assoluta correttezza con le popolazioni, il secondo è l'attuazione di un sistema punitivo che sembra trarre i suoi moduli più che da contesti politico-giuridici formalizzati dal rispetto per la tradizione e la cultura della comunità di villaggio e da un adeguamento ai suoi moduli etici. Questa connotazione è evidentissima nel primo caso che abbiamo proposto, in cui l'espiazione pubblica diventa, in barba a qualsiasi sistema giuridico codificato, lo strumento principale della condanna, assumendo addirittura il valore di un sostitutivo della pena di morte. Esso risponde così a tre scopi: la finalità educativa, su cui ci siamo già soffermati; la necessità di individuare un sistema punitivo possibile in un contesto in cui l'unica soluzione praticabile resta, drasticamente e drammaticamente, la pena di morte; la volontà di rinsaldare i rapporti con la popolazione locale.
I commissari e gli uomini incaricati di presiedere all'amministrazione della giustizia cercano e trovano spesso forme alternative di punizione non negli schemi e nelle norme anche molto precise ma spesso impraticabili che vengono loro proposti dai comandi generali e dai comandi zona, ma affidandosi alla tradizione della comunità. In rapporto al tema della violenza, è interessante sottolineare che proprio questa capacità di adattarsi alla cultura comunitaria e alla sua scala di valori contribuisce ad abbassare la soglia di violenza praticata al di fuori dello scontro armato. Il coinvolgimento diretto della popolazione nelle forme stesse della espiazione dei reati commessi dai partigiani affida alla comunità una sorta di ruolo di testimone e insieme di garante dell'eticità del comportamento complessivo delle formazioni partigiane, consente di adottare nei confronti dei partigiani che si macchiano di reati non particolarmente gravi punizioni diverse dalle sentenze drammatiche e draconiane che spesso le formazioni partigiane si sono trovate ad applicare per colpe anche di scarsa entità. Quando invece vien meno la possibilità, o la capacità, di individuare, da parte dei comandi, soluzioni alternative e simboliche per la punizione dei reati commessi dai partigiani, risalta con grande evidenza il rigore con cui si procedeva nei giudizi e la severità delle pene, la cui gradazione non risente affatto delle garanzie del diritto comune, è spesso "sproporzionata", dettata dalle condizioni eccezionali nelle quali si era costretti a giudicare.
Campo privilegiato per l'applicazione di questo rigore è rappresentato dai casi di banditismo. Su questo problema scrive Revelli nell'ottobre 1943: "Tanti ne pescheremo, tanti ne fucileremo" e tale rigore doveva avere una certa ripercussione nella zona se pochi mesi dopo, riferendosi a sbandati e delinquenti locali, annotava: "Temono i partigiani più di quanto non temano i carabinieri: i partigiani fucilano"9.
Le raccomandazioni erano continue e insistite: "Se ne beccate qualcuno siate spietati: vi autorizzo a far fuori i falsi patrioti"10.
"Chi ruba non è patriota ma bandito, chi ruba compie un delitto contro la Patria, contro l'onore dei Partigiani e deve essere giustamente punito"11.
"Non bisogna aver false pietà o esitazioni: tutti coloro che ci sono compagni di lotta per il nobile scopo che ci siamo prefissi, diventano traditori quando dimenticano i primi doveri del cittadino, commettendo azioni illegali di qualsiasi genere. [...] è nostro stretto dovere verso la Formazione usare la massima severità nella difesa di ciò che di più sacro abbiamo, cioè nel reprimere quei reati che disonorano il nome di garibaldini"12.
L'eliminazione di un bandito che in caso di flagranza può essere passato direttamente per le armi", secondo le indicazioni del Comitato militare regionale piemontese13, cui i Gl del Cuneese aggiungono: "A condizione che l'ordine relativo venga emanato da un ufficiale presente"14, era sempre un fatto su cui la formazione era invitata a riflettere e diventava anche un'occasione di riscatto per il movimento partigiano. La popolazione era informata dell'avvenuta punizione e, se era possibile, si aveva cura di riparare al danno, di restituire il maltolto. I casi documentati sono moltissimi15.
Una conferma della complessità del percorso attraverso il quale i partigiani costruiscono il loro sistema di giustizia la possiamo riscontrare nelle normative che presiedono all'autodisciplina.
Ovunque e sempre viene ribadito, in termini diversi ma sostanzialmente identici, che la linea da seguire è quella che fa dei combattenti della libertà "gli autentici difensori del popolo e i suoi più schietti rappresentanti" e che "non varrà scusa di inesperienza, non attenuante di circostanza, non ignoranza di legge"16, ma le formazioni procedono poi con una certa autonomia a definire il sistema di punizioni da applicare in casi di trasgressione delle regole di comportamento.
Garantito un rapporto basato sulla autorevolezza e la credibilità dei comandanti e dei commissari ed avviati i meccanismi che concorrono a rafforzare la coscienza e l'impegno di tutti, si può chiedere ai partigiani una disciplina severa.
Più o meno ovunque viene definita una normativa che stabiliva i diversi tipi di punizioni.
Senza dimenticare mai l'intento educativo, che è ribadito non solo a parole e che si concretizzerà, dove possibile, in una serie abbastanza ampia di soluzioni alternative (soluzioni che spesso non lasciano traccia nei documenti d'archivio, ma emergono nella memorialistica) è anche vero, però, che molto frequentemente vengono anche adottati provvedimenti da vecchia caserma. Si trovano infatti largamente usati, almeno fino all'autunno 1944, il palo e la privazione parziale del rancio; ma contro questo tipo di punizioni che sono fine a se stesse, non rieducano, sono umilianti, si appunta l'attenzione di alcuni comandi superiori che le definiscono non consone allo spirito partigiano e con effetti negativi. Il palo in particolare era usato come sorta di berlina moderna che faceva scontare una pena i cui effetti erano soprattutto morali, ma proprio perché riproponeva tipologie punitive che ricordavano la tanto aborrita naja esso era spesso inaccettabile per i partigiani.
Nelle formazioni "Garibaldi" le più diffuse punizioni previste erano comunque il palo, sospeso (forse più formalmente che nei fatti) secondo le indicazioni del Comando generale delle brigate "Garibaldi" nel gennaio 1945, il biasimo (semplice o solenne alla presenza dei reparti), la retrocessione dalla carica o dal grado, la prigione (da uno a dieci giorni) con il vitto ridotto a pane e acqua e con esclusione della decade. Invece per mancanze di una certa gravità (furto, rapina, abbandono di posto, diserzione, insubordinazione ecc.) era in vigore il tribunale partigiano di guerra.
Nella I divisione alpina "Gl" erano considerati casi di interesse disciplinare di una certa importanza il ballo, la recidività, il rifiuto di obbedienza: queste mancanze venivano esaminate da una commissione formata da tre ufficiali, tra cui un comandante di banda con funzioni di presidente. Al comandante di banda e di distaccamento spettava esaminare casi di minore importanza; i più gravi venivano invece deferiti al tribunale straordinario di guerra17.

Abbiamo voluto elencare sia pure per sommi capi le norme codificate dai diversi comandi, e il sistema di punizioni previsto, perché ci consentono di capire come veniva esercitata la giustizia all'interno delle formazioni, e ci permettono anche di misurare il grado di aderenza dei comportamenti delle singole formazioni alle indicazioni fornite dai comandi superiori, di capire in che misura una normativa preesistente (codice penale militare, regolamento di disciplina dell'esercito) venisse recepita e riproposta nella vita di banda o quanto il movimento partigiano sapesse inventare e proporre nuove norme che rispondessero in modo adeguato alle esigenze dettate dalle condizioni eccezionali in cui si doveva agire.
Tutto questo, per quanto possa rivelare molto sull'esercizio della giustizia partigiana, deve essere ancora una volta accompagnato da un riferimento costante e preciso al contesto in cui le diverse formazioni operavano, alle loro caratteristiche (non solo politiche, ma anche territoriali e sociali), ai legami che si creavano tra i membri di una banda e tra questi e i loro comandanti. Si tratta insomma di prestare attenzione all'intero sistema di valori che presiede alle scelte del gruppo, come condizione indispensabile per capire il codice, la norma, la sentenza che altrimenti restano un poco oscuri e in qualche misura incomprensibili per le contraddizioni che possono evidenziare, per il rigore, a prima vista eccessivo, che frequentemente esprimono. Per quanto riguarda le formazioni Gl e garibaldine del Piemonte meridionale la documentazione fa emergere un dato significativo e omogeneo, anche se non esclusivo di questi gruppi partigiani: il forte senso di solidarietà che lega i componenti delle formazioni, reso possibile, tra le altre ragioni, da un reclutamento fortemente caratterizzato da connotati territoriali. La piena identificazione del singolo con il gruppo in cui entra a far parte fa scattare contemporaneamente forti vincoli di solidarietà tra i suoi componenti e grande rigore per chi si allontana dal codice morale che il gruppo viene definendo.
"Noi eravamo severissimi con chi sgarrava - ricorda Revelli . C'era un patto ben preciso che era questo: chi scappa, chi non spara, chi si nasconde, chi non si comporta come dovrebbe comportarsi, frega gli altri. [...] Nessuno deve vivere di rendita, [...] nessuno deve fare il lavativo"18. Ognuno deve dare il meglio di sé dunque e se vien meno è colpito, anche duramente.
Ma anche quando, costretti dalle circostanze, i componenti la formazione compiono scelte individuali, magari sollecitati dai comandi, che contrastano con lo spirito di solidarietà, la condanna, almeno morale, non manca.
Nel Cuneese, in vista di un rastrellamento tedesco, si decide di congedare "chi proprio non se la sente [...] incoraggiando le dimissioni"19 e nella 4a banda quindici uomini su novantatré lasciano la formazione. Questa autoepurazione, pur auspicata e voluta dai comandi, è però intimamente (e non solo intimamente) condannata: chi si allontana vien meno all'impegno preso con i compagni, rompe il patto di solidarietà che lo lega al gruppo e nelle registrazioni minute della vita di banda non ci si trattiene dall'esprimere una valutazione morale: "Questo abbandono dimostra una qual certa vigliaccheria" si legge nel diario di un partigiano20 e più sinteticamente e con maggior durezza, in altra occasione, si trovano documenti intitolati "Elenco dei vigliacchini e dei malati sfollati", "Elenco delle merdine che hanno lasciato il gruppo Dado perché non volevano trasferirsi"21.
Il vincolo di solidarietà che lega trasversalmente i componenti la banda si accompagna a un pari senso di responsabilità di quanti hanno il comando della formazione: responsabilità di garantire la salvezza agli uomini, di creare le condizioni perché la vita di banda divenga momento formativo per il singolo e per il gruppo e giunga ad esprimere un'immagine dell'uomo nuovo partigiano che è insieme garanzia per il presente e promessa per il futuro.
La conoscenza degli uomini, la preoccupazione di garantire prestigio, con l'educazione e con l'esempio, alla figura del comandante erano ben presenti nei comandi superiori: quando si pone il caso di qualche ufficiale o comandante che viene meno al suo ruolo, l'intervento non si lascia attendere. Può essere fatto nei toni duri ed espliciti o in forma di consiglio premuroso, ma comunque obbliga a una revisione del comportamento.
"Lei, a mio giudizio, dovrebbe essere retrocesso nel grado emesso in libertà dalla Brigata. [...] Non pensi che questa sia 'naja dell'ex Regio Es' è esattamente il contrario - scrive il 30 ottobre Nuto Revelli a un comandante di distaccamento della brigata "Valle Stura" . Lei comprende che un ufficiale che non ha alcun ascendente sugli uomini, anzi, che dagli uomini è sistematicamente sfottuto e considerato un comico da operetta, non può, nella vita partigiana, continuare ad essere ufficiale''22.
La necessità di educare il gruppo alla solidarietà, al rispetto, a dare il meglio di sé, prima ancora che in una normativa prescrittiva, si esprime in atteggiamenti che mirano a creare vincoli tra gli uomini più che a stabilire premi, punizioni, divieti. Ed è sorprendente come i valori che stanno alla base della solidarietà e della civile convivenza possano anche essere ribaditi con una semplicità e con un lessico che non ci aspetteremmo di trovare in documenti di comandi partigiani: "Si ricordi che per vivere bene in una collettività, il miglior segreto è volersi bene reciprocamente"23 e ancora: "Dobbiamo tutti considerarci veramente fratelli.
Diverbi, fraintesi, attriti vengano appianati con spirito di comprensione e franchezza. [...] Il tatto, l'accondiscendenza, la moderazione e soprattutto la buona educazione deve regnare sovrana nei rapporti giornalieri"24. Quanto nei primi mesi era affidato alla discussione e poteva contare su un sentire comune dei pochi componenti la formazione, dalla primavera-estate '44, con il crescere delle bande, verrà "codificato" più o meno formalmente attraverso regolamenti, norme scritte, circolari, sentenze la cui abbondanza è essa stessa un indizio significativo dell'importanza che si annette a questo versante, che potremmo definire "etico", dell'esperienza partigiana.
Anche in questo caso sono i commissari politici le figure cui viene affidato il compito di promuovere e curare l'interiorizzazione del codice morale partigiano: ma lo scarso numero dei commissari politici, il crescere delle formazioni impongono di esprimere con grande chiarezza i confini entro i quali ci si può muovere.
Ogni situazione diventa la cartina di tornasole attraverso cui si verifica la credibilità partigiana. Ogni caso diventa esemplare e la necessità di trasmettere con chiarezza un'indicazione di comportamento non può concedere molto alla comprensione, al lasciar perdere, al minimizzare.
"La disciplina, la gerarchia [...] non era nella forma: era nella sostanza. [...] I gradi non contavano nulla"25, ricorda Revelli che più volte riprende il tema del ruolo del comandante, spogliato da tutti gli orpelli e i formalismi del vecchio esercito e caricato di responsabilità nei confronti di uomini che spesso conosceva personalmente e ai quali lo legavano stima, solidarietà ed affetto.
In questo contesto anche il momento del combattimento funziona come verifica dell'autorevolezza, non solo militare, del comandante, e serve per misurare la sua lontananza dall'autoritarismo e dall'indifferenza per il valore della vita dell'uomo caratteristici della logica militare classica: "Il combattere non vuol dire mica andare a farsi ammazzare, si può combattere bene cercando [...] di salvare la vita tua e degli altri - racconta in una intervista biografica Domenico Marchesotti, comandante di un distaccamento della brigata garibaldina "Arzani" - . [...] Uno degli obiettivi nostri, e una delle diversità dei comandanti nostri dal generale o dall'ufficiale dell'esercito [...] era questa: [...] riuscire a fare le cose senza rischiare eccessivamente, altrimenti non la fai, aspetti un altro momento o la fai in un altro modo"26.
La riflessione riguardo alle norme di giustizia per quei reati e quelle mancanze che non coinvolgono direttamente il rapporto con la popolazione ma attengono più direttamente alle regole di vita interne alla banda, ci consente di introdurre qualche altra riflessione riguardo ai percorsi attraverso cui si costruisce il sistema disciplinare. L'intento educativo, che resta centrale, si realizza infatti attraverso un gioco complesso e mai lineare di micro conflittualità tra comandi e partigiani di base, di resistenze più o meno esplicite nei confronti del sistema punitivo proposto, e soprattutto attraverso un marcato scontro di mentalità.
La già citata punizione del palo, ad esempio, è una delle questioni su cui maggiormente si scatena la conflittualità. I comandanti e i commissari di distaccamento abituati a comminare questo tipo di punizione, non devono guardarsi solo dalle reprimenda dei comandi superiori che ne stigmatizzano l'applicazione27, ma anche dalle frequenti rimostranze, che possono sconfinare nella disubbidienza, da parte dei partigiani che non intendono sottoporsi ad una punizione considerata umiliante e che non di rado è anche dolorosa: "Il palo per noi era una cosa che non andava bene ma... Eh! È successo che uno ha preso la pistola e c'è partito un colpo. Combinazione l'ha sfiorato qui [vicino al volto, ndr] a uno. E allora quello 2 ore di palo. È già una punizione, non è neanche grave. Invece è capitato a un russo, proprio a Roccaforte: due ore di palo. E il russo ha detto: '2 ore di guardia sì, ma 2 ore di palo no. Non siamo asini. Non si lega la gente. Noi non leghiamo neanche gli asini in Russia, quindi non si lega un uomo. Lo mettete lì a fare la guardia 12 ore di fila, senza mangiare e senza bere ma legarlo al palo no'. E non l'abbiamo mica legato, eh! Si ribellavano, i russi''28.
Ma dove i conflitti di mentalità trovano la loro massima espressione è sul terreno dei rapporti con l'altro sesso. Il tema della donna come spia potenziale, da cui guardarsi e a cui non bisogna in nessun caso concedere eccessiva confidenza, attraversa tutta la vicenda partigiana, in un misto di motivi di buon senso, maschilismo, pericoli reali, misoginia più o meno latente, memoria concreta di episodi drammatici. Su questo terreno, in cui moralità e moralismo si confondono e si sovrappongono, i partigiani spesso non sono disposti a seguire i loro comandanti: se accettano e condividono le misure di rigidità moralità, sono molto più diffidenti verso il moralismo che a volte affiora nella proposta disciplinare ed educativa sia dei garibaldini che dei partigiani di Giustizia e libertà.
Tra il molto materiale, copioso ovviamente soprattutto a livello di distaccamento, merita di essere citata questa singolare sequenza tratta da un rapportino giornaliero del febbraio 1945 di un distaccamento della brigata garibaldina "Oreste"; è interessante perché rappresenta una specie di summa delle punizioni cui vanno incontro i partigiani troppo disinvolti nelle loro avventure galanti, ma soprattutto perché evidenzia che proprio sul terreno dei rapporti con le ragazze la proposta disciplinare va incontro a più di uno smacco: "Punizioni: 2 ore di palo e 4 ore di guardia al vice comandante Janez per abbandono del posto di pattuglia per andare a ballare e rientrava invece che alla sera alle sette l'indomani. 1 ora di palo al commissario Ramis perché rientrava al distaccamento dal permesso avuto invece che alla mattina alla sera. 1 ora di palo al capopattuglia e caposquadra Condor, responsabile, per aver lasciato abbandonare il posto di pattuglia dal vicecommissario Janez. Ammonizione all'intendente Ettore perché si recava abusivamente a ballare senza permesso assieme a Janez e Ramis"29.
Difficoltà analoghe ad imporre una ferrea disciplina nei rapporti con l'altro sesso si riscontrano nelle formazioni gielliste cuneesi, come si trova a dover constatare Nuto Revelli in una sua intervista: "Anche sulla questione delle ragazze io ero severissimo. O meglio: ero severissimo sulle cose che riuscivo ad individuare, perché poi c'era tutta una vita sotterranea che ho scoperto solo dopo"30.
Documenti come quello citato meriterebbero un'analisi assai più attenta e particolareggiata di quanto è possibile fare in questa sede, anche per evitare troppo facili, e poco meditate, conclusioni liquidatorie sulla realtà del movimento partigiano.
Ciò che qui preme sottolineare è che sia l'analisi della normativa, sia le conflittualità tra vertici e basi su alcuni aspetti del codice di disciplina ci aiutano a capire che esso e il processo di educazione del partigiano al quale si collega strettamente si fondano su matrici culturali complesse e spesso contraddittorie. La normativa, in una situazione di difficoltà e pericolo e nella quale i quadri di direzione politica scarseggiano, sembra trovare ispirazione più nella memoria della naja, magari rivisitata, o nel buon senso della tradizione comunitaria, che in un coerente tentativo di ricerca di nuovi canoni disciplinari e punitivi.
Il sistema disciplinare prende così forma affidandosi all'esperienza di commissari che attingono la loro cultura politica da bagagli estremamente variegati: un pizzico di teoria politica, la tradizione popolare, il solidarismo di matrice cattolica, magari qualche rimasticatura di dubbia derivazione fascista, non di rado l'esperienza degli anni passati nel regio esercito. Il sistema disciplinare più che alle direttive codificate e proposte dai centri dirigenti finisce così con l'assomigliare alla cultura politica di questi uomini e ne assume ambiguità e contraddittorietà.
Detto con una formula, si tratta del suggestivo tema del rapporto fra tradizione e innovazione, del potenziale di rottura e di modernità che vi è nell'esperienza partigiana e di quanto rimane ancorato alla tradizione. Un tema che proprio intorno ai problemi legati al sistema di amministrazione della giustizia trova un terreno particolarmente stimolante di verifica.
Qui facciamo punto, ma come è facile intuire, il tema della giustizia partigiana andrebbe ben altrimenti approfondito. Tuttavia queste poche note ci paiono utili non solo per focalizzare alcuni aspetti del sistema disciplinare che i partigiani applicavano a se stessi e per indagarne le radici, ma anche per sottolineare la stretta relazione che intercorre tra il codice di giustizia e le caratteristiche sociali del partigianato che lo adotta. Ci pare infatti che la straordinaria somiglianza, nei valori proposti e condivisi nei sistemi punitivi, nell'attenzione a rinsaldare il prestigio partigiano tra le popolazioni civili in formazioni dai connotati politici così diversi, suggerisca che per comprendere appieno il sistema disciplinare occorre fare riferimento non solo alle radici politiche delle formazioni, ma anche ai loro meccanismi genetici e alla loro composizione sociale. Sotto questo aspetto le divisioni delle quali abbiamo tentato di descrivere il codice di autodisciplina mostrano assonanze notevoli e, in particolare, un legame profondo con le popolazioni dei territori in cui operavano: la già ricordata ricerca condotta dagli istituti piemontesi ha evidenziato, ad esempio, che più dell'80 per cento dei partigiani sono originari della regione e molti di loro sono nati o risiedono nei territori in cui combattono.
Forse proprio in questa caratteristica sociale che accomuna formazioni di colore politico diverso occorre ricercare le ragioni profonde di una concezione della giustizia e di un'etica partigiana che mostra affinità evidenti.
Tornando al tema della violenza, ci pare che proprio la spiccata territorialità dei partigiani e la loro adesione alla cultura della comunità contribuisca in alcuni casi ad abbassarne la soglia anche nei confronti del nemico, angolazione del problema che qui non abbiamo potuto affrontare.
Come spiegare altrimenti un episodio che già abbiamo avuto modo di citare e che non rappresenta che una esemplificazione particolarmente eclatante di attenzioni particolari per il nemico quando esso ha la fortuna di non esporsi troppo e di appartenere alla stessa comunità d'origine dei partigiani?
Il caso è quello di un ricco e autoritario imprenditore di Tortona con spiccate simpatie per i fascisti (come direbbe Pavone un nemico perfetto per i garibaldini, perché assomma in sé la figura del padrone e del fascista). Quando i partigiani lo sequestrano per ordine del Servizio di polizia partigiana non gli fanno alcun male, ma lo costringono a passare la sua prigionia nel porcile in compagnia del maiale.
Quella di uno stretto legame tra la territorialità dei partigiani e il loro sistema di giustizia è naturalmente per ora solo un'ipotesi di lavoro, ma i cui frutti possono essere cospicui. La stessa ricerca regionale "Partigianato piemontese e società civile", che abbiamo ricordato, potrà tra qualche tempo offrire utile materiale di verifica all'ipotesi che siamo andati formulando. D'altra parte, questa ricerca avrà una originalità forte se saprà, come ci auguriamo, andare oltre la semplice conta di quanti erano i partigiani, per confrontarsi con questi problemi, in un rapporto di reciproco stimolo tra storia quantitativa e storia qualitativa.


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