Luigi Bonanate
La violenza nelle guerre del Novecento
(ovvero: riflessioni sui caratteri della guerra nel ventesimo secolo)
"l'impegno", a. XIV, n. 2, agosto 1994
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
L'eccezione italiana
Entro un po' bruscamente - ma direttamente - nell'argomento, per osservare che le circostanze che
hanno distinto la partecipazione italiana alla seconda guerra mondiale sono affatto eccezionali e anomale.
Dirò subito il perché, ma non prima di aver avvertito che ciò mi consentirà di riportare la guerra alla sua
essenza profonda, per mezzo della quale ricondurrò il mio argomento a una prospettiva più ampia sulla
presenza della guerra nella vicenda del secolo che sta per concludersi.
Perché il caso italiano sfugge a ogni regola? Si considerino i casi di tre diversi paesi, Francia, Germania
e Italia, e li si confrontino con le tre possibili forme di guerra che uno stato può conoscere: guerra
internazionale, guerra partigiana (o di liberazione), guerra civile (che potremo considerare come tre cerchi
concentrici). Ebbene, la Germania ha sperimentato esclusivamente la prima; la Francia ha conosciuto le prime due
e non la terza; l'Italia tutte e tre. L'intensità della violenza nei tre casi è crescente e progressiva, fino a
toccare il massimo nell'ultimo: la Germania è stata schiacciata e disgregata, ma la sua guerra è stata
una sola; in Francia si è svolta, come in Italia, una fase di resistenza e poi di guerra di liberazione contro l'occupante,
ma come è noto le dimensioni del movimento partigiano vi furono ben più limitate che non in Italia, la
quale oltre ad avere partecipato - per così dire - a una doppia guerra internazionale (quella nazifascista a cui
poi seguì quella con gli alleati occidentali), ne ha combattuta un'altra, condotta dal Cln e mirante a ricacciare
i tedeschi fuori dal Paese (come la Francia), e poi ancora una terza, la
più tragica e lacerante - la guerra
civile - tra fascisti e antifascisti. Se volessimo ritrovare nella famosa definizione astratta della guerra proposta
da Clausewitz la rappresentazione più precisa della "tensione estrema delle forze" ("Della guerra", I, 1,
5), ebbene è soltanto nel caso dell'Italia nella seconda guerra mondiale che ci avvicineremmo realmente
all'ipotesi dell' "impiego assoluto della forza" ("Della guerra", I, 1, 3). Per quanto magari più
dolorosamente schiacciato o più pesantemente punito che non l'Italia, nessun altro stato in guerra (tanto più se
parzialmente vincitore) ha dovuto sostenere contemporaneamente
e coessenzialmente tre conflitti tra loro intrecciati
e inseparabili. Guerra internazionale, guerra di liberazione e guerra civile possono succedersi,
incapsularsi l'una nell'altra, ma mai - se non nel caso italiano - le si è vissute nella loro inscindibilità.
Non esito a indicare in questa circostanza la ragione della particolare passione che ha sempre
contraddistinto, nel nostro Paese, i dibattiti sulla seconda guerra mondiale, da un lato, e nello stesso tempo
l'insanabilità delle ferite che essa ha lasciato ancora visibilmente aperte. Ma infine, proprio nella mancata
considerazione di questa anomalia, colgo l'insufficienza della nostra riflessione, dimostratasi incapace di
penetrare compiutamente il senso delle guerre. Ne trovo traccia in una recente polemica (che non intendo
riaccendere) suscitata dalla proiezione televisiva degli ormai famosissimi "Combat films" realizzati al seguito
delle truppe statunitensi sbarcate in Italia durante la guerra. Che cosa rappresentavano davvero quelle immagini
(e non è stato detto né dagli uni né dagli altri)? Il senso della guerra, la sua realtà materiale che è fatta
di violenza fisica esercitata senza limiti sul
corpo del nemico: straniero, connazionale, concittadino. La
guerra è morte violenta, inflizione di sofferenze, privazione della vita altrui e disprezzo per il suo corpo. La
guerra - mi si lasci dire - non è quella di cui parlano i libri, ma quella che abbiamo visto proiettata sugli schermi
di casa nostra: questo ci ha sconvolti davvero (anche se non osiamo confessarcelo) e non la
polemica giornalistico-politica che ne è seguita. Sarebbe sufficiente dare una scorsa alle considerazioni che
Elaine Scarry presenta al riguardo in un libro bellissimo, "La sofferenza del corpo", tutto un ampio capitolo
(sulla guerra) del quale è dedicato alla ricostruzione del rapporto tra il corpo - "corpo che soffre, il corpo
mutilato, il corpo senza vita di cui è difficile sbarazzarsi" - e la sua fonte, "un'ideologia, una questione o un caso
di autorità politica che non tollera, o non ha più a disposizione, fonti innocue di
legittimazione"1. Nella sofferenza, corpo e guerra si
incontrano: "La guerra trasforma inesorabilmente l'intimo contenuto del
corpo umano ferito e lacerato nel proprio intimo
contenuto"2.
Ecco perché se ci chiedessimo "che cosa (quanto) sappiamo delle guerre?", o ancora più ingenuamente,
"di quali guerre parliamo?", la nostra risposta non potrebbe che rivelarsi fallimentare. Un esempio? Non
esiste al mondo un solo "catalogo" delle guerre che veda due storici o due internazionalisti consenzienti. Non
disponiamo di alcun elenco dei conflitti internazionali che non sia oggetto di divergenze; eppure,
quale fenomeno umano sembrerebbe più evidente, macroscopico, incontrovertibile di una guerra, di
quell'atto cioè che ha per oggetto materiale l'uccisione di un numero imprecisato - ma il più alto possibile - di
persone? E ci siamo mai chiesti - per fare un altro esempio, tratto da tutt'altro contesto - perché mai noi
parliamo solitamente di "scoppio" delle guerre? È tipica dello scoppio l'idea dell'involontarietà, ovvero
dell'imprevedibilità, o incoercibilità: scoppia una tubatura senza che noi lo possiamo prevedere... Mi si potrebbe
obiettare che sono anche le bombe che scoppiano e che dunque abbiamo traslato verso la guerra lo scoppio
della "parte rispetto al tutto". Ma l'impiego di questa parola nella lingua inglese ci aiuterebbe a vedere che le
cose non stanno così, dato che per il caso della bomba e quello della guerra in quella lingua si usano due
parole ben distinte (explosion, outbreak), che trovano del resto corrispondenza anche nell'italiano. E così, se
continuiamo a pensare che la guerra sia un qualche cosa che esplode, come un evento naturale, come un
temporale, ecco che la nostra stessa intenzione di capire si trova diminuita, attenuata dal senso stesso della
inanità dell'impresa. Possibile che la guerra, con tutto ciò che comporta, sia
inspiegabile?
Questo atteggiamento è del tutto inaccettabile - moralmente inaccettabile, voglio dire. Già Cicerone
si poneva la questione negli stessi termini in cui duemila anni dopo l'avrebbe fatto David Singer, con il
suo imponente "Correlates of War" (il più grande e completo archivio di dati sulle guerre, dal 1816 al
1980). Dice Cicerone: "Vi è, sulla mortalità degli uomini, un libro di Dicearco, valente ed eloquente
peripatetico, il quale, dopo aver raccolto tutte le cause accidentali, come alluvioni, pestilenze, rovine, anche
improvvise irruzioni di bestie (il cui assalto stermina talvolta, com'egli informa, intere popolazioni), passa a
dimostrare, per via di confronto, come l'impetuosa violenza degli uomini, cioè che le guerre e le sedizioni,
abbia menato ancor più larga strage fra gli uomini che non tutte quelle calamità naturali" (Cicerone, "De
officiis'', II, V).
La guerra non è dunque una
calamità naturale. Ne risulta che qualsiasi approccio alla guerra - per
quanto limitato al ventesimo secolo - non possa non essere estremamente guardingo e circospetto, i due
principali pericoli del tema essendo l'eccessiva semplificazione o l'eccessiva complicazione, il banale rimando
a spiegazioni davvero troppo ingenue e schematiche oppure la troppo astratta fuga nei dibattiti sulla
natura dell'uomo. Seguirò quindi una via che mi permetta di procedere a una rassegna problematica che sia la
più modesta possibile, introducendo diversi successivi livelli di approfondimento: un primo che collochi
le guerre del ventesimo secolo nel loro "contesto naturale" (operazione tutt'altro che semplice, trattandosi
di collegarle al sistema internazionale), un secondo che si sforzi di evidenziarne i diversi tipi; un terzo
infine che, abbracciando globalmente um secolo di storia, si interroghi sui seguiti possibili, sulla storia futura.
In conclusione cercherò di mostrare che una anomala congiuntura contraddistingue oggi la guerra, che
avrebbe subito una vera e propria mutazione,
così liberandoci di ogni eventuale nostalgia per essa.
Guerra e politica internazionale
La teoria contemporanea delle relazioni internazionali potrebbe essere riassunta attraverso il tentativo,
mai smesso ma mai esaurito, di comprendere le ragioni (le cause) delle guerre - nella speranza di
evitarne l'accadimento di altre e ulteriori. Da quando Wright, nel 1942, pubblicò il suo monumentale "A Study
of War" (1.637 pagine di riflessioni e di dati
empirici!)3 al tentativo guidato da Singer a partire dagli
anni settanta di scoprire le "correlazioni della guerra" (il "Correlates of War
Project")4 e ai tanti altri successi
che sono stati compiuti, nessuno ha ancora potuto annunciare una scoperta definitiva e soddisfacente, nessuno
è riuscito a offrire spiegazioni tanto solide da resistere alla critica serrata e puntuale degli specialisti.
Nessun fenomeno sociale, del resto, ha mai ricevuto altrettanta attenzione né è stato studiato con altrettanta
passione. Ma l'arco delle possibilità esplicative è immenso: così, si può andare dalla soluzione proposta da
De Maistre, che nelle "Soirées de Saint-Péterbourg" (1821) considerava la guerra come un castigo divino,
alla raffinata e diametralmente opposta conclusione che la decisione di guerra sia il prodotto di un calcolo
di "utilità previste"5: siamo dunque ai due estremi dell'irrazionalismo e del razionalismo! Se la prima
risposta è per natura - dato il piano su cui si colloca - indimostrabile, anche la seconda - seppur per altri motivi -
si trova nelle stesse condizioni a causa della sua componente tautologica: chi mai farebbe una guerra se la
sua utilità prevista non apparisse maggiore di ogni
alternativa6?
Soluzioni più "modeste" sono state perseguite attraverso la logica della semplice correlazione, che va
alla ricerca delle corrispondenze che si verificano tra
situazioni internazionali e casi di guerra: è la via seguita
da Singer, neppure la quale tuttavia conduce a conclusioni significative, nell'impossibilità in cui si trova di
connettere più che coppie di eventi, la cui contemporanea apparizione risulta non essere più che una
coincidenza7: constatare che un temporale scoppia ogni qual volta determinate condizioni atmosferiche si
realizzino non fa altro che spostare i termini del problema: quali
cause determinano quelle particolari
condizioni atmosferiche? Su un versante opposto si collocano invece le spiegazioni che si ripromettono, come con
un colpo di bacchetta magica, addirittura di spiegare ogni guerra. Ecco allora che in un libro recente
scopriamo quali siano le tre condizioni per il determinarsi di un conflitto "mondiale": la configurazione
multipolare degli stati, un sistema di alleanze che comprima il multipolarismo in due sole alleanze contrapposte;
cosicché si formino due blocchi nessuno dei quali abbia una
chiara preponderanza sull'altro8. Ma aggiungo:
avverrebbe mai una guerra tra forze che in qualche modo non si ritenessero, quanto meno, equivalenti? Ma
c'è ancora un'altra impostazione - che oltretutto è dominante - a cui sono costretti tutti coloro che
attribuiscono all'anarchia internazionale la responsabilità assoluta dello scoppio delle guerre; ma come molto
semplicemente osserva Suganami, "l'anarchia non può in effetti determinare la ricorrenza delle guerre, ma
soltanto rendere possibile tale
ricorrenza"9; in altri termini, quella dell'anarchia potrebbe essere una
pre-condizione alla luce della quale le guerre potrebbero scoppiare, non la condizione per lo scoppio di
ogni e singola guerra.
È possibile metter ordine in questa così complessa e intricata problematica? Una prima via potrebbe
consistere nel domandarsi se tutte le guerre debbano essere spiegate allo stesso modo, se cioè una sola
teoria possa valere per le grandi come per le piccole guerre: proprio questa domanda si sono posti
recentemente alcuni studiosi che hanno dedicato alle loro divergenti risposte un fascicolo speciale di
"International Interactions", curato da Midlarski, nel 1990, senza minimamente riuscire a trovare una soluzione
comune. Come stupirsene, se una vera e propria Babele contraddistingue la stessa connotazione delle guerre,
quando quelle "più grandi" o "più importanti" (ma come fare a stabilire quali lo siano?) sono da un autore
definite egemoniche, da un altro generali,
o ancora sistemiche o
globali10? Ancora un'altra impostazione è quella
di chi si sforza di uscire dal circolo (evidentemente) vizioso della ricerca rivolta direttamente ed
esclusivamente al fatto-guerra, per correlarlo allo stato dei rapporti internazionali, e prima di tutto alla rete delle
alleanze che li nutrono. Ma anche seguendo questa via i risultati sono poco meno che demoralizzanti. Infatti è
vero che uno studioso11 scopre che le alleanze hanno un peso significativo nell'occorrenza delle guerre
più importanti e che la probabilità di guerra aumenta all'eguagliarsi della potenza delle due coalizioni
contrapposte, e che un altro12 può concludere che quanto più ampie sono le alleanze, in tante più guerre
ciascun componente rischia di trovarsi coinvolto: ma come nascondersi, da un lato, che è possibile che le
alleanze vengano stipulate proprio in vista di una guerra o che, dall'altro, sistemi di alleanze grandiosi e ampi
come la Nato e il Patto di Varsavia abbiano avuto un'influenza sulla bellicosità del sistema internazionale del
tutto opposta (cioè "pacificatrice") a quella rilevata, cosicché i risultati raggiunti perdono gran parte della
loro suggestione?
Un'ulteriore possibilità è stata esperita negli ultimi anni, sottoponendola a verifiche sia di tipo teorico sia
di tipo empirico: si tratta dell'ipotesi che collega guerre e ideologie, supponendo che alcune di queste
ultime siano più bellicose di altre. Così, sulla base della celebre impostazione kantiana, secondo la quale gli
stati "repubblicani" sarebbero naturalmente inclini alla pace, sia
Doyle13 sia Bobbio14 attribuiscono grande
peso alla constatazione che - oltre ad avere combattuto un minimo di guerre (ma si potrebbe
obbiettare a ciò che la storia degli stati democratici è finora troppo breve, se confrontata con quella degli altri tipi di stato) -
gli stati democratici non si sono finora mai combattuti tra loro, dal che si evincerebbe che, al contrario,
esista una correlazione positiva tra bellicosità e non-democraticità dei regimi
politici15. Tuttavia è stato
recentemente sostenuto anche il contrario, e cioè che in sostanza non esiste alcuna relazione tra il tipo di regime
e la misurazione del suo coinvolgimento in ostilità quando l'unità di analisi sia lo stato
singolo16, sebbene ancora altri due autori ci ricordino, più
recentemente17, che il fuoco dell'analisi dovrebbe essere, più che
il regime politico generale, la natura del meccanismo decisionale dei singoli paesi - ma come non
aggiungere che l'accordo realizzato nella paradossale modalità della "guerra fredda" tra un paese democratico e
uno dittatoriale (Stati Uniti da un lato e Unione Sovietica dall'altro) ha prodotto uno dei periodi meno
bellicosi della storia moderna?
Guerra ideale e guerra reale
Ci avviciniamo a un nodo storiografico di eccezionale portata: l'età recente ha conosciuto le due guerre
più straordinarie che la storia abbia mai conosciuto. Incomincio dalla più recente, che personalmente giudico
la più importante di tutte, e che è quella che non è stata combattuta, ovvero quella sorta di "terza guerra
mondiale" che si è conclusa da pochissimi anni e che - evitando la sofferenza dei corpi - ha prodotto, per
la prima e unica volta, lo stesso tipo di risultato che era sempre stato affidato al combattimento. Questo
solo apparente paradosso potrebbe essere riferito alla nota distinzione clausewitziana tra guerra assoluta e
guerra reale (libro VIII, II), dato che egli concepiva la prima come una sorta di limite estremo, ideal-tipico più
che praticabile, mentre la seconda era per lui l'insieme di quei conflitti che - pur avendo in sé la
possibilità teorica della tensione verso l'estremo - subiscono invece delle modificazioni tali che "le probabilità
della vita reale si sostituiscono alla tendenza all'estremo" (questo è il titolo del famoso paragrafo 11 del libro I,
I). Scimmiottando l'impostazione di Clausewitz, potremmo dire allora che la guerra nucleare totale (quella
per preparare la quale è stata spesa la più immensa somma di denaro che nella storia dell'umanità sia
stata destinata consapevolmente e razionalmente a uno scopo specifico) configuri l'ipotesi estrema, per
fortuna "ideale" e non reale, ma non per questo storicamente meno centrale nella ricostruzione della vicenda
guerresca del ventesimo secolo. Pur non essendo stata combattuta, essa ha infatti impresso il suo sigillo
sul nostro secolo, offrendoci così una chiave unitaria per abbracciarne in un solo sguardo la conflittualità,
alla luce di un solo principio interpretativo, specie se consideriamo che il risultato stesso della "terza
(non combattuta) guerra mondiale" vi deve essere a sua volta ricondotto.
La portata dell'evento richiede che la spiegazione sia alla sua altezza: sostengo che il paradosso della
"fine pacifica" della terza guerra mondiale vada attribuito a quella che ho più volte chiamato la "mutazione"
della politica internazionale18, prodotta attraverso lo stravolgimento operato
sulla natura della guerra dalla comparsa delle armi nucleari, capaci di causare effettivamente e rapidamente la morte di tutti gli abitanti
della terra. La ferma volontà di evitare l'olocausto nucleare ha influito sul rapporto tra politica e guerra,
privando la prima di quella sua naturale "continuazione con altri mezzi" che è la seconda. Il risultato della
paralisi nucleare è stato, insomma, un qualche cosa non soltanto di innaturale, ma addirittura di
"contro-natura", dato che ha
mutato19 il prevedibile (statisticamente e storiograficamente parlando) e normale
andamento delle cose: se la guerra non è più possibile la politica non è più la stessa.
Ma sarebbe eccessivo soffermarsi su questa guerra virtuale a scapito delle altre guerre, reali ed
effettivamente combattute nel ventesimo secolo:
cinquantaquattro20, poco più della metà delle quali ha avuto per
protagonisti degli stati europei, i quali tuttavia hanno progressivamente visto decrescere nel tempo la loro
centralità. Ma le prime venti guerre (quelle combattute fino alla seconda guerra
mondiale) sono quasi tutte diadiche (con le sole eccezioni della prima guerra mondiale e di quella di Spagna - ma quest'ultima è una
pignoleria, dato che formalmente si tratta di una guerra civile o interna), e ciò ne circoscrive la portata e ne
limita ovviamente il potenziale epidemiologico. Quelle successive alla seconda guerra mondiale sono invece
strettamente intrecciate alla natura della guerra ideale non combattuta, la quale ha in sostanza presieduto
al meccanismo di regolazione della conflittualità internazionale. Ne è disceso che la conflittualità della
seconda metà del secolo è stata contraddistinta dalla prevalenza delle guerre di liberazione e/o di
indipendenza (tredici su trentanove), dalle quali soltanto a difficoltà si possono distinguere tutte quelle altre (come le
varie guerre medio-orientali, e la maggioranza di quelle africane) che rientrano pur sempre nel retaggio
della passata dominazione coloniale.
Ma è proprio vero che la guerra ha raggiunto soltanto nel ventesimo secolo il suo parossismo? Non
saranno state altrettanto violente e dolorose altre guerre nel passato? In un libro recentissimo, Armao ha raccolto
le prove - certe, oserei dire - della validità di questo primato. Classificate le dimensioni delle guerre
degli ultimi due secoli secondo tre variabili (assolutezza,
che misura l'intensità della guerra e le sue
dimensioni spaziali;
universalità, che misura
l'intensità delle singole partecipazioni e il grado di accanimento, per
cosi dire, esibito; potere costituente, che fa riferimento alla capacità dell'esito della guerra di ridisegnare
la struttura dell'ordine internazionale), egli mostra come sulle prime dieci guerre che figurano al vertice
di ciascuna classifica, otto (nel primo caso e nel secondo), e sette (nel terzo) appartengano al ventesimo
secolo; per tutti gli indicatori, la seconda guerra mondiale compare naturalmente sempre al primo posto
assoluto21. A chi avanzasse, a questo punto, l'ipotesi di per sé non insostenibile che la classifica sia non il sigillo
di un'età particolarmente bellicosa, ma più semplicemente la conseguenza del progresso
tecnologico-produttivo applicato al campo degli armamenti, opporrei il paradosso implicito in questa ipotesi che - essendo
sfociata nella pura e semplice conduzione di una
guerra virtuale - ha incredibilmente "pacificato" il mondo.
Una volta riconosciuta questa amara superiorità del ventesimo secolo, un modo generale per classificarne
la particolare conflittualità potrebbe essere tratto da quello che definirei il calcolo del "valore aggiunto"
intrinseco di alcune guerre, da contabilizzare in base alla portata delle innovazioni strategico-politiche che
recano in se stesse. Pochissime sono le guerre che posseggono questo connotato. Si tratta della prima guerra
mondiale, che introduce gli elementi della guerra di posizione nonché quelli (paradossalmente contrari ai primi)
della meccanizzazione e dei mezzi di trasporto; della guerra di Spagna, che mostra in azione, a uno
stato quasi puro, la potenza dello scontro ideologico; della seconda guerra mondiale, il parossismo della quale
ne fa ovviamente la guerra più importante della storia (chi volesse pezze d'appoggio precise potrebbe
semplicemente ricordare che quella guerra produsse quindici milioni di morti in combattimento, con una
mortalità globale tra i civili che porta il totale vicino ai cinquanta milioni), tanto più se si ricorda che essa fu
suggellata dalle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki; della Guerra del Vietnam, che vide la più grande forza
militare della storia soccombere di fronte a un piccolo e poverissimo Paese; della guerra cino-vietnamita, che
celebrò l'autodistruzione del sogno dell'internazionalismo proletario; della guerra del Golfo, infine, la prima
guerra massmediologica della storia22.
Ma è proprio alla guerra nucleare che tocca di sprigionare il valore aggiunto più alto - proprio perché
mai combattuta - cosicché mentre la stragrande maggioranza delle risorse scientifiche e intellettuali del
mondo occidentale è stata "sprecata" per preparare un'eventuale e grottesca guerra della fine del mondo
(basterebbe provarsi a raccogliere in una sola biblioteca tutti gli scritti che la teoria strategica vi ha dedicato
per accorgersene), molta minor attenzione è stata, inevitabilmente, rivolta ad altri aspetti del
"fenomeno-guerra". Ma da questo punto di vista gli ultimi due secoli - e il secondo più del primo - hanno molto da
insegnarci: guerra e nazione si sono ricercate e inseguite l'una l'altra, incessantemente. E così è successo che
le nazioni per affermare se stesse, negassero le altre, senza tuttavia riuscire a produrre argomenti definitivi
a giustificazione del proprio diritto a trasformarsi in stato - se non attraverso la guerra.
Il futuro della nostra storia
La storia è la guerra, potremmo dunque dire. Ma è possibile storicizzare la guerra? Non è forse
quest'ultima a-temporale, come il bene o il male, un qualche cosa che portiamo inciso dentro di noi? Sforzarsi di
leggere nella storia universale i segni del respiro della vita internazionale può apparire ingenuo, o peggio
presuntuoso - tanto più se si considera che i grandi disegni di filosofia della storia non hanno mai avuto al loro
centro gli stati, ma l'umanità ovvero le civiltà, le ragioni conflittuali non degli stati ma degli individui.
Propongo quindi ora di tentare un semplice esperimento mentale, fondato sulla possibilità che la storia
sia discontinua invece che unitaria ed evolutiva. Assumiamo a questo fine l'ipotesi che una interruzione,
o meglio quella che avevo prima definito la
mutazione, della vita internazionale sia stata prodotta dalla
comparsa della bomba atomica nella storia contemporanea (dico "bomba atomica" per intendere "età
atomica", un simbolo e non un semplice fatto). Dovremo verosimilmente ammettere che ogni filosofia della storia
si trovi, in questo caso, a dover riconoscere il sorgere di una nuova epoca; in qualsiasi eventuale fase si
consideri essere la storia - di ascesa o di declino - se ne dovrà in ogni caso riscontrare l'avvenuta interruzione,
la sua rottura. L'ipotesi della mutazione implica necessariamente che si riconoscano i caratteri di una sorta
di "retta natura" rispetto ai quali sia possibile individuare l'avvenuto stravolgimento. Questo resoconto
sembra adattarsi particolarmente bene alla specialissima situazione nella quale noi ci saremmo venuti a trovare
con l'interruzione non bellica del ciclo internazionale. A fronte di una congiuntura incontrollabile,
dunque, oscura e priva di significati, la bacchetta magica della
mutazione potrebbe spingerci a considerare che
se anche nessuno dei protagonisti delle azioni storiche sa spiegare il motivo di ciascuna di queste, esse
pur tuttavia esistono e soltanto il futuro ce ne saprà rivelare il senso. Se poi da un male possa talvolta
scaturire un bene - o quanto meno delle conseguenze impreviste - ciò non vorrà dire che quel che succede
dopo spieghi quel che era successo prima,
secondo una logica causale (troppo semplice per essere vera), ma
che è possibile ipotizzare che le modificazioni introdotte nella realtà da un determinato evento se ne
distacchino e acquistino quindi una loro capacità - se non di gettare luce sul futuro - quanto meno di illuminare la
portata storica degli eventi passati e consentire di formulare delle ipotesi di spiegazione.
Ma anche in questo caso verremmo a trovarci di fronte a quello che si potrebbe definire come una sorta
di "eccesso di spiegazione", dello stesso tipo delle logiche "necessitanti" discusse prima, eccesso dovuto
al fatto che tutto ciò che è successo sarebbe giustificato e dunque razionale. Per evitare dunque sia il
"troppo poco" (cioè l'inspiegabilità pura) sia il "troppo" (tipico di logiche così vincolanti) converrà che cerchiamo
di muoverci sulla base di una stipulazione secondo la quale più che dei motivi o delle
cause - parola che crea molte più perplessità di quante non ne fughi - possano esistere dei programmi esplicativi che,
restando necessariamente al di fuori della realtà, si offrano tuttavia come spiegazioni ipotetiche invece che
come prove di fatto: non ci stupiremo più allora che un evento
in-naturale come la mutazione intervenuta
nella vita internazionale trovi la sua fonte in quel processo di
s-naturamento cui la guerra è andato incontro.
Affrontare il ciclo guerra-pace, ciclo logico e non ciclo storiografico o storico-filosofico, significa
affrontare le radici stesse della vita internazionale. La posizione originaria è di guerra o di pace? Possiamo
immaginare, in via ipotetica e basandoci sulla lezione dei maestri della teoria dello stato moderno, sui filosofi
del giusnaturalismo, che la prima grande occasione di incontro tra collettività sia stata bellicosa; dall'esito
di questa prima guerra sarebbe discesa l'instaurazione
di un rapporto di diseguaglianza tra vincitori e
vinti, cosicché la differenziazione tra chi comanda e chi obbedisce troverebbe la sua fonte in una vera e
propria prova del fuoco, la prova delle armi: che cosa più perentorio e definitivo che una vittoria o una
sconfitta? Così, dal momento in cui si realizza la pace - potremmo ancora argomentare - le relazioni tra gli
stati dovranno ispirarsi all'esito di quel conflitto e dunque ogni eventuale successiva modificazione del
contenuto dei rapporti diseguali passerà necessariamente attraverso una revisione di tipo bellico. Se
estendessimo questo meccanismo all'insieme dei rapporti internazionali, proponendoci di applicarlo in particolare
alle grandi guerre, potremmo disporre di uno strumento nitido e preciso per la ricostruzione concettuale
della storia internazionale. Ricorrendo alla guerra come alla cesura tra ciascuna configurazione dei rapporti
internazionali, potremmo disegnare una mappa di sistemi internazionali successivi dominati - meglio,
"costituiti" proprio nel senso costituzionalistico della parola - secondo la volontà degli stati vincitori. La pace,
quel lungo periodo che va da una "guerra costituente" a quella successiva, sarà allora incardinata sulla
leadership di quello stato o di quegli stati che avranno tratto dalla vittoria in guerra il potere per determinare il
contenuto dell'ordine internazionale successivo, ed essa durerà - la pace fondata su quell'ordine - fintanto che
le condizioni resteranno immutate. La realtà internazionale è dunque per la maggior parte del tempo
pacifica, ma trae il suo contenuto dalla guerra.
Ciò significa che non importa tanto constatare quanto bellicosa sia la vita internazionale, ma che il
mutamento vi si realizzi esclusivamente per mezzo di guerre, o meglio che questa legge storica del
sistema internazionale trova applicazione lungo un arco di tempo che va dal sedicesimo secolo fino
all'ultimo decennio del ventesimo quando, forse a seguito di una "mutazione" (come si è ipotizzato indietro), si
è assistito per la prima volta nella storia - dacché esiste lo stato moderno - a una straordinaria
trasformazione dovuta al fatto che una serie di modificazioni all'ordine costituito si è realizzata non secondo quanto
il modello prescriverebbe, cioè una guerra, ma in modo pacifico. Non conta ai nostri fini sapere se quel
che nell'Europa orientale è successo nel nuovo grande storico '89 sia duraturo, a quali sviluppi e
conseguenze sia destinato; resta acquisito in ogni caso che a differenza di quel che era successo nel passato alcuni stati
che erano collocati in una certa qual posizione, determinata dalla stratificazione stabilita alla fine della
seconda guerra mondiale dagli stati vincitori, abbiano potuto modificare radicalmente il loro assetto interno,
nonché il loro sistema di alleanze, in modo pacifico, interrompendo cioè il vigore di una regola fino ad allora,
per quasi cinque secoli, ferrea.
Tra nostalgia e speranza
Se si sia in tal modo avviata la disgregazione globale di tutto un ordine internazionale oppure no, non è
dato naturalmente ancora di sapere. Ma come non intravvedere - almeno - nella fine del bipolarismo, così
come l'abbiamo conosciuto, il superamento di un sistema di ordine coercitivo? Come scordare che l'età del
bipolarismo sia stata - nella sua dimensione internazionale - squisitamente (e bilateralmente)
antidemocratica? Anche se non ci si rifletteva troppo, come trascurare che allora un pugno di individui era in grado di
decidere le sorti dell'intera umanità? Potrebbe forse derivare da tale mutazione un insieme di conseguenze
positive, come l'affermarsi di principi di eguaglianza effettiva tra gli stati, quanto meno nella forma dello sviluppo
di pre-condizioni democratiche eventualmente favorite da tecniche di controllo dei problemi collettivi
dell'umanità. Ma anche segni pessimistici potrebbero cogliersi, la rinascita fin troppo perentoria
dell'idea nazionale, il desiderio di alcuni di prendersi una rivincita sul despota caduto, il regresso verso forme di
quasi anarchia che potrebbero riaprire il circuito delle tensioni e dell'aggressività.
Quale che possa essere il futuro della politica internazionale o meglio il destino di tutti noi, non c'è
dubbio che se appuntiamo lo sguardo agli eventi a noi contemporanei una constatazione prende il sopravvento
su ogni altra: la condizione necessaria - anche se non ovviamente sufficiente - della rivoluzione nonviolenta
dei paesi dell'Europa orientale è stata ed è rappresentata dalla permanenza di una curiosa e, per questa
volta benvenuta, contraddizione: la possibilita cioè che dei mutamenti locali non provocassero dei conflitti
estesi è dipesa dalla pace internazionale al massimo livello, ma la velocità e l'intensità di tali mutamenti
potrebbero a loro volta pregiudicare la condizione di pace. Il caso è tutt'altro che eccezionale per la vita internazionale. Il successo quarantennale della politica della dissuasione non è proprio sempre stato legato ad
una sorta di equivoco bilico tra minacce e rassicurazioni, tra corsa agli armamenti e loro riduzione, tra inganni
e promesse, tra tensione e distensione, tra guerra e pace?
Avevo preso le mosse dell'identificazione del più intenso e drammatiico livello mai raggiunto da un
conflitto, con il caso dell'Italia, e sono giunto, infine, a far riferimento alla guerra più impressionante che si
possa immaginare, una guerra solo ipotetica, per fortuna, ma che è stata ugualmente combattuta. È
difficile immaginare un disegno più contorto, complesso e anche imprevedibile - ma mi sembra innegabile
che un'età si sia conclusa. L'argomento di coloro che - avendola condannata quando la vivevano - oggi
ne provano nostalgia è tuttavia molto forte: l'ordine
regnava quanto meno su tutta l'Europa, mentre ormai
il disordine sembra circondarci sempre più. Il prezzo della pace era allora la libertà; oggi che ne abbiamo
di più, rischieremo di perdere la pace? Ma la storia non può passare invano: quarant'anni di vita
internazionale condotta sull'orlo della distruzione nucleare non lasciano traccia? Perché non pensare invece che
quella storia ci abbia tanto influenzati da averci condotti a una situazione che non esito a considerare
rivoluzionaria? Perché non affrontare alla sua stessa altezza un evento epocale come la fine della terza
guerra mondiale, mai scatenata ma vinta? Se la storia dell'umanità fosse "naturale" non potremmo che
rifugiarci nel passato e quindi - non avendo il ventesimo secolo avuto che due anni senza guerra (1930, 1963)
rassegnarci ad attendere la prossima; ma se una mutazione genetica è nel frattempo successa, ecco che
la storia ritorna nelle nostre mani, imponendoci di governare la ritrovata libertà con maggiore
responsabilità. Siamo sulle soglie di un'età che potrebbe non dico preludere alla pace perpetua, ma quanto meno a una
vera e propria rivoluzione internazionale, quella che sottraendo agli stati l'assolutezza delle loro prerogative
(il diritto internazionale) impone loro dei compiti collettivi, dei
doveri23 ai quali essi dovranno dedicarsi,
se vorranno continuare a esistere.
| |