Nedo Bocchio
Quegli scritti razzisti e antisemiti sulla stampa biellese del 1938
"l'impegno", a. IX, n. 2, agosto 1989
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Anno 1938. Gli avvenimenti che consentono allo Stato italiano di assumere un atteggiamento
antisemita sono concentrati nell'arco di pochi mesi. A luglio, sul "Giornale d'Italia" appare il "Manifesto degli
scienziati"; ad agosto viene fatto il "Censimento degli israeliti"; a settembre il Consiglio dei ministri delibera il
divieto di residenza in Italia degli ebrei stranieri e contemporaneamente esclude gli ebrei, studenti e
professori, dalle scuole pubbliche; ad ottobre il Gran consiglio del fascismo approva la "Dichiarazione sulla razza";
a novembre il governo emana un decreto legge dal titolo "Provvedimenti per la difesa della razza italiana";
a dicembre la legislazione razziale è incorporata nel nuovo codice civile. In sei mesi sono gettate le basi per
la politica razziale, ogni altro provvedimento che seguirà negli anni a venire avrà a fondamento gli atti
promulgati in quei brevissimi sei mesi del 1938.
Ha avuto quel secondo semestre del 1938 una particolare eco sulla stampa locale provinciale? Sì, l'ha
avuta. Vediamone la forma e la consistenza assunta sui giornali biellesi.
In provincia di Vercelli all'epoca erano presenti: nel Vercellese: "L'Eusebiano", ufficiale dell'Azione
cattolica dell'Archidiocesi di Vercelli; "La Provincia di Vercelli", foglio d'ordini della Federazione dei fasci
di combattimento di Vercelli; "La Sesia", giornale di Vercelli; in Valsesia si stampavano "Il Corriere
Valsesiano" e "La Gazzetta della Valsesia"; nel Biellese erano presenti due bisettimanali: "Il Biellese", ufficiale
dell'Azione cattolica biellese diretto da Germano Caselli; "Il Popolo Biellese", giornale fascista, diretto da
Vittorio Sella, vecchio interventista, poi squadrista della prima ora, tra i fondatori del Fascio di Biella,
sindacalista soreliano che amava proclamarsi antiborghese e anticapitalista. A Biella si stampa anche il
mensile "L'Illustrazione Biellese", rivista patinata "sotto gli auspici del Fascio di Combattimento di Biella",
diretta da Lino Bubani, al tempo fiduciario del Fascio biellese, ma della cui redazione è responsabile Rodolfo
De Bernardi, fascista non della prima ora, per impossibilità anagrafica, ma fino all'ultimo minuto, che
nella storia del giornalismo biellese ricoprirà un ruolo importante e curioso come fondatore
nell'immediato dopoguerra del bisettimanale "Eco di Biella", giornale che si richiama al liberalismo e il cui direttore
sarà per lungo tempo Germano Caselli.
"Il problema della razza" tiene la prima pagina dei giornali, anche di quelli biellesi, molto prima
della redazione e pubblicazione del "Manifesto degli scienziati" del 14 luglio. ll ruolo giocato dai due
bisettimanali e dal mensile è però diverso.
Gli ebrei in provincia di Vercelli sono, nel 1938, 325; in Piemonte 5.439; in Italia circa 70 mila. Questi
dati risultano dal censimento del 22 agosto 1938: "In tutti i Comuni del Regno e nei territori delle Colonie
e dell'Impero - scrive "Il Biellese" - sono in atto le operazioni per il censimento degli israeliti. Il modulo
che è stato distribuito a tutte quelle famiglie nelle quali l'ebraismo sia in qualche modo rappresentato, sia
pure da un solo membro o che da indagini effettuate recentemente risulti averne possedute in passato, è
assai complesso e reca tutto un questionario assolutamente nuovo e tale da offrire le migliori garanzie contro
ogni possibile eventuale tentativo di evasione". Quanti fossero gli ebrei nel Biellese si può solo desumere. Il
19 agosto "Il Biellese" commenta sotto il titolo "L'immigrazione ebraica trova ostacoli dappertutto": "A
Biella e nel Biellese gli israeliti, non rilevanti di numero - sono forse un centinaio - ma perlopiù appartenenti a
note famiglie di commercianti e di professionisti, rappresentano quasi sempre famiglie stabilite fra noi da
decenni, anzi da parecchi decenni. Perciò forse meno palpitante è in genere la sensibilità delle logiche conseguenze
di una immigrazione ulteriore. Ma dove questa si verifica ben altro è il problema".
Eppure, di fronte ad una ridotta presenza di ebrei vi è una sproporzionata partecipazione biellese alla
campagna di mobilitazione razzista.
"Il Popolo Biellese" usa un linguaggio adatto alla propria figura di giornale ufficiale di regime. Il 18
agosto titola in prima pagina: "1572 ebrei provenienti dall'estero installatisi a Milano in quattro mesi e mezzo"
e, dopo aver riportato la nota d'agenzia, così commenta: "Tralasciamo pure di esaminare il pericolo che
costoro un giorno potranno rappresentare dal punto di vista della razza [...]. Questi israeliti che hanno lasciato
il paese che li ospitava appunto perché ospiti sgraditi, sono unità attive, individui che non vengono a
chiedere un asilo soltanto, ma che giungono con un programma chiaro e con volontà ben definita di riprendere
in Italia il loro lavoro [... ]. Sono persone che si portano intatto il loro patrimonio di astuzia, di esperienza,
di capacità e si ambientano rapidamente perché ci sono i correligionari di qui che li inseriscono
procurando loro quel lavoro che viene sottratto ai cattolici italiani. Risultato di questa perfetta organizzazione: dopo
pochi mesi gli ebrei immigrati sono in grado di battere nel gioco della concorrenza i nostri
professionisti, commercianti, industriali che possono contare soltanto sulle proprie forze [...]. Bisogna porre un freno
[...]. L'umanità e la bontà non debbono tramutarsi in dabbenaggine".
Fino a quel momento i corsivisti biellesi, sul razzismo, non si erano esposti. "Il Popolo Biellese" si
era limitato a dare notizia degli avvenimenti così come si presentavano sulla scena nazionale. Ma subito dopo
la pubblicazione del "Manifesto degli scienziati", troviamo, il 21 luglio, il tentativo, a firma Alberto Bairati,
di interpretare il razzismo fascista e il problema della cosiddetta razza italiana come capacità di
assimilazione di razze straniere: "l'italiana è una felicissima sintesi di tutte le razze europee. Sintesi, si capisce, che
fu possibile in quanto il ceppo originario della razza italiana possedeva tale vitalità, da soverchiare
agevolmente qualsiasi inondazione esterna". È una posizione non ortodossa: infatti il 28 luglio e l'8 agosto due
articoli provvederanno a ristabilire l'autentica interpretazione.
"Quanto agli ebrei - dice il primo articolo - essi si considerano da millenni ovunque ed anche in Italia,
come una razza diversa e superiore delle altre ed è notorio che, malgrado la politica tollerante del Regime, gli
ebrei hanno in ogni nazione costituito con i loro uomini e con i loro mezzi, lo stato maggiore
dell'antifascismo". "Gli ebrei in Italia sono 44 mila, secondo i dati statistici ebraici che dovranno però essere controllati da
un prossimo speciale censimento. La proporzione sarebbe quindi di un ebreo su mille italiani. È chiaro
che d'ora innanzi la partecipazione degli ebrei alla vita globale dello Stato dovrà essere e sarà adeguata a
tale rapporto". La linea è fissata e all'interno del Fascio locale la polemica deve essere chiusa. Lo fa
Antonio Domenico Bodo, firma consueta degli articoli antisemiti. "Basta con le polemiche [...] - dice il Bodo -
[...] torniamo alla razza: o meglio agli ebrei [...]. Non è vero soltanto che gli ebrei sono ferocemente razzisti.
È vero qualche cosa di più: che cioè, il razzismo è stato inventato dagli ebrei [...]. Ora non occorre un
grande acume per conchiudere che gli ultimi a protestare contro il razzismo degli altri dovrebbero essere gli
ebrei [...]. Quando il razzismo italiano, a parte i motivi inerenti alla questione coloniale, è un fenomeno di
legittima difesa determinato precisamente dal razzismo degli ebrei [...].
Quando ci si afferma come partito, società, setta, gruppo o simili non si può pretendere più di quello che
la legge della proporzione assegna ai singoli gruppi componenti l'aggregato che costituisce la nazione".
Nei mesi che verranno gli scritti sul "Popolo" inciteranno sempre di più alla discriminazione,
conterranno sempre più proposizioni incitanti al disprezzo e all'odio. Le scuole sono vietate agli ebrei e Antonio
Domenico Bodo, il 5 settembre, col titolo "Difesa della razza", scrive: "Intanto una prima considerazione. Di
umanità sofferente fra gli ebrei ce n'è poca. È tutta gente che sta bene economicamente. È tutta gente
attrezzata quindi contro gli inconvenienti della perdita di un posto ben retribuito. E se c'è della povera gente,
della gente-popolo, questa non è toccata dall'ultimo provvedimento perché per adoperare la zappa o per tirare
il mantice, o portare il secchio della calce, ammesso che ci sia in Italia ebreo disposto a simili fatiche non
è affatto necessario frequentare le scuole pubbliche".
Una settimana dopo, il 12 settembre ancora il Bodo, in "La grande contraddizione", sostiene che il
razzismo non è una sorpresa per gli italiani: "l'antisemitismo è una realtà profondamente sentita specialmente
dal popolo. Del resto c'è mai stato un giudeo che non sia stato antiariano e anticristiano? Che non abbia in
cuor suo trattato un non giudeo col dispregiativo 'goiym'? E allora bisognerebbe essere degli eunuchi o
degli invertebrati per non aver sentito nei giudei degli stranieri, degli 'altri', dei lontani in qualche cosa se non
in tutto".
Intanto si susseguono i provvedimenti legislativi e sulle prime pagine dei giornali locali è un affollarsi
di brevi comunicati: "Nessuna concessione di nuovi negozi sarà fatta agli ebrei. Ogni passaggio di licenza
è sospeso"; "Gli agenti di cambio ebrei esclusi dalle operazioni di Borsa"; "I notai non potranno stipulare
atti di compravendita tra ariani ed ebrei"; "Ebrei antifascisti deferiti al Tribunale Speciale".
Il 12 novembre, ancora sul tema della scuola, scrive Alberto Bairati: "Se dunque sono state create scuole
per ebrei1 è giusto che gli ebrei ci vadano: oserei dire che, se un ebreo possiede appena un briciolo di dignità e
di correligionarismo, dovrebbe rifiutarsi, qualora gliene offrissero la possibilità, di frequentare scuole
per ariani, preferendo in ogni caso stare tra i propri simili. Le preoccupazioni degli ebrei su questo
argomento derivano dal fatto che per intanto nessun alunno ebraico è stato accolto nelle scuole: si è fatto piazza
pulita di allievi e professori".
Ma forse nel Fascio biellese si agitano simpatie per il razzismo di "sangue e terra" dei nazisti, forse
qualcun altro indulge al razzismo del numero e della famiglia. A pochi mesi dall'inizio dell'offensiva
antisemita, quando già gli articoli considerano come un dato acquisito la politica razzista, un lungo scritto
pubblicato sui numeri del 28 novembre e del 12 dicembre, a firma Fidia Savio, cerca di dare un contributo
squisitamente biellese alla definizione del problema della razza. "Spesso udiamo domande di questo genere: È possibile
che noi piemontesi, alti, biondi, dalla testa larga, siamo della stessa razza dei sardi, piccoli, bruni, e
dalla testa lunga? Oppure: I discendenti dei saraceni invasori, degli ebrei convertiti nei secoli scorsi,
possono essere anche essi ariani? Questo dimostra che troppa gente s'immagina ancora che il nostro razzismo sia
una pedissequa copia di quello tedesco".
Dopo aver descritto le concezioni razzistiche tedesca e italiana, Savio si avventura alla ricerca di
una sistematizzazione della popolazione biellese, che sarebbe "il risultato tipico dell'ibridazione di varie
razze ariane", ma nonostante ciò riesce a individuare "due zone etniche distinte". Nella zona alta di montagna
e collina vi sarebbe a suo dire una razza nordica, una razza dinarica alpina, una razza mediterranea.
Questa mescolanza di alti e bassi, biondi e bruni, brachicefali e dolicocefali crea qualche problema al nostro
teorico: per essere veri ariani mancano un po' di biondi-alti-occhi azzurri, ma c'è pur sempre il fenomeno
della "assimilazione", vera e propria àncora di salveza delle traballanti teorie razziste italiane. Diceva il duce:
"la razza è soprattutto un fatto di sentimento". Assimilazione più sentimento: non si sa bene cosa ne sortirà,
ma certo qualsiasi teoria a quel punto è buona. Quindi, potenza dell'assimilazione, secondo Savio "dei
Semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in genere è rimasto";
ma, subito dopo, in palese contraddizione: "Gli ebrei rappresentano l'unica popolazione che non si è
assimilata mai in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli
elementi che hanno dato origine agli Italiani". E per quanto riguarda le anomalie riscontrate nell'indagine non ci
si deve troppo preoccupare: "Il Biellese costituisce una delle marche del confine etnico. Non dobbiamo
perciò meravigliarci di trovare nella nostra popolazione numerose divergenze dal tipo classico". C'è un
certo immiserimento della razza nel Biellese, ma esso è "contingente e non già definitivo, basterà uno
sguardo alle nuove generazioni per rendercene persuasi: le sfilate della Gil ci mostrano giovani dalle membra
ben proporzionate, teste dalle forme armoniose, lineamenti sempre più corrispondenti ai canoni estetici
della classicità [...] Questi sono segni di una rapida evoluzione della stirpe, dovuta alle provvidenze già in atto
del Regime. Il Biellese evolve rapidamente verso il tipo ideale dell'italiano, nel fisico come nello spirito.
Una magnifica gioventù sta sorgendo dalla nostra terra a riprova di quanto possa la gente italica".
A chiusura di pagina un piccolo, minaccioso trafiletto comunica: "I non ariani esclusi dalla Pietro
Micca": "La Direzione della Società Sportiva Pietro Micca rende noto che la condizione indispensabile per
poter essere soci è l'appartenenza alla razza ariana".
La cifra giornalistica usata dal bisettimanale cattolico "Il Biellese" per raccontare il razzismo è
invece diversa. Rispetto al razzismo di pura marca fascista vi è nella variante cattolica la porta costantemente
aperta dell'ecumenismo. Ad esempio, nel caso dell'ebreo è auspicata la conversione come risoluzione della
diversità con conseguente rimozione della minoranza religiosa. Il razzismo biologico fascista invece non
ammetteva e non voleva la conversione. Ai fini della politica razzista, benché vi fosse in entrambe le versioni
l'eguale obiettivo del numero come potenza (maggiore popolazione uguale maggiore potenza), ne divergevano
sul perché si dovesse creare la potenza attraverso il numero. Nell'imperialismo razzista fascista il fine era
la grande nazione; nella Chiesa era la famiglia. Sul "Biellese", entro questa linea, ci sono articoli
molto significativi.
"Il Biellese" era già in quegli anni un giornale a forte diffusione, o forse, con termine più
appropriato rispetto agli indici di lettura odierni, a forte penetrazione nelle famiglie.
Gli articoli sul razzismo sono, come numero, di gran lunga superiori a quelli pubblicati sul "Popolo
Biellese". La differenza è soprattutto nel fatto che, mentre il "Popolo" nel corso del 1938 si esercita in commenti
ai decreti, discorsi, dispacci d'agenzia, a partire dal luglio e sempre comunque in ambito politico
nazionale, l'attenzione del "Biellese" è costante, internazionale, molto più estesa che non la visuale politica
italiana. Per "Il Biellese" la politica razziale è politica demografica. Fin dai primi numeri dell'anno si
possono leggere preoccupati articoli sugli indicatori demografici. "I livelli di nascite delle Provincie Italiane:
Vercelli al penultimo posto. In questa graduatoria che è giustamente la graduatoria più meritevole verso Dio e
verso la Patria la nostra Provincia figura al penultimo posto" (18 gennaio).
Il 25 gennaio un articolo di fondo parla della "Situazione del cattolicesimo nel Terzo Reich", critica
la politica anticonfessionale di Hitler, in ispecie contro le scuole cattoliche. Ma non nomina, non fa un
solo cenno alla situazione degli ebrei. Ne parla invece diffusamente nel fondo del 1 febbraio, "Gli ebrei
in Russia", dove si sostiene che venti anni di regime sovietico hanno cambiato così grandemente la
condizione degli ebrei che, avanti per questa strada, in altri vent'anni saranno definitivamente scomparsi.
Un pezzo esemplare ed emblematico della visuale cattolica lo si incontra il 18 febbraio: "La conversione
di due medici". "Ecco un commovente episodio di montagna e come l'umile e grande carità di un
povero Sacerdote della Valle d'Aosta fece sfavillare la luce della sublimità della nostra Fede agli occhi di due
medici Israeliti di elevata cultura (di cui uno perfetto conoscitore di ben sette lingue estere) ed avviò i
loro primi passi al Cattolicesimo". Si racconta di una comitiva di israeliti che intendeva percorrere una certa
via di montagna nonostante il curato di Chamois l'avesse sconsigliato. "Ma essi, quasi sprezzando i
consigli dell'umile prete e allettati dal fascino di una nuova via" vollero realizzare il loro progetto. Strada
facendo capitò una disgrazia e uno di essi cadde in un crepaccio. Recuperato il compagno, fortunosamente
indenne, nel pieno della notte, la comitiva riusciva a tornare a Chamois e qui chiedeva ospitalità al parroco che
"per nulla rimproverandoli di non aver seguito i suoi consigli, li accoglie, riscalda con un buon fuoco le
loro membra congelate e con la generosità di cui è capace il suo cuore di Sacerdote offre loro tutto quello che
può rianimarli [... ] perfino il suo letto [...] ed augura la buona notte. Il 29 gennaio scorso, nella Chiesa del
S. Cuore di Maria in Torino i due medici, di cui abbiamo parlato più sopra, abiuravano la religione
israelitica e ricevevano il santo Battesimo. Dinnanzi alla carità di quell'umile Prete avevano compreso di essere
di fronte ad una religione sublime che tutti abbraccia in un potente amplesso di amore ed in loro era nato
forte ed ardente il desiderio di conoscere quella Fede divina che dà cosi magnifici esempi di disinteresse e
di carità".
Il 22 aprile "ll Biellese" si occupa anche degli ebrei del centro Europa. In questi termini: "Brutta ora per
gli ebrei, un po' ovunque, in Germania, in Polonia, in Romania, e altrove là dove la loro potenza economica
e la loro influenza politica hanno fatto sentire tutto il loro peso di una classe e d'una razza esorbitante
ed egemonica".
Il 26 luglio, ad una settimana dalla pubblicazione del "Manifesto", appare "Razzismo", dove si sostiene
che finalmente gli scienziati fascisti hanno fatto chiarezza sul concetto di razza, "cui non c'è nulla da
eccepire", respingendo e "facendo giustizia sommaria di quei detriti irrazionali con cui si è costruita una teoria
della razza [...] l'atteggiamento italiano sul problema della razza, si è ch'esso non intende affatto battere la
strada del razzismo alemanno, che ha oggi a caposcuola il Rosemberg". Ancora su questa linea il 2 agosto:
"Razzismo, universalità cattolica e Azione Cattolica", dove si invita all'uso dei termini "stirpe, gente" anziché
"razza", "parole queste più civili, meno barbariche".
5 agosto, "La sfida dei senza Dio". "I senza Dio" sono gli associati alla Federazione internazionale
del libero pensiero e governano le democrazie europee. Secondo l'analisi del "Biellese" questi "schiavi di
satana" vogliono possedere il mondo e "questo tracotante e satanico programma ci fa risovvenire quello che
è avvenuto proprio nel 1919 al Parlamento della Repubblica Cecoslovacca. La massoneria e il
radicalismo, l'ebraismo e il socialismo erano trionfanti perché la Repubblica Cecoslovacca era stata costituita in odio e
a spese dell'Austria cattolica e sarebbe diventata la vessillifera dell'irreligione e del cosiddetto libero pensiero".
Di grande interesse sono altresì le chiose ai brevi dispacci d'agenzia. Un esempio è alla nota del 6
settembre: "Insegnanti e allievi ebrei esclusi dalle scuole di qualsiasi ordine e grado". A testo concluso ecco il
commento: "Non c'è ombra di dubbio che fra le maggiori insidie a tale integrità [di razza] è da considerarsi l'azione
dei giudei, dei quali è nota la straordinaria abilità di infiltrazione nei più delicati settori dell'organismo nazionale".
Altrettanto curioso è notare che "Il Popolo Biellese" normalmente non commenta informazioni come
quella qui riportata, così come non si trova traccia nelle sue pagine della "notte dei cristalli", la terribile notte tra
l'8 e il 9 novembre durante la quale le camicie brune tedesche devastarono e incendiarono sinagoghe, negozi
e abitazioni di ebrei, picchiando e assassinando. Lo fa invece "Il Biellese" del 15 novembre:
"Violente dimostrazioni antisemite svoltesi in Germania in seguito all'assassinio di Von Rath. Parecchie sinagoghe
e molti magazzini giudei sono stati distrutti dalla folla inferocita. In Germania si sostiene che
l'indignazione popolare è stata più che giustificata dal barbaro assassinio di Von Rath perpetrato da un
sicario dell'internazionale ebraica. Nello stesso tempo il Governo tedesco ha emanato degli ordini intesi ad
eliminare radicalmente gli ebrei dalla vita politica, economica e culturale tedesca".
Ma dove bene affiora il complesso rapporto giornalistico e politico e la diversa interpretazione della
politica razziale è nel fondo del 18 novembre a firma "g.c.", attribuibile al direttore Germano Caselli. "Politica
della famiglia" è il titolo del pezzo, una sorta di dichiarazione programmatica delle intenzioni della Chiesa
riguardo alla politica razziale: "Da qualche tempo il problema della razza tiene il primo piano della pubblica
discussione, ma è bene rilevare subito che tale problema non è che uno dei problemi inerenti alla politica demografica.
Il problema dei problemi rimane ancora sempre quello dell'incremento delle nascite e quindi lo studio
delle provvidenze atte non solo a difendere il tronco del popolo italiano da inquinamenti, ma capaci di far
rifiorire in pieno le fronde per averne grande abbondanza di frutti. 'Soltanto i popoli fecondi hanno diritto
all'impero'. Il detto mussoliniano è profondamente vero". È Mussolini che coraggiosamente ha impostato i termini
della questione, nella politica demografica "è fuori discussione la superiore volontà fascista". "Qualcosa si
è ottenuto: la spaventosa caduta dei numeri indici è stata arrestata e una certa ripresa è in atto. È il momento
È una organica battaglia delineata dai capitoli del libro "altrettanti punti programmatici [...]. Eccoli:
combattere l'individualismo; combattere il materialismo; rafforzare il sentimento religioso; vedere nei fattori
di debilitazione dell'istituto familiare le cause dirette del regresso demografico e considerare la
politica demografica come politica della famiglia; garantire la continuità dei redditi; perfezionare
l'assicurazione contro la disoccupazione; istituire l'assicurazione superstiti; proseguire la progressiva abolizione della
politica demografica assistenziale; perfezionare la politica demografica fiscale; perfezionare ed
estendere l'applicazione del principio della perequazione dei redditi in relazione agli oneri famigliari; eliminare
gli ostacoli di ordine finanziario che si oppongono alla costituzione delle famiglie; lottare contro
l'urbanesimo e perseguire una politica dell'abitazione familiare; creare l'istituto giuridico del 'Patrocinio
famigliare'; eliminare le manifestazioni antidemografiche della legislazione sociale; modificare lo statuto
giuridico famigliare; restaurare la sudditanza della donna all'uomo; lottare contro i fattori biologici e fisiologici
di regresso delle nascite; asservire alla politica famigliare gli strumenti di circolazione delle idee;
raggiungere l'autarchia spirituale della nazione; portare il problema demografico sul piano dell'Impero; porre la
situazione famigliare fra i fattori di scelta in ogni campo della vita nazionale; esigere fermamente che l'esempio
venga dall'alto; rendere totalitaria la politica demografica e dare un carattere politico all'organo propulsore
di essa; fissare in una 'carta della famiglia' i postulati fondamentali della politica demografica".
Non sono escluse, dalla visuale del "Biellese", le commemorazioni culturali di ampio respiro come
quella apparsa su uno degli ultimi numeri dell'annata. Firma il pezo Virginia Maglioli-Faccio, nota ricercatrice
di leggende e proverbi biellesi, che commemora Corneliu Zelea Codreanu, capo della Guardia di ferro
di Rumania, morto ucciso in quei giorni. Codreanu si proclamava fascista-nazionalista-razzista e
ultracattolico ed è abbastanza singolare che la Maglioli-Faccio e il bisettimanale cattolico sentano il bisogno di
prodursi nell'esaltazione di un razzista rumeno. Virginia Maglioli-Faccio ricorda che Codreanu si proponeva di
"liberare l'operaio dal dominio della stampa ebraico-massonica e lottare contro il predominio ebraico nelle Università".
Per quanto riguarda "L'Illustrazione Biellese" dobbiamo scorrere tutti i fascicoli del 1938 fino al marzo
del 1939 per trovare in "Donne ariane", nella rubrica "Signore per voi", un pezzo antisemita. La
formulazione è posta in modo quasi quasi garbato, in quanto gentile: "Non si crederebbe ma nelle Georgiche di
Virgilio esistono non poche affermazioni razziste. Il destino dei popoli che si sono inurbati ed hanno abbandonato
la terra è storicamente segnato - Afferma il Duce: - Qui mi viene in mente la razza ebraica, che non ama la
terra e non ha mai dato un solo coltivatore o contadino".
Sul numero di aprile, troviamo il secondo scritto dell'anno: "La razza nel Biellese", di Fidia Savio, nel
quale sono esposte le tesi già pubblicate sul "Popolo Biellese" e che abbiamo descritto. Il contributo di Savio è
in questo caso corredato di fotografie che servono ad illustrare i vari tipi razziali che formerebbero,
secondo l'autore, la popolazione biellese. Curiosissima la didascalia: "Le fotografie riprodotte sono tutte di
studenti appartenenti a famiglie tra le più rappresentative del Biellese".
Dunque "L'Illustrazione Biellese" per tutto il 1938, l'anno della svolta, non dice una sola parola sul
problema razziale. Pudore? Dissenso? Certamente no. La ragione è piuttosto da rintracciare in una pretesa, o
presunta, suddivisione di compiti che la stampa biellese oggettivamente svolge. All' "Illustrazione Biellese" il
compito di occuparsi da un lato delle opere realizzate dal regime - e l'uso degli schemi grafici di derivazione
"futurista" e "littoria" ne dà esaltata testimonianza - e dall'altro mettere in luce i sempiterni problemi di immagine e
di identità del Biellese. Il vero problema giornalistico che "L'Illustrazione Biellese" deve risolvere è cercare
di convincere che l'apparenza (immagine) è più importante della sostanza. Nulla, negli articoli del
mensile, deve turbare il quadro idilliaco nel quale stanno il fascismo, l'industria tessile, il popolo e la terra
biellese. I problemi razziali sarebbero cosa inutilmente urtante per una zona che registra una modestissima
presenza ebraica, stabile nel tempo, necessaria all'economia locale. Sia quindi del "Popolo Biellese" il ruolo
di impostare e trasmettere la "dottrina fascista e razzista"; sia del "Biellese" il compito di suscitare
l'antico sentimento antigiudaico.
I giornali biellesi hanno trattato di più o di meno il problema razza che non la stampa locale delle
zone confinanti? Bisognerebbe verificarlo. Di certo, rispetto alle veline nazionali, ci mettevano del loro.
E, particolarità forse biellese, il giornale cattolico di suo ha messo più del giornale del Fascio. Certo, il
linguaggio usato si tiene lontano dai canoni minacciosi e tronfi della prosa fascista, ma il linguaggio sottilmente allusivo,
insinuante, familiare è riuscito probabilmente ad installarsi nel senso comune molto più che non
tante stentoree affermazioni mussoliniane.
| |