Nedo Bocchio

Stati Uniti d'America contro Unione europea



Il direttore dell'American Enterprise Institute, uno dei centri studi ispiratori dell'amministrazione Bush, Kevin A. Hassett, a un convegno romano dell'Aspen Institute dei primi d'ottobre ha affermato a chiare lettere che Europa e Stati Uniti oggi sono in competizione. Aggiungendo che "se anche i miei colleghi politologi pensano che ciò sia un male, da economista penso sia un bene".
"The Weekly Standard", il settimanale dei neoconservatori (appunto: "i miei colleghi politologi" della destra radicale americana), invece lo ha anche scritto: la concorrenza europea è un male, ed è l'Europa stessa il pericolo da sconfiggere. Against United Europe (Contro l'Unione europea) titolava il fascicolo1 dove Gerard Baker, editorialista del "Financial Times" oltre che collaboratore del "Weekly Standard", per esporre la sua analisi non si affida alla cautela e nemmeno alla diplomazia. Scrive Baker che i "venticinque", approvando la Costituzione, si apprestano a costruire un superstato. I "federalisti" negano che il loro scopo sia di creare una "über-nation europea", ma è eloquente che la Carta preveda un singolo presidente per sostituire il presidente a rotazione, così come un solo ministro degli Esteri, e che stabilisca "vaste aree di diritto europeo dove gli stati-nazione cedono definitivamente la sovranità legale alla corte Ue [...] Molti funzionari americani continuano a pensare che l'integrazione europea procurerà benefici incalcolabili agli Stati Uniti, e invece sarebbe una pazzia se tale compiacimento diventasse linea di condotta dell'amministrazione. Perché - mette in guardia Baker - questa non è la Nuova Europa che Rumsfeld acclamò, l'alleanza di nazioni atlantiche come Gran Bretagna, Spagna e gli stati ex comunisti dell'Est; questa somiglia alla Vecchia Europa di stampo gollista che definiva se stessa come contrappeso al potere statunitense, e Chirac e Schröder sono felici di essere i principali conduttori della sua direzione politica".
Si chiede Baker: è il caso di agitarsi? Dopotutto, molti in America sostengono che questo processo non arriverà mai a compimento, e che "gli avvenimenti hanno rivelato che il continente è semplicemente troppo diviso per avere una significativa identità in politica estera [...] Ma le élites politiche europee - afferma Baker - hanno dimostrato che malgrado il perdurare delle differenze nazionali, il progetto va avanti, ed è generalmente nel momento in cui sembra che si stia spezzando l'unità che avviene il maggiore avanzamento. Gli strateghi europei sono animati dalla teoria della bicicletta: se non mantieni il moto in avanti cadi. Ed essi non hanno intenzione di cadere".
Spiega Baker che c'è una dinamica potente che piega l'intero processo verso l'integrazione, ed è che l'accordo tra Francia, Germania e alcuni piccoli paesi come il Belgio permette di accrescere il loro peso negli affari internazionali nella misura in cui l'Europa è unita. "Dopo la guerra in Iraq non c'è stato alcun riorientamento verso la cooperazione atlantica. Al contrario, stanno portando avanti seriamente l'idea di un nuovo mondo in cui l'Europa bilanci gli Stati Uniti".
Niente affatto, sostengono gli americani scettici: grazie a Blair, ad Aznar, ai paesi dell'Est che entreranno l'anno prossimo, il moto sarà invertito.
"Questo è uno dei più duraturi e pericolosi miti sull'Europa", perché - assicura Baker - i paesi che hanno resistito di più all'integrazione sono anche i meno influenti e tutta la burocrazia di Bruxelles è dominata dall'asse franco-tedesco. Né sta in piedi l'analisi di Robert Kagan2 secondo cui "gli europei sono ideologicamente impegnati in un multilateralismo debole di carattere e non sono realmente interessati all'esercizio del potere". Questo è un fondamentale inganno, avverte. "In casa loro gli europei non sono multilateralisti. Il multilateralismo che essi considerano utilizza le istituzioni per tenere a freno il potere americano. Non bisogna pensare l'Unione europea come superpotenza, ma "come una sorta di sniperpower [sniper: franco tiratore, cecchino, e dunque "potenza-cecchino"] che abbatte uno a uno i ruoli della politica estera statunitense, che ha reso la vita difficile durante la guerra, può rendere la vita molto dura nel dopo Saddam, può causare abbondanza di guai in tutti gli angoli del globo. Figurarsi un'Europa che persegue aggressivamente un'unica linea nel Consiglio Nato o getta il suo peso economico in giro per l'America Latina o l'Africa".
Allora - si chiede Baker - che fare? Washington - risponde - non è impotente, e può fare alcune cose vantaggiose. Ne elenca cinque. Primo: una politica estera inglese, una spagnola, una polacca sono più utili per gli Usa che una sola politica estera europea. Secondo: rafforzare il legame politico e militare con l'Est spostando truppe e basi che ora stanno in Germania. Terzo: moderare gli entusiasmi per lo sviluppo delle capacità militari europee: "Il progetto franco-tedesco-belga-lussemburghese può essere facilmente buttato sul ridere", però... attenzione all'interno della Nato. Quarto: opposizione strenua a qualsiasi richiesta di "un posto per l'Europa" in istituzioni multilaterali. Quinto: "Astenersi da qualsiasi cosa che possa spingere la Gran Bretagna nell'euro. Nulla più di questo rappresenta un fatale cammino verso l'integrazione europea".
Infine, aggiunge Baker, bisogna tenere a mente che "la dinamica dell'integrazione europea non è ovunque popolare, ma è spinta dalle élites politiche". Ci sono segni di ampie agitazioni, di disaffezione, "con sostegno in aumento da partiti di estrema destra in Francia, Italia, Germania e anche Gran Bretagna".
La Svezia ha rifiutato l'euro... "Non è troppo tardi per gli Usa per dare una mano a fermare il superstato europeo prima che diventi una realtà".
Come chiamare il rapporto in corso tra gli Stati Uniti d'America e l'Unione europea?
Stando alle valutazioni espresse nell'articolo di Gerard Baker e ai minacciosi propositi di destabilizzanti interferenze negli affari interni europei, il termine adeguato è conflitto. Gli Usa sono in una condizione di conflitto con l'Ue. Non tutti, naturalmente, sono d'accordo su una tale affermazione. Ad alcuni, il solo pensiero di un conflitto tra il vecchio continente e l'America suscita brividi e incubi. Per altri è invece, piaccia o non piaccia, la condizione nella quale ci troviamo.
Per Barbara Spinelli questa condizione potrebbe essere positiva per il futuro dell'Europa. A questo proposito scrive: "Forse, se leggessero 'The Weekly Standard', i politici europei perderebbero quello che attualmente li consuma: la sfiducia ostinata in se stessi, l'incredulità verso le proprie risorse, e quello speciale rifiuto di muoversi che è tipico dei cinici, e che nasce dalla paura di non arrivare, di non poter sopravvivere a parziali insuccessi. Ci sono forze niente affatto secondarie in America che vedono scaturire una potenza - dall'Europa - che l'Europa nemmeno sospetta"3.
In realtà l'Europa non solo sospetta: l'Europa sa della propria forza. Sorprendentemente, è dall'interno degli amministratori d'impresa (una categoria che in genere non ha interesse a manifestare troppo apertamente il proprio punto di vista) che si vede e si dichiara la potenza dell'Europa. Ritenendo forse il luogo e il pubblico particolarmente adeguato, Corrado Passera, amministratore delegato di Banca Intesa, tra i tre primi raggruppamenti bancari italiani, esprime con queste parole il proprio pensiero: "L'Europa sta sfruttando solo in piccola parte il proprio potenziale politico. Peso politico vuol dire influenza e crescita. Nel processo di globalizzazione - che è stata inventata e avviata dall'Europa - vogliamo lasciare decidere tutto dagli Usa? [...] I nostri concorrenti sono più convinti di noi della possibilità dell'Europa di diventare anche una potenza politica: basta leggere il 'Weekly Standard' di tre settimane fa. [...] la vera molla che potrà far ripartire la crescita sarà soprattutto la politica - la grande politica - della quale si vedono per ora pochi esempi"4.
Quella attuale è una fase confusa e di grande indecisione. Sono parecchi gli analisti che, come Barbara Spinelli, hanno ormai diviso con grande determinazione il campo, ritenendo che l'antagonismo tra Usa e Ue sia il motivo del confronto internazionale di oggi e del futuro. Sono tuttavia in numero ben maggiore gli osservatori, analisti e giornalisti, che sembrano non voler credere a quanto vedono i loro occhi e a quanto sentono le loro orecchie.
Iniziato poco più di un anno fa, un confronto di tale portata tra le due sponde dell'Atlantico è troppo giovane e si è manifestato in modo del tutto inatteso per poter essere assimilato da ceti dirigenti che si sono formati e hanno degnamente vissuto gran parte della propria vita nel mondo bipolare. Sebbene questo mondo sia finito da quattordici anni, è la seconda guerra mondiale (Sgm) e la spartizione del mondo in sfere d'influenza, con relativa guerra fredda, la realtà mentale delle classi politiche (con poche significative eccezioni) nei paesi dell'Europa occidentale. E ancora di più in quelli dell'Europa orientale. L'obiettivo di questi paesi, e il compito che l'Europa ha loro dato, è di uscire dal mondo totalitario che li ha modellati per approdare a un mondo aperto. È una strada disseminata di straordinarie asperità, poiché quasi tutti gli uomini che sono nei governi e siedono nei parlamenti di questi paesi provengono dalle classi dirigenti e spesso dalla stessa classe politica che già era al potere con i regimi comunisti. Bisogna ricordarlo costantemente: né gli Stati Uniti né il Vaticano né i dissidenti né i praticamente inesistenti oppositori ne ha determinato la caduta. Il loro è stato un processo di decomposizione naturale, come la caduta dall'albero dei frutti marci. Purtroppo per loro - e purtroppo per noi - dentro ai frutti c'era la classe dirigente, e questa c'è ancora5.
Jean Daniel, cofondatore e direttore del "Nouvel Observateur", è tra i più prestigiosi giornalisti europei e incarna bene l'intellettuale che, sebbene francese e dunque, con i britannici, potenziale eccezione alla mentalità "Sgm", patisce il presente e soffre lo spegnersi, o detto altrimenti, il tradimento, dell'atlantismo.
Nella ricorrenza degli attentati alle Torri gemelle, scrive: "La caduta del muro di Berlino, nel novembre 1989, ha segnato una profonda rottura di civiltà. Non così gli attentati di Manhattan dell'11 settembre 2001. Prima del novembre 1989 non sapevamo nulla di ciò che sarebbe accaduto. Nulla. Prima del settembre 2001 sapevamo tutto. Tutto"6.
La tesi di Daniel è che non sapevamo che gli Stati Uniti avrebbero potuto essere aggrediti nella loro "ville debout", non sapevamo cosa potesse nascere dall'intensità di quel dramma, "ma sapevamo il resto", e nessuno ha trovato da ridire sul fatto che l' "iperpotenza" aggredita si ponesse alla testa di questa guerra. "Era nell'interesse di tutte le nazioni democratiche, era la condizione di sopravvivenza dell'Occidente". Pochi hanno previsto che questa missione li avrebbe condotti a un intervento preventivo, unilaterale e solitario in Iraq. Per Daniel è l'imprevedibilità la cifra del presente, perché "tutto è cambiato dal 9 novembre 1989". Nulla di ciò che è successo negli ultimi quattordici anni è stato previsto, e "quanto all'implosione del sistema sovietico, nessuna previsione, nessun calcolo di probabilità, nessuna ipotesi aveva prospettato un sommovimento di quella portata ai vertici del Cremlino". Ma la cosa più grave, a suo avviso, è che "l'11 settembre è stato utilizzato da una manciata di emuli del dottor Stranamore per fare una guerra 'preventiva' [che] ha cambiato la faccia dell'Occidente agli occhi del resto del mondo. Al punto da suscitare questa domanda: esiste ancora l'Occidente? Un interrogativo che si pone per la prima volta, dalla fine della seconda guerra mondiale. [...] Ma ormai esiste un Occidente atlantico e un Occidente europeo. Come dire che l'Occidente non c'è più. E se ciò che dico è vero e destinato a durare nel tempo, allora si può veramente parlare di una rottura di civiltà".
Il giorno d'apertura dell'Assemblea generale dell'Onu scriveva7: "Siamo noi i nemici degli Stati Uniti? Il nostro collega T. L. Friedman del 'New York Times' lo pretende. Non è il primo a pensarlo ma è tra i primi a dirlo in maniera aggressiva. Numerosi francesi che vivono negli Stati Uniti, vicini agli ambienti degli affari, della cultura e dello spettacolo, confermano che in effetti gli americani hanno l'impressione di ribattere alle nostre ostilità ben più di quanto non siano loro a provocarle". Daniel crede che questo sentimento aumenti a mano a mano che la situazione si degrada a Bagdad e a Gerusalemme, e non capisce come possano gli americani dimenticare l'immenso movimento di solidarietà dei francesi e degli europei al momento degli attentati dell'11 settembre. Nessuno se ne vuole ricordare, dice, né americani né francesi, "come se negli Stati Uniti si abbia interesse a dimenticarlo per meglio odiarci; come se in Francia noi si abbia vergogna d'essere stati 'tutti americani'...".
Sulle questioni di fondo, sostiene che le posizioni di Bush e di Chirac sono cinicamente complementari. L'americano non vuole cedere una sola parcella d'autorità; il francese si contenta di dichiarare che non manderà mai truppe e che gli iracheni devono essere padroni in casa loro. Di questa fatta, l'unica conclusione che intravede è che "un'accresciuta degradazione dei rapporti già pessimi tra gli Stati Uniti e la Francia porrà perfino la dolorosa questione della sopravvivenza dell'Occidente. Può darsi che gli Stati Uniti non siano più capaci o degni d'assicurare l'unità d'una civilizzazione che ha dato le sue leggi al nostro mondo per qualche secolo. Ma come non si vede ancora un'Europa unita capace di prenderne il posto, non resta altro che sperare che il popolo americano si svegli e ponga fine rapidamente alle rozze utopie interventiste imprudentemente attinte alla tradizione di Theodore Roosevelt".
Questa prosa, questi ragionamenti, sono familiari al lettore italiano. Sono i ragionamenti di firme giornalistiche che negli anni del secolo scorso, un secolo in cui l'ideologia ha giocato tutta la sua potenza e la sua nefandezza, sono state uno scoglio di realismo interpretativo a cui aggrapparsi. Ma oggi, con la scomparsa dei vecchi riferimenti e degli antichi ancoraggi, i loro ragionamenti ci appaiono incongruamente ideologici e prigionieri di una visione nostalgica. Gli ex realisti sono ora gli ideologisti che s'illudono che basti un cambio di guardia nell'amministrazione statunitense perché mutino le sorti verso cui si è incamminato il mondo. Di fronte a essi, ma senza alcun rapporto con essi - né ce ne possono essere - stanno i nuovi realisti, quelli che semplicemente osservano ciò che i rapporti internazionali producono qui e ora sulla base delle realtà contingenti.
L'amministratore delegato Corrado Passera, a fondamento della nozione di potenza richiamata nella sua prolusione agli énaïstes, ha posto un solo dato: gli scambi aggregati a livello europeo. "Siamo una potenza commerciale senza pari - ha detto - con scambi di circa 2.500 miliardi di euro, quasi pari alla somma di Stati Uniti e Sud-Est asiatico. Non ci mancano capitali, tecnologia, intelligenza, imprenditorialità. Abbiamo dimostrato, anche negli ultimi anni, che quando ci impegniamo in un settore - per esempio tlc, aviazione commerciale, farmaceutica - diventiamo campioni del mondo".
A differenza degli ex realisti, i quali credono che la partita si giochi davvero attorno alla democratizzazione della guerra (come se fosse possibile democratizzare un atto che, comunque lo si voglia considerare, comporta la sottomissione violenta di uno stato alla volontà di un altro o di altri stati, ovvero agli interessi di un altro o di altri stati, interessi che d'improvviso divengono democratici, e naturalmente universali, solo perché approvati da tutti coloro che condividono quegli interessi, cioè dalle stesse parti in causa risultate vittoriose), i nuovi realisti prendono atto che gli equilibri mondiali di potenza sono da lungo tempo nella fase dell'instabilità, e sono entrati ora nel pericolosissimo gorgo che la decadenza dello stato che si presume e si proclama egemone sta creando8. Qui non è questione di teorie attorno al possibile esistere di una sola potenza o, al contrario, di tale impossibilità; e dunque della predisposizione, più o meno naturale, alla nascita di un equilibrio multipolare, come sembra sostenere in questo momento Parigi. Qui si tratta semplicemente di constatare ciò che sta avvenendo, come sta avvenendo e nei tempi in cui sta avvenendo.
Il confronto, che in breve si è trasformato in scontro, tra gli Stati Uniti e una parte dell'Europa sull'opportunità o meno della guerra all'Iraq, si è consumato in pochi mesi. Poi la guerra. Una guerra strana che ha portato la "superpotenza unica mondiale"9 a impadronirsi del territorio, dello Stato e dell'economia irachene: sarebbe del tutto improprio usare il termine vincere, poiché si vincono delle battaglie, cosa che non s'è visto e che non potevamo vedere, poiché non c'era un esercito iracheno; ora escono storie di sistematica corruzione, una vera e propria campagna acquisti di generali e ministri in cambio di impunità e, naturalmente, di dollari.
Nei giorni successivi al 9 aprile, Francia, Germania, Russia e Belgio erano virtualmente gli stati sconfitti. Ben più sconfitti di Saddam Hussein, e dileggiati dai tanti che, come sempre, al momento della vittoria si pongono al servizio del vincitore10.
Dal giorno dell'entrata in Bagdad sono passati sei mesi e il bilancio che all'amministrazione statunitense tocca misurare giorno dopo giorno è semplicemente tragico: in soldati caduti, in costi militari, in deficit del budget statale, in credibilità internazionale, in credibilità all'interno del paese, in coesione interna alla stessa amministrazione. L'articolo del "Weekly Standard", che ha un'indubbia portata strategica, va altresì letto nella sua valenza immediata: il riaprirsi di una lotta senza esclusione di colpi tra le due anime dell'amministrazione, i neoconservatori unilateralisti e i vecchi repubblicani moderati e multilateralisti.
Tuttavia, sei mesi di polverosa palude irachena non sono stati sufficienti per indurre a guardare in modo più pacato, meno militante, ai mutamenti nel mondo. La risoluzione che gli Stati Uniti hanno presentato alle Nazioni unite per trasformare l'occupazione militare Usa dell'Iraq in occupazione provvisoria e missione di ricostruzione sotto l'egida dell'Onu, ha dovuto sottostare a un lungo esame da parte dei membri del Consiglio di sicurezza. È stato un confronto forse troppo spettacolarizzato, almeno secondo i canoni della diplomazia. Ma era forse necessario salire sul palcoscenico perché tutti vedessero come sette membri su quindici (Francia, Germania, Russia, Cina, Siria, Messico e Cile) più il segretario dell'Onu, Kofi Annan, tenevano per due mesi la potenza unica mondiale appesa a un lapidario "siamo delusi". Tre membri permanenti, su cinque, che dicono "no". La Francia che annuncia che non eserciterà il potere di veto perché comunque non ce ne sarà bisogno. E il segretario di Stato Colin Powell invitato a integrare, modificare, migliorare la risoluzione affinché possa essere accettata.
Poche settimane prima, il 23 settembre, all'Assemblea generale delle Nazioni unite a New York - assise annua non deliberante, ma pur sempre grande kermesse mondiale degli stati - George W. Bush aveva presentato "al mondo" la richiesta di intervento Onu in Iraq. Secondo gli accordi, quella era l'occasione giusta. Temendo forse di apparire troppo remissivo, Bush commette l'errore di ribadire, punto per punto e per giunta in modo arrogante, le ragioni dell'intervento unilaterale. La stragrande maggioranza degli stati pronuncia discorsi di condanna o comunque di dissenso rispetto alle motivazioni statunitensi. Alle Nazioni unite è da gennaio che gli Usa sono in costante minoranza.
Infine, a metà ottobre, la risoluzione è assunta all'unanimità dal Consiglio di sicurezza. Francia, Germania, Russia hanno escluso una loro partecipazione, sia essa militare, gestionale o finanziaria. Posizione ribadita alla successiva conferenza di Madrid "dei paesi donatori".
Nelle sue linee di fondo, il quadro sembra delinearsi, e ciò che appare è facilmente intellegibile: gli Stati Uniti non dispongono più dell'Onu a loro piacimento, com'è sempre stato. È per questa semplice e banale ragione che i neocons vanno proclamando che l'Onu non serve a nulla e la potenza unica mondiale può farne benissimo a meno. Anche la volpe non aveva alcuna voglia di mangiare l'uva. Se si sproloquia in astratto, basta guardare al passato per sapere che l'Onu non serve assolutamente a nulla; tuttavia, possiede quella certa funzione concreta in virtù della quale le azioni belliche di alcuni suoi membri contro alcuni altri suoi membri vengono rivestite di copertura giuridica, quando esse siano deliberate e assunte dall'organismo. La realtà attuale è semplice: sul palcoscenico dell'istituzione multilaterale per eccellenza, i "gendarmi del mondo" non riescono più a mettere in fila gli attori che necessitano loro alla rappresentazione. E questa realtà è sconvolgente, poiché a tanta presunta forza non corrisponde più né leadership né autorevolezza.
Possiamo immaginare lo stato di sconcerto in cui si trovano i politici americani, di entrambi gli schieramenti. Assimilare la nuova realtà e adeguare a essa politiche appropriate è opera destinata a rovesciare, rimescolare e rimodellare pensiero, scuole, azioni ed élites politiche. I neocons saranno pure un poco folli, ma di certo non esistono, puramente e semplicemente, in virtù della loro volontà di potenza.
Potrà apparire strano, eppure è in Europa che si coglie il disagio maggiore; ed è in Europa che possiamo osservare una vera moltitudine di politici, analisti, commentatori, persone appartenenti alle élites politiche e genericamente alla classe dirigente, spiazzata da linee e confini che si spostano, si piegano, si tendono secondo criteri e schieramenti che nulla hanno in comune con i favolosi cinquant'anni di equilibri nati dalla seconda guerra mondiale.
Forse non è esagerato considerare lo sforzo che occorrerà produrre per introiettare la nuova realtà alla stregua di un adattamento antropologico, uno di quei salti mentalmente spiazzanti e traumatici. Solo così potremo considerare sotto il giusto profilo titoli che ora ci paiono comici, autentiche freddure inglesi, come "E Chirac capì di essere rimasto solo con Assad"11. Potremo comprendere quanto sia complicato per la sinistra soi-disant antagonista, e per i suoi giornalisti naturalmente, ritrovarsi all'improvviso con un nemico che è sempre stato il nemico, l'impero onnipotente, l'onnivoro mostro che divora le risorse mondiali globali, ritrovarselo così poco potente, quasi impotente: un trauma12. Potremo partecipare al travaglio dei quasicoetanei, tormentati dal fatto che la politica (antico, inemendabile vizio, ahimè) si produce per atti semplici, elementari perfino, e alla cui base non ci sono piani, progetti e programmi, ma forza13.
Certo, consentiamo con Hubert Védrine14 sul fatto che sarebbe del tutto sbagliato sottovalutare "l'enorme ascendente 'mentale' esercitato dall'America sulle élites mondiali, con la diffusa accettazione della globalizzazione come se questa fosse un evento naturale, svincolato da progressi tecnologici e decisioni finanziarie e politiche". Benché questo scritto di Védrine sia della fine dello scorso anno, e la fraseologia usata denunci una visione che appena un anno dopo sentiamo datata, va riconosciuto che l'impostazione dell'ex ministro francese riflette il senso comune largamente dominante. Difficile dire se questo avvenga in tutta Europa; con maggiore convinzione lo si può affermare per l'Italia.
Nella recensione al libro di Todd - le cui tesi, io credo, devono essere sentite da Védrine come provocazione allo stato puro - si ritrovano le linee che fondano il pensiero dell'ex ministro, appena riviste alla luce di una maggiore cautela.
È così che rispetto a tre anni fa, a proposito di mondializzazione/globalizzazione, ora scrive "come se questa fosse un evento naturale", mentre allora non aveva dubbi che la società globale fosse prodotto naturale nato nel 1989, nel fracasso dell'abbattimento del muro di Berlino; e non aveva dubbi che un nuovo ordine mondiale, uscito da queste turbolenze, si caratterizzasse per la supremazia, in tutti i campi, degli Stati Uniti, la sola iperpotenza - aggiungeva - attorno alla quale ormai si dispongono i 187 paesi del mondo secondo una gerarchia di potenza e di influenza. Un mondo coerente e leggibile - sosteneva - ma nondimeno caratterizzato da una grande instabilità dovuta alla minaccia, che una mondializzazione selvaggia porta con sé, del livellamento delle identità, della proliferazione delle armi nucleari e soprattutto dovuta allo scarto economico crescente tra i paesi ricchi e i paesi poveri.
In questo contesto - ecco la linea politica vedriniana - si tratta di influenzare la mondializzazione in corso con gli atout in possesso della Francia: identità omogenea, irraggiamento culturale, potenza economica, saper fare tecnologico, appartenenza all'Unione europea. Senza essere né antiamericani né atlantisti, si tratta di cooperare senza patemi d'animo con degli Stati Uniti "onnipresenti". In breve: amici, alleati, ma non allineati15.
Indubbiamente uno sguardo sul mondo e una linea politica che, a giudicare dal sentimento manifestato dai militanti politici italiani, raccoglie molti consensi. Una linea politica, si potrebbe dire, che aspetta solo il suo italico Védrine per prendere corpo.
In Francia le cose vanno diversamente, e di fronte a un Védrine che non vede che Usa onnipresenti e onnipotenti, si erge un Todd la cui analisi ha dimostrato, se non altro, capacità demistificanti e sezionamento dal vivo dei miti imperiali16. Anche nella politica interna le cose vanno diversamente, e il Ps, partito di lungo corso alla presidenza e al governo, ancora non si è ripreso dall'umiliazione inflittagli un anno e mezzo fa da Le Pen al primo turno delle presidenziali. E chissà che l'oggettiva subordinazione (alla quale l'onnipotenza e l'onnipresenza americana teorizzata da Védrine condanna la Francia) non abbia avuto una parte non piccola nell'affossamento elettorale del Partito socialista francese.
Tuttavia, un giro d'orizzonte tra le prese di posizione e le dichiarazioni di politica internazionale delle cancellerie europee, non farà emergere grandi riflessioni attorno ai rapporti che si stanno delineando - o già si sono delineati - tra le due sponde dell'Atlantico. Ciò che ne esce è piuttosto il prevalere della tendenza classica a dividersi secondo linee di frattura conosciute e agganciate al buon vecchio mondo scomparso dell'Sgm: antiamericani da un lato, proamericani dall'altro. Anche tra gli analisti, i commentatori e i politici è più facile imbattersi nelle classiche tesi del pro o dell'anti piuttosto che in esplorazioni di un territorio del tutto nuovo.
Da questo punto di vista, gli alleati europei della politica statunitense non corrispondono in nulla alla strategia messa in campo dagli unilateralisti dell'amministrazione. Mentre i neocons disegnano un mondo rimesso a nuovo con strategie nuove, gli stati della Nuova Europa, espressione cara alla retorica di Rumsfeld, risultano essere un coacervo di vecchissima e ammalorata storia europea che la caduta del muro ci ha lasciato in eredità: si veda il pesante carico di servilismo opportunistico della Polonia e degli altri stati ex comunisti; l'inconsistente collateralismo profittatore della Spagna; il ciarlatanesco magistero del nulla in cui primeggia l'Italia. Questo il nocciolo duro di un'Europa comunque alleata agli Stati Uniti; un nocciolo che non incorpora certo il Regno Unito, vero principale alleato dell'America.
Una strategia geopolitica, quella britannica, che al netto delle doverose polemiche esercitate in campo europeo per la partecipazione alla guerra, non si risolve in americanismo o antiamericanismo, in accettazione più o meno subordinata delle direttive americane, ma continuerà a essere giocata, secondo una storia e una tradizione secolare, ai fini dell'equilibrio eurasiatico e vicinorientale. Ciò che probabilmente sfugge a Rumsfeld, e ciò che non comprende la cosiddetta Nuova Europa, è che sul palcoscenico europeo c'è posto per tre soli protagonisti: Francia, Germania, Regno Unito. Per les enfants c'è posto en paradis, in piccionaia, da dove potranno seguire lo spettacolo applaudendo o fischiando, appassionatamente.
In casa, sul fronte interno a ciascun paese europeo, proamericani e antiamericani rinfrescano il gioco stucchevole e vetusto dello scontro: da una parte in nome degli amici americani, dall'altra in nome degli oppressi dell'impero. Rappresentazione povera che trascura l'emergere negli Stati Uniti di un profondo sentimento antieuropeo, salito in superficie soprattutto nella sua forma antifrancese. Sentimento ora esplorato e che sappiamo essere elemento endemico e storico di quella cultura17. Alle due parti pare non interessare, impegnate come sono a giocare alla difesa o all'abbattimento di un imperialismo che, comunque, non potranno mai mettere in dubbio, pena la negazione della loro propria esistenza.
Per qualche aspetto Robert Kagan potrebbe essere eletto profeta, più che teorico, dei vari sostenitori, occulti o palesi, consapevoli o inconsapevoli, dell'onnipresenza e dell'onnipotenza imperiale statunitense. Nel suo saggio "Paradiso e potere", esprime questo concetto: l'Europa è in declino dal tempo della prima guerra mondiale; gli stati europei non hanno più né volontà né spirito; nel dopoguerra gli europei hanno perso tutti gli imperi, tutte le colonie: "l'arretramento forse più significativo di tutta la storia"; per cinquant'anni l'Europa "è caduta in uno stato di dipendenza strategica dagli Stati Uniti" lasciando a questi la propria difesa; poi "l'Europa si è unita e si è affermata come una potenza economica di prima grandezza, capace di stare al passo con gli Stati Uniti e l'Asia e di negoziare in termini paritari in fatto di commercio e di finanza internazionale", ma "gli europei hanno scoperto che il potere economico non si traduce automaticamente in potere strategico e geopolitico". Dunque, agli Stati Uniti tocca comandare, perché "negli anni novanta anziché diventare una superpotenza, [l'Europa] si è indebolita sempre più rispetto agli Stati Uniti"18.
Come si vede una sorta di ribaltamento prospettico rispetto alle tesi di Kupchan e di Todd: è l'Europa a essere in declino, e non rispetto alla sua storia ottocentesca, ma rispetto all'oggi: un oggi che i suoi dirigenti presumono essere di grande rilevanza politica e invece è solo assoggettamento.
La tesi della decadenza europea soprattutto economica, che la pubblicistica racconta in particolare come caso francese, non sente il bisogno di confrontarsi con altre tesi, ad esempio quella sul declino americano, così come non sente il bisogno di esibire dati opportunamente confrontabili.
Per i numerosi sostenitori della tesi, la decadenza europea è vera di per sé; così che la primazia americana e la subordinazione europea, oggi aggiornata in decadenza, vengono presentate in modo preconfezionato, servendosi della ripetizione abitudinaria per rendere vero ciò che dovrebbe essere confrontato, spiegato, trattato con cautela. È un intero mondo che pensa, parla e scrive in termini siffatti. Generalizzazioni così sintetizzabili: "L'economia europea? Può solo essere trainata dalla ripresa americana. Il deficit americano? Manifestazione di potenza economica. Il dollaro è in discesa su tutte le monete? Un'intelligente manovra delle autorità monetarie americane".
In un suo intervento, il senatore Ted Kennedy ha denunciato: "L'amministrazione finora non ha documentato come riesce a spendere ben quattro milioni di dollari al mese per la guerra e credo che molte delle spese non certificate sono state in realtà destinate a corrompere governi stranieri affinché decidano l'invio di truppe. [...] I soldi che non si trovano vengono distribuiti a leader di tutto il mondo per ottenerne i favori"19.
E quale attività più dell'informazione è ritenuta capace di costruire le condizioni necessarie ai grandi consensi politici? Anche se mi impongo di essere scettico circa tali capacità di persuasione, sappiamo tutti come sia pratica consolidata spandere una certa quantità di denaro, pubblico e privato, sulla stampa per "orientare e convincere". Che vi sia un intervento americano in questo senso lo diamo per scontato. Tuttavia, non è l'argent americano alla stampa qui fait la guerre all'Europa. Vale meglio la massa degli ideologizzati, propagandisti gratuiti e militanti, a diffondere il verbo.
L'economista Lorenzo Bini Smaghi ritiene che gli europei soffrano di un complesso di inferiorità nei confronti degli americani, soprattutto quando si tratta di economia. Sono convinti che l'economia americana cresca a un ritmo più elevato. E in effetti, questo è quanto sembrano dimostrare i numeri. Salvo che si tratta - afferma - di cifre non ripulite. Perché - scrive Bini Smaghi - se ripuliamo quelle cifre da fattori quali la diversa crescita demografica e "esaminiamo il prodotto lordo per cittadino, esso è cresciuto nello stesso periodo del 4,5 per cento negli Stati Uniti, contro il 4,9 per cento nell'area euro". Lo stesso falso effetto vale per la produttività oraria. In tema di bilancio va considerato che dal 2000 al 2003 gli Stati Uniti sono passati da un attivo dell'1,2 per cento del pil a un passivo del 6 per cento; mentre nell'area euro si è avuto un relativo deterioramento dall'1 al 2,9 per cento. Deficit e saggi di interesse sono direttamente proporzionati all'intensità dell'impulso fiscale. "La politica di rilancio fiscale statunitense - è la conclusione - ha raggiunto una tale intensità che molti oltreoceano si stanno interrogando sulla capacità del paese di sostenere nel tempo disavanzi pubblici così elevati"20.
Un intervento come quello di Lorenzo Bini Smaghi può capitare di incontrarlo una tantum, mentre la quotidianità ci riserva articoli che non risparmiano sugli aggettivi. Un esempio tra mille: prendiamo la prima pagina de "il Riformista", giornale che si vuole di sole analisi e commenti, soi-disant espressione della sinistra riformista. "Sono i dati chiave del terzo trimestre, che stanno dietro la strabiliante accelerazione del pil (+7,2 per cento) un balzo eccezionale, il più alto degli ultimi vent'anni, destinato a proiettare l'ombra di una lunga ripresa anche nei trimestri successivi. [...] La ricetta, dunque, ha funzionato, come 'il Riformista' si era permesso di pronosticare già prima dell'estate. La difesa come volano, il taglio alle tasse per sostenere i consumi, la produttività che sostiene i profitti, i capitalisti che tornano a investire anziché speculare [...] senza trascurare la svalutazione del dollaro che ha fatto crescere l'export del 9 per cento mentre l'import è rimasto fermo. Nell'area euro, al contrario, la rivalutazione della moneta unica ha fatto cadere le vendite all'estero e ciò si è tradotto in una mancata crescita [...] La stagnazione europea, la peggiore dell'ultimo decennio, si deve, in parte, anche a questa guerra moneta euro-dollaro. Ma in realtà si capisce solo guardando al gap di produttività e di investimenti industriali tra le due sponde dell'Atlantico. È questo il progetto mancante in Europa. [...] Riuscirà il creativo e fantasioso governo italiano, ancora per sette settimane presidente di turno dell'Ue, a spazzare via un po' di quella polvere?"21.
Questa mirabolante prosa che non ci concede di capire, anche nell'interezza dello scritto, quale sia il senso dell'articolo, si riferisce alla progressione del 7,2 per cento del pil americano registrata nel terzo trimestre dell'anno. Una progressione molto forte, per la quale George W. Bush si è felicitato, affermando che "abbiamo lasciato più soldi nelle mani degli americani e gli americani fanno progredire questa economia", tuttavia ha stimato che "non si possono attendere tali cifre ogni trimestre"22. Dunque un risultato congiunturale, che il presidente degli Stati Uniti commenta in modo più misurato di quanto non facciano i suoi spericolati esegeti.
Di tutt'altro avviso è "Us Equity & Macro Lab", sito dedicato all'analisi della finanza americana, che al proposito scrive: "Ancora una volta la ripresa economica americana si presenta come un'ottima operazione di cosmetica che trova da un lato le proprie basi sul massiccio ricorso all'indebitamento e, dall'altro, il proprio forte nelle componenti consumi e spesa pubblica. Per il resto essa rimane caratterizzata da una bassa crescita del reddito, dalla persistenza di un alto livello di disoccupazione (non ingannino a tal proposito le statistiche americane di natura ben differente da quelle europee e soggette peraltro a continue revisioni al ribasso dei dati forniti in precedenza) e dalla carenza di investimenti tangibili sul territorio americano"23.
D'altra parte, la grande enfasi riservata da tutti i giornali italiani all'annuncio da parte di Bush del tasso trimestrale del pil americano, non fa che riflettere l'ossessione delle previsioni, dei tassi di crescita e di ogni percentuale congiunturale possibilmente diffusa con ritmo orario, una vera e propria malattia mentale che ha reso possibile quella follia finanziaria di massa poi pagata a caro prezzo. Tutto questo ha avuto, tuttavia, un aspetto positivo: il disvelamento di una disciplina economica che si pretendeva scientifica e non era che divinazione. Una divinazione strutturata in scientifica dittatura che ha nascosto sotto fantasmagoriche percentuali di crescita, barnum di acquisizioni e fusioni, la bancarotta di Worldcom, Enron, Conseco, Andersen, solo per citare le principali24; portato al crollo delle borse; travolto investitori, risparmiatori, imprese e lavoratori nel fallimento totale della cosiddetta new economy.
In realtà, dietro alle cifre del pil americano c'è un'economia mostruosamente indebitata, che ha bisogno del soccorso finanziario del resto del mondo per comprare sui mercati esteri le merci di cui ha bisogno e che da tempo non riesce più a produrre.
La sofferenza dell'economia statunitense è caratterizzata da un doppio deficit.
Il primo è il deficit del bilancio federale, che per l'esercizio 2003 (l'anno d'esercizio si chiude al 30 settembre), recuperando sulle stime che lo davano oltre i 400 mld di dollari, si è chiuso, secondo i dati ufficiali, a 374,2 mld di dollari (circa 322,5 mld di euro), cifra record due volte più importante del disequilibrio di 157,8 mld registrato nell'esercizio 2002. Il deficit 2003 equivale, secondo l'amministrazione americana, al 3,5 per cento del pil, ma è in genere valutato dagli analisti superiori al 4 per cento. Deficit destinato a peggiorare per l'esercizio 2004, attestandosi attorno ai 500 mld di dollari.
Il secondo, il deficit commerciale, vale a dire la differenza in valore tra importazioni e esportazioni di beni e servizi, nei primi sei mesi dell'anno (gennaio/giugno) si era già attestato a 209 mld di dollari con una previsione sull'anno tra i 450 e i 500 mld e, secondo le stime, nettamente superiore al deficit del 2001 di 357 mld e del 2002 di 418 mld. Il disequilibrio commerciale con le altre economie descrive un paese che consuma il 5 per cento in più di quello che produce.
C'è poi l'indebitamento complessivo verso l'estero, che a giugno, secondo il dipartimento del Commercio, era di 2.600 mld di dollari (+130 per cento in tre anni e pari al 25 per cento del pil), debiti che potrebbero arrivare ai 3.000 mld alla fine dell'anno25.
Comunque, secondo l'economista Frédéric F. Clairmont "l'elemento chiave dell'indebitamento degli Stati Uniti, che rischia di diventare il loro tallone d'Achille, è il deterioramento rapido della loro bilancia dei pagamenti correnti. Si può al riguardo fare il paragone tra la situazione dei pagamenti correnti al culmine dell'Impero britannico, prima del 1914, e quella degli Stati Uniti oggi. Nei decenni che precedettero la prima guerra mondiale, l'eccedenza corrente del Regno Unito era del 4 per cento del suo pil. L'odierno impero americano, con strutture finanziarie fragili, si trascina un deficit corrente cronico del 5 per cento del pil"26.
Le importazioni superano ormai del 42 per cento il valore delle esportazioni, uno scarto impossibile da ridurre per la scarsa competitività dei prodotti americani. Per far fronte a un deficit corrente di 500 mld occorre un miliardo abbondante per ogni giorno dell'anno, sabati e domeniche comprese, quasi 2 mld per ogni giorno lavorativo27.
I soldi che finanziano gli acquisti americani provengono dagli stessi venditori di merci: "I soldi incassati dagli stranieri rientrano immediatamente negli Stati Uniti per essere investiti in assets immobiliari e finanziari. La fiducia nella locomotiva americana è altissima. E i capitali liberi di muoversi salgono sempre sulla locomotiva ritenuta più veloce. In questo enorme scambio di prodotti e valute c'è un piccolo grande dettaglio che spesso sfugge: il finanziamento del deficit commerciale tramite la vendita di assets finanziari, a cui si aggiunge l'ulteriore afflusso di capitali stranieri in cerca di rendimenti più alti, ha portato la percentuale di assets finanziari americani detenuti dagli stranieri al 40 per cento"28.
Ancora Frédéric F. Clairmont: "Si avvertono i primi segnali di uscita dei capitali esteri dai mercati americani. Certo si tratta di un rigagnolo [...] Come veri e propri tossicomani, gli Stati Uniti sono ormai totalmente dipendenti dalle entrate di capitali stranieri per finanziare le loro liberalità fiscali. Queste somme potrebbero essere trasferite altrove istantaneamente azionando qualche pulsante della tastiera di un computer"29.
Secondo l'economista Christian de Boissieu, vicepresidente del Consiglio francese di analisi economica, intervistato da Clairmont, "qualcosa è successo nella primavera 2002. Improvvisamente, i mercati hanno cambiato paradigma. Hanno cominciato a preoccuparsi per la non-sostenibilità degli squilibri 'gemelli' americani [...] Nel 2003, lo sviluppo americano dovrebbe essere doppio del nostro, ma la preoccupazione per i disavanzi rimane. Una soglia psicologica è stata superata. Oltre un certo livello, l'apprensione per gli squilibri ha la meglio sull'ottimismo riguardante le performances dell'economia"30.
Una conferma che la soglia psicologica sia stata oltrepassata viene da Giovanni Tamburi, banchiere d'affari e docente universitario: "Ciò a cui stiamo assistendo - ha detto in un'intervista - sono tutti tentativi per creare una falsa sensazione di ripresa e di benessere che ritorna. Il tutto finalizzato a un obiettivo preciso: far vincere le elezioni a Bush nel novembre del 2004. L'economia americana oggi è una specie di mina vagante e si porta dietro vari deficit (commerciale, pensionistico, di bilancio)"31.
Ancora più allarmate sono le conclusioni di "Us Equity & Macro Lab". Di fatto - sostengono - l'economia più forte del pianeta finanzia i propri acquisti aumentando la propria massa monetaria del 15-18 per cento all'anno; questa è "una tassazione implicita per tutti coloro che accettano il dollaro come forma di pagamento", cioè contribuiamo "a pagare parte di quel debito di cui gli americani si sono fatti carico in tutti questi anni"; in altri termini "svendiamo le nostre ricchezze a qualcuno che per comprarle si limita a stampare carta moneta dal nulla"; questo è il meccanismo che permette loro di "fare scorte di ricchezze reali a basso costo facendoci pagare una doppia imposta. La prima all'andata, comprando quelle merci con della moneta che già da tempo non è più in grado di misurarne l'effettivo valore, e la seconda al ritorno, lasciandoci in mano una montagna di biglietti verdi e carta finanziaria che prima o poi perderà il proprio potere d'acquisto e il proprio valore"32.
Sia pure in breve, è necessario soffermarci su ciò che gli analisti di "Us Equity & Macro Lab" chiamano tassazione, perché un meccanismo di tale tipo, il pagamento di un tributo (necessario all'approvvigionamento di risorse che il centro egemone non è in grado di produrre), rimanda all'economia di tipo imperiale. Gli Stati Uniti sono una potenza imperiale? Stiamo loro pagando "il tributo"?
Sui media d'informazione il termine "impero" ricorre con una certa frequenza, ma forse non riveste altra accezione che quella di grande potenza che sovrasta i piccoli stati-nazione. L'impero presuppone la sottomissione a forza di aree geopolitiche e la costrizione al pagamento del tributo, oltre che alla coscrizione militare. Probabilmente nessuno, oggi, se la sente di affermare che gli Stati Uniti esercitano una tale giurisdizione sul mondo, anche se, in virtù del loro ruolo di gendarme mondiale, si può ricorrere, per semplificare, al termine "impero".
Eric Hobsbawm, che nello studio degli imperi è specializzato, pur nominandolo usualmente "impero americano", scrive che la situazione dei giorni nostri non ha precedenti e gli esempi che ci vengono dal passato di piccoli o grandi imperi "hanno ben poco in comune con l'impero americano attuale". L'Impero britannico, il solo che in quanto a dimensione (una dimensione globale) può reggere il paragone con quello statunitense, "era un sistema di scambi internazionali in cui lo sviluppo dell'industria in Gran Bretagna si basava essenzialmente sull'esportazione di prodotti finiti in paesi meno sviluppati, mentre come contropartita la Gran Bretagna diventava il principale mercato delle materie prime del mondo".
Questo non è il caso degli Stati Uniti, e una delle debolezze "dell'impero americano del XXI secolo consiste precisamente nel fatto che nel mondo industrializzato di oggi l'economia americana non ha più la posizione dominante del passato. L'America importa dal resto del mondo una grande quantità di prodotti finiti, il che suscita una reazione protezionistica da parte degli interessi commerciali ed anche dell'elettorato americano. [...] Per quanto potente sia la loro economia, essa incide sempre meno nella economia globale. È vulnerabile sia a breve termine che a lungo termine. Immaginiamo, ad esempio, che un domani i paesi dell'Opec decidano di fatturare il barile di petrolio in euro anziché in dollari...".
Dopo aver descritto un tale stato di debolezza, Hobsbawm pone l'accento sulla forza militare "ineguagliabile", che permette loro di "invadere qualsiasi paese che sia abbastanza piccolo" per poterlo vincere "abbastanza rapidamente", concludendone però che "questa non è una linea politica, e non funzionerà". Il vero vantaggio politico di cui godono non è né l'economia né la forza militare, peraltro enorme, ma la tecnologia, poiché, sostiene Hobsbawm, "sul piano pratico la tecnologia americana è inavvicinabile per tutti, perfino per i cinesi"33.
La parabola degli Stati Uniti in quanto potenza economica si compie in molto meno di un secolo. Se si calcola dall'apogeo, alla fine del XIX secolo quando concentravano sul loro territorio il 50 per cento della produzione mondiale, avviene in sei decenni. Alla vigilia della Grande Depressione le quote erano: Usa 44,5 per cento, Germania 11,6 per cento, Regno Unito 9,3 per cento. Alla fine della seconda guerra mondiale, per effetto delle distruzioni in Europa e in Giappone, gli Usa erano tornati parecchio sopra il 50 per cento. Poi la discesa e la contemporanea progressione degli stati europei e del Giappone, così che nel 2002 gli Stati Uniti rappresentavano il 35,6 per cento del prodotto lordo mondiale (10.677 mld di euro), la zona euro (dodici paesi) il 21,3 per cento (6.407 mld), il Giappone il 14,5 per cento (4.365 mld), la Cina il 4 per cento (1.220 mld); mentre le percentuali del commercio mondiale sono: area euro 30,3 per cento, Usa 15,7 per cento, Giappone 5,45 per cento.
Con l'allargamento, nel 2004, dell'Unione europea a venticinque paesi, le stime prevedono 10.979 mld di euro per gli Stati Uniti, 9.231 per l'Unione europea, 5.403 per il Giappone34.
Per lo stato abituato a essere il primo, trovarsi gomito a gomito con un'altra indiscutibile potenza economica è una prospettiva inquietante. L'articolo di Gerard Baker sul "Weekly Standard" riflette appunto questo stato d'animo. Ormai mettere al passo l'Europa, la Russia, il Giappone, veri attori strategici e ostacoli concreti all'egemonia americana, "è obiettivo inaccessibile perché smisurato"; eppure "deve trovare una soluzione, reale o illusoria, alla sua angosciante dipendenza economica; deve restare almeno simbolicamente al centro del mondo e per questo mettere in scena la sua potenza, anzi, la sua onnipotenza". È per questo che assistiamo allo sviluppo "di un militarismo teatrale" che non risolve i problemi e che se la prende con micropotenze, attori minori come Iran, Iraq, Corea del Nord, Cuba35.
In questo contesto, la guerra in Iraq risulta essere un banale epifenomeno. Certo, essa ha messo in luce le due visioni diverse che l'America e parte dell'Europa hanno dei rapporti tra gli stati; tuttavia, non si sarebbe giocata una simile partita tra le due sponde dell'Atlantico attorno al punto che l'Europa giudica irrinunciabile: il diritto internazionale. Anche per quanto riguarda la decisione degli Stati Uniti per la guerra, mettiamoci pure tutti i motivi che a noi paiono plausibili (controllo dell'area, petrolio, deterrenza all'armamento nucleare), ma non arriveremo a motivazioni sufficienti. Perché, secondo lo storico Immanuel Wallerstein, "l'altro obiettivo è più ambizioso e riguarda l'Unione europea. La guerra serve a prevenire la costruzione di un altro protagonista del sistema mondo"36.
Come sia potuto accadere che in breve tempo, forse in appena due anni, forse in meno, le due "entità" dell'Occidente siano passate dall'alleanza, dal sincero "siamo tutti americani", alla concorrenza, al conflitto, nessuno riesce a darne una ragione soddisfacente. E poiché non siamo in uno di quei periodi in cui le classi dirigenti sono attori consapevoli, "antropomorfe" come dice Todd, che decidono la direzione da seguire, "le posizioni reciproche dell'Europa e dell'America verranno decise da fattori pesanti e non coscienti. La forza delle cose, come si diceva un tempo, separerà l'Europa dall'America"37. Non è del tutto escluso che la storia abbia un suo senso di marcia a noi completamente sconosciuto, e d'altra parte è nell'ordine delle cose di chi guarda al mondo con gli occhi della geopolitica nutrire una certa fiducia deterministica nella storia. L'Europa ha un'economia forte e un andamento demografico debole, una tecnologia altrettanto forte e una classe politica praticamente inesistente, anzi, persino l'Europa è inesistente, se non nella dimensione del libero scambio e di una moneta unica per dodici paesi. Dev'essere davvero la forza delle cose. Che, a proposito, può contare sulla forza della tecnologia europea, misconosciuta e disdegnata.
Anche Eric Hobsbawm cade nell'errore e in modo del tutto incomprensibile riesce ad attribuire persino alla Cina una grande capacità tecnologica, che non possiede, se non in quanto riproduzione e assemblaggio manifatturiero di schemi e componenti disegnati da altri. In questo campo si sente davvero la manipolazione esercitata dai media con i loro articoli insulsi, disinformati, di pubblicità mascherata. Certo, Bill Gates è la persona più ricca del mondo, ma non è Microsoft che fa il livello tecnologico: Microsoft è solo un esoso produttore di banalissime macchine per scrivere. All'intervistatore che gli rimproverava: "Dimentica la tecnologia avanzata. L'Europa non ha più un'industria di grandi computer", Todd rispondeva: "Lei ha una visione consumistica dell'informatica: pensa troppo ai pc portatili; l'informatica è qualcosa di più complesso"38.
Chissà perché, quando il discorso cade sulla tecnologia saltano fuori i personal computer, ma forse è normale che nella società dello spettacolo la tecnologia sia rappresentata dalle modeste cose che la pubblicità raffigura. E così i robot industriali cinque volte più numerosi in Europa e in Giappone che in America non vogliono dire niente; così come pare essere privo di significato il fatto che il consorzio aeronautico europeo Airbus sia diventato il primo produttore mondiale superando l'americana Boeing; o il sistema di rilevazione satellitare Galileo che ancora prima di essere attivo ha già ridotto il gps allo stretto mondo statunitense; o la piattaforma europea dei telefoni mobili gsm diffusa in tutto il mondo; oppure il protocollo tcp/ip, il noto www senza il quale non sarebbe possibile la navigazione internet, messo a punto al Cern di Ginevra; o ancora la piattaforma mp3 che rende possibile il trasferimento digitale dei brani musicali, e fa ammattire le case discografiche, brevettata da un ingegnere piemontese.
Gli Stati Uniti avranno per lungo tempo ancora il vantaggio di un "enorme ascendente 'mentale'..." - come lo chiama Védrine - sulle élites europee e sulla popolazione in genere. Facilitati, in questo, da classi dirigenti che avranno probabilmente bisogno di molto tempo per elaborare una loro autonoma visione del mondo. In quanto alla classe politica sarebbe persino capace di fermare la lenta, contraddittoria, faticosissima marcia dell'Unione europea. Il fatto che la Carta costituzionale debba essere approvata lo stesso giorno dai venticinque paesi può offrire il destro a qualcuna delle "quinte colonne" statunitensi di fare saltare tutto. Se non lo faranno è solo perché non hanno abbastanza fegato per una vera azione di sabotaggio39. Può darsi che abbiano ragione i francesi, sul "médiocrate Berlus", a proposito del turno di presidenza al Consiglio europeo: "Laissons-le se noyer dans son brouet" (Lasciamolo che si anneghi nel suo scipito brodetto).


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