Nedo Bocchio

Conflitto in Iraq, media e giornalisti
La (seconda) guerra (mondiale) è finita


Il mondo sta mutando davanti ai nostri occhi, ma non è il lento mutare nel tempo che scorre, dentro al quale noi mutiamo con esso. Quello dentro al quale ci troviamo è un mutamento epocale, uno di quei periodi che nei manuali di storia danno il titolo alle sezioni.
"Credo che siamo nel mezzo di grandi trasformazioni nella politica internazionale. Come si trasformò nel 1815 con il Congresso di Vienna, e poi con l'unificazione della Germania nel 1871 e le due guerre mondiali del secolo scorso". L'affermazione è di Condoleeza Rice, consigliere per la Sicurezza nell'amministrazione Bush.
Noi non abbiamo ragione di non crederle, soprattutto se un altro statunitense di lungo e prestigioso corso nell'amministrazione, repubblicano come mrs. Rice ma di scuola politica avversa, Henry Kissinger, si dice convinto che stia avvenendo "un fatto essenziale: il passaggio dal sistema internazionale creato nel 1648 dal Trattato di Westfalia a un nuovo sistema ancora in gestazione".
Il problema di come definire l'epoca della quale siamo testimoni, ricorre da qualche tempo. Da alcuni è stata definita "the after-after Cold War", "il dopo-dopo guerra fredda"; da altri "il dopo-dopo Muro di Berlino". Sono definizioni ormai vecchie che scontano lo svanire dell'effetto "caduta del muro, fine degli stati comunisti". Anche perché svanendo l'effetto propagandistico, a tutto il mondo risulta chiaro che se oggi è rimasta una sola superpotenza mondiale, questo non è dovuto a una vittoria sul campo, ma al crollo interno della potenza avversaria. Lo sanno anche Condoleeza Rice e Henry Kissinger che la potenza "unica" mondiale è la risultante di una sottrazione e non già del palingenetico finale di confronto.
Tuttavia, a quattordici anni dalla caduta del muro, e senza che l'unica superpotenza mondiale lo abbia determinato, il mutamento epocale a cui stiamo assistendo è questo: la fine della seconda guerra mondiale, dei suoi corollari e delle conseguenze che quei corollari hanno prodotto nei decenni successivi. Mentre l'amministrazione Clinton aveva ancora davanti a sé la carta geopolitica di Yalta, sia pure in scomposizione, l'amministrazione Bush si è trovata a lavorare in una realtà mondiale in cui persino la propria potenza, la superpotenza "unica", non deriva più dall'evento che cinquantotto anni fa ridefinì il mondo.
Si tratta soltanto di sottili distinzioni nominalistiche? Niente affatto. Sono inquadramenti che orientano in diverso modo la percezione di sé e del mondo. Attività cognitiva piuttosto importante in politica, poiché, come ci ricorda Paolo Ceola nel suo libro "Il Labirinto": "tutti i gruppi umani, e quindi le classi militari che essi esprimono, si sentono accerchiati dal resto del mondo: la percezione geopolitica è singolarmente e noiosamente la stessa ovunque: tutti si sentono 'l'ombelico del mondo', mentre il resto degli umani ruota attorno con fare minaccioso".

A differenza della prima guerra del Golfo, sulla quale la strategia informativa del Pentagono aveva posto un pesante embargo, nella guerra all'Iraq il medium televisivo e la carta stampata hanno marcato una presenza come mai precedentemente si era verificato in un evento bellico.
L'amministrazione Bush ha adottato una strategia informativa a largo raggio, concedendo ai giornalisti di potersi aggregare alle truppe (embedded) oppure di restare autonomi (free). Dalla sola parte del fronte alleato sono stati ben più di mille i giornalisti impegnati a raccontare la guerra, di fatto ventiquattr'ore su ventiquattro. Una massa mostruosa di informazioni, che ha confermato ancora una volta come, in questo campo, la quantità produce essenzialmente rumore di fondo, cancellando la possibilità di informare.
La rappresentazione giornalistica della guerra in Iraq ha portato nuova esperienza per ricalibrare una seria critica al sistema dei media. La televisione italiana, per esempio, smentendo il luogo comune che la vuole al traino dei format americani, ha dato prova di saper innovare radicalmente la corrispondenza di guerra. Con successo, se l'autrice dei due ormai celebri scoops trasmessi dal Tg3: il primo missile su Baghdad e l'arrivo dei carri americani in piazza Paradiso, di fronte all'altrettanto celebre Hotel Palestine, è risultata essere il giornalista in testa ai sondaggi. Quegli stessi sondaggi ci hanno resi edotti che il punto più denso di significato, secondo i telespettatori, stava nel fatto che la maggioranza dei corrispondenti televisivi italiani in guerra era formata da donne.
Il cosiddetto lettore informato a questo punto vacilla; ma è uno stordimento dal quale si riprende subito. Accantona ogni considerazione sul sesso dei giornalisti, e prende il dizionario d'inglese: "scoop, n. (gergo giornalistico) notizia in esclusiva; to scoop, v. t. (gergo giornalistico) impadronirsi di una notizia in esclusiva". Uno scoop è dunque una notizia che il giornalista si procura, di cui va alla ricerca e ne costruisce la possibile rappresentazione. Avere inquadrato il primo missile che cade su Baghdad non è quindi uno scoop, ma un concreto par hasard (che, tra le altre cose, salva le quattro idee che mi sono fatto di questa professione). Quanto al secondo scoop, l'arrivo dei carri nella piazza di fronte all'Hotel Palestine reso con un eccitato "ecco, ecco gli americani... sono entrati a Baghdad", è sufficiente ricordare che molti altri giornalisti hanno raccontato il "loro" incontro con gli americani, in punti diversi della città (Baghdad ha un diametro di 50 chilometri), chi due chi quattro ore prima della nostra innovativa inviata.
Alcuni hanno parlato di spettacolarizzazione, ma credo sia un modo vecchio di vedere. È invece qualcosa di nuovo, qualcosa che coinvolge la percezione generale di un evento tragico come la guerra e di quella che può essere la sua rappresentazione giornalistica; del rapporto che il telespettatore intrattiene con l'evento e del rapporto che intrattiene con la rappresentazione dell'evento. Ciò che le lunghissime dirette hanno proposto è un linguaggio di sole immagini, dove al cronista spetta di indicare, alla stregua di un cicerone, le scene che scorrono sullo schermo: "il missile è caduto su un palazzo...", "è un palazzo presidenziale...", "il palazzo è in fiamme...", "il botto è stato terribile...". Una sorta di telenovela che pretende di rendere, con gli stessi tempi della vita, la rappresentazione della vita; che ha la pretesa di rappresentare in tempo reale l' "evento mediatico per eccellenza", com'è stato ossessivamente definito. Rappresentazione falsa e manipolata, ma estremamente appagante per un pubblico che non è in cerca di notizie (dunque di racconti mediati), ma di entertainment (in italiano un modesto intrattenimento), quella forma di passatempo che la new economy (oggi miseramente fallita) ha tentato di spacciare, inglobandola in tutte le sue cosiddette nuove tecnologie, come quintessenza del vivere.
È così che "l'evento mediatico per eccellenza" ha prodotto a suo modo informazione: ci ha informati sullo stato dell'informazione e della ricezione dell'informazione in Italia. Il che non è cosa da poco se pensiamo che, per manifestarsi, ha bisogno della dimensione eccezionale. In Italia soprattutto, dove, in tempi normali, i tre quarti dell'informazione sono composti da notizie interne al paese e il rimanente quarto da notizie internazionali, ma interpretate e piegate in funzione interna al paese. La rappresentazione giornalistica della guerra ha ricalibrato la comprensione del fenomeno informazione, permettendoci di constatare come il rispecchiamento reciproco di televisione e spettatori ha raggiunto in Italia un livello peculiare nel panorama europeo.
Non migliore prova hanno dato i grandi quotidiani nazionali. Tra questi, il quotidiano torinese si è distinto per avere onestamente ammesso la propria incapacità a presentare l'evento con le sue proprie forze. L'ha fatto con una serie nutrita e continua di firme da giornali stranieri in copyright (esempio poi seguito da tutte e tre le principali testate nazionali); mentre "La Repubblica", partita con articoli firmati da giovani e generosi corrispondenti, decideva presto di tornare alle collaudate firme dei vecchi inviati.
A un certo punto della guerra, alcuni parlamentari hanno accusato due inviate della Rai, proprio le due più votate nel sondaggio citato, di essere "megafono del regime di Saddam Hussein". Non si sono posti il problema, i nostri deputati, se i servizi televisivi fossero o non fossero servizi di informazione; non le hanno sentite collaterali a "sé" e dunque le hanno accusate di essere collaterali agli "altri". È stato uno straordinario esempio di come nelle società contemporanee tutto si tiene. E tutto si rispecchia: la classe politica si rispecchia nella società e il sistema dei media si rispecchia nella classe politica e questa in quello e in quell'altra e quell'altra in questo e in quella, in un gioco di mise en abîme da capogiro.

C'è una questione relativa all'informazione nel nostro paese? Il sistema dei media svolge il suo compito in modo accettabile verso il pubblico a cui va indirizzata un'informazione di primo livello? E il pubblico informato, trova sui media le sue pagine, le sue notizie? Vi trova il proprio ruolo: quello del lettore che in quanto informato si fa controllore di ciò che la notizia porta o non porta, di come una notizia è data, di che cosa è detto, non detto, travisato o traviato?
Adriano Sofri prova a ragionare, sulle pagine de "La Repubblica", di modelli storici applicati. Quello degli Stati Uniti è un comportamento napoleonico? Dev'essere piuttosto considerato sotto la categoria del cesarismo? Oppure bisogna ricorrere alla nozione di trotzkismo?
Sui quotidiani è stato questo l'interrogativo principe: qual è il precedente nella storia? In quale contesto lo dobbiamo inquadrare?
Gli italiani hanno uno strano legame con la storia, che in genere fanno discendere dalla "loro" storia, che poi sarebbe quella modesta rappresentazione onirica scritta sui manuali scolastici. Che la realtà sia una cosa dura e contundente - la guerra è esattamente dura e contundente perché reale - e che non dipenda dalla storia che loro hanno immaginato, non li sfiora nemmeno. Pensano: "Da qualche parte e in un qualche altro tempo questa cosa dev'essere già avvenuta". E dunque Bush non può che essere la copia di qualcun altro. Magari non Hitler, perché è sempre bene non esagerare, ma di qualcun altro certamente.
Gli italiani "studiati" amano rifarsi ai due o tre personaggi che hanno sentito nominare. Questa volta va per Trotzki, Napoleone, Cesare. Sono stati personaggi molto nominati, un tempo, nei luoghi in cui si parlava di politica.
Sofri, con molta onestà, scrive: "Alludo a zavorre e contraddizioni che, più o meno, mi porto addosso. Il fatto è che una così temeraria e arrogante offensiva dell'amministrazione americana suscita un vero sconquasso nelle nostre idee correnti". Purtroppo, le zavorre, non ha avuto il coraggio di affrontarle, si è perso in polemiche inutili e molto italiche, e le idee correnti sono rimaste fisse e immobili.
Anche i giornali non riescono a gettare le zavorre e le idee correnti. Se lo avessero fatto, avrebbero potuto avviare la frazione di pubblico che a qualsiasi livello maneggia i temi relativi alla politica, alla decisione in politica e alla strategia che sta sotto la politica, al possesso di una conoscenza un poco meno approssimativa dei fatti.
Non essersi accorti che la seconda guerra mondiale è finita, starci ancora mentalmente dentro, comporta intendere in modo distorto le dinamiche dell'oggi. È questo che si può tranquillamente affermare: in Italia, il sistema dei media e il sistema politico: istituzioni, partiti, classe politica, sono rimasti ancorati all'assetto della seconda guerra mondiale. Per i media e per la politica italiana la guerra fredda non è finita, il muro non è stato abbattuto, il comunismo è una minaccia, il fascismo sta sempre sulla porta e il mondo è bipolare. Mentalmente bipolare. È per questa ragione che la parte antiamericana, il cui schema d'interpretazione è esclusivamente ideologico, alla guerra imperiale americana ritiene si possa reagire solamente con i movimenti pacifisti e no-global, e magari sognando che Saddam Hussein (eletto per la bisogna alleato) si trasformi in un novello Ho Chi Min. Mentre per l'altrettanto ideologica parte filoamericana l'alleanza - subalterna - con gli Stati Uniti è la vita stessa, l'Unione europea nient'altro che il supermarket di prossimità, i francesi i soliti gollisti fanfaroni, gli inglesi spocchiosi e "perfidi" ma così prossimi al cuore del presidente che è opportuno recarsi sovente a Downing Street, a omaggiarli di caldi abbracci e umidi baci mediterranei.
L'obiettivo che i quotidiani avrebbero potuto facilmente conseguire è relativo alla frattura, in questi mesi vistosamente evidente, tra l'analisi delle riviste specializzate e lo sguardo della politica politicante - sguardo complementare alla visione ideologica - che gli inviati italiani posano sugli avvenimenti internazionali. Il deficit di informazione che ne è derivato spiega la palese incapacità di comprendere come si siano prodotte, nel campo internazionale, tante posizioni e molteplici complesse conseguenze. In questo vuoto di strumenti utili per capire, è stato agevole per le tesi propagandistiche intrufolarsi e fare breccia.
Ora - siamo nei primi dieci giorni di maggio - appaiono, qui e là sui giornali, articoli sui "neocons" (il termine è naturalmente diventato di moda, tutto è moda da noi) e sulla lotta che li oppone ai realisti e ai multilateralisti; si fanno nomi di studiosi i cui libri sono stati scritti tre o quattro anni fa, ma non sono ancora tradotti in italiano (ma loro scritti sono apparsi in questi anni sulle riviste specializzate e le loro tesi dovrebbero essere note); talk show fanno girare alcuni studiosi che a frasi presto interrotte tentano di spiegare che cosa sono, davvero, i rapporti internazionali.
Bisogna riposizionarsi. È la nuova parola di moda. L'ex ministro degli Esteri, Gianni De Michelis, ha affermato che lui può dire quanta fatica sia costata, ai suoi tempi, far accettare agli americani l'idea dell'euro. Se n'è accorto dieci anni dopo che non volevano la moneta unica.
Paolo Garimberti, in un'ottima trasmissione curata da Giovanni Minoli per Rai Educational - un esempio che anche la televisione può confezionare buoni programmi di approfondimento e studio, salvo andare in onda alle 9 di mattina o alle 2 di notte - sull'evoluzione della strategia statunitense e sull'assetto di comando, ha sostenuto che lo scontro all'interno dell'amministrazione Bush, durato più di un anno, è rimasto sconosciuto, che nessuno ne ha parlato e nessuno lo ha seguito non solo tra gli europei ma anche tra gli americani, e non perché sia stato tenuto sotto traccia o coperto, nient'affatto, è che - ha sostenuto Garimberti - nessuno ha avuto per quel dibattito, per quello scontro, l'interesse perfino intellettuale di sapere che cosa fosse e di capire che cosa volesse.
Pur se corre l'obbligo di smentire che lo scontro tra le due e più anime dell'amministrazione statunitense (la lotta tra anime diverse è una costante) non sia stato seguito (i diversi gruppi sono stati analizzati come un cadavere sul tavolo dell'anatomopatologo; sono i corrispondenti, semmai, che non leggono i saggi di geopolitica), l'annotazione di Garimberti va colta con estremo interesse. Vuol dire che qualcuno con gli occhi aperti e la mente lucida c'è, e vuol dire che Garimberti si è sentito disarmato di fronte ad avvenimenti che non riusciva a interpretare con gli strumenti di cui era dotato.
Una falla tuttavia c'è stata. Una disattenzione che ha prodotto stupore e incredulità, quando il comportamento inatteso si è manifestato. La falla è relativa al comportamento della Francia. Certo, anche della Germania, del Belgio e della Russia. Ma a ben vedere è la posizione caparbiamente tenuta dalla Francia che ha suscitato stupore. Nessuno se l'aspettava. Eravamo tutti propensi a credere che fosse solo una questione di tempo e di opportunità e che dunque, al momento giusto, l'opposizione sarebbe rientrata. Il che vuol dire che nessuno si era seriamente occupato di come la Francia percepisce gli scenari internazionali, e di come trasforma la percezione in possibile strategia (si può scommettere che molti, ancora oggi, sono pronti a ribattere con sarcasmo: "Perché, la Francia ha una strategia?").
In Italia, la Francia è stata sistemata per sempre con la seconda comparsa di De Gaulle. È da allora che gli italiani hanno smesso di avere una sia pur modesta idea della République, dei francesi e della loro classe politica. Per gli italiani i comportamenti dei politici francesi sono semplicemente gollisti. E con tale definizione credono di dire qualcosa, anzi, pensano di liquidare tutto.
È questo che comporta non essersi accorti che la seconda guerra mondiale è finita.