Nedo Bocchio
Ricordo di Anello Poma
"l'impegno", a. XXII, n. s., n. 1, giugno 2002
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Fine agosto dello scorso anno, in viaggio con mia moglie. Primo pomeriggio di un giorno iniziato con la
partenza da Albi, avendo come meta Andorra la Vella. La via usuale passa da Toulouse: un percorso ben servito da
superstrada e autostrada, ma non ci va di stare su arterie trafficate né, meno che meno, abbiamo intenzione di entrare nei
gorghi di una grande città. Puntiamo in direzione di Castres, per una nazionale che attraversa un solo villaggio,
tagliando tra deboli colline ricoperte di girasoli. Una sinfonia di gialli a perdita d'occhio. A Castres bisogna tuttavia
virare verso Revel per non finire a Carcassonne, entrando così - ce ne accorgeremo subito - nell'ultimo scampolo che
sia forse rimasto di Midi povero e appartato. Revel e poi Castelnaudary: un crocevia di strade dipartimentali che
sembrano scambiarsi con il Canal du Midi in un sistema di vie ricco quanto la rosa dei venti e di nessuna importanza.
È mezzogiorno, la temperatura è torrida e afosa. Mazères è un piccolo villaggio che promette un pasto. Anzi una
pizza. Nell'assoluta povertà del locale spiccano una bandiera italiana e alcuni stendardi di squadre calcistiche, anche
italiane. La giovane donna che serve ai tavoli, la padrona del locale, dice che suo nonno era di origine italiana, ma non
sa dire da quale parte provenga. Non conosce una sola parola d'italiano.
Nelle prime ore del pomeriggio, la piana è schiacciata dall'aria stagnante. Lavori in corso ci dirottano su di
una strada locale che sembra puntare ai Pirenei come una freccia. Visti da questa prospettiva sono una sorta di
lungo portone chiuso sull'aria bollente, una serie di punte e passi che dal colore dell'atmosfera non promettono nulla
di buono nemmeno a quell'altezza. Siamo in terra catara, ma qui non c'è nulla che richiami alla mente una
qualche possibilità di difesa. Il sistema collinare attorno ad Albi e poi, dall'altra parte della piana, già a Pamiers e più
ancora a Foix, dove sorgono i primi contrafforti pirenaici, picchi di 2.300 metri che salgono dal nulla dell'Ariège,
lascia intendere come i catari abbiano potuto tenere testa per anni all'armata del re e della Chiesa. Il
"pog"1 del Montségur, luogo dell'ultima resistenza terminata tra le fiamme di una gigantesca pira e montagna simbolo dei paesi
occitani caduti sotto il ferro dei Capetingi, si affaccia dalla prima fila sulla piana dell'Ariège. Siamo nella terra della
"lenga d'òc", ma già da queste parti è iniziato il lento trasmutare verso il "català", che terrà dominio fino a Valencia e
nel minuscolo Principato di Andorra siederà, anche in secoli bui, sul trono di lingua ufficiale.
***
In genere, i memorial francesi della Resistenza si annunciano da lontano e hanno un che di autorevole nella
loro presenza, perfino di imperioso. Si ergono sul ciglio di una strada maestra o comunque sulla strada vi sono
efficaci segnalazioni quando il memorial si trovi in luogo appartato e non attraversato da vie importanti. Si avverte che
il loro senso e la loro funzione è principalmente pedagogica e non si accontentano di essere - come da noi è di
gran moda da qualche tempo a questa parte - un omaggio alla "memoria". La differenza sta nel fatto che i
memorial francesi, di qualsiasi dimensione essi siano e a qualsiasi testimonianza essi siano votati, sono espressione diretta
e inconfondibile dello stato e della sua autorità. Da qualche parte, in apertura o in chiusura di messaggio, si
troverà sempre uno di questi due imperativi: "rappelez vous", "souviens toi". L'impronta d'autorità è chiarissima,
poiché in ciò che va fatto è ben espresso che il fatto da ricordare è ciò che fonda il principio stesso di autorità. Forse
l'attuale italica moda della "memoria" manca perfino degli elementi concettuali per capirne la differenza. Il Memorial
del Vernet d'Ariège ci viene incontro così, nel baluginare di vapori agostani, su di una strada che punta come una
freccia ai Pirenei che non promettono refrigerio.
Il Vernet. Il Vernet è un triste mito. È la tragedia della sconfitta, è la prova della sopravvivenza, è il resistere
alla condizione disumana. Certo, molto diverso dai campi di annientamento e da quelli che pretendevano essere
di "rieducazione", nondimeno una vicenda che mostra l'uomo - ma quante altre lo mostrano -, che mostra
l'uomo sconfitto e il suo guardiano, benché non sia costui il suo vincitore. Il Vernet di Arthur Koestler e di Anello
Poma2.
Non pensavo che il Vernet fosse qui. Come altri, avevo creduto che un altro Vernet, che promette "les Bains"
e che si trova un poco più a ovest e in alto, in posizione più consona al nome che porta, fosse quello vero. Invece
è qui, in questo spazio senza misura di campi già spogliati delle messi. Un muro in pietra che delimita un viale e
al fondo del viale un cancello. Il cancello del cimitero.
"Ho detto che è un campo rinomato: si chiama Le Vernet ed è il solo campo disciplinare in Francia dove
prigionieri di altri campi siano stati trasferiti per punizione - una specie di Isola del Diavolo a nord dei Pirenei.
Originariamente era stato creato, nel preludio spagnolo di questa guerra, per offrire ospitalità ai miliziani repubblicani sconfitti.
Il campo consisteva allora in trincee scavate nella terra gelata, dove lasciavano morire i feriti e ammalare i sani.
I primi lavori consistettero nel recintare di filo spinato il campo e nel costruirvi a fianco un cimitero; le prime file
di croci di legno recano tutte nomi spagnoli. Non c'è nessuna iscrizione tranne una incisa con un temperino da
qualche José, o Diego o Jesus:
Adiós, Pedro. Los fascistas volevano bruciarti vivo, ma i francesi ti hanno fatto morire
di freddo in pace. Pues viva la democracia.
In seguito costruirono delle baracche di legno, contenenti ognuna duecento uomini con uno spazio vitale di
50 centimetri di larghezza; e quando furono pronte, tutto il campo venne evacuato perché una commissione di
controllo l'aveva giudicato inabitabile. Restò vuoto qualche mese, in balia dei topi e delle cimici; poi scoppiò la guerra e
si riempì di nuovo di una strana folla di uomini venuti da tutte le regioni d'Europa; i giornali francesi li
avevano amabilmente chiamati 'la schiuma della terra'.
Erano in parte gli ultimi mohicani delle Brigate Internazionali, e in parte gli esuli politici di tutti i paesi
fascisti. La Sûreté, che non aveva mai smesso di essere lo strumento della politica di Bonnet e Laval e che dal
settembre 1939 aveva la sua Vichy in bottiglia pronta per la vendita, decise che la prima cosa da fare in una guerra
contro Hitler era di mettere sotto chiave tutti gli antinazisti notori. Per far digerire all'opinione pubblica questo
pogrom personale della Sûreté contro la sinistra, la 'schiuma' fu condita con un venti per cento di malfattori autentici,
magnaccia, trafficanti, travestiti e altri ceffi del mondo equivoco di Montmartre.
Ma il restante ottanta per cento che avevano gettato al letamaio era composto da coloro che questa guerra
l'avevano cominciata per proprio conto nel 1930 e anche prima; coloro che avevano bevuto l'olio di ricino di Mussolini, e
che si erano stesi sui cavalletti della tortura della
Siguranza a Bucarest; che si erano seduti sui banchi del ghetto di
Lvov e avevano conosciuto le sferze d'acciaio delle SS a Dachau; che avevano stampato clandestinamente
volantini antinazisti a Vienna e a Praga e, soprattutto, che avevano combattuto durante il preludio dell'Apocalisse in
Spagna. Sì: sono fiero del mio distintivo del
Vernet"3.
Il cimitero è tutto ciò che resta di un campo che ha accatastato ventimila internati in baracche di lamiera e
legno tra la merda, il vomito, il fetore delle epidemie e dell'immondizia. La terra ha fatto il suo lavoro, ha ripulito
uno spazio che doveva essere enorme, incorporando in sé e rigenerando "probabilmente la più cosmopolita
collezione di teschi dopo gli ossari dei
crociati"4.
Sono rimaste un centinaio di tombe. Non sono tombe dimenticate. Molte sepolture sono state volutamente
lasciate qui, a riposare per sempre tra quelli che "crociati lo furono davvero, l'orgoglio di un continente in decadenza,
i pionieri di una lotta per la salvaguardia della dignità
umana"5.
Ci sono due pini che fanno ombra alle tombe. In questa stagione hanno pigne mature ma le squame sono
ancora chiuse, e il colore bruno contrasta fortemente con il verde cupo degli aghi. Ne tagliamo due rametti. Nello non
è mai più tornato al Vernet. È stato ad Argelès, è stato a Gurs, ma non al Vernet. Ci sembra che quei rami siano più
di un simbolo. Ci sembra che in sé, nella linfa che li ha nutriti, abbiano incorporato l'aura sacrale del luogo. Un
ricordo e un omaggio al vecchio combattente. E subito ci coglie un senso di smarrimento. Arriveremo in tempo per
portare questo omaggio? Per portare questo pezzo di terra che lo imprigionò ma non lo volle?
***
L'ultimo incontro risaliva ai primi giorni di agosto: un pomeriggio a Rosazza, dove ci aveva dato
appuntamento, e poi, comprato del pane e del formaggio, eravamo tornati a casa a consumare una cena frugale. È stata molto
calda l'estate dell'anno scorso. Per sfuggire alla calura di Biella, a Nello piaceva farsi portare a Rosazza e godere il
fresco nel delizioso giardino pubblico. Eravamo in ritardo sull'ora indicata. "In ritardo come al solito", disse con tono
di rimprovero. "Sei sempre stato in ritardo". Era il suo modo di accogliermi. Sanzionava il mio comportamento
così da poter esprimere solidarietà a mia moglie: "Come fai a sopportarlo"?
C'era Rosy e non c'era l'affezionata Daniela Bianchetto, che ci raggiungerà a casa più tardi. Le donne se ne
erano andate a fare due passi e Nello, del tutto inaspettatamente, iniziò a tracciare un bilancio della sua vita. Non era
il tipo d'uomo che si lasciasse andare a confidenze troppo personali. Nemmeno era suo costume esprimere in
modo palese i suoi sentimenti verso una persona, così come non avrebbe gradito che in modo troppo esplicito gli
venissero manifestati i sentimenti provati nei suoi confronti. Con questo non intendo dire che non abbia raccontato la sua
vita privata. Lo ha fatto più volte, ma sempre con grande distacco, allo stesso modo e con lo stesso tono che usava
nel raccontare le vicende della sua vita pubblica. "In fondo sono stato fortunato", era stata la conclusione quel
giorno, "ho avuto la vita che ho desiderato e per la quale mi sono battuto. Certo, con questo colossale fallimento, il
finale non è stato particolarmente brillante, tuttavia, della mia vita, non rinnego niente e non ho nulla di cui pentirmi".
Proprio di questo aveva parlato: del "colossale fallimento". Sul quale credo avesse aperto da molto tempo un
fronte tutto interiore, che lasciava trasparire all'esterno solo attraverso rapidi squarci: battute, giudizi, analisi
taglienti. Normale espressione di un genio "eterodosso", dirà qualcuno.
Sulla panchina del giardino pubblico, aveva passato in rassegna il primo decennio della sua attività
politica. Forzatamente, anni di guerra. Molto tempo fa mi aveva confidato che gli sarebbe piaciuta la carriera militare.
L'unica carriera che avrebbe potuto distoglierlo dal fare politica. Forse questa era la sua intima essenza. O, forse, in
questo modo sono stato indotto a pensare poiché, nel suo riferirsi agli anni dedicati al "grande progetto" che si rivelerà
un "colossale fallimento", giganteggiavano gli anni della Spagna e della guerra di liberazione. Forse sbaglio, forse
questo mio è un riflesso condizionato: eppure mi paiono gli anni della sua vita, e mi è parso che lui li cogliesse come
gli anni più produttivi, rigogliosi, degni di essere stati vissuti. Anni dai quali non è venuto un tradimento. La sera
a cena si era parlato di narrativa sulla Resistenza e del poeta Nino Costa; ancora un accenno al "grande
fallimento" e poi aveva troncato con sarcasmo un discorso che stava scivolando nella politica di partito. Questo tema, un
tempo usuale argomento di conversazione, lo infastidiva. Quando affiorava, la sua richiesta suonava più o meno così:
"Per quello che mi resta da vivere non annoiatemi con queste cose". Parlare di politica, invece, non lo annoiava
affatto. Quella sera a cena parlò in termini decisamente positivi dei giovani tornati a manifestare e delle posizioni
anti-globalizzazione. Tuttavia, capitò una cosa che tra di noi non era mai successa: lo avevo lasciato parlare
senza interrompere - il nostro confronto è sempre stato costellato di battute, di intromissioni e di plateali gesti di
dissenso - e alla fine non me la sono sentita di dirgli che non ero d'accordo, che ritenevo i giovani no-global fuori
strada, prigionieri di una ideologia, eccetera eccetera eccetera.
I due rametti di pino sono rimasti per un po' sulla credenza, in attesa di essere consegnati. Ogni giorno li
guardavo e il pensiero era lo stesso del giorno al Vernet: il timore di non arrivare in tempo. Ma ora, di mezzo, c'era solo
la mia irresolutezza. La stessa che Nello era solito sanzionare con il suo: "Sei sempre in ritardo".
È verso la fine di settembre che finalmente, e già sapendo che le cose non andavano bene, mi sono deciso per
una visita. Nello era a letto e la famiglia era al completo: Rosy, il figlio Italo, Daniela. Ci dissero che era
condannato. Si era alzato, rimanendo con noi un'oretta; poi la stanchezza aveva avuto il sopravvento. Ma in quell'ora, la
memoria sollecitata era tornata alla amata Spagna e ai sofferti campi di internamento: ad Argelès, a Gurs, al Vernet; e alla
storia che mi ha raccontato tante volte dell'amicizia con un combattente anarchico col quale aveva diviso la
trincea scavata nella sabbia gelida di Argelès. Il Partito non gradiva, il Partito lo sanzionava, il Partito imponeva di
tagliare quell'amicizia contraria alle direttive. Lui attese che fossero i
miliciens della Garde Mobile a separarli,
quando iniziarono a dividere gli internati sulla base dell'appartenenza partitica. A lui comunista toccò Gurs;
all'amico anarchico chissà quale altro campo. E non lo vide più.
***
Avevo conosciuto Anello Poma nel 1966. Intendo una conoscenza vera e non quella di fama avvenuta
nell'infanzia attraverso i racconti di mia madre. Lui mi aveva visto neonato perché Nello veniva in casa nostra. Ho sempre
saputo degli incontri tra lui, mio padre e altri comandanti partigiani. Nello era il comandante più alto in grado. Erano
gli anni dell'immediato dopoguerra e quegli incontri, nei racconti di mia madre, avevano preso un che di
misterioso. Forse sono stati davvero incontri misteriosi. Misteriosi perché segreti. Che cosa preparavano, nella casa che
ospitava me, povero innocente? Preparavano la famosa rivoluzione proletaria? O stavano approntando le altrettanto
famose difese democratiche da opporre al presunto ritorno del fascismo? Confesso che in gioventù sono stato bruciato
dalla curiosità di sapere, ma non essendo riuscito a estorcere confessioni a un livello di comando superiore al
capopattuglia - persone che a quegli incontri proprio non c'erano -, avevo finito per lasciar perdere. D'altra parte, gli sforzi
di ricavare qualcosa dai due partecipanti coi quali intrattenevo rapporti di una qualche intimità, vale a dire mio
padre e Nello, naufragarono nel nulla. E ancora oggi, ne sono convinto, se chiedessi a mio padre: "Dimmi, ma allora
volevate fare la rivoluzione o cos'altro"? lui mi risponderebbe: "È troppo presto per parlarne, forse tra vent'anni, se
le condizioni politiche lo permetteranno".
Ho lasciato cadere la questione. Intendiamoci: non ho deposto le armi; piuttosto: ho maturato una mia
convinzione. Che è questa. Se avessero progettato la rivoluzione, non solo si sarebbe saputo, ma qualcuno lo avrebbe
rivendicato. Se avessero organizzato difese parallele ma alternative alle forze armate per contrastare un presunto pericolo
fascista, di certo oggi ci sarebbe una piccolissima, simbolica, ma gratificante pensione. Se dunque nulla di tutto ciò è
stato, nei misteriosi incontri avvenuti all'epoca in cui ero neonato si parlò - questa è la convinzione che ho maturato
- dell'unica, davvero unica, cosa che allora era veramente segreta e destinata a rimanere per sempre segreta. Il
segreto è che si parlò - di questo mi sono convinto - di come non farsi fottere (chiedo scusa per la parola ritenuta non
consona a un educato uso della lingua italiana, epperò efficace) dal Partito. Cioè di come non farsi fottere da chi a
Roma, non essendo stato nella Resistenza, era molto infastidito da questi tali che della montagna e dei loro scarponi
ne stavano facendo un mito, e che insistevano nel voler far spirare quel loro "vento del nord", che poi è nient'altro
che la gelida e fastidiosissima tramontana (e garantisco che a Roma è davvero fastidiosa), l'unico vento che riesce
a spazzare il sempre presente scirocco, attaccaticcio, molliccio e putrefacente, ma consustanziale allo spirito
della Città Eterna. Aspirazione del tutto velleitaria. Che si sappia, a memoria d'uomo e di cronaca, il vento di
tramontana non ha mai spirato sulla città per più di tre giorni
consecutivi6.
Gli incontri tra comandanti non produssero nulla. Entrambi, mio padre e Nello, furono fottuti, sia pure con
modalità e quantità diverse, pochi anni dopo. Non dal Partito, naturalmente, ma dal governo De Gasperi. La legge di
amnistia per i fatti successi nel corso della guerra civile garantì immunità e scarcerazione ai combattenti repubblichini;
e non evitò processi, condanne, contumacia e espatrio ai combattenti partigiani. Come si sa, nessuna legge è perfetta.
Tuttavia, non devo perdermi in anni così lontani, e per questo torno subito al 1966, al mio reale incontro con
Anello Poma che avvenne nella sezione di Pray del Partito comunista, in occasione di un programma di incontri, che
lui avrebbe tenuto, attorno alle figure di Marx, di Lenin, di Gramsci e alla storia del movimento operaio.
Allora ero, o da poco avevo cessato di esserlo, iscritto alla Federazione giovanile del Partito socialista.
Comunque sia, nell'anno dell'unificazione tra Psi e Psdi lasciai quel lido. Non ricordo quando entrai tra i giovani
socialisti. Ricordo solo che era stata una cosa curiosa. In quegli anni di prima formazione civile, i miei punti di
riferimento giornalistici erano l'Epresso, ancora in formato lenzuolo; le ultime annate del
Mondo, e l'Astrolabio, la rivista
di Ferruccio Parri alla quale ero abbonato. Dunque: Parri, non ancora sinistra indipendente, mito del Partito
d'azione, del liberal-socialismo e di Giustizia e Libertà, piuttosto che Partito comunista e Brigate Garibaldi. Questo, più
o meno, il mondo che mi stavo costruendo. A questo mio mondo del tutto privato, un giorno bussarono due
signori. Mi spiegarono per quali ragioni un giovane come me avrebbe dovuto entrare nel Psi, ovvero nella sua
federazione giovanile. Uno dei due signori era un socialista noto, nel mio piccolo villaggio; l'altro era Alberto Treves. Presi
la tessera del Partito socialista. Ciò che quel giorno non mi dissero, e che scoprii alla prima riunione, fu che ero,
sì, entrato a far parte del Partito socialista italiano, ma in modo delegato - per così dire. La mia prima e vera
appartenenza era da considerarsi alla corrente della sinistra lombardiana, e in quanto membro di questa corrente, anche al
Partito socialista.
Molti tra i miei coetanei erano iscritti ai giovani comunisti, alla Fgci. In quegli anni, in una vallata
industriale come la Valsessera, era normale che attorno ai diciotto anni si fosse iscritti a qualche cosa di politico. Chi non
lo era a un partito lo era all'Azione cattolica o all'Acli, organismi assolutamente politici e partitici. Ciò che mi
divideva da questi miei coetanei era la diversa pratica politica. Loro amavano il fare minutamente organizzativo
che contraddistingueva i comunisti. Una sezione di paese appena rispettabile aveva allora la stessa impronta, per
quanto riguardava i giovani, di un oratorio. E poi avevano le feste dell'Unità, la diffusione del giornale e mille
altri appuntamenti militanti. Insomma, una vita operosamente religiosa. Tutte cose che mi infastidivano molto e
che consideravo una grande perdita di tempo quando non un attentato alla libertà individuale.
Proprio per queste ragioni, nell'occasione di serate che nulla promettevano se non noia mortale, gli amici
pensarono che quella doveva essere roba per me, e mi invitarono. Tuttavia, non ci sarei andato, se non avessi conosciuto Anello
Poma quale misterioso frequentatore della mia casa; se non l'avessi conosciuto, devo aggiungere, come
personaggio che "prendeva cantonate", secondo il colorito linguaggio di mia madre - che continuava a riproporre, senza
saperlo, l'altrettanto colorito e simbolico linguaggio in uso tra i comunisti nei primi anni del dopoguerra. Per quel che
ricordo di quei racconti - per mia madre nient'altro che la memoria di anni ormai lontani - l'unico altro personaggio
a "prendere cantonate" era Umberto Terracini. Poma e Terracini. Loro due non avrebbero mai sospettato di
viaggiare in coppia, una coppia ammaccata dal non saper svoltare alle cantonate senza sbatterci contro. Per me una
garanzia di affidabilità.
***
Mi aveva affascinato, l'Anello Poma professore. Non al punto di cancellare le differenze che sentivo troppo
forti tra i miei interessi e quel lavorìo minuto, e a mio avviso privo di ogni pensiero o quantomeno di
coinvolgimento attorno alle motivazioni, della sezione comunista; epperò, mi costringe a riflettere che ci sono tipi nel
Partito comunista che io non conosco, altri tipi che lasciano intravvedere altri orizzonti, altre motivazioni che non
il geometrico allinearsi, altre relazioni e altri sentimenti. L'uomo delle "cantonate" mi era apparso un
provvidenziale demolitore di conformismi.
Ciononostante, una cosa allora sfuggiva alla mia comprensione e alla mia attenzione. Una cosa che è centrale
nel fare politica. Nella politica laica non meno che nella politica fideistica; in un partito d'impronta democratica
quanto in un partito d'impronta religiosa o totalitaria. Questa cosa è relativa a quanto comandi. Cioè, quanto potere
hai. Perché la politica è esattamente questo: la partecipazione al potere. Il potere esercitato. E un politico è tale per
quanto potere esercita e solo se può esercitare del potere è un politico. Certo, ci sono altri poteri che sembrano
confondersi con il potere di chi fa politica. Essere influenti, ad esempio, appare un grande potere, e in genere lo è. Chi è
in grado d'influenzare una o più persone, influenzarle in una data situazione o nei fatti quotidiani, è indubbiamente
in una condizione che può essere definita di potere: il potere di agire, essendo ascoltati, su persone che in genere
sono in posizioni di comando. Tuttavia tale condizione, tipica del consigliere, non deve ingannare. Chi prenderà la
decisione sarà pur sempre il consigliato, non il consigliere.
Alla scomparsa, i giornali biellesi hanno tratteggiato, con un sincero tocco di pathos, la figura di Anello
Poma come quella di "un politico eterodosso che nelle candidature alle elezioni politiche gli venne sempre preferito
qualcun altro". Una bella sintesi giornalistica buona per il grande pubblico; un'immagine d'effetto priva di qualsiasi
capacità investigativa; un assemblaggio di parole che vorrebbero sanzionare, ma non sanzionano niente. Urge chiarire.
Non è vero che ad Anello Poma "gli venne sempre preferito qualcun altro" al momento delle candidature. Su
questo particolare punto, la vita politica di Anello Poma, è stata molto poco competitiva, per niente conflittuale e
priva della pur minima possibilità di poter correre l'avventura. Perché Anello Poma non ebbe mai l'opportunità di
potersi misurare, al momento delle candidature, con gli altri candidati all'interno del partito. Semplicemente, Anello
Poma non è mai stato candidato e non è mai entrato in una rosa di persone candidabili alla Camera o al Senato. La
verità pura e semplice è che ai vari personaggi che hanno governato la Federazione comunista biellese non sarebbe
mai passato per la mente di candidarlo. Anzi, posso spingermi più in là e affermare che non lo avrebbero
nemmeno candidato al consiglio comunale di Biella - incarico che ha ricoperto per più di quarant'anni - se non fosse
entrato in quell'istituzione nelle elezioni del dopoguerra, quando Nello era soprattutto Italo, comandante partigiano di
grande prestigio.
Nel 1966, all'epoca del corso alla sezione di Pray, Nello aveva 52 anni e da due era privo di un incarico
politico effettivo. Cioè, per dirla in termini realistici, non aveva incarico per esercitare in modo significativo una
funzione di comando. Nel 1964, uscito dalla segreteria regionale piemontese - vi era stato quattro anni, con Ugo
Pecchioli quale segretario generale, da che nel 1960, per la prima volta, l'organismo era stato creato -, aveva assunto
la responsabilità della Lega dei comuni democratici, associazione degli enti locali di sinistra. L'uomo che nel
1955 diventa segretario generale della Camera del lavoro di Biella in un'azione di rinnovamento il cui senso
"andava ricercato, oltre che in un ringiovanimento dei quadri dirigenti, nel processo di revisione autocritica che la Cgil e
il Partito comunista andavano compiendo, sotto la spinta del deterioramento della capacità di presa del
sindacato"7; che al congresso del 1956 svolge una relazione che "si caratterizza per il tono e i contenuti nuovi rispetto al
passato"8; relazione che "bene rappresenta sul piano locale la svolta autocritica che la Cgil sta compiendo attraverso
un coraggioso dibattito; [e che] nello stesso tempo rivela i margini di autonomia di cui il sindacato locale si
riappropria"9; è lo stesso uomo che appena quattro anni dopo, all'inizio, ormai evidente, di un ciclo ben altrimenti positivo per
il sindacato, sarà oggetto di discussione "in via Belletti Bona, nella sede della Federazione comunista, [dove] in
una riunione della segreteria con un inviato della direzione del partito, si decide di cogliere l'occasione del V
congresso camerale e nazionale per promuovere un avvicendamento dei quadri sia alla direzione della Camera del lavoro
che nei tessili, categoria che con in suoi cinquantamila addetti rappresenta l'ossatura industriale ed economica
biellese e attraverso la quale si fa anche politica sul
territorio"10. La sostituzione di Anello Poma con Adriano Massazza
Gal risulta "discussa e conflittuale [...] non tanto perché quest'ultimo sia un quadro 'esterno' proveniente dal
partito, ma in quanto considerato, da un gruppo, come elemento di contrapposizione alla vecchia guardia dei
sindacalisti formatisi nel periodo clandestino e
post-Liberazione"11.
La parabola politica - politica nel senso di ruolo decisionale - di Anello Poma inizia nel 1945 e termina nel
1960. I quattro anni torinesi, dal 1960 al 1964, non saranno altro che il primo "scivolo", per dirla in termini
sindacali odierni, verso la pensione; ovvero verso l'estromissione totale da qualsiasi organismo: fosse esso di livello
decisionale o di compartecipazione. La pensione arrivò nel 1968. La Federazione comunista si liberava di Poma e
finalmente "scantonava" il tizio che, secondo mia madre, "prendeva cantonate".
***
Allora, di tutto questo non ne sapevo niente. Così come continuavo a ignorare quale fosse l'essenza del
convivere, quali fossero le regole del coesistere, dentro a un partito. Non ignoravo certo il problema rappresentato da gruppi
e coalizioni - "anime" o "sensibilità", come si usa dire oggi con linguaggio sempre più menzognero - che si
confrontano, si contrappongono e si combattono, visto che la posta in gioco non è affatto l'armonica composizione del
conflitto, ma il dominio. Tuttavia, ne avevo una percezione irreale: idealistica, come si diceva allora. Nel luglio del 1968
ne toccai con mano l'essenza quando, con vero sprezzo del pericolo e spegnendo ogni barlume di ragione, accettai
di essere nominato segretario provinciale dei giovani comunisti. Non ero iscritto alla Federazione giovanile
comunista. L'unica tessera che mi trovavo ad avere in tasca era quella del Club alpino italiano. Non svolgevo militanza
politica in senso tradizionale. Solo, mi era capitato di partecipare a un paio di cose locali attorno a temi di attualità.
Tra queste, la campagna a favore del Pci per le elezioni politiche. Forse, a una di queste iniziative, avevo
addirittura preso la parola (ho sempre avuto grandi problemi a parlare in pubblico). Può darsi che questo sia stato
sufficiente a farmi notare. Questo il mio errore. Qualche tempo prima della riunione che mi avrebbe "nominato" mi
presentai in federazione: tranne Poma, che già non era più funzionario, e Tempia, non conoscevo nessuno; tutte le
persone colà presenti mi erano completamente ignote, così come io ero del tutto sconosciuto a loro - se non per il
cognome che porto. Conoscevo però alcuni giovani che con me avrebbero composto quella che doveva essere una
direzione. Mi iscrissi alla Federazione giovanile dopo che ne divenni segretario. Già questa cosa sarebbe stata
sufficientemente buffa, se non ce ne fosse stata un'altra decisamente più seria: ed era che io non avevo la più pallida idea di
quale fosse il lavoro che doveva svolgere un segretario di federazione giovanile. Insomma, che cosa si doveva fare
nel corso di una giornata? Confesso che ancora oggidì non ho idea di come possa trascorrere la sua giornata un
segretario provinciale di partito, di come possa occupare il suo tempo. Comunque, con i miei compagni di avventura
qualcosa ci eravamo ingegnati a fare, salvo che, quel qualcosa, cozzava inesorabilmente contro la politica - e per essere
più precisi: contro ciò che si intendeva per politica - del Partito comunista. Quelli erano stati anni fecondi per la
teoria politica, e la sirena operaista aveva sollecitato le mie orecchie col suo canto. Un vero e proprio marasma. Era
qualcosa che si sposava benissimo con la radicalità e l'eclettismo della scuola azionista. Anche i miei compagni
della federazione giovanile, studenti o non studenti che fossero, erano ammaliati dalla sirena
operaista12. Incontrare Anello Poma fu per noi del tutto naturale. Quella era forse la quarta ondata operaista. C'era stata quella delle origini:
Rigola e la fondazione del sindacato; quella dei Consigli; quella, in verità anomala, degli anni trenta, del Front
Populaire e della guerra di Spagna. Per gli
apparatnik della federazione, Poma era uno stalinista. Ma la cosa curiosa, e
comica, era che quel termine non era affatto usato in modo strumentale per denigrare un nemico interno. Loro
credevano davvero che Poma rappresentasse le vecchie istanze comuniste, la Terza Internazionale e cose del genere. Per
Poma essi erano, più modestamente, degli "impiegati" o dei "Culi di Pietra", quando lasciava libero sfogo alla sua
vena sarcastica. Un Culo di Pietra che dava a Poma dello stalinista. Era davvero interessante che trascurassero -
o ignorassero - il fatto che il perfetto mimetismo, la capacità di essere al centro dello schieramento nei tempi
giusti, la paziente e silente attesa, il saper tacere quando conviene tacere e saper parlare quando va detto ciò che è
gradito a chi ti tiene in posizione di comando, sono le proprietà che hanno fatto di un uomo uno stalinista. E ancora
lo fanno, giacché questo tipo d'uomo, intriso in ogni più intima fibra di queste proprietà, è sempre vivo e attuale.
È qui, in vigile attesa, e lotta con noi. E non importa chi sia il "noi". Qualunque "noi" è felicemente partecipato
da questo genere di uomini. In quegli anni, si sono trovati a esserne loro gli interpreti, i Culi di Pietra - certo
involontari, forse inconsapevoli. Per il resto, non avevano idea di che cosa si muovesse sul terreno politico; e nei confronti
di Poma non riuscirono mai a capire che diavolo intendesse e che cosa volesse. Tacciarlo di stalinismo diventava
l'unico modo possibile di etichettare ciò che sfuggiva alla loro comprensione.
A dicembre di quell'anno era in programma il congresso. Era stato un anno denso di avvenimenti. In Italia e
nel mondo. Sul fronte politico interno e sul fronte della politica internazionale. Nella notte del 20 agosto, un
martedì, i carri armati del Patto di Varsavia avevano invaso Praga. Il giorno successivo ci troviamo in federazione. Cosa
fare? In via Eugenio Bona le stanze sono deserte. C'è solo Elvo Tempia, in quegli anni deputato. "Che cosa si fa"?
Tempia è seduto alla sua scrivania. "Aspettiamo", dice. Della sua consueta carica declamatoria non c'è traccia. Non
sorride nemmeno. E allora, aspettiamo. Aspettiamo che una telefonata ci dica che cosa pensare, e che cosa poi
dovremo andare a dire. Agli altri. Ai militanti. Al "popolo
comunista"13. Ricordo con imbarazzo la miseria di
quell'anno. Mentre il mondo esplodeva, e tutti noi eravamo a un tempo artificieri e vittime dell'esplosione, "il mondo
della Sinistra", il mitico mondo della mitica Parte che tutto vede, prevede e provvede, stava a contemplarsi
l'ombelico. Ci stavamo a contemplare l'ombelico, o a difendere con le unghie e con i denti il sottile strapuntino che
rendeva meno penoso lo stare assisi sulla dura pietra del comando. Che qualcuno, all'improvviso, pensò minacciato.
Per quanto il tempo abbia sfocato i ricordi e le sensazioni, quel congresso di dicembre mi è tornato spesso in
mente come uno sgangherato teatro dell'assurdo. O almeno così mi è apparso finora. Ma ora, ora che
necessariamente devo mettere in relazione i fatti che hanno coinvolto quel gruppo, e che in modo traslato sono in qualche modo
i fatti di una generazione politica, con la figura e l'individuo Anello Poma, il teatro resta sempre sgangherato,
però qualche sciabolata di luce rileva, pur sul fondo di assoluta assurdità, qualche motivo della trama che ce ne può
dare ragione: una sia pur esangue ragione. I Culi di Pietra temevano. Questo ce lo siamo sempre detti. E sempre ci
siamo risposti che tutto ciò era assurdo, perché da noi, in concreto, non poteva venire nessuna minaccia. Nemmeno se,
per assurdo, ci fossimo messi in testa di dare l'assalto alla federazione. Ma ora e solo ora arriva la sciabolata di luce.
I Culi di Pietra non temevano noi, temevano lui. Temevano il pensionato che ai loro occhi aveva trovato,
all'improvviso, truppe di manovra. Temevano una rivalsa, otto anni dopo.
La recita aveva preso il via all'ultimo comitato federale, in occasione del quale il segretario avrebbe
presentato le linee generali della sua relazione congressuale. Nell'anno in cui il mondo stava andando a fuoco e il
Partito comunista se la stava passando proprio male nel rapporto con i giovani, a proposito dei giovani della federazione,
il segretario se ne era uscito con la definizione di "ossificati". Dove avesse scovato un aggettivo tanto
espressionista, Dio solo lo sa. L'ambiente nel quale risuonò la biologica condanna, e che di norma ospitava le riunioni del
comitato federale, era di per sé emblematico, poiché si trattava di una sala lunga e stretta con un tavolo che la
percorreva tutta sul lato lungo. Dietro al tavolo la direzione politica, schierata in una sorta di
politbureau in sedicesimo; davanti al tavolo le sedie per i membri del comitato. Fu proprio Poma che si alzò e attaccò il giudizio che il
segretario intendeva pronunziare al congresso. Il termine "ossificati" e altre definizioni altrettanto strampalate furono
espunte e il giudizio generale mitigato. Ma tutto questo - penso ora - non fece che confermarli nei loro astrusi e
assurdi pensamenti. E dunque allestirono il congresso per "liquidarci", termine a quei tempi schiettamente in auge,
e "riliquidare" Poma. La cronaca di quel congresso meriterebbe di per sé un racconto, non per i colpi di scena,
che furono del tutto assenti, ma per la noiosissima e ridicola conduzione. Tuttavia, questo giudizio lo dò ora,
perché allora tutto ciò aveva rappresentato per me un trauma violento. Conseguenza di quel congresso fu
l'immediato ostracismo di Poma; il licenziamento mio e di Brunello Livorno, direttore di
Baita. Qualche mese dopo, per Livorno, Giulio Maggia e per me ci fu la destituzione da ogni incarico politico; poi arrivò il deferimento alla
Commissione di controllo per frazionismo e attività antipartito; indi una specie di processo con la conseguente radiazione di
Livorno, che non accettò di svolgere una "pubblica autocritica dalle colonne di
Baita", e la non radiazione per me e
Maggia, poiché avevamo accettato e svolto l' "autocritica": tutto ciò fu un grottesco scimmiottamento dell'Inquisizione
e della Terza Internazionale alla fine degli anni sessanta.
Verso la metà del 1970 era tutto finito; la "liquidazione" avvenuta, così che ognuno di noi se ne andò per la
propria strada14. Il progetto politico comune non c'era più. Restava il ricordo che, benché lavorato dal continuo
macinare della memoria, per me continuerà a essere il ricordo di un tempo brevissimo, di una sola stagione che ha
consumato illusioni irragionevoli, nella quale ho conosciuto persone straordinarie e ho visto all'opera la violenza ottusa
dei Culi di Pietra. Dopo di allora ho spesso ringraziato - pensate voi alla divinità che vi aggrada - di non essere
stato conglobato in quella non esimia corporazione.
Adesso che Anello Poma non c'è più, qualcuno mi ha detto: "Sai? Nello ha proprio voluto starci nel
Partito comunista; l'ha voluto con tutte le sue forze; in certi momenti ha dovuto aggrapparsi con le unghie e con i
denti, per starci". Capisco molto bene ciò che l'amico intende con queste parole. In misura minima, ne ho avuto
esperienza. Dopo la "pubblica autocritica dalle colonne di
Baita", la mia sezione, la sezione di Pray, ha tentato per tre o
quattro anni di non rinnovarmi la tessera. Senza dire una parola. Solo usando quelle arti silenti di cui sono
naturalmente dotati i Culi di Pietra di tutto il mondo - e non importa che essi siano in servizio permanente attivo o che ne
siano solo aspiranti. Ma per me era diventata una questione di principio, e lì restai finché io, e non altri, decisi di andarmene.
"Tuttavia, bisogna prestare attenzione alla facile mitologia del complotto", replica un secondo amico, un
amico della generazione resistenziale, la generazione di mio padre. Un amico che, se gli chiedessi di mettere per scritto
o di sottoscrivere le proprie opinioni, esattamente come mio padre, direbbe: "È troppo presto per parlarne, forse
tra vent'anni, se le condizioni politiche lo permetteranno". Penso che questo silenzio abbia avuto e ancora porti
delle responsabilità. Penso che, comunque venga giustificato, abbia permesso l'ascesa dei Culi di Pietra e abbia
reso possibile il loro strapotere. L'amico è più che convinto che Nello Poma nel Pci non è mai stato amato; ed è più
che convinto che, se nel Pci c'è stato per tanti anni, ciò non è successo perché il partito lo ha voluto, piuttosto
perché lui è stato tanto caparbio da restarci. "Tuttavia" - insiste - "tutto ciò non era perché qualcuno ce l'avesse con
Poma, intendo Poma come persona. Certo, a Poma, gruppi organizzati, hanno fatto più volte le scarpe. Tutto questo,
però, non aveva nulla di personale. Se in quelle determinate circostanze, invece di Poma, ci fosse stato qualcun
altro, ebbene, sarebbe toccato a questo qualcun altro. No. Non bisogna personalizzare e non bisogna mitizzare,
altrimenti mascheriamo qualcosa di enormemente più grave. Mascheriamo quella che è stata una vera e propria psicopatia".
La psicopatia del partito. Che questo amico, generazione della Resistenza e dirigente del Pci, la racconti a me
"la psicopatia del partito", mi lusinga; temo tuttavia che avrebbe ben altra credibilità se fosse lui stesso a dire, in
prima persona, le sue opinioni. Ma così è.
"Attento" - dice l'interlocutore - "qui dobbiamo tirare in ballo un personaggio che nel partito ha sempre goduto
di un certo prestigio: l'eretico. Nel Partito comunista si è sempre avuto un occhio di riguardo per l'eretico; a lui
veniva riservato un posto particolare: nei suoi confronti si manifestava persino simpatia e gli interventi che pronunciava
ai congressi o svolgeva sulla stampa di partito erano seguiti con attenzione. A un patto: che fosse rigorosamente
solo e non mettesse mai in dubbio il famoso detto: 'il partito ha mille occhi'. Dunque, ne riconoscesse a priori non
solo l'autorità, ma l'inossidabile capacità di avere 'sempre ragione'. I tre o quattro personaggi che daranno poi vita
al Manifesto sono sempre appartenuti a questa categoria. Essi non hanno mai discusso la chiesa, ma la liturgia, il
rapporto con i fedeli, le opere. I partiti comunisti dell'Europa occidentale avevano bisogno dell'eretico: ne avevano
bisogno per i congegni della vita interna. In Occidente, l'eretico rappresentava ciò che nei regimi dell'Europa orientale
era quell'un per cento di voto contrario, permesso e organizzato quando necessitava, funzionale a dimostrare che
'due occhi possono sbagliare, mille occhi mai'. Ci fu un equivoco attorno alla loro radiazione. Non c'era motivo.
Ancora oggi, con il loro giornale, essi svolgono la funzione tipica dell'eretico comunista: il loro discorso è
rivolto esclusivamente ai centri di potere della Sinistra; nella loro visione non c'è altro che l'intrattenere
conversazione con i palazzi della Sinistra per influenzarne 'la linea' e spingerne la politica verso lidi, appunto, eretici. A
tutto questo Nello era estraneo; stava sul lato opposto, rispetto agli eretici; lui discuteva della chiesa e del suo essere,
non della liturgia. Il suo era uno sguardo critico posato sulla realtà esterna: la posizione critica dentro al partito
ne era una conseguenza. Non era disposto a barattare i suoi occhi con un milione di occhi, altro che con mille.
Ha portato avanti questo suo sguardo critico fino alla fine, senza cedimenti e senza accomodamenti. Solo ora, ora
che è passato tanto tempo dall'epoca in cui il Partito comunista rappresentava davvero qualcosa, mi risulta chiaro
un fatto: che sarebbe dovuto toccare agli intellettuali svolgere questo ruolo critico. Noi, all'epoca, non avevamo
una nozione accettabilmente corretta di critica. Nel Partito comunista italiano, all'idea di critica, si sovrapponeva
l'idea di fronda. Quale imbarazzante eredità! Quale amore si nutre in Italia per la fronda! Ma lo sguardo critico non è
la clownerie frondista. Nell'esercizio critico ti giochi sempre qualcosa. Invece, gli intellettuali si sono spesso
accodati per accomodarsi; mentre nel partito non era tollerato che qualcuno potesse rivolgere uno sguardo critico
verso l'interno; rovesciare dentro al partito una critica che originava dall'esterno: dall'economia, dalla società, dalla
politica. Il canone prevedeva che la sola critica possibile fosse rivolta all'avversario, nei tempi e nei modi decisi dal
partito. Nello ha attraversato il partito e la vita sostenendo questo scomodo ruolo. Secondo le regole, avrebbe potuto
essere fuori in ogni momento, perché la logica era: o sei dentro senza riserve ai deliberati dell'ultimo congresso e
dell'ultima risoluzione o sei fuori dal partito. Lui ha avuto l'abilità di non farsi mettere fuori. Nei primi anni settanta,
avevo saputo di una sua certa vicinanza ai giovani biellesi che militavano in Potere Operaio. Avevo immaginato che
quei giovani avessero trovato in lui l'uomo e il combattente che sapeva ascoltarli. Tutto questo era considerato dal
partito inconcepibile e scandaloso. Anch'io non capivo: ero perplesso e confuso. Lo incontrai per parlarne, gli posi
delle domande, volevo capire. In quella che era stata una lunga chiacchierata disse una frase che mi colpì con tutta
la forza dell'evidenza. Disse: 'Sai, dobbiamo ricordarci che il partito è solo un mezzo'. Aveva detto 'solo un
mezzo': cioè esiste fin che serve; lo si usa finché sia uno strumento che produce. Il fine non è mica il partito; il fine
è qualcos'altro. Nel nostro ultimo incontro gli ho ricordato quel lontano scambio di vedute, e gli ho confessato
che lezione sia stata per me. Poi, certo, entrava in gioco anche il tratto del carattere, della formazione e
dell'esperienza: crescere nelle Brigate Internazionali e poi farsi i campi e il confino, e avere per anni avanti a te i personaggi
che hanno fatto la nostra storia recente, è qualcosa che segna e dà una certa
allure. E l'allure di quei personaggi
diventa la tua, così che puoi perfino incutere timore in chi ti sta di fronte. Forse qualcuno la intendeva come distacco
o alterigia. Anche su questo hanno giocato".
È vero. Nello Poma aveva
un'allure non usuale nel mondo politico di Sinistra, un'eleganza spontanea e una
sincerità totale nei rapporti umani. Nulla era più estraneo alla sua indole dei comportamenti gesuitici - vera essenza
degli italici costumi e viatico necessario per concrete fortune nella politica nostrana. Era esigente. Coniugherei così
la sensazione di distacco, ricordata dall'amico resistente, che poteva suscitare. Nella conversazione si concedeva.
Voleva dire e voleva ascoltare. Per questo era esigente. Sulla Spagna mi ha fatto sudare. Io chiedevo, ma la domanda
tradiva la scarsa conoscenza del fatto o del suo corollario. "Ma allora, se non sai niente, di cosa parliamo...". Non
accettava di doverti spiegare il fatto; quello lo dovevi già conoscere. Perché lui voleva chiacchierare, conversare,
discutere, polemizzare, litigare. Voleva un rapporto passabilmente alla pari. Non era nei suoi geni la figura del maestro.
Credo anch'io che gli anni della Spagna e gli anni che seguiranno, fino alla Resistenza, siano
il periodo formativo. In questa affermazione ci sarebbe persino una buona dose di banalità se non si tenesse presente l'eccezionalità del periodo
e delle frequentazioni. C'era in Poma qualcosa che solo raramente si può rintracciare in altri personaggi politici.
Nell'autunno del 1996, Nello mi offrì di accompagnarlo in Spagna. Lo Stato spagnolo concedeva la
nazionalità onoraria ed effettiva a chi, dal 1936 al 1939, era accorso a difendere la Repubblica. Furono dodici giorni di
incontri istituzionali e di manifestazioni, e per me il palesarsi di un mondo affatto
speciale15. Erano passati sessant'anni
dall'alzamiento, sessant'anni dall'inizio di una guerra tragicamente persa. Ma quel novembre del
1996, trecentocinquanta persone provenienti dai quattro angoli della terra, e fra esse otto italiani, si riversarono, con
il loro numeroso seguito di accompagnatori, su Madrid, Albacete e Barcellona. In quell'occasione ho visto e
conosciuto un tipo umano che credevo appartenere alla letteratura solamente. Lì ho visto Nello Poma immergersi in una
folla che, nonostante il numero e le azioni comuni, risultava composta di individui. L'ho visto muoversi nel suo
elemento naturale: restando individuo.
S'è scritto molto attorno alla partecipazione di non spagnoli alla guerra civile di Spagna, e com'è naturale
la domanda più frequente ha riguardato le motivazioni che hanno spinto quarantaduemila persone a offrirsi
volontarie per combattere. Basta l'organizzazione a sollecitare e a raccogliere tante giovani, e meno giovani, energie?
Basta un appello per buttare all'aria famiglia, affetti, trantran quotidiano sia pure con scarse prospettive?
Ho visto un'umanità particolare, in quei dodici giorni spagnoli. Ho visto l'Internazionale romantica:
uno straordinario insieme di individui che, evidentemente, vivono nella vita normale, quando i tempi sono normali;
pronti a entrare in una vita straordinaria, quando i tempi lo richiedano. Una sorta di fiume carsico, che appare e
scompare a seconda della natura del terreno sul quale, e sotto al quale, si trova a scorrere. Un fiume capriccioso,
ribelle, indomabile. Una personalità. Un individuo. Se non lo avessi accompagnato in Spagna non avrei mai
sospettato l'esistenza dell'Internazionale e non avrei associato Nello Poma a essa.
Adesso so che, per quanto dissimulata, la sua era una natura romantica, e dunque una natura libera e
polemica, contraddittoria e intransigente, concettuale e concreta.
***
Per i romantici, i luoghi dove avvennero grandi fatti si ammantano di un'aura particolare e assumono essi
stessi un'anima. Ciò che è stato non andrà perso: qualcun altro prenderà il suo posto. Sulla credenza, dentro a un vaso
di vetro, è rimasto un rametto del Vernet. Se la mia scarsa capacità di ricerca botanica non m'ha tradito,
dovrebbe trattarsi di un cipresso di Monterey. Il trascorrere delle stagioni ha aperto le squame; i semi sono caduti sul fondo
del vaso. Dovrò decidermi a trovare una terra adatta dove posarli.
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