Giorgio Bocca

Sulla politicità della storiografia e della memoria



Quando leggo le diverse interpretazioni che si danno della Resistenza provo un certo fastidio, una certa delusione: possibile, mi chiedo, che neppure di un evento che per venti mesi fu sotto gli occhi e il sentimento di tutti non si possa avere una memoria nel suo complesso univoca, come la si ha per un terremoto, per una alluvione?
Che la Resistenza sia stata anche un fatto politico su cui tutti possono discutere all'infinito è evidente, ma stupisce che si dimentichi il suo dato unitario e quasi unico, direi, nella storia del nostro Paese e cioè la libertà di scelta, la riappropriazione del proprio destino che coinvolse milioni di italiani.
Mi pare che i discorsi, le riflessioni sulla Resistenza come politica non dovrebbero mai dimenticare il fatto inedito che l'intero Paese veniva occupato da un potere straniero, non solo per lingua e caratteri nazionali, ma anche per concezione del mondo, per negazione della pace e della libertà, diciamo di ciò che è bene per gli uomini.
Quella scelta fu politica solo in un senso globale, non partitica, salvo che per alcuni professionisti, non fu una ipoteca politica del potere. Credo che per questa memoria di una unità della Resistenza conti, in parte, il fatto di esserci o non esserci stati, e che per chi non c'è stato credo sia difficile rivivere quel sentimento di liberazione, di riappropriazione del proprio destino che quel giorno di settembre del '43 aprì il cuore di chi lasciava la città per salire in montagna, senza avere una minima idea di cosa avrebbe potuto fare, di quanto sarebbe durato, di dove si sarebbe arrivati. Tutto secondario, tutto da vedersi dopo quel momento che, per me almeno, fu come di rinascita.
Anch'io nei miei libri sulla Resistenza ho ceduto alla tentazione di sistemare quella avventura umana, spesso caotica e casuale, con le definizioni, i recinti della politica: in che misura essa fosse comunista, in quale azionista o cattolica o monarchica. Perché la storia si è sempre fatta così, su coloro che la guidano, sui loro documenti, sui loro interessi, sulle loro propagande. Interessante oggetto di studio, di opinioni diverse, di polemiche più o meno dotte, ma sostanzialmente marginali, sostanzialmente appese a quel grande respiro di libertà e responsabilità che la Resistenza fu per i partigiani.
Dire che i giellisti fossero azionisti o i garibaldini comunisti o gli azzurri monarchici, vuol dire nella realtà che in quella età di ideologie dominanti non era possibile pensare una storia che non fosse politica nei luoghi comuni dei partiti. Ma di appartenenza politica e partitica c'erano solo i miti; il partigiano comune non sapeva nulla dei nuovi partiti e anche i vecchi antifascisti avevano idee piuttosto vaghe sulla materia del contendere.
Ricordo interminabili, anche se emozionanti, discussioni fra noi giellisti e i reduci comunisti della guerra di Spagna o della clandestinità, che vertevano su delle favole, su una ignoranza comune di cosa fossero nel reale la democrazia e il comunismo, fatte però nella buona coscienza di aver compiuto quella scelta di libertà e responsabilità.
Ero certo allora che neppure i comunisti più sovietizzanti ignorassero che la scelta di libertà e di responsabilità fosse per loro più importante della scelta di partito. Per questo i partigiani comunisti di Spagna e d'Italia furono considerati dei nemici, degli eretici potenziali dallo stalinismo e anche dal pragmatismo politico, di potere, di Togliatti. Furono questi comunisti, che pure passavano per servi del partito - i Secchia, i Longo, gli Scoccimarro, i Pajetta -, a rendermi possibile la biografia di Togliatti: era ancora quella memoria comune della grande libertà, del grande respiro a fare di noi dei sodali.
Un'altra osservazione vorrei fare sul revisionismo.
A uno come me che c'è stato, questo revisionismo sente di falso, di artificioso, di rancoroso. I suoi argomenti sono evidentemente forzati: la Resistenza non fu prodotta da una maggioranza, ma da una minoranza; non fu una guerra di popolo contro lo straniero, ma una guerra civile; non fu determinante per la liberazione del Paese.
Quest'ultimo argomento è il più ridicolo: quando mai la Resistenza ha preteso di avere deciso la guerra e liberato l'Italia? Certamente abbiamo rifiutato il ruolo subalterno che ci voleva imporre il maresciallo Alexander di esserci e di non esserci secondo i comodi dei grandi alleati, ma abbiamo accettato le decisioni comunicateci dalla missione Medici Tornaquinci, il disarmo delle formazioni, il governo dei vincitori. Nessuno, e non certamente questi revisionisti di cinquanta anni dopo, è in grado di giudicare il peso che ebbero le resistenze europee nella sconfitta del nazismo. Noi crediamo un grandissimo peso, perché, se l'intero continente fosse stato disponibile a collaborare con Hitler, se il nazismo non avesse creato dovunque un rifiuto, chi sa come sarebbe finita la guerra. Ma è un ragionamento falso, perché quello era il nazismo e quelle erano le risposte che produceva.
Guerra di una minoranza? Ma andiamo! Accanto alle formazioni partigiane, alle centinaia di migliaia di uomini, c'erano i milioni di italiani. Solo chi non c'è stato non può sapere che per noi qualsiasi cittadino, qualsiasi paese, qualsiasi città erano "dei nostri". Forse esageravamo, forse in molti c'era solo la voglia di campare, di vedere come sarebbe andata a finire, ma noi quell'appoggio tacito lo sentivamo. Io ho percorso due volte a piedi il cammino fra la valle Grana e le Langhe, centinaia di chilometri, di giorno e di notte, fidandomi dei contadini che incontravo, certo che nessuno avrebbe informato i tedeschi. In una delle transumazioni con due bande di duecento uomini dormimmo in una cascina dei Murazzi, fra Cuneo e Fossano, a poche centinaia di metri dalla statale su cui passavano i camion dei tedeschi. E dormimmo.
Guerra di liberazione o guerra civile? Con questi schematismi la storia non fa molta strada. Certo la Resistenza fu anche guerra civile, ma di che tipo? Dicendo guerra civile senza spiegare, si tende a far credere che l'Italia si fosse liberamente, spontaneamente divisa fra resistenti e fascisti, fra combattenti per la libertà e combattenti per la tirannia nazista: ma non fu così. Senza un quisling come Mussolini, senza la volontà tedesca di fare sopravvivere in qualche modo il fascismo, senza Salò, senza gli impieghi e gli stipendi della Repubblica sociale non ci sarebbe stato nessun fascismo collaborazionista, nessuna guerra civile. E nella pratica militare essa non ci fu. La parte avuta dalle formazioni repubblichine nella repressione della Resistenza fu minima. In venti mesi non ricordo un solo rastrellamento fascista che ci abbia veramente impensierito, abbiamo combattuto soltanto contro i tedeschi, ci siamo preoccupati unicamente dei rastrellamenti della Wehrmacht. Che le milizie fasciste fossero un nemico, e nemico preoccupante, nelle città è indiscutibile, ma nelle città le possibilità militari della Resistenza erano per forza di cose scarse.
Solo ora, a tarda età, leggendo il bellissimo libro di Gitta Sereny su Albert Speer - il ministro nazista degli Armamenti - mi è parso di capire a fondo le ragioni del revisionismo. Davanti alla corte di Norimberga e poi nei suoi libri e interviste, Speer fu l'antesignano, il maestro del revisionismo. Senza mai negare il nazismo e la sua pratica in tutta Europa, ne fece una abilissima revisione e umanizzazione: sì, i lager c'erano stati, la soluzione finale anche, ma in parte casuali e da pochissimi condivisi e conosciuti, certo non da lui. Speer aveva le sue buone ragioni per essere un revisionista, doveva evitare la corda dell'impiccagione, ma c'erano delle ragioni più profonde che sono quelle del revisionismo attuale: si vergognava di aver fatto parte di quell'orrore, di quella vergogna. Che fu un orrore, una vergogna non solo del nazismo, ma della intera cultura occidentale dell'Europa e dell'America, che non vollero capire, che cercarono di nascondere e di rifiutare la responsabilità del genocidio. Questa vergogna e questo rimorso non sono scomparsi dall'Europa, restano in coloro che poco o nulla hanno fatto per liberarsene, per pagare il riscatto, sono ancora presenti nella borghesia moderata e attendista che non può e non vuole ammettere che senza le Resistenza non ci sarebbe neppure il rimorso per quelle infamie, che vuole far credere anche cinquant'anni dopo che, anche senza prendere le armi, tutto si sarebbe aggiustato, ricomposto sulle tombe di milioni di uomini.
Molti degli attuali revisionisti non se ne rendono neppure conto, ma in loro parla il desiderio di mettere a tacere vergogna e rimorsi.