Roberto Bianchetto Buccia
La Rsi e i tedeschi nel Biellese*
"l'impegno", a. XXII, n. 2, dicembre 2002
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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L'8 settembre 1943 fu per tutti una data importante. Ognuno, dal suo punto di vista, si trovò di fronte ad un
bivio. Ovviamente anche coloro che erano stati fascisti, obbligati dalla situazione, dovettero prendere una decisione
che avrebbe drasticamente determinato il loro
avvenire1. Come sappiamo, coloro che aderirono furono una
minoranza (e ciò, come vedremo, si verificò anche nel Biellese), ma sufficiente per poter far nascere il nuovo stato fascista.
L'arrivo dei tedeschi
A differenza di altre zone del Nord Italia che furono immediatamente occupate, "tra l'annunzio dell'armistizio
e il 21 settembre Biella e il Biellese furono quasi del tutto liberi non solo dagli occupanti tedeschi, ma
da qualsiasi controllo di autorità
militari"2.
I tedeschi giunsero nel Vercellese con la divisione "Leibstandarte-Ss-Adolf-Hitler" (nota per i tremendi eccidi
di Boves, Meina e per la deportazione degli ebrei di Borgo San Dalmazzo) il 10 settembre. Provenivano da
Reggio Emilia e nei pressi di Voghera si divisero in due gruppi: una minoranza delle forze militari si diresse a sud del
Po, mentre il grosso del gruppo verso Vercelli, da dove continuò in direzione di Torino. Prima di arrivare a Biella i
tedeschi iniziarono a presidiare i punti più importanti del capoluogo di provincia, che entro l'11 settembre fu
completamente sotto il loro controllo e che il 14 venne inserito tra le città "disarmate". Il primo provvedimento
della divisione tedesca fu di istituire anche a Vercelli centri di raccolta per prigionieri, composti nella maggior parte
dei casi da ex militari del dissolto esercito
regio3. Ci vollero altri dieci giorni per occupare l'intera
provincia4.
Da una preziosa ricostruzione degli
eventi5 che si svolsero in quei giorni, sappiamo che il 14 settembre arrivò
a Biella una delegazione dell'unità corazzata tedesca di stanza a Ghemme, con a capo il maggiore Moser.
L'impressione tra i cittadini fu forte; temevano che la città sarebbe stata presidiata. L'intenzione del comandante tedesco
fu quella di riunire alla caserma dei carabinieri il commissario prefettizio comm. Maggia, il segretario comunale
avv. Pignaris, il commissario di Ps Marrocco e il capitano dei carabinieri Francesco Crimi. "Fu un colloquio breve,
stringato, privo di preamboli quello che l'ufficiale tedesco ebbe con le nostre autorità. 'Noi non intendiamo
interferire nella vita civile della regione, a patto però che voi sappiate mantenere l'ordine e la tranquillità'. 'Ciò significa'
- disse il commissario prefettizio Maggia - 'che Biella non sarà occupata dai tedeschi?'. Il maggiore Moser evase
la risposta. 'L'organizzazione alimentare viene affidata all'autorità civile come prima. Quanto agli ammassi,
niente deve essere innovato. Il Comando germanico prende in consegna soltanto i magazzini militari al fine di
garantirne l'integrità'. 'E per quanto riguarda l'ordine pubblico?' - disse il capitano dei carabinieri. Moser lo fissò: 'La
tutela dell'ordine pubblico è affidata personalmente al comandante della compagnia dei carabinieri di Biella. Da
questo momento lei assume la veste di comandante del presidio militare'. Alla fine il maggiore Moser assicurò che
una diretta occupazione di Biella da parte dei tedeschi non sarebbe avvenuta se tutto si fosse mantenuto nella
tranquillità"6.
Aprendo una parentesi, è interessante notare come nei primi giorni dopo l'armistizio e per necessità da parte
tedesca di controllare il più rapidamente possibile il territorio, anche a Biella vennero utilizzati per lo scopo i
carabinieri - insediati capillarmente nel Paese - in ragione del fatto che le forze armate della Rsi nacquero solo in un
secondo momento. Da qui la necessità di doversi adeguare ad utilizzare forze con connotati meno politici e
ideologici, che in qualche caso si mostrarono strettamente legate alla corona. Proprio per questi motivi infatti, contro i
carabinieri "non tarderà a esplodere la furia tedesca, che [vide] in essi forze potenzialmente ostili, in grado di
colpire le retrovie della
Wehrmacht"7 e che nel mese di maggio del '44 si tradusse nella deportazione verso la Germania
di diecimila carabinieri8.
A dimostrazione di quanto detto, anche dai notiziari della Gnr vercellese si capisce che gli elementi
provenienti dalla Milizia non si fidavano dei carabinieri, nei quali notavano un atteggiamento decisamente antifascista e
sottolineavano in vari rapporti che, durante assalti di ribelli alle caserme, i carabinieri non avevano reagito, come
ad esempio si può leggere nel notiziario del 30 dicembre '43: "Trivero. Il 18 corrente un centinaio di ribelli ha
assalito la caserma dei carabinieri e li ha disarmati. I carabinieri non hanno
reagito"9.
Il riassetto dell'ordine fascista
In seguito alla notizia che Mussolini era stato liberato e aveva "nuovamente riassunto la suprema direzione
del fascismo in Italia", data da "il Biellese" del 17 settembre e dal discorso che il duce tenne alla radio il 18
settembre, iniziarono anche a Biella i primi incontri per la riorganizzazione del Partito fascista, che ebbero luogo "tra il 18
e il 20 settembre. I primi biellesi ad aderirvi e a ritessere le fila del partito furono Camillo Buratti, Rodolfo
Debernardi, Umberto Savio, Franco Boggio, Antonio Giraudi, Bruno Costantini, Alessandro Crovella, Erminio
Milano, Pierino Mosca, Aldo Coda, Stefano Breda, Enotrio Allacevich, Giusto Gioeli, Luigi Martinenghi, Ettore
Pistono, Peraldo ed altri. [Ma alla] 'storica' riunione ricostitutiva del partito [di cui non conosciamo la data esatta, che]
avvenne in casa dell'avv. Franco Boggio, [i presenti furono] soltanto alcuni fedelissimi: Boggio, Buratti,
Debernardi, Pistono, Franchini, Savio e qualche altro. [...] L'atmosfera eccitata che si creò fu quella tipica delle 'questioni
morali'. In quel cruciale momento della vita politica della città lo stato d'animo dei fascisti repubblicani non era
solo roso dal risentimento, ma anche animato dalla volontà di riportare il partito alle sue origini antiborghesi,
anticlericali e antimonarchiche"10. Prova ne è che lo "spirito di rivalsa, i risentimenti verso il tradimento di troppi camerati,
si mescolavano con le 'ritrovate' origini sociali e autenticamente 'rivoluzionarie' del fascismo. Qualcuno infatti
rispolverò le vecchie e demagogiche parole d'ordine del passato, rivolgendole criticamente contro i gerarchi
'traditori e affaristi' che avevano condotto il partito alla degenerazione e a 'prostituirsi' al capitalismo. [Si rivolgono
nuovamente al socialismo che] tende alla stessa meta [del fascismo]: trasformare l'attuale società borghese, ora
completamente sotto il dominio dell'oro, in una società nella quale il lavoro tenga il primo posto nella gerarchia
dei valori umani"11. Il loro proposito in questo senso era molto forte, tanto che pensarono "di proporre a segretario
del partito un uomo che fosse in qualche modo legato al movimento operaio; [giunsero addirittura] ad immaginare
possibile un segretario in Aldo Fiorina (comunista) e in Ernesto Carpano (socialista). [...] La confusione
[era] davvero giunta al colmo e tali progetti, ovviamente, dovettero essere
abbandonati"12.
Alla fine la scelta del segretario cadde comunque su Umberto Savio, il più fervido sostenitore di queste tesi
volte ad un ritorno alle origini, che le mantenne sino alla
Liberazione13.
Appena dopo la metà di settembre cominciarono ad essere impartite alla popolazione le direttive per il
riassetto dell'ordine fascista. Il 18 settembre il prefetto Enrico Avalle, nominato il 6 settembre e giunto a Vercelli l'11,
tramite un manifesto della provincia invitava alla calma e a considerare l'estrema delicatezza e gravità dell'ora.
Inoltre proibiva, pena la fucilazione, le riunioni di qualsiasi genere e la circolazione in gruppi di più di tre persone.
Le armi dovevano essere consegnate entro le ore 18 del 20 settembre al più vicino comando
germanico14.
Il nuovo comandante del presidio militare di Biella, il capitano Crimi (che come si è visto era stato nominato
dal maggiore Moser il 14 settembre), il 19 settembre fece appendere sui muri cittadini un importante manifesto:
"In nome del maggiore dott. Moser, comandante della zona di Biella. Tutti i militari italiani (ufficiali, sottufficiali
e truppa) che il giorno 8 settembre 1943 si trovavano alle armi, anche se in licenza di qualsiasi specie, scaduta o
da scadere, ed appartenenti a qualsiasi reparto tuttora esistente o disciolto, entro i due giorni successivi alla data
della presente ordinanza, dovranno presentarsi, preferibilmente in uniforme, a questo comando del Presidio o alla
stazione dei Carabinieri più vicina. [...] Coloro che non si presenteranno entro il predetto termine saranno
considerati disertori e denunciati al tribunale germanico di Ghemme che, stando alla legge marziale, infligge la pena di
morte"15. L'importanza del manifesto (oltre ad essere molto interessante poiché precede il bando Graziani) è dovuta
al fatto che esso pone le premesse per la creazione delle forze resistenziali nel Biellese. Da quella data in poi o ci
si consegnava ai nazifascisti o, per scampare alla pena di morte, ci si univa alle nascenti forze partigiane.
A dimostrazione di quanto detto sopra e a rinvigorire il presentimento che il peggio dovesse ancora arrivare,
si verificò l'uccisione del primo biellese per mano dei nazifascisti. Il 19 settembre si tenne a Chiavazza il
funerale del "capitano degli alpini Guido Giusiana, torinese spostatosi nella nostra città, [...] fucilato ad Alessandria dai
tedeschi, unitamente a numerosi altri ufficiali, per essersi rifiutato di tradire la Patria con il nuovo giuramento
'di fedeltà al duce e al führer' che cercavano di imporgli. Un funerale agghiacciante, con prete restìo, per paura, a
celebrare, con la partecipazione dei pochi parenti e di pochissime persone di Chiavazza, [...] costernate dalla
tremenda realtà che quella prima vittima biellese dei nazifascisti
rappresentava"16.
Per il costituirsi del comando militare fascista della provincia dobbiamo aspettare il 20 settembre, in seguito
ad incontri tra autorità germaniche e civili locali, attraverso le quali si poté mettere in funzione il distretto
militare, inizialmente solo per le pratiche
amministrative17.
Il 21 settembre, rinnegando con i fatti ciò che il maggiore Moser aveva promesso il 14 durante la riunione
già menzionata, le forze tedesche entrarono a Biella. Il 15 ottobre presero possesso dell'Hotel Principe, dove
stabilirono il comando militare della città (e dove il 2 maggio 1945 verrà firmato dalle forze nazifasciste il trattato di
resa, che sancì la fine della Resistenza armata in
Piemonte18). Nello stesso giorno il commissario prefettizio di
Biella, Maggia, fece affiggere un avviso per comunicarlo ai cittadini, minacciando che, se fossero stati compiuti atti
ostili contro l'Autorità germanica, ne avrebbe pagato il prezzo l'intera
popolazione19.
Sull'arrivo dei tedeschi a Biella vi sono poche testimonianze. In un rapporto del 22 settembre 1943 di
Remo Scappini al centro comunista di Milano è scritto: "Qui i tedeschi sono arrivati soltanto il giorno ventuno c.m. e
attualmente sono in pochi; il contegno della popolazione è a loro
ostile"20. Un altro documento conferma la
situazione: "Nessuno sembrò prestare attenzione a quella vera e propria occupazione militare della città. [...] Fu
un'accoglienza veramente gelida, come se quei militari fossero dei
nemici"21.
Il comando delle forze armate tedesche di Biella non fece attendere molto prima di adottare rigide
disposizioni: il 29 settembre, con "l'ordinanza n. 3", il comandante Richter intimava a chiunque di non tentare alcun atto di
sabotaggio e di consegnare le armi in possesso, pena la
morte22.
Per quanto riguarda invece la ricostituzione della Federazione provinciale e l'individuazione di qualcuno che
volesse dirigerla, il problema fu molto complesso e risultò molto simile anche per i fasci locali. "Non si trovava
nessuna persona di un certo prestigio che accettasse di farne parte. I vecchi gerarchi si erano quasi del tutto eclissati;
qualcuno anzi era già diventato fervente antifascista [...] Poiché [dopo il 25 luglio] gli opportunisti e quanti
avevano senso pratico avevano abbandonato definitivamente il fascismo, non rimasero che i mascalzoni e i
sognatori"23. È la ripetizione a livello locale di quello che accadde su scala nazionale. La maggior parte di coloro che
avevano contribuito a far crescere il fascismo, che lo avevano appoggiato durante i suoi lunghi anni di dominio e che
numerosi gli avevano permesso di vivere così a lungo, in quel momento di incertezze preferirono ritirare il loro
sostegno al nuovo stato fascista e, da perfetti opportunisti, attendere gli eventi.
Mario Uboldi venne nominato commissario federale reggente il 30 settembre; il giorno seguente informò
immediatamente la popolazione, tramite l'affissione di un manifesto, che la Federazione fascista repubblicana era
stata riattivata24.
Il 25 ottobre venne la volta della nomina a capo della provincia del gerarca fascista Michele Morsero,
personaggio poi diventato localmente famoso per la sua intransigenza e durezza.
Il suo primo atto fu quello di riunire la stampa per "insegnare" quali erano i compiti che doveva assolvere:
"Il dovere della stampa: essere in linea sempre e con la massima energia affinché si rinforzi sempre più nella
popolazione la certezza che con la volontà e la fede al nostro Paese è sempre aperta la strada che porta alla
ricostruzione e all'onore"25.
La seconda iniziativa fu quella di ricostruire le gerarchie fasciste e di conseguenza i fasci locali. Dopo il
susseguirsi di numerosi incontri, Morsero aprì le iscrizioni al Partito fascista repubblicano, ma fu costretto più volte
a smentire con i fatti l'improrogabilità dei termini per le iscrizioni; infatti per il numero tutt'altro che cospicuo
di adesioni, dovette inevitabilmente posticipare più volte le date per l'adesione al partito. Il 4 novembre (a quasi
due mesi dall'armistizio!) riuscì finalmente a nominare il commissario del fascio femminile di Biella: la
professoressa Silvia Zappi e, seguendo le decisioni prese dai fascisti biellesi durante la riunione di cui si è parlato in
precedenza, incaricò quale commissario del fascio della città l'avvocato Umberto Savio. Entrambe gli incarichi "[avevano]
carattere provvisorio e cioè [erano validi solo] sino alla prossima convocazione delle assemblee per la nomina
[definitiva] delle gerarchie, nomine che, come [era] stato più volte ribadito, [erano]
elettive"26. Esse avvennero solamente il 9 gennaio del '44 (a ben quattro mesi di distanza dall'8 settembre): "[...] in assemblea generale per
l'elezione del Segretario Politico, del Direttorio e del Collegio sindacale [...] Il risultato dello scrutinio è stato il
seguente: Segretario Politico: Antonio Giraudi - Membri del Direttorio: prof. Bruno Costantini, Alessandro
Crovella, Erminio Milano, Pierino Mosca, Aldo Coda - Sindaci effettivi: prof. Stefano Breda, dott. Enotrio Allacevich,
rag. Giusto Gioeli - Sindaci supplenti: rag. Luigi
Martinenghi"27.
Il neo segretario politico di Biella, Antonio Giraudi, nel suo primo proclama ai cittadini scrisse: "Ai biellesi
rendo noto che sono lontani da me ogni sia pur minima idea di violenza, ogni desiderio di
rappresaglia"28. I fatti, come vedremo in seguito, lo smentirono.
Per quanto sin qui detto ed in particolare per le difficoltà incontrate a "reclutare" militanti, suona
propagandistico il fatto che il 4 novembre furono aperti nel Biellese molti fasci e precisamente quelli di: Cavaglià, Lessona,
Mosso Santa Maria, Ponzone, Pray, Trivero, Valle Mosso, Vigliano, Andorno, Candelo, Coggiola, Cossato,
Crevacuore, Curino, Gaglianico, Masserano, Mezzana, Mongrando, Mottalciata, Muzzano, Netro, Occhieppo Inferiore,
Pettinengo, Pollone, Quittengo, Rosazza, Salussola, Strona, Valdengo, Valle San Nicolao, Viverone e
Zumaglia29. Senza azzardare eccessivamente, viene spontaneo pensare che l'apertura di queste sedi fu più formale che non reale.
Il nuovo commissario prefettizio di Biella fu Baldassarre Trabucco, nominato il 6 novembre. Appellandosi
all'amor di Patria e ad un presunto interesse comune
(sic!), si rivolse ai cittadini con queste parole: "Biellesi [...] di
fronte alla necessità della comune salvezza, taccia ogni risentimento personale; le eventuali disparità di idee non
degenerino in odio di parte; ogni critica sia aperta e leale e si proponga soltanto un fine costruttivo nell'interesse
comune! L'attività di ognuno sia regolata da una disciplina interiore ed ispirata a profondo sentimento di carità di Patria.
[...] Mia e vostra guida siano: Patria, Concordia,
Lavoro"30.
Anche Savio, con un articolo su "Il Lavoro biellese" del 25 novembre 1943 fece un appello ai biellesi. Il
tono, completamente diverso rispetto a quello di Trabucco, molto meno politico, è da comprendere se prendiamo atto
del ruolo totalmente diverso dei due personaggi. La somiglianza più visibile è nell'uso (molto mussoliniano)
dell'esclamazione: "Biellesi! Aprite gli occhi! La monarchia, ormai disprezzata dallo stesso nemico, non può essere più
il nostro governo. Mentre i nostri padri avevano ragione di essere monarchici, ora che la monarchia ha tradito il
popolo, il nostro dovere è di aderire a un governo repubblicano. Biellesi! Aprite gli occhi! Noi uomini di buon
senso, siamo sempre stati ligi ai supremi doveri, senza distinzioni di classi. [...] Il nostro dovere è quello di non
stancarci di combattere a fianco dei tedeschi per la salvezza dell'Italia e dell'Europa. Biellesi! Ascoltate il mio fraterno
consiglio con animo forte e fiducioso. Accorrete ad iscrivervi al Partito repubblicano fascista. Il fascismo è
l'avvenire del popolo". Ma, come vedremo tra poco, i biellesi (e più in generale i cittadini della provincia) forse
attribuivano al dovere un senso diverso da quello che auspicava Umberto Savio. La ricostruzione dell'esercito infatti non
andò secondo i piani previsti dalle autorità fasciste, che già da ottobre avevano iniziato la preparazione in vista di
tale obiettivo.
La ricostruzione dell'apparato militare
Il 1 ottobre il Comando della
28a legione della Milizia fece pubblicare su "La Sesia" che ogni legionario
doveva obbedire al bando di presentazione affisso nei vari comuni della provincia: chi non lo avesse fatto sarebbe
andato incontro a severe pene. Il Comando fu poi costretto a prorogare il termine al 5 ottobre. L'11 ottobre a tutti i
militari dell'ex esercito regio venne ordinato di presentarsi al comando tedesco di Vercelli, dove sarebbe stata rilasciata
ad ognuno un'attestazione senza la quale sarebbero stati puniti. Il primo bando di chiamata alle armi (bando
Graziani) per i giovani del 1923, del 1924 in congedo provvisorio e del 1925 della leva di terra, venne affisso il 4
novembre31.
L'insuccesso fu duplice poiché non solo non si presentò la maggior parte dei giovani delle leve chiamate dai
bandi, ma pure gli ex appartenenti alla Milizia fascista, anche dopo ripetuti richiami, non dimostrarono affatto
l'auspicato "senso del dovere". Questi ultimi vennero giudicati fuori legge, mentre nei confronti dei "disertori" Morsero
decise di attuare la tattica delle rappresaglie contro le famiglie: arresti, chiusure di esercizi, revoche di licenze di
commercio sono solo alcune delle azioni perpetrate ai danni dei famigliari di coloro che, in gran parte, formeranno
poi le truppe partigiane. Tra i tanti documenti che potrebbero dimostrare quanto detto eccone due.
Il primo è un telegramma dello stesso Morsero al podestà di Cossato il cui contenuto è il seguente:
"ribadisco azione energica contro genitori ovvero parenti giovani che ancora non si sono presentati, non si presentano.
Disponete anche qualche arresto scegliendo persone più note ovvero peggiore precedenti. Comunicate presente
anche carabinieri perché vi si attengano. Evitate obbligarmi agire contro podestà che per malintesa magnanimità
possono essere accusati anche involontaria deplorevole
debolezza"32.
Il secondo è una lettera, del podestà di Cossato Giovanni Dino Gallo, di nomina in qualità di gestore della
trattoria Mino Felice, al sig. Vittorio Cimma. Per conoscenza fu inviata anche al proprietario della trattoria, il sig.
Mino Felice. La parte centrale della lettera dice: "Vi confermo nell'incarico di gestore provvisorio della trattoria di
Mino Felice la cui licenza d'esercizio è stata ritirata per disposizione del Capo della Provincia per la mancata
presentazione alle armi del fratello Mino Renato. L'incarico suddetto si intende conferito in via provvisoria salvo revoca
da parte dell'autorità
competente"33. Fortunatamente queste indiscriminate e indegne azioni non ottennero i
risultati sperati.
Per sottolineare di che portata fu la sconfitta subita dal fascismo locale si può riportare qui di seguito una
lettera del colonnello Raoul Rivalta, comandante militare della provincia, al Comando militare regionale: "Le
previsioni ottimistiche che era logico fare nei confronti [... della leva] della classe 1924 in conseguenza delle misure
adottate [...] sono state annullate dalla realtà dei fatti [...] Oggi ha avuto termine l'affluenza delle reclute della classe
1925. Sul totale di 1.801 precettate se ne sono presentate
112"34, cioè solamente il 6,2 per cento.
Il vero reclutamento in quel periodo avveniva in montagna, dove le prime formazioni partigiane iniziavano a
crescere di numero. Uno dei motivi fu verosimilmente proprio la politica adottata da Morsero, il quale, con il suo
atteggiamento di estrema crudeltà, animò l'odio verso la
Rsi35.
Il numero esiguo delle forze armate repubblicane e la loro disorganizzazione provocò grossi problemi anche
nel quantificare il numero approssimativo di partigiani presenti nelle vallate (secondo la parte nemica molto più
numerosi di quanto invece non fossero) che da qualche tempo avevano aumentato le azioni di sabotaggio e
l'attacco alle caserme militari. Vista l'incontrollabilità della situazione, più volte il capo della provincia chiese rinforzi
ai vertici della repubblica. Dopo ripetute richieste di intervento, venne inviato nella zona il 63° battaglione
"Tagliamento" agli ordini del tenente Merico Zuccari; il suo territorio di azione, oltre a quello della Valsesia e della
Valsessera, sarebbe stato anche quello del Biellese.
Il battaglione raggiunse il capoluogo di provincia il 19 dicembre. Iniziò allora il triste periodo delle
rappresaglie. "Zuccari emanò subito bandi per l'adozione di 'misure di rigore' in tutta la zona in cui [in quel periodo] si
erano sviluppati scioperi e in cui più minacciosa era la presenza partigiana. Iniziò la stagione delle fucilazioni, delle
minacce di incendiare i paesi i cui abitanti avessero osato sparare contro i militi. Sono noti gli episodi di
Borgosesia, di Crevacuore, di Cossato, di Biella, di Tollegno, dove anche inermi cittadini e alcuni giovanissimi (uno
quattordicenne e due quindicenni) vennero fucilati perché bisognava dare un
esempio"36.
Queste atroci azioni probabilmente erano dettate dalla "sensazione di panico, unito alla volontà disperata di
reagire, di imporsi, sopra tutto e sopra
tutti"37 che si denotano dai vari documenti che intercorrono tra gli
organismi dell'apparato fascista e tedesco.
Purtroppo quel periodo non fu contrassegnato solo dalle rappresaglie fasciste, ma anche da quelle dei
tedeschi che "non paghi delle fucilazioni effettuate
avanz[arono] richieste di centinaia di ostaggi per cercare di
dominare col terrore. L'intendimento nazifascista [era] quello di spezzare, con le rappresaglie e la violenza gratuita, i
legami tra 'i vari gruppi di ribelli e la massa operaia', di creare rancore verso i
partigiani"38. Sappiamo che non ci
riuscirono.
Conclusione
Come in molte altre realtà italiane di quel periodo, si nota immediatamente che anche nel Biellese solo la
presenza dei tedeschi ha reso possibile da parte della nascente Rsi un controllo sul territorio. Prima del loro
intervento infatti il Biellese era quasi completamente libero da ogni controllo militare. Sono i tedeschi che, come quasi
dappertutto nell'Italia centro-settentrionale, hanno assicurato una forte presa sul territorio e creato quelle premesse
che hanno permesso alla Rsi di poter nascere e organizzarsi. La riorganizzazione fascista in questa zona però non
fu così semplice. La difficoltà nel reclutare personaggi disposti a schierarsi da subito nelle file della Rsi fu
grande. Pochi erano propensi ad esporsi e a rischiare, lo si capisce dal tempo impiegato per dare un impianto stabile
all'organizzazione.
Si ricorderà che, come abbiamo già sottolineato, solo quattro mesi dopo l'armistizio, il Biellese riuscì ad
avere un proprio fascio diretto da personalità con cariche definitive e non provvisorie. Ma se nel ventennio fascista
l'appoggio della popolazione biellese al regime fu in linea (più o meno) con quello a livello nazionale, si può
desumere che, vista la bassa adesione alla Rsi, vi fu un cospicuo numero di attendisti. È essenziale ricordare infatti che,
in seguito agli avvenimenti dell'8 settembre, non tutti si trovarono nella condizione di dover scegliere, o forse è
più corretto dire che molti cercarono di evitare la scelta.
Vi era una terza possibilità tra lo schierarsi con le forze dell'Asse o con gli Alleati: non prendere alcuna
decisione chiara e questo fu il comportamento di molti tra quei biellesi che, quando il regime era ancora in auge, lo
appoggiarono e lo sostennero. Era meglio aspettare, attendere nuovi eventi, schierarsi solo a seconda delle
circostanze favorevoli o meno; i cosiddetti attendisti, opportunisti, facenti parte di quella che
Claudio Pavone ha definito "zona
grigia"39.
La stessa sorte toccò alla ricostruzione dell'esercito, forse la parte più visibile, rappresentativa e simbolica
della repubblica. Le forze militari furono anche i più evidenti antagonisti delle forze partigiane e non esclusivamente
per il semplice fatto che combatterono contro di loro (anzi questa fu solo la conseguenza), ma perché erano i veri
portatori dell'ideologia di destra, fascista e mussoliniana, diametralmente opposta a quella liberale e democratica
di cui i partigiani e le forze alleate erano i simboli e i difensori. Ma reclutare elementi simili nel Biellese fu
un'ardua impresa: pochi furono quelli che si arruolarono. Anche le minacce e la violenza perpetrata alle famiglie e alla
società in generale non portarono nessun significativo risultato, se non quello di ingrossare le file partigiane. Ed
ecco che di nuovo si fa sempre più importante l'azione tedesca, la sola che in quel momento riesca ad usufruire di
un esercito e di un apparato militare efficiente.
In termini generali i motivi che portarono alcuni italiani ad abbracciare il regime ricostituito su basi
alquanto precarie furono molteplici, soggettivi, ognuno legato alle esperienze personali. Questa era una conseguenza
soprattutto del fatto che la stessa immagine e concezione del fascismo dopo il 25 luglio era cambiata, non era più la
stessa di prima: "Noi lo chiamiamo ancora fascismo perché è la parola a cui siamo abituati [...] ma esso non ha
più nulla a che vedere con tutto quello che è stato [...] non significa più una cosa precisa e univoca, si tratta per
ciascuno di noi di una cosa diversa, un'idea personale. Ognuno è rimasto per un motivo
suo"40. Sappiamo anche che la scelta fascista non fu solo di stampo prettamente politico e ideologico (questo a livello nazionale però; infatti
sembra che il Biellese sia stata una zona in cui questo tipo di scelta non si confermò). Ci fu anche chi, possedendo
un maggiore senso dello Stato e della comunità, si preoccupò "per la
salvaguardia dell'ordine
costituito"41 e che, per adesione etica, scelse di impegnarsi a favore dei "compiti legati alla vita delle comunità, resi urgenti e cruciali
dalla congiuntura bellica"42.
Nel Biellese invece pare che, dal numero modesto di adesioni (per lo meno iniziali), si possa carpire che la
scelta di intraprendere questa strada fu dettata soprattutto dall'appartenenza ideologica, dall'attaccamento alla
speranza di un ritorno ideale dei vecchi valori fascisti, dalla volontà di ricostruire un Paese basato sui vecchi
presupposti dell'ideologia fascista. Sentirono cioè il bisogno di un ritorno emotivo alle origini e alla "purezza" dei tempi
passati. In altre parole quelli che scelsero di sostenere la Rsi dovevano necessariamente essere motivati da forte
passione politica e da una salda fede verso il fascismo. Tale scelta ha quindi un marcato carattere ideologico. È fuor
di dubbio che gran parte di tutto ciò è una conseguenza dei numerosi anni passati ad ascoltare, e quindi assorbire,
la propaganda populista e demagogica del regime. Ma nel Biellese coloro che appoggiarono per primi la Rsi non
facevano parte di quella generazione nata già in epoca fascista, cioè quella che visse sempre sotto i simboli del
regime, che ne subì la propaganda, che imparò a condividere i miti che il fascismo imponeva alla società, le
utopistiche mire imperialistiche, le manie di grandezza e di potenza, lo sfrenato nazionalismo (e le innumerevoli bugie).
Fu invece la generazione precedente, quella che quando il fascismo prese il potere era già adulta e che
probabilmente lo aiutò in prima persona ad insediarsi nel Paese. Quindi più che i ragazzi alla Mazzantini, a sostenere la
Repubblica sociale nell'area biellese furono alcuni tra coloro che si possono identificare come i primi fascisti, quelli
che vollero mantenere la fede negli ideali mussoliniani delle origini.
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