Cesare Bermani
Gramsci in carcere a Turi nel 1932
Conversazione con Aldo Magnani
"l'impegno", a. XI, n. 3, dicembre 1991
© - Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Aldo Magnani, nato a Correggio il 24 dicembre 1903, entrò nella Federazione giovanile socialista di
Reggio Emilia durante l'occupazione delle fabbriche. Con i giovani del Circolo di Correggio passò poi ai
comunisti unitari, capeggiati da Agostino Zaccarelli, segretario provinciale della Federazione giovanile socialista
reggiana. Nel 1921 aderì, con il Circolo di Correggio, alla Federazione giovanile comunista e al Partito
comunista d'Italia, allora solo formalmente distinti, per le condizioni in cui si trovava il partito stesso nella provincia
di Reggio Emilia. Dirigente locale fra i più attivi, nell'aprile del 1925, dopo che i fascisti tentarono di
ucciderlo e venne spiccato nei suoi confronti un mandato di cattura, riparò a Milano, verso cui, in quell'epoca,
era orientata l'emigrazione politica reggiana. Dirigente della Federazione giovanile comunista milanese,
subì vari arresti. Nuovamente arrestato nel novembre 1927, allorché era segretario della Fgc milanese,
venne condannato dal Tribunale speciale con sentenza del 24 novembre 1928 a cinque anni di carcere, scontati
a Lecce, Turi e Bari. È autore di una testimonianza scritta su
Gramsci1 e di un importante libro di
memorie2.
In una conversazione registrata a Reggio Emilia il 27 ottobre 1989 mi ha raccontato della sua
carcerazione con Gramsci a Turi. È un'ulteriore testimonianza non solo sulle posizioni di Antonio Gramsci a
proposito della Costituente ma anche sullo scarso interesse che il Centro estero di Parigi dimostrò per esse lungo
tutto il corso degli anni trenta. Soprattutto mi pare però rilevante quanto Magnani riferisce a proposito
delle ragioni che spingevano la direzione del carcere a trasferire altrove, prima dell'esaurimento della pena,
i detenuti comunisti da Turi: l'impedire a Gramsci di comunicare con il proprio partito tramite
intermediari. Anche questa testimonianza rafforza quindi nella convinzione che se Gramsci "non scrive fuori" perché
come sappiamo da più fonti - lo ritiene imprudente, se non addirittura impossibile, tuttavia non ha
mai rinunciato a fare conoscere le proprie posizioni al centro del partito. Anzi, mentre per esempio
Umberto Terracini scriverà di non presumere di arrecare al lavoro del Centro estero un
contributo3, Gramsci si sforza di darlo, anche a livello dell'elaborazione della linea politica generale. Tuttavia lo fa attraverso gli
unici canali che ritiene sicuri, cioè quelli orali, e rifiutando qualsiasi tipo di comunicazione illegale con il
Centro estero4. Prima, il 16 giugno 1930, attraverso il fratello Gennaro, che tuttavia non riferirà le sue
effettive posizioni a proposito della "svolta" e dell'espulsione dei
"tre"5, poi invitando Athos Lisa, amnistiato, che
gli dice di essere ora convinto della giustezza della sua prospettiva, a battersi presso il Centro estero "per
la linea politica da me
enunciata"6. Ancora, incaricando Giuseppe Ceresa, anch'egli amnistiato, di riferire -
se gli fosse stato possibile espatriare - al Centro estero le sue effettive posizioni sulla situazione italiana,
ciò che Ceresa fa già nel corso del 1933 o più probabilmente del
19347. E infine, poco prima di morire,
attraverso Pietro Sraffa, chiedendogli di "trasmettere la sua raccomandazione che si adottasse la parola
d'ordine dell'Assemblea
costituente"8. Piuttosto che a questa dichiarazione del latore del messaggio
gramsciano, Paolo Spriano ha preferito dare credito a quanto il giorno della morte di Gramsci scrive Mario
Montagnana a Palmiro Togliatti: "Parlando con p. [Pietro Sraffa] ho appreso che l'amico ha formulato in modo più
netto la sua antica idea della Costituente. Ha detto che il "fr[onte] pop[olare] in Italia è l'Ass[emblea]
costituente"9. Ma può essere considerata una sicura espressione del pensiero di Gramsci un'affermazione frammentaria - per di più implicitamente smentita dal suo latore - che fa a pugni con tutto quanto sappiamo delle idee
di Gramsci in tema di Assemblea costituente? Infatti la politica di Fronte popolare mirava alla difesa
degli istituti democratico-borghesi e non alla loro
trasformazione rivoluzionaria con la proposta tattica
della Costituente intesa a preparare uno spostamento reale dei rapporti di forza a vantaggio della classe
operaia10. Che le idee di Gramsci sulla Costituente avessero ben poco a che spartire con la strategia del Fronte
popolare mi sembra del resto messo in luce anche dalla testimonianza di Ercole Piacentini da me
pubblicata11 e mi pare venga ulteriormente confermato da questa testimonianza di Aldo Magnani. Nota tuttavia Paolo
Spriano che "il suggerimento, o meglio la connessione che Gramsci indica tra la prospettiva di
un'Assemblea costituente come punto d'unione dell'antifascismo e la 'traduzione italiana' della formula del fronte
popolare, è appunto il tema che i comunisti affrontano in quei mesi, sia nei loro dibattiti interni sia nei contatti con
i socialisti"12. Sappiamo però che "il nome di Gramsci non viene invocato nelle discussioni di partito
neppure ora"13 e che nel rinnovo del Patto d'unità d'azione fra comunisti e socialisti il discorso sulla
Costituente viene accantonato14. Ed è in relazione a questo che - come riferisce ancora Ercole Piacentini nella
testimonianza cui ho fatto cenno - nell'opuscolo su Gramsci, in via di allestimento dopo la sua morte a Parigi, si chiese a
Ceresa di non parlare delle idee di Gramsci sulla
Costituente15. E questo si fece, secondo me,
appunto perché non erano la stessa cosa della strategia del fronte popolare e forse anche perché era ancora
politicamente inopportuno che si sapesse che Gramsci aveva avuto, attorno al 1930, posizioni molto vicine ai "tre".
Del resto - come già accennavo - anche questa testimonianza di Aldo Magnani rafforza nella convinzione che
il Centro estero del partito non tenne in quegli anni in grande conto le posizioni di
Gramsci16. Già sapevamo che il rapporto di Giuseppe Ceresa venne accolto male dal Centro estero del partito e si giunse addirittura
a dirgli che Gramsci era un uomo da tempo malato, non più in grado di dare delle indicazioni al
partito17. Né più né meno, cioè, di quanto diceva Athos Lisa in carcere nel momento dei più acuti scontri con
Gramsci. Ora sappiamo anche che al rapporto di Magnani, che concerneva anche le idee di Gramsci, non si
ritenne necessario rispondere ufficialmente, ma solo con una lettera di Egle Gualdi contenente delle mere
direttive di lavoro politico. Segno che quelle idee creavano comunque imbarazzo, non erano cioè conciliabili con
le linee politiche che il partito aveva percorso dalla "svolta" in poi. Del resto, a detta di Eugenio Reale,
nello schedario dei quadri comunisti tenuto aggiornato da Umberto Massola a Parigi, sulla scheda relativa
a Gramsci egli risultava catalogato nel 1936 come un ex comunista passato a Giustizia e
Libertà18. E, ancora dopo la morte di Gramsci, Ennio Gnudi - trasferitosi negli Stati Uniti nel 1936 - confidava a
Michele Salerno, alludendo con ogni probabilità non ai "Quaderni del carcere" ma a un'antologia di suoi scritti
che il Pci aveva pensato a suo tempo di pubblicare: "Bisogna stare attenti perché gli scritti di Gramsci non
sono ortodossi. Sono trattenuti a Mosca e non pubblicati per questa ragione. Sono considerati
revisionisti"19.
Credo non si sia fatto un buon servizio né ad Antonio Gramsci né alla storia del Partito comunista
italiano tentando a lungo di attenuare le divergenze ideologiche dell'uno dall'altro, ed è stato soprattutto grazie
a testimonianze di tipo memorialistico e - ancor più - a quelle registrate dalla viva voce di tanti
militanti politici comunisti di allora che si è potuto progressivamente mettere in luce lo spessore di quelle divergenze.
Magnani: Io Gramsci l'ho conosciuto quando sono emigrato a Milano nell'aprile del '25. Durante il
ferragosto sono stato scelto per andare alla scuola di partito alla capanna Mara per i dirigenti della Federazione
giovanile. E lì a fare scuola c'era Gramsci, Longo e D'Onofrio, mentre Secchia si occupava dei servizi logistici.
Di nome Gramsci lo conoscevo già sin dall'anno precedente, quando era uscita "l'Unità". Siamo stati lì
una settimana. Si dormiva in qualche modo, anche nel fienile, perché eravamo una ventina. C'erano tra gli
altri Altiero Spinelli, che rappresentava la Federazione di Roma, Agostino Novella di Genova, Celeste
Negarville di Torino, Ferruccio Rigamonti di Milano, Porcari di
Parma20. Mi ricordo i modi molto cordiali che
aveva Gramsci. Ero arrivato là con una certa soggezione, ma poi il contatto con lui era veramente cordiale.
Si metteva a sedere in mezzo all'erba con noi, perché le lezioni si facevano fuori dalla
capanna21. Le cose che abbiamo chiarito allora riguardavano soprattutto il fronte unico e la bolscevizzazione del partito.
Quindi anche i socialisti, con cui eravamo sempre in
lotta22. E difatti quando c'è stato lo sciopero dei
minatori inglesi, che è durato sei mesi, noi abbiamo aperto una sottoscrizione nazionale e "l'Unità" è uscita con
delle pagine, mentre l' "Avanti!" a essa non ha partecipato. E lui ci spiegava questi problemi. Quel corso è stato
di grande utilità perché tutti questi giovani, provenienti da città diverse, di condizioni sociali diverse,
con preparazione politica e culturale diversa, sono riusciti ad avere un'idea comune, e questo è stato un
grande rafforzamento della Federazione. E difatti Gramsci era bravo. Poi Longo lo sostituiva quando lui era
stanco, perché non aveva una gran forza. Poi Gramsci l'ho rivisto dopo essere stato arrestato nel '27, quando
nel gennaio 1932 sono stato mandato a Turi. Quando l'ho rivisto, subito non m'ha riconosciuto. Io ero in
una cella di fronte allo scalone per andare giù in cortile e l'ho visto che stava scendendo insieme a
Mario Garuglieri, che io conoscevo già da Lecce, perché prima l'avevano trasferito a Lecce per una tentata
evasione da Pianosa, ma dopo poco tempo l'hanno mandato a Turi. Io l'ho avvicinato e salutato. Erano appena
cessate le polemiche che Gramsci aveva avuto con i compagni di Turi, quando aveva avuto un periodo molto
brutto. Io l'avevo saputo da Lai, perché Lai era stato trasferito da Turi a Lecce. Non è che Lai avesse parlato
molto di quelle vicende, ma comunque aveva detto che c'erano dei contrasti sulla Costituente, in modo
particolare con Athos Lisa. Invece a informarmi di tutto quello che era successo a Turi è stato Garuglieri, che era:
come devo dire? il difensore fisico di Gramsci, che era innamorato di Gramsci a un punto tale da dare delle
volte a Gramsci stesso un po' fastidio. Perché Garuglieri a volte lo prendeva a braccetto, quasi come si fa con
un bambino, anche se faceva questo perché mosso dal sentimento e non da altro. E lì ho incontrato
anche Sandro Pertini. Anzi, di lui ero diventato un po' geloso, perché era quasi sempre assieme a Gramsci
e Gramsci discuteva volentieri con lui.
Devi sapere che Gramsci era in cella da solo, mentre io ero in cella con tre anarchici, non m'hanno
mai voluto mettere assieme ai comunisti. E i comunisti erano invece tutti in celle di tre o quattro o in camerone.
E così io i contatti con i comunisti li avevo solo nel cortile, ma in cortile preferivo avere contatti
con Gramsci. E Gramsci invece era quasi sempre con Pertini. E con Ceresa, che anche quello c'era sempre,
e Piacentini.
Bermani: Gramsci aveva avuto dei contrasti con gli anarchici...
Magnani: Beh, erano piuttosto contrasti di carattere meschino, proprio miserabile. Quegli anarchici
scendevano a giudizi perché vedevano che c'era un altro detenuto che era trattato con un certo riguardo. Perché
Gramsci era in cella da solo, perché poteva scrivere,
perché riceveva dei pacchi e non li distribuiva alla
collettività. Per loro era inconcepibile che uno lottasse per cercare di difendere le sue condizioni di salute, perché
va tenuto conto delle condizioni di salute in cui si trovava
Gramsci23. Quelli che erano in cella con me
erano accaniti. Uno era di Sarzana, un altro di Cecina e un altro di Ancona si spacciava per anarchico ma non
lo era, perché era stato condannato per spionaggio a favore della Francia. Io l'ho saputo perché nel transito
da Roma a Fossano eravamo nello stesso carrozzone, c'erano degli scompartimenti divisi e lui parlava con
un altro, un ufficiale, in francese. E allora ho ascoltato la conversazione e questo qua diceva che per lui
era andata abbastanza bene al processo, mentre l'ufficiale era stato condannato invece pesantemente. E
ho capito che non era stato condannato per una questione politica. L'inverno precedente, prima che io
arrivassi nel gennaio del 1932, gli anarchici avevano persino tirato un sasso in una palla di neve a Gramsci.
Me l'aveva raccontato Garuglieri.
Quando sono arrivato io, Gramsci stava uscendo da condizioni fisiche che avevano avuto un
forte peggioramento, si stava riprendendo. E difatti con la primavera ha cominciato anche a tenere
delle conversazioni politiche. Io non lo vedevo dal 1925 ma da allora aveva subito un grosso cambiamento.
Invecchiato, la faccia più rotonda, una differenza enorme.
Bermani: Che discorsi faceva?
Magnani: I suoi discorsi politici erano tutti molto impegnativi, perché si parlava delle forze che
avevano operato nel Risorgimento24. Gramsci ricordava la posizione di Confalonieri e diceva di avere trovato in
un archivio la sua dichiarazione di sottomissione, che praticamente aveva tradito i suoi compagni, aveva
lasciato Silvio Pellico, Morosini in carcere. Va beh, c'era stato l'interessamento della moglie, ma negli affari di
Stato non è che la moglie potesse contare molto. Contava il fatto che lui era un grande latifondista e aveva
molte relazioni con l'aristocrazia lombarda e quindi l'imperatore era stato in forse se condannarlo o no. Ma
ha ottenuto praticamente la sua sottomissione
e questa cosa della sottomissione all'avversario urtava
grandemente Gramsci, tanto è vero che lui preferiva morire piuttosto che chiedere la grazia e le lettere che ha inviato
alla direzione del carcere erano tutte basate sui diritti che aveva come
carcerato25.
Bermani: E sulla Costituente cosa diceva?
Magnani: Era arrivato a questa riflessione: che l'azione rivoluzionaria, con la nostra parola d'ordine
di allora del governo degli operai e contadini, che avrebbe dovuto raccogliere tante forze per sconfiggere
il fascismo, era una posizione irreale, perciò una politica sbagliata. Anch'io ero entrato in carcere con
questa concezione della lotta rivoluzionaria, convinto che potesse far cadere almeno il governo fascista. E
lui dimostrava come le nostre forze fossero concentrate quasi solo nell'Alta Italia e un po' nell'Italia
centrale, mentre nell'Italia meridionale non avevamo niente, al di fuori di qualche personalità, non c'era
influenza politica, e quindi lì la nostra forza era inconsistente. E poi eravamo isolati perché nessun partito
collaborava con noi. Perché anche Giustizia e Libertà agiva isolatamente, non aveva contatti con noi. Avevamo
pochissimi contatti coi socialisti, quindi quella che c'era non era una forza che potesse dar luogo a un rivolgimento.
E il fascismo, dopo l'accordo con la Chiesa, si era rafforzato, perché la Chiesa era diventata una
grande sostenitrice del fascismo. E allora lui diceva che bisognava costituire un raggruppamento di forze
immense in tutto il paese. E questo era possibile solo attorno a dei principi che erano stati anche ispirazione
del Risorgimento. Perché la Costituente? Nel Risorgimento si è sempre parlato di costituzione, ma poi
all'infuori dello Statuto albertino non c'era stato niente. A Milano, le Cinque giornate si sono concluse che poi a
capo del governo c'era un conservatore. Quando si è trattato di Roma, Garibaldi ha proposto la dittatura
personale per potere resistere e la repubblica è caduta. E allora lui proponeva di raccogliere tutti gli elementi
antifascisti oppure anche solo non fascisti intorno al principio di una costituente per dare all'Italia una nuova
costituzione. Ora, intorno a questa parola d'ordine lui pensava che si potevano unire delle forze sufficienti per mettere
in crisi il governo fascista e quindi mettere in difficoltà anche la monarchia.
Poi, per lui, rimaneva il grosso problema dei contadini del Mezzogiorno. Nelle condizioni di allora
vivevano in uno stato di soggezione e se non si muovevano gli intellettuali non era possibile potere combattere
contro il fascismo26. Questo ha provocato poi la grande reazione di Lisa e degli altri che sostenevano
ancora... Personalmente l'idea dell'azione rivoluzionaria per
combattere il fascismo l'avevo già abbandonata prima di
arrivare a Turi, però non gli avevo sostituito ancora niente.
La questione della "svolta" in carcere è arrivata così, solo qualche cosa. I compagni, anche quando
sono uscito, non sapevano niente della lotta per la "svolta". Lo sapevano solo là dove era entrato in
carcere qualcheduno degli ultimi arrestati. Ma che si fosse propagata nel carcere, dappertutto, no. Si sapeva
che c'era stata l'espulsione di questi tre, ma le ragioni non si sapevano. Sì, si sapeva che non erano
d'accordo con il partito, ma su che cosa poi...
Gramsci non ha mai preso posizione ufficialmente, almeno per quanto conosco io, contro la politica
del partito. Però lui sosteneva un'altra posizione, che era una condanna implicita. Alla caduta del fascismo,
lui non faceva seguire un governo di sinistra, tantomeno un governo comunista. Prospettava un periodo
di democrazia borghese. Durante questo periodo il partito avrebbe avuto la possibilità di affermarsi e
conquistare i contadini e gli intellettuali. E da questo poi faceva dipendere il suo concetto di egemonia. Il partito
avrebbe dovuto acquistare questa egemonia non per sé, ma per queste forze che erano state sempre
sottomesse, fornendo loro un servizio, come si usa dire nel linguaggio di adesso.
E l'altra sua preoccupazione era che i compagni acquistassero cultura generale e cultura politica, perché
i compagni dovevano trovarsi nella condizione che - anche se isolati, anche se conoscevano soltanto
pallidamente la linea politica del partito - dovevano essere in grado di condurre avanti un'azione politica. E questo,
ripeto, anche se isolati, in attesa di potersi collegare. E quindi la sua grande preoccupazione era quella di
formare quadri anche in carcere. Dovevano acquisire una grossa autonomia di giudizio, ma sempre in funzione
però di una loro iniziativa politica. Cioè non dovevano aspettare l'imbeccata dal centro, che magari poi il
corriere non viene perché è stato arrestato. Non si può fermare la politica di un partito perché arrestano un
corriere. Allora è mica più un partito, è un'organizzazione segreta che aspetta l'imbeccata del capo e per il resto
è immobile. Ci vuole quindi questa capacità di iniziativa autonoma.
Bermani: Era anche un'implicita critica di una direzione dall'alto?
Magnani: Sì. Di Stalin non ha mai parlato. Ma il nome di Stalin in carcere non è che circolasse
molto. Eppure io quando mi sono trovato nei collettivi davo il mio contributo. Trotzky era un nome che girava
di più. Era stato il capo dell'esercito rosso. Per tutti noi, specialmente per noi giovani, era una grande
personalità. Dopo Lenin c'era Trotzky. I nomi che giravano erano Trotzky, Lenin, Bucharin, Cicerin per gli accordi
di Rapallo. Per Stalin c'era una bella differenza da quello che poi si è parlato dopo la Liberazione,
quando Stalin era più di Lenin. E di Trotzky, Gramsci ha parlato solo quando ponevamo il problema noi. Io
avevo appena finito di leggere il libro "La mia vita" di Trotzky e da questa lettura non ero uscito fuori
entusiasta. Anzi, trovavo lì i motivi di contrasto con Lenin. Ma il giudizio di Gramsci su "La mia vita" era
molto riservato. Diceva che quel libro, se i fascisti lo facevano circolare in carcere, lo si poteva
comperare liberamente... mentre gli altri libri io li ricevevo ma dovevo camuffarli. Si facevano entrare con
pacco regolare. Prima che il pacco andasse al controllo noi lo mandavamo in magazzino, non lo ritiravamo,
perché loro controllavano solo la roba che veniva direttamente. Poi quando il pacco era in magazzino, si andava
con il pretesto di prendere delle maglie e d'accordo con lo "spesino" si portava via dei nostri libri. Poi
li camuffavamo noi. Gli cambiavamo le copertine, gliele tiravamo via e gliene mettevamo delle altre.
Ho ancora un libro, "Il Principe" di Machiavelli, dove nelle pagine bianche avevo scritto con l'amido
delle istruzioni che inviavo a un compagno che usciva dal carcere e che era rimasto a Fossano. E io gli
mandavo questo libro, che serviva per un altro compagno, Ragazzi Giuseppe, che era di Ferrara. Questo
compagno quel libro l'ha ricevuto, ma le pagine erano ancora bianche. Me l'ha consegnato trentacinque anni dopo e
nel frattempo la scrittura era emersa. Sai, per scrivere è meglio usare l'amido del riso o il limone. Però già
allora i direttori di carcere queste cose le sapevano tutte... Io ho letto tutto "Il capitale" di Marx in carcere. È
quello pubblicato dall'Utet di Torino. Anche gli opuscoli su "I problemi della rivoluzione", delle Edizioni
Avanti!, in carcere giravano. E lì ho letto anche "La storia della socialdemocrazia" di Mehring.
In carcere, quello che diceva Gramsci, specialmente sulla costituzione e praticamente sulla politica
del partito, l'avevo tutto riprodotto in un libro, con il sistema dell'ago. Cioè ogni lettera la puntavo con
l'ago, che poi dopo alla luce vedi che c'è una lettera segnata. Certo, è un lavoro da reclusi. E quel libro
sono riuscito a portarlo fuori, assieme a tanti altri, quando dopo tre mesi ho goduto dell'amnistia, nove
giorni prima che mi scadesse la pena. Quel libro poi è sparito tre mesi dopo, quando fui nuovamente
arrestato27.
Ma il rapporto che ha mandato Lisa risponde comunque abbastanza obbiettivamente alle discussioni
che c'erano state. Io, tempo dopo, mandai un rapporto a Parigi, dove parlavo anche di Gramsci e
dell'Assemblea costituente. Mi ha risposto Egle Gualdi in un modo per cui ho capito che quella lettera non la teneva
in nessuna considerazione. E difatti la risposta ufficiale non m'è arrivata, m'è arrivata la lettera della
Gualdi. E la risposta gliel'aveva suggerita Mario Montagnana, come ho saputo molti anni dopo dalla Gualdi stessa.
Bermani: Insomma, hanno fatto finta di niente. Gramsci parlava di Croce?
Magnani: I crociani io non li considero dei progressisti, anche se filosoficamente può essere un
progresso. Ma Croce era il filosofo della borghesia non solo italiana ma anche europea. Su questo Gramsci
insisteva molto, contro Croce. Adesso c'è anche chi lo vuol far passare per un crociano... Per Gramsci Croce era
il filosofo della borghesia, un avversario, una filosofia da combattere. Il tentativo di Croce di mettere Marx
in soffitta per Gramsci era filosoficamente
fallito28.
L'ultima volta che ho visto Gramsci è stato cinque mesi prima di uscire dal
carcere29. Io mi sono spiegato questo mio allontanamento da Turi con il fatto che il contatto di Gramsci con l'esterno avveniva
proprio attraverso i compagni che uscivano. Allora, secondo me, l'intenzione della direzione del carcere era
quella di rompere questo rapporto tra Gramsci e i liberandi, perché questi qua portavano fuori molte delle
posizioni di Gramsci30. Perché dalle istruzioni che Gramsci dava, sia da un punto di vista culturale che di
indirizzo politico, per loro Gramsci era un dirigente del Partito comunista. E per me Gramsci si è sempre
comportato come un dirigente comunista, non come uno che sta lì a piagnucolare sulle sue condizioni. Lottava
per sopravvivere ma la sua funzione era quella. Quello che sosteneva con noi, perché ci preparassimo sempre
di più dal punto di vista culturale, per potere essere dei dirigenti e anche autonomi, questo solo un dirigente
lo può fare.
Poi da Turi mi hanno trasferito a Bari, dove era stato trasferito in precedenza anche Angelo Scucchia. Di
lui m'aveva parlato Garuglieri e m'aveva detto che era uno dei più accaniti contro Gramsci. Infatti anche a
Bari questo qua continuava a dire male di Gramsci, che era un privilegiato, che era un egoista, proprio anche
a demolire la personalità sua. Allora io, sentendo queste cose, e sentendo anche quello che dicevano gli
altri detenuti, ho avuto con lui un contrasto molto eccitato e l'ho anche smascherato, dicendo che lui era uno
dei provocatori. E l'avevo anche accusato di
provocazione31. Sai, gli altri sono rimasti sorpresi, ma nel
fondo c'era anche da parte loro l'ammirazione per Gramsci, che era il capo del partito, che era in carcere e
quindi... Così Scucchia ha smesso di andare da uno e dall'altro a parlare contro Gramsci, non ne ha più parlato.
Ma poi dopo poco m'hanno mandato via anche da Bari.
Bermani: Si sapeva che Gramsci era il capo del partito?
Magnani: Si sapeva in carcere, si sapeva... Quand'ero a Lecce, quando m'hanno trasferito, subito non
sapevo dove mi mandavano. Ma appena m'hanno detto che mi mandavano a Turi, dove c'era Gramsci, l'ho
comunicato subito agli altri...
Bermani: Di che cosa d'altro parlava Gramsci con voi?
Magnani: Ricordo con che passione ci parlava dei suoi figli, di come andavano a scuola, del
metodo d'insegnamento che c'era in Unione Sovietica, che lui considerava superiore a quello che c'era qui. Di
sua moglie invece parlava poco. Soprattutto parlava della sua vita da giovane, della sua vita in Sardegna e poi
dei suoi figli. Di quelli ne parlava sempre, con affetto e direi quasi con orgoglio. E poi ricordo la sua
umanità... lui cercava di confortare i compagni per le loro situazioni di famiglia. Quando sapeva che un
compagno aveva una situazione di famiglia difficile, dolorosa, lui cercava di dargli conforto.
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