Cesare Bermani
Il Gramsci di Togliatti e il Gramsci liberato
"l'impegno", a. XI, n. 2, agosto 1991
© - Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Il crescente interesse per Gramsci diffuso nel mondo è in stridente contrasto con l'archiviazione che si
sta tentando di farne in Italia. "Quasi nessuno legge più i suoi scritti", lamentava già Paolo Spriano su
"l'Unità"l, e nel nostro Paese larga parte delle interpretazioni e letture critiche della sua opera concludono oggi per
una sua irreversibile
inattualità2. Gramsci cerca di connettere criticamente assieme produzione, cultura e
politica: può avere qualche interesse per un "sistema dei partiti" tutto teso a un'autonomia della politica dalla
società? Può interessare a forze politiche "moderne" l'esame di una strategia rivoluzionaria che ha al proprio
centro la lotta di classe? "Liberare Gramsci" è stato il programma di una più che trentennale battaglia per
ristabilire il Gramsci "vero" rispetto a quello costruito dopo il '45 dall'apparato del Pci e funzionale alla sua
linea politica.
La prima edizione delle opere di Gramsci
Nel dopoguerra Gramsci viene conosciuto prima come il martire, l'uomo sottratto alla sua famiglia e al
suo partito, condannato a vent'anni di carcere e lasciato morire in una cella. È il Gramsci della prima
edizione delle Lettere dal
carcere3, pubblicate nel 1947 da Felice Platone con la supervisione di Palmiro Togliatti.
Se già il rigore del regolamento carcerario aveva costretto Gramsci a una corrispondenza familiare
perlopiù priva di riferimenti politici diretti, tuttavia - senza dirlo - i curatori avevano omesso anche tutti quei brani
in cui Gramsci accennava ad Amadeo Bordiga, Leone Trotzki, Rosa Luxemburg e all'opposizione di
sinistra. Si doveva insomma fare quadrare Gramsci con Stalin ed evitare che Bordiga - di cui Togliatti conosceva
le grandi capacità di lavoro politico e del quale temeva allora un ritorno nella
lotta4 - potesse giovarsi
dell'autorità morale che gli veniva dai suoi rapporti con Gramsci. Ma i tagli non si fermavano qui e riguardavano il
fatto che in carcere Gramsci avesse dei problemi pratici (medicine, quattrini, vestiario, richieste di libri
ecc.), avesse dei momenti di scoramento e vivesse una situazione di grave emarginazione nei confronti del
suo partito. Gramsci viene infatti allora presentato come un eroe senza debolezze, mai come il Gramsci che
ha una vita quotidiana. È ridotto a una "vita illustre" da mettere a fianco di altre "vite illustri" di
carcerati risorgimentali, come Silvio Pellico, Domenico Settembrini, Silvio Spaventa. E questo perché anche il
mito di Gramsci in carcere deve servire a testimoniare la continuità con la tradizione nazional-liberale
del Risorgimento richiesta dalla politica culturale del Pci di quegli
anni5. A questa politica culturale - che
cerca l'alleanza con gli intellettuali borghesi - vengono sacrificate anche le critiche che Gramsci fa a
personaggi della cultura che, come lo scrittore Leonida Repaci, erano allora schierati a fianco del
Pci6. Le censure appiattiscono inoltre il rapporto tra Gramsci e la moglie Giulia, che è fatto anche di violente polemiche,
di silenzi, di reale indifferenza propria di una separazione avvenuta di fatto. Al mito di un Gramsci
marito esemplare, appassionatamente fedele a Giulia, si sacrifica quello che è più interessante in quel loro
rapporto, cioè una concezione dell'amore come comunione intellettuale, scambio e integrazione di esperienze
e sentimenti in un rapporto che è "di testa" più che "di cuore" e che proprio per questo fa sì che - dopo anni
di silenzio reciproco - i legami tra i due si
riannodino7. Le Lettere dal carcere
escono in anni in cui nel Pci c'è una ventata di moralismo e di familismo e un rapporto come quello tra Gramsci e Giulia non è
accettabile. Per rendere l'idea del clima nel Pci di allora ricordo soltanto un fatto: Enrico Berlinguer, allora
segretario della Federazione giovanile comunista italiana, a difesa della verginità e della
purezza delle giovani comuniste e non certo della loro libertà sessuale, indicava a loro come un esempio non solo Irma Bandiera,
martire della Resistenza, ma anche santa Maria Goretti, che preferì morire piuttosto che cedere alla violenza
carnale8.
Stessa sorte censoria toccherà poi ai
Quaderni del carcere9. Siamo allora in piena ortodossia stalinista
e l'indipendenza di giudizio di Gramsci viene nuovamente imbrigliata da Togliatti e Platone. Spariscono
gli apprezzamenti positivi su Trotzki, restano solo quelli negativi; vengono corretti quei brani dove c'è
una presa di distanza dal pensiero di Engels; si attenuano le riserve espresse da Gramsci verso
l'esperienza sovietica, specie in ordine ai problemi politici
interni10. Lo stesso Togliatti ammetterà nel giugno
196411 che il metodo seguito per la pubblicazione dei
Quaderni era stato di eccessiva prudenza anche per i
tempi staliniani. Ma è soprattutto l'organizzazione per temi che si è voluto dare ai
Quaderni del carcere a creare gravissimi equivoci. Non solo non vengono pubblicati i brani di prima
stesura12, che spesso aiutano anch'essi a capire di che cosa Gramsci stia parlando. Ma, qualora i brani di seconda stesura mal si prestino alla
partizione per temi - anche quando non sollevano problemi particolari di ordine politico - non
vengono pubblicati.
Oggi sappiamo con certezza che i
Quaderni del carcere sono una unica ricerca che ha al proprio centro
la critica del nesso fra produzione intellettuale e organizzazione della cultura, fra teoria e sua
utilizzazione pratica. Attilio
Monasta13 ha addirittura messo in luce come il 54 per cento delle pagine dei
Quaderni veda esplicitamente la presenza del discorso su intellettuali, educazione e egemonia (la percentuale supera il
75 per cento in ben sette quaderni). Ma allora era impossibile a un lettore rendersene conto. Infatti
l'organizzazione per temi dei Quaderni del
carcere non è un fatto neutrale, ma è invece la conseguenza della lettura
di Gramsci data dai curatori, che hanno
presentato14 e organizzato il materiale come se non rappresentasse
un unico discorso organico - per appunti, forse concepito volutamente come una ricerca in cui non si
vuole giungere a una sintesi, ma organico - bensì come se questo materiale facesse parte di più ricerche tra
loro separate: una filosofica Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto
Croce, (1948), una di critica letteraria Letteratura e vita
nazionale, (1950), una di ricerca storica Il
Risorgimento, (1954), una di ricerca su Gli intellettuali e l'organizzazione della
cultura, (1949) e una sui problemi del partito politico
della classe operaia e della fondazione dello Stato socialista
Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo
stato moderno, (1949); Passato e
presente, (1951). In questa organizzazione del materiale - ben diversa dai
Quaderni originali - era del tutto impossibile risalire al discorso organico che Gramsci si era proposto di fare,
anche perché numerosi brani degli originali non vennero pubblicati. Faccio qualche esempio per chiarire le
difficoltà create ai lettori da questa prima edizione per una giusta comprensione di quello che Gramsci voleva dire.
La nota 24 del Quaderno 1915 ha di prima stesura un titolo illuminante a proposito di cosa si sta parlando
in essa: "Direzione politica di classe prima e dopo l'andata al
governo"16. In seconda stesura il titolo della
nota diventa "Il problema della direzione politica nella formazione e nello sviluppo della nazione e dello
stato moderno in Italia". Se non si conosce - come allora il lettore non conosceva - il titolo della prima stesura
e si ignora che il Quaderno 19 è nella stesura originale di Gramsci privo di titolo17 e che il titolo
"Risorgimento italiano" gli stato dato dai curatori, si può anche pensare che questa nota 24 affronti meri problemi
storici riguardanti il Risorgimento. Se invece si conoscono questi particolari non
vi può essere dubbio che Gramsci sta parlando del rapporto tra le vie della direzione politica in Unione Sovietica e le vie della
direzione politica in altri paesi che si indirizzino al socialismo. Cosa pensare dei curatori che avevano a
disposizione tutti gli elementi per arrivare a questa conclusione e non l'hanno tratta? Poiché Palmiro Togliatti era
tutt'altro che un intellettuale sprovveduto, non resta che concludere che questo "fraintendimento" sia stato
voluto. Gramsci ha del resto fornito a più riprese la chiave per leggere correttamente i
Quaderni, ma sembra proprio che i curatori l'abbiano sempre volutamente occultata. Nella nota 42 del
Quaderno 718 - non ripresa dalla prima edizione dei
Quaderni perché di prima stesura - Gramsci ci informa che "la storia è un
paragone implicito tra passato e presente (l'attualità storica)", dandoci implicitamente una chiave di lettura delle
note immediatamente successive. La nota
4319 - non ripresa dai curatori - inizia: "Riforma e
Rinascimento. Questi modelli di sviluppo culturale forniscono un punto di riferimento critico che mi pare sempre
più comprensivo e importante (per il suo valore di suggestione pedagogica) quanto più ci rifletto. È evidente
che non si capisce il processo molecolare di affermazione di una nuova civiltà che si svolge nel
mondo contemporaneo senza aver capito il nesso storico Riforma-Rinascimento". La nota
4420 - anch'essa non ripresa dai curatori - inizia nuovamente: "Riforma e Rinascimento. Che il processo attuale di
formazione molecolare di una nuova civiltà possa essere paragonato al movimento della Riforma può essere
mostrato anche con lo studio di aspetti parziali dei due fenomeni". E oltre: "Se si dovesse fare uno studio su
l'Unione [Sovietica], il primo capitolo, o addirittura la prima sezione del libro, dovrebbe proprio sviluppare il
materiale raccolto sotto questa rubrica 'Riforma e Rinascimento' ". Con queste avvertenze è chiarissimo che
all'interno di queste note si voglia instaurare un paragone tra il nesso che intercorre tra la Riforma protestante e
il Rinascimento, da un lato, e il nesso che intercorre tra la costruzione del socialismo in Unione Sovietica
(o in un'altra società) e il marxismo. Ma tutto questo ci è tenuto ben nascosto nella prima edizione.
La nota 12 del Quaderno
1121, una delle più importanti per capire il nesso strettissimo che c'è
nell'analisi gramsciana tra formazione della coscienza individuale e formazione della coscienza collettiva, sviluppo
e funzione delle ideologie e funzione degli intellettuali ai fini dell'egemonia, è preceduta dal titolo:
"Appunti per una introduzione ed un avviamento allo studio della filosofia e della storia della cultura"; e il
Quaderno 1222 si intitola: "Appunti e note sparse per un gruppo di saggi sulla storia degli intellettuali e della cultura
in Italia". Nella prima edizione dei Quaderni cade in entrambi i casi questo riferimento alla "storia
della cultura", e con questo intervento i curatori impediscono di capire che queste due lunghe e articolate note
si riferiscono entrambe a una medesima ricerca. Non si tratta che di qualche esempio tra i molti possibili, ma
credo siano sufficienti a fare capire come con la loro lettura e la loro organizzazione dei Quaderni,
Togliatti e Platone abbiano spesso svuotato l'opera di Gramsci dei suoi contenuti teorici effettivi, facendone
uno strumento per la politica di alleanze con gli intellettuali fiancheggiatori del partito (alleanza della
politica con la cultura). Da questa organizzazione dei
Quaderni presero allora le mosse correnti storiografiche che
si rifacevano alle note di Gramsci sul Risorgimento, correnti di critica letteraria che si rifacevano a
Letteratura e vita nazionale, ecc. Invece si nascose o comunque sfuggì che Gramsci era un critico della politica
come categoria a sé stante (autonomia della politica), e si mantenne quella distinzione tra cultura e politica e
fra intellettuali e potere (o direzione politica, come egli chiama il contropotere di chi non è dominante)
che Gramsci giudica invece una "utopia
sociale"23. Un lavoro scientifico sulla funzione degli intellettuali e
sulla storia della cultura, ricco di indicazioni sui processi di "direzione politica", sul comportamento e le
funzioni delle élites, sugli strumenti che usano, sulla loro falsa coscienza ecc., insomma tutto il campo d'indagine
su come si mantiene e come si conquista l'egemonia politica e culturale all'interno della società, ossia tutto
un discorso che "il moderno Principe", cioè il partito, avrebbe dovuto fare proprio e utilizzare come
strumento d'analisi permanente per esercitare una critica costante dell' "ideologia", per riassorbire la
separatezza dell'intellettuale in una società moderna e per creare gruppi dirigenti organici alla classe (non al
partito!), veniva del tutto ignorato e anzi, direi, occultato da Togliatti e Platone.
Quanto agli scritti di Gramsci precedenti il suo arresto dell'8 novembre
192624, che per la verità non
sono sempre di facile attribuzione, in molti casi vennero considerati come aprioristicamente non suoi quelli
che cozzavano contro l'immagine di Gramsci che il partito stava costruendo e che finiva per influenzare
anche i giudizi dei curatori delle opere. Oggi sappiamo che tra gli scritti di Gramsci dal 1913 al 1920 ben
cinquantasei attribuitigli non erano suoi, altri sette
già attribuitigli sono ora solo considerati come probabilmente
suoi, mentre gliene sono stati attribuiti altri trecento con sicurezza e quarantadue con
probabilità25.
I primi tre volumi della nuova edizione crifica
degli Scritti 1913-1924 sono stati curati assai bene da
Sergio Caprioglio. Purtroppo il quarto volume, dedicato a
"L'Ordine Nuovo" (1919-1920), uscito a cura di
Valentino Gerratana e Antonio A. Santucci, si è limitato a ordinare solo gli scritti già noti e già attribuiti, assai
spesso per merito di Alfonso Leonetti e Andrea Viglongo, che hanno dato un contributo decisivo per avviare
la nuova edizione degli scritti gramsciani su basi filologiche rigorose, contributo del resto riconosciutogli
sia da Sergio Caprioglio che da Renzo Martinelli, alle cui
ricerche26 si deve soprattutto l'aggiungersi di
numerosi altri articoli sicuramente o presuntivamente di Gramsci in questa nuova edizione. Gerratana e Santucci -
che poco generosamente non ricordano il determinante contributo di Leonetti e Viglongo - non entrano mai
nel merito dei criteri seguiti per le attribuzioni nelle precedenti edizioni, rifiutando aprioristicamente
delle ulteriori verifiche e un ampliamento del campo d'indagine. Una semplice presa d'atto notarile quindi, da
cui restano esclusi inspiegabilmente alcuni articoli solidamente attribuiti a Gramsci. come per esempio
L'ordine sociale, uscito nell' "Avanti!" di Milano del 16 settembre
192027.
Anche nei successivi volumi di scritti di Gramsci tra il '21 e il '26 - di cui manca ancora l'edizione critica - nella loro prima edizione le omissioni e le erronee attribuzioni sono state molte. Nel volume
Socialismo e fascismo. L'Ordine Nuovo 1921-1922
figurano ben sei scritti ora sicuramente attribuiti a Togliatti grazie
alle ricerche di Alfonso Leonetti e Giancarlo
Bergami28. Alcuni testi riprodotti sono stati addirittura
manipolati. È il caso di
Bergsoniano!, corsivo apparso su "L'Ordine Nuovo" del 2 gennaio 1921, erroneamente
attribuito dai curatori Felice Platone e Elsa Fubini a Gramsci e in realtà di Togliatti. La frase "Ma essi [Marx
ed Engels] erano degli idealisti" diviene "Ma essi erano passati per l'idealismo". Nel volume
La costruzione del Partito comunista.
1923-1926, a cura di Elsa Fubini, viene addirittura considerato come scritto
originale di Gramsci un testo tradotto e riassunto dalle "Questioni del leninismo" di
Stalin29.
Mi sono dilungato su questa prima edizione delle opere di Gramsci perché essa ha avuto decine e decine
di ristampe e ha finito per creare attorno a Gramsci una lettura che è ormai diventata memoria acritica
di massa, senso comune diffuso su di lui. Si tenga tra l'altro conto che solo nel '75 si è potuto avere
l'edizione critica dei Quaderni del carcere, mentre il primo volume dell'edizione critica degli
Scritti 1913-1926 è uscito solo nel 1980. Gli anni della ripubblicazione in una forma scientificamente attendibile delle opere
di Gramsci sono quindi all'ingrosso coincisi con gli anni della fine della togliattiana "via italiana al
socialismo" e con un periodo di sconfitte a ripetizione del movimento operaio e di tutta la
sinistra30. E queste sono altre ragioni del fatto che oggi Gramsci è letto poco in Italia. Inoltre, a mio parere, non ci sono in questo
momento nel Paese forze politiche organizzate che abbiano un vero interesse a capire i meccanismi di potere
dominanti, a riflettere sulle forme di direzione politica, a rifiutare la separatezza della vita politica e della cultura
dalla società, a volere costruire una propria egemonia dentro la società, perché sono anch'esse forze politiche
che praticano proprio quella "cultura della separatezza" che Gramsci combatteva come uno strumento
dell'egemonia della cultura capitalistica dominante. Ciò non esime ovviamente - anzi - dal compito
di liberare definitivamente il pensiero di Gramsci dalle prigioni teorico-politiche in cui è stato rinchiuso
da Togliatti e Platone. Un compito oggi possibile grazie al lavoro fatto dalla fine degli anni cinquanta in poi
da studiosi e militanti quali Giancarlo Bergami, Gianni Bosio,
Sergio Caprioglio, Giuseppe Fiori, Valentino Gerratana, Alfonso Leonetti, Renzo Martinelli, Mimma Paulesu Quercioli, Attilio Monasta e altri,
per ricondurre Gramsci e la sua opera in un alveo anzitutto filologico e storico, restituendolo libero
da ideologizzazioni e mummificazioni perché si possa finalmente mettere a frutto l'enorme potenziale
di autoliberazione della sua opera, dentro alla sempre più urgente rimeditazione critica della teoria e
della prassi comunista.
La seconda edizione delle opere di Gramsci e gli altri suoi scritti oggi a disposizione
La seconda edizione delle opere di Gramsci è in corso di stampa presso Einaudi. I volumi di essa sinora
editi sono: Cronache torinesi. 1913-1917,
a cura di Sergio Caprioglio, 1980; La Città
futura. 1917-1918, a cura di Sergio Caprioglio, 1982;
Il nostro Marx 1918-1919, a cura di Sergio Caprioglio, 1984;
L'Ordine Nuovo 1919-1920, a cura di Valentino Gerratana e Antonio A. Santucci, 1987. (Degli
Scritti 1913-1926 sono in preparazione altri quattro volumi: 1921-1922; 1923-1925; 1925-1926;
Lettere 1909-1926). Quaderni del
carcere, edizione critica dell'Istituto Gramsci, a cura di Valentino Gerratana, 1975, 4 volumi. La lettura
di questi volumi sinora usciti può essere provvisoriamente integrata con i due ultimi volumi della prima
edizione, usciti già in un periodo in cui erano superate le censure di tipo staliniano e che - malgrado alcuni errori
di attribuzione - sono proficuamente consultabili:
Socialismo e fascismo. L'Ordine Nuovo. 1921-1922,
1966; La costruzione del Partito Comunista.
1923-1926, 1971. Si vedano inoltre i sei scritti raccolti in
Note sulla situazione italiana 1922-1924,
a cura di Aldo Romano, in "Rivista storica del socialismo", Milano,
n. 13-14, maggio-dicembre 1961; Per la verità. Scritti 1913-1926,
a cura di Renzo Martinelli, Roma, Editori Riuniti, 1974; e Sergio Caprioglio,
Gramsci e il delitto Matteotti con cinque articoli
adespoti, in "Belfagor", Firenze, n. 3, 31 maggio 1987. Per quel che concerne le
Lettere dal carcere, una nuova edizione a cura
di Sergio Caprioglio e Elsa Fubini - con l'aggiunta di centodiciannove inediti e di molte altre parti di
lettere censurate - è stata pubblicata, sempre da Einaudi, nel 1965. Un'aggiunta di ventotto altre lettere è stata
fatta in appendice alla ristampa di questo lavoro, effettuata nel 1988 da l'Editrice l'Unità, in due volumi,
allegati, per una loro diffusione di massa, al quotidiano del Partito comunista italiano. Riguardo alle lettere scritte
da Gramsci precedentemente all'arresto del novembre 1926 si veda:
Duemila pagine di Gramsci, a cura di Giansiro Ferrata e Niccolò Gallo, Milano, Il Saggiatore, 1968, dove, nel secondo volume, viene
pubblicata una raccolta di lettere dal 1912 al 1937;
La formazione del gruppo dirigente del Partito comunista
italiano nel 1923-1924, a cura di Palmiro Togliatti in "Annali 1960", Istituto Giangiacomo Feltrinelli,
Milano, Feltrinelli, 1961, che raccoglie gli scambi di lettere tra Antonio Gramsci, allora a Vienna, e i compagni
di partito in Italia e che - anche se non tutte le lettere sono state pubblicate integralmente - resta
fondamentale per capire come si giunse alla creazione di una maggioranza non bordighiana all'interno del Pcd'I.
Sono inoltre apparse in giornali e riviste: Lettere di A. Gramsci studente alla
famiglia, a cura di Aldo De Jaco, in "l'Unità", Milano, 23 gennaio 1966;
Nuova documentazione sulla "Svolta" nella direzione del Pcd'I
nel 1923-1924, in "Rivista storica del socialismo", n. 23, settembre-dicembre 1964 (scritti inediti o non noti
di A. Bordiga, U. Terracini, P. Tresso, A. Gramsci, P. Togliatti);
Carteggio 1923, a cura di Paolo Spriano, in "Rinascita", Roma, n. 4, 22 gennaio 1966;
Lettera inedita per la fondazione dell' "Unità" (settembre
1923), in "Rivista storica del socialismo", Milano, a. VI, n. 18, gennaio-aprile 1963; Valentino Gerratana,
Lo stile dell' "Ordine Nuovo",
in "Rinascita", Roma, n. 13, 16 aprile 1988 (vengono pubblicate due lettere
inedite di Gramsci inviate nel 1923 da Vienna riguardanti il progetto della terza serie della rivista); Due
lettere inedite a Zino Zini (1924), in "Rinascita", Roma, n. 17, 25 aprile 1964; una lettera del 30 novembre 1924
al direttore de "La Conquista de lo Stato", Curzio Malaparte, pubblicata da quel giornale il 7 dicembre 1924
è ora in Sergio Caprioglio, La conquista dello Stato per Gramsci e
Malaparte, in "Belfagor", n. 3, 31
maggio 1986; Lettera ai compagni del Comitato centrale del Partito comunista sovietico (ottobre 1926),
in "Problemi della rivoluzione italiana", Parigi, a. II, n. 4, aprile 1938 (vedilo anche in
Duemila pagine di Gramsci, cit.); Il carteggio di Antonio Gramsci conservato nel Casellario politico
centrale, a cura di Costanzo Casucci,
in "Rassegna degli Archivi di Stato", Roma, n. 3, settembre-dicembre 1966. Recentemente sono inoltre
state pubblicate le due dispense di Gramsci dedicate, nel 1925, alla Scuola interna di partito (vedi
Il rivoluzionario qualificato. Scritti 1916-1925,
a cura di Corrado Morgia, Roma, Delotti editore, 1988, dove figura anche
lo scritto Che fare? del 1 novembre 1923 e due lettere da Vienna inviate al Comitato esecutivo del Partito
Anche numerose relazioni e rapporti di partito sono per ora sparse su varie riviste:
Relazione al Comitato centrale del Partito comunista d'Italia (13-14 agosto 1924),
in "Rinascita", nn. 16 e 17, 25 agosto e
1 settembre 1962; Verbale della riunione dell'esecutivo del Pcd'I del 14 ottobre 1926
e Relazione al Comitato centrale del 17-18
ottobre 1924 sulla proposta dell'Antiparlamento,
in Silvia De Benedetto, Gramsci, l'Antiparlamento, la Costituente: due documenti inediti del 1924,
in "Nuovo Impegno", Firenze, n. 33, 1977;
Relazione al Comitato centrale del Partito comunista d'Italia (maggio
1925), in "Critica marxista", Roma, n. 56, settembre-dicembre 1963;
Un rapporto inedito al Partito, a cura di Franco Ferri, in
"Rinascita", n. 15, 14 aprile 1967. Sarà anche da ricordare il
Memoriale di Antonio Gramsci al presidente del
Tribunale speciale, 13 febbraio 1928, in
Trenta anni di vita e lotte del Pci,
Quaderni di "Rinascita", Roma, n. 2,
1951 (poi in Autodifese di militanti operai e democratici italiani davanti ai
tribunali, Milano-Roma, Edizioni Avanti!, 1958, pp. 202-216).
Abbiamo già accennato al fatto che nella nuova edizione degli
Scritti 1913-1926 di Gramsci non è
stato incluso l'articolo L'ordine sociale,
uscito originariamente in "Avanti!", Milano, a. XXIV, n. 235, 16
settembre 1920, ora in "Almanacco piemontese 1987", Torino, Viglongo, 1988, pp. 87-89. Inoltre per l'attribuzione
a Gramsci di alcuni scritti apparsi su "L'Ordine Nuovo", settimanale e quotidiano, che non figurano a
tutt'oggi nella sua opera si veda Cesare Bermani,
Letteratura e vita nazionale. Le "osservazioni" sul
folclore, in Aa. Vv., Gramsci un'eredità contrastata. La Nuova sinistra rilegge
Gramsci, Milano, Ottaviano, 1979, pp. 91-115.
Bibliografia gramsciana
Per le opere su Gramsci, finalmente abbiamo a disposizione una
Bibliografia gramsciana 1922-198931 che raccoglie 7.061 indicazioni di pubblicazioni in ventotto lingue, che rappresenta una solida base di
partenza per ulteriori integrazioni e che può quindi considerarsi già sin d'ora utilissimo strumento di lavoro.
Curata dallo studioso e militante comunista americano John M. Cammett - che si è valso della collaborazione
di una équipe radunata dalla Fondazione Istituto Gramsci, incaricata dall'aprile 1989 di rivedere e
correggere il formato e il contenuto della bibliografia - essa ha inglobato i precedenti ampi lavori di Elsa Fubini e
le ricerche di numerosi studiosi sparsi in vari paesi del mondo.
Le voci italiane sono 5.323, quelle non italiane 2.738 (38 per cento del totale). Di queste, 909 (circa il 13
per cento del totale) sono state pubblicate in lingua inglese, mentre ben rappresentati sono anche il francese,
il tedesco, il greco, il polacco, il russo, l'ungherese e le diverse lingue jugoslave.
Il curatore fa tuttavia presente la permanenza di lacune nella bibliografia, soprattutto per quel che
riguarda le lingue dei paesi dell'Est e le pubblicazioni in Spagna e Portogallo, ma anche per quel che riguarda
l'area - pur già così ricca - di lingua inglese. E invita gli studiosi a collaborare al perfezionamento di
questa bibliografia computerizzata, in grado di costituire una base per una ricerca scientifica su un gran numero
di soggetti, anch'essi ampliabili e perfezionabili.
Nella prefazione Nicola Badaloni ricorda come Palmiro Togliatti avesse, nel 1964, sostenuto
che "l'elaborazione teorica e le innovazioni di vita e di cultura proposte da Gramsci non erano solo
proprietà riservata di un partito politico [...] ma dell'intera nazione
italiana"32. E aggiunge: "Questa
Bibliografia dimostra però che anche tale giudizio era limitato e che Gramsci ha contribuito a ravvicinare la cultura
della sua terra a quella europea e a quella
mondiale"33.
Come il curatore, penso anch'io che questa bibliografia computerizzata sia da concepirsi quale strumento
di lavoro aggiornabile e perfettibile in continuazione ma anche ritengo che per fare questo si debba
affrontare di petto pure alcuni nodi politici. In particolare, se si vuole che questa bibliografia divenga sempre più
uno strumento utilizzabile per approfondimenti e dibattiti su Gramsci e la sua eredità da tutto il ventaglio
assai ampio di posizioni e punti di vista politico-culturali, credo che ci si debba rendere conto che, per
esempio, il clima del passato, di grave ostracismo politico-culturale nei confronti delle minoranze comuniste
eterodosse, continua ancora oggi a gravare su questa bibliografia al di là delle intenzioni soggettive del suo curatore
e dell'Istituto Gramsci.
E voglio quindi segnalare alcune omissioni, soprattutto per quel che riguarda pubblicazioni italiane, che -
mi pare - mettono in luce la necessità di muoversi con particolare lena per colmare i vuoti di conoscenza
a proposito del lavoro svolto su Gramsci dalle minoranze comuniste non Pci.
Una prima considerazione riguarda le opere di carattere generale sulla storia del Partito comunista
italiano. Mentre, per esempio, sono considerate quelle di Paolo Spriano, Giorgio Galli o Giorgio Amendola, non
vengono menzionate opere come
Storia della sinistra comunista, Milano, Edizioni il Programma
Comunista, 1972 (vedi in particolare il VI capitolo del II volume concernente il 1919-1920:
Gramsci, "L'Ordine Nuovo" e "Il
Soviet") o come Danilo Montaldi, Saggio sulla politica comunista in Italia (1919-1970),
Milano, Edizioni "Quaderni Piacentini", 1976. Ma per quel che riguarda la storiografia di indirizzo bordighiano,
in bibliografia non sono segnalati neppure questi due volumi usciti nel 1988: Onorato Damen,
Gramsci tra idealismo e marxismo, Milano, Edizioni Prometeo, 1988; e Arturo Peregalli,
Antonio Gramsci. Idealismo, produttivismo e
nazione, Foligno, "Quaderni del centro studi Pietro Tresso", serie "Studi e ricerche",
agosto 1988.
Omissioni importanti mi sembrano presenti anche riguardo quel meridionalismo e quell'operaismo
che hanno preso le mosse da "Quarto Stato". Nel gruppo bassiano di "Quarto Stato" si trovarono
nell'immediato dopoguerra a militare, tra gli altri, Raniero Panzieri, Gianni Bosio, Ernesto De Martino e Alberto
Mario Cirese. Di Raniero Panzieri appare in bibliografia solo Gramsci e "il punto meno importante", pubblicato
in "Mondo operaio", Roma, n. 1, gennaio 1958, pp. 59-60. Poiché l'influenza dell'opera di Antonio
Gramsci sull'operare di Panzieri è stata, soprattutto nel suo periodo "meridionalista", innegabile, mi pare varrebbe
la pena di ricordare almeno altri suoi due scritti: Scilla e Cariddi, in "Avanti!", Roma, 30 marzo 1947
(e Milano, 6 aprile 1947); e Cultura e contadini del Sud,
in "Avanti!", Roma, 20 febbraio 1955. Sono
entrambi riportati in Raniero Panzieri, L'alternativa socialista. Scritti scelti 1944-1956,
Torino, Einaudi, 1982, rispettivamente alle pp. 97-100 e 156-162.
L'interesse non superficiale che Panzieri dimostra per Gramsci si evince anche da lettere come quella
a Gianni Bosio del 23 settembre 1958 o quella alla direzione de "l'Unità" firmata con Lucio Libertini
e apparsa sull'edizione romana del quotidiano l'11 ottobre e su quella milanese il 14 (vedile entrambe
riportate in Raniero Panzieri, Lettere 1940-1964,
a cura di Stefano Merli e Lucia Dotti, Venezia, Marsilio, 1987,
pp. 164-165 e 167-173.
Il sodalizio "meridionalista" tra Raniero Panzieri e Ernesto De Martino non ha mancato di influenzare
la lettura demartiniana di Gramsci, che a mio avviso - sebbene De Martino sia presente con diversi titoli -
non è riflessa ancora sufficientemente in questa bibliografia gramsciana, nella quale bisognerebbe
almeno aggiungere: Cultura e classe operaia. Guerra ideologica,
in "Avanti!", Roma, n. 186, 8 agosto 1948;
Cultura e classe operaia. La civiltà
dello spirito, in "Avanti!", n. 194, 18 agosto 1948;
Cultura e classe operaia. Il "mito" marxista,
in "Avanti!", Roma, n. 204, 29 agosto 1948;
Il folklore progressivo emiliano, in
"Emilia", Bologna, a. III, n. 21, settembre 1951, pp. 251-254;
Il mondo popolare nel teatro di massa, in
"Emilia", Bologna, a. IV, n. 3, maggio 1952, pp. 91-93;
Note di viaggio, in "Nuovi argomenti", Roma, 1953, n. 2,
pp. 47-49, e gli appunti che Ernesto De Martino ha lasciato su
Il materialismo storico e la filosofla di B.
Croce, contenuti in Ernesto De Martino, La fine del mondo. Contributo all'analisi delle apocalissi
culturali, a cura di Clara Gallini, Torino, Einaudi, 1977, pp. 438-441.
Per il rapporto di De Martino con l'opera gramsciana si veda Placido Cherchi-Maria Cherchi,
Ernesto De Martino. Dalla crisi della presenza alla comunità
umana, Napoli, Liguori, 1987, pp. 311-336 (excursus
I: "De Martino e il marxismo").
Anche il rapporto Gramsci/Gianni Bosio mi pare documentato in maniera carente, data la non presenza
nella bibliografia di questi scritti di Bosio: Intorno a
Gramsci, in "Avanti!", Milano, 26 marzo 1957, ora in
Aa. Vv., Bosio oggi: rilettura di un'esperienza, a cura di Cesare Bermani, Mantova, Provincia di Mantova
Biblioteca archivio - Casa del Mantegna - Istituto Ernesto De Martino, 1986; Giornale di un
organizzatore di cultura (27 giugno 1955-27 dicembre 1955), Milano, Edizioni Avanti!, 1962, che ricostruisce la
polemica su "Movimento operaio" e critica l'uso allora fatto de
Il Risorgimento da parte della storiografia Pci.
Inoltre non è documentato il rapporto tra l'opera gramsciana e la "negazione del folklore" operata da Gianni
Bosio, orientamento etnoantropologico che permetterà di spostare decisamente l'attenzione degli studi verso
le società industrialmente avanzate e - nell'ambito di esse - dalla cultura contadina alla cultura urbana.
Questo indirizzo, se considera quale proprio antecedente il "meridionalismo" di Raniero Panzieri ed Ernesto
De Martino e si vive come elaborazione parallela a "Quaderni rossi", si rifà criticamente anche all'opera
di Gramsci, come traspare da vari importanti scritti di Gianni Bosio, tutti mancanti in questa
bibliografia gramsciana: Alcune osservazioni sul canto
sociale, in "il nuovo Canzoniere italiano", Milano,
Edizioni Avanti!, I serie, n. 4, aprile 1964; e
Comunicazioni di classe e cultura di classe, entrambi ora riportati
in Gianni Bosio, L'intellettuale rovesciato. Interventi e ricerche sulla emergenza d'interesse verso le forme
di espressione e di organizzazione "spontanee" nel mondo popolare e proletario (gennaio 1963-agosto
1971), Milano, Edizioni Bella Ciao, 1975, rispettivamente a pp. 53-61 e 145-156. Quest'ultimo volume
è fondamentale per capire l'orientamento impresso da Bosio a questi studi, più influenzati dal Gramsci fautore
della cultura come atto liberatorio dalla influenza ideologica dei gruppi intellettuali borghesi sul
movimento operaio e teorico dell'organizzazione di una nuova cultura che non dal Gramsci che riflette sulle
"classi subalterne". E si veda a questo proposito anche: Gianni Bosio,
Cultura liberazione del popolo, in
"Avanti!", Milano, 30 aprile 1948; Giulio Trevisani,
Una precisazione sulla "cultura del
popolo", in "Avanti!", Milano, 3 maggio 1948; Gianni Bosio,
Cultura del popolo, in "Avanti!", Milano, 15 maggio 1948. Questi scritti
sono stati poi ripresi in Gianni Bosio, Scritti dal 1942 al 1948. Da "Noi giovani" a "Quarto
Stato", a cura di Cesare Bermani, Mantova, Gian Luigi Arcari editore; Piadena Lega di cultura, 1981, rispettivamente
alle pp. 164-167.
Del rapporto Gramsci/Bosio si discute anche largamente nell'intervento di Cesare Bermani contenuto
in "Annali" 1978-1980, vol. IV, Roma, Fondazione Lelio e Lisli Basso; Milano, Franco Angeli, 1982,
anch'esso non citato nella bibliografia, dove si danno indicazioni su altri articoli di Bosio che dimostrano già il
suo vivace interesse giovanile per l'opera di Gramsci. Per quel che attiene il mito di Gramsci nel folklore
dei militanti comunisti segnalo poi il gustoso Alessandro Portelli,
Gramsci evase con me dal carcere, ci nascondemmo per sei mesi sui
monti, in "Il Manifesto", Roma, 22 novembre 1979.
Anche il rapporto tra Gramsci e l'operaismo mi sembra sia stato poco indagato. Credo infatti che
"Primo Maggio" sia stata una rivista di qualche importanza, e tuttavia nella bibliografia non appare mai,
malgrado abbia dedicato in alcune occasioni saggi specifici su momenti dell'attività di Gramsci: in Sergio Bologna,
Il rapporto società-fabbrica come categoria storica
(n. 2, ottobre 1973-gennaio 1974), è documentato
l'interesse di questo studioso e militante per Americanismo e
fordismo, interesse che sfocerà poi in una sua
importante relazione tenuta al seminario di Amburgo "Der wirchlike Antonio Gramsci die
Klassenzusammensetzung und die Organisationsfrage" del 29-30 aprile 1989; mentre in Cesare Bermani,
Gramsci operaista e la letteratura proletaria
(n. 14, inverno 1980-81) e in Id, Breve storia del Proletkult
italiano (n. 16, autunno-inverno 1981-82) si affronta anche l'esame del poco studiato rapporto tra l'attività gramsciana e
le idee di Bogdanov a proposito della "Cultura proletaria".
Non è poi riportato il famoso articolo dell'allora anarchico Ezio Taddei che critica il comportamento
di Gramsci in carcere (Di ritorno, in "L'Adunata dei refrattari", New York, 4 dicembre 1937), su cui già
Paolo Spriano ha richiamato l'attenzione nel suo
Gramsci in carcere e il Partito (Roma, Editori Riuniti, 1977,
p. 100), ricordando come esso fosse stato citato strumentalmente da Benito Mussolini nel suo articolo
Altarini, apparso su "Il Popolo d'Italia" del 31 dicembre 1937 e ora raccolto
nell'Opera Omnia, volume XXIX, Firenze, 1959, p. 45 e anch'esso assente in questa
Bibliografia gramsciana.
Colpisce anche l'omissione di alcuni importanti scritti dell'anno 1988, oltre a quelli già segnalati in
precedenza, quali: Ruggero Giacomini, Provocatori in carcere con
Gramsci, in "Il Calendario del popolo", Milano,
n. 506, gennaio 1988, pp. 12.333-12.335; Cesare G. De
Michelis, Partita a tre, in "La Repubblica", 10
novembre 1988; Giancarlo Bergami, L'ultima ricerca di Paolo
Spriano, in "Studi Piemontesi", Torino,
novembre 1988, pp. 559-560; Giancarlo Bergami, Gramsci, Togliatti e le origini dello
stalinismo, in "Nuova antologia", Firenze, Le Monnier, ottobre-dicembre 1988, fasc. 2.168;
Lezione di storia [intervista di Giorgio Baratta
a Battista Santhià, 1987], in "A sinistra", laboratorio per l'alternativa sociale e politica, Roma, n. 1,
dicembre 1988, pp. 24-29.
Non è riportato neppure l'articolo apparso su "Il Tempo", Roma, 30 ottobre 1988 nel quale Giulio
Andreotti dà notizia delle sue ricerche su le carte di Gramsci in Vaticano! E neppure
Le carte su Gramsci in Vaticano in "l'Unità", Milano, 31 ottobre 1988.
Nel giugno 1991 è poi apparso Enzo Santarelli,
Gramsci ritrovato 1937-1947, Catanzaro, Abramo, una
ricca antologia di scritti sull'eredità politica e la fortuna letteraria di Gramsci nel decennio susseguente la
morte. Noto che ben cinque degli scritti in esso riportati sono assenti dalla bibliografia di Cammett:
Eugenio Curiel, Introduzione al saggio di Palmiro Togliatti,
Antonio Gramsci capo della classe
operaia, in "Lo Stato operaio", a. XI, n. 56, marzo-aprile 1937, poi diffuso clandestinamente in un opuscolo del 1944 e ora
in Eugenio Curiel, Scritti 1935-1945, a cura di Filippo Frassati, Roma, 1973; gli interventi di Emilio Lussu
e Antonio Calosso all'Assemblea Costituente, seduta del 28 aprile 1974,
Commemorazione di Antonio Gramsci; l'editoriale Gramsci, non firmato ma di Lucio Libertini, in "Iniziativa socialista per l'unità europea",
Roma, a. II, n. 8, 1630 aprile 1947; Giacomo De Benedetti, Gramsci, uomo classico, in "l'Unità", 22
maggio 1947.
Segnalo infine anche questi altri scritti, a mio avviso importanti, che non ho trovato nella
bibliografia: Franco Fergnani, Il concetto di ideologia nel materialismo
storico, in "Rivista di filosofia", Milano,
1965; Giovanni Battista Bronzini, Riflessioni sui concetti di letteratura e poesia popolare in
Gramsci, in "Lares", Firenze, a. XXXIX, 1973, n. 34, pp. 349 e ss.; Rinaldo
Rinaldi, La mediazione dubbiosa. Appunti sul
produttore e sul prodotto ideologico in
Gramsci, in "Sigma", Torino, a. XII, n. 1, 1979, pp. 33-71;
Aldo Magnani, Sessant'anni di un militante comunista
reggiano, Milano, Teti, 1982, seconda edizione riveduta
e corretta (non ho avuto modo di consultare la prima).
Lungi da me il sottovalutare la difficoltà di una ricerca su riviste a carattere non storico-politico e di
volumi di memorialistica pubblicati da case editrici non di primissimo piano. Tuttavia la mancanza di saggi
e volumi del peso di quelli segnalati mi fa pensare che la ricerca in questo settore andrebbe in qualche
modo programmata in modo meno estemporaneo di quanto non si sia probabilmente fatto. Anche alcune
opere citate nella bibliografia abbisognerebbero di qualche informazione supplementare, di precisazioni e
correzioni. Per esempio: Mario Montagnana, Ricordi di un operaio torinese sotto la guida di Antonio
Gramsci, viene considerata come pubblicata a Roma, Edizioni Rinascita, 1952: in realtà esiste già un'edizione di
questa casa editrice che è del 1949, ma non si dovrebbe inoltre dimenticare che questo libro vede per la prima
volta la luce a New York, Prompt Press, 1944; l'articolo di Aldo Magnani,
Antonio Gramsci nei ricordi di un comunista
reggiano, pubblicato in "Ricerche storiche", Reggio Emilia, n. 12, 1970, pp. 89-93 è
erroneamente intitolato In carcere con
Gramsci; in qualche caso, senza ragioni legate a difficoltà di ricerca, il
nome dell'autore è puntato invece che per esteso (vedi per esempio al n. 4.809 G. Pasqualotto in luogo di
Giacomo Pasqualotto), ecc.
Per quanto mi concerne, non mi ha poi assolutamente convinto il fatto che il curatore abbia
considerato come un ampliamento di una precedente testimonianza resa da Ercole Piacentini, una sua
ulteriore testimonianza in argomento - anzi, un montaggio di varie testimonianze da me effettuato e poi
sottoposto per approvazione al testimone - nella quale tra l'altro egli fa affermazioni assai importanti sui rapporti
tra Gramsci e il Pcd'I all'epoca della "svolta", che non figuravano assolutamente nella prima
testimonianza resa. Varie testimonianze orali di un unico testimone non possono considerarsi come una fonte unica
perché sono varie fonti, in alcuni casi assai diverse fra loro.
Come dico, avanzo queste critiche e suggerimenti nella convinzione che una sempre migliore messa a
punto di questo strumento di lavoro potrà renderlo veramente un servizio eccezionale, in grado di
ottemperare validamente alle esigenze di ciascun studioso, qualunque sia il suo orientamento politico e teorico.
Scritti su Antonio Gramsci usciti tra il 1989-1991
Senza pretesa di completezza, mi sembra giusto segnalare ai lettori le più importanti pubblicazioni su
Gramsci successive al 1988. Le relazioni al convegno internazionale di Pontignano (Siena) del 27-30 aprile
1987 sono ora raccolte in Gramsci e il marxismo
contemporaneo, Roma, Editori Riuniti, 1990. Gli atti del
Convegno internazionale, organizzato dal Centro di iniziativa politica e culturale di Roma il 20-22 novembre
1987, dedicato a "Antonio Gramsci e il mondo di oggi. Soggettività di massa e critica dell'americanismo",
sono ora raccolti in Modern Times. Gramsci e la critica
dell'americanismo, a cura di Giorgio Baratta e
Andrea Catone, Milano, Cooperativa Diffusioni 1984, 1989, pp. 486. Al Convegno "Gramsci nel mondo",
promosso e organizzato dalla Fondazione Istituto Gramsci di Roma e svoltosi a Formia nei giorni 25-28 ottobre
1989, è stato invece dedicato il "Bollettino n. 4" dell'Istituto Gramsci di Roma. Del seminario tenutosi ad
Amburgo il 29-30 aprile 1989, cui si è già accennato è apparsa sinora solo la relazione di Cesare Bermani,
Gli intellettuali e l'organizzazione della cultura. Continuità del pensiero di Antonio Gramsci da "L'Ordine Nuovo"
ai "Quaderni del carcere", e quella di Sergio Bologna,
Zur Analyze der Modernisierungsprozesse
Einführung in die Lektüre von Antonio Gramsci's "Americanismo e fordismo"
(entrambe edite ad Hamburg, Hamburger Stiftung für Stiftung für Sozialgeschichte des 20. jahrhunderts, november 1989, la prima con testo
bilingue italiano e tedesco. La seconda con il solo testo tedesco).
Le lettere che Ruggero Grieco inviò a Gramsci, Scoccimarro e Terracini in carcere il 10 gennaio 1928 e
che Gramsci considerò un "atto criminale", hanno dato luogo nel corso del 1988-89 a un acceso dibattito
sul fatto che esse siano effettivamente di Grieco o non siano piuttosto un falso della polizia fascista, come
ha sostenuto Luciano Canfora, rimasto peraltro isolato in questa convinzione. Questo dibattito, che si è
intrecciato con la domanda se il Pci fece effettivamente tutto quanto poteva per liberare Gramsci, ha
dato complessivamente luogo a questi interventi, articoli e saggi: Umberto Cardia,
Per Gramsci fu fatto tutto?, in "l'Unità", Milano, 24 febbraio 1988; Antonio A. Santucci,
Quel che fu fatto per Antonio Gramsci, in "Rinascita", n. 9, 12 marzo 1988; Enzo Bettiza,
La cognata organica, in "La Stampa", Torino, 19
marzo 1988; Umberto Cardia, Il ruolo di
Tania, in "La Stampa", 29 marzo 1988; Enzo Bettiza,
Suddita di Stalin, in "La Stampa", 29 marzo 1988; Umberto Cardia, lettera su "La Repubblica", Milano, 4 agosto
1988; Luciano Canfora, Storia di una "strana
lettera", in Idem, Togliatti e i dilemmi della
politica, Bari, Laterza,
1989; Aldo Natoli, Ma fu solo
leggerezza, in "Il Manifesto", Roma, 25 febbraio 1989; Umberto Cardia,
Ma quelle lettere a Gramsci sono vere, in "l'Unità", 7 marzo 1989; Luciano Canfora,
Caro Cardia, i documenti parlano, in "l'Unità", 9 marzo 1989; Leonardo Sciascia,
Gramsci e quella strana lettera da Mosca, in
"La Stampa", 17 marzo 1989; Rossana Rossanda,
Togliatti, quello vero. Il libro di Luciano Canfora sui
"dilemmi della politica", in "Il Manifesto", 18 marzo 1989; Luciano Canfora,
L'affare Gramsci. Non ci fu tradimento, in "La Stampa", 19 marzo 1989; Michele Pistillo,
No, il Pci non abbandonò Gramsci, in "l'Unità",
20 marzo 1989; Leonardo Sciascia, Ma Gramsci
sapeva, in "La Stampa", 22 marzo 1989; Luciano
Canfora, Gramsci e i suoi compagni, in "La Stampa", 24 marzo 1989; Aldo Natoli,
Una "prova" d'autore, in "Il Manifesto", 28 marzo 1989; Rossana Rossanda,
Perché bruciano quelle lettere, in "Il Manifesto", 28
marzo 1989; Luciano Canfora, Sentiamo la voce di
Tatiana, in "Il Manifesto", 31 marzo 1989; Aldo Natoli,
Caro Canfora, passo e chiudo, in "Il Manifesto", 6 aprile 1989; Luciano Canfora,
Era inedito, in "Il Manifesto", 8 aprile 1989; e la lettera inedita inviata da Ruggero Grieco a Umberto Terracini nel settembre 1930
pubblicata a latere di Antonio A. Santucci, Gli errori di Grieco
e di Fabrizio Zitelli, Epistolari trascritti con
l'inchiostro simpatico, in "Paese sera, Roma, 8 aprile 1989; Michele Pistillo,
Gramsci come Moro?, Bari-Roma, Lacaita, 1989.
Tra gli altri contributi apparsi dall'inizio dell'89 mi limito a ricordare: Cecilia Kin,
Alcune pagine italiane della cronaca del
Komintern, in "Inostrannaia Literatura", Mosca, gennaio 1989; Andrea Catone,
Gramsci, un capo che sapeva ascoltare, in "Marxismo oggi", Milano, n. 1, gennaio 1989, pp. 48-50; Luigi
Pestalozza, Il rivoluzionario qualificato di Antonio
Gramsci, in "Marxismo oggi", Milano, n. 1, gennaio 1989,
pp. 50-52; Giorgio Baratta, Antonio Gramsci, critico
dell'americanismo, in "Marxismo oggi", Milano, n,
2, marzo 1989, pp. 49-54; Giancarlo Bergami, Gramsci privato e politico nel racconto di compagni e
sodali, in "Studi piemontesi", Torino, marzo 1989, vol. XVIII, fasc. 1.; Gian Enrico Rusconi,
Congedo anche da Gramsci?, in "Mondo operaio", Roma, n. 4, aprile 1989, pp. 28-31; Dante Argeri,
Gramsci e la democrazia totalitaria, in "Mondo operaio", Roma, n. 4, aprile 1989, pp. 126-128; Mariangela Lombardi,
Gramsci a Formia, in "Marxismo oggi", Milano, nn. 34, maggio-luglio 1989, pp. 76-78; Ferdinando Dubla,
Il Quaderno 22 di Gramsci: americanismo e
fordismo, in "Marxismo oggi", Milano, nn. 3-4, maggio-luglio 1989,
pp.71-75; Luigi Spina, Gramsci e il jazz, in "Belfagor", Firenze, 1989, pp. 450-454; Valentino Gerratana,
La prima edizione dei "Quaderni del
carcere", in "Critica marxista", Roma, n. 6, novembre-dicembre 1989;
Guido Liguori, La fortuna di Gramsci nel
mondo, ivi; Frank R. Annunziato, Il fordismo in Gramsci e
oggi, ivi; Maurizio Lichtner, Gramsci: l'agire politico come orizzonte del
senso, in "Critica marxista", 1990, n. 3;
in questo stesso numero di "Critica marxista" è pubblicata l'edizione critica del saggio del 1926
Note sul problema meridionale e sull'atteggiamento nei suoi confronti dei comunisti, dei socialisti e dei
democratici, introdotta da uno scritto di Francesco M.
Biscione, Gramsci e la "questione
meridionale"; Giorgio Baratta, Socialismo, americanismo e modernità in
Gramsci, ivi; Id, Traduzioni e metafore in
Gramsci, ivi, 1991, n. 1; Corrado Morgia, Intellettuali e incivilimento: Cattaneo, Labriola,
Gramsci, ivi; Alberto Cassani, Il sarcasmo nei "Quaderni del
carcere", ivi, 1991, n. 2; Lelio La Porta,
Lukàcs, Gramsci e la letteratura
italiana, ivi; n. 4, 1990; Aldo Natoli, Antigone e il prigioniero. Tatiana Schucht lotta per la vita di
Gramsci, Roma, Editori Riuniti, 1990; Antonio Gramsci 1891/1991. Non è questo l'ordine
nuovo, in "A sinistra", Roma, n. 1, febbraio 1991, pp. 25; Joseph A. Buttigieg, Antonio Gramsci. Il millenovecentoottantanove e la
storia delle classi subalterne, relazione presentata nel corso della manifestazione "Omaggio a Gramsci",
promossa dall'Istituto Gramsci della Sardegna, Cagliari, 23 gennaio 1991, in "A sinistra", cit., pp. 19-23;
Giuseppe Fiori, Gramsci Togliatti Stalin, Bari, Laterza, 1991; Luciano Cafagna,
C'era una volta... Riflessioni sul comunismo
italiano, Venezia, Marsilio, 1991, che riprende importanti scritti anteriori di critica a Gramsci
da un punto di vista liberal-democratico; Massimo L. Salvadori,
Un intransigente grande italiano, in
"La Stampa", Torino, 12 gennaio 1991; Cesare Caprioglio,
Gramsci e l'Urss. Tre note dai "Quaderni del
carcere", in "Belfagor", Firenze, 1991, pp. 65-75; Cesare Bermani,
"L'Ordine Nuovo" e il canto
sociale, in "L'impegno", Borgosesia, a. XI, n. 1, aprile 1991, pp. 6-14;
Gramsci e la modernità. Letteratura e politica tra
Ottocento e Novecento, a cura di Valerio Calzolaio, Cuen, 1991, pp. 160 (contiene saggi di Bettini, Calzolaio,
Carpi, Chiarante, De Mauro, Fasano, Ferretti, Gensini, Guglielmi, Leone De Castris, Luperini e Muscetta);
Piero Sraffa, Lettere a Tania per Gramsci, introduzione a cura di Valentino Gerratana, Roma, Editori
Riuniti, 1991.
Si veda infine anche una recente rilettura degli anni 1968-89 in Italia la cui proposta è stata influenzata
da una rivisitazione di Americanismo e fordismo: S. Bologna, Il fordismo eversivo degli operai, in
"Il Manifesto", 25 gennaio 1989; e Id, Memoria senza presente, ivi, 11 febbraio 1989.
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