Cesare Bermani (a cura di)

"I fascisti in cento contro uno"
Colloquio con Francesco Leone*


Parlami dei fatti del 18 luglio 1922 a Novara.
Adesso, a così lunga distanza, è difficile riordinare le idee. Per quanto riguarda la lotta che ha preceduto l'incendio della Camera del lavoro di Novara, io ricordo bene che noi, gruppo di comunisti... c'erano compagni di Milano, tra cui Marassi1, c'era [Umberto] Massola e forse Bonino di Torino, altri di Torino. E, seguendo le direttive di allora, di [Bruno] Fortichiari, che girava sempre con nello zaino i piani per l'organizzazione militare, allora noi si tendeva a fare dei circoli operai delle specie di fortilizi per la resistenza. Ora sai che il triangolo Torino-Novara-Genova è stato l'ultimo a cadere. Lì a Novara noi avevamo concentrato le nostre forze e tendevamo appunto a fare di questi circoli dei centri di resistenza al fascismo e abbiamo fatto una uscita con dei fasci del settimanale socialista locale, "Il Lavoratore". In fondo era un po' quasi come una provocazione ai fascisti. La parola d'ordine che i giovani avevano allora, pubblicata su "L'Avanguardia" e un po' dappertutto, era: "Noi non provochiamo ma accettiamo le provocazioni". E a dire il vero, qualche volta le facevamo, come in quel caso lì. Allora ci siamo sparpagliati per la città con "Il Lavoratore". Da questa diffusione del giornale sono nati gli scontri, in uno dei quali un compagno - che io credo sia quello di Milano - ha sparato quasi in bocca a questo fascista, io non ero molto distante e l'ho visto anche cadere, che poi è risultato essere un certo [Luigi] Coppa. Con questo morto evidentemente noi... poi sono arrivati i fascisti, poi è intervenuta anche la polizia, allora noi abbiamo fatto una ritirata strategica.
Quando ci siamo incontrati con questi fascisti è cominciata la disputa, a parole. A me risulta che al Coppa gli ha sparato proprio in bocca. Ora, evidentemente, non potevamo poi rimanere lì. Allora ci siamo girati tutti e siamo andati verso il Circolo di Sant'Agabio. E in seguito a questo i fascisti sono andati a incendiare la Camera del lavoro. Questa fase di questa lotta a Novara si chiude qui.
Ci sono stati dei feriti...
Sì, però io non potrei ricordare. Perché poi, figurati, in quel tafferuglio lì, anche i fascisti ci rincorrevano, però, almeno nel gruppo nel quale ero io, ci dirigevamo verso Sant'Agabio. Tra i quali credo ci fosse anche Massola di Torino.
C'era [Gustavo] Comollo?
Forse c'era anche Comollo; Bonino forse...
C'erano anche dei compagni di Biella?
No, di Biella non ce n'era nessuno. C'era un gruppo di Milano, un gruppo di Torino e io e non so se ce n'erano altri di Vercelli 2. Non ricorderei. Perché allora io credo fossi segretario della Federazione dei giovani. Ecco, di quella fase lì è quello che ricordo.
Ma questi compagni arrivati da via erano molti?
No, era un gruppo. Tra tutti forse eravamo una ventina, eh. Di questo episodio io non ti saprei dire altro.
In questi circoli operai il vostro armamento qual era?
Eh, insomma, rivoltelle sicuro, eh. Altro no.
Reticolati o sbarramenti per difendere i circoli?
Non credo. Avevamo delle rivoltelle. Tutti armati.
Ma poi lì, di Novara c'era [Carletto] Leonardi mi pare.
Leonardi lo ricordi un po'?
Leonardi me lo ricordo bene. Un tipo molto serio, combattivo. Lo ricordo ancora fisicamente, un tipo molto robusto.
Senti, [Silvio] Ramazzotti era presente in quel periodo lì?
No. Non credo, insomma. Io Ramazzotti l'ho conosciuto dopo.
E l'incendio della Camera del lavoro? Lo ricordi?
Noi non l'abbiamo più visto, perché siamo... proprio in seguito a questo è avvenuto l'incendio della Camera del lavoro.
Ma tu ti sei allontanato da Novara?
Eh sì. No, sono ritornato a casa. Sono andato a Vercelli, insomma.
A Vercelli allora hanno tentato di fare degli scioperi...
Non credo. Non ricordo. C'è questo, che una sparatoria è avvenuta a Vercelli in seguito ai funerali di un fascista. E credo si trattasse di un [Riccardo] Celoria3, di un paese vicino, ma non ricordo esattamente. E allora i fascisti avevano pubblicato dei manifesti: "D'ora in poi pagheranno i capi". Ora avviene che, finito il funerale, proprio un gruppo di loro cadde [in un'imboscata], fra i quali [Giulio] Sambonet, che adesso credo sia il presidente dell'Associazione industriali di Vercelli. E allora un gruppo di loro, fra cui Sambonet, si trovava in piazza del vino, allora si chiamava così, dove c'è adesso la Fiat, c'era una piazza. Si sono visti assalire da una carica di rivoltellate e si sono messi... gente che avevano fatto tutti il militare, sono balzati per terra. Però i segni delle pallottole erano ancora visibili sui muri4. È stata una sparatoria molto forte. Tanto che dopo questo Sambonet era venuto da me e dice: "Voce di popolo, voce di Dio. Eravate voi comunisti e io non voglio mica morire così". Se lei non vuol morire così, levi quella camicia nera sporca che ha addosso e nessuno le farà niente, scusi. Che mi viene a contare? Finché c'avrà quella camicia lì correrà sempre lo stesso pericolo". "Io sono stato aviatore, io ho affrontato la morte...". "E beh, è stato aviatore, è stato un eroe. Ma se non vuole finire male si levi quella camicia". Però questi funerali non sono proprio sicuro che fossero di quel Celoria lì o fossero in un'altra occasione5.
E gli anarchici vercellesi?
Vedi, c'era un gruppo di anarchici. Qui c'era stato Luigi Galleani, che era stato in America e per un certo periodo poi era stato anche qui. Anzi, io credo che questo gruppo di anarchici si chiamasse il gruppo Galleani. E questo gruppo era composto da elementi molto decisi, molto decisi. Ricordo, per esempio, dopo quella lotta lì con i fascisti, io son sempre uscito tutte le sere, nonostante che ci fossero sempre scontri, una volta mi hanno anche sparato da un viale: a pochi metri di distanza non m'hanno preso. Ebbene, questi anarchici, a mia insaputa, dopo questo atto, si distribuivano la notte nei giardini proprio a mia difesa, senza che io neanche lo sapessi. E questi erano un gruppo... Per esempio, è famoso l'attacco al treno Torino-Milano, per l'affare di [Nicola] Sacco e [Bartolomeo] Vanzetti6. Hanno sparato qui al passaggio a livello dell'Isola; e hanno sparato e ferito un conte, un nobile di nazionalità francese. Ecco, in quella occasione poi avevano arrestato anche me. Io ho detto: "Noi non siamo per gli attentati", insomma. E praticamente poi... Io sono stato aiutato quando ho dovuto trovare un alibi e anche gli anarchici, se ben ricordo, non c'è stato neanche il processo per mancanza di indizi seri. Ma per dirti che 'sto gruppo era molto attivo. Non so, per esempio, io con loro sono andato a fare alcuni attentati ai tralicci dell'alta tensione, eravamo ancora inesperti. Mettevamo 'ste cariche alla base dei tralicci e poi scoppiavano e non cadeva del tutto. Perché appunto la nostra inesperienza... Ma debbo dire francamente che questo gruppo di anarchici s'è comportato... ha lottato molto seriamente qua.
Cos'erano?
Erano degli operai. Il capo era un ragioniere.
Senti, gli Arditi del popolo?...
Dunque, noi pensavamo, qui a Vercelli, che fosse possibile organizzare un forte gruppo di Arditi del popolo; e allora stavamo lavorando in questo senso, sia per raccogliere armi, sia per raccogliere fondi, sia per organizzare delle squadre.
Ricordo che avevamo indetto una riunione al Teatro Civico, che sicuramente sarebbe riuscita molto numerosa, però questo era di mercoledì o giovedì - sul giornale leggo un comunicato del Partito, segretario [Amadeo] Bordiga no, che diffidava tutte le nostre organizzazioni ad avere contatto con gli Arditi del popolo, perché secondo Bordiga questo [Giuseppe] Mingrino, uno dei capi degli Arditi, era un agente di [Francesco Saverio] Nitti, un agente della polizia e noi non dovevamo avere nulla a che fare. Io mi son precipitato a Milano, avevo l'indirizzo dove trovarli, non so se ho trovato il Fortichiari o altri, e gli ho detto: "Ma guarda che noi domani avremo questa riunione e ci saranno parecchie decine di giovani che verranno, disposti a lottare con noi. Cosa devo fare io dopo questo comunicato?". "No, il tuo atteggiamento è molto chiaro. Tu ti alzi e dici che noi abbiamo già le nostre squadre comuniste e inviti coloro che vogliono veramente combattere di entrare nelle squadre comuniste. Questa sarà la tua posizione".
Naturalmente lì c'erano anarchici, ma soprattutto gente senza partito, gente volonterosa che leggevano il giornale degli Arditi del popolo. Secondo me poteva diventare una cosa molto seria, come ha dimostrato là dove non si sono seguite quelle direttive lì: Parma con [Guido] Picelli. E io sono andato lì, naturalmente ero contro, però avevamo uno spirito di disciplina molto forte. Sono andato lì, ho recitato la parte che mi ha imposto il rappresentante del Partito di Milano e figurati cosa poteva succedere. Lì per lì ne hanno approfittato di questa situazione gli anarchici, in quanto era già indetta una sottoscrizione, la raccolta delle armi; ma poi, siccome in fatto di organizzazioni gli anarchici, sai, sono contro, si è sciolto in nulla, con mio grande rammarico e veramente... ero anche furioso insomma; però "il partito dice così, io faccio così".
Ma è certo che noi, con un'altra direttiva, in quella occasione avremmo potuto dar vita a un movimento degli Arditi del popolo; anche noi, come in altre parti dove non si è seguita questa via, che era una via settaria. Di questo, rispondendo a una lettera di Spriano, ho scritto una lettera che è stata anche pubblicata sul volume che egli ha scritto sulla storia del Partito7.
E gli anarchici si sono subito detti contrari al fatto delle squadre comuniste, no?
Evidente. Questi qua, figurati: anche loro non è che se avessimo fatto poi gli Arditi del popolo... non so che atteggiamento avrebbero assunto, perché sapevano che poi avremmo in fondo monopolizzato noi. Però è un fatto che dopo questa nostra posizione è caduto tutto, insomma, non c'era più niente da dire praticamente; perché si era addivenuti a questa riunione preparata da noi insomma; e all'ultimo momento mi trovo di fronte a un comunicato del genere, che mi ha tagliato le gambe. Questo è.
Senti, Bordiga come te lo ricordi?
Mah, io Bordiga me lo ricordo come una forte personalità, una grande capacità di lavoro, un uomo esuberante fisicamente, tanto che noi si diceva: "Se la testa di Gramsci fosse stata su un corpo come quello di Bordiga..."; però evidentemente di un settarismo formidabile. Io personalmente non ho mai avuto simpatie...
Hai prima ricordato Leonardi. Ricordi Secondo Ramella?
Oh, Ramella sì. Ma Ramella era socialista, riformista. Ecco, un altro episodio. Dopo la battaglia di Novara c'è stata una riunione a Novara alla quale aveva partecipato [Giacinto Menotti] Serrati, [Giuseppe] Bellone di Novara, l'avvocato, c'ero anch'io, non ricorderei se ci fosse stato anche Ramella8. E allora si doveva stabilire che cosa si poteva fare per resistere oramai all'avanzata del fascismo. Quello che ricordo bene è questo: che allora Serrati disse: "Non ci resta altro da fare che seguire l'esempio dei comunisti, cioè darsi alla costruzione di queste squadre di azione, di resistenza al fascismo". Questo lo ricordo molto bene. Però non saprei mettere nel contesto della situazione di allora perché s'era tenuta quella riunione lì a Novara, chi l'aveva indetta. Ma quella riunione a Novara c'è stata e io ho partecipato. C'era un grande disorientamento. Gli unici che avevano una linea eravamo noi; e la nostra linea era di continuare la lotta. E Serrati si è arreso a questa situazione dicendo: "Non c'è altro da fare che seguire la linea dei comunisti". Questo me lo ricordo bene.
Tu poi sei stato arrestato...
Dopo i fatti di Novara anche qui a Vercelli la situazione si era abbastanza... sono avvenuti quegli episodi lì di cui ti ho parlato, quei funerali... i fascisti cominciavano a essere sempre più forti. Però ti devo dire che erano una banda di vili, eh, erano i "cento contro uno". E alla fine, si avvicinava ormai la data della Marcia su Roma, noi eravamo ridotti a non molti, ma molto attivi e battaglieri; e praticamente in pochi abbiamo sempre tenuto testa ai fascisti. Io ho avuto parecchi scontri, sono stato ferito, sono andato all'ospedale, sono uscito, ho perso il posto alla fabbrica dove lavoravo e davo la mia attività. Ero un po' lo spavento dei fascisti, eh. Per dirti la vita di questa gente: mi sono trovato a Trino Vercellese una volta, ero andato a una riunione, e poi quando sono uscito, c'era un compagno che... per andare alla stazione, allora c'era il tramvai, un nugolo di fascisti, decine di fascisti: "Tu non tornerai più qui"; però nessuno osava mettermi le mani addosso, avevano paura. Quando arrivo dentro alla stazione del tram, lì c'erano poi davanti tanti carabinieri, allora io mi ricordo che uno grida: "Toccategli sotto l'ascella, trovate la rivoltella", invece io la portavo sempre qui, sotto la cravatta [appesa al collo]. Una volta parlavo in un comizio, un compagno mi dice: "Sta atent, mèt dent la cruata", perché saltava fuori la canna. E quella non me l'han trovata.
Come la fissavi? Come facevi a tenerla lì?
La legavo, con un cordino la legavo lì. Bastava strappare, una cordicella piccola, no. E allora questi carabinieri toccano, e c'era solo questo compagno che m'aveva accompagnato. Quando sono andato sul vagone, tutta la gente è scappata via, sono rimasto là con i fascisti intorno, con i bastoni, ma erano delle decine. Anche così, dopo la perquisizione dei carabinieri, non osavano. Per dirti: il coraggio di questa gente. "Tu non tornerai più a Trino!". Quando il tram è partito, i passeggeri, che avevano disertato quella vettura dove ero io, hanno cominciato poi ancora ad affluire lì.
E poi avrei altri episodi per dimostrarti che questa gente ci temeva anche quando si trovavano in cento contro uno, quando sapevano che quell'uno era capace di affrontarli. E mi sono trovato in queste occasioni diverse volte.
Poi, quando la situazione diventava balorda, sono andato a Torino per partire per la Francia e sono capitato proprio in quell'occasione dell'incendio della Camera del lavoro di Torino. Ricordo che ho proprio assistito all'incendio. È stata l'ultima cosa che ho visto in Italia. E dopo questo, attraverso i legami con [Battista] Santhià, sono espatriato, sono andato in Francia; ed era proprio oramai... l'incendio della Camera del lavoro di Torino ha preceduto di poco la marcia su Roma9. E così finì la mia attività qui a Vercelli. Però se facciamo il bilancio, anche con i morti a Vercelli e delle bastonate date, credo che il bilancio, possiamo dirlo, è ancora positivo per noi, grazie appunto a un forte gruppo di nostri e col contributo di questi anarchici che bisogna dire si son comportati veramente... in questa battaglia contro le squadracce fasciste, veramente molto bene.
Ma quanti...
Pochi...
Decine?
No! Ma ti dico, proprio per farti un altro esempio di come temevano a Vercelli i fascisti. Dopo questo fatto, questa sparatoria contro i capi, in risposta al loro manifesto, lì in piazza del vino, i fascisti erano molto preoccupati e allora erano disposti a fare un patto con noi, ed erano andati, credo, dal sindaco - allora c'era Somaglino, socialista - o in Prefettura... Insomma volevano convocarci per fare questo patto: "A Vercelli noi non faremo niente.
Però faremo solo nei paesi". Loro volevano avere le spalle assicurate qui, un compromesso di questo genere, che noi avremmo dovuto non fare niente più; ci temevano, ma ti dico, loro credevano che fossimo molti, ma molti di più. Tant'è vero che quando... forse è proprio in Prefettura che ci siam trovati. Mi ricordo che dicevano: "Questi anarchici...". "Gli anarchici? Sono delle centinaia come siamo delle centinaia noi". Invece non era vero. Perché ci temevano, avevano paura. E volevano fare questo compromesso.
Noi questo compromesso non l'abbiamo fatto: "Noi non provochiamo ma rispondiamo alle vostre provocazioni qui e in qualunque altro luogo". [Quello che ci proponevano] era un patto che dimostrava la viltà di questa gente, no. Non è stato fatto, grazie alla nostra posizione10.
Tu che mestiere facevi?
Io ho fatto l'Istituto di Biella, perito meccanico insomma. Però, da soldato, alla fine mi sono impiegato in una fabbrica a Vercelli, la Aclastite, ero il disegnatore. Però dopo uno scontro coi fascisti11, io ero stato preso in custodia dai carabinieri che stavano portandomi in Questura. Allora, mentre mi trovavo fra i carabinieri, questo son sicuro, sono stato colpito con un corpo contundente alla testa e sono caduto svenuto e mi han portato in un caffè, mi ricordo, c'era il commissario con un soprabito blu, io cercavo di sputare e ho visto che era sangue che avevo sputato, senza volerlo proprio sul soprabito del commissario. E ho capito che... almeno ho immaginato che fosse una cosa abbastanza grave; invece non era, era il sangue che mi colava dalla gola. Sono stato portato all'ospedale, però anche lì non m'han trovato granché, m'hanno fasciato la testa e il giorno dopo m'hanno lasciato andare. Come arrivo in fabbrica, il padrone, allora era Segre, mi dice: "Adesso basta! Basta!". Dico: "Basta che cosa?". "Eh, non vedi, qui abbiamo Savoia, qui c'è Cortissone, son dei socialisti capireparto. Questi qua son socialisti, ma lei tutti i giorni, tutti i giorni c'è sul giornale, sempre iniziare....". "Ma beh, che cosa devo fare? Mi vuol mandar via? Mi mandi via. Mi dà i tre mesi, me ne vado adesso". E infatti... mi dice: "Mi dispiace perché lei è una persona intelligente...". "Mi dia i tre mesi". "Eh beh, se vuole così, pago i tre mesi...". Io nel frattempo sono andato in giro nei reparti, molte donne, e avevo lo spolverino; e l'ho stracciato pezzetto per pezzetto: "Monsù Segre am manda via perché sono contro i fascisti. Prendete come ricordo questo". Sai, io ero molto popolare allora. E ho stracciato il mio spolverino, l'ho dato a tutti questi operai della fabbrica e così sono stato licenziato. Poi, dopo un periodo di disoccupazione, c'era l'affare del censimento in quel periodo lì, sono stato assunto per il periodo del censimento; e poi sono stato assunto all'Ospedale maggiore di Vercelli, nell'ufficio tecnico di Vercelli, io dovevo tenere aggiornato - sono 35 cascine - tutti i lavori che si facevano, dovevano tenerli aggiornati sulla pianta. Sennonché allora - per dirti il nostro settarismo, i nostri rapporti coi socialisti - io, in polemica coi giovani socialisti, un giorno, dopo che era appena uscito uno scritto del segretario dei giovani, allora era [Serafino] Somaschini che poi è diventato un compagno "Oh! Se l'avessi qua!". Eravamo a Porta Torino, era proprio lì, e sono andato contro, gli ho dato un sacco di botte. Allora licenziato in tronco dai socialisti, licenziato in tronco. E allora mi son trovato in quel periodo lì, alla vigilia... ero senza lavoro.
A Vercelli l'occupazione delle fabbriche [del settembre 1920] non è stata una cosa...
Non è stata una cosa grande però c'è stata come negli altri posti. Ricordo a questo proposito che siccome alla caserma di Porta Milano (quando entri, c'è quella grande cinta), i soldati ci facevano passare i fucili dalla cinta e noi li prendevamo, raccoglievamo i fucili e li portavamo nelle fabbriche. Perché anche a Vercelli c'è stato quel movimento per quel che riguarda l'occupazione delle fabbriche.
E i soldati erano solidali con voi?
Ti dico, quell'episodio lì della fornitura delle armi da parte dei soldati a noi c'è stato. Rubavano i fucili nella caserma e ce li davano, ce li passavano nella notte attraverso questa cinta.
Poi tu sei andato in Francia. E sei diventato giornalista allora o lo eri già prima?
Guarda, io non direi neanche giornalista. Io ho sempre scritto. "Il bolscevico" di Novara in ultimo poi praticamente ero io che lo facevo. E poi già durante il periodo che ero soldato, il '19 eccetera, sulla raccolta de "La risaia" io facevo un corsivo settimanale. Lì ci troverai dei corsivi firmati don Biagio bolscevico. Sono io.
Su "La risaia" c'è la tua mozione al momento della scissione di Livorno...
Ecco. Dunque ti devo dire questo: che noi qui eravamo un gruppo non omogeneo, c'erano gli astensionisti. E io a Livorno, ti dico francamente, adesso si può giudicare come si vuole, ma a me la figura di Bordiga, fisicamente, mi è sempre stata odiosa. E mi è parso di vedere in questo qua un settario... di modo che io mi sono trovato un po' perplesso, dico: "Non so se interpreto l'opinione degli altri", adesso non ricordo bene se mi ero astenuto o che12. E quando sono venuto qua io ho detto: "Lascio liberi i compagni di decidere". Però è stata questione di pochi giorni, perché pochi giorni dopo c'è stato quell'accordo là di Zaniboni, mi pare che avessero fatto il patto di pacificazione13. E allora... è stata una perplessità di qualche giorno, dettata proprio da questo contatto con quello che... assolutamente mi era diventato... però, salvo questo, pochi giorni dopo ho preso a dirigere ancora il movimento comunista qua.
Tu hai conosciuto anche quello che poi è morto a Montevideo, il [Pietro Pilin] Cerruti...
Oh, il Cerruti. Ecco, quello dirigeva prima anche lui "Il bolscevico"; e "Il corriere biellese" a Biella. Prima c'era [Dino] Rondani, poi lo faceva il Cerruti.
Che tipo di compagno era?
Sai, aveva già una certa età; non potevi pretendere da lui questo dinamismo che avevamo noi; però un compagno molto fermo. Mi ricordo ancora che l'ho incontrato che doveva partire, che lui confidava di vederci presto. E poi invece non ci siamo più visti.
Che tipo di orientamento aveva? Era astensionista...
No, credo che fosse giusto, cioè con noi insomma.
A "Il bolscevico" c'era anche Silvio Ramazzotti.
Ecco, Ramazzotti, forse era già a Novara, lì allora, Ramazzotti. Eh sì, forse ci siam già conosciuti lì allora.
Una volta mi hai accennato a una tua biografia, pubblicata in America Latina...
Ho scritto veramente un libro di ricordi. Doveva chiamarsi "Ricordi di un giovane rivoluzionario". Io lavoravo in un cantiere, lì c'era l'ingegnere che era un compagno, e poi c'era un compagno libraio, un socialista libraio, Pasquali. Una libreria nota, ci dev'essere ancora adesso, adesso c'è un altro compagno. Un grande libraio a Rio de Janeiro. E allora questi mi hanno detto: "Tu devi scrivere un libro". E in quel cantiere lì l'ingegnere mi ha detto: "Tu devi solo scrivere; ti muovi di lì solo quando viene il proprietario. Ma quando ci sono io, tu devi scrivere". E ho scritto duecentocinquanta cartelle. Fra l'altro c'erano già le memorie di [Giovanni] Germanetto, "Memorie di un barbiere". E questo qua diceva: "No, io voglio il tuo", perché gli facevo vedere quello che facevo. E una pagina di questo libro, sullo sciopero della fame di Alessandria che avevamo in carcere, era uscito in un paginone illustrato e sotto c'era scritto "da un libro di prossima pubblicazione: Le memorie...", poi lì è scoppiata la controrivoluzione del '35; e allora è scoppiato l'affare di [Luis Carlos] Prestes14, la controrivoluzione e io ho tagliato la corda.
Io son nato in Brasile e allora i nati nell'America latina hanno automaticamente doppia nazionalità. Quando ero in carcere, pensando a questo, mi son fatto mandare da mia sorella il certificato di nascita originale, dove risulta che sono nato il 13 marzo 1899, non nel 1900. Quando sono arrivato a casa, in Italia, nel '900, ero un bambino. Allora è stata scambiata la data. Quando sono uscito di carcere, finita la vigilanza, mi sono ricordato di questo certificato, sono andato a Genova dal console, Consolato brasiliano, e gli ho fatto un po' la mia storia, ma non era necessario, perché poteva anche compromettermi. Gli ho detto che uscivo dal carcere, ma non era necessario. È che era uno abbastanza comprensivo, dice: "No, a me interessa solo il suo certificato. Lei ha tre fotografie?". "Sì". "Ecco, aspetti lì". Mezz'ora dopo avevo il passaporto brasiliano, del quale mi son servito per tagliare la corda.
Un giorno ho fatto portar le valigie a Torino; poi un compagno al mattino presto in bicicletta m'ha accompagnato fino alla stazione di Santhià. Ho preso le valigie, ho preso il treno da Torino, sono andato a Genova e con il passaporto brasiliano mi sono imbarcato. Di là ho scritto, perché avevano arrestato mia sorella, ho scritto al commissario: "Lasciate stare, non andate a cercare, perseguitare come siete abituati a fare o i miei o gli amici. Io sono un brasiliano, quindi sono qua in Brasile. Ve lo dico per dire che nessuno ha contribuito alla mia fuga. Non ho complici. Quindi lasciate stare tutti perché io ve l'ho fatta in questo modo".
Tu in Brasile hai fatto attività politica?
Andando in Brasile, ho scritto a Parigi, per avere contatti. E da Parigi ho avuto l'indirizzo di un compagno. Era un ragioniere, un compagno che era nel Partito lì. Peluso si chiamava, come quell'altro nostro [Luigi Peluso] calabrese. E allora attraverso lui sono entrato nel Partito. Però noi eravamo bordighisti, eravamo settari, ma quelli! Una cosa spaventosa! Per dirti un esempio, c'era un giornale, un quotidiano, "La notte" ("A noite"), molto diffuso. E questo s'era impegnato a pubblicare la sottoscrizione che si faceva in favore degli arrestati. Era una cosa grossa. I nostri: "Questi qua devono dire che questa è la sottoscrizione del Soccorso rosso". Io andavo là a dar consigli: "Ma a noi ci interessa... il grosso fatto è che questo è un quotidiano molto diffuso, che pubblica la sottoscrizione. È una cosa...". No, sono andati in redazione con la rivoltella: "O dite che questa è fatta dal Soccorso rosso o la smettete". E l'han fatto smettere. Per dirti, ecco un esempio del settarismo di questi compagni.
Però quadri di ferro, come son quadri di ferro tutti i compagni dell'America latina. Noi abbiamo sofferto in carcere, però questi, a parlare con questi compagni, io ho avuto l'occasione di tornare in questi paesi, sono veramente delle tempre eccezionali. Quello che abbiam sofferto noi qua, sì, ma quelli del Cile, del Perù, dell' Argentina, del Brasile... là la reazione era una cosa feroce, bastarda, proprio una cosa... e questi hanno resistito in questa tempesta. E adesso il segretario del Partito comunista cileno [Luis Corvalan] è uno di questi quadri che hanno sofferto; e adesso si trovano liberi. Però ci sono ancora degli altri posti dell'America latina dove sono ancora illegali, e questi continuano la lotta.
Tu chi hai conosciuto?
Io ho conosciuto [Vittorio] Codovilla. Era un italiano. Nel '57 io e [Francesco] Scotti abbiamo fatto un giro nell'America latina. Lui è andato fino in Perù, io sono andato in Uruguay, Argentina, Cile. E poi al ritorno, non era nel programma, ho cercato di andare a vedere il Brasile, però era quel periodo in cui c'era un pasticcio, lo stato d'assedio, un periodo brutto. Allora ero già stato segnalato dal Cile, perché io, fra l'altro, sono tra i "quarantadue spietati". Sai chi sono i "quarantadue spietati"? Ci sono parecchi italiani lì dentro e io sono fra questi15. Li chiamavano così, "Il tempo", nel '46. Sono state pubblicate delle fotografie, eccetera. E questa era un'idea degli americani. Ora in Cile io sono stato avvertito in albergo che dovevo andare là all'Ambasciata. Io non sono andato, ho mandato uno dell'Alitalia. E quello è andato là: "No, era solo perché siccome abbiamo visto che il vostro passeggero è nato in Brasile, gli volevamo dare il passaporto brasiliano". Dico: "No, io il passaporto brasiliano non lo prendo". Infatti quando arri vo in Brasile son stato fermato all'aeroporto, sono stato spogliato, cercavano... e la mia intenzione era di andare... avevo preso dai compagni argentini indirizzi di compagni che avrei dovuto visitare, ma quando so di quella situazione lì... allora quattro poliziotti, due mazzieri e due gregari...
Dice: "E adesso?". "E adesso parto, prendo l'aereo". Io mi ricordo che ho sentito: "Non vedi questi qua. Sono schematici, però hanno previsto tutto". Parlava portoghese, io il portoghese lo capivo. E allora, eravamo lì, dice: "Ma perché non volete andare... non dovete andare in Brasile?". "Eh sì, ma non sapevo che c'era lo stato d'assedio, è meglio che...". "Ah, ma è un peccato, siete in compagnia nostra". E dico: "È una compagnia gradita. Però preferisco...". E ho passato un brutto momento. E dovevo ancora fare Recife, l'ultima tappa del Brasile, avevo l'aereo, l'ora di partire e questo dice: "Mah, adesso. A Recife speriamo che vi lascino passare". "Perché?". Allora son andato dal comandante dell'aereo, ho detto: "Io sono sotto la sua cappella adesso. Guardi mi capita così e così. Io sono un uomo politico, sono stato fermato. Lei dovrebbe interessarsi. Io so che dell'aereo lei è il comandante, è come se fosse un territorio sul quale comanda lei, no". L'aereo è in posizione di extraterritorialità, mi pare che sia così. "Ma cosa devo fare? cosa posso fare io?". "Come 'cosa posso fare'? Ad ogni modo, guardi, io l'avverto che...". "No, ma poi del resto se non l'hanno fermata lì, si figuri se la fermano a Recife". "Ad ogni modo, guardi, io l'avverto. Guardi che forse ci ritroveremo ancora". Ma a Recife poi non mi è capitato niente. Sì, i poliziotti mi han ritirato il passaporto, mi han tenuto d'occhio, sai, si vedevano molto facilmente.
E son partito. Son venuto a casa, ho detto a mia moglie: "Non ti ho mai fatto un regalo. Chiedimi quello che vuoi".
Senti, tu sei stato in Brasile nel...
Dal '34 al '35. Poi sono andato in Francia. In Francia sono arrivato verso la fine del 1935. Poi è capitato l'affare della Spagna...
E sei stato anche in Urss?
In Urss ero già stato nel '24, alla morte di Lenin, a scuola.
Tu sei stato uno degli organizzatori del Congresso di Lione.
Sono stato organizzatore, però in Italia, quando son tornato. Appunto, io nel '24, poco prima che morisse Lenin, mi ricordo ancora quando son suonate le sirene, tutta la Russia s'è fermata, nevicava, noi ci siam fermati cinque minuti sotto la neve. La gente come si è trovata, un passo, si è fermata lì, non ha... così, proprio, come fossero diventate tutte statue, uno spettacolo formidabile. È durato cinque minuti, poi abbiamo ripreso il cammino. Questo nel 1924. Poi sono stato lì nel 1925, sono stato nove mesi o che. Poi dovevamo continuare la scuola, però è venuto l'ordine di andare in Italia per la preparazione del Congresso di Lione16. E allora io son venuto giù.
Mi ricordo la prima riunione che ho fatto in casa di Serrati, c'erano tutti questi leccesi eccetera. Io mi trovavo un po' imbarazzato di trovarmi lì con lui, per fortuna l'han chiamato; però le cose che avevo imparato là mi mettevano in una posizione... come preparazione, avevamo capito che cos'era la Rivoluzione russa.
E allora... e poi di lì sono stato interregionale, allora si chiamavano così i segretari; e lì ho organizzato la preparazione per la nomina dei delegati lì. E mi ricordo che in queste riunioni in queste varie province, lì son capitato a Parma, al paese di Picelli, e allora rievocavamo appunto: "Voi avete scritto una pagina che ha dimostrato quanto il Partito sbagliava non avendo applicato una politica di unità, una politica di alleanze. E questo è tutto a vostro onore. Allora passavate come degli indisciplinati e invece voi avevate visto giusto". E lì prendevamo lo spunto di questo per dire come le posizioni di Bordiga fossero sbagliate, e siccome il Congresso di Lione si proponeva appunto di eliminare Bordiga, questo esempio degli Arditi del popolo era uno degli argomenti che ci serviva; e poi, figurati, proprio a Parma. E così ho fatto a Forlì e così ho fatto a Modena e così ho fatto a Bologna. Ecco, poi proprio quando ero a Bologna, sui quotidiani, sui giornali, è saltata fuori la notizia che io ero ricercato come assassino dei fatti di Novara. Io non avevo neanche letto. Trovo un compagno che mi dice: "Ohei, assassino". "Cosa dici?". E mi fa vedere il giornale. Allora mi son consultato subito coi compagni; e allora m'hanno detto di tagliare la corda. Allora io ho lasciato ancora un'altra volta l'Italia e son tornato in Francia, dove dopo pochi mesi, il compagno [Vittorio] Vidali, che dirigeva il settimanale a New York, si chiamava Sarmenti, lasciava il posto. E il Partito mi aveva incaricato di andare a sostituirlo. Io poi come brasiliano ero più facilitato perché il passaporto mi avrebbe permesso di andare in America.
E non sei andato?
Sai perché? Perché nel frattempo mi era arrivata da Vercelli la notizia che ero stato assolto in istruttoria, sui fatti di Novara. Allora dico: "Son libero per ritornare ancora in Italia, io non vado in America. Io anzi voglio andare in Italia". Questo era nel '27, sono venuto in Italia, m'hanno arrestato poco dopo17 [a Milano], in una maniera un po' balorda, perché... ho incontrato un corriere, il compagno [Giuseppe] Boselli, e lui mi dice: "Sai, devo andare a ritirare un pacco lì..."
"Stato operaio"?
Io ho fatto una cosa stupida. Fra l'altro avevo in tasca una busta per "l'Unità", ero incaricato di far "l'Unità".
Quel famoso articolo...
...
di [Pietro] Secchia, no. E quella busta m'è costata delle botte terribili.
E allora andiamo giù e lì aspettavano quelli che andavano a ritirare quel pacco. Io non dovevo... il caso di farmi incontrare questo Boselli in piazza Venezia e la mia imprudenza di averlo seguito. Che c'entravo io? ma siccome era un po' titubante... sai, allora ho deciso di andare. E lì son stato preso così. Poi, mentre prendevo pugni, perché c'era anche uno sul predellino dell'automobile e ogni tanto... io non avevo mai avuto sangue dal naso, ma quella volta l'ho avuto; però quello che mi preoccupava era la busta che avevo... io poco per volta cercavo di... quando picchiava forte di lasciarla cadere, metterla sotto i cuscini di... ostia, ma son stato scoperto. Me l'han presa, mi han dato un sacco di botte, un sacco di botte. E sono entrato lì e non ti dico quante ne abbiamo prese. Ti afferravano i testicoli così, no. E tu cadevi... e poi ti stringevano... questi erano quelli della Milizia, che quasi illegalmente si erano introdotti nella... Dice: "Se capitava in mano a noi..."; io invece ero capitato in mano a loro, allora c'era il commissario... siccome io mi ero denunciato come giornalista, ero redattore de "l'Humanité", sai aveva fatto una certa impressione. Allora questi non... ma quel po' che son stato nelle loro mani. Poi dopo quel commissario: "Sa, se ci aiuta, non diciamo mica che lei debba compromettere... però sa com'è, noi è il nostro lavoro...". E dico: "Ma io non so niente. Se invece di prendermi così mi avessero seguito, ma io dove sarei andato? Avrei dovuto trovare uno e ci saremmo conosciuti. Se mi seguivate... Noi lavoriamo a compartimenti stagni. E allora i compiti sono ristretti. Da un compartimento all'altro non c'è un legame...". E lì ho cercato di convincerlo in quel modo lì, che io proprio non parlavo perché non sapevo niente. Però sempre le dosi, no.
Beh, ma adesso tu mi fai fare la mia biografia tu, ma no eh, ma no eh, adesso basta..
Dai, raccontami ancora qualcosa della Spagna...
Ma le cose della Spagna sono su tutti i giornali. Sai, ci sono sempre quelle fotografie, c'è sempre il fatto del convegno in Spagna. C'è il convegno di La Spezia adesso, recente. Hai il reprint dei "Garibaldini in Ispagna" di Feltrinelli18? Che cosa ti devo ancora dire? M'han fatto la melina per essere stato il primo, in fondo. Ecco, se vuoi un particolare su questo, ti dirò che quando ero lì in Francia, nel '36, io dovevo andare subito in Spagna. E mi ricordo m'ha accompagnato [Giuseppe] Dozza all'ufficio politico del Partito francese. E là ci hanno detto che non conveniva subito farci vedere. Noi avevamo già organizzato alla Grande Rubel quella riunione di volontari, però a partire alla testa di questi dicevano che non conveniva. Allora io poi sono andato prima, come capo di una commissione del Soccorso rosso, e lì ho tenuto parecchi discorsi alla radio di Barcellona, finché poi sono arrivati gli altri e abbiamo fatto il gruppo sotto la dipendenza del V reggimento, abbiamo fatto la "Gastone Sozzi". E mi è venuto in mente di dare il nome "Gastone Sozzi" perché Gastone Sozzi era stato con me alla scuola di Leningrado. E poi lo conoscevo insomma. E il nome è venuto proprio da me, mi è venuto in mente di dare il nome di Gastone Sozzi perché appunto oltre che essere compagno ed amico, poi era giusto ricordare uno che aveva dato quello che aveva dato per il Partito, morto assassinato in carcere. Ma adesso basta.
Ancora una cosa. Hai fatto la prima guerra mondiale?
No. Io ti dirò. Questa storia del certificato di nascita mi ha salvato la ghirba, perché il primo quadrimestre del '99 ne sono morti tre quarti. Con la classe del '900, proprio di fronte a questo, ci hanno fatto delle facilitazioni. Io, per esempio, ho dovuto fare il corso di motorista all'Istituto Feltrinelli di Milano.
E nel '44?
Nel '44 io ero in Toscana.
Hai partecipato a fatti bellici?
E come no!
Tra il tipo di guerra che si è combattuto in Spagna e la guerriglia qua c'erano delle differenze notevolissime, no?
Eh, notevolissime, perché là insomma avevi un esercito, era tutta una cosa, un'esperienza diversa. Però, per tanti aspetti, specialmente all'inizio, quando non c'era... non eri organizzato; per esempio, noi siamo stati messi in un posto là, non sapevamo mai esattamente dove fossimo. Combattevi così... del resto anche loro non erano molto organizzati. Da quel lato lì, specialmente all'inizio, c'è un certo rapporto con la guerriglia qua; però devi capire che là la cosa era molto diversa. Ma adesso basta, tu mi fai fare la biografia.... quello che abbiamo fatto è fatto, diciamo, abbiamo dato il nostro contributo... io non....
Ma non è un problema personale, capisci...
Adesso non mi sento più di scrivere... Guarda, una volta avevo una penna molto facile, adesso è un po'...
Ma io non credo che sia un problema di carattere personale [fare la tua biografia]; è un problema di carattere politico.
Lo so. È un discorso che l'ho sentito fare da tanti, ma non mi...
Peccato, però.
Peccato: insomma quello che abbiamo fatto è lì. Poi sai è questione... guarda che io ho provato a fare quel libro lì, è costata fatica. L'ho fatto tutto a memoria. Invece bisognerebbe avere... io non sono costante a fare ricerche, andare in biblioteche.
Lo so che voi siete nati per parlare, non per scrivere.
Stringi [quel che ti ho detto], stringi lì, va!


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