Franco Bergoglio
Pavese, Mila, Gramsci
Letteratura, jazz e antifascismo nella Torino degli anni trenta
"l'impegno", a. XX, n. 2, agosto 2000
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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L'America è dappertutto
basta saperla vedere
Ignazio Silone, "Fontamara"
Il mito americano iniziò con due francesi: il marchese di Barbè-Marbois, segretario della legazione del
suo Paese durante la guerra d'indipendenza americana, poi rivoluzionario in patria, con un libro sui "Nostri
progenitori rivoluzionari"1; e, pochi decenni dopo, il giovane conte Alexis de Tocqueville che, recatosi nel nuovo
continente a spese del governo con il proposito di "vedere com'è una grande
Repubblica"2, tornò nella sua terra e
pubblicò la "Democrazia in America", opera che ebbe assai fortuna tra l'opinione pubblica europea del periodo. Da
quel momento l'interesse per l'universo politico, culturale e morale del continente America non fece che
aumentare, coinvolgendo anche gli uomini d'oltreoceano, almeno fino alla crisi del 1929, che segnò un momento di frattura.
Per gli europei il crollo della borsa di New York segnò la fine della favola di un capitalismo buono che
riusciva a garantire ricchezza e prosperità a tutti, di contro per gli americani l'avvento delle dittature in Europa pose
fine all'idea che nell'esperienza politica millenaria del "vecchio mondo" si trovassero le risposte ad alcuni
quesiti che la giovane democrazia statunitense non sembrava in grado di affrontare.
Secondo lo storico americano Richard Hofstadter "negli anni trenta l'Europa perse la sua autorità
politica e morale. Il fascismo fu una tirannide che gli americani non avrebbero mai immaginato potesse esistere, e
la politica di appeasement adottata verso il fascismo dalle potenze democratiche mise in luce le crepe di tutto
il sistema occidentale"3. Se - secondo Hofstadter - gli intellettuali americani smisero in quel momento di
guardare ai paesi europei come ad una alternativa morale, per gli stessi motivi gli intellettuali europei iniziarono a
guardare all'America in maniera sempre più attenta.
Continuarono ad essere pubblicate opere dedicate agli Stati Uniti: una storia come l' "Epopea
dell'America", di James Truslow Adams, imbevuta di "quel sogno americano di una vita più bella, ricca, piena, felice per
i cittadini di ogni classe, che rappresenta il nostro contributo più importante, finora, al pensiero dell'umanità"
è preceduta da una captatio
benevolentiae del traduttore che avverte il "lettore fascista" a non badare se
"l'autore si tiene ad una formula da noi
superata"4.
Correva il 1937, e parlare degli Stati Uniti, la potenza giudaico-capitalistica, in termini non graditi al
regime, poteva essere oltremodo pericoloso. Questa operazione di interessamento alla cultura americana e alla sua
diffusione avveniva in Italia soprattutto a Torino, dove operava un consistente gruppo di intellettuali in cui il
mito americano era centrale per più di un aspetto interpretativo. Pavese, il
deus ex machina dell'americanismo piemontese, operò fino alla metà degli anni trenta con le traduzioni degli scrittori statunitensi contemporanei e
con "I saggi critici" trasforma il mito americano in "fede letteraria ed
ideologica"5. E fede jazzologica,
potremmo aggiungere. L'interesse più o meno forte per una forma culturale tipicamente americana quale è il jazz
accomunò infatti intellettuali ed artisti molto diversi tra loro per interessi e discipline praticate, ma anche per mentalità
e grado di impegno politico. Attenzione marginale in alcuni casi - si veda Gramsci - supinamente piegata ad
un ragionamento orientato ad altri esiti; in altri limitata ad una patina di americanismo. Vedremo però che in
alcuni casi - valgano da esempio più significativo quelli di Pavese, Mila, Soldati - il jazz costituì un riferimento
culturale non indifferente. Il jazz "è la speranza dell'intero mondo musicale", secondo una celebre definizione di
Leopold Stokowski6, come l'America è
tout court il Paese "della speranza di salvarsi da ogni sorta di guai, miserie,
tirannidi"7 o almeno tale la percepivano gli europei degli anni a cavallo del secolo.
Jazz e stampa: un'incomprensione reciproca
Per capire meglio il contributo dato dagli intellettuali piemontesi ad una rilettura del jazz in chiave
moderna, dobbiamo soffermarci sulla tipologia e sul tenore delle interpretazioni coeve in Europa come in America.
Il jazz rappresentò dagli anni venti quello che in età vittoriana era stato il valzer: secondo lo storico Eric
J. Hobsbawm "la moda della danza immise automaticamente l'idioma afro-americano nella musica
leggera"8. Le classi sociali in ascesa si identificavano in nuovi modelli culturali, uno dei quali era il jazz. Fin dai suoi
primi passi però, il jazz non fu considerato soltanto come un'altra espressione della musica leggera, ma venne
elevato al rango di simbolo, attirando le attenzioni del mondo culturale.
Per molti anni il jazz non ha goduto di una buona stampa, anche se singole voci si sono di volta in volta
levate in sua difesa. Hobsbawm, a questo proposito, insinua che dietro le parole dei moralisti, dei catoni censori
della musica sincopata, si annidi in realtà una tenace ostilità verso le classi inferiori. Assunto valido per le parole del
rabbino Stephen T. Wise: "Quando l'America avrà ritrovata la sua anima, il jazz scomparirà, e non prima;
vale a dire che sarà relegato negli antri oscuri e scarlatti donde è venuto". Gli antri oscuri menzionati nel testo
sono i bassifondi degradati delle grandi città, dove è costretta a vivere la stragrande maggioranza della
popolazione nera.
"Perché esiste la musica jass, e di conseguenza il jass band? È lo stesso che chiedersi il perché dei
romanzi tascabili o della gomma da masticare. Sono tutte manifestazioni di cattivo gusto, un gusto che non è ancora
stato depurato dalla civiltà". Questo è
l'incipit di un attacco pubblicato dal quotidiano "Times-Picayune", di
New Orleans, il 20 giugno del 19189: tra paternalismo colonialista e moralismo protestante "la musica jass è la
storia sincopata e contrappuntata dell'impudicizia [...]. Il jass offre un piacere sensuale più intenso di quello dei
valzer viennesi [...]. Sta a noi essere gli ultimi ad accettare queste sconcezze nell'ambito di un consorzio civile".
Queste idee sono il frutto dei resoconti allarmati dei giornalisti che descrivono l'America in termini di
ripetitività e di alienazione, provocati da una modernizzazione disumanizzante, frutto forse, come rileva
l'americanista Martino Marazzi, di una scuola di pensiero culminata con Hegel, "che condannava il nuovo mondo a
una inferiorità congenita ed irrimediabile, condanna pronunciata dialettica alla
mano"10.
I "ruggenti anni venti" si aprirono con il desiderio di dimenticare in fretta gli orrori provocati dalla
grande guerra. Si inauguravano locali notturni, rinasceva la vita mondana. Si sviluppò un mondo fatto di ballerine,
soubrettes, viveurs11. L'Europa non fu immune dalle critiche di stampo moralistico nei confronti del jazz, ma
queste assunsero un carattere più pacato, sovente prendendo la forma della curiosità per gli aspetti folkloristici di
un Paese lontano e ancora poco conosciuto. Già nel 1920 un'orchestra italiana portava il nome di "Ambassadors
jazz band" e nel 1922 il quotidiano "il Messaggero", commentando la nuova moda, scriveva: "Abbiamo una
spiccata tendenza ad ammirare ogni novità che ci venga recata dall'estero, comprendendo nella parola 'estero' anche
le civilissime tribù dei cannibali". Proseguiva l'articolo, a firma di un certo Labb: "In quell'orchestra che
onora le sale dei ritrovi mondani e degli alberghi di lusso dove la società scelta passa la notte ballando, lo
strumento più delizioso per gli orecchi è una tromba d'automobile".
I giornalisti che così scrivevano non erano che dei pallidi epigoni dei deliri di Julius Evola: "Nelle grandi
sale delle città americane dove centinaia di coppie si scuotono come fantocci epilettici [...] ai sincopati negri, è
veramente uno stato di folla, la vita di un ente collettivo meccanizzato che si
ridesta"12. Queste parole mostrano chiaramente come la condanna del jazz non fosse altro che l'ultimo dei
leit motivs usati per stigmatizzare la società americana in ogni suo possibile aspetto.
C'era chi invece, ed è il caso del compositore Alfredo Casella, di ritorno a Torino da un viaggio negli
Stati Uniti, scriveva sulla locale rivista di musica "Il pianoforte": "Fra tutte le impressioni sonore che un musicista
può aver provato negli Stati Uniti, quella che domina ogni altra per la sua originalità, la sua forza di novità e
anche di modernismo, la sua enorme dotazione infine di dinamismo e di energia propulsiva, è senza dubbio la
musica negra, detta jazz [...]. Arte fatta innanzitutto di ritmo, di un ritmo brutale spesso, altre volte invece dolce e
lascivo, ma ritmo sempre di una forza barbarica che smuoverebbe un cadavere, ritmo che per la sua ostinazione, la
sua tremenda forza motrice, ricorda non di rado le pagine più eroiche di Beethoven o di Stravinskij, ritmo infine
che sembra - di fronte alla nostra decadente, super raffinata musica europea - risuscitare la frenesia, la energia
orgiastica di Dyonisos"13.
Il suo giudizio si affiancava ad altri pareri autorevoli, ed acuti, sul jazz, di musicisti d'avanguardia
come Darius Milhaud e il direttore d'orchestra Ernest Ansermet. Diceva ancora Casella: "Mi venne dato di
sentire all'estero certi straordinari dischi americani da grammofono, nei quali si udivano alcuni di quei fantastici
jazz-band negri improvvisare in modo inverosimile intorno alla modesta trama musicale di certi
fox-trot"14. La sua testimonianza, datata 1921, mostra un Casella più tardi vicino al fascismo, ma indipendente dal regime nei
giudizi artistici: fu questo un primissimo esempio di intellettuale di origine torinese non allineato alle mode correnti.
Dai luoghi comuni che, in buona fede, vedremo essere accolti anche da un intellettuale non sospettabile
di razzismo come Gramsci, si passa sempre più frequentemente all'intenzionalità delle provocazioni, ad un
allargamento dei pregiudizi che culminerà con le leggi razziali. Gli attacchi alla cultura americana, ed in
subordine al jazz, continuarono ma senza particolari effetti pratici nella realtà. Negli anni trenta un periodico
dall'ampia diffusione quale il "Secolo Illustrato" riportava un servizio dedicato ad Harlem, la "città nera". Louis
Armstrong, il più importante e preparato musicista jazz di quegli anni, veniva descritto in modo caricaturale, al limite
del ridicolo, come un "trombettista scimmiesco", e oramai "milionario", accolto addirittura alla Casa Bianca
come un'autorità. "Canta con voce roca da avvinazzato, è un ossesso". L'autore dell'articolo, Giorgio Monicelli,
non nascondeva assolutamente la matrice razzista del suo pensiero, l'Italia era ormai vicina all'aggressione
all'Abissinia e se il popolo italiano veniva educato a vedere tale intervento come una missione di civilizzazione
nei confronti di popolazioni africane "inferiori", non si poteva certo ammettere una qualche dignità artistica ad
un musicista nero e, oltretutto, americano.
Una lettura "gramsciana" del jazz
L'America che si incarna in tema poetico nell'analisi pavesiana o nei romanzi di Soldati è anche
parallelamente un terreno di scontro etico sulla società moderna, come risulta limpidamente dalle numerose
pagine dedicatele da Antonio Gramsci, giovane emigrato a Torino studente alla facoltà di Lettere, presto assorbito completamente dall'attività politica e giornalistica. Pochi intellettuali si salvarono dai luoghi comuni, nel
tentativo di spingersi oltre una lettura superficiale del jazz negli anni venti. Milhaud parlò di "musica che è
meccanizzata e precisa come una
macchina"15; usando quasi le stesse parole Lunaciarskij, commissario della cultura
nella Russia bolscevica, definì il fox-trot come: "Un ritmo piuttosto complesso, basato su una meccanicità
esasperata [...] ispirata proprio al ritmo delle macchine.
Questi ritmi hanno la stessa funzione che ha la macchina nelle mani della borghesia: sono disumani,
annichiliscono la volontà del
singolo"16. C'era qui, forse per la prima volta, un tentativo di analisi socio-culturale
del fenomeno, anche se il ragionamento viene piegato alle esigenze retoriche della politica di partito.
La sinistra europea iniziò ad interessarsi al jazz muovendo da una posizione critica, centrando la
discussione sul legame tra jazz e borghesia europea. Il jazz, come musica da ballo dei ritrovi alla moda, come fenomeno
di costume preoccupava gli intellettuali di sinistra. L'intervento di gran lunga meno ortodosso, datato 27
febbraio 1928 (un anno antecedente quello di Lunaciarskij), è un frammento di una lettera di Antonio Gramsci alla
cognata Tania. Trascrivo il frammento per intero; il pericolo cui si fa riferimento è quello proposto a Gramsci,
durante una discussione "carceraria" da un interlocutore di fede evangelista che temeva "un innesto dell'idolatria
asiatica nel ceppo del cristianesimo europeo".
"Da questo punto di vista, se un pericolo c'è, è costituito piuttosto dalla musica e dalla danza importata
in Europa dai negri. Questa musica ha veramente conquistato tutto uno strato della popolazione europea colta,
ha creato anzi un vero fanatismo. Ora è impossibile immaginare che la ripetizione continuata dei gesti fisici che
i negri fanno intorno ai loro feticci danzando, che l'avere sempre nelle orecchie il ritmo sincopato degli
jazz-bands, rimangano senza risultati ideologici; a) si tratta di un fenomeno enormemente diffuso, che tocca
milioni e milioni di persone, specialmente giovani; b) si tratta di impressioni molto energiche e violente, cioè che
lasciano tracce profonde e durature; c) si tratta di fenomeni musicali, cioè di manifestazioni che si esprimono nel
linguaggio più universale oggi esistente, nel linguaggio che più rapidamente comunica immagini e impressioni totali
di una civiltà non solo estranea alla nostra, ma certamente meno complessa di quella asiatica, primitiva ed
elementare, cioè facilmente assimilabile e generalizzabile dalla musica e dalla danza a tutto il mondo psichico.
Insomma il povero evangelista fu convinto che, mentre aveva paura di diventare un asiatico, in realtà egli, senza
accorgersene, stava diventando un negro e che tale processo era terribilmente avanzato, almeno fino alla fase di
meticcio"17.
Gramsci ebbe in questa lettera una intuizione eccezionale, considerato l'anno in cui essa fu scritta: il jazz
è una forma artistica i cui sviluppi possono mettere in crisi i fondamenti teorici della civiltà occidentale.
Nella lettera all'amico Berti dell'8 agosto 1927, di qualche mese precedente quella a Tania, Gramsci, parlando di
una sua recente lettura, il libro di stampo fortemente nazionalista ed eurocentrico di Henri Massis "Défense de
l'Occident", annotò: "Ciò che mi fa ridere è il fatto che questo egregio Massis, il quale ha una benedetta paura
che l'ideologia asiatica di Tagore e Ghandi non distrugga il razionalismo cattolico francese, non s'accorge che
Parigi è diventata una mezza colonia dell'intellettualismo senegalese e che in Francia si moltiplica il numero dei
meticci. Si potrebbe, per ridere, sostenere che se la Germania è l'estrema propaggine dell'asiatismo ideologico, la
Francia è l'inizio dell'Africa tenebrosa e che il jazz-band è la prima molecola di una civiltà
eurafricana"18.
Gramsci stava evidentemente proponendo una argomentazione sotto forma di paradosso, e dunque i toni
e i contenuti erano estremamente forzati. Il lettore contemporaneo può essere colpito dall'espressione
"asiatismo ideologico", riferita alla Germania. La "purezza", concetto cardine del pensiero asiatico, fu poi stravolta
dal nazismo e piegata ad un uso aberrante, la creazione di una razza ariana depurata da ogni tipo di
contaminazione con quelle considerate inferiori. Naturalmente quando Gramsci scriveva queste parole nulla di tutto ciò si
era verificato. Il dualismo Asia-Africa era comunque molto interessante, certamente più di una possibile
contrapposizione tra cultura afroamericana e pensiero occidentale, per cui i tempi non erano ancora maturi. Da una
parte si trova la popolazione di colore, che non ha ancora cominciato il recupero del suo passato, e viveva in un
presente di alienazione, priva di portavoci accreditati ad esprimere il comune sentire dell'intera comunità. Dall'altra
si situava il pensiero occidentale, nonostante le menzionate battaglie di retroguardia di alcuni intellettuali
ritrosi, aperto alle novità e disposto ad accogliere nuove influenze.
Parigi incarnava bene il simbolo di questa voglia di novità. "Pareti rosse laccate, lanterne di colore, globi
a specchio, orchestre di tango e jazz, i dancings si riproducono come
sciami"19. A Parigi la musica sincopata
piaceva ai viveurs e faceva impazzire gli intellettuali e gli artisti. Il charleston veniva goliardicamente definito la
danza cubista, o anche "un compromesso fra il jazz-band e la marcia militare". Così era la Parigi del 1925, quella
che probabilmente Gramsci immaginava, nella descrizione dello scrittore parigino Armand Lanoux. Non c'è
dunque vero e proprio scontro ideologico in profondità: l'evangelista "sta diventando negro" e il jazz-band "è la
prima molecola di una nuova civiltà eurafricana". Gramsci, che intuiva queste mutazioni profonde sotto la banalità
dei piccoli avvenimenti che fornirono lo spunto per queste riflessioni, sembra temesse il meticciato culturale,
non pare cogliere le possibilità positive di cambiamento da esso offerte. Questo tema era nell'aria, la paura
della diversità razziale correva sotterranea, pronta ad esplodere. Negli anni trenta infuriò addirittura una polemica
di natura politica tra Francia e Italia su questo tema: la prima infatti si riteneva essersi macchiata
dell'infamante reato di "lassismo razziale", avendo tenuto una politica troppo aperta alla mescolanza con le popolazioni
di colore. "L'ombra del meticciato faceva incombere su tutta l'Europa la minaccia concreta di un
declassamento della razza
bianca"20.Questa era, in merito, l'opinione del governo fascista.
Luigi Spina che ha analizzato in un articolo dal titolo "Gramsci e il jazz" questi due brani, nota come
sia possibile "cogliere nelle argomentazioni gramsciane quello che forse fu storicamente, negli intellettuali di
una certa formazione politica ed ideologica, l'impatto con nuove forme artistiche, in questo caso la musica
nera americana, colta soprattutto nella sua ascendenza africana; forme artistiche che, mentre si presentavano
come prodotti rispettabili di una cultura altra, estranea, da non censurare razzisticamente, pur tuttavia, proprio per
la loro ampia, e forse inaspettata, diffusione tra vari strati, specialmente di borghesia colta, mostravano
l'aspetto pericoloso della 'evasione', della 'irrazionalità', terreni sui quali abbastanza tardi il movimento operaio
avrebbe espresso una posizione equilibrata e
aperta"21.
Sfiorato di un soffio il pericolo di una critica basata sui pregiudizi razziali, Gramsci comunque cadde
negli errori comuni alle fonti giornalistiche e storiografiche a lui
coeve, di cui probabilmente si servì per le sue
osservazioni. Interessato a mettere in luce la pericolosità del fenomeno, analizzò con particolare acutezza
l'intreccio tra musica e danza e i riflessi che potevano implicare sull'atteggiamento mentale e sull'ideologia.
Anche Rimondi ha analizzato questo brano, commentandolo nel seguente modo: "Gramsci collega
correttamente musica e danza, preoccupandosi non della musica in sé ma dei risvolti psicologici e di costume. In
questo egli si mostra all'altezza del problema, mentre certamente discutibile e datato appare il discorso
sull'oggetto specifico e la società che l'ha prodotto. [...] All'interno di una Weltangshaunung fortemente strutturata e
ideologizzata, un fenomeno complesso come il jazz fatica a trovare una soddisfacente
collocazione"22. Si ritorna a parlare di fanatismo, di ripetitività, di delirio, di preoccupazione per il coinvolgimento di massa che il jazz
riesce a provocare. Le coordinate concettuali utilizzate per il jazz sono le stesse impiegate da Gramsci nel trattare
in termini generali il problema America. Un Paese che l'intellettuale sardo vedeva come "immenso laboratorio
di una trasformazione che tende a standardizzare il modo di pensare e
operare"23. Era la massificazione delle
forme artistiche a preoccupare l'autore; veniva messa in luce la funzione sociale e culturale del jazz, però era
completamente ignorata la genesi americana di questa musica; l'interesse evidente era per i suoi sviluppi europei.
In fondo il jazz era ancora una moda e la critica si evolverà e affinerà di pari passo con la crescita della musica
stessa; inoltre, come dice giustamente Spina, Gramsci era condizionato dai "sospetti che un dirigente comunista
nutriva costituzionalmente di fronte a espressioni e comportamenti non immediatamente inquadrabili attraverso la
griglia conoscitiva e valutativa della sua ideologia".
In Gramsci questo atteggiamento criticato da Spina può essere considerato alla stregua di un peccato
veniale, purtroppo i pregiudizi ideologici "di sinistra" contro il jazz ebbero negli anni trenta ben altro peso in Urss.
La posizione di Lunaciarskij, citata in apertura di paragrafo, non è che una prima avvisaglia: con il concentrarsi
nelle mani di Stalin del potere assoluto si verificò una recrudescenza degli attacchi alla musica intera, non solo al
jazz. Proprio il periodo delle dittature mostrò come i risultati ideologici del jazz non fossero assolutamente
negativi; anzi, essendo questa musica completamente antitetica allo spirito delle dittature nazista e fascista, in
aggiunta al già citato comunismo russo, rappresentò per molti jazz-fans europei l'unico baluardo all'oppressione di
un mondo chiuso, privo di libertà, impregnato di pregiudizi xenofobi, e di disciplina marziale.
Pavese: il blues della grande città
Abbiamo affermato che l'America è un mito che toccò sensibilmente il mondo
dell'intellighentia piemontese. Risultato questo dovuto innanzitutto all'opera di traduttore, di saggista, di scrittore e in ultimo di redattore
svolta da Cesare Pavese. Nel 1929 Massimo Mila fornì a Pavese il nominativo di un giovane musicista di origine
italiana, Antonio Chiuminatto (anche questi piemontese, emigrato negli Stati Uniti dopo essersi diplomato al
conservatorio "Giuseppe Verdi" di Torino, per insegnare violino al conservatorio di Chicago) e tra i due si instaurò
un notevole scambio epistolare. A lui Pavese si affidò per avere elenchi di libri, con lui discuterà di letteratura
americana e anche di jazz. Nel suo saggio "La scrittura sincopata", lo studioso di letteratura americana Giorgio
Rimondi mette in luce l'importanza di questo scambio "di culture" tra i due giovani: da un lato Pavese, assetato di
conoscenza sulla letteratura e sulla civiltà americana, e dall'altra un giovane musicista dagli interessi artistici
plurimi, disposto a condividere con il piemontese le sue conoscenze.
Si legge nella lettera ad Antonio Chiuminatto del 17 aprile 1930: "Non solo avete i ben noti
meravigliosi menestrelli del jazz, ma, quel che più conta, avete un mucchio d'altri poeti la cui esistenza qui in Europa
nessuno sospetta"24. Il 24 dicembre del 1931 Pavese scrisse entusiasta all'amico: "Sai che ho un giradischi? Ho un
assortimento delle più spassose musichette americane che abbia mai sentito [...]. Adesso tu hai un altro
compito: se senti di qualche disco americano di hot mandami titolo e compositore e orchestra. Capito? Specialmente
blues e saxs". Pavese, seguendo le orme del concittadino Alfredo Antonino, di cui parleremo in seguito,
divenne collezionista di musica sincopata e si scontrò con gli inevitabili problemi di reperimento dei materiali, di
cui lamentò per lettera all'amico la difficoltà. "Poi quanto ai dischi ho Dinah, il chant of the jungle [...].
Comprerò il Saint Louis Blues seguendo il tuo consiglio. [...]. Mandami le parole di tutti questi dischi, se puoi, con i
tuoi commenti, sicuro".
Dice Rimondi a questo proposito che è "interessante la speciale attenzione ai testi, all'aspetto letterario
del fenomeno, che certo gli serve per impratichirsi dell'inglese ma, come vedremo, risulta fondamentale anche
per l'attività dello
scrittore"25.
Nel romanzo giovanile "Ciau Masino", pubblicato postumo, datato 1932, Pavese utilizzò il jazz come strumento
per un divertissement
linguistico: "Sa un fox non è più un valzer e un blues, - disse proprio blus, - non
è più una romanza. Veda il jazz... - disse proprio giaz - ...Ah il giazze, il giazze! Ma ne avete già fatte di
parole per giazze?". Ironia, uso del gergo e del dialetto, ma conoscenza ed utilizzo della letteratura americana,
anche nei suoi toponimi di riferimento,
nell'epos che comprende appunto anche il jazz. Nella stessa opera, il
protagonista Masino propone una lirica: "Il blues dei blues": "Il male cominciò con me seduto/ sul sofà e la ragazza
che cantarellando scendeva/ a rimettere un disco dei soliti - un blues./ Erano cose gaie d'America, anche i blues/
ma sentirli ripetere - sempre gli stessi -/ e vederli ripetere, sempre, dalla medesima mano".
Con un notevole salto temporale Rimondi collega questa lirica all'ultima composta dal poeta nel 1950,
pochi mesi prima della tragica morte, "Last blues, to be read some day": il blues: filo rosso per interpretare il
mal de vivre
pavesiano26. Nelle liriche scritte da Pavese il blues ed il jazz dominano però anche la raccolta di
poesie "Blues della grande città", datate 1929 e dunque agli inizi
della corrispondenza con Chiuminatto.
Dello stesso avviso è lo studioso di letteratura Marziano Guglielminetti, che, nell'introduzione alle
poesie, scrive che "Last blues" è "un congedo da non ricondursi ai 'Blues della grande città', concepiti prima di
'Lavorare stanca', quando il rapporto con l'America era sostanzialmente vitale, in specie dal punto di vista
linguistico"27. Lo stesso Guglielminetti scrive di questa raccolta di poesie che dietro si scorge la città moderna: "Un po'
meno cupa e proletaria di quella già descritta, 'stracittadina' a suo modo (compaiono i grattacieli, si ode un
saxofono)"28. Vale la pena citare alcune strofe della lirica che forse più di altre utilizza il jazz come sapore,
ingrediente fondamentale di una Torino che Pavese - per dirla con
D'Orsi29- vuole cosmopolita e che si muove al ritmo
delle suggestioni americane: "Tutta l'anima mia/ rabbrividisce e trema e s'abbandona/ al saxofono rauco./ È una
donna in balia di un amante, una foglia/ dentro il vento, un miracolo,/ una musica anch'essa".
Il titolo del componimento è "A solo, di saxofono". Non mi addentro negli aspetti più squisitamente
letterari della lirica, poiché in questa sede stiamo tentando di ripercorrere solamente alcuni momenti della storia
della Torino degli anni trenta, tuttavia credo si possa individuare un duplice utilizzo della musica e del sassofono
che ne è l'emblema. Da un momento narrativo puramente descrittivo - la lirica parla di un a solo di sassofono - si
passa ad una trasposizione dell'uso dell'a solo jazzistico come procedimento letterario. Artificio che, a partire
dallo "scrivere bop" di Jack Kerouac avrà anche una sua codificazione e cristallizzazione come tecnica letteraria
in terra d'America. Non si vuole qui esaltare la figura di Pavese come quella di un precursore, si intende
solamente evidenziare l'uso più "sensibile" ed attento del
topos jazzistico da lui proposto rispetto alla letteratura ed
alla saggistica del periodo in parola. In un altro componimento della stessa raccolta, intitolato "Jazz
melanconico", il fascino e la presenza della musica sono filtrate e trasposte in lirica senza riferimenti diretti, se non per il
titolo: "Ascoltare nel cuore/ le passioni remote,/ ascoltarle salire nella notte/ sul profumo umidiccio della terra./
Una vegetazione sconosciuta/ di desiderio, chiusa in questo cielo/ di buio e di silenzio".
Il jazz qui opera sul poeta a livello di stato d'animo, quello che viene definito nelle musiche jazz del
periodo il mood30: le passioni interiori si fondono con il paesaggio esteriore che circonda l'individuo. Certamente il
jazz è presente anche in altre opere di Cesare Pavese, sovente - come accade ne "Il compagno" - come colore
locale, per descrivere una atmosfera. Qui il jazz figura con il ruolo di comparsa, come musica da ballo nelle sale
della Torino fascista degli anni
trenta31, descritta da Pavese nel romanzo.
America primo amore
Mario Soldati è in questa storia un altro degli intellettuali torinesi che negli anni venti si erano
innamorati dell'America. Incerto tra la critica d'arte, la letteratura ed il cinema, dopo essersi laureato con Lionello
Venturi ed essere stato a lungo frequentatore del salotto del pittore Felice
Casorati32, nel 1929 decise di andare a
visitare il nuovo continente. La sua permanenza si protrasse per due anni e le sue corrispondenze di viaggio
vennero pubblicate come resoconti giornalistici sul quotidiano "Il Lavoro" di Genova. Scrisse anche sulla rivista
"Pan", dove Massimo Mila pubblicò il suo studio sul jazz
hot nel 1935, stesso anno in cui Soldati consegnò alle
stampe la prima edizione di "America primo amore" per l'editore Bemporad.
L'opera, essenzialmente un resoconto di viaggio di un giovane piemontese, vede di frequente affiorare
Torino, pietra di paragone per valutare la strabiliante modernità americana. Secondo Marazzi è l'incontro di due
giovinezze in fiore: quella dell'autore e di un'America popolata di ragazze ed avventure. Soldati era un
antimericanista: si scagliò contro ogni aspetto della vita statunitense pur subendone indiscutibilmente il fascino.
L'America era il luogo della decadenza contrapposto all'Europa ed all'Italia, sede di una civiltà senza eguali: "La
degna ricompensa per intere classi di europei ingrati che non hanno saputo accontentarsi di costumi rassicuranti e
provinciali (oh gli scoponi, i tresette [...] che fanno la festa
italiana!)"33.
Diverso è il giudizio di Rimondi che definisce Soldati in visita ad Harlem "il meno viziato, il meno
risorgimentale fra i reporter letterati, certo non privo di una sua eurocentrica ambiguità ma disponibile
all'osservazione e talvolta quasi intimidito dall'oggetto dell'analisi, forse anche in grazia della giovane età".
Ed ecco la descrizione che Soldati rende di Harlem: "Lussuose limousines, arrivando come frecce da
bassa città, scaricano dame, inguainate in raso bianco e lunghi guanti glacés, gentiluomini in frac e tuba, che
vengono to get a thrill: a pescare un po' di brivido. Conosco da tempo questi locali: ottimi jazz (basti il nome di
Duke Ellington), ottimi numeri di varietà, e pubblico bianco dei più bianchi, più ricchi, più nobili manhattaniti".
Fin qui Soldati descrive l'Harlem educata della Negro
Renassaince, il quartiere esotico, poetico in un certo
senso, così di moda negli anni venti e trenta e ritrovo preferito degli intellettuali americani. Ma l'avventura
continua ed il giovane Soldati desideroso di emozioni si spinge nei bassifondi di Harlem e qui incontra in un locale
malfamato gli autentici ballerini di colore, i veri neri, i veri jazzmen all'opera: "Strepiti, risa, richiami mi turbinano
attorno e mi stordisce la musica, frenetica, sussultoria, galvanizzata a intermittenze irregolari dalle laceranti
scariche degli ottoni".
Quando il giovane curioso abbandona l'analisi d'ambiente per concentrarsi sulla musica, ecco che ci
regala una descrizione del jazz un po' superficiale; sebbene essa sia intensa e romantica; basata su percezioni
istintive più che su di una analisi attenta delle forme: "Le loro melodie dapprima sembrano tutte uguali: si sentono
e risentono; e quando si sta per condannarle, ecco si coglie una differenza, un carattere, un'invenzione. [...]
Un blues tutto rotto in contrattempi viene eseguito la seconda volta con una variazione che anch'io sono in
grado di apprezzare: un saxofono ripete la melodia ritmandola, perfettamente a tempo. Il sincopato è così abituale
nella musica negra che si ha un senso di strana freschezza, quasi di perversione: come un'aranciata a chi da anni
beve solo liquori"34.
Quella di Soldati è una visione da cartolina turistica del jazz, però la freschezza di alcune sue pagine di
prosa e l'interesse mostrato nel tentativo di comprendere una forma musicale che si "sente" ricca, ma
culturalmente distante, riscattano la prova dello scrittore.
La descrizione di un locale jazz di Harlem fornita dallo scrittore Carl van Vechten, cantore bianco della
negritudine ne "Il paradiso dei negri", con i suoi funambolismi verbali, può essere una buona pietra di
paragone per una descrizione non tanto della musica quanto dei suoi aspetti esteriori: "Il suonatore di tamburo, in
completo abbandono, lanciò le bacchette in aria, scuotendo il capo come un animale selvaggio. Il suonatore di
saxofono trasse come un'impetuosa corsa di cavalli dalle spirali concave del suo strumento. I banjos martellavano
delirando. L'orchestra ronfava, grugniva, fischiava e rideva come una
iena"35.
Van Vechten era stato tradotto in italiano ed era sicuramente un riferimento conosciuto per Soldati e
Pavese. Le numerose metafore sul jazz come musica tribale e l'idea di un suo presunto primitivismo erano anche
amplificate dalle stile jungle praticato da Duke Ellington al Cotton Club; ma il jazz in Van Vechten è sempre associato
ad un suo essere "selvaggio": mai è rintracciabile la volontà di superare l'esteriorità interpretativa. Aspetto
questo che almeno in nuce Soldati mostra di possedere. Quanta differenza di stile tra VanVechten e la
souplesse dello scrittore piemontese. Il giovane narra una ulteriore esperienza di locali notturni e jazz anche a Chicago, dove
si ritrova per caso in una sala da ballo a corteggiare una giovane americana: "Tra una coppa di fragole gelate
alla panna e un giro di blues con una tepida, bianca, superba
femmina"36.
1935. L'anno del jazz a Torino
Solo negli anni trenta il vecchio continente poté apprezzare
de visu i migliori esponenti della musica
nero-americana: Louis Armstrong, Sidney Bechet, Duke Ellington; questo contribuì ad allargare e a rafforzare
quella piccola ma agguerrita schiera di appassionati e interpreti del jazz. I
tabarin, i caffè musicali, a Torino si
erano sviluppati in discreto numero, sull'onda forse della moda parigina per i locali di questo genere. Adriano
Mazzoletti parla per gli anni venti di otto caffè-concerto funzionanti in città. I jazz fans avevano il loro ritrovo al
Caffè Crimea, dove l'appassionato Alfredo Antonino proponeva "audizioni commentate" del materiale tratto dalla
sua imponente discoteca privata. Discoteca che in quel periodo ammontava a circa cinquecento dischi ed era
certamente una delle più fornite in Italia. Al "clubbino" si suonava jazz alla presenza di un pubblico più snob
nel quale figuravano anche, tra altri nobili, i principi di Savoia. Al trombone si arrabattava il vercellese Cinico
Angelini, prima di giungere alla fama come direttore d'orchestra.
A dimostrazione della non ancora totale chiusura dell'Italia nei confronti della cultura americana, lo
stesso Armstrong poté esibirsi a Torino nel corso di una sua tournée europea, in due concerti molto applauditi,
tenutosi agli inizi del 1935.
Lo aveva voluto il collezionista ed appassionato Antonino, amico di Hughues Panassié, il critico francese
che per primo si dedicò in Europa alla diffusione di questa musica. E fu grazie all'interessamento del
personaggio transalpino che si poterono organizzare le serate. Nel suo "Il jazz in Italia", Adriano Mazzoletti dedica un
intero paragrafo alla descrizione di questa venuta di Armstrong nel Paese, che rimase un
unicum.
Le parole dello stesso Antonino danno l'idea del fervore culturale della Torino di quell'anno: "Quella
sera tutti i musicisti di Torino si erano trovati un cambio qualsiasi od avevano disertato la loro sala da ballo. La
coda delle automobili davanti al teatro era incredibile. [...] Louis ebbe un successo che ha del miracoloso. La
maggior parte del pubblico certamente non lo capiva, ma nel subcosciente chiunque era preso dalla sensazione di
trovarsi di fronte ad un grande
artista"37. Va anche detto che Armstrong fu preceduto da una discreta pubblicità
sui quotidiani in special modo negli articoli di Angelo Nizza per "La Stampa".
Angelo Nizza era un giornalista che aveva viaggiato negli Stati Uniti e si era appassionato di jazz,
aveva conosciuto il trombettista Bix Beiderbecke ed aveva poi pubblicato una serie di resoconti sui migliori jazzisti
del momento da Duke Ellington a Cab Calloway.
Era presente in sala anche Massimo Mila nelle vesti di critico musicale, che riportò una entusiastica
impressione dell'esibizione: paragonando in seguito il suono della tromba di Armstrong a quello del clavicembalo
di Scarlatti38. Questo testimonia la vitalità di certa cultura italiana non irregimentata e non piegata ai dettami dell'estetica corrente.
Mila fu arrestato per attività antifascista nel 1929 e poi nuovamente nello stesso 1935. Scrisse nel
gennaio di quell'anno un saggio, pubblicato sulla rivista "Pan", intitolato "Jazz
Hot"39. Ignorando i toni e i contenuti
della polemica sul jazz conformi alla linea del regime, parla del jazz da onesto studioso, con una libertà di
giudizio unica in Italia, senza lasciarsi invischiare in discorsi ideologici, difendendo il jazz da un punto di vista
squisitamente musicale. Mila riconosce che in
nuce la vera novità del jazz va ricercata nell'improvvisazione: "Il
jazz non è una forma musicale, non è un ballo, non è un ritmo, non è un complesso strumentale (c'è musica di
ottimo jazz per pianoforte solo), ma è piuttosto un modo di suonare: a tal punto che la personalità dell'interprete
soverchia nove volte su dieci quella dell'autore". Chiosando queste parole, Rimondi scrive: "Si tratta di un testo
giustamente noto, per le doti di chiarezza e lungimiranza che lo contraddistinguono [...], qualità che consentono
a Mila di smascherare facilmente il moralismo nascosto dietro alle molte critiche e riprovazioni, indicando al
contrario il valore di un'arte che merita di essere meglio considerata che un ameno svago, e vuole essere seguita
attentamente come una delle più significative manifestazioni musicali del nostro
tempo"40.
Come già detto, nel 1935 Mila fu arrestato con altri esponenti di quel circolo di intellettuali legati a
Giustizia e libertà nel corso di una retata compiuta dalla Questura e dall'Ovra. Tra gli altri circa centocinquanta
arrestati vennero incarcerati oltre a Mila, Vittorio Foa e Augusto Monti, il professore di liceo di Pavese, Giulio
Einaudi, Giancarlo Pajetta, Leone Ginzburg. Una curiosità: in carcere Mila leggeva opere di Croce, di Sinclair Lewis
e di Soldati41. Il 1935 fu un anno per Torino denso di avvenimenti, punteggiato di jazz, che si chiuse con
questa repressione che segnò parzialmente la fine di quello stato di "libertà vigilata", di limbo in cui la cultura
era riuscita a sopravvivere all'asfissiante omologazione imposta dal regime.
Mila, scarcerato, lavorò negli anni seguenti per la nascente casa editrice Einaudi, dove affiancava
Cesare Pavese, amico fin dai tempi del liceo. Questo fatto rafforza ulteriormente l'idea che a Torino fosse
comunque presente una visione culturale ampia, la cui matrice era sempre di stampo antifascista, più o meno velata,
come nel caso dell'editore Giulio Einaudi, che ebbe più volte problemi con il regime. L'Einaudi dal 1945, tramite
la sua sede milanese, diede spazio ad un altro ammalato di americanismo: Elio Vittorini, che nei primissimi
mesi del dopoguerra pubblicò sul "Politecnico" anche alcuni articoli di argomento
jazzistico42.
Quando, negli anni quaranta, il jazz si trovò alle prese con le prime forme serie di ostruzionismo mosse
dalla cultura ultranazionalista del regime, gli appassionati dovettero diventare più discreti: secondo Gian Carlo
Roncaglia si organizzò una specie di "carboneria jazzistica". Con l'entrata dell'Italia in guerra gli spazi critici
si restrinsero ulteriormente. Renato Germonio, musicista jazz torinese, fece esperienza diretta di questo clima
più "caldo" quando provò ad organizzare una
"street parade" al parco del Valentino. I musicisti - tra cui Fred
Buscaglione - con i volti truccati di nerofumo furono attaccati dal gruppo rionale fascista e dissuasi dal suonare
in maniera decisamente
rude43.
Lo stesso Germonio ebbe il coraggio di pubblicare nel 1941 su "Il lambello", quindicinale dei Guf (i
gruppi universitari fascisti), un articolo decisamente elogiativo nei confronti della musica swing, intitolato "Ma
che cos'è questo jazz hot?": "È arrivato il momento di parlare seriamente del fenomeno del jazz, liberi da ogni
pregiudizio e da ogni falsa preoccupazione di essere tacciati da visionari o fanatici". E Germonio lo fece,
sfidando il razzismo musicale imposto dal regime con una argomentazione tanto semplice, quanto dimenticata dai
vari "intellettuali" e anche "manganellatori" di
regime: "L'arte, e specialmente la musica, non ha confini, non
ha razza". Già dal titolo si può cogliere un parallelismo con l'analogo articolo scritto da Mila alcuni anni
prima. L'autarchia culturale imposta dal fascismo ammetteva soltanto brani di musica autenticamente italiana. Le
orchestre che ancora sopravvivevano e riuscivano a lavorare durante gli anni della guerra "camuffavano" con
titoli italiani i brani swing del loro repertorio, facendosi così beffe della censura e riuscendo a riproporre il jazz
addirittura dai microfoni della radio di Stato, l'Eiar. Fino al 1938 infatti si potevano sentire regolarmente
trasmissioni di jazz, dopo questa data, complici le solite campagne di stampa contro la musica sincopata, il jazz
divenne rischioso: valga ad esempio il caso del musicista Gorni Kramer che, avendo eseguito tutto un intero
repertorio di musiche sincopate durante una trasmissione serale (siamo nel giugno del 1938), venne bandito per sempre
dai microfoni dell'Eiar.
Ricordiamo che Goebbels aveva bandito in Germania la musica sincopata come
Entartete musik, musica degenerata, poiché di matrice definita "giudeo-negroide".
Le testimonianze dei musicisti del periodo raccolte da Mazzoletti, Roncaglia e altri studiosi mostrano
come in generale i dettami del regime fossero disattesi, e tutti i musicisti che avevano suonato jazz in
precedenza continuassero a farlo anche se in modo clandestino, "italianizzando" i titoli dei pezzi e i nomi dei
compositori. La censura, che non doveva brillare per acume, non si accorse (o fece finta di non accorgersi) che "Le
tristezze di San Luigi" suonato dall'orchestra Angelini non era che la puerile e ridicolmente letteraria traduzione di
"Saint Louis blues". Il jazz, attraverso i suoi appassionati e i suoi musicisti, interpretò un atteggiamento
anticonformistico nei confronti del regime che quest'ultimo non poteva accettare, impegnato com'era nella sua
operazione di censura e chiusura verso il "diverso". Piccoli gesti di ribellione, come quello di due musicisti come
Renato Germonio e Fred Buscaglione44, testimoniarono una volontà di reagire all'ottusità, uno slancio generoso
negli anni più grigi del fascismo.
Dopo il tragico epilogo che segnò le vite di due torinesi come Pavese e Buscaglione, che avevano
incarnato in tempi diversi della loro vita e con diverse sensibilità due aspetti di quell'ansia di rinnovamento della città e
che nel mito americano avevano inscritto i simboli di una rinascita artistica e poetica. E aggiungiamo: per i
quali il jazz era stato un elemento costante: nello scrittore, come marginale "sapore" di una poesia intrisa di
solitudine e blues; nel cantautore come vitale elemento di espressione artistica in cui comunque è presente un
"sapore" letterario da detective
story, magari meno nobile di quello pavesiano, comunque sempre prodotto profondo
della più originale letteratura americana del secolo.
Dopo lo spartiacque profondo della guerra, la passione per il jazz e per la letteratura sarà una delle
costanti dell'opera di una scrittrice, traduttrice e giornalista come Fernanda Pivano, che muoverà i suoi primi passi
proprio a Torino sotto l'influsso dell'amico Pavese e del filosofo Abbagnano. E proprio la Pivano traghetterà la
visione di un'America ribelle e romantica dagli anni sessanta fino ad oggi.
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