Franco Bergoglio

Introduzione ad un possibile studio sugli "ismi"



Come marinismo, eufuismo, preziosismo, dadaismo, ecc., gongorismo è un termine che, nel suffisso "ismo", rivela, prima ancora del concetto, un'esasperazione e quindi un deterioramento del concetto stesso. È così per tutti gli "ismi"1.
Così Giorgio Bussolino fornisce l'espediente adatto ad introdurre il discorso, attraverso l'uso dell'inconsapevole scrittore secentista Luis De Gòngora, divenuto suo malgrado un ismo letterario, sinonimo di ricercatezza verbale fine a se stessa.
Il suffisso ismo nasce con la civiltà greca ma è la modernità che ne ha esaltato il ruolo. Un primo fondamentale ismo, il cristianesimo, porta la data stessa dell'inizio della nostra storia. Con il tipo ismo non c'è limite al conio di nuovi sostantivi. Il linguista torinese Giovanni Flechia (1811-1892) dava al suffisso ismo il triplice significato di astratto collettivo, di fazione, o di sistema dottrinario2. Ma possiamo sbrigativamente concludere, con il Bussolino, che tutti gli ismi sono sempre deterioramenti dei concetti di partenza? E quei termini che nascono già ismi? L'idea che l'ismo indichi la degenerazione di un qualcosa di iniziale sembra più una demonizzazione verso alcuni ismi, che non un metodo applicabile erga omnes; implica una visione dell'uomo oscurantista, dominata da un senso millenarista del peccato, dove la corruzione porta dal bene al male. Al contrario è profondamente connaturato alla cultura occidentale il praticare la ginnastica dell'astrazione concettuale e l'ismo si è rivelato un mezzo per dare un nome ai significati più disparati, spesso per connotarli negativamente.
Sarà una fonte poco ortodossa da utilizzare, ma è sintomatico della diffusione mediatica del termine ismo che il cantante Stevie Wonder abbia recentemente interpretato un brano nel cui testo si afferma: Abbiamo tempo per il razzismo/ Abbiamo tempo per la critica/ siamo tenuti in schiavitù dai nostri ismi/ ma quando avremo tempo per l'amore?3.
Con prepotenza gli ismi sono entrati nel quotidiano, senza che iniziasse un serio processo di elaborazione critica; hanno contribuito a creare centinaia di categorie concettuali, ma non sono riusciti ad ottenere la dignità di una considerazione autonoma. Lasciati a se stessi potrebbero finire in balia di terribili semplificazioni della storia del Novecento. Iniziato il cammino di allontanamento dal secolo è inevitabile che lo sguardo più distante dai fenomeni storici porti a visioni d'insieme ampie, come capita a chi, procedendo per un cammino, osservi il panorama ingrandirsi e i particolari farsi piccoli. Ma se da un orizzonte che si allontana e sfuma man mano emergono degli ismi come visione riassuntiva, urge si dia inizio ad uno studio approfondito di questa nuova e prepotente categoria concettuale, oggi vieppiù giornalistica e addirittura canzonettistica, come abbiamo visto, ma forse in futuro chiave interpretativa per le grandi narrazioni.

Epistemologia degli ismi

Fermiamo queste rapide considerazioni introduttive ad una definizione meramente linguistica dell'ismo. Il lavoro non ha l'ampiezza e l'ambizione per configurarsi come uno studio metodico: procedere innanzi avrebbe comportato la necessità di circoscrivere o scegliere l'ambito, applicare un discrimine. L'ismo può indicare di volta in volta una malattia, un difetto fisico, un termine scientifico o un'attività sportiva e altro ancora, in uno spettro che copre dal ciclismo al turismo. In architettura, per citare un singolo campo dello scibile umano, ci sono decine e decine di ismi, ma - chissà per quali oscuri motivi - un rilevante stile quale è il liberty non è divenuto un ismo. Forse la risposta più semplice per eludere elegantemente le questioni semantiche è concludere che certi termini linguisticamente non funzionano. Se si fosse, ad esempio, coniato un termine come libertismo questo sarebbe finito per somigliare troppo a libertinismo e avrebbe spiegato poco e creato molta confusione.
In un lavoro di diversa ampiezza e con altre risorse conoscitive ci si sarebbe dovuti inoltre confrontare con la virtuale infinitezza dell'ismo. Porsi la fondamentale domanda del perché l'uomo così spesso nella storia abbia sentito la necessità di assolutizzare un qualcosa trasformandolo in qualcos'altro. Ogni termine può potenzialmente essere o contenere in sé un ismo; ma non tutti nella storia lo sono diventati. Perché Franco, Peron e Stalin sono diventati ismi ma Mussolini no?
Altri sono ismi in una lingua e non in un'altra. Pensiamo all'inglese criticism, in italiano critica, come nelle altre lingue romanze, ed anche nel tedesco: questa parola ora prende la forma in ismo ora no. Gli ismi trovano il loro limite più nelle leggi della linguistica che nel procedere dell'indagine filosofica.

Ismi a risme: arte, filosofia...

Dovendo limitare un lavoro potenzialmente sterminato, si è scelto di gettare un rapido sguardo panoramico su quegli ismi che, per il loro significato politico e ideologico, hanno dominato la storia del Novecento. Tra essi l'indagine si è rivolta esclusivamente ad alcuni noti e ad altri forse meno, con una arbitrarietà scusabile solo data la premessa di non esaustività.
Il Novecento è stato anche l'epoca degli ismi artistici, insieme a quelli politici o filosofici. Chi ha provato a raccogliere solamente questi ultimi, ne ha facilmente elencati un paio di centinaia4.
Volendo raggruppare gli ismi per aree tematiche, si andrebbe incontro a inenarrabili problemi di ordine metodologico; con il verosimile rischio di comporre una mera elencazione enciclopedica.
Nella prima metà del secolo si è dato un tal proliferare di ismi da attirare anche reazioni ad un uso improprio dei termini, che nasconde a volte un vuoto d'ispirazione. Ammoniva lo scrittore Luigi Capuana nel libro "Gli ismi contemporanei": "Lo avvenire non dirà agli scrittori [...] su fuori la tessera d'etichetta. È naturalista lei? È idealista? Si occuperà soltanto di vedere se mai qualcuno di loro abbia o no fatto opera d'arte [...]. E pensare che Omero e Dante e lo Shakespeare non sapevano niente di realismo e di idealismo e di altri consimili ismi"5.
Affermazioni di tal fatta non costituiscono che battaglie di retroguardia e negano all'arte una parte costitutiva della sua natura, la capacità di presentarsi ora come gesto creativo puro ora come momento critico, insieme teoria e prassi. Proprio come la politica.
Fauvismo, futurismo, surrealismo, simbolismo, dadaismo, avanguardismo. Alcuni dimenticati, come l'imagismo o il neoplasticismo. Questi e altri nella ridda degli ismi artistici subiscono una netta cesura negli anni trenta: "Per la comune lotta sterminatrice contro gli 'ismi' dell'arte degenerata"6. Con tale aggettivo il nazismo criticava l'arte contemporanea bolscevica ed ebraica.
Dall'altro lato della cortina i burocrati sovietici definivano con il termine formalismo l'arte degenerata in quanto "borghese"; un esempio di come ismi politici contrapposti si sono trovati sodali nel tentativo di eliminare quelli creativi.
Ogni ismo è anche un olismo, una chiave di lettura unilaterale e totalizzante del mondo, e tende, seguendo questa natura, ad escludere la compresenza di altri ismi nella propria orbita culturale.

Nascita degli ismi

La Rivoluzione francese ha originato l'uso moderno dell'ismo. Nasce con la fine dell'assolutismo (un ismo a fortiori), al grido dei motti: liberté, egalité, fraternité. Da questi slogan rivoluzionari originano i capisaldi del pensiero politico moderno.
Agli inizi dell'Ottocento gli ideali del 1789 finiscono impastoiati in ideologie contrapposte: liberalismo, socialismo, comunismo. Anche i più importanti sistemi filosofici ottocenteschi si traducono tramite ismi in nutrite ortodossie discepolari. Marxismo o materialismo storico e hegelismo o idealismo. Se l'Illuminismo ha inventato gli ideologues, la Rivoluzione francese li ha gettati nell'agone politico. Se l'Ottocento ha germinato le ideologie, il Novecento è il secolo della contrapposizione manu militari tra gli ismi.
Come scrive Cesare De Michelis: "Liberalismo, socialismo e comunismo, conservatorismo e, insieme con questi, le miscele dai molti e instabili componenti del totalitarismo del nostro secolo, persino le stesse concezioni o definizioni più risapute [...] della democrazia: il fenomeno delle 'moderne' ideologie si è esteso sin dai primi decenni del Novecento per ogni dove"7.

Ismi del marxismo

Marx non si poteva certo immaginare che oltre al proprio nome sarebbe divenuto post mortem padre putativo di molti altri ismi. Forse il più fecondo generatore di ismi del Novecento. Lui, che per primo non voleva essere considerato marxista, ha aperto la via a legioni di marxismi politici e culturali. Il tema degli ismi nati dal marxismo per filiazione, per contrapposizione o giustapposizione, in superamento o per altre tortuose vie, basterebbe da solo ad uno studio intero. Molti di questi ismi sono dovuti al cannibalismo della sinistra8, che ne ha continuamente germinati di nuovi via via che accantonava i vecchi. Scissionismo e frazionismo, ecco due ismi-causa che contribuiscono a spiegare queste continue frammentazioni all'interno di un quadro complessivo pervaso all'opposto da riferimenti universalizzanti e unicizzanti come la fabbrica, l'operaio, il partito.
Deriva dal marxismo - ed è emblematico - il primo uso politico-ideologico del termine revisionismo, con il quale furono etichettati i primi politici e studiosi di sinistra che auspicavano il superamento di alcune parti dell'elaborazione del pensatore tedesco. Forse la sinistra non può far altro che cercare nuove risposte al suo anelito di cambiamento in un continuum teoretico. Molti ismi derivati dal marxismo hanno mostrato di contenere in sé ampie possibilità speculative, di svelare inediti angoli visuali ed essere, in una parola, maieutici. Questa ansia costante della teorizzazione, del disvelamento dei meccanismi sociali o delle leggi regolatrici della storia, può anche tramutarsi in uno scadimento patologico quando si arrende a seguire il dibattito politico contemporaneo, creatore di ismi infimi; quale è, ultimo in ordine temporale, il berlusconismo.

Finalismo

Approcciare gli ismi della politica significa trovarsi impigliati in una ridda di termini, in una varietà di idee e di modi praticamente inestricabile. Quindi la scelta è caduta innanzitutto su di un concetto trasversale alla storia del pensiero politico, un termine ombra che non sempre si palesa, ma è comune a molti di essi. Dietro l'idea di finalismo della storia si coglie il punto d'arrivo, la meta della politica. L'obiettivo ultimo dell'individuo e della comunità. Il finalismo è il miglior amico di molti ismi, indica la strada per ogni credo, sia esso politico o religioso. Le tentazioni finalistiche sono sirene di Ulisse. Promettono ai seguaci religiosi il paradiso ultraterreno o quello in terra per i materialisti sia di stampo comunista che capitalista. Il finalismo è stato combattuto, all'interno del marxismo e del liberalismo stessi, da correnti minoritarie che non hanno inciso sul suo potere ammaliatore.
Antonio Labriola, che fondava la sua visione del socialismo sulla necessità storica, chiudeva la strada ad una concezione finalistica. Nessun Endziel, traguardo finale può fungere da giustificazione a qualcosa9. Un monito che il secolo passato non ha saputo cogliere. Dietro molti ismi si cela invece il monstrum del progresso del genere umano, idea pure finalistica. L'idea di progresso è infatti empirica, manipolabile e ideologica quanto le altre. Già Georges Sorel, precorrendo i tempi, aveva criticato le illusioni del progresso, asserendo che dietro questo termine non si nascondeva nient'altro che un dogma borghese, partito da Cartesio e piaciuto molto ai teorici della democrazia perché "permette di godere in tutta tranquillità dei beni di oggi, senza preoccuparsi delle difficoltà di domani"10. Altri hanno definito "ideologia del miracolo" questa società che promette a tutti il successo materiale, quella che per i surrealisti diventa la eloquente mistica dell'aspirapolvere, che ingombra di merci l'orizzonte del reale11.
L'Occidente ha costruito una invulnerabile ideologia del progresso più fideistica che razionale. Finalistica quando afferma con convinzione che l'avanzare delle scienze salverà l'uomo (o al contrario lo farà perire in una catastrofe ambientale, come sostengono molti ecologisti). Tolte di mezzo le utopie egualitarie, l'uomo vivrebbe felice, immerso in una società dove il capitalismo è riconosciuto come la forma naturale, non imposta, dell'economia. Nel lungo dibattito sui mezzi e sui fini che ha variamente attraversato le pratiche politiche di tutto il secolo, molti ismi si sono sicuramente tramutati in fini ultimi.

Utopismo

La storia non ha assegnato mai ad alcuno il fine di realizzare il paradiso in terra. Se così fosse finiremmo nel campo delle utopie, quelle che partono - per il giornalista Pierluigi Battista - con il "sogno moderno" di Campanella, Moro, Mably, di trasparenza, ordine, perfezione e che le ideologie del Novecento hanno realizzato compiutamente in Lager e Gulag12, con fervore tipicamente religioso e messianico.
In uno scritto dedicato al teatro di Tankred Dorst, interessante perché lontano dalla teoria politica pura, Cesare Cases mette in guardia dall'uso "religioso" della categoria "partito". La Rivoluzione d'ottobre - argomenta Cases - è un esempio di come sia pericoloso il misticismo di partito13. Mette al centro il concetto cardine per la teoria del super partito novecentesco. Un mito esaltato dal leninismo: un inno alla capacità personale del leader assoluto della macchina di partito e questo assunto come entità mistica, cui si può solo aderire in maniera acritica, professando un atto di fede manicheo. Oggi l'universalismo della forma-partito assomiglia ad un cadavere freddo e si rivela strumento utopico novecentesco, quasi arcaico.
Divenuta demodé l'idea della rivoluzione, nel tentativo di un salvataggio estremo dell'utopia comunista, si è finito con il cadere in un altro ismo: il giustificazionismo, malattia che ha ingessato la sinistra. George Orwell affermava che la colpa di tutte le persone di sinistra dal 1933 in avanti era di aver voluto essere antifasciste senza essere antitotalitarie14. Una scelta che, giudicata ex post, si può definire fallimentare.
Discorso a parte merita il nazismo. Papa Giovanni Paolo II, in più discorsi e nel suo libro "Memoria e identità", lo ha definito il "male assoluto" del XX secolo, marcando una diversità rispetto al comunismo, con una serie di distinguo tra i due15. Eppure l'ansia di unirli sotto il termine di totalitarismo, di schematizzare, non abbandona la pubblicistica liberale. Risultano assurde certe forzature a semplificare la storia sotto il segno dell'importantissimo ismo dei totalitarismi. Ismo che, brandito come una clava politica, finisce per svuotarsi di ogni senso.

Anticomunismo

Se per molti il comunismo significava la necessità storica, per gli ultra conservatori invece il suo crollo ha segnato la fine della storia. Oggi l'ismo - se lo intendiamo come pratica politica di successo - non è assolutamente racchiuso in una qualche variante del comunismo, ma nel suo contrario, l'anticomunismo, inteso come arma ideologica residuale, a volte ridotta a mero insulto. L'anticomunismo è stato il grande contributo reaganiano alla politica fin de siècle.
Il presidente americano è riuscito a far trionfare la necessità di armarsi contro il pericolo comunista in un momento storico nel quale esso non poteva realisticamente essere considerato tale. L'anticomunismo di Reagan era il negativo di una fotografia del libero mercato, un atto di fede nel liberismo totale. Reagan riuscì a scippare l'idea di progresso alle sinistre, sostituendo all'aggettivo sociale quello liberale. L'anticomunismo di Reagan era un corollario strumentale all'ideologia della totale libertà d'impresa, contrapposta ad una teoria dello stato che lo vedeva privato di ogni tipo di velleità sociale. Questa pesante ideologia conservatrice è stata furbescamente agganciata al pilastro, fondamentale per l'America, della libertà individuale. Coadiuvata dal thatcherismo, ha affondato l'altro fondamentale principio repubblicano di bene comune e di solidarietà sociale.

Riformismo

Altro termine della politica caro invece ad una parte di sinistra e trasversale alle epoche, maquillage buono per ogni stagione, è il riformismo. Già negli anni trenta esso veniva aspramente attaccato da chi sperava nella possibilità di cambiare la società. Rifletteva amareggiato Horkheimer che: "Rifiutando di porre radicalmente in discussione i presupposti, su cui questa società si regge, essi (i socialdemocratici tedeschi, nda) sono degenerati in un riformismo ibrido di liberalimo e di marxismo dove tutto diventa impregnato dello stesso grigio del relativismo, dello storicismo e del sociologismo e a screditare tutti i concetti determinati e le opinioni"16.
Il riformismo moderato della socialdemocrazia è il contraltare dell'estremismo comunista. Il riformismo, triturando tutti gli ismi - spiega ancora Horkheimer - giunge ad una indeterminatezza di pensiero che non offre più una possibilità di critica ed è inutile a chi cerca un cambiamento in positivo della società.
Il riformismo è dominato da una concezione partitica e da una prassi delle classi dirigenti opposta a quella leninista. Per Lenin il partito è mosso da una avanguardia con strategie che variano con la "fase" storica e operano per un fine ultimo rivoluzionario. Il riformismo invece prende atto che la rivoluzione non può avvenire in forma di rottura violenta, ma deve essere il progresso delle politiche democratiche a determinare per gradi il cambiamento. Sulla carta il riformismo è una pratica positiva, che risolve le contraddizioni dell'avventurismo rivoluzionario, della violenza, del discorso sui mezzi e sui fini.
Il problema di questo approccio si manifesta quando i capi-partito riformisti pretendono dirigisticamente di far virare le masse verso politiche liberiste in nome della necessità o del gradualismo. Questo in un quadro dove la classe operaia immersa in una società capitalista è "permeata" dall'ideologia e dalle concezioni borghesi, anche quando si autoproclama rivoluzionaria. Notava acutamente il socialista Otto Bauer che "i grandi partiti di massa sono dominati dalle opinioni e dalle idee della massa dei loro aderenti e quindi da ideologie borghesi, alla cui influenza la coscienza delle masse proletarie soggiace inevitabilmente fino a che il suo essere sociale permane nell'ambito dell'ordine sociale capitalistico-borghese". E ancora: "Non il tradimento di singoli dirigenti ma il livello di coscienza delle masse stesse, dalle quali questi dirigenti sono usciti e che hanno seguito di buon grado questi dirigenti può spiegare il fallimento dei grandi partiti di massa"17.
Il primo esempio del tradimento-deriva del socialismo riformista è nella prima guerra mondiale. I "capi" accettarono come tragedia ineluttabile l'evento bellico e le "masse" largamente pacifiste si lasciarono trascinare nel vortice della propaganda nazionalista e patriottica, dell'odio tra i popoli e della "causa". Frotte di uomini si misero l'elmetto mentre i dirigenti votavano nei parlamenti gli stanziamenti militari, per una guerra che arricchì alcuni e lasciò milioni di morti e cicatrici revansciste in molte parti d'Europa.

Consumismo

Si potrebbe definire la globalizzazione come liberismo senza altri ismi contrapposti. Il mondo - sintetizza Serge Latouche - si occidentalizza e si standardizza18. Per altri si americanizza; forse un sinonimo, se è vera l'affermazione di Simone Weil per la quale l'America è Occidente all'ennesima potenza19. Già Thorstein Veblen all'inizio del secolo vedeva in America i limiti del laissez faire del sistema capitalistico. Il suo lavoro profetico evidenziava che il vero interesse del capitalista è di ottenere i profitti più alti e non di produrre beni e che per ottenere questo si mette anche contro le leggi del mercato e attua, non appena possibile, pratiche monopolistiche.
Anche l'ismo dei consumi, che i situazionisti definivano "dittatura dei consumi"20, è stato un cardine del Novecento. Oggi il termine consumismo pare desueto, anche se rimane centrale nel meccanismo economico. "La teoria della classe agiata" di Veblen parte proprio da una attenta analisi del sistema dei consumi americano. Il concetto di consumo vistoso è senz'altro il perno sul quale ruota la teoria. In sostanza il consumo o lo spreco vistoso sono i segni con i quali l'uomo comunica la sua agiatezza. Veblen porta esempi gustosi, nel campo dell'abbigliamento, come nel desiderio di oggetti per il loro valore monetario e non per la possibile utilità, fino al ruolo prettamente consumista svolto dalla figura della moglie all'interno della famiglia borghese. Il consumo come mezzo per mostrare la rispettabilità e come mezzo di promozione sociale è oggi più di ieri un cardine della società. Veblen era uno studioso dall'occhio moralista, ma capace di intuizioni premonitorie: le classi sociali inferiori pensano di elevarsi emulando le superiori. E cosa distingue le classi alte? La loro superiore propensione al consumo. Quindi il consumo è sempre maggiore di quanto un individuo potrebbe permettersi perché sempre più alte sono le sue ambizioni di scalata della società21. Anche il povero tenta di salire a suo modo i gradini della piramide sociale. Ogni individuo introietta in sé questa esigenza, dalla reificazione dell'oggetto a quella dell'acquisto. Il capitalismo si fonda proprio sul cardine del consumo come esigenza sociale: consumo necessario22. L'essere umano è saturato da una abnorme propensione al consumo e il mercato è monopolista dei consumi.
Dal produttivismo siamo passati alla merce come valore assoluto. Per sciogliere il linguaggio eccessivamente contorto, questo ragionamento intende il valore del bene come intrinseco, un "demone", sia nel senso odierno del termine che in quello greco di genio, divinità. Il bene è un qualcosa di divino, ed il consumo il suo rito, pur non possedendo quelle capacità di regolazione dei conflitti, di scelta democratica, di maggior vantaggio per tutti, che dovrebbero essere alla base della democrazia. Allarmato dal comportamento ultra individualistico indotto dalla società dei consumi, il sociologo polacco Zygmunt Bauman recentemente ha coniato anche un termine, homo consumens, per definire lo sciame che tende a sostituire il gruppo nella vita organizzata ed ignora quella parte di uomini che consumare non possono: gli esclusi23.
Il Novecento non ha voluto o saputo affrontare i nodi intricati dell'ismo dei consumi, come testimoniano i lavori di Veblen e Bauman che, a cento anni di distanza l'uno dall'altro, sembrano riproporre al mondo le medesime tematiche irrisolte.

Ismo dell'economia

L'economia è diventata il motore immobile, la cornice per ogni ragionamento speculativo sul mondo, il vero deus absconditus. Proprio come la mano invisibile che invia ai mortali la pioggia o il sole, assieme alle previsioni meteorologiche abbiamo quelle di borsa che regolano la vita quotidiana. Mica è un caso se si parla di bufera sui mercati, di temperatura degli indici, di gelate dell'economia. Peraltro non può essere un caso se per mano invisibile, da qualche secolo, non si intende parlare di destino o di intervento divino ma di sommo potere regolatore dell'economia. Quanti ismi ha contribuito a immettere in circolo l'economia? Molti e di crescente importanza. Elenchiamone alcuni, in ordine sparso. Con il crollo dei prezzi del 1873 finì l'epoca del liberoscambismo e incominciò quella del protezionismo. Negli anni trenta in America e in tutta Europa nel dopoguerra si ebbe un riformismo graduale, basato su un capitalismo ben temperato; un incrocio tra mercato e stabilizzazione sociale: sono gli anni dominati dal keynesismo.
La crisi del '29 e la seconda guerra mondiale avevano costretto alla costruzione di modelli politici ed economici diversi, si era realizzato un "compromesso storico", come lo definisce Gourevitch24, tra la classe dei lavoratori e quella dei capitalisti dove, in cambio del controllo privato dell'economia e del mercato, si era concesso alla classe operaia un maggior potere sindacale su salari, diritti e assistenza sociale. Questo modello si è incrinato negli anni settanta per le gravi crisi economiche ed è andato definitivamente in pezzi nel 1989, con il crollo del muro di Berlino. Evento troppo simbolico per il capitalismo e traumatico per la sinistra. Entrambe le forze in campo hanno colto la novità e l'hanno egualmente recepita come una sconfitta. Da qui l'atteggiamento di attacco arrogante assunto dalle destre e la chiusura difensivistica della sinistra, in cerca di una identità meno fallimentare, ai suoi stessi occhi prima che a quelli degli elettori.
Gli anni ottanta si caratterizzano in America per la rottura di questa pace sociale e per una gestione della crisi basata sui tagli alla spesa pubblica mentre viene incrementata quella militare, per cui si parla di stimolo della domanda (bellica) e di keynesismo militare di destra25.
La crisi economica internazionale e la nuova situazione politica sdoganano nella finanza planetaria un feroce desiderio di economia classica, senza vincoli e costi sociali. Neoclassica, per riprendere termini ottocenteschi.
Con molta falsa coscienza e robuste iniezioni di ideologia, l'economia liberista si è imposta come valore positivo, unico modello praticabile: il neoliberismo.
L'economia non nasce come valore, ma come un meccanismo conoscitivo puro, scevro da dati non scientifici. Ci sono molti esempi di diversità tra valore e un mero modus operandi. Prendiamo lo schiavismo. I greci reputavano la schiavitù un valore naturale alla loro economia. Gli americani, almeno fino al 1865, pensavano la medesima cosa. La schiavitù non solo non è un valore (anche se può rivelarsi alquanto redditizia), ma è il suo esatto contrario: si tratta di un disvalore, il quale, incidentalmente, produce ricchezza. Ma la schiavitù è stata abolita, gran conquista dell'umanità, a costi magari calcolati e attentamente valutati dal sistema26.
Se l'economia contemporanea vuole proporsi come verità, deve smettere - anche terminologicamente - di non considerarsi un ismo e accettare di scendere nell'agone della lotta tra le idee concorrenti. Sia che prenda le forme di un liberalismo moderato o di un neoliberismo all'americana o diventi il mostruoso energofascismo, come ha paventato recentemente lo studioso americano Michael T. Klare27. Credere ancora aprioristicamente all'intervento regolatore della mano invisibile del mercato non riposa su assunti scientifici più solidi del confidare nell'intercessione dello spirito santo.

Capitalismo

Scipione Guarracino ha parlato di "conflitto triangolare"28 per riassumere geometricamente la storia del Novecento. I tre vertici della figura sono rispettivamente la democrazia, il comunismo ed il fascismo; ma alla parola democrazia potremo con una forzatura abbinare il termine capitalismo e parlare di conflitto di ismi. In tale maniera si potrebbe così semplicisticamente ridurre il Novecento a secolo degli ismi contrapposti.
Il Novecento è stato il secolo breve dei sistemi totalitari, conclusosi con la definitiva vittoria del capitalismo, divenuto totale in quanto trionfatore unico del grande duello ideologico: totalitario come i due precedenti, poiché nessuno di essi è disposto a tollerare la contemporanea presenza degli altri sullo scacchiere-mondo. Nuovi termini che suonano diversi, anche dal punto di vista semantico, si impongono all'attenzione: globalizzazione, flessibilità, new economy. La diversità, immediatamente percepibile, indica di quanto si sono spostati i confini del confronto rispetto al Novecento, par excellance secolo dell'ismo ideologico.
Proprio l'assenza di un conflitto ideologico aperto tra l'idea dominante di libero mercato e altre teorie concorrenti sembra inibire il formarsi di nuovi ismi. Da dove deriva questo attuale rifiuto per l'ismo? Dalla endemica americanizzazione che consiste nell'avversione per qualsiasi pensiero che non sia pragmatico e dunque pericolosamente idealistico; nelle parole di un insigne studioso di letteratura americana la minaccia "degli ismi stranieri sui sacri principi americani"29.
Il pensiero unico di matrice americana celebra il funerale degli ismi. La pax americana non tollera ismi diversi dai suoi, di moneta corrente; anche questo totalitarismo è nemico di tutti gli altri. Ecco la definizione di Gallino di totalitarismo: "L'idea di totalità istruisce chi ne è affetto a scorgere ossessivamente, in ogni aspetto e angolo dell'organizzazione sociale che vuole distruggere l'impronta del tutto. Di volta in volta esso sarà opportunamente indicato nel sistema, nel nemico di classe o del popolo, in un qualche ismo in agguato"30. Che una spia indicatrice di libertà e della salute della democrazia si annidi nell'abitare una società dove sia ammesso il proliferare di ismi tra loro concorrenti? O al contrario che la società chiusa, prefigurata anche nella scienza della politica, sia quella dove essi sono interdetti, magari non per decreto, ma con le armi della persuasione occulta?

Terrorismo

Così arriviamo all'ultimo degli ismi, nostro contemporaneo. Il trionfo del capitalismo in "assenza di ideologie" è durato solo un decennio: dal crollo del muro di Berlino a quello delle torri gemelle. L'asse del male, l'Islam orientale integralista e fautore degli attentati suicidi è oggi contrapposto all'Occidente democratico a radici cristiane e ideatore dei bombardamenti a scopi umanitari, il nuovo ordine mondiale.
Il terrorismo è uno spauracchio dietro la cui maschera si cela l'ultima angoscia in grado di mantenere dei legami tra l'uomo e una società che sta scricchiolando rumorosamente. Il terrorismo è una ennesima paura di stampo millenaristico, alimentata con sapienza. Il terrorismo non dirotta solo gli aerei, ma anche il pensiero dai problemi della contemporaneità: gli squilibri geopolitici ed economici del mondo globalizzato.
Come prima avevano giocato questo ruolo il pericolo unno della Germania guglielmina e poi, per decenni, il pericolo rosso del comunismo. Quest'ultimo, con il suo materialismo ateo, rappresentava anche uno spauracchio religioso: era il regno del male. Agitare lo spettro del terrorismo non è una prerogativa esclusiva del secolo scorso o - purtroppo - di quello in corso. L'Islam odierno, specialmente se appiattito dalla pubblicistica sulle sue posizioni più radicali, costituisce un impasto di queste paure politiche e religiose adatto alla piena contrapposizione ideologica. Lo scontro di civiltà propugnato dall'ideologo statunitense Huntington, il sostrato ideale dietro la politica estera americana, non è forse il peggior modo di usare gli ultimi rimasugli di ismi dell'Occidente e di imporli al mondo?

La paura degli ismi

Mentre la sinistra del nuovo millennio dimentica il passato, come se fosse solo un magazzino di vergogne, una destra rinvigorita risponde con una caccia agli ismi del Novecento, coadiuvata da neoliberali e vecchi conservatori. Gli anatemi di studiosi come l'inglese Robert Conquest contro le idee assassine del Novecento - così egli definisce nazismo e soprattutto comunismo - ignorano totalmente e volutamente gli altri ismi della contemporaneità. È un clima da resa dei conti verso quegli ismi che a loro volta sono stati persecutori nel Novecento. Esiste una critica da sinistra degli ismi che ha radici profonde. Pensiamo ad Horkheimer quando scrive nella "Dialettica dell'Illuminismo" che ogni qualvolta "cristianesimo, idealismo e materialismo presumono di contenere in sé anche la verità hanno la loro parte di responsabilità nelle mascalzonate che si commettono in loro nome" e sono alfieri della "potenza"31. Gli ismi sono dogmatismi che vanno superati, insegnava Horkheimer, per poter giungere ad una dimensione storica della realtà, che porta con sé i germi della comprensione32.
Il XXI secolo, iniziato sotto l'auspicio della stigmatizzazione di ismi e totalitarismi, in realtà sta procedendo alla marcia di nuovi feroci dogmatismi.

Revisionismo... degli ismi

Revisione è contrario di certezza, di scarsa propensione al dibattito. Il termine va accolto come valore positivo, foriero di acribia nel lavoro intellettuale. La revisione è il grimaldello per creare nuove aperture dialettiche nell'interpretazione storica, è una "opzione per l'incertezza"33, come direbbe Hirschman, necessaria nell'indagine della contemporaneità. Rivedere significa anche riaprire pratiche polverose per leggerle alla luce della sensibilità cangiante dell'occhio contemporaneo. Si tratta di uno strumento essenziale al lavoro dello storico, scrive Angelo d'Orsi, e il revisionismo "come tutti gli ismi [...] indica un movimento, un'idea programmatica"34.
E si potrebbe aggiungere ai due fattori qualificanti l'ismo per d'Orsi (movimento e idea programmatica), che questo porta sempre con sé un assoluto, un ideale non mediabile. Ecco motivato il manifestarsi di un revisionismo strumentale, bieco uso politico della storia. L'ismo ci parla di sclerotizzazione dei concetti: un pensiero nasce, ad un certo punto diventa ismo e si ingessa in un dato numero di significati chiusi. I molti ismi dell'Occidente, per natura sono strumenti di manipolazione culturale. Ai cantori della fine dell'ideologia nella politica, che in gran numero si sono issati sulle rovine del muro di Berlino a declamare teorie favolistiche, lo studioso Michael Freeden ha recentemente ricordato seccamente che: "La concezione dell'ideologia come dogma, come ismo chiuso e astratto, è una pia illusione"; una generalizzazione, frutto ancora appetibile delle vecchie logiche della guerra fredda35. Un'idea consolatoria, utile magari a bollare qualcosa che non piace come ideologico, nella convinzione che basti un simile marchio d'infamia da solo ad eliminare il concetto sgradito, con una operazione sicuramente più semplificatoria che non il constatare - appunto - che tutto è ideologia. Il tempo non si è mai fermato dopo un evento, per importante che esso fosse o sembrasse ai suoi contemporanei. La storia non ha mai interrotto il suo corso e il carburante ideologico non è mai venuto meno. Eppure il relativismo, bastione del pensiero occidentale, dovrebbe averci insegnato che ogni qualvolta si scelga di utilizzare un ismo si corre sempre il rischio di cadere in un assoluto.
È giunto il momento di interrogarsi sull'ismo come categoria a sé stante, permeabile, prismatica del pensiero occidentale e delle sue turpitudini teoriche36, per rubare una felice espressione ad Althusser. Ben sondati, gli ismi potrebbero svelarci qualcosa della storia futura e molto del nostro passato.


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