Oliviero Bergamini
Media e "War on Terror"
"l'impegno", a. XXII, n. s., n. 1, giugno 2002
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Lo scopo di questo breve intervento è delineare alcuni dei fattori che condizionano, e per certi versi,
determinano l'informazione di guerra, e in particolare quella in Afghanistan. Condizionamenti che per semplicità raggruppo
in tre ordini: quello ambientale-tecnico, quello politico-censorio e quello ideologico-culturale.
Innanzitutto va considerato l'aspetto "effettuale", come direbbe Machiavelli, dell'esperienza concreta del
reporter di guerra, il contesto ambientale e le modalità di lavoro. Io recentemente sono stato a Grozny, in Cecenia. Data
la situazione nella regione avevo chiesto l'autorizzazione e una scorta alle autorità militari russe. Di
conseguenza, per i pochi giorni che mi è stato consentito trascorrere a Grozny, sono sempre stato guardato a vista da uomini
dell'Fsb (il servizio segreto russo, erede del Kgb, cui Putin ha demandato la titolarità delle operazioni in Cecenia), con
cui c'è stata costante "dialettica" sui luoghi da visitare, le persone con cui parlare, etc.
Avevo un'interprete che per motivi logistici mi è stata assegnata da Mosca, e che ho poi scoperto tradurre in
modo molto parziale le risposte dei ceceni che intervistavo. Mi trovavo in una terra dove si parla russo o ceceno, due
lingue che ignoro, e dove ogni spostamento è difficilissimo, dove la gente ormai vive da dieci anni in condizioni di
guerra e ha sviluppato quindi una - per me - stranissima capacità di apparire distaccata, quasi noncurante rispetto
alle terrificanti distruzioni che si vedono tutto attorno.
In queste condizioni è certamente difficilissimo comprendere a fondo la situazione. Il cronista può
ovviamente sforzarsi di catturare l'atmosfera, le dinamiche di fondo, di valutare la situazione da tanti segnali (le
condizioni delle truppe, il modo stesso in cui si viene "tutelati", il fatto che l'elicottero che viene a prenderti durante
l'atterraggio è scortato da due elicotteri da combattimento e lancia razzi di diversione per deviare eventuali missili Stinger
lanciati dai ribelli, le parole della gente, opportunamente interpretate e "tarate"). La visione resta parziale,
approssimativa, si ha la sensazione di essere in un ambiente relativamente alieno, confuso, dove la verità è sfuggente. E questo
è comunque un luogo dove esiste un'autorità occupante che funge da punto di riferimento, e una situazione
geopolitica relativamente ben definita.
Immaginate che cosa voglia dire fare il reporter in Afghanistan, dove le distanze sono enormi e gli
spostamenti pericolosi e lentissimi, dove la guerra è un insieme di azioni tra loro apparentemente slegate, dove le forze in
campo non sono tre o quattro schieramenti a base etnica, ma decine, se non centinaia di formazioni più o meno grosse,
a base tribale, che controllano singole città o regioni, e possono continuamente cambiare alleanze. Un paese dove
la lingua è incomprensibile per l'occidentale medio e dove guide e autisti sono persone conosciute e ingaggiate
in modo del tutto casuale, che a volte si rivelano cialtroni, o spie di qualche governo, o altro ancora.
La guerra inoltre, di per sé, comporta quella che i generali chiamano la "nebbia della battaglia", e che
Stendhal ha descritto benissimo ne "La Certosa di Parma", parlando della battaglia di Waterloo. Appare come un
evento caotico, sfilacciato, privo di senso. È difficilissimo trovarsi al posto giusto nel momento giusto, quando viene
sferrato un attacco o succede qualcosa.
Tutto ciò ha fatto sì che in Afghanistan, come e più che in altre guerre, i giornalisti avessero di fronte
problemi oggettivi enormi.
Tanto più che - date le condizioni - ha funzionato più che mai, come del resto succede in molte guerre, quello
che Furio Colombo ha descritto come pack, il muoversi in "branco". Ciò significa che i giornalisti di guerra
raramente agiscono da soli. Normalmente si formano gruppi anche di decine, o anche centinaia di cronisti che stazionano
in una zona, in una città, in un accampamento, da dove cercano di seguire gli eventi. Può essere il punto dove c'è
una pista di atterraggio, una base delle forze militari cui si appoggiano, o il luogo dove i capi locali decidono
di concentrarli.
E qui si crea subito una assurda economia di guerra con grande mercanteggiamento di autisti, noleggi auto,
passaggi su elicotteri, e così via.
Esiste poi, in particolare per le televisioni, il problema delle trasmissioni.
Il videotelefono satellitare ha parzialmente cambiato la situazione. Oggi è possibile trasmettere immagini
attraverso il satellite anche con una sorta di supertelefono che può essere usato individualmente. Ma la trasmissione
è estremamente lenta, servono decine di minuti per riversare anche un solo servizio, e la qualità ancora bassa.
Quindi anche in Afghanistan ha funzionato il ruolo dei
broadcaster in pool.
Ovvero, alcune organizzazioni (ad esempio l'Ebu, che è una società composta dalle televisioni pubbliche
europee e svolge questo genere di servizio, ma anche agenzie come la Reuter's) inviano sul luogo con mille peripezie
un camioncino con un'antenna satellitare, dove è possibile montare i pezzi e riversarli alla propria casa madre.
Questo costringe però i giornalisti a stazionare nella zona dove si è installato il mezzo, altrimenti non
possono far pervenire per tempo i loro servizi.
E qui si inserisce un'altra considerazione tecnica. A differenza che in passato, oggi esiste un enorme numero
di edizioni di telegiornali e un enorme numero di canali in reciproca concorrenza. Non solo; ovviamente, oggi
esistono i canali all-news, che in linea teorica trasmettono continuamente informazioni.
Come ha ben sottolineato Fabrizio Tonello nel suo libro "La nuova macchina dell'informazione", questa
ipertrofia di occasioni informative finisce in realtà con il produrre un impoverimento tendenziale dei contenuti informativi.
I giornalisti televisivi sono costretti a confezionare continuamente nuovi servizi (cosa che con i problemi
logistici che ho accennato comporta un enorme dispendio di tempo), a fare ripetuti collegamenti, e così hanno
pochissimo tempo per allontanarsi e documentarsi, cercare notizie e storie.
In alcuni casi si giunge così al paradosso di alcuni giornalisti (in gergo i
rooftop journalists) che stazionano negli alberghi di lusso e si limitano a ripetere nei collegamenti effettuati dal tetto dell'hotel le notizie che ricavano
dai lanci di agenzia che arrivano al loro computer. Ma anche tra i giornalisti che autenticamente vanno sul campo,
appassionati del loro lavoro - e sono tanti - le condizioni di lavoro nella zona di guerra, ambientali da un lato
e "tecniche" dall'altro, sono tali da precludere un lavoro di indagine veramente ampio e circostanziato.
Un altro ordine di fattori, ovviamente, è quello politico-censorio. E questo nella guerra in Afghanistan ha
avuto, e continua ad avere, un peso enorme.
Da sempre i poteri politico e militare hanno cercato di condizionare e limitare il giornalismo di
guerra. Nell'Ottocento, specie nella seconda parte del secolo, che è la prima vera grande epoca del giornalismo di
guerra, i reporter, creature ancora poco comprese, erano lasciati molto liberi. I resoconti giornalistici della guerra
civile americana - la cosiddetta guerra di secessione - sono straordinariamente accurati, ricchi e critici. Ed è
naturalmente rimasto famoso il caso di William Howard Russell, il giornalista del "Times" di Londra, considerato il padre
del moderno giornalismo di guerra, che con i suoi articoli sulla guerra di Crimea - e sugli errori dei vertici militari
- infiammò a tal punto l'opinione pubblica da costringere il primo ministro a dimettersi.
Nel corso del tempo però il potere si è fatto più abile, smaliziato e deciso. I reporter sono stati sempre più
avvinti in una rete di divieti, condizionamenti, pressioni. Lo stesso giornalismo è stato piegato alle esigenze della
propaganda (oltre che del mercato), come le guerre mondiali hanno dimostrato. Un percorso che Mimmo Candito ha
ricostruito nel suo ottimo libro "Professione reporter di guerra", che consiglio. Dopo la controversa esperienza della
guerra del Vietnam, poi, si è arrivati al perfezionamento di quello che Claudio Fracassi (in "Sotto la notizia niente")
ha descritto come news management, la "gestione delle notizie" (piuttosto che una loro semplice negazione),
che costituisce il moderno approccio al "problema" dei giornalisti che pretendono di ficcare il naso in cose che non
li riguardano.
Tale approccio mescola sapientemente la censura e la sovrabbondanza di informazioni al fine di ottenere un
unico risultato: un'informazione povera e addomesticata. L'esperienza non manca in particolare agli Stati Uniti, che
con la loro propensione all'intervento militare hanno avuto modo di fare molta pratica.
Nell'invasione di Grenada negli anni ottanta, ad esempio, le autorità militari riuscirono a impedire a
qualsiasi reporter di giungere sull'isola se non molto dopo il termine delle operazioni. Anche nel blitz su Panama per
catturare Noriega, che probabilmente provocò centinaia, se non migliaia di morti, i giornalisti vennero tenuti lontani in
modo così abile che l'informazione sull'evento fu quasi inesistente.
Ma il massimo risultato è stato raggiunto con la guerra del Golfo.
Qui le autorità americane hanno messo in atto una strategia veramente capillare: da un lato hanno tenuto i
giornalisti sistematicamente lontani dalle zone di operazione. Sono famosi i casi di persone che si collegavano da basi
lontane centinaia se non migliaia di chilometri dalle operazioni e di fatto tiravano a indovinare su che cosa stesse
succedendo. In generale, ci fu un embargo totale di immagini compromettenti, in particolare quelle delle vittime militari e
civili. La guerra del Golfo è passata nell'immaginario collettivo in pratica come una guerra senza morti. Una guerra
"pulita" e "asettica", il sogno di ogni dottor Stranamore.
Contemporaneamente, i reporter sono stati coinvolti in una sorta di abbraccio letale. Si fecero innumerevoli
riunioni con rappresentanti dei maggiori giornali e
networks per concordare regole di lavoro che di fatto erano
estremamente vincolanti: ai giornalisti vennero fatti firmare documenti che li impegnavano a sottoporre alla censura
preventiva ogni immagine o testo, e tout
court a non trasmettere alcuna informazione che avrebbe potuto compromettere
la sicurezza dei soldati americani - concetto ovviamente vastissimo ed estensibile a piacimento.
Al tempo stesso, i militari organizzarono
pool di giornalisti, cameramen, fotografi, che venivano
accompagnati su portaerei o nelle basi, o al seguito delle truppe, ma in modo assolutamente controllato. Non solo: lo stesso
esercito divenne fonte generosissima di informazioni, con quotidiane conferenze stampa, sfoggio di cartine,
apparente disponibilità alle domande. E persino gentile concessione di immagini degli attacchi. Ovviamente si trattava
di informazioni irrilevanti o fuorvianti, ovvero di immagini di propaganda, come quelle divenute famose in cui le
bombe intelligenti spaccano in quattro il minuscolo obiettivo, assolutamente militare, che avevano individuato nel
mirino laser. Soltanto negli anni seguenti si è saputo che la percentuale di precisione delle bombe intelligenti era in
realtà nettamente inferiore al 40 per cento.
Anche nella guerra in Afghanistan si è seguito questo modello. Nelle frequentissime conferenze stampa di
Rumsfeld o di Franks, in realtà sono state fornite pochissime informazioni. E le poche immagini disponibili delle
truppe americane a lungo sono state solo quelle sfuocate di qualche attacco notturno - che avrebbe potuto avvenire in
qualsiasi luogo - e sempre rigorosamente senza che fossero visibili vittime.
Per l'Afghanistan, in realtà, è stato compiuto uno sforzo particolarmente grande nel senso della censura e del
divieto di accesso alla zona di guerra.
L'organizzazione Reporters sans Frontiers ha più volte criticato il Pentagono e la Casa Bianca per i loro
sistematici sforzi censori.
Ad esempio, per settimane, è stato impedito a chiunque di avvicinarsi alle truppe americane schierate in
Uzbekistan. Per quanto massiccio, lo schieramento della famosa divisione di montagna è stato sostanzialmente invisibile. E
a tutt'oggi la presenza americana resta pressoché fantasmatica nelle rappresentazioni della guerra.
Un'altra recente polemica riguarda il trasbordo dei prigionieri talebani a Guantamano. Al momento della
partenza dall'Afghanistan il pool di giornalisti presenti è stato letteralmente sequestrato in una baracca, ed è stato
vietato loro di riprendere l'operazione. Come sappiamo, poi, qualcosa è trapelato, ed ha suscitato gravi polemiche.
Altre operazioni di censura riguardano ovviamente le vittime civili dei bombardamenti, di cui abbiamo
sentito parlare pochissimo. Secondo il giornale inglese "The Guardian", il Pentagono, ad esempio, ha speso parecchi
milioni di dollari per acquistare in esclusiva i diritti delle fotografie di satelliti privati, in particolare il satellite Ikonos,
proprietà di una azienda di Denver, la Space-Imagine, che avrebbero potuto mostrare gli effetti reali
dei bombardamenti, in particolare sui civili. Qui c'è da segnalare un'esperienza interessante di Marc Herold,
docente di economia della University of New Hampshire, che navigando in Internet e incrociando le informazioni
reperibili in vari siti della rete, è giunto a una stima circostanziata di almeno 4.000 morti civili in seguito alle
operazioni americane.
Ma non dobbiamo immaginare le limitazioni delle informazioni come un atto censorio brutale e sempre
"esterno"; in realtà il meccanismo è spesso complesso e ambivalente. Nelle particolari circostanze della cosiddetta "war
on terror" - così la chiama la Cnn - ha funzionato moltissimo il martellante appello al patriottismo, che ha indotto
molti networks ad autolimitarsi, ad autocensurarsi.
Esemplare è la vicenda dei video di Osama bin Laden. Al di là della valutazione dei loro contenuti, è
sicuramente straordinario il modo in cui le autorità militari hanno combattuto la loro messa in onda. Una via di mezzo
tra l'imposizione e la pressione nel nome del superiore interesse della patria, che molti
networks - tra cui la stessa Cnn - hanno incredibilmente accettato, limitando o riducendo la trasmissione dei video.
Questo - sia detto per inciso - anche sulla base della ragione che attraverso di essi bin Laden avrebbe potuto
lanciare segnali di attacco alla cellule "dormienti" sparse per il pianeta. A mio avviso - ma è solo un giudizio
intuitivo, personale - si tratta di una geniale ma assolutamente infondata fandonia, inventata da qualche operatore di pr
e prontamente diffusasi nei media.
E qui arriviamo al terzo ordine di condizionamenti, che posso solo accennare, anche se è forse il più
importante. Quello ideologico.
Dopo l'11 settembre a mio avviso si è visto quanto sottile sia la patina della tolleranza, dell'apertura mentale
di cui spesso la società occidentale si fa vanto. Sotto la spinta dirompente di eventi certamente tragici come gli
attacchi a New York e Washington, questo velo è stato squarciato, e sono riemersi, come montagne che erompono
dal sottosuolo, antichi schematismi ideologici e pregiudizi culturali, i quali hanno plasmato e stanno plasmando
l'intera rappresentazione degli eventi.
Qui i testi di riferimento sono ovviamente quelli di Edward W. Said, il grande studioso palestinese che
insegna alla Columbia University di New York, la culla del giornalismo americano. Nel suo celebre libro
intitolato "Orientalismo" Said ha messo in evidenza come l'Occidente nei secoli ha costruito un'immagine
stereotipata, semplificata, artificialmente esotica e "aliena" dell'Oriente; e questa immagine sopravvive sostanzialmente
anche oggi e condiziona il nostro approccio mentale, sottendendo l'idea diffusa di uno "scontro di civiltà", per
usare l'abusata espressione di Samuel Huntington. Said ha anche scritto un testo - che andrebbe tradotto in Italia -
intitolato "Covering Islam: How the Media and the experts determine how we see the rest of the world"; un'analisi
impietosa delle superficialità e forzature ideologico-culturali che informano la visione del "mondo islamico" (espressione
di per sé da respingere) da parte dei media occidentali. Anche se non si condividono tutti i giudizi di Said, in
particolare sulla questione palestinese, il libro è molto interessante: Said dimostra come anche i giornali considerati più
"liberal", come le riviste americane "New Republic" o "Atlantic Monthly", tendono a demonizzare e deumanizzare i
musulmani, a presentarli come una massa indistinta di individui irrazionali e fanatici, privi di storia e di ragioni
politico-sociali, prede del loro estremismo religioso e di una aggressività quasi animalesca. Said va più in profondità,
analizzando ad esempio i meccanismi linguistici che di fatto attribuiscono razionalità e logica agli occidentali, e pura
istintualità ai musulmani: gli occidentali "fanno" delle cose, in seguito a una concatenazione causa-effetto
ricostruibile razionalmente; gli islamici "sono" così come sono, in una sorta di fissità atemporale.
Questo tipo di atteggiamento mentale pervade indubbiamente anche il modo in cui è stata rappresentata la
guerra in Afghanistan. Dopo alcuni timidi tentativi di analizzare il fenomeno "Islam" (operazione di per sé ideologica;
si sarebbe piuttosto dovuto cercare di ricostruire la complessa vicenda storico-politica dei paesi coinvolti), i media
si sono buttati a raccontare la guerra, o cercare di farlo, rinunciando in gran parte a ogni sforzo di prospettiva
storica e di approfondimento sociale ed umano. I civili coinvolti sono stati presto ridotti al rango di masse urlanti
(come nelle manifestazioni in Pakistan), o di entità sub-umane che si aggirano in un paesaggio informe e devastato (che
è frutto in realtà di vent'anni di guerra in buona parte dovuta alle potenze straniere che si sono contese
l'Afghanistan). La deumanizzazione funziona in molti modi. Ad esempio negando sistematicamente la dignità di un nome alle
persone intervistate, oppure presentandole in situazioni estreme e decontestualizzate.
Personalmente io ricordo un episodio dove questo è venuto meno, e che per contrasto ha evidenziato il
fenomeno: un servizio di Giovanna Botteri, del Tg3, in cui un vecchio mostrava con orgoglio un tesserino da ufficiale
dell'esercito afghano di cinquant'anni fa. Un piccolo squarcio di identità e storia in un manto di genericità indistinta.
Oppure possiamo citare il film "Viaggio a Kandahar", dove gli afghani sono ritratti come persone, con le loro
debolezze, furbizie, contraddizioni, paure. Nelle immagini televisive, invece, finiscono con l'apparire o come
guerriglieri straccioni che combattono senza una vera ragione, quasi per una animalesca rissosità, o come indigenti
abbrutiti, privi di intelligenza e personalità.
In particolare, poi, è stato praticamente obliterato il punto di vista dell'opinione pubblica dei paesi
islamici. Praticamente mai si sono ascoltati intellettuali e analisti musulmani; né si è data voce alle masse islamiche
che rifiutano di credere che Osama bin Laden sia stato responsabile degli attentati, e soprattutto vedono lo "sceicco
del terrore" come un eroe perché, pur ricchissimo, vive una vita di stenti e pericoli e combatte in qualche maniera
quella che viene percepita come una gigantesca, secolare discriminazione e oppressione occidentale a danno dei paesi
del Medio Oriente e dell'Asia centrale. Sintomatico si è rivelato l'atteggiamento americano verso Al Jazeera, con
continue accuse di vicinanza ai terroristi, tentativi di oscuramento, ed anche il bombardamento fisico di alcuni locali di Al
Jazeera a Kabul (dove la televisione del Quatar era rimasta la sola a mantenere un corrispondente).
In realtà, ovviamente, posizioni "filoislamiche" sono qua e là trapelate. Ma il problema - secondo la
felice definizione usata da Giulietto Chiesa nel suo recente libro sul G8 - è la "musica di fondo", il tono
generale dell'informazione.
A questo proposito vorrei citare ancora un episodio personale. Intervistando alcuni pakistani residenti a
Milano sul tema della guerra in Afghanistan, molti di loro - persone tranquille e ben integrate, niente affatto terroristi -
mi hanno detto che Osama bin Laden a loro avviso non era colpevole degli attentati e che era un "good man", e
un "good muslim", perché aiutava i musulmani nel Kashmir, dove gli indiani li perseguitavano e uccidevano senza
che nessuno al mondo facesse qualcosa. Mi sono autocensurato, non ho mandato in onda quelle frasi.
Semplicemente perché nel contesto di generale slancio patriottico e anti-islamico che dominava l'informazione in quel
momento (si era in ottobre), non avrebbero fatto altro che far apparire quei giovani come fanatici filoterroristi;
avrebbe ulteriormente alimentato un generalizzato sentimento anti-islamico. Gli intervistati non erano filoterroristi,
tutti condannavano l'attentato; ma l'effetto delle loro opinioni di bin Laden, a causa appunto della "musica di
fondo", sarebbe stato troppo stridente. Quelle parti di interviste avrebbero avuto bisogno di una diversa spiegazione
e contestualizzazione, che era impossibile realizzare negli spazi brevi di un telegiornale.
Rispetto sia alla censura sia alla dimensione ideologica, va detto per inciso che assume grande rilevanza
quello che Noam Chomsky, nel suo libro "La fabbrica del consenso", identifica come un fondamentale fattore
strutturale da cui dipende l'impostazione complessiva dell'informazione
mainstream, ovvero il "gigantismo" dei media.
Oggi, come sappiamo, è in atto un processo di concentrazione straordinario. Gran parte delle informazioni,
specialmente su eventi di questo ordine, ci vengono da poche
enormi corporations le quali, peraltro, sono sempre più
conglomerati multimediali, in cui l'informazione giornalistica è un prodotto tra altri, in special modo altri prodotti
di intrattenimento. Ciò tende inevitabilmente a disincentivare le informazioni "dissonanti", critiche,
originali, eccentriche e a rafforzare invece la tendenza al
mainstream. La Cnn ad esempio oggi fa capo ad Aol Time
Warner; la Abc alla Disney e i prodotti nelle future piattaforme multimediali saranno sempre più integrati. E quindi
sarà sempre più difficile che la
corporation che fabbrica i film di Disney offra anche un'informazione che sottolinei
le devastazioni operate dalle grandi aziende capitaliste americane. E d'altra parte, il gigantismo delle
corporations mediatiche le lega a doppio filo ai circuiti finanziari e politici
dell'establishment. Fox News, ad esempio, il
nuovo canale all-news che sta sfidando il primato della Cnn, ha avuto grande successo puntando su una linea
ultrapatriottica, oltre che su un tipo di giornalismo molto spettacolarizzato e "gridato", anche perché dal governo americano
dipendono alcune cruciali decisioni su concessioni nel settore delle telecomunicazioni che la riguardano.
La dimensione ideologica è ovviamente la più difficile da combattere, perché pervade la nostra visione del
mondo fin nelle più riposte pieghe del linguaggio. Perché trova ostacoli pressoché insormontabili nella lingua, nella
mentalità, che è indubbiamente diversa in paesi come il Pakistan e l'Afghanistan, ma non per questo non-umana; si
tratta semplicemente di un modo differente di essere uomini, persone. Ma questo è difficile da rendere e da spiegare.
Tanto più nei sempre più sincopati e frenetici tempi della comunicazione televisiva.
Detto tutto ciò, io devo dire che credo che tra i giornalisti di guerra - che sono una sorta di razza a
parte, antropologicamente e psicologicamente - moltissimi siano quelli che cercano in modo sincero e ostinato di
avvicinarsi il più possibile alla verità. I condizionamenti anche soggettivi, interni, sono moltissimi: e a volte prevale la
voglia di fare lo scoop, o di inviare il servizio ad effetto. Nella noia delle prime settimane di guerra spesso i
giornalisti pagavano gli uomini dell'Alleanza del Nord perché sparassero qualche colpo in modo da poter riprendere un po'
di "azione".
Vittorio Zucconi ha in parte ragione quando parla di "notte della verità" in riferimento al giornalismo di
guerra e di questa guerra in particolare.
Quanto è stato detto fin qui non deve però scoraggiarci. Nel grande fiume dell'informazione ci sono anche
molte pepite di verità. Certamente dobbiamo sobbarcarci uno sforzo per trovarle, per vagliare criticamente ciò che
vediamo e sentiamo. Walter Lippmann però lo dice, nel suo fondamentale studio "L'opinione pubblica"; perché
l'informazione, a differenza del cibo, o della partecipazione politica, dovrebbe essere qualcosa che si ottiene con facilità, e
magari gratis? Anche per essere informati dobbiamo essere pronti a lavorare, a impegnarci, a fare fatica. Consapevoli
che fa parte del nostro diritto, ma anche del nostro dovere di cittadini.
E comunque dobbiamo tenere a mente che molti giornalisti davvero con convinzione lottano per darci
almeno qualche brandello di verità. Vorrei finire qui, allora, rendendo omaggio a Maria Grazia Cutuli, José Fuentes, e
agli altri giornalisti, sette in tutto fino ad oggi, morti in Afghanistan. Io conoscevo solo superficialmente Maria
Grazia Cutuli, e certamente anche lei era presa nei meccanismi che ho sommariamente descritto. Ma credo che
sinceramente cercasse di raccontare la storia, di decifrare e interpretare il labirinto dei fatti; un lavoro duro, precario e non
sempre coronato da successo. Ma indispensabile per la mia condizione di cittadino e di persona umana. E per questo
le sono grato.
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