Adriano Bazzocco
Fughe, traffici, intrighi
Alla frontiera italo-elvetica dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943
"l'impegno", a. XXIII, n. 1, giugno 2003
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Il periodo che va dalla proclamazione dell'armistizio italiano, l'8 settembre 1943, alla fine della guerra,
lasciò nella memoria collettiva delle popolazioni elvetiche alla frontiera meridionale un segno indelebile. Prima di
allora, la guerra appariva come qualcosa di tremendo, incombente, ma lontano, percepito indirettamente solo
attraverso resoconti di giornali e notiziari radiofonici. Dal 1943 il conflitto bellico travolse anche l'Italia con l'apertura di
un fronte a Sud, che vedeva contrapposte truppe regolari alleate e tedesche, e lo sviluppo della guerriglia
partigiana nell'Italia centro-settentrionale. La guerra era ora alle porte e diventava drammaticamente percepibile con
l'esodo di una moltitudine di profughi che si accalcava alla frontiera italo-elvetica.
E proprio la vicenda dei profughi ha largamente dominato l'interesse della storiografia regionale sul periodo
della seconda guerra mondiale. Dapprima, l'accento è stato posto sull'esperienza di quella folta schiera di personalità
di primo piano come politici, uomini di cultura e imprenditori che trovarono in Svizzera rifugio e spazi
d'espressione1. Recentemente, sulla scia del processo di rivisitazione storica avviato dalla
querelle sugli averi ebraici in giacenza, l'interesse si è appuntato sulla condizione dei profughi
ebrei2.
Tuttavia, durante il biennio 1943-1945, la frontiera italo-elvetica non assunse importanza solo come portale
d'accesso a una possibile "terra d'asilo". Oltre a separare un paese in pace da un'area sconvolta dalla guerra, il
confine divideva anche due realtà socio-economiche opposte: quella italiana al collasso, quella svizzera - relativamente
alla congiuntura bellica - molto stabile. Questo divario causò nelle regioni di frontiera un'impressionante
recrudescenza del fenomeno del
contrabbando3.
Zona neutrale a ridosso dello scacchiere bellico italiano, il Cantone Ticino divenne ben presto anche la sede
ideale per le trattative sulla conduzione della guerra tra servizi segreti alleati e esponenti della Resistenza. Inoltre,
per le formazioni partigiane insediate sulle montagne a ridosso del confine, la Svizzera assunse importanza come
base per l'organizzazione dei rifornimenti e come via di ripiegamento in caso
d'emergenza4.
Questa molteplice realtà di una Svizzera "terra d'asilo", zona di contrabbando e base organizzativa per le
attività resistenziali, determinò per le regioni di frontiera condizioni del tutto particolari, che cercherò di indagare
attraverso una rapida carrellata sui principali attori coinvolti: i profughi, i contrabbandieri, i "passatori", gli "sbandati" e
i partigiani. Per quanto riguarda i profughi, l'intento è quello di mostrare le specificità della politica d'asilo
elvetica nell'ultimo scorcio della guerra e di valutare la posizione delle autorità cantonali ticinesi. Le due successive
figure, i contrabbandieri e i "passatori", permettono di analizzare la frontiera come risorsa in grado di generare
interessi speculativi. Con lo studio degli "sbandati", ovvero quella moltitudine di italiani imboscati per evitare
l'arruolamento, e dei partigiani, l'attenzione si sposta sull'influsso della frontiera per l'evoluzione della guerra in Italia.
I profughi
Dopo la proclamazione dell'armistizio e il conseguente sbandamento dell'esercito italiano, l'Italia fu
rapidamente occupata dalla Wehrmacht, che imprigionò e deportò in Germania oltre 600.000 militari. I rastrellamenti
colpirono anche i numerosi prigionieri di guerra alleati che fino all'8 settembre si trovavano rinchiusi nei campi
d'internamento. Oltre che per i soldati, l'occupazione tedesca e la ricostituzione di un governo fascista con la
fondazione della Repubblica sociale italiana furono gravide di conseguenze anche per gli ebrei, da allora sistematicamente
arrestati e avviati verso i campi di sterminio, e per gli oppositori antifascisti, sia quelli di vecchia data sia quelli
dichiaratisi tali dopo la destituzione di Mussolini il 25 luglio. Numerose migliaia di questi militari e civili, per
sfuggire alla cattura dei tedeschi e dei fascisti della Rsi, si riversarono in Svizzera, soprattutto attraverso il Cantone
Ticino.
I primi profughi, una ventina di ex prigionieri di guerra inglesi, si presentarono alla frontiera l'11
settembre5. Nei giorni successivi l'afflusso cominciò a farsi intenso: 764 fuggiaschi il 12 settembre, 308 il 13, 204 il 14 e 287
il 156. Tra il 16 e il 17 settembre, dopo l'annuncio da parte delle autorità d'occupazione germaniche dell'obbligo
di presentazione alle caserme per i militari italiani delle classi 1907-1925, la Svizzera fu travolta da un'ondata di
quasi 13.000 fuggiaschi7. Colte di sorpresa dal precipitare degli eventi, le autorità elvetiche non avevano saputo
predisporre per tempo il rafforzamento del dispositivo di sorveglianza della frontiera. Tracciando un bilancio degli
avvenimenti, Antonio Bolzani, comandante del circondario militare 9b, comprendente Ticino e Mesolcina,
sostenne che, se gli organi di vigilanza non fossero stati travolti dall'improvvisa fiumana e non fosse mancata la
possibilità di vagliare caso per caso, si sarebbero dovuti respingere almeno i quattro quinti dei
fuggiaschi8. In base alla convenzione dell'Aia del 1907 sui diritti e i doveri delle potenze neutrali in caso di guerra, il Consiglio federale non
riteneva questi profughi meritevoli d'asilo perché non fuggiti da veri e propri combattimenti. Tuttavia dovette
piegarsi al fatto compiuto e accettarli9.
Dopo questa ondata iniziale, fu rafforzata la sorveglianza del confine e impartito l'ordine di non ammettere
più gli uomini di età superiore ai sedici
anni10. Iniziarono allora i respingimenti su larga scala: già il 18 settembre
vennero allontanati 2.326 fuggiaschi11. Queste misure frenarono notevolmente l'esodo verso la Svizzera. Alcuni
giorni dopo, terminata l'emergenza, la prassi d'asilo fu riorganizzata e le decisioni su accoglienza o respingimento
furono prese in base alla categoria d'appartenenza e alle motivazioni
personali12.
La categoria di rifugiati che beneficiò del trattamento più favorevole fu quella degli ex prigionieri di guerra alleati, ammessa da subito senza
riserve13. Ad esempio, quando il 18 settembre fu disposto il respingimento di
un gruppo di duecento fuggiaschi, prima dell'operazione "tre ex prigionieri di guerra inglesi sono stati messi in
disparte senza dare nell'occhio"14. Infatti, già pochi giorni dopo l'annuncio dell'armistizio, l'ambasciata
britannica aveva ricevuto dal ministro degli esteri elvetico Pilet-Golaz rassicurazioni sull'accoglienza dei militari inglesi
in fuga. L'ammissione senza riserve degli ex prigionieri di guerra alleati va inquadrata anche nell'ambito delle
forti pressioni politiche ed economiche esercitate in quel momento dagli Alleati sulla Svizzera per sottrarla alla
sfera d'influenza nazista.
Dopo la grande ondata del 16-17 settembre, il numero di profughi accolti in Ticino si stabilizzò fino alla fine
del 1943 attorno a 1.500 al mese, gran parte dei quali rifugiati civili; da gennaio, il flusso medio mensile degli
accolti scese a circa 500 al mese, metà civili e metà
militari15. Intensa anche l'attività di respingimento, soprattutto
durante i mesi di novembre, dicembre e gennaio
194416. I dati complessivi relativi al periodo dal 12 settembre 1943 al
23 marzo 1944, concernenti il tratto di frontiera del IV Circondario doganale, giurisdizione comprendente
Cantone Ticino e Mesolcina, indicano l'ammissione di 23.300 profughi di cui 3.349 (14,4 per cento) ebrei, 4.087 (17,5
per cento) prigionieri di guerra evasi, 14.759 (63,4 per cento) disertori italiani o sedicenti tali e 1.105 (4,7 per
cento) profughi politici. Nello stesso periodo furono registrati dalle guardie di confine 9.833 respingimenti, cui vanno
aggiunte 2.675 espulsioni decretate dal Comando territoriale
militare17.
Queste migliaia di respingimenti non passarono inosservati. Particolarmente forte fu la protesta della
popolazione di Ponte Tresa, valico attraverso il quale venivano espulsi i richiedenti l'asilo, che giungevano trasportati in
camion a trenta alla volta da un capo di raccolta ubicato ad Agno, nei dintorni di Lugano. Il 22 settembre 1943,
a nome delle donne di Ponte Tresa, una cittadina inviò una lettera al presidente della Confederazione Enrico
Celio pregandolo di intervenire per revocare l'ordine di respingere i profughi: "In questi ultimi giorni a P. Tresa
abbiamo assistito a triste cose, ma le più strazianti di tutte sono quelle di questi giorni, cioè il ritorno di quei poveri
disgraziati rientrati, dopo l'ordine di proibizione, in cerca del ns. asilo. Come faranno a cavarsela ora che i tedeschi
sono al confine? Non si potrebbe revocare l'ordine perlomeno per quei poveretti che sono già qui e che certamente
non saranno molti? È vero in questi momenti che tutto il mondo è in rovina e non bisognerebbe lasciar parlare il
cuore, ma l'assicuriamo Onorevole che se anche Lei fosse qui, non potrebbe assistere senza un senso di sgomento e
di spavento per la fine forse riservata a questi poveretti. Ripeto ci perdoni l'ardire e se appena è nel di Lei potere
faccia qualcosa, intanto Dio li
assista"18.
Il Consiglio di Stato ticinese intervenne con insistenza a favore di un allentamento del rigore nella prassi
d'asilo. In particolare, il governo cantonale desiderava un trattamento di riguardo per i profughi politici, sia per
solidarietà tra élite appartenenti alla medesima "stirpe italiana", ma anche perché tra queste personalità sarebbe stata
reclutata parte della classe dirigente della futura Italia libera, con la quale si sarebbero dovuti imbastire rapporti di buon
vicinato. È quanto emerge, ad esempio, da una lettera inviata dal Consiglio di Stato ticinese al direttore del
Dipartimento federale giustizia e polizia Eduard von Steiger, il 29 ottobre 1943: "Questo Consiglio di Stato ritiene che
il primo dovere derivante al Cantone Ticino dalla sua qualità di rappresentante della stirpe italiana nella
Confederazione svizzera, sia quello di fare quanto è in suo potere per conservare all'Italia futura, il nucleo di
intellettuali salvatosi con l'entrata in Svizzera. [...] Bisogna perciò ritenere che la nazione italiana, oltre
all'impoverimento materiale constaterà un impoverimento spirituale grandissimo. Il Ticino, nella sua fedeltà elvetica granitica,
ormai non posta in dubbio da alcuno, rivendica l'onore e il dovere di preoccuparsi dell'avvenire della sua stirpe oggi
colpita e dolorante. [...] Ogni buona azione ha il suo premio in se stessa: ma questa, che andrebbe in favore di
uomini i quali domani occuperanno forse in Italia una posizione predominante, potrebbe dare anche un risultato di
grande valore sotto forma di una profonda cordialità di rapporti tra Svizzera e Italia [...]"19.
In Ticino, durante tutto il primo dopoguerra, le autorità politiche e i leader dell'opinione pubblica
condividevano la paura che la "stirpe ticinese" fosse minacciata nella sua integrità, soprattutto a causa della colonizzazione
prepotente degli svizzeri tedeschi. L'ossessione di preservare la compagine ticinese, concepita in termini
fortemente biologici, si tradusse con una politica di lotta ad oltranza in difesa dell'italianità. L'appartenenza alla
medesima "stirpe" condiziona positivamente anche la
politica ticinese verso i profughi (italiani) nel biennio
1943-194520. Oltre al governo, anche i vari partiti e movimenti politici ticinesi di area socialista, radicale, liberale e cattolica
si adoperarono molto a favore dei profughi politici italiani, prestando aiuto soprattutto a quelli della corrispettiva
area politica.
Se a favore dei profughi politici si poté assistere in Ticino a una forte mobilitazione con lo sviluppo di veri e
propri gruppi di pressione, ben diversa fu la sorte dell'altra categoria di profughi civili, quella degli ebrei. Sia tra le autorità cantonali che federali si riscontra nei loro confronti disinteresse, reticenza e talvolta aperta ostilità:
atteggiamenti derivanti da forme striscianti di antisemitismo diffuse in vaste aree del mondo politico e della società.
Sulla sostanziale convergenza d'opinione tra autorità ticinesi e federali nella questione dei profughi ebrei è significativa
un'annotazione del capo della Divisione di polizia federale Heinrich Rothmund su una riunione al vertice
tenutasi a Bellinzona il 25 settembre 1943, alla presenza del Consiglio di Stato al completo e del consigliere federale
von Steiger. Dopo l'incontro, che fissò le competenze nelle decisioni sull'asilo, un gruppo più ristretto,
comprendente tre consiglieri di Stato, discusse gli aspetti tecnici del controllo della frontiera; nel corso della discussione,
Rothmund colse l'occasione per porre la questione dei profughi ebrei, ricavando questa impressione: "Ho percepito
nei tre consiglieri di Stato Lepori, Bolla e Martignoni una forte reticenza verso l'elemento ebraico, pertanto non
dobbiamo attenderci particolari reazioni in Ticino, se dovessimo agire con più severità nei confronti degli
ebrei"21.
Dalle ricerche d'archivio non sono emersi documenti in grado di fornire una valutazione complessiva sul tasso
e sulle modalità di respingimento degli ebrei alla frontiera italo-elvetica; il registro "Controllo fuggiaschi" del
posto guardie Pugerna-Caprino - documento unico nel suo genere - recensisce, per il periodo settembre-dicembre
1943, 94 ebrei accettati e 53
respinti22. Difficile l'interpretazione delle ragioni alla base delle decisioni; molto
importate fu poter vantare legami di parentela con la Svizzera oppure incaponirsi e opporsi con ferma determinazione al
respingimento23. Ben ventuno respingimenti di ebrei furono effettuati tra l'1 e il 4 dicembre. Infatti, proprio il 1
dicembre la persecuzione divenne sistematica con l'ordine del capo della polizia della Rsi di arrestare e
concentrare in campi di prigionia tutti gli ebrei di qualsiasi nazionalità. Poiché a causa di una fuga di notizie questa
disposizione fu resa nota dalla radio e dal "Corriere della Sera", molti ebrei riuscirono a sottrarsi alla cattura imboscandosi
o, appunto, tentando la fuga in
Svizzera24. Questo inasprimento nella persecuzione razziale convinse le autorità
elvetiche a interrompere il respingimento degli ebrei: l'ordine sembra sia stato impartito telefonicamente da
Rothmund il 3 dicembre25; tuttavia, il riconoscimento formale del diritto d'asilo giunse solo il 12 luglio
194426.
Nella primavera del 1944, la Repubblica sociale italiana emise un bando di leva che prevedeva, in caso di
non presentazione alle armi, la pena di morte. Il bando ottenne scarso successo con un tasso di renitenza molto alto.
Per evitare di essere intruppati nella Rsi molti mobilitati tentarono la via della Svizzera. Ma invano, perché le
autorità elvetiche riconoscevano lo statuto di rifugiato militare solo ai disertori, mentre i refrattari venivano considerati
alla stregua di civili e respinti. Non è stato possibile reperire dati sul numero di refrattari respinti, sappiamo però che
in marzo la renitenza alla leva era tra i motivi di maggiore preoccupazione per le autorità
elvetiche27.
Fino a settembre 1944 furono accolti in Ticino mediamente ancora 500-600 profughi al
mese28. In ottobre, quando le truppe fasciste e tedesche riconquistarono l'Ossola, si riversarono in Ticino oltre 3.300 partigiani e civili
sfollati e altrettanti entrarono attraverso il Sempione in
Vallese29. Questa fu l'ultima ondata di fuggiaschi che
interessò la frontiera italo-elvetica.
Va rilevato che ci furono anche alcune migliaia di rifugiati che fecero ritorno in Italia: logorati
psicologicamente dalla vita in internamento o desiderosi di partecipare alla lotta di resistenza, scapparono dai campi o
rientrarono con l'accordo delle autorità elvetiche. I rientri iniziarono nel gennaio 1944 e subirono una battuta d'arresto
quando si sparse la voce che i soldati italiani rimpatriati venivano inviati dai tedeschi nel campo di raccolta di
Mantova30. Fino agli inizi di marzo, le guardie elvetiche avevano riaccompagnato per il rientro volontario in Italia 2.963
persone31.
Come visto, decine di migliaia sono i transiti di profughi militari, politici ed ebrei. Eppure, questi fuggiaschi
non furono i soli protagonisti delle vicende di frontiera. A partire dall'autunno 1943, la Svizzera fu oggetto di una
"invasione" molto meno visibile, ma quantitativamente altrettanto travolgente: quella dei contrabbandieri.
I contrabbandieri
Il contrabbando alla frontiera italo-elvetica vanta una lunga e consolidata tradizione. Tuttavia, dall'estate
1943 all'autunno 1947, il reato assunse una fisionomia del tutto straordinaria sia per l'intensità impressionante con
cui veniva commesso che per la direzione delle merci, dall'Italia verso la Svizzera, opposta a quella classica. Le
cause del fenomeno vanno ricercate soprattutto nella caduta vertiginosa del valore della lira e nella profonda crisi
sociale in cui era piombata l'Italia. Agli inizi di luglio del 1943 la valuta italiana era scambiata sul mercato nero
comasco a 27 lire per un franco svizzero; dopo l'invasione alleata in Sicilia del 10 luglio era già svalutata a 50 lire per
un franco32, per precipitare poi in un'inesorabile spirale inflattiva attestandosi sulle 240 lire per un
franco33. Il deprezzamento della lira spinse una moltitudine di italiani dei villaggi delle regioni di confine a trasportare in
Svizzera qualsiasi bene smerciabile per ottenere in cambio i preziosi franchi svizzeri che, una volta importati in Italia,
venivano venduti sul mercato nero ottenendo importi elevatissimi di lire inflazionate.
Il catalogo merceologico dei beni introdotti in Svizzera era quanto mai ampio: farina, burro, scarpe, suole
per scarpe, salumeria, formaggio, pneumatici, camere d'aria, calze, seta ecc. Il bene di gran lunga più trattato era
tuttavia il riso, che rappresentava almeno l'80-90 per cento delle merci trafficate, tant'è vero che la grande ondata
di contrabbando tra il 1943 e il 1947 è ricordata dalle popolazioni di frontiera come l'"epoca del
riso"34. La Svizzera aveva infatti impresso alla sua economia di guerra un indirizzo autarchico fondato sullo sfruttamento intensivo
del territorio; la distribuzione con le tessere di razionamento di beni di importazione come il riso si era pertanto
fortemente ridotta. I traffici illeciti verso la Svizzera diminuirono drasticamente nell'autunno 1947 a causa della
manovra economica Einaudi che, attraverso misure di restrizione creditizia e di drastica riduzione della liquidità
bancaria, aveva permesso il raffreddamento dell'inflazione erodendo i margini di guadagno dei
contrabbandieri35.
Le cifre sui sequestri operati dalle guardie di confine svizzere alla frontiera meridionale danno la misura
dell'estensione impressionante assunta dal fenomeno: tra gennaio e ottobre 1944 furono confiscate in Ticino e
Mesolcina 52 tonnellate di riso e redatti circa 5.000 verbali
d'interrogatorio36; nell'anno 1945 i sequestri aumentarono a 115
tonnellate per un totale di 9.154
verbali37. Se per la stima della cifra oscura, ovvero di coloro che riuscirono a
farla franca, si adotta il rapporto di un arrestato su cinque, risultano diverse decine di migliaia di transiti: la
frontiera italo-elvetica era dunque ben poco
ermetica38.
Larghe fasce della popolazione italiana di frontiera erano spinte a dedicarsi a una pratica faticosissima e
rischiosa come quella del contrabbando a causa delle ardue condizioni di vita, contrassegnate da salari erosi da
un'inflazione galoppante, da penuria alimentare e da disfunzioni nel sistema di razionamento. Le tessere annonarie
non coprivano minimamente il fabbisogno calorico; per sopravvivere era necessario far capo al mercato nero con i
suoi iperbolici prezzi39. Si verifica dunque un evidente paradosso: i contrabbandieri italiani esportavano in Svizzera
beni di prima necessità di cui avrebbero avuto un assoluto bisogno.
I "passatori"
I territori lungo la frontiera italo-elvetica sono prevalentemente montagnosi e solcati da numerose valli. Da
sempre, i contrabbandieri erano abituati a percorrerli nel buio notturno con in spalla la pesante
bricolla40 da venti-trenta chilogrammi. Conoscevano la regione palmo a palmo, sia il lato italiano sia quello svizzero. Conoscevano i
varchi meno sorvegliati e più discosti, le abitudini delle guardie e le tecniche di attraversamento; insomma, erano
i migliori specialisti del territorio. Dopo che i presidi di frontiera furono rioccupati da contingenti fascisti e
tedeschi, il loro aiuto come guide divenne ben presto indispensabile per tutti coloro che intendevano attraversare la
frontiera clandestinamente, in particolare per i soldati alleati fuggiti dai campi di prigionia e per gli ebrei.
Per il passaggio in Svizzera degli ex prigionieri di guerra alleati - sui quali pendevano taglie poste dalle
truppe d'occupazione tedesche41 - si svilupparono reti d'espatrio gestite da gruppi della Resistenza. Un'organizzazione
ben strutturata assoldava i contrabbandieri a tariffe fisse stabilite dai Comitati di liberazione
nazionale42, 100 lire per ogni soldato alleato portato in salvo. L'organizzazione consegnava ai fuggiaschi piccole cedole dattilografate in
lingua inglese con indicate le loro generalità, l'incorporazione e la dichiarazione di essere stati adeguatamente assistiti
e di essere giunti al sicuro in territorio elvetico. Una volta oltre frontiera i soldati alleati contrassegnavano le
cedole e le consegnavano al contrabbandiere, il quale al rientro andava a ritirare quanto gli
spettava43.
I servizi di passaggio partigiani portarono in salvo anche profughi
ebrei44. Nel Varesotto operò fino
all'ottobre 1944 la banda partigiana "Lazzarini" che, grazie ad appoggi nel clero e nelle organizzazioni cattoliche locali,
sembra fosse in grado di predisporre operazioni di sconfinamento in grande stile. Per contrastarne l'attività gli organi
di sorveglianza della Rsi presero in considerazione, tra altri provvedimenti draconiani, la possibilità di procedere
alla deportazione delle famiglie dei contrabbandieri, a riprova della loro importanza nelle operazioni di
espatrio45.
Tuttavia, gli ebrei dovettero spesso affidarsi a reti d'espatrio improvvisate e insicure gestite da organizzazioni
e da "passatori" sconosciuti. In pericolo di morte, ignari della geografia delle regioni di confine e in difficoltà per
la presenza di donne, bambini, anziani e bagagli, gli ebrei erano estremamente vulnerabili ed esposti a qualsiasi
ricatto. Illuminante sulla pressione che gravava sugli ebrei in fuga verso la Svizzera è il resoconto su un'indagine
mascherata condotta a Como nel dicembre 1943. Un agente della Rsi si era fatto passare per un facoltoso ebreo
ricercato in procinto di fuggire e desideroso di cambiare una determinata somma di lire in franchi svizzeri.
L'agente infiltrato concluse un accordo con alcuni mediatori, che però lo ruppero immediatamente esigendo un tasso di
cambio molto più elevato. A questo punto, per essere credibile, l'agente optò per questa linea di condotta: "In un
primo momento mi opposi alla maggiorazione del prezzo, ma poi aderii per dare la sicurezza della mia impellente
necessità di espatriare subito perché attivamente
ricercato"46.
Molti i "passatori" e gli intermediari senza scrupoli che approfittarono della difficile situazione degli ebrei
estorcendo loro enormi somme di denaro, fino a 50.000 lire per il passaggio; diversi anche i casi di ebrei derubati
del bagaglio o piantati in asso47. Il vice rabbino di Venezia, il polacco Mayer Chaim Relles, poiché non voleva
cedere sul prezzo, fu addirittura consegnato ai
carabinieri48.
Non mancarono però i casi di aiuto spontaneo o per modesti compensi. Diversi furono i "passatori" che,
impietositi, si inoltrarono in Svizzera accompagnando intere famiglie ebree, talvolta direttamente fino alle caserme
delle guardie, ignari di incorrere in sanzioni da parte delle autorità elvetiche. È il caso ad esempio di Gerolamo G.
che, aiutato dai fratelli, fece da guida e da portatore per due famiglie ebree con molto bagaglio e con due bambini
in tenera età. Arrestato e interrogato a Bellinzona dai militari svizzeri dichiarò: "Fui arrestato a Cabbio (Ti) [Valle
di Muggio] unitamente agli altri, nella caserma delle Guardie ove ci eravamo spontaneamente costituiti per
consegnare le due famiglie in parola. È la prima volta che mi presto per tali operazioni e non sapevo che queste
costituivano reato punibile in
Svizzera"49.
Anche Laura V., di Lavena Ponte Tresa, agli inizi di dicembre 1943, trasportò in barca fino alla caserma
delle guardie svizzere quattro ebrei incontrati mentre pescava. Condannata a venti giorni di detenzione, tentò di
inviare dal campo di prigionia una lettera a un conoscente di Ponte Tresa. Nella lettera, intercettata dalle
autorità di sorveglianza, comunicava che piangeva in continuazione, non aveva ancora dormito un'ora e che "non
credevo di aver fatto questo grande
delitto"50.
Il 16 marzo 1944, nel Circondario territoriale 9b, risultavano in totale 71 "passatori" già puniti e 22 deferiti
al tribunale51. Il numero dei "passatori" tratti in arresto fu molto basso perché, quando si seppe delle misure
repressive adottate in Svizzera, questi non osarono più inoltrarsi al di là del confine, da dove i fuggiaschi proseguivano
da soli; gli organi di sorveglianza elvetici li stimarono almeno a un
migliaio52.
Gli "sbandati"
La possibilità di esercitare un'attività lucrativa nell'illegalità, come il contrabbando, assunse notevole
importanza nel momento in cui la Rsi decise di ricostruire l'esercito ed emise i bandi per la chiamata di leva. Per sfuggire
al reclutamento, numerosi giovani si diedero alla macchia sulle montagne. Alcuni aderirono alle formazioni
partigiane, altri cercarono di sopravvivere mantenendosi ai margini della guerra. Sprovvisti di tessere annonarie e
impossibilitati a lavorare in modo regolare, numerosi di questi "sbandati" trovarono nel contrabbando di che sbarcare
il lunario.
La notevole presenza di renitenti alla leva tra i contrabbandieri è ampiamente documentata dai verbali
d'interrogatorio concernenti gli arresti effettuati dalle guardie
svizzere53. Questi documenti contengono anche
interessanti annotazioni sui modi di sopravvivenza alla macchia: chi dichiara di alloggiare in cascine e fienili, chi di
scendere nottetempo nei villaggi per rifornirsi dai parenti, chi di appoggiarsi per la sussistenza alla benevolenza di
diverse famiglie. Tuttavia, non si poteva gravare eccessivamente su una popolazione già provata da mille privazioni
materiali, da cui la scelta del contrabbando. Giovanni B. di Toceno, in Valle Vigezzo, arrestato il 23 giugno 1944
per contrabbando di 15 kg di riso dichiara ad esempio: "Faccio notare che malgrado che la mia famiglia abita a
Torcegno [sic] io mi trovo sempre nascosto nelle montagne perché se vado nel paese vengo preso dalla milizia ed
inviato in Germania. Solo per questo si cerca ogni mezzo per procurarsi da vivere e questi mezzi ci vengono dal
contrabbando"54.
Molti renitenti alla leva oscillano tra la scelta di vita alla macchia e il tentativo d'espatrio in Svizzera.
Numerosi sono i casi di contrabbandieri arrestati dalle guardie elvetiche e precedentemente o successivamente
presentatisi come rifugiati militari. Emblematico il caso di Luigi F., di Domodossola, che, bloccato con 20 kg di riso, il 10
luglio 1944 dichiara: "Entrai per la prima volta in Isvizzera nello scorso mese di marzo. Passai clandestinamente
la frontiera portando con me kg. 18 di riso. Ero in compagnia di No. 27 amici tutti recanti merce di
contrabbando. Fummo fermati dalle guardie federali che dopo averci sequestrato la merce ci rilasciarono. Nel mese di
maggio scorso mi consegnai al posto guardie di confine di Monadello in uniforme militare ed armato onde essere
internato in Isvizzera non avendo aderito alla chiamata del governo neofascista. Fui condotto a Bellinzona ma dopo due
giorni venni nuovamente rimandato alla frontiera. Ritornato in Italia mi tenni sempre nascosto sulle montagne onde
sfuggire ad un'eventuale cattura. Entrai per la terza volta in Isvizzera nello scorso mese di giugno. Avevo con me kg
20 di riso"55.
Come già sottolineato, i renitenti alla leva non venivano accettati in Svizzera. Per riuscire ad essere internati,
molti refrattari come Luigi F. si presentarono alla frontiera in uniforme facendosi passare per disertori, categoria per
la quale era invece previsto il riconoscimento dello statuto di rifugiato militare. Questi stratagemmi ponevano
alle autorità elvetiche non pochi grattacapi perché l'interpretazione della categoria del rifugiato militare era
estremamente difficile e richiedeva serrati interrogatori. Alcuni refrattari si spacciarono perfino per ebrei, che oramai
venivano accolti, presentandosi con falsi "certificati razziali" autenticati dal podestà di Milano e dal consolato
svizzero pagati a caro prezzo56.
Nella provincia di Como si verificarono casi di renitenti alla leva che costituirono bande armate insediate sul
territorio ma dedite esclusivamente al contrabbando. Una segnalazione di un simile gruppo armato la troviamo in
un notiziario redatto nel novembre 1944 dalla Guardia nazionale repubblicana:
"Banda di S. Bartolomeo di Val
Cavargna così denominata dalla località in cui opera. Non è conosciuto il nome del comandante. Si compone di
circa venti uomini armati di qualche mitra, moschetti o pistole. La sede sarebbe nei pressi di S. Bartolomeo Val
Cavargna, ma i facenti parte di tale banda vivono normalmente nelle loro abitazioni e limitano la loro attività al
contrabbando colla Svizzera. È costituita da renitenti e da
sbandati"57.
La banda si era distinta per un'azione offensiva che aveva portato al disarmo del posto d'avvistamento sul
monte Galbiga "per sventare eventuali molestie al loro
traffico"58. Un'altra banda di "ribelli" costituita da "vecchi
contrabbandieri e renitenti" la cui "attività era limitata al contrabbando di generi alimentari con la Svizzera", è
segnalata dalla Gnr nel dicembre dello stesso anno ad Acquaseria, sempre nel
Comasco59.
Lo spoglio dei verbali d'interrogatorio svizzeri evidenzia anche numerosi casi di renitenti alla leva già
arrestati una o più volte per contrabbando, che chiesero in seguito asilo perché compromessi per aver aiutato i partigiani.
In particolare, molti di questi contrabbandieri fiancheggiatori del movimento di resistenza, giunsero in Svizzera
al seguito dei partigiani in fuga dopo la caduta della Repubblica dell'Ossola. L'aiuto ai partigiani aveva assunto
varie forme: chi si era prestato in funzione di guida, chi aveva fornito bombe a mano conservate dall'8 settembre,
chi aveva alloggiato ufficiali partigiani, chi aveva aiutato a far saltare un ponte e a trasportare materiale
bellico60.
Si può affermare che nelle regioni a ridosso della frontiera, la presenza della Svizzera come potenziale
"terra d'asilo" e la possibilità di esercitare l'attività illecita del contrabbando allargarono lo spettro delle opzioni di
scelta di chi rifiutò di aderire alla Rsi.
I partigiani
La sua posizione centrale rispetto allo scacchiere bellico trasformò la neutrale Svizzera in un crocevia per i
servizi segreti delle parti in lotta. Ferruccio Parri, figura di primo piano della Resistenza, in una rievocazione del
1947 descriveva il ruolo svolto dalla Svizzera in questi termini: "La Svizzera era il centro d'interesse politico
d'Europa e del mondo, il centro di osservazione più qualificato, e - non piacevole privilegio - la centrale di tutti i movimenti
di resistenza europei e di tutti gli intrighi internazionali. I fili che qui si annodavano raggiungevano ogni parte
d'Europa, con una estensione che forse gli Svizzeri ignorano
ancora"61.
Il Ticino fu un punto nevralgico per i giochi diplomatici riguardanti lo scenario bellico italiano. Le
rappresentanze consolari inglesi e americane di Lugano ospitavano centrali dei loro servizi segreti, rispettivamente lo
Special operations executive (Soe) diretto da John McCaffery e l'Office of strategic services (Oss) diretto da Allen
Dulles, futuro direttore della Cia. Attraverso il Ticino furono allacciati i contatti tra Alleati e Resistenza per coordinare
le attività belliche e affrontare questioni politiche. Nei dintorni di Lugano si tenne il 3 novembre 1943 l'incontro
segreto tra McCaffery, Dulles e i due esponenti dei comitati di liberazione nazionale Ferruccio Parri e Leo
Valiani. La riunione gettò le basi per il sostegno alleato alla Resistenza con finanziamenti, equipaggiamenti e armi.
Nel marzo 1944 si costituì a Lugano una delegazione semiclandestina del Comitato di liberazione nazionale alta
Italia, che si occupò di tenere i rapporti con gli Alleati e i fuorusciti e di fungere da tramite tra Clnai e governo
nazionale attraverso la legazione
d'Italia62.
La congiuntura bellica nettamente favorevole agli Alleati indusse la Svizzera a un'interpretazione elastica
della sua neutralità, con la tacita concessione di notevoli spazi di manovra sul proprio territorio per le attività
resistenziali. Le "mene spionistiche a favore dei partigiani" erano talmente intense che il colonnello Bolzani doveva scrivere
ai suoi superiori che "la tutela della nostra neutralità diventa lettera morta ed i Servizi che sono preposti a
tutelarla debbono considerarsi come
esautorati"63.
Le attività resistenziali sul suolo elvetico infastidivano notevolmente le autorità fasciste e tedesche, tanto
che nell'agosto 1944 il reparto speciale di polizia comandato da Pietro Koch era stato incaricato di effettuare
un'operazione di sconfinamento sul suolo elvetico per catturare e trasferire in Italia "vari importanti esponenti della
lotta antifascista che si svolge sotto la protezione della Confederazione neutrale". Per l'azione erano già stati
infiltrati agenti a Lugano, Agno, Ponte Tresa e Bellinzona. Ma il piano fallì a causa di un attentato nei pressi di Luino
nei confronti di Koch, che comunque si
salvò64.
Ovviamente, il carosello di trame e intrighi diplomatici resistenziali non poteva certo sfuggire alla vigilanza
delle autorità elvetiche. Responsabile per la centrale dei servizi segreti svizzeri in Ticino era il capitano Guido
Bustelli. Simpatizzante convinto del fronte antifascista, Bustelli sfruttò le sue competenze nel senso più favorevole
possibile alla Resistenza, consentendo agli emissari partigiani l'attraversamento della frontiera in luoghi sicuri e
ottenendo in cambio importanti informazioni sulla situazione nel Nord
Italia65. Per mantenere in funzione i suoi
canali transfrontalieri anche Bustelli dovette ricorrere all'indispensabile aiuto dei contrabbandieri, che non mancarono
di creargli grattacapi con le guardie di confine perché, oltre all'attività di "passatore", non rinunciavano ai
trasporti clandestini di merce66.
Interrotto lo scambio postale tra Svizzera e Italia, per soddisfare il bisogno di comunicazione tra le migliaia
di rifugiati italiani e i loro parenti e conoscenti rimasti in patria, si svilupparono un po' ovunque canali di
contrabbando postale. D'altra parte, le varie formazioni partigiane insediate nelle regioni di frontiera, in forte
concorrenza tra loro, tendevano ad intrattenere con i rappresentanti alleati in Ticino rapporti esclusivi. Lungo la frontiera
italo-elvetica si sviluppò pertanto una fittissima rete di linee di collegamento.
Al solito, per gli spostamenti sul terreno e i transiti attraverso la frontiera i partigiani ricorrevano all'aiuto
dei contrabbandieri. Un breve stralcio tratto da un anonimo diario di un ufficiale partigiano appartenente a una
formazione di stanza nella val Cannobina, nell'alto Verbano, dà la misura dell'intensità raggiunta nella
collaborazione tra mondo del contrabbando e Resistenza nell'estate 1944: "Martedì 8 agosto: [...] I contrabbandieri mi portano
un biglietto del Parroco di Iunone e del Podestà di Falmenta, che vogliono parlarmi.
Giovedì 10 agosto: Alla notte arrivano i contrabbandieri portando 8 zaini di scarpe e calze [...]
Venerdì 11 agosto: [...] Giungono altri due biglietti di Virginio. Gli rispondo a mezzo contrabbandiere. Alla
sera 15 contrabbandieri passano la Frontiera per prendere la nostra
roba"67.
Se il trasporto di merce dalla Svizzera non poneva problemi di ordine morale, completamente diverso era il
discorso per il contrabbando di massa di riso dall'Italia verso la Svizzera. Tale pratica era ben poco patriottica
ed assai perniciosa, perché sottraeva beni strettamente necessari alla popolazione e ai partigiani. Per questa ragione
i comandanti di alcune formazioni partigiane adottarono provvedimenti per cercare di contrastare il fenomeno.
Durante la Repubblica dell'Ossola, mentre la giunta provvisoria di governo emanò un generico divieto di
esportazione di valuta e di merci68, la divisione "Piave" fece affiggere manifesti che minacciavano con la pena di morte chi
fosse colto in flagrante delitto di contrabbando: "Comando Militare della Zona liberata. Alcuni individui non degni
di essere italiani hanno ripreso il contrabbando di generi alimentari, tessuti ecc... verso regioni limitrofe alla zona
liberata. Sono additati al disprezzo di tutta la cittadinanza questi contrabbandieri che sottraggono per lucro
generi di prima necessità, ai nostri combattenti e alle popolazioni tutte della zona liberata. Tutti coloro che verranno
sorpresi in fragrante [sic] delitto di contrabbando o che dalle indagini risulterà che facciano tale contrabbando,
saranno passati alle armi. 20 Settembre 1944. Il Comando
militare"69.
In seguito, anche
l'8a brigata "Matteotti" decretò il divieto di contrabbando nella zona sotto suo controllo,
minacciando "gravissimi provvedimenti" ai
trasgressori70.
Ma questi proclami furono applicati in modo blando, la loro funzione fu soprattutto declamatoria. Mettendosi
in contrapposizione netta con il mondo del contrabbando, la Resistenza si sarebbe infatti irrimediabilmente
alienata il consenso popolare. Nelle regioni di frontiera il contrabbando era un tratto distintivo dell'identità locale,
un'attività tradizionale radicata e assimilata nella vita civile alla stregua di una normale professione. Non solo il
contrabbandiere non fu mai oggetto di riprovazione sociale, ma nell'immaginario popolare godeva di grandissimo prestigio.
Una campagna di moralizzazione era tanto più impensabile in un momento in cui il contrabbando fungeva
da valvola di sfogo per larghe fasce di una popolazione stremata dalle privazioni materiali. Gli stessi partigiani
erano perfettamente coscienti dello stato di necessità che spingeva a commettere il reato, come emerge da un
resoconto sulle difficoltà di vettovagliamento della brigata partigiana "Cesare Battisti", di stanza nell'alto Verbano,
redatto agli inizi di febbraio 1945: "I Comandi Superiori devono tener presente che la zona su cui gravita la Brigata
'Battisti' è la più disgraziata, essendo appoggiata al confine e interrotta dal Lago. Non esistono in zona che poche
industrie, sfruttate pure dalla 85a Brigata 'Garibaldi', chiuse dai blocchi. L'agricoltura è limitatissima, data la natura
del terreno. La popolazione vive in maggioranza coi proventi del
contrabbando"71.
Vista l'impossibilità di una ferma opposizione ai traffici illeciti, si giunse a una sorta di compromesso, con
il prelievo da parte dei partigiani di una percentuale del riso contrabbandato in
Svizzera72.
La brigata "Cesare Battisti" si spinse oltre, sfruttando il contrabbando di beni non strettamente necessari
come vera e propria forma di finanziamento, praticandolo in prima persona. È quanto apprendiamo da una relazione
del 1 febbraio 1945 sull'efficienza organizzativa della formazione, redatta dal comandante Arca: "Finora si è
arrivati alla quota spese sia spremendo gli industriali, sia con i redditi del contrabbando di materiale vario requisito e
non utilizzabile in formazione. Il primo mezzo andrà regolarizzato con lo sfruttamento da parte del Comitato di
Liberazione Nazionale di Intra per il Comando
IIo settore. Il secondo si intende di non usare in avvenire perché facile
a interpretazioni errate"73.
Da notare la reticenza con cui si parla del contrabbando, tanto che nel "Diario storico" della formazione,
redatto nell'immediato dopoguerra dallo stesso Arca, alla voce finanziamenti nessun cenno è fatto su tale pratica.
Il rapporto tra mondo del contrabbando e Resistenza non si esaurì dunque sul piano operativo con l'ingaggio
dei contrabbandieri per i servizi di guida, staffetta e trasporto materiale attraverso la frontiera, ma presentò anche
un risvolto morale. Confrontato a una pratica di "illegalismo sociale", il movimento di resistenza elabora risposte
contrastanti che vanno dalla repressione, alla tolleranza, fino alla connivenza.
Conclusione
L'aspetto più appariscente che emerge dallo studio delle vicende alla frontiera italo-elvetica, nel periodo in
cui l'Italia settentrionale fu sottoposta all'occupazione militare tedesca e al governo fascista della Repubblica
sociale italiana, è l'impressionante permeabilità del confine. Un conteggio sommario dei transiti transfrontalieri porta
a una stima di svariate decine di migliaia. La militarizzazione del confine, con il dispiegamento di importanti
apparati di sorveglianza sia sul lato italiano che, soprattutto, su quello elvetico non poté impedire l'intensa
circolazione di persone e merci provocata dall'emergenza della guerra, dalle persecuzioni e dalla miseria materiale.
L'autunno 1942 segna una svolta nell'evoluzione della seconda guerra mondiale, con la Wehrmacht che
subisce le prime grandi sconfitte. Quando viene proclamato l'armistizio italiano, l'8 settembre 1943, è chiaro a tutti che
la guerra sarà vinta dagli Alleati: alla fine delle ostilità sarà con loro che la Svizzera dovrà rendere conto del suo
operato e del suo atteggiamento nei confronti dei
profughi74. Le autorità elvetiche investono progressivamente sulla
vittoria alleata, sottraendosi dalla sfera d'influenza politica ed economica delle potenze dell'Asse e mitigando un
poco il rigore nella politica verso i profughi. Questa attenuazione fu possibile perché nel biennio 1943-1945 c'era
oramai la certezza che alla fine del conflitto i profughi avrebbero potuto essere rimpatriati. Infatti, la Svizzera non
si considerava "terra d'asilo", ma solamente paese di transito, vincolando l'accoglienza dei profughi alla
possibilità di una loro successiva rapida ri-emigrazione. Per gli ebrei l'allentamento della prassi d'asilo fu frenato da
condizionamenti antisemiti: il loro riconoscimento di rifugiati in grave pericolo giunse molto tardi, per molti troppo
tardi.
Rispetto alle autorità federali il governo ticinese mostrò maggiore apertura verso i profughi politici, ma
condivise l'atteggiamento reticente nei confronti degli ebrei. La posizione ticinese si spiega collocando la vicenda dei
rifugiati del biennio 1943-45 nel solco della politica cantonale sugli stranieri praticata prima dell'inizio della
guerra, quando la prassi per la concessione dei permessi di soggiorno era rigidissima, sia per la tutela del mercato del
lavoro sia per impedire l'inforestierimento del cantone. L'inforestierimento si misurava sul grado di assimilabilità
dello straniero basato su criteri spiccatamente etnici: facile pertanto per l'appartenenza alla medesima "stirpe"
l'integrazione degli italiani, quasi impossibile quella degli ebrei, considerati non in quanto comunità religiosa ma quasi
come razza75. Nel "Rendiconto governativo" del 1937, nella sezione riguardante l'attività del Dipartimento di
polizia, allora diretto da Enrico Celio, consigliere federale e presidente della Confederazione in carica nel 1943, si
poteva leggere che "la nostra popolazione generalmente considera l'ebreo, indipendentemente dalla sua nazionalità,
come uno straniero"76.
A partire dall'estate 1943, con la crisi politica per la destituzione di Mussolini nel luglio '43 e lo sfascio
istituzionale dopo la proclamazione dell'armistizio, l'Italia piombò in una crisi economica profondissima.
L'inflazione galoppante determinò una forte domanda di franchi svizzeri che, combinata alla domanda elvetica di
determinati beni di cui c'era penuria, come il riso, innescò un'impressionante ondata di contrabbando: riso verso la Svizzera
in cambio di valuta forte verso l'Italia. Oltre al commercio di frodo si sviluppò anche un mercato dei passaggi, con
i contrabbandieri assoldati in funzione di guida per accompagnare in Svizzera i profughi. Non mancarono i casi
di loschi figuri che, facendo leva sullo stato di necessità dei fuggiaschi, rapinarono grandi somme di denaro. Nel
periodo in esame, la frontiera italo-elvetica rappresentò dunque un'importante risorsa per traffici speculativi in grado
di mobilitare decine di migliaia di persone.
Lo studio delle vicende alla frontiera italo-elvetica ha permesso anche alcuni interessanti rilievi
sull'importanza della Svizzera, in particolare del Ticino, per le attività della Resistenza. Un'interpretazione elastica del concetto
di "neutralità", piegato opportunisticamente alle contingenze del momento, consentì agli esponenti della
Resistenza e dei servizi segreti angloamericani ampi spazi di manovra sul suolo elvetico. Per la sua posizione incuneata
nell'Italia il Ticino divenne un'importante base per l'organizzazione e la conduzione delle operazioni belliche
partigiane.
Al momento in cui la Rsi decise la ricostituzione dell'esercito ed emise i bandi di leva, per i numerosi
mobilitati si impose una difficile scelta di campo tra i due schieramenti della guerra civile
italiana77. Alcuni aderirono alla Rsi, altri si unirono ai partigiani, altri ancora elaborarono strategie di sopravvivenza per mantenersi ai margini
della guerra. Per questi ultimi, la Svizzera assunse notevole importanza come potenziale "terra d'asilo" (anche se
difficilmente e solo con stratagemmi i refrattari riuscivano a farsi accettare) e, soprattutto, come zona dove
praticare il contrabbando, attività che permetteva di ricavare mezzi per poter vivere alla macchia. Lo studio di queste
strategie di sopravvivenza in simbiosi con il confine apre interessanti prospettive di ricerca sulla cosiddetta "zona
grigia", ovvero quell'area, più o meno ampia a seconda delle varie scuole storiografiche, composta da coloro che
riuscirono ad attraversare la guerra civile italiana senza aderire a nessuna delle due parti.
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