Monica Bassotto Paltò

Donne e lavoro
Industria e immigrazione nel Biellese (1900-1930)*



L'industria laniera

L'inizio del Novecento vide l'industria laniera biellese in espansione: il problema energetico era in fase di risoluzione grazie allo sfruttamento dell'energia elettrica, "forza motrice a flusso regolare, in quantità crescente ed a prezzi concorrenziali"1, che liberò la produzione dai vincoli naturali a cui era soggetta nel periodo precedente quando "la distribuzione geografica delle imprese laniere e cotoniere in Piemonte [rivelava] in primo luogo che, a differenza di altri paesi industriali d'Europa, il peso delle condizioni naturali [continuava] qui ad essere non trascurabile [...] l'energia idraulica si [imponeva] come ragione fondamentale dell'evoluzione tessile dalla fase artigianale e mercantile a quella industriale"2.
Altro limite superato nei primi anni del secolo riguardava la tradizionale forma di gestione degli stabilimenti lanieri: nonostante il perdurare della prassi di condurre in modo diretto la propria industria (conduzione di tipo familiare), si intravvidero in questo periodo alcuni tentativi di costituire società di tipo anonimo come avvenne nel caso della Pettinatura Italiana Limited, di Vigliano, fondata da Carlo Trossi, con la partecipazione di capitale inglese, nel 1905.
La produzione cominciava a orientarsi verso l'esportazione nel tentativo di conquistare mercati poveri come la Grecia, l'India e l'Argentina, anche se il canale privilegiato di sbocco era ancora il mercato interno: "un mercato interno di tessuti di qualità molto ristretto risultava insidiato da una robusta concorrenza estera che bloccava anche le vie dell'esportazione [per ciò che riguardava il tessuto pettinato]. Una situazione completamente rovesciata si aveva invece per il tessuto cardato, di minore valore e di più largo consumo in un mercato come quello italiano dei primi anni del secolo. In questo settore l'importazione era sostanzialmente bloccata [...]: l'industria nazionale soddisfaceva in larga misura alle esigenze di stoffe a poco prezzo delle popolazioni a basso livello di reddito"3. La qualità del prodotto venduto sul mercato interno era di livello abbastanza scadente: si puntava sulla quantità e non sulla qualità in un mercato che si stava orientando verso una produzione di massa. Il nuovo tipo di produzione, che si può definire di massa, coinvolgeva una nuova generazione di industriali lanieri del Biellese (esponente di lustro risultava essere Rivetti con il suo lanificio di Vigliano) che modificò sostanzialmente le basi della produzione, sconvolgendo le tradizioni anche per quel che concerne il rapporto con i lavoratori: il tradizionale rapporto di lotta e rispetto che da sempre legava la classe padronale e gli operai (apprezzati per le loro qualità sul lavoro) subì un drastico mutamento verso un maggiore autoritarismo dei datori di lavoro, orgogliosi e severi nella difesa delle proprie prerogative sociali.
Se la nuova classe dirigente si dimostrava molto più spregiudicata della precedente, era però vero che "l'utilizzazione di una manodopera dequalificata, passiva, senza tradizioni professionali e sindacali, galeotti, ciurma e immigrati, da parte del Rivetti produceva brividi di sdegno tra i vecchi industriali, almeno come l'introduzione delle lane rigenerate nelle stoffe"4.
L'uso di tecniche più avanzate, la prassi di rapporti maggiormente formali fra lavoratori e dirigenti, la ricerca di nuovi mercati all'estero, lo sfruttamento del nascente mercato interno di massa, la volontà di puntare sulla quantità e sul ribasso dei costi di produzione (approfittando del bisogno di ingenti quote di popolazione provenienti dalle campagne): erano questi i punti salienti che tracciarono le linee dello sviluppo laniero nel primo decennio del secolo e verso la prima guerra mondiale, quando l'intera industria, accanto alla società civile, dovette affrontare un periodo molto particolare da cui però il settore laniero parve uscire addirittura rafforzato.
Il primo periodo di guerra vide l'Italia nella particolare posizione di paese neutrale, linea peraltro appoggiata dai lanieri in contrapposizione alla corrente interventista che si sviluppava nel Paese. Gli industriali vedevano nella neutralità la possibilità di concretizzare rapidamente le loro mire espansionistiche sostenuti in questo dalla promettente situazione internazionale: alla fine del 1914, con l'invasione del Belgio e l'avanzata dei tedeschi in territorio francese, le industrie delle due nazioni si trovavano in gravi difficoltà per cui la Francia stessa da grande esportatrice divenne importante importatrice di manufatti di lana.
Accanto alle pressioni che venivano esercitate sul governo per ottenere maggiori permessi di esportazione, gli industriali lavoravano per ottenere l'appoggio della classe operaia coinvolgendone gli interessi e parlando di "armoniosa collaborazione"5 nell'interesse della produzione: nel 1914 il socialista e sindacalista onorevole Quaglino chiedeva al governo di permettere l'esportazione di maglie al Maglificio Boglietti in nome dei milleduecento operai che rischiavano la disoccupazione e molti altri furono gli atti di rappresentanti operai in appoggio alla politica espansionistica perseguita dagli imprenditori.
La situazione cominciò però a modificarsi nel corso del 1915: ai primi di maggio il presidente dell'Associazione laniera scriveva una lettera ai soci in cui spiegava che "sull'invito dell'amministrazione militare questa associazione ha assunto l'incarico di eccitare gli industriali lanieri che [lavoravano] per forniture di panni militari a mettersi in grado di fornire per il mese di maggio altri 600 mila metri di panno grigio verde e metri un milione e 500 mila entro il mese di giugno, senza pregiudizio delle ulteriori forniture che potranno venire richieste"6.
Con l'ingresso in guerra dell'Italia gli industriali si videro assegnare un enorme quantitativo di lavoro per l'esercito: il consumo interno complessivo passò dai trecentoquarantamila quintali del 1915 ai cinquecentonovantamila del 1916, ma mentre il consumo civile si assestò in questo anno a centocinquantamila quintali (di molto ridotto rispetto ai trecentoquarantamila degli anni di pace) il consumo dell'esercito incideva per ben quattrocentoquarantamila quintali7. Le esportazioni vennero progressivamente bloccate per facilitare il rifornimento del mercato interno, ma i liberoscambisti imprenditori non sembravano essere troppo invasi da spirito patriottico se il Ministero della Guerra si lamentò più volte per i ritardi di consegna e la scarsa qualità dei materiali e perché "[risultava] in modo non dubbio come talune ditte [lavorassero] per conto di speculatori in stoffe di uso militare e per il comune commercio"8. Nel corso del primo inverno di guerra la qualità scadente dei materiali si rivelò pienamente e il governo, nel tentativo di scoraggiare comportamenti speculativi, si rivolse a produttori esteri (soprattutto americani) nella speranza che la palese esistenza di alternative fungesse da deterrente agli abusi.
Con il protrarsi della guerra aumentò progressivamente l'importanza strategica dell'industria laniera per cui nel 1917 si ebbe il blocco totale delle esportazioni: la potenza dei lanieri si accrebbe e di conseguenza aumentarono in questo settore le speculazioni e le frodi fiscali: la Manifattura Lane di Borgosesia dichiarò per il 1917 un utile netto di 490.000 lire e il Maglificio Boglietti, per lo stesso anno, di 800.000, ma da accertamenti fiscali si scoprì che la realtà era molto diversa e che le due industrie avevano in realtà avuto utili rispettivamente per 2.845.000 lire e 3.400.000 lire9.
L'intera situazione precipitò nel periodo successivo alla disfatta di Caporetto: il 31 ottobre 1917 il presidente dell'Associazione laniera inviava una lettera a tutti i soci nel tentativo di ottenere la loro solidarietà in un grave momento ( "Nessuno [doveva] accontentarsi di soddisfare solamente gli impegni assunti: tutti [dovevano] fare di più senza attendere invito, senza attendere eccitamenti. [...] [Si doveva] dimostrare che nel petto di ogni industriale [batteva] il cuore di un fervente patriota")10. Al mercato interno civile, che presto si sarebbe riaperto agli scambi, si rivolsero invece le mire degli imprenditori.
Il primo dopoguerra fu caratterizzato dai problemi della riconversione industriale: l'intera struttura industriale doveva essere nuovamente adeguata alla produzione caratteristica dei periodi di pace e anche nell'ambito laniero si verificò un ridimensionamento degli impianti. Il settore laniero usciva dagli anni di conflitto in una situazione che, sotto certi punti di vista, apriva nuove possibilità per il futuro: la strada delle esportazioni era stata aperta, gli impianti erano stati ingranditi e potenziati, il potere degli imprenditori nei rapporti con i dipendenti era stato rafforzato e notevoli erano i capitali raccolti attraverso le speculazioni e le frodi fiscali. Ciò non impedì comunque al settore laniero di venire coinvolto nella recessione che seguì il termine del periodo di belligeranza e, se numerose furono le ditte costrette a chiudere, un notevole ridimensionamento si registrava anche nelle aziende che riuscirono a superare la crisi.
Il potenziamento di cui erano stati oggetto gli impianti sottoposti al ferreo regime di produzione imposto dalle esigenze dell'esercito costituì un problema nel periodo successivo: "durante il periodo bellico la quantità di macchinario impiantato era infatti cresciuto notevolmente ed il mercato non era in grado di assorbire l'incremento della produzione"11. Nuovamente i lanieri insistevano per ottenere dal governo appoggi all'esportazione, in modo da smaltire le giacenze di magazzino che il mercato civile interno non era in grado di assorbire.
Per quanto concerneva l'esportazione si presentava poi il problema della qualità in quanto le esigenze militari avevano frenato il processo di miglioramento e affinamento cui si tendeva nell'anteguerra; altro problema era rappresentato dalla mancanza di una reale organizzazione di vendita nei paesi esteri, per non parlare dei vincoli posti all'esportazione nel periodo 1915-18 e non ancora aboliti e della rottura totale esistente con i paesi dell'Europa centrale.
La soluzione continuava a essere rappresentata dal mercato interno nel quale si poteva contare sull'appoggio dello Stato: molte aziende furono salvate dalle commesse statali di rifornimenti per i reduci e altrettanto importanti furono le misure protezionistiche poste in essere, mentre si dovette attendere il 1920 perché un regio decreto legge abolisse alcuni limiti all'esportazione12. Se la strategia degli imprenditori si basava sul tentativo di sfruttare pienamente il mercato interno aprendosi contemporaneamente la strada verso i traffici internazionali, diverse erano le mire del governo che perseguiva il fine di proteggere le classi meno abbienti, provate dal lungo conflitto e impoverite dallo sfruttamento subito sia al fronte che nelle fabbriche: a tale scopo si registrava il tentativo di un'azione calmieratrice dello Stato attraverso, fra l'altro, la creazione dell'Utasim (Ufficio tecnico approvvigionamenti di Stato) la cui esistenza venne da subito mal tollerata dai produttori, che lo videro come un'intromissione in affari di tipo privato e che riuscirono ad aggirarne i vincoli al punto di portarlo al fallimento nel 1920.
Con gli anni venti, che videro il progressivo e aggressivo imporsi del fascismo in Italia, gli imprenditori del settore laniero trovarono un nuovo importante alleato nella loro politica ormai evidente di sfruttamento dei lavoratori. Nella zona biellese in realtà il fascismo non ottenne mai grossi consensi né fra i lavoratori (il socialismo era ormai troppo radicato nella mentalità della regione), né fra i datori di lavoro, i quali si dichiaravano fascisti più per ottenere i vantaggi derivanti dall'appoggio dei quadri del potere e per sfruttare il regime per reprimere le sommosse operaie che non per vera convinzione politica: addirittura gli anni intorno alla metà del secondo decennio del secolo si caratterizzarono per lo scontro tra istituzioni fasciste e imprenditori, i quali non ammettevano assolutamente che venisse messo in discussione il loro potere all'interno degli edifici della produzione.
L'alleanza tra potere politico e potere economico fu sancita dal Patto Vidoni del 1925, con cui Confindustria e corporazioni fasciste si riconoscevano reciprocamente la rappresentanza esclusiva delle classi industriale e lavoratrice, anche se nel Biellese in quell'anno (per sottolineare le particolari difficoltà che qui incontrò il Pnf a affermarsi) su una popolazione di centocinquantamila persone di cui quarantamila erano lavoratori del secondario solo poco più di duemila erano gli iscritti al partito13.
Fra 1922 e 1926 si ebbe un periodo favorevole per il settore laniero che però si concluse con la grave crisi che accompagnò l'imposizione della politica deflazionistica del governo, che in quegli anni voleva ottenere la rivalutazione della lira: non pochi furono i problemi derivati ad un settore che puntava per la sua espansione sui mercati esteri anche sulla convenienza del prodotto, i cui prezzi potevano essere mantenuti competitivi grazie al basso costo della manodopera (specialmente della maggioranza di donne e bambini) e allo scarso valore della lira in confronto a valute più forti.
La soluzione degli imprenditori a tale crisi si rivelò essere la decisione di scaricare i costi della politica deflazionistica sulle maestranze: la nuova generazione dirigente, molto più spregiudicata della vecchia aristocrazia della lana, puntava sul ribasso progressivo degli stipendi per mantenere concorrenziale il prezzo dei prodotti sui mercati. I lavoratori si trovarono completamente in balia dei padroni che, non più ostacolati dal Partito socialista, ufficialmente sciolto dal regime, e di fronte all'impotenza delle sezioni e dei sindacati fascisti, non si preoccuparono di rimanere nei limiti della legalità, ma procedettero a una rapida decurtazione delle paghe senza curarsi dell'eventuale reazione politica: per opportunismo si iscrivevano al partito fascista, ma "solo una cosa interessava ai dirigenti delle aziende: che le fabbriche continuassero a lavorare e produrre senza interruzione"14.
Il Biellese, da sempre avamposto del settore tessile nazionale, fu una delle zone da cui il potere economico decise di cominciare la sua battaglia per le riduzioni salariali: era la regione in cui le paghe raggiungevano i livelli più alti e anche quella in cui più organizzata era un tempo la manodopera, per cui i grandi produttori erano coscienti che, una volta spezzata la resistenza delle valli, i nuovi contratti si sarebbero potuti imporre con facilità nel resto d'Italia. Il tentativo padronale venne coronato dal successo, anche se non mancarono i sospetti verso gli imprenditori di esagerare a loro vantaggio la crisi in atto: sicuramente e duramente colpite furono le piccole e medie imprese, ma "pesa il sospetto che parecchie ditte, approfittando delle difficoltà e riduzioni di lavoro di altre aziende, avessero attuato una tacita serrata per ampliare l'eco della crisi"15.
In quello stesso periodo si sviluppava la pratica di aprire spacci nelle fabbriche per agevolare i lavoratori e ridurre il costo della vita, che nel Biellese era fra i più alti d'Italia, ma in realtà era una manovra imprenditoriale per aggirare le richieste del regime (che si manteneva su posizioni ambigue, sostenendo l'industria, ma perseguendo una politica di tipo demagogico) che pretendeva di limitare il disagio operaio: gli spacci si rivelarono il modo adeguato di ridurre le spese a livello apparente, giustificando inoltre ulteriori riduzioni salariali.
Alla fine del 1927 la resistenza operaia era ormai fiaccata e gli industriali avevano ottenuto totale libertà d'azione a livello locale, per cui poterono godere appieno dei vantaggi derivanti dal mutamento della politica governativa una volta raggiunta "quota novanta" (relativa alla quotazione della lira nei confronti della sterlina).
Gli anni 1928-29, fino allo scoppio della crisi economica mondiale, si caratterizzarono per la ripresa produttiva e la normalizzazione dopo la recessione del periodo precedente e ciò era attestato per il Biellese dai dati riguardanti l'occupazione: nel 1926 si aveva un numero di occupati pari a 29.829, che divennero 31.249 nel '28 e 33.375 nel '2916. La successiva crisi può essere comunque considerata uno spartiacque per il tessile che "pur rimanendo uno dei punti di forza dell'apparato produttivo italiano, scivolò su posizioni di secondaria importanza da cui non riuscì più a riprendersi"17; il governo puntò, negli anni trenta, su settori diversi nel tentativo di portare l'Italia al pari delle altre nazioni industriali europee, su settori che inoltre si erano dimostrati più "malleabili" di quanto non lo fosse il laniero, caratterizzato da scarsa fede politica fascista e dominato da una potente classe imprenditoriale.
Il tessile, ed in particolare il settore laniero, rivestirono ancora a lungo notevole importanza nell'ambito dell'industria italiana, mantenendo spesso caratteristiche in qualche modo arcaiche: non vi si attestò per lungo tempo la presenza di grandi concentrazioni industriali o di organismi colossali, ma decine di stabilimenti di medie dimensioni gestiti in modo diretto dagli stessi proprietari, sia dal punto di vista amministrativo che da quello tecnico, e questo valeva anche nei casi in cui la forma giuridica fosse quella della società anonima.
Giulio Caucino, iscrittosi al Pnf nel 1926 e decisamente favorevole alla politica imprenditoriale di quel periodo, forniva, in occasione della visita del duce nelle valli biellesi nel 1938, alcuni dati riguardanti la situazione industriale alla fine del 1937: su un totale di 764 aziende con 50.280 operai erano ben 293 le ditte operanti nell'ambito del tessile (occupanti 39.254 lavoratori) e di queste 238 erano le aziende laniere per un totale di 34.561 addetti18.
Il periodo fra le due guerre costituì senz'altro una dura prova per l'industria locale, una prova che, stando a Caucino, venne superata senza provocare danni irreparabili (sempre se ci si riferisce all'apparato industriale e non ai lavoratori che pagarono realmente la crisi): il fulcro rimasero le valli del Sessera, del Ponzone, dello Strona e la città di Biella con il circondario, ma notevoli furono anche i cambiamenti derivanti dal sempre più diffuso uso di energia elettrica (che permise maggiore libertà nella scelta dei siti per le fabbriche), dalla spregiudicatezza che fin dagli albori del secolo caratterizzò la nuova classe dirigente e dal sopraggiungere in numero sempre maggiore di lavoratori da altre zone della nazione.

Lavoratori e lavoratrici

"La maestranza delle fabbriche di lana della Val Sessera, della Valle di Mosso ed anche in parte del basso Biellese non appartiene al proletariato di cui siamo abituati a vedere gli esemplari nelle grandi città, ma recluta i suoi membri fra quello che si potrebbe chiamare piccolo proprietario agricolo"19. In queste parole di Luigi Einaudi, che risalgono alla fine del secolo scorso, si può cogliere un quadro molto realistico di quella che era l'effettiva posizione della grande maggioranza della popolazione di fabbrica della regione: i veri e semplici proletari cominciarono ad esistere in zona solo dopo l'arrivo degli immigrati che giungevano da zone povere e prevalentemente agricole in cui la figura del piccolo proprietario veniva progressivamente sostituita da quella del bracciante salariato.
I biellesi erano in realtà discendenti di famiglie legate ad attività non sempre e non prevalentemente agricole, anche se la terra, almeno fino al progressivo parcellizzarsi dei terreni in semplici orti, come in effetti avvenne nella seconda metà dell'Ottocento, mantenne una notevole importanza in quanto fonte di sussistenza e di eventuali guadagni nei periodi di crisi del mercato dei prodotti tessili: la maggioranza era ancora, agli albori del secolo, proprietaria dell'abitazione e molto spesso anche di piccoli orti o di animali ed erano i propri prodotti la base della sussistenza della stragrande maggioranza delle famiglie; oltre a ciò non va neppure dimenticata la lunga e stabile tradizione delle valli rispetto al lavoro a domicilio: le stesse famiglie di imprenditori avevano molto spesso cominciato la loro attività in casa con un unico telaio e con l'intenzione di produrre panni che, al mercato, si sarebbero potuti vendere in cambio di generi alimentari.
I biellesi non avevano la necessità impellente di entrare in fabbrica per garantire a se stessi e alle proprie famiglie la sopravvivenza, ma l'ingresso negli stabilimenti garantiva loro più alti introiti e continuità nel lavoro: molto diversa fu la situazione che si venne a creare con il progresso tecnologico che si compì dagli anni cinquanta dell'Ottocento (periodo caratterizzato dall'accentramento in fabbrica) e si impose definitivamente con la meccanizzazione della tessitura (processo doloroso e costellato di duri scontri fra operai e datori di lavoro); agli albori del nostro secolo né la terra, né il lavoro a domicilio (da sempre sostenuto dalle commesse provenienti da "una miriade di piccoli laboratori e di aziende semiartigianali"20 ormai sconfitte dalle fabbriche moderne) riuscivano a garantire quella diversificazione delle fonti di reddito che il proletariato biellese aveva sempre perseguito ed il salario divenne l'unica fonte di reddito di famiglie ormai dipendenti dal lavoro industriale.
La continua e precoce frequenza all'interno delle diverse aziende e l'abitudine alla fabbrica e alla produzione in senso moderno resero però i proletari delle vallate coscienti della propria situazione e pronti a combattere per i propri diritti più presto rispetto a quanto accadde nel resto della penisola. Precoci furono le forme più o meno organizzate di protesta: alle società di mutuo soccorso attive nel corso del secolo scorso (fra cui si ricorda quella di Croce Mosso) si affiancò, già nel 1901, la Camera del lavoro socialista biellese.
La zona fu per molti versi il banco di prova dell'industrializzazione italiana; qui si ponevano e si discutevano problemi che, alla fine del secolo scorso, coinvolgevano le opinioni pubbliche inglesi e francesi: "Chi si ferma alquanto nei villaggi industriali del Biellese osserva dei sintomi di un grave malessere sociale, che formano l'appendice quasi inseparabile del sorgere della industria moderna accentrata. Non mi fu dato - affermava Einaudi - accertarmi se nelle fabbriche lavorino fanciulli di età inferiore al limite legale; è certo però che in mezzo ai telai si vedono molte, forse troppe donne, e molti, forse troppi ragazzi. Le giovani nubili conservano i bei colori della giovinezza, ma le donne maritate hanno un colore pallido, caratteristico degli operai di fabbrica, ed alcune hanno forme troppo esili per poter essere madri di una figliolanza sana e robusta. E talune tristi cifre, tratte dalle statistiche della leva, fanno temere che si vada incontro ad una spaventevole degenerazione fisica delle classi operaie, simile a quella che fece fremere l'Inghilterra della prima metà del nostro secolo e fu arma potente per poter ottenere una severa legislazione sul lavoro delle donne e dei fanciulli. [...] Effetto del lavoro delle donne che deturpa gli organi materni ed impedisce il regolare svolgersi della gravidanza e della convalescenza, e del lavoro dei fanciulli che ne impedisce lo sviluppo fisico, dicono gli operai ed anche altre persone imparziali ed autorevoli. Effetti dei vizi e del troppo bere affermano gli industriali"21.
La pratica di giustificare i mutati rapporti tra industriali e operai, resisi sempre più aspri, alla dissolutezza e ai vizi del proletariato risaliva all'Ottocento: la Commissione parlamentare d'inchiesta sugli scioperi che giunse nel Biellese nel 1878, a seguito delle numerose manifestazioni provocate dal tentativo padronale di imporre un nuovo regolamento, non accolse la tesi sostenuta dai tessitori secondo cui le frequenti assenze dal lavoro trovavano giustificazione nella necessità di seguire i lavori agricoli, ma si soffermò sul degrado morale della classe proletaria e sul deplorevole vizio della bettola (definita già da tempo "cassa di risparmio degli operai"). Indicativo della situazione sociale in cui il conflitto avveniva è la tesi sostenuta dai lavoratori, i quali "avevano infatti invocato una norma da sempre vigente nella comunità, quella che difendeva il diritto di tutti di avere accesso e sfruttare una risorsa considerata fondamentale per l'equilibrio di vita di ogni famiglia, la terra"22.
Le conclusioni cui giunse invece la Commissione palesavano la radicata mentalità borghese e padronale che vedeva gli scioperi come un "fenomeno [...] fondamentalmente incomprensibile"23 ed infatti "nel contesto descritto, gli scioperi [apparivano] il frutto della coercizione esercitata da una minoranza sulla maggioranza dei lavoratori, cioè come l'esatto contrario del libero e pacifico esercizio del diritto di coalizione"24.
Le astensioni dal lavoro del primo Novecento muovevano prevalentemente da richieste di aumenti salariali non accordati, ma vi erano anche altre motivazioni legate alle condizioni di lavoro nelle fabbriche ed ai rapporti di potere e disciplinari all'interno degli stabilimenti. Spesso gli scioperi partivano da un'unica azienda per poi diffondersi in altre ditte: in questo senso ci si trovava molto spesso di fronte ai cosiddetti scioperi di solidarietà; un esempio di tale pratica si ebbe nel 1901: le tessitrici della ditta Cerruti di Biella si astennero dal lavoro ed il datore di lavoro si rivolse alle organizzazioni degli imprenditori per avere aiuto, aiuto che ricevette e che si concretizzò nell'impegno da parte degli altri industriali a proseguire il lavoro della ditta nei loro stabilimenti; automaticamente per solidarietà entrarono in sciopero gli opifici ai quali giunse tale lavoro, in quanto gli operai si rifiutavano di svolgerlo per non danneggiare le loro compagne in difficoltà. Nonostante lo sciopero non avesse avuto un esito positivo per le maestranze, esso evidenziò l'unione esistente all'interno della classe lavoratrice biellese, unione che permise al socialismo di incontrare minori difficoltà di organizzazione del proletariato.
La partecipazione attiva delle donne alle manifestazioni dei lavoratori risale agli anni settanta dell'Ottocento, quando nelle fabbriche vennero introdotti i telai meccanici: la macchina richiedeva minor sforzo fisico per cui furono assunte molte donne in sostituzione dei più esigenti tessitori a mano, i quali si resero subito conto della necessità di organizzare la manodopera femminile che, peraltro, fino ad allora non era stata indifferente, ma aveva sempre sostenuto con il proprio appoggio economico gli scioperi maschili.
Nell'ultimo ventennio del secolo scorso la partecipazione femminile si rese indispensabile al movimento dei lavoratori anche in conseguenza dell'elevarsi del loro numero negli stabilimenti tessili; le donne assunsero un ruolo sempre più attivo, caratterizzato però dall'assenza di un coinvolgimento politico. Le lavoratrici agivano perlopiù al di fuori delle organizzazioni (soprattutto per quel che riguarda la prima parte del secolo) ma la loro partecipazione sia in appoggio di padri, fratelli e mariti, sia in prima persona era fuori discussione: la spontanea astensione dal lavoro delle donne nel cotonificio Poma di Occhieppo Inferiore nel 1900 portò all'arresto di molti operai e, fra loro, vi erano quindici donne: tra tutti coloro che vennero fermati solo tredici donne scontarono dai tre ai dieci giorni in carcere per attentato alla libertà del lavoro.
Ruolo importante che la manodopera femminile ricopriva durante le lotte operaie era quello di forza lavoro di riserva ed infatti quando, nel 1908, scoppiarono diversi scioperi prolungati nel tempo le donne diedero il loro contributo: si voleva a tutti i costi il riconoscimento delle organizzazioni dei lavoratori sia come interlocutori autorizzati e rappresentativi nelle trattative con gli industriali (che per ovvie ragioni preferivano discutere le paghe direttamente con gli operai), sia per quel che riguardava il collocamento.
Lo sciopero interessò inizialmente la zona di Andorno, si diffuse rapidamente nelle vallate e si prolungò a lungo colpendo le famiglie degli scioperanti; le donne fornirono il loro appoggio ed il necessario sostegno economico mettendo a disposizione le proprie risorse, e sul "Corriere Biellese" si leggeva: "A giorni sessanta donne partiranno per la Lombardia, e anche i bambini degli scioperanti saranno consegnati a famiglie che ne faranno richiesta alla Camera del Lavoro"25.
Ad Andorno si ottenne una commissione operaia interna agli stabilimenti, ma a Mongrando la sconfitta costrinse i lavoratori a dover accettare l'obbligo a finire il lavoro prima di iniziare uno sciopero: la presenza delle leghe industriali con la loro forza economica rendeva estremamente difficoltosa la lotta proletaria.
La vivacità femminile nella regione era attestata anche dalla partecipazione attiva delle donne su questioni che le riguardavano in prima persona come ad esempio la discussione sul problema di una legislazione del lavoro che tenesse conto dei loro molteplici compiti, per cui se il "Corriere Biellese" pubblicava in merito l'opinione di un uomo ("Per voi o donne, che siete più degli uomini disgraziate, per voi, che oltre d'essere come noi, schiave del capitalismo, e dell'ingiusto sistema sociale, siete soggette ai voleri dell'uomo [...]. A noi sta il dovere, invece d'imprecare alle donne che ci fanno concorrenza, di reclamare fortemente: a ugual lavoro uguale salario, tanto per noi come per le donne e pretendere i dovuti riguardi a quest'essere gentile, nel periodo di quella grande e nobile funzione che è la procreazione"26), vi si trovava anche lo scritto di una donna che, tra l'altro, fu uno dei primi pubblicati: "Non venitemi a dire che contro queste ingiustizie, questi soprusi padronali noi donne, non possiamo far nulla.
No. Possiamo benissimo essere una forza nella lotta pel diritto all'esistenza e far sentire impavide, la nostra voce. Questa diverrà forte e temuta dai nostri padroni quando s'assocerà a migliaia di altre voci, quando nel nostro animo femminile sarà penetrato il dovere di lottare. Perciò io dico, agitiamoci che il momento è opportuno, se vogliamo che la buona iniziativa dei deputati socialisti non sia opera vana"27.
La questione della donna era considerata nel Biellese un aspetto fondamentale della lotta proletaria in quanto l'appoggio di quella che in realtà era una parte consistente della forza lavoro presente in zona non poteva assolutamente essere considerato superfluo, per cui dalle pagine del giornale socialista veniva spesso riproposta: la donna "non [doveva] rimanere in seconda linea [perché se] la fabbrica [aveva] distrutto il tipo dell'antica famiglia presso di noi ed [aveva] chiamato decine di migliaia di donne alle fabbriche [...] queste donne [sentivano] che la loro posizione di salariate, di cittadine non [era] diversa da quella degli uomini. Le nostre Leghe di resistenza [abbondavano] di elemento femminile"28; le si incoraggiava a partecipare al dibattito riguardo la questione del diritto di voto e si chiedeva "il loro appoggio entusiasta, come l'[avevano] dato - e più degli uomini - in agitazioni di interesse proletario e sociale". L'attenzione locale verso la condizione femminile era tale da giustificare l'ipotesi di Luigi Moranino secondo cui i socialisti biellesi facevano per le donne molto più di quanto riuscisse o volesse fare il partito a Roma29.
Le donne erano dunque molto coinvolte soprattutto dal lato delle rivendicazioni sociali e salariali e molto meno sul piano politico, ma questo era comprensibile in quanto mentre il sociale e l'economico venivano a toccarle in prima persona, il politico era loro negato in partenza con la non concessione del diritto di voto.
Facendo riferimento ad una statistica elaborata dall'Annuario scolastico dell' Ufficio di igiene sulle "cause di morte per condizione e professione della donna al di sopra dei quindici anni" per Torino30, ma il cui significato andava verosimilmente al di là dei confini del capoluogo subalpino, si può capire quali fossero i problemi che interessavano le donne proletarie: le percentuali di morti per tisi risultavano palesemente legate alla condizione sociale e all'occupazione; spingere le donne alla lotta attiva non fu difficile in quanto loro stesse verificavano ogni giorno, sui loro corpi e su quelli dei figli, i pericoli connessi alle dure condizioni di lavoro nelle fabbriche, ma organizzarle e politicizzarle non fu impresa altrettanto semplice.
Durante il secolo però si sviluppò anche fra le donne, coinvolgendo un numero di ragazze sempre più elevato, l'esigenza di sentirsi parte attiva del movimento dei lavoratori, come appariva da un articolo che il "Corriere Biellese" pubblicava il 19 maggio 1911, a firma "Lega tessile", che così si pronunciava31: "La necessità dell'organizzazione della donna non è sentita dai migliori compagni nostri e, anzi, è troppo trascurata". A seguito di tale polemica fu la Camera del lavoro nell'ordine del giorno del suo Congresso dello stesso anno a farsi carico ufficialmente della questione dell'organizzazione femminile: si chiedeva a padri e mariti di organizzare le loro donne iscrivendole alla lega, ma non esisteva ancora la reale volontà di renderle partecipi in ambito politico e decisionale, si tentava semplicemente di trovare un rimedio, un modo per sottrarre il sesso debole all'influenza clericale nel timore che tale influenza potesse danneggiare l'intero movimento dei lavoratori.
Un fatto nuovo accadde con la nomina a direttore del "Corriere Biellese" di Riccardo Momigliano32. Il giornale era da sempre portavoce dei socialisti, ma con questa nomina si fece ancor più interessante per lo spazio che, sempre più abbondante, concesse alle donne nella rubrica "La Tribuna delle Donne"; il giornale era di per sé di notevole importanza in una zona ove sui tre collegi elettorali di Biella, Cossato e Santhià la maggioranza dei voti dell'anno 1913 andarono proprio al partito dei lavoratori, ma con Momigliano e sua moglie Tilde si verificò un'evidente apertura verso le donne.
Tilde Momigliano fu una figura importantissima per quel che concerneva l'organizzazione femminile nel Biellese: nata ad Alessandria nel 1881 si iscrisse giovanissima al Partito socialista nel 1895; dal 1912 fu nel Biellese accanto al marito e si occupò delle sezioni femminili del partito: la prima sezione femminile fu istituita il 19 maggio 1916 ed il 24 ottobre 1916 il "Corriere Biellese" poteva scrivere "16 sezioni femminili, con oltre 300 iscritte debitamente tesserate"33. Il carisma di Tilde Momigliano ed il suo serio impegno nel tentativo di coinvolgere il sesso femminile in quelle che erano le problematiche anche politiche in relazione alla condizione delle donne ed al riconoscimento per loro degli stessi diritti di cui godevano gli uomini permisero al movimento femminista del Biellese di essere molto attivo e produttivo. Così la ricordava nel 1980 Regina Furno di Vigliano: "A mia figlia ho messo il nome della figlia della Momigliano [...] La Momigliano l'ho conosciuta molto bene [...] con Tilde giravo in tutti i paesi [...] e quando io andavo con lei nelle sezioni, parlava dell'uguaglianza delle donne e degli uomini. E le donne su questo erano tutte d'accordo"34.
I risultati effettivamente furono ottenuti sia nel senso di una sempre più vasta partecipazione femminile, sia per quel che concerneva le conquiste sul piano del riconoscimento dell'esistenza di una seconda componente del movimento operaio: il Congresso socialista biellese del 1917 decise di concedere il voto deliberativo alle donne. La crisi sopraggiunse nel momento in cui, al II Congresso del movimento femminile socialista, tenutosi il 20 ottobre 1917, si votò all'unanimità la fusione con le forze maschili in sezione unica: la perdita di autonomia provocò nelle donne un progressivo disinteresse dovuto anche al fatto che, con il ritorno dei reduci di guerra, gli uomini ripresero possesso delle loro posizioni di controllo e di dirigenza; e, fatto emblematico, la stessa Tilde Momigliano scomparve dalla scena politica nel maggio 1918.
Il proletariato biellese visse un momento molto particolare negli anni del primo conflitto mondiale: nel Biellese, zona da sempre caratterizzata da sentimenti antimilitaristi e anticlericali, si accese la polemica contro la guerra e fu una protesta che coinvolse in particolar modo gli animi femminili per cui il "Corriere Biellese" (giornale socialista contrario al conflitto) ospitò in quegli anni molti scritti di donne che condannavano la partecipazione italiana alla prima guerra mondiale. Nonostante questo l'Italia entrò in guerra il 24 maggio 1915 e le operaie si trovarono a dover affrontare privazioni, lutti e sacrifici, ma questo le rese più coscienti sul piano politico e più attive e intraprendenti nei rapporti con i datori di lavoro.
La situazione era estremamente delicata: se già in precedenza e cioè nell'agosto del 1909 veniva pubblicato dal "Corriere Biellese" un articolo riguardo un rapporto degli ispettori governativi del circolo di Torino secondo cui "i relatori concordi, subito [constatavano] che questa legge [sul lavoro di donne e bambini] nel Biellese [era] meno rispettata che quella [sugli] infortuni"35, l'edizione del 10 marzo 1916 riportava una corrispondenza di Germano d'Eriva, di Coggiola, che sottolineava come "in tutti gli stabilimenti lanieri biellesi si [fosse] abolita di fatto ogni legge sul lavoro notturno dei ragazzi e delle donne". E, prosegue l'articolo, "basta a convincere di ciò chi non credesse, che si pigliasse la briga di mettersi alle sette del mattino fuori di uno stabilimento laniero e vedere uscire piccoli bambini e bambine e donne che entro quelle mura vi ebbero a trascorrere dodici ore di lavoro [...]. Poiché la fame batte alle nostre porte per la forzata requisizione dei nostri uomini ci piegano a lavorare di notte e con tutti gli orari che ci sono"36.
Le difficoltà chiaramente si moltiplicavano per coloro che si trovavano in posizioni precarie in quanto l'industria biellese subiva i contraccolpi della guerra come si poteva intuire dalle pagine del "Corriere Biellese": "Centinaia e centinaia di famiglie erano qui immigrate da ogni parte d'Italia a chiedere lavoro, la vita, ed oggi che il lavoro si arresta, la vita, principalmente per questi, è molto precaria"37.
Le donne della regione però non si scoraggiavano, anzi continuavano a combattere le loro battaglie coscienti che al momento la responsabilità gravava su di loro: "Il peso dell'organizzazione in fabbrica e quello politico fuori era tutto sulle spalle delle donne; le quali oltre ad essere state all'altezza della situazione per la loro combattività e per il loro spirito di sacrificio, si erano dimostrate capaci, non solo di sostituire gli uomini, ma anche di superarli, sia in campo sindacale, per i successi economici ottenuti e per il numero di iscritti alle leghe, che in campo politico e propagandistico, tanto da raggiungere risultati che potevano essere invidiati anche dai compagni adulti. [Per adulti si intendevano i compagni maschi maggiorenni]"38.
Numerosi furono in effetti i successi riportati: diversi scioperi vittoriosi e la cosiddetta parificazione per cui le tariffe di tessitura della valle Strona (le più alte del circondario) vennero estese a tutte le fabbriche del Biellese aderenti alla lega, anche se in molti casi il rispetto di tale convenzione si ottenne solo con il ricorso allo sciopero.

Naturalmente in una zona in cui il proletariato era così cosciente, unito e consapevole dei propri diritti e delle proprie possibilità i nuovi arrivati, provenissero dalle vicine valli della Valsesia, dalle pianure piemontesi o dall'Est Italia, furono inizialmente mal visti per la loro totale disponibilità al lavoro a qualunque condizione, che spesso rasentava il crumiraggio, e spesso fu loro attribuito il nome infamante di "beduini", epiteto che corrisponde ad una sanzione sociale risalente al passato con cui le comunità erano solite indicare sia gli operai che si opponevano o ostacolavano gli scioperi, sia gli industriali che si macchiavano di gravi colpe sociali.
Nel giudicare il rapporto fra vecchia classe lavoratrice biellese e immigrati si deve però dare giusto risalto ai mutamenti che, fra la fine della prima guerra mondiale e gli anni venti, interessarono la penisola.
Dopo gli scioperi del biennio rosso e con l'affermarsi del fascismo si ebbe una graduale fusione fra interessi politici ed economici: come già ricordato in precedenza, gli imprenditori biellesi sfruttarono il potere fascista per imporre la loro totale supremazia nei rapporti all'interno delle fabbriche. La manodopera vide ridursi progressivamente le proprie possibilità di salvaguardia del tenore di vita: la crisi deflazionistica fu scaricata sulla classe lavoratrice attraverso l'aumento della durata della giornata lavorativa e il progressivo ridimensionamento dei salari. I sindacati fascisti non erano in condizione di opporsi e il Partito socialista era stato sciolto, per cui l'unico partito della zona, organizzato clandestinamente, risultava essere il Partito comunista, che creò nelle fabbriche comitati di agitazione che accettavano i lavoratori a prescindere dalla loro precedente appartenenza al partito stesso. La lotta proletaria riguardava sostanzialmente la difesa delle paghe, ma troppo era ormai il potere padronale (spesso il licenziamento era l'alternativa all'accettazione delle decurtazioni salariali) per cui lo stesso Partito comunista, nell'impossibilità di agire a favore dei lavoratori, scomparve dalla scena locale verso la fine degli anni venti.
Alla luce di quanto sopra descritto si comprendono meglio le motivazioni delle popolazioni biellesi e il loro astio verso gli immigrati: le possibilità di sostenere i propri diritti sul luogo di lavoro si erano quasi del tutto annullate e la presenza di sempre maggiori quantità di manodopera a basso costo e disposta a lavorare ad ogni condizione rendevano la concorrenza interna alle maestranze molto dura a tutto vantaggio di imprenditori spregiudicati che certo sapevano come sfruttare tale situazione.

Problemi connessi ai flussi migratori

Problemi di carattere economico e demografico

Il fenomeno delle migrazioni interne che interessò il Biellese come polo industriale di attrazione già nel secolo scorso, ma che si sviluppò progressivamente nel corso del ventesimo secolo, può essere indagato dal punto di vista economico inserendolo nel quadro più generale dei problemi di spostamento e di movimento delle risorse. Molto spesso infatti la dilatazione dei centri industriali è conseguenza più dell'immigrazione di forza lavoro che non dello spostamento occupazionale o del naturale accrescimento della popolazione originaria: "Verso cosifatti centri di lavoro affluiscono torrenti di persone partenti da zone di vita economico-sociale meno dinamica o addirittura depresse e comunque sovrapopolate, che vanno a progressivamente ingigantire il nucleo demografico in pieno sviluppo industriale, attratti da possibilità valutate talvolta anche al di là del giusto"39.
Per le migrazioni si può parlare di spostamento di risorse in riferimento alla risorsa lavoro, poiché l'uomo, in quanto fonte del fattore lavoro, è una risorsa: il profilo economico più evidente del problema delle migrazioni è dato dallo spostamento di questa risorsa ai fini della massima efficienza del sistema economico. Per efficienza si intende: "In un regime di libertà di mercato, il fatto che le risorse possano liberamente affluire alle zone ove il loro compenso è maggiore da quelle ove esso è minore (a volte il confronto è con luoghi ove il compenso è nullo, perché non v'è domanda di lavoro) migliora l'efficienza del sistema economico, portando i fattori produttivi da luoghi ove rendevano di meno o rimanevano oziosi, a luoghi ove essi rendono di più"40.
Lo spostamento in effetti rompe un equilibrio esistente ed è il risultato del contrasto fra due tendenze contrapposte: da un lato vi è il fine economico di accrescere il reddito nazionale e dall'altro il fine extra economico di permettere, anche a spese della collettività, agli abitanti di zone depresse di rimanere nella loro comunità; si ha scontro fra due diverse esigenze e tra i fini di soggetti diversi: si scontrano i sentimenti di chi non vorrebbe essere costretto a lasciare la terra d'origine e gli interessi materiali di consumatori e produttori che risulterebbero danneggiati dalla mancata migrazione. Naturalmente è l'esigenza di potersi conquistare il necessario per vivere a dominare le scelte dei diversi soggetti per cui, in assenza di un vero interesse a rivitalizzare le zone depresse, la manodopera si sposterà verso le regioni in cui il lavoro è abbondante.
La migrazione provoca profondi cambiamenti nella situazione non solo del lavoratore che si sposta, ma anche nelle regioni interessate sia dalla partenza che dall'arrivo di consistenti quote di popolazione: il lavoratore si trova ad affrontare costi economici di trasferimento (che sono più alti nel caso di una migrazione permanente) e costi non valutabili e quantificabili inerenti alla questione dell'integrazione in nuove realtà, ma conquista la possibilità di ottenere maggiori guadagni e di migliorare la propria posizione sociale; diverse sono le conseguenze di tali spostamenti sulle imprese, le quali, di contro ai vantaggi dovuti all'affluire di contingenti di manodopera a basso costo, devono affrontare i problemi del reclutamento e della formazione di masse contadine che, all'inizio del secolo, dovevano essere formate sia in relazione al nuovo lavoro, sia per quel che concerneva l'adattamento ai tempi, alla disciplina e alla mentalità richieste dalla fabbrica; per quel che riguardava il reclutamento i costi venivano ridotti al minimo nella prassi biellese poiché, come si può rilevare dalle testimonianze, "gli industriali fermavano per la strada gli operai che godevano fama di essere capaci e li invitavano a trasferirsi nel loro stabilimento, offrendo loro qualche soldo in più di salario"41. Inoltre, le spese di formazione erano ridotte al minimo in conseguenza del fatto che esisteva un bacino di manodopera già relativamente qualificata nelle vallate della zona, il che consentiva di utilizzare i nuovi arrivati come operai generici.
I costi più alti nel caso delle migrazioni sono pagati dai paesi d'origine, dalle zone depresse, che se vedono ridursi disoccupazione e povertà, perdono enormi capitali umani, in quanto solitamente è la parte più giovane della popolazione che affronta il viaggio verso il nuovo lavoro. Per quel che concerne invece i luoghi di arrivo, in questo caso il Biellese, i problemi creati dai flussi migratori riguardavano sostanzialmente la necessità di creare e migliorare le infrastrutture ed i servizi (al 1906 risale l'inizio dei lavori per la costruzione della ferrovia della Valsessera, mentre già dal 1883 è in funzione la linea Novara-Varallo), ma di contro si ha un nuovo apporto umano e culturale (necessario alle valli chiuse ed in fondo scarsamente popolate della zona), un possibile rinvigorimento della popolazione (le giovani venete e friulane sono ancora ricordate come ragazze alte, forti ed in salute, dalle guance rosse, segno distintivo della vita all'aria aperta che avevano fino ad allora condotto e sono in molti, tra coloro che ricordano l'epoca del loro arrivo, a sostenere che fu un bene per la popolazione biellese, indebolita dal lavoro di fabbrica, potersi fondere con i nuovi arrivati) e infine la possibilità per gli autoctoni di veder migliorare la loro posizione sociale (gli immigrati venivano considerati comunque inferiori e ciò permise, come in altre zone d'immigrazione, un almeno apparente miglioramento della condizione delle classi proletarie).
All'inizio del nostro secolo l'emigrazione era prevalentemente fuga dalla fame: i primi flussi migratori interessavano quote di popolazione residente in zone limitrofe ai comuni caratterizzati da sviluppo industriale; i primi arrivi riguardavano abitanti delle montagne e delle pianure agricole situate sempre nel Biellese e nelle vicine regioni del Novarese e del Vercellese. Lo spostamento di pastori ed agricoltori verso gli stabilimenti dei fondovalle e delle pianure intorno a Biella risaliva all'Ottocento, ma, come sosteneva Beppe Mongilardi, ancora per tutto il secolo scorso, questo non provocò lo spopolamento degli antichi insediamenti: "L'industrialismo, che [stava] sorgendo nella nostra regione non [aveva] ancora distratto le popolazioni montane né quelle agricole, oppure anche se - come meglio appare dall'esame di altri comuni - i pastori e i contadini d'un tempo si [erano] mutati in operai, essi [erano] egualmente rimasti fedeli alle loro borgate scendendo al mattino negli opifici dei paesi vicini e risalendo alla sera negli aviti casolari"42.
Sempre facendo riferimento all'analisi compiuta intorno agli anni trenta del secolo da Mongilardi possiamo notare come al censimento del 1901 molti comuni avessero raggiunto il massimo di espansione della popolazione e fossero destinati, negli anni successivi, a una definitiva decadenza demografica, mentre i comuni a sviluppo industriale videro crescere il numero delle presenze in loco progressivamente di anno in anno.
Tra 1901 e 1931 i comuni montani ed agricoli di pianura si spopolarono ed era soprattutto la parte più giovane e vitale ad abbandonare gli antichi paesi: molti di costoro tentavano la fortuna all'estero, ma una quota consistente cominciava a trasferirsi e stabilirsi definitivamente nei pressi dei comuni industriali, che addirittura richiamavano manodopera da altri luoghi d'Italia.
Tra le cause di questo fenomeno si registravano il desiderio di avvicinarsi a città e centri maggiori per godere delle maggiori opportunità che offrivano; la mancanza di mezzi di comunicazione e la povertà dei pubblici servizi delle zone montane, tanto più pesante se si tiene conto della situazione in cui si trovavano invece i paesi in espansione: "La fascia che si [stendeva] lungo la tramvia Mongrando-Biella e la ferrovia Biella-Valle Mosso che [ricopriva] i fianchi ed il fondo delle valli del Ponzone e del Sessera e che si [allargava] nei dintorni di Biella da Andorno a Ponderano e Candelo [era] zona che [registrava] forte aumento demografico ed [era] una delle zone relativamente più popolate d'Italia"43; la migliore retribuzione garantita dal lavoro industriale e la pressione fiscale che invece caratterizzava altre attività "tutte queste cause [portarono] ad abbandonare più facilmente la terra ed il mestiere dei padri, [fosse] esso la pastorizia, l'agricoltura o l'artigianato ed a tramutare pastori, contadini ed artigiani in operai che - l'ho sentito io stesso dire tante volte - almeno non [pagavano] né ricchezza mobile, né reddito agrario"44.
Il mutamento e l'aumento della popolazione nei comuni a più forte sviluppo industriale era indubbio ed evidente dai dati a disposizione: Biella, ad esempio, nel 1859 era per popolazione la ventesima città del Piemonte, mentre allo scadere del primo trentennio del Novecento era divenuta la settima dopo Torino, Alessandria, Novara, Asti, Vercelli e Cuneo. L'arrivo in queste zone di masse di lavoratori inizialmente da territori limitrofi e successivamente da regioni sempre più distanti era attestato anche dai dati riguardanti l'occupazione: prendendo in esame i dati relativi ai censimenti si nota come, se nel 1901 la quota di occupati nel Biellese era del 70 per cento contro il 56 per cento del Piemonte, ancora vent'anni dopo si mantenesse inalterata (nonostante la forte spinta migratoria verso l'estero caratteristica della zona e le perdite subite durante la guerra) contro il 54 per cento del Piemonte.
Si registrava anche un elevato tasso di attività femminile che rimaneva costantemente sopra il 50 per cento della popolazione, evento questo imputabile sicuramente ed in buona misura all'influenza del lavoro a domicilio in una regione in cui molte delle donne che si definivano casalinghe in realtà contribuivano al bilancio familiare adattandosi a diverse attività che potevano spaziare dalla cura dell'orto e delle bestie e al lavoro, quando se ne avevano i mezzi, al telaio a mano ancora presente in molte case.
Già dai primi anni del secolo il peso della popolazione attiva nell'industria era notevolmente superiore alla percentuale degli addetti all'agricoltura e nel 1921 abbiamo un 57 per cento di impiegati nell'industria contro un 32 per cento di addetti all'agricoltura45.

La questione dell'integrazione all'inizio del secolo
Quando si parla di problemi legati alle migrazioni in relazione alla zona biellese non va dimenticata la peculiarità di un territorio che vide svilupparsi contemporaneamente i due fenomeni di immigrazione ed emigrazione: se infatti notevole fu il processo per cui verso gli opifici della regione si diressero masse consistenti di popolazione agricola anche da regioni relativamente lontane come il Veneto ed il Friuli, altrettanto degno di nota era il fenomeno dell'emigrazione verso l'estero di una grande quantità di biellesi, soprattutto operai edili che si recavano nella vicina Francia.
Per quel che concerne l'immigrazione l'analisi deve tenere conto del problema dell'integrazione in una zona che aveva un suo passato di progressivo sviluppo industriale a cui i nuovi arrivati dovettero adeguarsi e non senza fatica. Secondo Morosini46 sono quattro le fasi attraverso le quali avviene l'inserimento nella nuova comunità: inizialmente, trovata o no un'occupazione, si ha una pronta accettazione degli elementi materiali come i beni di consumo o gli strumenti di lavoro (e, nel caso biellese, si notava anche un pronto adeguamento riguardante il controllo e la riduzione delle nascite da parte delle inizialmente numerose famiglie immigrate) della nuova società, con una piccola o nessuna modificazione dei rapporti tradizionali all'interno del gruppo primario dei nuovi arrivati; all'interno del gruppo si creano poi tensioni fra coloro che sono più plastici e più pronti a modificare i loro modelli di comportamento, di solito i giovani, che sentono aumentare la propria libertà decisionale nel momento in cui ricevono un salario individuale, e quelli che invece sono più legati al modo di vita tradizionale; le tensioni ed i conflitti iniziali con i nativi alimentano forme di segregazione del gruppo immigrato e, nel nostro caso, l'esistenza di case e villaggi operai alimentò e fece perdurare tale separazione; nell'ultima fase avviene l'accettazione completa del nuovo modo di vita che è però condizionata dall'accettazione da parte della comunità nativa del nuovo gruppo e questo nel Biellese avvenne sostanzialmente con la progressiva presa di coscienza da parte degli immigrati della loro nuova condizione di operai e con il loro inserirsi nelle lotte per le rivendicazioni proletarie, nonché attraverso i numerosi matrimoni.
Gli immigrati erano soggetti ad un iniziale situazione di disadattamento: incapacità di adeguarsi e rifiuto del lavoro di fabbrica; insofferenza per la monotonia ripetitiva, per lo stress dovuto alla continua attenzione richiesta dalle macchine, per la disciplina e gli orari molto rigidi. In molti casi veniva reputato che il magro salario non giustificasse tali opprimenti condizioni, per cui furono molti quelli che preferirono abbandonare e trasferirsi all'estero in zone agricole e quindi in contesti sociali in cui le regole della comunità erano più simili alla loro situazione originaria di quanto lo fosse invece il Biellese industriale che viveva problematiche per loro nuove e complesse.
Questo fenomeno era molto diffuso ed ampiamente testimoniato anche dal fatto che, ad esempio, nei libri matricola della Filatura di Tollegno, soprattutto con l'arrivo di veneti e friulani, comparve tra i motivi di licenziamento volontario la dicitura "torna a casa per nostalgia" che qui fra 1919 e 1926 incise per il 26,82 per cento47. Tale fenomeno si registrava in particolar modo fra le ragazze friulane che giungevano sole (mentre i veneti solitamente arrivavano a gruppi familiari): ne è esempio la testimonianza di Anna Baldassi, operaia friulana di Buia (Ud), la quale ricorda che "tutte quelle che avevano una minima possibilità di tornare a casa tornavano, perché nei primi tempi era molto duro: non conoscevamo il dialetto ed eravamo completamente sole, dovevamo arrangiarci come potevamo [...] e molte, non resistevano e se ne tornavano a casa. Quelle che potevano, naturalmente, io ad esempio non ho potuto, avevo dodici anni e sono dovuta rimanere, perché a casa mia c'era la miseria più nera"48.
Riassumendo si può sostenere che gli immigrati si trovavano, all'inizio del secolo, ad affrontare il passaggio da una società stazionaria ad una di tipo moderno in trasformazione e cioè da strutture sociali e culturali permanenti nel tempo, che permettevano loro di avere un concreto riferimento ad esempio in quello che era stato il comportamento delle generazioni precedenti, ad una situazione nuova, in un nuovo contesto sociale nel quale si sentivano in un certo senso estranei e che non avevano mezzi già precostituiti per affrontare.
La trasformazione poteva riguardare molteplici ambiti come ad esempio le forme di interazione, i caratteri degli aggruppamenti, i valori, i criteri valutativi, le forme regolative del comportamento e i controlli sociali, le mete culturali e i mezzi per conseguirle: non sempre era necessario trasferirsi in luoghi notevolmente distanti, sia dal punto di vista geografico che da quello culturale, dal proprio territorio d'origine, ma spesso, anzi, i brevi percorsi accentuavano ancora di più le difficoltà di inserimento.
In questo senso è esemplare il discorso che si può fare relativamente al linguaggio: la difficoltà di inserimento di un immigrato è maggiore o minore in proporzione alla diversità sociale e culturale tra la società di partenza e quella di arrivo, per cui si potrebbe pensare che nel caso di spostamenti all'interno di uno stesso Stato i problemi si riducano, se non altro in relazione alla lingua, ma così non era agli albori del secolo.
Il fenomeno delle difficoltà di comunicazione, sentito come incompatibilità di linguaggio, può anzi essere meglio analizzato all'interno di una lingua comune: la situazione italiana è in questo senso esemplare in quanto ad inizio Novecento si aveva una lingua ufficiale debole, d'élite e in via di trasformazione accostata a numerosi dialetti solidamente radicati ai costumi, ben differenziati nelle differenti regioni storico-culturali e parlati quotidianamente dal popolo. Pur esistendo l'italiano che, in quanto lingua ufficiale fungeva da "elemento incontrovertibile di riferimento per entrambi i soggetti della comunicazione"49 non è un mistero che una volta fatta l'Italia il processo di costituzione di un popolo di italiani fu più lungo e difficoltoso.
Ha scritto Paolo Colussi: "La pratica del dialetto, seguita sia dall'immigrato sia dall'autoctono, tuttalpiù con una differenziazione di grado, lega entrambi allo stesso problema e allo stesso impaccio evitando che si rafforzi quel senso di autorità del secondo sul primo (già presente per molte altre ragioni) che porta inevitabilmente all'irrigidimento della condizione di segregazione e alla costituzione di 'ghetti linguistici'. La lingua ufficiale e superiore può condurre invece ad un tipo speciale di solidarietà tra culture che si differenziano nello stesso modo nei riguardi della comunicazione ufficiale, come linguaggio di uno strato superiore, che si può definire di tipo urbano, della popolazione"50. Questo però non pare il caso del Biellese di inizio secolo, dove la parlata dialettale assume il carattere di ulteriore fonte di divisione come emerge da alcune testimonianze su questo tema: "Soprattutto le ragazze di qui non ci aiutavano molto, ci erano a volte anche ostili, forse ci vedevano come loro rivali e ci boicottavano nel lavoro, parlando in dialetto. Non tutte erano così, ma non era raro che capitasse"51 e ancora: "Sì, io parlavo friulano con Angelo [il marito piemontese]. No, non diceva neanche 'mandi' (ciao), in friulano, lui, ma lo capiva tutto. Tutto: io parlavo in friulano, con lui"52; proprio l'ultima affermazione, "con lui", ci fa capire quanto si sentissero escluse e quanto il linguaggio fosse un modo per allontanare l'estraneo dalla comunità.
Sempre secondo Colussi53 tre sono le realtà linguistiche operanti nel processo migratorio: il linguaggio della cultura contadina-comunitaria delle zone di fuga; il linguaggio delle zone industriali di arrivo e la lingua nazionale che era espressione ancora embrionale di una coscienza comune del Paese ed in questo senso le migrazioni interne fungono da tipo particolare di comunicazione di massa il cui mezzo è lo stesso migrante, il quale è soggetto di comunicazione in quanto trasporta notizie e immagini dall'una all'altra delle due culture e vive il fenomeno incarnandolo. "L'immigrato infatti vive un processo che riassume schematicamente l'intero processo, contenendo in sé sia le due culture contrapposte sia la terza emergente. Egli quindi può essere considerato e studiato quasi come un 'caso clinico' di una fase critica della società"54.
Le giovani immigrate dovettero affrontare anche altri problemi oltre a quello del linguaggio prima di poter essere accettate nella nuova comunità: Maria Viotti ricorda come la madre, negli anni venti, dovesse recarsi da una compaesana già residente a Granero (Portula), per potersi procurare del latte perché nessuno dei residenti accettava di venderlo ad una donna che essi definivano una straniera ed anche in altre testimonianze, nonostante si tenda a minimizzare, si manifesta il ricordo dell'isolamento sofferto. Le intervistate cercano di giustificare il comportamento delle loro antiche compagne di lavoro e non confermano mai direttamente l'esistenza di un attrito particolare: "Ma sì, è stato solo... Quelle che avevano una simpatia, che vedevano che la lasciavano per andare con una friulana, allora era un po' di astio, ma sennò, siamo andati tutti bene... "55; "Eh sì... 'sti forestein', 'sti forestieri, ci portano via persino il moroso!"56. Nonostante tali rivalità la maggior parte ricorda un buon rapporto di base con le colleghe di lavoro e c'è, tra i biellesi, chi ancora rammenta le manifestazioni tenute dai lavoratori di Vigliano in favore e per il rispetto dei diritti delle ragazze del convitto, per ottenere per loro una maggiore libertà di movimento.
Altra caratteristica che si ritrova nella figura dell'immigrato è quella dell'incomprensione e della preoccupazione nei confronti della società in cui non è ancora riuscito ad inserirsi: incomprensione perché i problemi del luogo non sono sentiti come propri e infatti ragazze di prevalente origine contadina non sentivano vicine alla loro realtà le questioni relative al lavoro per cui combattevano i biellesi (il loro vero ed unico problema nella maggioranza dei casi era fuggire alla fame); preoccupazione perché i suddetti problemi venivano però ad interferire continuamente nella loro vita: la figura del "beduino" viene spesso associata ancora oggi, nei ricordi e nei detti popolari, a quella del forestiero, mentre in realtà era comprensibile l'atteggiamento di chi, avendo necessità di lavorare, vive lo sciopero come un grave rischio per il bilancio familiare, soprattutto all'inizio del secolo quando non si poteva prevedere la durata delle astensioni dal lavoro.
Esisteva anche la possibilità che il disagio provato dall'immigrato nei confronti della società biellese portasse al formarsi di clientele che si manifestavano nell'accettazione del paternalismo dei datori di lavoro, atteggiamento questo che rischiava di aumentare l'isolamento fra i suoi pari che cominciavano a vederlo come un privilegiato o addirittura come una spia; altra forma particolare di clientela57 di cui si registrava lo sviluppo fra gli immigrati era la pratica di trapiantare l'intera famiglia estesa in cui ognuno continuava a ricoprire il suo ruolo: i veneti, che si spostavano di solito con tutta la famiglia, cercavano probabilmente in questo modo di difendersi dall'esterno.
L'immigrato inizialmente si sentiva un estraneo nella società in cui veniva ad inserirsi per cui cercava la solidarietà di coloro che si trovavano nella sua stessa situazione o, addirittura, cercava di prevenire il rischio di isolamento seguendo percorsi già collaudati da parenti, amici, conoscenti o compaesani: le catene di richiamo erano un fenomeno diffuso sia in relazione alle migrazioni interne, sia nel caso di spostamenti verso l'estero ed anche nel caso biellese si nota come le comunicazioni fra partenti e coloro che rimanevano fungessero da canale di informazione privilegiato nello stimolare nuove migrazioni. Un esempio di ciò è dato dalle testimonianze di molte ragazze friulane: inizialmente erano le stesse industrie biellesi ad inviare i camion nei villaggi dell'Est d'Italia per "arruolare" lavoratrici giovani promettendo lavoro ed alloggio, ma poi erano le loro lettere ed i loro racconti a stimolare in altre giovani più prudenti il desiderio di recarsi a cercare un'occupazione lontano dal paese.
L'isolamento che caratterizzava i protagonisti dei movimenti migratori provocò spesso il sorgere di una sorta di società separata che fungeva da protezione nelle relazioni con quella esterna e, nel Biellese, questo si nota ed era anzi agevolato dall'esistenza dei villaggi operai. I villaggi operai, dove esistenti, erano spesso abitati da soggetti immigrati e la loro organizzazione, il fatto che all'interno di tali strutture si potessero trovare tutti i servizi necessari allo svolgersi della vita quotidiana (dallo spaccio alimentare ai servizi ricreativi e sportivi) perpetuava la separazione fra le masse immigrate e gli abitanti del luogo, aumentando le difficoltà di inserimento nella società locale.
Certo l'arrivo, inizialmente sporadico e poi sempre più frequente, di forestieri provocò iniziali reazioni di rifiuto e di difesa fra le chiuse popolazioni biellesi, che reagivano di fronte agli estranei accusati di essere "quelli che [venivano] a portare via il lavoro", ma, come ricorda Maria Viotti (giunta nella zona dall'alta Valsesia negli anni venti), con il tempo anche i biellesi si abituarono alla presenza e alla convivenza con popolazioni di varia provenienza ed i numerosi matrimoni fra biellesi ed immigrati agevolarono il normalizzarsi della situazione.

Due casi esemplari

La Bozzalla & Lesna

La ditta Bozzalla & Lesna spa, con odierna sede nel comune di Coggiola, nacque nel 1919, il 17 luglio, dalla fusione fra l'impresa della famiglia Bozzalla e la Lesna Giacomo Tamellino, di Masseranga (frazione del comune di Portula). Le due famiglie che diedero vita alla società provenivano da una lunga tradizione di investimenti nel settore laniero: la terra nella regione montuosa dei comuni di Coggiola e Portula era avara e limitava lo sviluppo agricolo, per cui fonte di reddito principale della zona risultava essere l'allevamento delle pecore e la conseguente attività di filatore o tessitore ed infatti molti erano coloro che affiancavano all'estivo lavoro contadino la fabbricazione, durante l'autunno e l'inverno, di panni-lana.
Giuseppe Antonio Bozzalla Cassione sul finire del diciottesimo secolo legò definitivamente le sorti della sua famiglia al settore laniero. Originari di Portula, i Bozzalla Cassione risultavano tra i maggiori proprietari di terre del comune: per tutto il Settecento avevano filato e tessuto nelle loro case per vendere poi il frutto del loro lavoro ai mercanti di panni della zona, ma già verso la fine del secolo Giuseppe Antonio ottenne dal re Vittorio Amedeo III la "patente di mastro fabbricatore di panni", divenendo così non più solo produttore, ma anche mercante e inserendosi sul mercato con il marchio B.A. Tra 1848 e 1852 la famiglia Bozzalla Cassione acquistò, sempre in Coggiola, una cartiera con due mulini, pesta da canapa e relativi diritti d'acqua del torrente Sessera: l'acquisto preludeva a una nuova fase di espansione favorita dalla maggiore portata d'acqua del Sessera e dalla costruzione del nuovo stabilimento, che fu il primo impianto tessile biellese a essere dotato di illuminazione elettrica nel 1887.
I Bozzalla Cassione, grazie alla fortuna che riuscirono ad accumulare con il commercio e la produzione di panni-lana, rientrarono nel ristretto gruppo che Valerio Castronovo ha definito "l'aristocrazia laniera biellese"58, ma lo sviluppo vero e proprio cominciò, su scala più vasta, negli anni successivi alla fusione con lo stabilimento dei Lesna a Masseranga.
Giacomo Antonio Lesna Tamellino, originario di Trivero e fondatore della Lesna, fu un tipico self made man e la sua storia richiama molto da vicino uno dei canoni classici dello sviluppo industriale del Biellese: da tessitore a commerciante fino a produttore ed imprenditore nel settore tessile. Cominciò invece a lavorare al telaio molto giovane; dopo il matrimonio organizzò la famiglia su basi produttive e, mentre la moglie si occupava della parte materiale del lavoro, tessendo a domicilio, egli curava la vendita delle stoffe, continuando la tradizione degli artigiani-ambulanti tanto diffusa nel Biellese. Nel 1875 trasferì, espandendola, la sua attività da Trivero nello stabilimento di Masseranga. Il capostipite continuò ad occuparsi del commercio nel quale era ormai abile maestro, lasciando ai tre figli le responsabilità concernenti la produzione e l'organizzazione tecnica della ditta.
Nel 1919 i nipoti di Giacomo Antonio Lesna Tamellino e gli eredi di Giuseppe Antonio Bozzalla Cassione (in modo specifico a quel tempo la gestione era nelle mani del cavaliere Silvio Bozzalla) si unirono per dar vita alla società in nome collettivo Bozzalla & Lesna, la cui struttura produttiva si basava sullo stabilimento di Coggiola, dei Bozzalla, e su quello di Masseranga, dei Lesna, per un numero complessivo di circa cinquecento telai; accanto ai soci accomandatari (aventi cioè responsabilità illimitata) Silvio Bozzalla e Ulisse Lesna, si registrava la presenza di altri soci accomandanti nelle persone di Giuseppe Tosi, Egidio e Pietro Bozzalla. Il 31 ottobre 1931 la Bozzalla & Lesna assunse la natura giuridica di società anonima per azioni. Nel 1933 i Lesna si ritirarono dal sodalizio cedendo le loro quote azionarie: attualmente la Bozzalla & Lesna continua la sua attività nel solo stabilimento di Coggiola, mentre gli altri due edifici sono oggi utilizzati da altre ditte.
L'industria di cui si tratta si situava in una zona, la valle Sessera, di antica tradizione tessile che registrava, nei primi anni del nostro secolo, un notevole e vitale movimento operaio coinvolgente, con il passare del tempo, un numero crescente di donne, le quali avevano sempre ricoperto un ruolo insostituibile già all'epoca della tessitura a domicilio e che, nel periodo in questione, divennero progressivamente la quota maggiore degli operai in fabbriche sempre più meccanizzate.
L'inserimento progressivo e sempre più significativo delle donne negli stabilimenti, voluto dai padroni che tendevano a limitare le spese per i salari e a sfruttare lavoro femminile e minorile, le coinvolse nelle lotte che i tessitori delle valli portavano avanti ormai da decenni. Le donne della valle Sessera e della zona considerata erano sicuramente sensibili ai richiami dei "compagni" nell'ambito della protesta organizzata59: il 2 gennaio 1917 (come riportato dal "Corriere Biellese") si costituì la sezione femminile socialista di Coggiola che, alla fine del 1918, contava 67 iscritte (a Biella se ne contavano solo 48) di cui 60 risultavano essere operaie, 3 proprietarie di trattoria, 1 giornalaia, 1 sarta e 2 per cui non è specificata la qualifica. Erano però anche protagoniste di proteste di tipo disorganizzato e spontaneo60: nel 1914, causa un aumento salariale negato, le operaie della ditta Lesna scesero in sciopero. Promotrici erano ventidue rammendatrici disorganizzate, ma appoggiate della Lega della Valsessera (nonostante le leghe avessero deciso dall'anno precedente di non sostenere gli scioperi di tipo spontaneo). La manifestazione si estese a ben seicento operai e si protrasse dal 27 aprile al 5 maggio, quando la ditta fu costretta a concedere dieci dei quindici centesimi d'aumento richiesti dalle rammendatrici.
I dati a mia disposizione sono stati tratti dal "Libro matricola" dello stabilimento di Masseranga e pertanto si riferiscono, per il periodo dal 1900 al 1919, alla ditta Lesna, mentre per il periodo successivo riguardano la ditta in nome collettivo Bozzalla & Lesna. Essi sono relativi alle assunzioni che avvennero nella fabbrica della frazione di Portula fra 1900 e 1930 (purtroppo i dati riguardanti gli altri due stabilimenti sono andati perduti).
I soggetti analizzati sono 124. Classificando le donne assunte nel periodo considerato in base alla provincia di nascita, ho potuto verificare come in effetti, nel primo trentennio del secolo, la quota più significativa fosse rappresentata da giovani provenienti dalle vicine pianure del Vercellese e del Novarese.
Dal Piemonte giunse il 61,3 per cento del totale delle immigrate e, su tale numero, il 38,15 per cento era originario della provincia di Vercelli, mentre il 55,26 per cento era nato nel Novarese. Accanto ai movimenti infraregionali si avevano però spostamenti a più ampio raggio che facevano registrare un afflusso del 12,9 per cento dall'Emilia-Romagna (provincia di Ferrara) e del 15,32 per cento dal Veneto (di queste l'84,2 per cento provenivano dalla provincia di Vicenza).
Degna di menzione dal punto di vista qualitativo è poi la presenza nel "Libro matricola" di due ragazze assunte negli ultimi anni del trentennio, nate rispettivamente in Francia e in Svizzera. La prima venne assunta nel maggio del 1930 con libretto di lavoro rilasciato dal comune di Portula e si può ipotizzare raggiungesse il fratello già in forza alla fabbrica dal 1920, mentre per la seconda la data di assunzione risale al 1927: dai cognomi delle due ragazze si deduce facilmente la loro origine italiana.
Ovviamente le province che fornivano manodopera a basso costo alle industrie biellesi erano numerose e diversificate e, sul totale dei soggetti presi in esame, molti sono i casi particolari che però non arrivano ad assumere valore statistico (tabella 1).


1. Bozzalla & Lesna
Province di provenienza delle operaie
località di nascitanumero
Vercelli29
Novara 42
Torino4
Biella1
Piemonte76
Pavia1
Mantova1
Varese1
Lombardia3
Vicenza26
Treviso2
Rovigo1
Veneto29
Genova1
Liguria1
Ferrara16
Emilia-Romagna16
Trento3
Trentino-Alto Adige3
Siena1
Toscana1
Udine3
Friuli-Venezia Giulia3
Francia1
Svizzera1
Estero2



Importante risulta l'analisi del periodo di prima assunzione nella fabbrica, considerato che, con molta probabilità o con leggero scarto, esso rappresenta anche il momento del trasferimento. Conoscendo il comune in cui venne rilasciato il libretto di lavoro, si può dedurre che quella nella zona fosse la prima esperienza di lavoro in ambito industriale. Tra 1900 e 1913 non si registrò nessuna assunzione di donne nate al di fuori dei confini del Biellese, a conferma dell'ipotesi secondo cui fu dopo la prima guerra mondiale che i movimenti di manodopera si fecero più intensi: proprio in concomitanza con la crescente necessità di braccia in impianti che avevano ampliato le loro capacità produttive durante il periodo bellico (grazie alle forniture militari). Durante gli anni di guerra, fra 1914 e 1918, si ebbero solo tre assunzioni: il grosso del contingente giunse tra 1919 e 1930. Il 97,58 per cento degli arrivi si concentrò nell'arco degli anni venti e, in particolare, nella seconda metà, tra 1926 e 1930, quando si registrò l'assunzione del 59,68 per cento di tutte le immigrate inserite nel ciclo produttivo del periodo considerato. Proprio in questo lasso temporale si concentrarono gli arrivi da regioni situate a distanze considerevoli: su sedici donne nate in provincia di Vicenza ben tredici furono collocate in fabbrica alla fine degli anni venti e lo stesso vale per l'intero contingente di sedici ragazze proveniente dalla provincia di Ferrara. I trasferimenti da zone limitrofe si erano invece, in gran parte, già compiuti e su 29 furono solo 9 le vercellesi assunte tra 1926 e 1930, mentre 21 su 42 furono le novaresi.
Specialmente per quel che concerne i veneti, numerose sono le testimonianze a cui si può fare riferimento per ricostruire l'esperienza vissuta dai "forestieri" in Valsessera: "Le mie quattro sorelle sono venute nel 1925 chiamate dall'azienda, poi siamo venuti con la famiglia nel 1930. Io con le mie sorelle e mia mamma abitavamo nelle case operaie e mio papà aveva invece trovato stanza in affitto. Nelle nostre fabbriche, qui, i veneti sono venuti quando si è sviluppata la filatura a pettine. Prima della guerra c'era solo la filatura cardata, le filature al pettine si sono sviluppate dopo il primo conflitto mondiale. Allora, normalmente, le ragazze e i ragazzi che arrivavano, andavano a finire in filatura, non per discriminazione, perché erano veneti o non veneti, ma quasi per tradizione, c'era questa esigenza, secondo il mio punto di vista. Un pizzichino di discriminazione forse c'era, ma dopo la guerra questa cosa è un po' scomparsa, e nei reparti vedi un po' di tutto dal Meridione al Veneto al Piemonte, ma prima c'era questa cosa, non come discriminazione, ma anche solo per la continuità dal padre al figlio: la figlia del papà impiegato aveva più possibilità di avere un buon posto di un'altra"61. "Mio papà ha sposato una veneta, ma mia nonna, la mamma di mio papà, era assolutamente contraria, erano mal visti: 'Tè pià 'na vénetaccia 'nca tì'. 'Piè 'na vénetaccia' ['Hai preso una venetaccia anche tu'. 'Prendere una venetaccia'] si diceva.
In fabbrica qualche discriminazione all'inizio c'era, perché i veneti facevano anche i lavori umili senza pretendere tanto, e non facevano scioperi. Erano più bonaccioni, mia nonna era una tipica veneta bonacciona [in questo caso si riferisce alla nonna materna], a lei bastava lavorare. Il veneto che è arrivato allora era proprio un gran lavoratore, un somarone che lavorava tanto. I miei venivano da una famiglia di miseria, orfani, mia mamma era già stata in Svizzera a fare la serva. Un paesano di mia mamma diceva: 'Nel Cadore è tutto bello', e la mia mamma gli diceva: 'Nel Cadore è tutto bello, ma nel Cadore abbiamo fatto tanta fame. Qui c'è la fabbrica, è molto brutto, ma abbiamo tolto la fame a noi e ai nostri figli'. Se c'è il bello non c'è la fabbrica. Il paesaggio è bello, ma se uno ha fame cosa se ne fa di un bel paesaggio, qui è brutto perché la ciminiera non è tanto bella da vedere, però non puoi avere il bello e il lavoro"62.
Nella maggior parte dei casi presi in esame quello nel Biellese fu, con molta probabilità, il primo contatto di tante donne con la vita, i ritmi e le difficoltà del lavoro di fabbrica. Il 72,58 per cento delle immigrate richiese e ottenne il libretto di lavoro in comuni valsesserini e più precisamente nel 49,19 per cento dei casi fu il comune di Coggiola a rilasciarlo, mentre per il 19,35 per cento l'operazione si svolse nell'ambito dell'adiacente comune di Portula. Il 25 per cento delle donne occupate allo stabilimento di Masseranga (una percentuale evidentemente non trascurabile) però ottenne il documento in altri comuni, quali ad esempio Novara, Ferrara e Vicenza. Al loro interno, in 27 casi su 31 il comune che rilasciò alle interessate il libretto di lavoro si trovava nella stessa provincia di provenienza. Da questo si deduce che anche se si tratta di situazioni rare, non tutte le donne che si inserirono nella fabbrica di Masseranga erano a digiuno della disciplina che vigeva negli stabilimenti. Interessante è, ad esempio, il dato riguardante la provincia di Vicenza: il 37,5 per cento delle vicentine aveva già il libretto di lavoro al momento del trasferimento e, a questo riguardo, si deve tener presente come l'esperienza della fabbrica fosse diffusa fra persone originarie delle zone in cui si situavano le industrie tessili di Schio e Valdagno: "quindi manodopera estremamente qualificata, che si trasferì nel Biellese dove l'industria laniera allora, fine anni venti inizio anni trenta, viveva una grande espansione"63.
Per quanto concerne l'età e la condizione civile delle donne che vennero assunte negli anni trenta dall'azienda portulese, i dati si riferiscono al momento della prima assunzione (tabella 2). La quota maggioritaria è composta da appartenenti alla fascia d'età compresa fra i sedici e i trent'anni (61,3 per cento) e, in questo ambito, la suddivisione risulta netta: il 30,64 per cento aveva un'età inclusa fra i sedici e i vent'anni e la stessa percentuale aveva fra i venti e i trent' anni.

2. Bozzalla & Lesna. Età all'assunzione
etànumero
meno di 16 anni32
tra 16 e 20 anni38
tra 21 e 30 anni38
tra 31 e 40 anni10
tra 41 e 50 anni3
più di 50 anni 3



Il 25,8 per cento dei soggetti presi in considerazione (32 sul totale di 124) aveva un'età inferiore ai sedici anni ed erano 10 le tredicenni e 7 le dodicenni, mentre non si registrano casi di età all'assunzione inferiore a quella minima (di dodici anni, appunto) imposta dalla legge. Fra le più giovani il 25 per cento svolgeva all'interno dello stabilimento il ruolo di tessitrice, per cui si può ipotizzare che, nonostante l'età, avessero già avuto esperienze al telaio. Ciò conferma l'ipotesi dell'esistenza di un mercato ancora ampiamente diffuso che alimentava il settore del lavoro a domicilio, a cui soprattutto i bambini in età prelavorativa dedicavano molto del loro tempo, partecipando così all'incremento del bilancio familiare. La percentuale maggiore era però impegnata in un altro tipo di incarico, normalmente assegnato alle agili e piccole mani dei bambini di cui veniva in questo modo massimizzata la redditività: il 40,6 per cento delle minori di sedici anni erano annodatrici.
Significativa è anche la percentuale delle bambine che erano impegnate come apprendiste o aiuto agli adulti: il 28,1 per cento si distribuiva fra gli incarichi di apprendista tessitrice, apprendista annodatrice, aiuto orditrice e porgifili. Non solo le giovani erano presenti nella fabbrica: interessante risulta notare come vi fosse anche un 2,42 per cento di donne al di sopra dei cinquant'anni, assunte la prima volta proprio ad un'età così avanzata. Si registra la presenza di una portinaia di 52 anni, ma l'interesse maggiore è rappresentato dalle altre che ricoprivano ancora ruoli di operaia vera e propria, quali quelli di spolatrice e tessitrice. Sicuramente anche in questo caso le donne considerate dovevano aver avuto precedente esperienza nel settore tessile e con buona probabilità proprio nell'ambito della tessitura domiciliare.
I dati da me raccolti evidenziano un'elevata percentuale di immigrate occupate in tessitura (52,4 per cento), risultato importante se si tiene conto del fatto che, come afferma Laura Montibelli (confermando un'altra testimonianza già citata): "Mio papà [era] di Borgomanero [Novara], non [era] che venisse da chissà dove, però [diceva] che ai suoi tempi quelli che venivano da fuori del paese andavano sempre in filatura, e raramente in tessitura, in rammendo non parliamone"64; eppure, anche se in minima percentuale (2,4 per cento), le immigrate in quegli anni erano penetrate in reparti importanti come il rammendo, dove si richiedeva una grande esperienza.
Mutamenti inerenti il lavoro industriale avvennero rapidamente durante il trentennio in questione e se, come descritto nella prima parte di questo saggio, la nuova classe dirigente biellese diveniva sempre più intransigente e tendeva a ampliare la distanza fra padroni e operai, anche nelle abitudini delle lavoratrici si riscontravano importanti nuove tendenze. Durante l'Ottocento il lavoro di fabbrica era stato spesso un'alternativa fra molte e, per le donne in particolare, una soluzione cui ricorrere solo in caso di necessità e per il tempo necessario a risollevare le sorti della famiglia a livello della sussistenza. Nel corso del Novecento anche fra il sesso femminile l'attività operaia cominciò a rivestire carattere di continuità, soprattutto fra le immigrate che, lontane da casa e provenienti da situazioni di estrema miseria, raramente avevano a disposizione alternative concrete. I dati da me raccolti confermano, nonostante il 28,4 per cento dei soggetti continuasse a trascorrere un periodo medio e continuativo in azienda compreso fra un mese e un anno, questo mutamento. Nel 20 per cento dei casi la permanenza in fabbrica superò dieci anni e per il 13,7 per cento dei soggetti tale dato risulta compreso fra i quattro e i dieci anni; considerando la forte richiesta di manodopera a basso costo, in una zona ricca di industrie come la Valsessera le operaie avevano certo possibilità di spostarsi tra le varie imprese per cui una così alta fedeltà all'azienda si può spiegare ipotizzando una crescente abitudine al lavoro dipendente, regolato e continuativo. Questa affermazione trova conferma nello scarso numero (8,4 per cento) di coloro che limitavano la permanenza in fabbrica a un periodo inferiore a un mese: chi non riusciva ad adeguarsi ai ritmi e alla disciplina del lavoro industriale abbandonava rapidamente il settore, ma chi riusciva a inserirsi tendeva sempre più spesso a considerare lo stabilimento come un punto fisso nella propria vita di lavoratore.
Fra le operaie rimase invece inalterata la tendenza a considerare il lavoro industriale come caratteristico di una fase della propria vita che, quando possibile, si concludeva con il matrimonio. Infatti, per reazione, l'età al matrimonio tendeva a elevarsi65: il 53,6 per cento dei soggetti analizzati si sposò fra i venti e i venticinque anni ed il 46,15 per cento fra i trenta e i quarant'anni.
Delle 124 donne prese in esame l'89,5 per cento erano nubili al momento della prima assunzione e solo il 10,6 per cento erano invece coniugate ed ancora attive in ambito lavorativo-industriale. Fra le sposate è interessante notare che la maggioranza, il 77 per cento circa, contrasse matrimonio nel Biellese: tale comportamento sottintendeva la scelta di considerare definitivo lo spostamento compiuto e l'abbandono di qualsiasi prospettiva di ritorno alla vita precedente o alle regioni natie.
Analizzando i dati forniti dal "Libro matricola" emerge anche un'altra tendenza evidente e diffusa fra le immigrate: l'abitudine a spostarsi in gruppo. Ordinando i soggetti studiati in base alla provincia e, nel dettaglio, al comune di provenienza, si nota come i gruppi familiari fossero la maggioranza. I comuni di Coggiola e Portula non mettevano a disposizione dei nuovi arrivati strutture quali il convitto, presente invece ad esempio nel villaggio operaio di Vigliano Biellese, per cui raramente giungevano ragazze giovani e sole alle cui famiglie non era data alcuna garanzia di tutela.
Erano interi nuclei familiari o gruppi formati da più persone legate da vincoli di parentela (fratelli e sorelle nella maggior parte dei casi), di vicinato o di conoscenza a trasferirsi contemporaneamente. Spesso alcuni membri di una comunità si avventuravano per primi nella zona, attirati dalle possibilità di lavoro e poi, in seguito, venivano raggiunti dal resto della famiglia e da altri componenti la medesima comunità. Non sempre i genitori, soprattutto se anziani, affrontavano le fatiche del viaggio e dell'adattamento ed era affidato ai membri più giovani del gruppo il compito di partecipare al bilancio familiare acquisendo un salario industriale. Ma, spesso, erano anche l'eccedenza di manodopera nelle campagne e la parcellizzazione delle terre in appezzamenti sovente insufficienti a garantire la sussistenza di tutti i componenti della famiglia a rendere indispensabile l'abbandono della casa paterna e la ricerca di fonti alternative di reddito.
Al riguardo si possono citare alcuni esempi. Nel caso della famiglia Viotti la madre si trasferì nel '21, dall'alta Valsesia, inizialmente sola in zona, lasciando le tre figlie affidate ai nonni, per poi richiamarle successivamente. Esse giunsero, in periodi diversi, ad impiegarsi negli stabilimenti di Coggiola e Portula. Altro caso esemplare fu quello della famiglia Ballarini, originaria di Mesola, nel Ferrarese: una prima componente risultava assunta nel 1926; successivamente, fra '28 e '29, giunsero anche altre tre sorelle e nel 1930 un fratello. Comune era poi anche il caso in cui il trasferimento, nel caso di ragazze non accompagnate da parenti di sesso maschile, avveniva contemporaneamente per contingenti abbastanza numerosi di giovani donne le quali, spesso cercate dagli stessi datori di lavoro, si spostavano in gruppo sentendosi così maggiormente sicure. In questo caso probabilmente anche le famiglie d'origine potevano garantirsi il controllo delle ragazze lontane tramite le compagne di viaggio: il gruppo assicurava il perpetuarsi del controllo sociale esistente nelle campagne e le più giovani avevano, quali punti di riferimento, le ragazze più adulte.
Infine va segnalato il caso di una ragazza di origine biellese (nata a Biella nel 1911) che fu assunta dalla Bozzalla & Lesna nel 1925, a quattordici anni, e alla quale fu il comune di Portula (in cui si trasferì definitivamente e dove morì nel 1942) a rilasciare il libretto di lavoro: il caso è esemplare della mobilità operaia dell'epoca che non interessava solo zone agricole e povere, ma che faceva registrare spostamenti verso la Valsessera anche dalla vicina Biella, nonostante la ricchezza di impianti industriali che la caratterizzavano.

La Pettinatura Italiana
Fondatore della Pettinatura Italiana, di Vigliano, fu Carlo Trossi (1848-1927): rappresentante di lane di case estere dal 1870 circa fondò, nel 1882, un opificio a Vigliano Biellese in collaborazione con Agostino Agostinetti. Nel 1905 Agostinetti uscì dall'azienda e Trossi, con la partecipazione di capitale inglese, promosse l'impianto della prima pettinatura per conto terzi, la Pettinatura Italiana Limited: in precedenza i pochi impianti di pettinatura esistenti in Italia erano ausiliari della filatura e lavoravano esclusivamente per la ditta cui appartenevano, essendone alle esclusive dipendenze. Successivamente, nel '16, Trossi si associò all'importante famiglia industriale Rivetti (proprietaria dell'omonimo lanificio di Vigliano Biellese), il capitale inglese investito fu riscattato e nacque la Pettinatura Italiana. Essa veniva così descritta dal "Corriere Biellese" nel 1915:"[Nei] grandiosi saloni nominati inglese e francese per differente sistema di lavorazione della lana, la temperatura dell'ambiente è costantemente mantenuta per necessità tecniche a circa 30 gradi di calore [...] che aumenta fino a diventare opprimente nella stagione estiva per mancanza di refrigerio [...]. È in mezzo a quest'aria mefitica che devono trascorrere la giornata molte operaie la maggior parte giovinette appena adolescenti. E le più ben pagate percepiscono L. 1,70 al giorno a compiere un lavoro di attenzione reso più faticoso dal calore. In questi tempi di intensa produzione - più che triplicata - queste lavoratrici sono invitate a lavorare di continuo anche nel meriggio [...]. Sono favolosi i guadagni che la Pettinatura, unica del genere in Italia, trae dalla sua industria e dacché è scoppiato il conflitto europeo i suoi guadagni sono ancora aumentati [...]. In questi ultimi mesi ha ottenuto dalla maestranza il massimo rendimento dalla manodopera con un lavoro continuo, intenso in tutti i reparti, e con tutto ciò si ha il coraggio di concedere tre soldi d'aumento giornalieri"66.
Le dimensioni sia fisiche, sia relative al numero dei dipendenti facevano della fabbrica in questione un importante centro nevralgico per il movimento operaio.
Il 1 settembre 1916 venne fondata la Sezione femminile socialista del paese che, alla fine del 1918, contava 38 iscritte fra cui erano 26 le operaie, ma già per epoche precedenti si hanno prove dell'attività di protesta portata avanti dalle donne all'interno dello stabilimento. Sul "Corriere Biellese" del 15 marzo 1912 si legge (a commento dei risultati di uno sciopero scoppiato nel gennaio dello stesso anno, dopo due giorni di ostruzionismo, a causa di un negato aumento salariale): "È vero che le operaie non insistettero sui 25 centesimi che erano stati loro promessi [ne ottennero 23,5 contro i 22 precedenti], ma è necessario riconoscere che esse uscirono vittoriose. Perché se si considera che nella pettinatura si succedettero moltissimi scioperi che sempre finirono colla sconfitta operaia; se si considera che la ditta abituata ad avere a che fare con una massa di operai incoscienti, insisteva per istituire il lavoro a cottimo e non voleva assolutamente saperne di aumento di paga; se si considera, in ultima ipotesi, che queste operaie erano disorganizzate alla vigilia dello sciopero, non possiamo fare a meno di affermare che questa agitazione ha aperto il varco alle speranze di un miglioramento degli operai della Pettinatura di Vigliano in generale. Dobbiamo pertanto affermare che se queste operaie riuscirono a vincere lo sciopero lo si deve al fatto che esse, a differenza degli altri operai della Pettinatura, si mantennero unite e disciplinate, e seguirono sempre i consigli dei loro dirigenti i quali, fin da principio non dubitarono della vittoria purché le scioperanti si mantenessero solidali"67.
I dati da me analizzati sono stati tratti anche per questa fabbrica dal "Libro matricola" e comprendono il periodo fra 1900 e 1930 per cui, per la prima fase, si riferiscono alla Pettinatura Italiana Limited, ma, tenuto conto della continuità dell'azienda dal punto di vista produttivo, questo non altera l'omogeneità del campione. Il totale dei soggetti presi in esame, e cioè delle donne immigrate nella zone e assunte dall'industria considerata, ammonta a 576 di cui, come già verificato anche nel caso precedente, la maggioranza proveniva dalle limitrofe regioni del Vercellese e del Novarese.
Il 58,5 per cento della manodopera femminile considerata era nato in Piemonte e, al suo interno, il 63,8 per cento era originario della provincia di Vercelli, mentre per il 18,9 per cento il comune di nascita si trovava in provincia di Novara. Altre regioni da cui l'afflusso appare intenso erano la Lombardia (11,8 per cento), il Veneto (14,2 per cento) ed il Friuli Venezia Giulia (5,9 per cento), mentre una percentuale non trascurabile (5,03 per cento) era nata al di fuori dei confini nazionali: anche in questo caso si può ipotizzare, sulla base del cognome, un'origine italiana (tabella 3).

3. Pettinatura Italiana. Province di provenienza delle operaie
località di nascitanumerolocalità di nascitanumero
Vercelli215Trento1
Novara63Trentino-Alto Adige1
Torino 25Udine32
Verbania 6Pordenone2
Alessandria16Friuli-Venezia Giulia34
Asti5Perugia1
Cuneo7Umbria1
Piemonte337Pesaro-Urbino1
Milano4Marche1
Bergamo33Bari1
Mantova4Puglia1
Cremona8Napoli 1
Como5Campania 1
Brescia5Palermo 1
Pavia 4Trapani1
Sondrio4Sicilia 2
Varese1Cagliari 1
Lombardia68Sardegna1
Vicenza25Potenza 1
Rovigo23Basilicata1
Belluno22Aosta1
Venezia9Valle d'Aosta1
Treviso2
Verona1Brasile 9
Veneto82Svizzera6
Genova3Francia 3
Liguria3Inghilterra3
Modena4Stati Uniti2
Forlì3Germania2
Parma2Egitto1
Ferrara1Istria 1
Ravenna1Algeria 1
Piacenza1Argentina1
Emilia-Romagna12Estero29



Il 63,5 per cento degli arrivi si concentrò fra 1919 e 1930 e in particolare negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale (1919-1925), comprendendo coloro che giunsero dalle zone più lontane: l'81,1 per cento delle venete e il 62,07 per cento delle straniere. Non trascurabili sono però le percentuali riscontrabili analizzando il periodo precedente in quanto, se solo l'1,57 per cento immigrò fra l'inizio del secolo ed il 1913, il 34,9 per cento si spostò nel Biellese proprio negli anni di guerra e cioè fra '14 e '18 : fra queste la maggioranza proveniva dalle province di Vercelli, Novara e Bergamo.
Le maestranze femminili della ditta erano perlopiù nubili (il 63,37 per cento contro il 36,1 per cento di coniugate e l'1,9 per cento di vedove), ma la fascia d'età più rappresentata non era composta da giovanissime. Ciò conferma come in effetti l'età al matrimonio si mantenesse abbastanza elevata e fosse condizionata dalla possibilità di avere una sicura fonte di reddito, rappresentata per molte dall'esperienza acquisita con il lavoro: se il 60,53 per cento aveva un'età compresa fra i venti e i trent'anni al momento del matrimonio, solo il 26,3 per cento aveva meno di vent'anni e il 5,27 per cento era compreso fra i trenta e i quaranta. Ma il dato interessante è quello delle ultracinquantenni, che rappresentano il 7,9 per cento del totale (una di loro fu assunta per la prima volta a 54 anni e si sposò all'età di 65). La maggioranza delle operaie aveva dunque tra i venti e i trent'anni (44,96 per cento), il 26,9 per cento tra i quindici e i venti, il 17,9 per cento tra i trenta e i quaranta e solo il 4,5 per cento erano giovani con meno di quindici anni (tabella 4).

4. Pettinatura Italiana. Età all'assunzione
età numero
meno di 16 anni26
tra 16 e 20 anni 155
tra 21 e 30 anni259
tra 31 e 40 anni 103
tra 41 e 50 anni21
più di 50 anni 12



Fra le donne coniugate (208) ho potuto risalire, attraverso le schede personali conservate nei comuni di Vigliano e di Candelo (paese situato nelle immediate vicinanze e luogo d'abitazione di numerosi immigrati giunti nella zona), alla data e al luogo in cui si svolsero i matrimoni di 38 donne. Il 63 per cento si sposò in epoca successiva alla prima assunzione e, dopo il matrimonio contratto nel Biellese, si trasferì nella zona in via definitiva; il 23,7 per cento contrasse invece matrimonio in epoca precedente alla prima assunzione e nella regione di provenienza. Se ne deduce che, per questi soggetti, lo spostamento di residenza avvenne a seguito di decisioni prese all'interno del nuovo nucleo domestico. In alcuni casi addirittura l'emigrazione avvenne pochi mesi dopo la cerimonia nuziale, il che permette di ipotizzare che la nuova famiglia, il cui mantenimento risultava probabilmente incerto nel paese natio, cercava nuove fonti di reddito su cui basare la propria sopravvivenza.
Interessante risulta l'analisi delle mansioni dei 576 soggetti presi in esame: naturalmente la maggior parte erano semplici operaie addette alle macchine nei diversi reparti della pettinatura francese e inglese (per un totale di 368) o della carderia (68), ma vi sono anche alcuni casi che lasciano presupporre un'organizzazione della fabbrica di tipo moderno, con la presenza di un refettorio e quindi di una cuoca per gli impiegati e di una aiutante al refettorio e donne svolgenti incarichi che raramente non venivano svolti dagli uomini. Erano occupati da donne anche posti di contabile (una giovane di 28 anni), di impiegata (posto di prestigio per una ragazza che all'epoca aveva solo 16 anni), di telefonista (nel caso di una ventiseienne) e di addetta all'ufficio acquisti (vi lavoravano due donne di 24 e 35 anni). La Pettinatura Italiana di Vigliano non risparmiava (ed è quasi leggendaria la ferrea disciplina con cui i Rivetti gestivano i loro impianti) alle donne i turni di lavoro notturni.
Il 7,98 per cento del totale dei soggetti lavorava nelle ore notturne nei reparti della carderia, della pettinatura e dei lavaggi (dove la lana veniva pulita): il 32 per cento circa aveva un'età compresa fra i sedici e i vent'anni, il 51 per cento tra i venti e i trent'anni, ma vi era anche un 14 per cento circa la cui età era compresa fra i quaranta e i cinquanta. Fra le più giovani (meno di sedici anni) il 76,9 per cento era occupato nei reparti della pettinatura vera e propria, in condizioni di lavoro pesanti e poco igieniche, sottoposte ad una temperatura esagerata (come descritto nelle pagine del "Corriere Biellese" precedentemente citate). Ma questo non stupisce se si considera che anche fra coloro che avevano superato i cinquant'anni il 58 per cento circa erano ancora impegnate come operaie vere e proprie.
Il "Libro matricola" della fabbrica permette poi anche di analizzare le scelte abitative delle occupate, in quanto riporta i luoghi di residenza e domicilio al momento dell'assunzione: il 68,9 per cento spostarono immediatamente, al momento della prima assunzione, sia il domicilio che la residenza in comuni del Biellese e, nella maggioranza dei casi, a Vigliano, Candelo o nel comune di Chiavazza, ove si trovava il villaggio operaio. Il 16,12 per cento era domiciliato in tale struttura residenziale, costruita appositamente per garantire una possibile soluzione abitativa agli operai nelle vicinanze della ditta: il comune di Chiavazza è infatti limitrofo a quello di Candelo. Il 25,69 per cento dei soggetti mantenne invece la residenza nelle province d'origine e trasferì solo il domicilio nella regione biellese: tale comportamento permette di ipotizzare in queste donne la volontà di fare ritorno nelle terre d'origine, il che trova ulteriore conferma nel fatto che il 20,9 per cento di tali soggetti era domiciliato al villaggio operaio. Altra condizione ancora era quella di coloro che mantenevano sia la residenza sia il domicilio nella provincia di nascita, sottolineando così la loro forte volontà di non rompere i vincoli che le legavano alle zone d'origine. Ovviamente una soluzione del genere poteva essere adottata solo da persone provenienti da zone non eccessivamente distanti ed infatti tutti i soggetti appartenenti a questo gruppo erano originari della provincia di Vercelli e, in dettaglio, provenivano dai comuni di Castellengo, Santhià, Ternengo e Greggio. Si può anche ipotizzare che fra loro vi fossero donne che avevano parenti o conoscenti nella zona da cui farsi ospitare senza dover affrontare ogni giorno il viaggio e che la dichiarazione riguardante il domicilio possa in questo caso essere letta come manifestazione della volontà di considerare lo spostamento solo temporaneo.
In questi casi, non appena la situazione lo avesse permesso, avrebbero fatto ritorno in famiglia: i soggetti interessati rappresentano il 2,6 per cento del totale. La loro scelta assume valore se la si confronta con i dati inerenti il gruppo di 31 donne che proveniva da Mottalciata (comune della zona situato a modesta distanza dall'azienda): il 74,4 per cento trasferirono immediatamente residenza e domicilio in comuni limitrofi alla fabbrica (quali ad esempio Candelo e Vigliano). Solo il 22,6 per cento mantenne la residenza nel comune natio, spostando unicamente il domicilio ed il 16,1 per cento del totale aveva l'abitazione all'interno delle case operaie del villaggio. Caso particolare è altresì rappresentato dalla categoria di coloro che possedevano domicilio e residenza differenti fra loro e non coincidenti nemmeno con la provincia di nascita. In tale situazione si trovavano le donne che avevano già affrontato spostamenti precedenti a quello che le condusse nel Biellese: il domicilio era per tutte situato nel Biellese e, nel 40 per cento dei casi, si situava all'interno del villaggio operaio.
Per 33 soggetti (5,7 per cento) esiste la registrazione di una seconda assunzione avvenuta nella stessa fabbrica: il periodo che trascorse fra le due assunzioni varia da pochi mesi (18,2 per cento) a diversi anni (dai due-tre per arrivare fino a nove o dieci) e, per la maggioranza, si aggirava sui cinque anni circa. Per questi casi si conoscono anche residenza e domicilio al momento della seconda assunzione, per cui è possibile verificare eventuali mutamenti nella condizione delle immigrate: fra coloro che avevano immediatamente spostato residenza e domicilio nel Biellese (e cioè per 14 donne su 397) la situazione rimane immutata. Delle 15 donne su 148 che trasferirono solo il domicilio e che vennero assunte una seconda volta risultano essere state 13 (e cioè l'86,6 per cento) quelle che divennero definitivamente residenti nel Biellese; fra coloro che avevano mantenuto residenza e domicilio nella zona d'origine (seconda assunzione per 3 su 15) tutte si spostarono nel Biellese.
Infine, fra coloro che avevano già avuto altri trasferimenti, l'unica che risulta essere stata assunta una seconda volta dichiarò (come risulta dal "Libro matricola") di essere residente e domiciliata nel Biellese. Si può quindi dedurre che, anche fra coloro che avevano mantenuto forti legami con le zone d'origine, la necessità di lavorare provocava definitivi trasferimenti in zona, trasferimenti che potevano o meno essere motivati anche da matrimoni contratti nella regione di immigrazione.
Sul totale dei 576 soggetti analizzati il 17,7 per cento (102) era domiciliato in case e villaggi operai nelle immediate adiacenze della fabbrica. Al loro interno il 33,3 per cento risiedeva nel villaggio Trossi, il 58,8 per cento dichiarava di essere insediato al villaggio senza specificare quale (nel comune limitrofo di Chiavazza si trovavano sia il villaggio Trossi sia il villaggio Rivetti) e il 7,8 per cento era domiciliato in case operaie. La classe d'età maggiormente rappresentata fra queste donne era quella comprendente le giovani dai quindici fino ai trent'anni, che erano il 76,5 per cento. Dei 34 soggetti di cui si conoscono i comuni di primo e secondo domicilio (legato al fatto di risultare assunte più volte) si possono analizzare in dettaglio gli spostamenti. Erano 14 le donne che, fra queste, avevano il domicilio nei villaggi operai: 2 non cambiarono luogo d'abitazione, 5, fra la prima e la seconda assunzione, si spostarono uscendo così dal villaggio per trasferirsi in case private e 7 invece si insediarono successivamente all'interno delle case fornite dalla proprietà aziendale. Tale dato risulta interessante se si pensa che, in linea generale, gli alloggi interni ai villaggi costituivano l'aspirazione di molti immigrati, in quanto erano strutturalmente più moderni e, spesso, forniti di servizi igienici interni, ma anche perché tale soluzione permetteva di mettersi al riparo dai tentativi di speculazione che, soprattutto negli anni venti, i padroni di case mettevano in atto a danno dei nuovi arrivati, aumentando notevolmente i canoni di affitto degli alloggi privati.

Prendendo in considerazione contemporaneamente i dati riguardanti entrambe le fabbriche, emergono alcune tendenze di fondo che permettono di capire le linee generali del processo migratorio verso il Biellese nei primi trent'anni del secolo: da questo punto di vista l'analisi si riferisce ad un totale di 701 soggetti.
Come visto nelle due analisi separate, la maggioranza assoluta dei soggetti giunse nel Biellese nel periodo successivo al primo conflitto mondiale e da zone relativamente vicine, quali le campagne piemontesi. Questo dato non stupisce: la prima guerra mondiale segnò un'epoca intera sotto molti punti di vista. Da un lato si ebbe un forte progresso industriale sostenuto dalle commesse belliche e successivamente dal governo stesso che tentò (come enunciato nella prima parte del saggio), attraverso l'acquisto di panni per i reduci, di mantenere attiva l'industria tessile che dava lavoro ad un numero crescente di individui. Il potere e il guadagno degli industriali del settore aumentarono di pari passo con la loro influenza e divenne necessario, per far fronte alle esigenze della produzione, ricercare nuovi serbatoi di manodopera. Le campagne piemontesi, data la loro vicinanza al Biellese e la povertà che le contraddistingueva, divennero fonte inesauribile di manodopera a basso costo: la meccanizzazione massiccia avvenuta nel decennio precedente limitava notevolmente il bagaglio di conoscenze tecniche richieste ai lavoratori e permetteva una loro immediata utilizzazione.
Presto gli imprenditori biellesi rivolsero le loro mire espansionistiche verso i mercati esteri (enormi furono gli sforzi compiuti in questo senso nel tentativo di ottenere l'appoggio governativo): un'ulteriore espansione avrebbe richiesto nuovi bacini "umani" cui attingere. Fu soprattutto durante gli anni venti però, in contemporanea con il bisogno di ridurre le spese a seguito della dura politica deflazionistica dello Stato, che gli industriali biellesi cominciarono ad indirizzarsi verso regioni più lontane come Veneto e Friuli Venezia Giulia. Le popolazioni di tali zone, già impoverite dal parcellizzarsi delle terre e dal declino dell'agricoltura, si trovavano in condizioni disastrose a seguito di un conflitto che si era combattuto proprio sulla loro terra. Non fu difficile convincere un gran numero di giovani donne e di intere famiglie a trasferirsi nelle valli biellesi dove il lavoro e la sussistenza, almeno nelle parole degli inviati delle fabbriche, erano garantiti: una volta innescato il processo contingenti sempre più numerosi di braccianti e contadini espulsi dalle campagne si recarono in Piemonte.
Neppure la politica fascista, volta a rivalorizzare la vita di campagna e contadina attraverso i suoi tentativi di bloccare le migrazioni riuscì a fermare un processo che, con il tempo, si rivelò inarrestabile.
Fra le donne, la quota maggioritaria era rappresentata da donne nubili di età compresa fra i venti e i trent'anni: le donne nelle fabbriche tessili rappresentavano ormai il gruppo più numeroso e, fra loro, il primato andava senza dubbio alle nubili. Anche fra le immigrate si trovava conferma di alcuni meccanismi innescati con l'ingresso del sesso femminile nell'industria: le ragazze in età per potersi spostare indipendentemente dalla famiglia tendevano a muoversi alla ricerca della stabilità economica, condizione necessaria per il matrimonio.
Le immigrate continuavano a considerare il lavoro industriale come un momento passeggero, caratteristico di una fase della loro vita: si lavorava per potersi costituire la dote che la famiglia non poteva fornire oppure, come sostengono Joan Scott e Louise Tilly in "Donne, lavoro e famiglia nell'evoluzione della società capitalistica" (Bari, De Donato, 1981), si tentava di acquisire capacità che avrebbero potuto garantire una loro attiva partecipazione al bilancio familiare (anche questa, in fondo, era una dote). Le giovanissime (con meno di sedici anni) non erano così numerose da rappresentare il grosso del contingente, nonostante le garanzie che le fabbriche tentavano di offrire (la Pettinatura Italiana di Vigliano infatti disponeva del convitto e la Bozzalla & Lesna distribuiva uomini e donne su diversi piani nelle case operaie). Si può ipotizzare che nelle religiose campagne italiane anche tali garanzie non fossero reputate sufficienti e le minori si ritrovano, nella maggior parte dei casi, solo se accompagnate da parenti o conoscenti e, probabilmente, provenivano da famiglie a cui la miseria non lasciava alternative.
La migrazione avveniva in modo programmato e non casuale e la ricerca dell'abitazione risultava essere uno dei problemi prioritari. Il fatto che, in molti casi, non si sia accertata una permanenza all'interno di villaggi e case operaie può avere diverse motivazioni fra le quali la principale è probabilmente la scarsità di tali alloggi in proporzione al numero di nuovi arrivi. Tali strutture furono costruite intorno agli anni venti e forte era la selezione cui si era sottoposti: solo famiglie numerose e con molti membri in età da lavoro potevano far affidamento sull'assegnazione di camere o appartamenti di proprietà delle industrie, mentre gli altri si trovavano in balia di speculatori spregiudicati o, più semplicemente, di persone originarie del luogo che sfruttavano al meglio le loro proprietà.
Un'analisi particolare meritano poi i casi di donne nate all'estero e assunte nelle due fabbriche. Nonostante il loro numero sia limitato (31 in totale) ritengo utile riportare alcune ipotesi: esse erano sicuramente di origine italiana, ma non altrettanto semplice risulta stabilire attraverso quali percorsi fossero arrivate fino alle valli biellesi. Avrebbero potuto essere figlie di migranti stagionali o di famiglie espatriate in via definitiva e avrebbero potuto anche essere di origine biellese: numerosi erano infatti i biellesi emigrati, temporaneamente o meno, all'estero.


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