Federico Avanzini

Nazionalismi in Asia orientale



Noi diciamo Asia, ma quale realtà vogliamo indicare con questo nome? Che cos'è per noi l'Asia? La porzione di mondo che chiamiamo Asia non è affatto un insieme omogeneo, dunque il nome non può essere usato nello stesso modo con cui oggi diciamo, per esempio, Europa. Il continente a cui per abitudine diamo il nome di Asia è costituito da un insieme di territori e di popoli tra loro diversi per storia, religioni e cultura. Esistono molte Asie, dall'India all'Indonesia, dalla Cambogia al Nepal e poi ancora dal Vietnam alla Cina e al Giappone. Non è possibile tratteggiare una tipologia di nazionalismo asiatico, l'idea di nazione e i movimenti nazionalisti asiatici sono tanti quanti i paesi che costituiscono l'insieme a cui si è soliti attribuire il nome Asia. Dobbiamo anche ricordare che gli stessi termini di nazione e nazionalismo furono introdotti nei diversi contesti asiatici nel corso del XIX secolo dalle potenze occidentali, furono poi fatti propri in tempi e modi diversi dalle élite intellettuali di quei paesi, quasi sempre nella versione più aggressiva che l'Occidente aveva loro trasmesso con la dominazione coloniale.
Finita con il 1989 la stagione degli equilibri bipolari, anche in area asiatica sono ripresi, in modo sempre più palese, fermenti e umori che hanno portato alla formazione di nuovi movimenti nazionalistici; in questo contesto vanno inseriti i movimenti islamisti dell'Indonesia e del sud delle Filippine dai tratti dichiaratamente eversivi, il nazionalismo fondamentalista indù in India, la ripresa nella Repubblica popolare cinese di argomenti patriottici e nazionalisti da parte delle stesse autorità di Pechino, e il più sommesso, ma non meno inquietante, ritorno nel dibattito politico giapponese del tema dell'identità nazionale.
Fatte queste premesse, la mia relazione si occuperà del fenomeno del risorgente nazionalismo limitatamente ai casi dell'India, della Cina e del Giappone.

Un nazionalismo su base religiosa

L'India, che con il suo miliardo di abitanti può essere considerata la più popolosa democrazia laica dell'Asia, in questi ultimi anni ha visto entrare in crisi il modello di stato nazionale edificato da Nehru e oggi la situazione presenta molti elementi che possono creare preoccupazione.
Il declino del Partito del Congresso ha portato al potere, nelle elezioni del febbraio-marzo 1998, il Bharatiya Jianata Party (Bjp), il partito nazionalista della destra religiosa indù.
Questa vittoria è stata preceduta e seguita da un crescendo di incidenti e scontri a sfondo razziale, attentati e omicidi perpetrati nei confronti di musulmani e cristiani in molti stati, in particolare in Orissa, Madhya Pradesh, Rajasthan, Gujarat e Uttar Pradesh.
Proprio nell'Uttar Pradesh nel 1992 attivisti indù hanno devastato e distrutto la cinquecentesca moschea di Ayodhya, scatenandosi poi in saccheggi e violenze contro la comunità musulmana.
Il governo nazionalista ha inasprito la tensione con il Pakistan che, a sua volta e proprio negli stessi anni, imboccava una strada che è stata definita di talibanizzazione.
Così nel maggio del 1998 le tensioni tra i due stati sono sfociate nella decisione reciproca di riarmo nucleare e poi nel 1999 nella guerra di Kargil in Kashmir. Il movimento nazionalista indiano che ha portato al potere il Bjp è organizzato sul territorio degli stati del Centro-Nord del paese e le sue organizzazioni più importanti e violente sono lo Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss), Forza volontaria nazionale, e lo Shivsena.
L'Rss è una sedicente organizzazione culturale per la rinascita indù, ma in realtà è a tutti gli effetti un movimento politico militare, la mente del Bjp, il cui gruppo dirigente proviene in gran parte da questa organizzazione. Lo Shivsena è invece senza ombra di dubbio un'organizzazione terrorista su base locale, propria dello stato del Maharasthra e della sua capitale Bombay. Lo Shivsena si richiama a Shivaji, l'antico sovrano maharathi che resistette combattendo contro i Moghul. Allo Shivsena vanno addebitati molti omicidi di musulmani e di cristiani, distruzioni di moschee e di chiese, di case e negozi appartenenti a famiglie musulmane e cristiane.
Queste le tesi sostenute dal movimento nazionalista indù:
1) l'India è indù così come il Pakistan è musulmano. Se l'India è indù la sua identità e unità territoriale può essere garantita soltanto difendendo l'induismo da ogni contaminazione; i musulmani e i cristiani non sono veri indiani e devono essere considerati nemici;
2) l'India deve cessare di essere uno stato laico, il modello politico nehruviano ha fatto dell'India una appendice dell'Occidente sia a livello economico che ideologico. La stessa carta costituzionale deve essere profondamente emendata per diventare una vera costituzione indù;
3) l'induismo non può essere considerato come una delle religioni dell'India, esso è l'India stessa;
4) i musulmani ed i cristiani, in quanto nemici dell'identità nazionale indiana, devono essere considerati come gli ebrei nella Germania degli anni trenta e l'India, se vuole salvare se stessa, deve liberarsi di loro anche ricorrendo ai metodi usati dal nazismo contro gli ebrei.
Per poter sostenere queste loro tesi i fondamentalisti indù stanno riscrivendo la storia dell'India, reinterpretando i testi della tradizione religiosa.
Amartya Sen, l'economista bengalese, premio Nobel per l'economia nel 1998, non ha esitato a definire fasciste le organizzazioni del movimento nazionalista indù. Questo nazionalismo indù fa proseliti tra le masse diseredate e analfabete dell'India degli stati del Nord e del Centro, tra i piccoli commercianti e gli artigiani che temono di perdere il poco benessere che hanno conquistato, per effetto dei processi di globalizzazione. L'Occidente viene accusato di volere la cristianizzazione dell'India e la sua ricolonizzazione. Nell'ultimo anno la situazione si è aggravata con attacchi ripetuti contro organizzazioni sindacali e contro singoli intellettuali accusati di seguire mode occidentali.

Pechino fa appello a Confucio

Dopo il 4 giugno 1989 e i massacri di piazza Tienanmen, la Rpc ha dovuto fare i conti con una crisi di legittimazione del regime comunista, il degrado del sistema politico, una diffusa corruzione e preoccupanti tensioni tra centro e periferia, in particolare le province meridionali più ricche e dinamiche non sembrano essere più disposte a trasferire al centro la maggior parte della loro ricchezza. In questo contesto il nazionalismo è ritornato di attualità come strumento utile per evitare il pericolo di fare la fine dell'ex Unione Sovietica.
In definitiva la difesa di non meglio determinati valori asiatici, contro le pretese universalistiche dell'Occidente, le ripetute campagne di educazione patriottica in difesa della spiritualità socialista, dei primi anni novanta del Novecento, promosse o ispirate dal governo, cercavano di ricreare un clima di consenso verso il partito comunista e le sue scelte.
Il partito e la sua classe dirigente hanno cercato nuova legittimità e consenso ricorrendo agli appelli dell'amor di patria e riproponendo alcuni temi nazionalistici, abbandonati da moltissimo tempo in nome dell'internazionalismo comunista.
Dopo il bombardamento Nato della sede dell'ambasciata della Rpc a Belgrado, nel corso delle manifestazioni di piazza volute e incoraggiate dal governo sono riemersi, sia pur minoritari, antichi sentimenti xenofobi.
Molte riviste cinesi in questi ultimi anni hanno dedicato una particolare attenzione al tema dell'identità nazionale e del nazionalismo. I politici hanno pubblicamente incoraggiato la ripresa di tradizioni confuciane, in precedenza combattute e vietate quali espressioni di un passato reazionario e feudale.
Pechino ha bisogno di trovare un'ideologia da sostituire al marxismo-leninismo ormai screditato e fa appello a quei valori più profondi e radicati dell'identità culturale nazionale che noi occidentali conosciamo con il nome di confucianesimo. Così anche il dibattito tra gli intellettuali ritorna a quei temi che avevano caratterizzato la Cina negli anni della fondazione della repubblica.
La Cina accetta la sfida della globalizzazione e la gioca pensandola come uno scontro politico tra grandi potenze, una variante contemporanea del modello 1860-1945; per questo ha bisogno di ritrovare le sue radici culturali.
Le posizioni espresse dalle correnti del nuovo nazionalismo cinese si possono ricondurre a quattro tipologie:
1) identità socialista. Questa è la posizione dei gruppi più conservatori, per i quali la Cina si identifica con lo stato-partito e trova la propria identità nell'ideologia socialista, cioè in quel patrimonio ideologico rappresentato dalla variante cinese del marxismo-leninismo;
2) identità Han. Tesi sostenuta da coloro che rivendicano un nazionalismo su base etnica e linguistica. Questa concezione dell'identità nazionale non è nuova, ma deve fare i conti con le numerose comunità non Han delle province del Nord-Est e dell'estremo Ovest, che sarebbero in tal modo fortemente discriminate;
3) identità culturale. Questa posizione è quella che più si avvicina alle posizioni confuciane di cui cerca di recuperare l'eredità storica. L'identità della Cina, la sua vera natura, è nella sua civiltà millenaria, nella storia delle sue tradizioni culturali e, in modo tutto speciale, nel patrimonio ideale della scuola dei letterati;
4) identità territoriale. Questa concezione della nazione nasconde in realtà due differenti soluzioni del problema: a) identità territoriale all'interno del modello dello stato dinastico. In questo caso i confini della nuova Cina coinciderebbero territorialmente con i confini del suo antico Impero. Troviamo sostenitori di questa tesi anche tra i fautori di una sorta di democrazia autoritaria; b) identità territoriale entro i confini dell'Impero. Lo spazio dell'Impero è in questo secondo caso pensato in termini di cittadinanza e di fruizione dei diritti civili e politici; la soluzione proposta è quella della Repubblica federale.
In realtà queste quattro tipologie si presentano spesso miscelate tra loro formando nuove configurazioni e ipotesi. La concezione che abbiamo definito dello "stato dinastico" si coniuga spesso con quella dell'identità culturale o altrimenti con quella dell'identità socialista.
Nella seconda versione la tesi dell'identità territoriale può essere sostenuta insieme a una forte difesa dell'identità culturale, dunque entro i confini di una rivalutazione della civiltà confuciana, dando così origine ad un nazionalismo pancinese che si ricollega ad un passato prossimo, quello rappresentato dall'ultima dinastia imperiale dei Qing. La Cina è pensata da questa corrente del nazionalismo come un'unica entità territoriale dalla Mongolia al Tibet allo Xinjiang.
Negli ultimi dieci anni il governo di Pechino e i principali centri culturali del paese hanno elaborato una strategia volta a suscitare tra la popolazione un forte sentimento patriottico. I giornali, la televisione, il cinema, l'editoria libraria e anche la scuola, sono stati mobilitati intorno a questo obiettivo. Sono state rivalutate e ripristinate antiche feste tradizionali, ricorrenze e anniversari per commemorare eventi del lontano passato imperiale.
Tra i libri editati in anni recenti al fine di contribuire alla formazione di una forte coscienza nazionale possono essere ricordati: "La grande muraglia spirituale", "La tradizione patriottica cinese" e "Amo la mia Cina". Per l'attività didattica delle scuole sono stati pubblicati ben venti nuovi volumi sull'educazione nazionale e una enciclopedia sulla storia della nazione. Nelle librerie sono ricomparsi i classici della tradizione confuciana e numerosi saggi storici sulla guerra contro il Giappone.
Da qualche tempo è in corso anche una rivalutazione di quei pensatori confuciani che, come il filosofo Liang Shuming, furono attivi durante gli anni venti del Novecento. Un'attenzione particolare è stata dedicata al pensiero di Liang Qichao a cui si deve la prima compiuta elaborazione del nazionalismo pancinese (da min zu zhu yi). La televisione nazionale ha prodotto uno sceneggiato in cinquanta puntate sulla vita del generale Zeng Guofan (1811-1872) e, contemporaneamente alla sua messa in onda, venivano ristampate tutte le sue opere e gli veniva dedicato un romanzo storico che tra il 1993 e il 1996 poteva già vantare diciannove edizioni per milioni di copie vendute.
Si stanno ristampando e ristudiando le opere dei pensatori del tardo impero Ming e del primo periodo Qing, in particolare va segnalato il rinnovato interesse per Wang Fuzhi (1619-1692) a cui si deve forse la prima elaborazione di un pensiero nazionalista, là dove viene elaborando una teoria della guerra giusta a partire dal convincimento che l'Impero cinese ha, non soltanto il diritto, ma l'obbligo di combattere contro i barbari e di annientarli al fine di preservare la sicurezza dell'Impero, i valori della civiltà cinese e il benessere del popolo. Il caso del generale Zeng Guofan è esemplare per capire il cambiamento di clima politico che la Rpc sta attraversando. In questo caso infatti si tratta di un ribaltamento di giudizio. In passato Zeng Guofan era stato accusato dal Pcc di essere un traditore della patria, un servitore al soldo di una dinastia straniera (i mancesi), un nemico del popolo. Ora Zeng viene riabilitato quale autentico patriota, vero cinese, confuciano esemplare, riformatore e uomo di stato di adamantina integrità morale.
Zeng Guofan fu esponente di primo piano del movimento yangwu, sorto dopo le guerre dell'oppio, propugnatore e animatore di una rinascita del pensiero confuciano e dei valori imperituri della civiltà cinese, difensore di una politica di rafforzamento della potenza imperiale attraverso la realizzazione di un piano di riforme economiche e militari. Zeng fu anche il comandante in capo dell'esercito imperiale che nel 1864 represse nel sangue il movimento dei Taiping.
Con Zeng Guofan vengono rivalutati i protagonisti del movimento riformista del 1898 e cioè Kang Youwei, Liang Qichao e Tan Sitong. Questo rinnovato interesse verso personaggi e momenti della storia dell'Impero è il segno di una trasformazione in atto delle concezioni politiche del nazionalismo cinese, trasformazione dagli esiti ancora incerti, ma certo non più riconducibile nel solco del marxismo e del leninismo.
Gli stessi intellettuali dissidenti si muovono all'interno di questa trasformazione come parti attive di questo grande dibattito storico e culturale. Personaggi noti anche in occidente quali Wei Jingsheng e Yan Jiaqi, quando si battono per la creazione di uno stato democratico, contro i sostenitori dello stato dinastico, lo fanno rimanendo entro il quadro di una concezione nazionale pancinese, che vede però nel modello di stato federale la soluzione dei conflitti interetnici.
Quale che sia il nostro personale giudizio sul nazionalismo, è indubitabile che la Cina non può fare a meno di una forte identità nazionale, il suo passato è un patrimonio troppo importante per essere cancellato, come volevano fare i sostenitori della Rivoluzione culturale nel decennio 1966-1976.
Il confucianesimo, sia pure nella sua forma meno interessante e scolastica codificata dal potere imperiale, è stato strumento di unità e di coesione sociale, ha formato la classe dirigente dell'Impero e si è identificato con la stessa civiltà cinese. Non dobbiamo dunque stupirci se la Cina torna a rivolgersi a questa tradizione con rinnovato interesse. Ma quali correnti, quali pensatori e quali opere verranno alla fine considerate fondamentali è cosa cui dobbiamo prestare molta attenzione e ci dovremo preoccupare se il potere politico cercherà ancora una volta di porsi come l'unico autorevole interprete delle fonti del pensiero e delle tradizioni della civiltà cinese.

Un incerto Giappone

Paradossalmente il Giappone, paese ultranazionalista fino all'agosto del 1945, sembra oggi non essere sfiorato dal problema.
Nel 1996 Tokyo ha riconfermato solennemente la propria alleanza militare con gli Stati Uniti, impegnandosi anche a sostenere le nuove politiche di peacekeeping. Il Giappone non riesce tuttavia a nascondere una certa inquietudine nei confronti della politica cinese che sembra muoversi sulla scena internazionale per conquistare la leadership dei paesi dell'area asiatica e un ruolo chiave nell'economia mondiale.
Dopo la sconfitta militare del 1945, Tokyo ha delegato all'amministrazione di Washington la sua politica estera insieme alla sua difesa e alla sua sicurezza, dedicandosi esclusivamente allo sviluppo economico del paese. Non ha voluto fare i conti con il proprio passato, lo ha rimosso e dimenticato, fingendo che non fosse mai accaduto, in questo aiutato dagli stessi Stati Uniti.
Ora non si può più fingere. Quel passato che il Giappone postbellico aveva messo da parte come non gli appartenesse, è invece ancora una ferita aperta e sanguinante per molti dei suoi vicini di area, quali la Corea, la stessa Cina, le Filippine e gran parte dei paesi del Sud-Est asiatico.
Oggi, quando il partito democratico in coalizione con il partito liberale sta cercando di elaborare una strategia politica che permetta al paese di tornare a giocare un ruolo da protagonista a livello internazionale, proprio per questo, quel passato torna di attualità.
Ma il governo di Tokyo, anche dopo l'uscita di scena di Keizo Obuchi, non sembra in grado per ora di affrontare quel nodo della propria storia, con coraggio e lealtà. Sembra temere la reazione dei gruppi della destra nazionalista e la disapprovazione della potente Yakuza.
Il governo di Tokyo, per scrollarsi di dosso le sempre più frequenti critiche della propria opinione pubblica, di eccessiva subalternità nei confronti della politica americana, ha iniziato a tessere rapporti con i propri vicini, dalla Corea alla Cina e ai paesi del Sud-Est, ma ancora soltanto sul piano economico e assai timidamente.
Nel 1997, dopo la crisi valutaria, ha prestato aiuto alla Taylandia e alla Malaysia, ha siglato un accordo di cooperazione economica con il governo coreano, sostiene l'economia filippina, prende parte alle riunioni della Asean. Ma anche con tutte le cautele e la prudenza dimostrata Tokyo si è trovato a fare i conti con le richieste dei governi di Pechino e di Seul di scuse formali e risarcimenti per le atrocità commesse dalle truppe giapponesi durante la guerra tra il 1937 e il 1945. Come ormai molti sostengono, anche tra gli intellettuali giapponesi, la questione nazionale non può più essere rinviata, il Giappone non può più continuare a mimetizzarsi dietro lo scudo degli americani. Ma per poter definire che cosa è il Giappone del dopo guerra fredda è indispensabile che il governo e il popolo di questo paese facciano i conti con il proprio passato.
Il Giappone, per tranquillizzare i propri interlocutori, deve rispondere in modo convincente alle obiezioni che questi gli hanno fatto: quando Tokyo parla di spirito nazionale a cosa vuole fare riferimento? Quale nuovo sentimento ha sostituito l'antico Kokutai, la coscienza nazionale del periodo imperiale? Quale nuovo patriottismo può essere chiamato oggi in causa? Quale identità nazionale rivendica il Giappone democratico? Già negli anni ottanta del Novecento il primo ministro Nakasone si era posto il problema di una costituzione che non era mai passata al vaglio di un referendum popolare. Il Giappone democratico ha una costituzione redatta da esperti statunitensi e votata da un parlamento recalcitrante nel 1946 per ordine dell'imperatore e su pressione delle forze di occupazione; dopo più di cinquant'anni, si può ritenere che quel testo costituzionale sia oggi largamente condiviso dai cittadini del nuovo Giappone e sia anzi divenuto parte di un nuovo modo di intendere la propria identità nazionale? Sono tutte questioni legittime a cui Tokyo dovrà dare una qualche soluzione.
Del resto, già nel 1982, l'economista di fama internazionale Morishima Michio aveva constatato che molti giapponesi non accettavano più esplicitamente o nella sua interezza la dottrina tradizionale del "Giappone terra degli dei", ma ciò che preoccupava era che ad essa nulla era stato sostituito.
Questo vuoto emotivo, concludeva Morishima, se non sarà riempito lascerà aperta la possibilità di sviluppi futuri inquietanti.
Noi dobbiamo purtroppo concludere che nulla ancora è stato fatto in tal senso fino ai nostri giorni.