Gianfranco Astori
Per una storia del Consiglio di valle Valsesia*
"l'impegno", a. XXVI, n. 2, dicembre 2006
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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La vicenda del Consiglio di valle Valsesia si snoda tra due date: 19 agosto 1946 - 19 dicembre 1973. In mezzo gli
anni della ricostruzione (o della rinascita come, con felice espressione, ebbe a definirli Giulio Pastore, suo storico
presidente), del definitivo spopolamento dell'alta valle, dell'ammodernamento di infrastrutture e dell'assestamento della
struttura economico-sociale di questo territorio montano.
Si fa ascendere la nascita del Consiglio di valle Valsesia alla riunione dell'Unione valsesiana agricoltori svoltasi
a Varallo il 19 agosto 19461. In quel convegno, alla presenza del ministro dell'Agricoltura Antonio Segni e dei
deputati alla Costituente Giulio Pastore, Ermenegildo Bertola, Giuseppe Pella e Francesco Moranino, e con l'intervento di
rappresentanti delle forze sociali ed economiche locali, emerse la proposta di costituire un comitato di esperti al
quale demandare lo studio dei problemi di una valle uscita prostrata dalla guerra, per valorizzarne le risorse. Il mese
successivo il Comitato di studio dei problemi valsesiani, riunito nel municipio di Varallo, modificava la propria
denominazione in Consiglio di valle (Cdv) e designava Giulio Pastore a presidente. Prendeva così avvio (era il 16 settembre 1946)
l'avventura del primo Consiglio di valle in Italia, riferimento obbligato per tutti quelli che, sull'esempio, sarebbero
seguiti nella penisola, sino alla legge
1.102/19712 che avrebbe istituito per legge le comunità montane, riconoscendo il
successo delle esperienze costituitesi su base volontaria.
Esaminiamo i compiti che il convegno dell'Unione valsesiana agricoltori, sezione autonoma della Federazione
coltivatori diretti, assegnava al "Comitato di esperti": "studio dei problemi essenziali che interessano la valorizzazione
della Valsesia, particolarmente nei riguardi della riorganizzazione turistica dei centri di soggiorno e degli sport estivi ed
invernali, delle comunicazioni stradali e sussidiarie o complementari per l'incremento e la rapidità dei trasporti e relativi
mezzi, nonché per lo studio e lo sfruttamento delle risorse naturali della zona, boschive, idriche, folkloristiche, artistiche,
ecc.". Lo stesso comitato "si adoperi di sollecitare i rappresentanti politici della valle ad ottenere dallo Stato adeguate
sovvenzioni a titolo di bonifica per la ricostruzione del patrimonio zootecnico e boschivo della valle e per lo
sfruttamento idrico della zona con la creazione di centrali elettriche ad alto rendimento, con particolare impegno di precedenza
nella erogazione di energia per la elettrificazione della ferrovia Novara-Varallo". Infine "invitare i comuni di tutta la
Valsesia ad impegnarsi moralmente di riconoscere sia al predetto comitato di studio, come ai centri di coordinamento di
Varallo e Borgosesia la priorità della loro funzione rispetto ad ogni e qualsiasi altra iniziativa. Ciò per evitare soprattutto
dannose infiltrazioni e sovrapposizioni di programmi similari non del tutto rispondenti agli interessi e bisogni della
comunità Valsesiana, che devono essere validamente tutelati per una efficiente ed operante indipendenza ed autonomia
locale, onde garantire con piena libertà di esame e discussione l'inserimento organico e coordinato nel complesso
dell'economia Valsesiana e regionale di tutte le iniziative e proposte utili al conseguimento del suo
sviluppo"3. Troviamo qui elementi che caratterizzeranno poi a lungo la vita politico-istituzionale valsesiana: la difesa della propria identità
ed autonomia, ma senza cedimenti al localismo, nella consapevolezza dell'appartenenza ad un destino più vasto non
riassumibile nel ristretto territorio valsesiano; la dimensione unitaria dell'impegno, sia dal punto di vista del territorio,
contro ogni campanilismo, sia dal punto di vista del rapporto tra le forze politiche.
Il dopoguerra in Valsesia, come altrove in Italia, era caratterizzato dalle forti distruzioni subite nel periodo bellico.
Le rappresaglie nazifasciste a seguito della lotta partigiana segnavano profondamente la fisionomia del territorio. I
problemi (condivisi da tutta la comunità nazionale) dell'alimentazione della popolazione in una zona relativamente
remota erano accentuati dalla crisi dell'agricoltura locale, segnata dall'impoverimento di tutto il patrimonio animale, di
quello bovino in particolare. I comuni, alcuni reduci dall'accorpamento realizzato dal fascismo,
stentavano a ritrovare una propria strada: le prime elezioni amministrative li avevano appena restituiti, dopo vent'anni, ad una gestione
democratica. Caratterizzava le gracili esperienze di vita democratica delle amministrazioni locali la completa assenza di
risorse proprie: il sistema fiscale che avrebbe impostato il ministro delle finanze Vanoni era di là da venire; Ige (imposta
generale sull'entrata, destinata a gravare sui consumi), imposta di famiglia (reddito) erano espressioni virtuali in un
contesto economico come quello.
L'urgenza era tuttavia di ripartire e non è un caso che protagonisti del processo, prima ancora delle fragili
istituzioni locali, fossero le forze sociali ed economiche e le forze politiche, con i parlamentari espressi dal territorio,
essenziale tramite con Roma e la struttura burocratica statale, con una "cifra" che avrebbe sempre caratterizzato il tessuto
dell'attività del Consiglio di valle Valsesia: il dialogo e la collaborazione tra le forze economico-sociali del territorio e le
espressioni democratiche locali.
La Valsesia, come l'Italia, si misurava con i temi della ricostruzione: materiale, morale, democratica. Ed aveva titolo
per essere parte di questo sforzo, sia dal punto di vista dell'esperienza politico-militare rappresentata dalla Resistenza,
sia dal punto di vista della classe dirigente che esprimeva.
Il salto dalla realtà prefascista alla realtà postresistenziale era arduo e le contraddizioni non mancarono, in una
valle che non aveva certo lesinato sostegno al regime fascista.
Lasciamo la parola ad uno dei protagonisti di quel periodo e di quell'esperienza, Giulio Pastore, che, in
occasione dell'anniversario dei vent'anni di fondazione del Consiglio di valle (19 settembre 1966), scriveva: "Il Consiglio di
valle nacque dalle macerie fisiche e spirituali lasciateci dalla dittatura e dalla guerra, dalle sofferenze di ciascuno e di tutti,
dai bisogni più urgenti ed indilazionabili [...] Contenuti morali furono il desiderio di unificazione delle volontà, pur nel
rispetto della riconquistata dialettica democratica, accettando un democratico coordinamento degli sforzi in vista
dell'interesse generale; il senso della collaborazione [...] il senso della responsabilità per graduare i problemi sulla base
di un logico sviluppo inquadrato in una prospettiva generale per trarre dalla comunione delle aspirazioni, cementata
intorno ai valori ideali della Resistenza, indirizzi generali capaci di rompere ogni egoismo campanilistico, ogni
ristrettezza mentale, ogni visione individualistica, favorendo l'affermarsi di una 'responsabilità valsesiana' che abbracciasse
l'interesse reale dell'intera comunità della Valle [...] Senza mai abbandonarsi alle illusioni o alla facile e demagogica predicazione di obiettivi impossibili a realizzarsi".
E la sostanza dell'esperienza fu tale da poter prescindere anche, a lungo, da riconoscimenti giuridico-formali,
che arrivarono solo all'inizio del
19624, ben sedici anni dopo l'avvio.
Il "caso" Consiglio di valle Valsesia sarebbe stato punto di riferimento a livello nazionale per ogni politica di
sviluppo della montagna e dell'intera problematica delle aree depresse, per ogni riflessione sull'ordinamento delle
autonomie locali, sino alla legge 1.102/1971 che, ormai scomparso Pastore, avrebbe istituzionalizzato l'esperienza di
autogoverno della montagna italiana, con l'introduzione delle comunità montane come enti di programmazione e gestione nei
territori montani.
L'intuizione e il lavoro sottostante furono quelli di unificare politiche e sforzi per lo sviluppo di una valle priva
di risorse significative. Il Consiglio di valle fu concepito e divenne il soggetto politico-istituzionale posto a tutela di
un territorio ed una popolazione ai margini dello sviluppo ed i risultati vennero.
Il quadro politico-istituzionale degli anni cinquanta e sessanta del secolo XX non è, naturalmente, comparabile
con quello dell'inizio del terzo millennio.
Strumenti e risorse, in un Paese di tradizione accentratrice, accentuatasi sotto il fascismo, vedevano risiedere nella
capitale le chiavi di ogni iniziativa. E, con impegno e fermezza, i risultati vennero, seguendo due assi principali di sviluppo.
La politica delle infrastrutture civili e quella dell'istruzione pubblica. Furono gli anni delle strade e degli acquedotti
che resero possibile da un lato la realizzazione di un sistema di mobilità infraterritoriale utile ai fini delle possibilità di
occupazione locale nelle fabbriche della media e bassa valle ed intervallivo (Civiasco-Arola), dall'altro, con la
disponibilità e la distribuzione di acqua potabile nelle abitazioni, l'elevazione degli standard di vita, con ricadute positive anche
sul piano del turismo, con la valorizzazione di patrimoni urbani di centri sino ad allora non raggiungibili con strade
carrozzabili e privi di "comodità".
L'altro grande asse fu quello dell'istruzione pubblica: le iniziative del Consiglio di valle e la presenza di figure
pionieristiche sul terreno dell'educazione (cito per tutti padre Enrico Allovio, dottrinario) debellarono in tempi
rapidissimi piaghe come l'analfabetismo e l'evasione dall'obbligo scolastico, assumendosi l'onere di politiche attive che
rendessero possibile ed effettiva la frequenza scolastica per i giovani valsesiani, indipendentemente dalla loro località di
residenza. Tale e significativa fu l'opera del Consiglio di valle che Varallo ospitò il convegno nazionale sulla scuola
in montagna, alla presenza del ministro della Pubblica istruzione: microcosmo e modello concreto di una politica
scolastica che rendeva davvero effettivo il dettato costituzionale in materia di accesso allo studio ed ai beni della cultura
per tutti i cittadini. Una sfida particolare, in una realtà largamente priva di strutture, fu la applicazione della legge
sulla scuola media unica (1962): di essa venne investito il Consiglio di valle, con la generalizzazione di una esperienza,
avviata a suo tempo nella bassa valle dal Comitato scolastico Valsesia-Valsessera, con il concorso dell'Associazione
industriali Valsesia. Il trasporto alunni si estese a tutta la valle, con risultati innegabili, anche e proprio sul fronte
dell'integrazione scolastica di alunni provenienti da contesti socio-culturali diversi. Un successo che portò padre Allovio
a scrivere, anni dopo, alla conclusione dell'esperienza del Consiglio di valle: "Non la forza della legge ma l'opera di
persuasione, la preoccupazione costante, la profonda sensibilità hanno dissolto la freddezza e la resistenza dei primi
tempi". Sarebbero venute dopo, sempre per sollecitazione del Cdv, l'esperienza della sezione decentrata di scuola media
a Campertogno prima e, con la Comunità montana, la realizzazione del centro scolastico di Balmuccia poi, entrambe
immaginate come argine al contenimento dello spopolamento e garanzia di diritti.
Il percorso in parallelo della ricostruzione italiana e di quella valsesiana, nella triplice accezione ricordata, fu
segnato dal positivo interagire tra i due livelli, con un Consiglio di valle sempre pronto ad individuare gli spazi positivi offerti
da parlamento ed amministrazione centrale ed a suggerire soluzioni dettate dall'esperienza sul terreno. Ne reca i
segni l'evolvere della legislazione nazionale in materia: la prima legge organica sulla montagna nel dopoguerra, a
conferma della rilevanza della questione, fu approvata nella prima legislatura
repubblicana5 e proponeva una visione
moderna, sia pure ancora ispirata ad una immagine della montagna come prevalente risorsa agricolo-forestale. Ne sono
esempio l'introduzione del credito agrario di miglioramento anche per abitazioni private ai fini dello sviluppo turistico;
contributi alla gestione del patrimonio silvo-pastorale dei comuni; la creazione di enti a difesa della montagna come le
aziende speciali ed i consorzi per la gestione dei beni silvo-pastorali ed i consorzi di bonifica montana, ciascuno dei quali
dotato di un piano generale di bonifica. E la Valsesia approfittava di questa opportunità (il Consorzio di bonifica
montana Valsesia sarà istituito nel 1959), avviando, con il sostegno dello Stato, un programma di sistemazioni
idraulico-forestali, di reti acquedottistiche, di strade, di rilevante importanza e, soprattutto, basato su una ricognizione organica dei
bisogni del territorio (il piano generale di bonifica). Era l'epoca in cui la comunità di valle raggiungeva alcuni
significativi obiettivi: fra essi la realizzazione della rete cooperativa degli allevatori e del Caseificio consorziale di Piode,
strumento essenziale per la persistenza di un patrimonio bovino, a sua volta elemento importante per la diversificazione
delle attività economiche e la stessa manutenzione del territorio.
Troviamo qui tutti gli elementi di una visione che, in una Valsesia "laboratorio nazionale" di fatto, saprà cogliere
come la montagna fosse una delle grandi questioni aperte nel Paese. La "questione sociale" nel dopoguerra, in Italia,
fu anche questione territoriale. Il Mezzogiorno, certo, ma anche le "aree depresse del Centro-Nord" ed
intersechiamo, ancora una volta, la figura di Giulio Pastore, leader nazionale del movimento dei lavoratori e protagonista di una
stagione6 che seppe mettere a frutto nel nostro Paese la lezione di altri, maturata nella temperie del "new deal
rooseveltiano", con l'emergere di forti politiche di intervento nell'economia. È la complessità di un modello di sviluppo che puntava
al recupero di risorse tenute in secondo piano: i lavoratori, il Mezzogiorno, la montagna. È la politica dell'intervento
straordinario dello Stato e di quella che oggi chiameremmo "fiscalità di vantaggio" a favore del Sud e delle aree
depresse. Nemmeno tanto obsoleta come politica se l'Unione europea basa oggi su criteri analoghi l'attivazione dei fondi comunitari che sostengono la politica di coesione.
Un impegno, quello di Pastore, che il presidente della Camera, Sandro Pertini, ebbe così a definire: "L'aspirazione
più profonda che Giulio Pastore recava nel suo animo era questa: trasferire all'interno della classe politica una
sensibilità ed un costume nuovi, sensibilità e costume che egli riteneva potessero essere offerti prevalentemente dalla
classe lavoratrice, a suo avviso chiamata ad essere l'artefice di uno Stato nuovo. Uno Stato nel quale la giustizia sociale
dovesse avere come condizioni primarie la tutela della dignità ed il rispetto della persona
umana"7.
Una visione che il presidente del Cdv, Giuseppe Jelmini descriverà così, alla sua morte: "La montagna ed i
montanari rappresentavano per Giulio Pastore uno dei problemi fondamentali che lo Stato democratico doveva affrontare
nella convinzione che [...] promovendo lo sviluppo delle attività economicamente sostenibili in montagna [...] si
contribuisce a rendere più giusto e generale l'evolversi del progresso in tutta la Nazione [...] Ma soprattutto e prima di tutto
Giulio Pastore considerava un dovere dello Stato democratico intervenire massicciamente in montagna per rendere
testimonianza ai meriti dei montanari tutti per il ruolo da essi svolto con duri sacrifici, con paziente tenacia, con valida
capacità in pace ed in guerra, in Patria ed all'estero. Questa consapevolezza dei servigi resi dai montanari alla Patria
rendeva Pastore intransigente e caparbio nell'affermare per loro il diritto a particolari interventi dello Stato non intesi
come elemosina ma come giusto corrispettivo di secolari
sacrifici"8.
È con orgoglio che Pastore scriverà, nella citata occasione del ventennale del Cdv: "La Valsesia non è rimasta
assente dalla laboriosa ricostruzione della vita politica e democratica che negli ultimi vent'anni ha visto impegnata
l'intera nazione".
Giulio Pastore, ormai ministro della Repubblica, lasciò la guida diretta della istituzione Consiglio di valle ed a
sostituirlo venne eletto uno dei suoi più stretti collaboratori, Giuseppe Jelmini, che assicura continuità nell'azione
amministrativa locale.
Nell'ottobre 1969 Pastore morì improvvisamente: se la successione al Cdv era già intervenuta, il vuoto
sostanziale determinato dalla sua scomparsa apriva una fase assai delicata.
Per la Valsesia degli anni settanta erano tempi difficili: all'assenza di una
leadership sperimentata come quella di Pastore, si aggiungeva l'attuazione dell'ordinamento regionale. Iniziava la transizione del passaggio di funzioni tra Stato
e regioni, periodo che, per gli amministratori locali dell'epoca, fu di vera sofferenza. Un passaggio epocale per una
valle che, grazie soprattutto a Pastore, aveva conosciuto uno Stato "amico" ed alla quale Torino invece appariva distante
e sconosciuta.
Nel frattempo, alla fine del 1970, esaurito il turno delle elezioni amministrative generali, una nuova generazione
di amministratori locali si affacciò alla ribalta e l'assemblea del Consiglio di valle elesse un nuovo presidente,
Roberto Comoli (rappresentante del Comune di Riva Valdobbia), affiancato, come vicepresidente, dal neoeletto sindaco di
Rassa, Gianfranco Astori.
Alla fine del 1971 Roberto Comoli venne indicato alla presidenza del neonato Comitato regionale di controllo
sugli atti degli enti locali della provincia di Vercelli, lasciando dunque, per sopravvenuta incompatibilità, la guida del
Cdv. Toccava a chi scrive raccogliere il fardello, era l'inizio del 1972, sino alla fine del 1973, quando si insediò la
Comunità montana "Valsesia".
Il rilievo particolare dell'istituzione Consiglio di valle Valsesia nella vita politica della regione si misura anche,
nel dopo Pastore, dalla partecipazione alla sua assemblea di personalità della politica nazionale: tre parlamentari ed
uomini di governo (Carlo Donat Cattin, ministro di Stato, Democrazia cristiana, in rappresentanza del Comune di Varallo;
Franco Nicolazzi, sottosegretario di Stato, Psdi, in rappresentanza del Comune di Borgosesia; Cornelio Masciadri, Psi,
in rappresentanza del Comune di Quarona. Giacché la designazione a membro dell'assemblea del Cdv poteva
riguardare persone esterne ai singoli consigli comunali, anche personalità prestigiose non appartenenti al mondo della politica
e dell'amministrazione pubblica sceglievano di servire la comunità valsesiana. Per tutti cito l'ingegnere Giorgio
Rolandi, protagonista della realizzazione del Palazzo dei musei a Varallo e dell'ardita funivia sul monte Rosa, rappresentante
del Comune di Alagna; il professore Umberto Bonapace, che fu, tra l'altro, direttore generale del Touring club italiano,
in rappresentanza del Comune di Piode; l'avvocato Luigi Ottone, vero e proprio ambasciatore a Roma della Valsesia,
in rappresentanza del Comune di Rimella.
Accanto a loro ed ai tanti amministratori locali sedevano uomini che avevano fatto la Resistenza, protagonisti
del dopoguerra: Vincenzo (Cino) Moscatelli, Pci, in rappresentanza del Comune di Borgosesia; Bartolomeo Chiodo,
Psi (Varallo); Ezio Grassi, Pli (Carcoforo).
Una situazione relativamente politicizzata, dove non c'erano maggioranze precostituite e dominavano invece
posizioni indipendenti, in cui la giunta veniva eletta per sentimenti di stima ed autorevolezza di rappresentanza
territoriale (cinque seggi in assemblea erano riconosciuti ai comuni di Varallo e Borgosesia, tre agli altri). Quel Cdv, secondo
Pastore, era un "organismo fortemente unitario, sicché nessuna divisione ideologica o politica è mai intervenuta né
nei dibattiti né nella azione".
Una visione largamente condivisa da un altro grande protagonista della politica valsesiana di quegli anni, Cino
Moscatelli, che ebbi l'onore di annoverare tra i componenti l'assemblea del Consiglio di valle e che dedicò il suo
impegno, in quello scorcio, all'ottenimento della medaglia d'oro al valor militare alla Valsesia per attività partigiana, appuntata
sul gonfalone della Città di Varallo dal presidente della Repubblica Giovanni Leone, giunto con il treno presidenziale
nella cittadina ai piedi del Sacro monte nella indimenticata giornata del 9 settembre 1973.
Il periodo che ho trascorso alla guida del Consiglio di valle appare come la transizione alla piena entrata in
vigore della legge 1.102/1971, alla quale farà seguito la legge regionale 11 agosto 1973 n. 17, con cui si procederà
all'attuazione del provvedimento nazionale, individuando le comunità montane del Piemonte. Non fu, per questo, un periodo meno
fecondo di altri: il Cdv continuava, infatti, la sua piena attività; in più, agiva da levatrice all'imminente nascita
della Comunità montana.
Una legge fortemente innovativa quella votata dal Parlamento in conclusione della V legislatura repubblicana.
In attuazione degli artt. 44 e 129 della Costituzione vigente, la legge 1.102/1971 si proponeva la valorizzazione delle
zone montane attraverso la partecipazione delle popolazioni interessate, avendo per strumento le comunità montane, enti
di diritto pubblico a base democratica. Primo obiettivo, l'eliminazione degli squilibri di natura sociale ed economica tra
le zone montane ed il resto del territorio nazionale. A costituire un elemento di novità fu l'ampliamento alla montagna
di quella riserva di investimenti pubblici sino ad allora esplicitamente prevista solo per il Mezzogiorno (art. 16 della
legge), che il Cipe, Comitato interministeriale per la programmazione economica, avrebbe dovuto stabilire in occasione del
varo di programmi di sviluppo.
Una concezione quindi delle comunità montane come enti rappresentativi di popolazioni e territorio, non mere
"agenzie per lo sviluppo della montagna", tema entrato recentemente nel dibattito sul futuro di questi organismi a
trent'anni dalla loro istituzione.
Nel cammino verso la nuova istituzione locale fu determinante la consolidata esperienza ultraventicinquennale
del Cdv. Un primo nodo da sciogliere fu: una comunità montana sola o tre comunità montane, una per valle? Fu un
dibattito che animò in particolare la val Mastallone, alla fine del quale, unanimemente, i consigli comunali dei ventotto
comuni membri del Cdv deliberarono di chiedere al Consiglio regionale il riconoscimento dei confini della loro esperienza per
la futura Comunità montana. Di più, ci fu un ragionamento sulla inclusione della Valsessera o di parte di essa (allora
Valsesia e Valsessera appartenevano alla stessa provincia di Vercelli), per realizzare una comunità più vasta. Scelta
contraria, quella di aree ristrette più omogenee, fu invece fatta dalla montagna biellese: mi è parso di cogliere, su
questo, accenti autocritici in più occasioni.
Il tema era già quello delle "montagne". La consapevolezza cioè che non aveva senso mettere a confronto ed
avere ricette identiche per realtà così diverse come Sabbia e Borgosesia, ma anche Rassa ed Alagna. Basti pensare che
il reddito per abitante misurato nel 1970 dalle camere di commercio del Piemonte ammontava a 265.000 lire annue a
Sabbia, contro 1.220.000 lire a Borgosesia, con una media, a Torino, pari a 1.326.000 lire.
La scelta fatta dalla Valsesia fu quella dell'area "vasta", in grado cioè di sviluppare al proprio interno dinamiche
sociali, economiche, culturali, all'interno, a sua volta, di un'area programma che si andava configurando sulla
scorta dell'esperienza del Cdv: un consorzio denominato "Comprensorio del Bacino del Sesia", che prefigurava quello
che sarebbe diventato, dopo il 1976, il Comprensorio di Borgosesia, organo decentrato e di partecipazione della
Regione Piemonte9.
Il Consiglio di valle e gli amministratori locali valsesiani erano, a buon diritto, protagonisti in una stagione in cui i
temi della pianificazione dello sviluppo e degli strumenti connessi non apparivano più come alieni. Su entrambi i terreni
si mosse il Cdv. Utilizzando l'art. 51 dello Statuto della Regione, su impulso del Consiglio di valle, sette comuni
valsesiani presentarono una proposta di legge al Consiglio regionale per l'erogazione di contributi a comuni, consorzi e
comunità montane per favorire la formazione di piani
urbanistici10. Il Consiglio regionale avrebbe fatta propria questa
proposta, favorendo così l'avvio della redazione di piani regolatori generali anche nei piccoli comuni, sino ad allora sprovvisti.
Proseguendo sulla linea di grande attenzione alle opportunità offerte, via via, dalla legislazione nazionale11 (e, nel
frattempo, anche regionale), il Cdv presentò domanda per l'ottenimento di un finanziamento diretto alla redazione di
uno studio preliminare ad un piano di sviluppo
socio-economico, che costituì la base per i successivi documenti di cui
la Comunità montana fu chiamata a dotarsi. L'équipe di ricercatori pose alla base del suo lavoro, secondo le
indicazioni ricevute dalla giunta, gli obiettivi di individuare misure tese ad impedire l'ulteriore spopolamento dell'alta valle ed
a realizzare nella montagna valsesiana un modello di vita urbano caratterizzato da una pluralità di occasioni e
possibilità sul piano dei rapporti interpersonali, del lavoro, dell'istruzione, della presenza di
servizi12.
Una ragionata
relazione13 del segretario del Consiglio di valle, Gian Piero Raineri, dà conto dell'intensa attività
nell'ultimo periodo di vita del Cdv. Dalla politica scolastica già citata, alle iniziative per l'integrazione dei bambini
diversamente abili, al laboratorio protetto per gli invalidi civili, al servizio biblioteche popolari diffuso in diciannove
località della valle ed ai corsi di educazione popolare per adulti, alla tutela dell'ambiente, con la prevenzione degli incendi
boschivi, ai problemi dell'economia e del lavoro, con l'impegno, ad esempio, nella delimitazione del territorio di
applicazione della legge 1.101/1971, relativa alla ristrutturazione dell'industria tessile. Ancora, in un momento di crisi del
sistema di trasporto locale, la creazione di un consorzio di enti locali per la gestione del servizio, con un progetto concreto
che riguardò la val Mastallone: un'impostazione che trovò poi riscontro nelle scelte della Comunità montana, di
gestione diretta del trasporto pubblico prima e di creazione di un'azienda specifica dopo.
Ma si affacciava la Comunità montana, con una più netta politicizzazione di schieramenti e gestioni, talvolta,
puramente localistiche. La stagione del Consiglio di valle e di quei valori così nitidamente descritti da Giulio Pastore
era giunta al termine.
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