Gianfranco Astori

Per una storia del Consiglio di valle Valsesia*



La vicenda del Consiglio di valle Valsesia si snoda tra due date: 19 agosto 1946 - 19 dicembre 1973. In mezzo gli anni della ricostruzione (o della rinascita come, con felice espressione, ebbe a definirli Giulio Pastore, suo storico presidente), del definitivo spopolamento dell'alta valle, dell'ammodernamento di infrastrutture e dell'assestamento della struttura economico-sociale di questo territorio montano.
Si fa ascendere la nascita del Consiglio di valle Valsesia alla riunione dell'Unione valsesiana agricoltori svoltasi a Varallo il 19 agosto 19461. In quel convegno, alla presenza del ministro dell'Agricoltura Antonio Segni e dei deputati alla Costituente Giulio Pastore, Ermenegildo Bertola, Giuseppe Pella e Francesco Moranino, e con l'intervento di rappresentanti delle forze sociali ed economiche locali, emerse la proposta di costituire un comitato di esperti al quale demandare lo studio dei problemi di una valle uscita prostrata dalla guerra, per valorizzarne le risorse. Il mese successivo il Comitato di studio dei problemi valsesiani, riunito nel municipio di Varallo, modificava la propria denominazione in Consiglio di valle (Cdv) e designava Giulio Pastore a presidente. Prendeva così avvio (era il 16 settembre 1946) l'avventura del primo Consiglio di valle in Italia, riferimento obbligato per tutti quelli che, sull'esempio, sarebbero seguiti nella penisola, sino alla legge 1.102/19712 che avrebbe istituito per legge le comunità montane, riconoscendo il successo delle esperienze costituitesi su base volontaria.
Esaminiamo i compiti che il convegno dell'Unione valsesiana agricoltori, sezione autonoma della Federazione coltivatori diretti, assegnava al "Comitato di esperti": "studio dei problemi essenziali che interessano la valorizzazione della Valsesia, particolarmente nei riguardi della riorganizzazione turistica dei centri di soggiorno e degli sport estivi ed invernali, delle comunicazioni stradali e sussidiarie o complementari per l'incremento e la rapidità dei trasporti e relativi mezzi, nonché per lo studio e lo sfruttamento delle risorse naturali della zona, boschive, idriche, folkloristiche, artistiche, ecc.". Lo stesso comitato "si adoperi di sollecitare i rappresentanti politici della valle ad ottenere dallo Stato adeguate sovvenzioni a titolo di bonifica per la ricostruzione del patrimonio zootecnico e boschivo della valle e per lo sfruttamento idrico della zona con la creazione di centrali elettriche ad alto rendimento, con particolare impegno di precedenza nella erogazione di energia per la elettrificazione della ferrovia Novara-Varallo". Infine "invitare i comuni di tutta la Valsesia ad impegnarsi moralmente di riconoscere sia al predetto comitato di studio, come ai centri di coordinamento di Varallo e Borgosesia la priorità della loro funzione rispetto ad ogni e qualsiasi altra iniziativa. Ciò per evitare soprattutto dannose infiltrazioni e sovrapposizioni di programmi similari non del tutto rispondenti agli interessi e bisogni della comunità Valsesiana, che devono essere validamente tutelati per una efficiente ed operante indipendenza ed autonomia locale, onde garantire con piena libertà di esame e discussione l'inserimento organico e coordinato nel complesso dell'economia Valsesiana e regionale di tutte le iniziative e proposte utili al conseguimento del suo sviluppo"3. Troviamo qui elementi che caratterizzeranno poi a lungo la vita politico-istituzionale valsesiana: la difesa della propria identità ed autonomia, ma senza cedimenti al localismo, nella consapevolezza dell'appartenenza ad un destino più vasto non riassumibile nel ristretto territorio valsesiano; la dimensione unitaria dell'impegno, sia dal punto di vista del territorio, contro ogni campanilismo, sia dal punto di vista del rapporto tra le forze politiche.
Il dopoguerra in Valsesia, come altrove in Italia, era caratterizzato dalle forti distruzioni subite nel periodo bellico. Le rappresaglie nazifasciste a seguito della lotta partigiana segnavano profondamente la fisionomia del territorio. I problemi (condivisi da tutta la comunità nazionale) dell'alimentazione della popolazione in una zona relativamente remota erano accentuati dalla crisi dell'agricoltura locale, segnata dall'impoverimento di tutto il patrimonio animale, di quello bovino in particolare. I comuni, alcuni reduci dall'accorpamento realizzato dal fascismo, stentavano a ritrovare una propria strada: le prime elezioni amministrative li avevano appena restituiti, dopo vent'anni, ad una gestione democratica. Caratterizzava le gracili esperienze di vita democratica delle amministrazioni locali la completa assenza di risorse proprie: il sistema fiscale che avrebbe impostato il ministro delle finanze Vanoni era di là da venire; Ige (imposta generale sull'entrata, destinata a gravare sui consumi), imposta di famiglia (reddito) erano espressioni virtuali in un contesto economico come quello.
L'urgenza era tuttavia di ripartire e non è un caso che protagonisti del processo, prima ancora delle fragili istituzioni locali, fossero le forze sociali ed economiche e le forze politiche, con i parlamentari espressi dal territorio, essenziale tramite con Roma e la struttura burocratica statale, con una "cifra" che avrebbe sempre caratterizzato il tessuto dell'attività del Consiglio di valle Valsesia: il dialogo e la collaborazione tra le forze economico-sociali del territorio e le espressioni democratiche locali.
La Valsesia, come l'Italia, si misurava con i temi della ricostruzione: materiale, morale, democratica. Ed aveva titolo per essere parte di questo sforzo, sia dal punto di vista dell'esperienza politico-militare rappresentata dalla Resistenza, sia dal punto di vista della classe dirigente che esprimeva.
Il salto dalla realtà prefascista alla realtà postresistenziale era arduo e le contraddizioni non mancarono, in una valle che non aveva certo lesinato sostegno al regime fascista.
Lasciamo la parola ad uno dei protagonisti di quel periodo e di quell'esperienza, Giulio Pastore, che, in occasione dell'anniversario dei vent'anni di fondazione del Consiglio di valle (19 settembre 1966), scriveva: "Il Consiglio di valle nacque dalle macerie fisiche e spirituali lasciateci dalla dittatura e dalla guerra, dalle sofferenze di ciascuno e di tutti, dai bisogni più urgenti ed indilazionabili [...] Contenuti morali furono il desiderio di unificazione delle volontà, pur nel rispetto della riconquistata dialettica democratica, accettando un democratico coordinamento degli sforzi in vista dell'interesse generale; il senso della collaborazione [...] il senso della responsabilità per graduare i problemi sulla base di un logico sviluppo inquadrato in una prospettiva generale per trarre dalla comunione delle aspirazioni, cementata intorno ai valori ideali della Resistenza, indirizzi generali capaci di rompere ogni egoismo campanilistico, ogni ristrettezza mentale, ogni visione individualistica, favorendo l'affermarsi di una 'responsabilità valsesiana' che abbracciasse l'interesse reale dell'intera comunità della Valle [...] Senza mai abbandonarsi alle illusioni o alla facile e demagogica predicazione di obiettivi impossibili a realizzarsi".
E la sostanza dell'esperienza fu tale da poter prescindere anche, a lungo, da riconoscimenti giuridico-formali, che arrivarono solo all'inizio del 19624, ben sedici anni dopo l'avvio.
Il "caso" Consiglio di valle Valsesia sarebbe stato punto di riferimento a livello nazionale per ogni politica di sviluppo della montagna e dell'intera problematica delle aree depresse, per ogni riflessione sull'ordinamento delle autonomie locali, sino alla legge 1.102/1971 che, ormai scomparso Pastore, avrebbe istituzionalizzato l'esperienza di autogoverno della montagna italiana, con l'introduzione delle comunità montane come enti di programmazione e gestione nei territori montani.
L'intuizione e il lavoro sottostante furono quelli di unificare politiche e sforzi per lo sviluppo di una valle priva di risorse significative. Il Consiglio di valle fu concepito e divenne il soggetto politico-istituzionale posto a tutela di un territorio ed una popolazione ai margini dello sviluppo ed i risultati vennero.
Il quadro politico-istituzionale degli anni cinquanta e sessanta del secolo XX non è, naturalmente, comparabile con quello dell'inizio del terzo millennio.
Strumenti e risorse, in un Paese di tradizione accentratrice, accentuatasi sotto il fascismo, vedevano risiedere nella capitale le chiavi di ogni iniziativa. E, con impegno e fermezza, i risultati vennero, seguendo due assi principali di sviluppo. La politica delle infrastrutture civili e quella dell'istruzione pubblica. Furono gli anni delle strade e degli acquedotti che resero possibile da un lato la realizzazione di un sistema di mobilità infraterritoriale utile ai fini delle possibilità di occupazione locale nelle fabbriche della media e bassa valle ed intervallivo (Civiasco-Arola), dall'altro, con la disponibilità e la distribuzione di acqua potabile nelle abitazioni, l'elevazione degli standard di vita, con ricadute positive anche sul piano del turismo, con la valorizzazione di patrimoni urbani di centri sino ad allora non raggiungibili con strade carrozzabili e privi di "comodità".
L'altro grande asse fu quello dell'istruzione pubblica: le iniziative del Consiglio di valle e la presenza di figure pionieristiche sul terreno dell'educazione (cito per tutti padre Enrico Allovio, dottrinario) debellarono in tempi rapidissimi piaghe come l'analfabetismo e l'evasione dall'obbligo scolastico, assumendosi l'onere di politiche attive che rendessero possibile ed effettiva la frequenza scolastica per i giovani valsesiani, indipendentemente dalla loro località di residenza. Tale e significativa fu l'opera del Consiglio di valle che Varallo ospitò il convegno nazionale sulla scuola in montagna, alla presenza del ministro della Pubblica istruzione: microcosmo e modello concreto di una politica scolastica che rendeva davvero effettivo il dettato costituzionale in materia di accesso allo studio ed ai beni della cultura per tutti i cittadini. Una sfida particolare, in una realtà largamente priva di strutture, fu la applicazione della legge sulla scuola media unica (1962): di essa venne investito il Consiglio di valle, con la generalizzazione di una esperienza, avviata a suo tempo nella bassa valle dal Comitato scolastico Valsesia-Valsessera, con il concorso dell'Associazione industriali Valsesia. Il trasporto alunni si estese a tutta la valle, con risultati innegabili, anche e proprio sul fronte dell'integrazione scolastica di alunni provenienti da contesti socio-culturali diversi. Un successo che portò padre Allovio a scrivere, anni dopo, alla conclusione dell'esperienza del Consiglio di valle: "Non la forza della legge ma l'opera di persuasione, la preoccupazione costante, la profonda sensibilità hanno dissolto la freddezza e la resistenza dei primi tempi". Sarebbero venute dopo, sempre per sollecitazione del Cdv, l'esperienza della sezione decentrata di scuola media a Campertogno prima e, con la Comunità montana, la realizzazione del centro scolastico di Balmuccia poi, entrambe immaginate come argine al contenimento dello spopolamento e garanzia di diritti.
Il percorso in parallelo della ricostruzione italiana e di quella valsesiana, nella triplice accezione ricordata, fu segnato dal positivo interagire tra i due livelli, con un Consiglio di valle sempre pronto ad individuare gli spazi positivi offerti da parlamento ed amministrazione centrale ed a suggerire soluzioni dettate dall'esperienza sul terreno. Ne reca i segni l'evolvere della legislazione nazionale in materia: la prima legge organica sulla montagna nel dopoguerra, a conferma della rilevanza della questione, fu approvata nella prima legislatura repubblicana5 e proponeva una visione moderna, sia pure ancora ispirata ad una immagine della montagna come prevalente risorsa agricolo-forestale. Ne sono esempio l'introduzione del credito agrario di miglioramento anche per abitazioni private ai fini dello sviluppo turistico; contributi alla gestione del patrimonio silvo-pastorale dei comuni; la creazione di enti a difesa della montagna come le aziende speciali ed i consorzi per la gestione dei beni silvo-pastorali ed i consorzi di bonifica montana, ciascuno dei quali dotato di un piano generale di bonifica. E la Valsesia approfittava di questa opportunità (il Consorzio di bonifica montana Valsesia sarà istituito nel 1959), avviando, con il sostegno dello Stato, un programma di sistemazioni idraulico-forestali, di reti acquedottistiche, di strade, di rilevante importanza e, soprattutto, basato su una ricognizione organica dei bisogni del territorio (il piano generale di bonifica). Era l'epoca in cui la comunità di valle raggiungeva alcuni significativi obiettivi: fra essi la realizzazione della rete cooperativa degli allevatori e del Caseificio consorziale di Piode, strumento essenziale per la persistenza di un patrimonio bovino, a sua volta elemento importante per la diversificazione delle attività economiche e la stessa manutenzione del territorio.
Troviamo qui tutti gli elementi di una visione che, in una Valsesia "laboratorio nazionale" di fatto, saprà cogliere come la montagna fosse una delle grandi questioni aperte nel Paese. La "questione sociale" nel dopoguerra, in Italia, fu anche questione territoriale. Il Mezzogiorno, certo, ma anche le "aree depresse del Centro-Nord" ed intersechiamo, ancora una volta, la figura di Giulio Pastore, leader nazionale del movimento dei lavoratori e protagonista di una stagione6 che seppe mettere a frutto nel nostro Paese la lezione di altri, maturata nella temperie del "new deal rooseveltiano", con l'emergere di forti politiche di intervento nell'economia. È la complessità di un modello di sviluppo che puntava al recupero di risorse tenute in secondo piano: i lavoratori, il Mezzogiorno, la montagna. È la politica dell'intervento straordinario dello Stato e di quella che oggi chiameremmo "fiscalità di vantaggio" a favore del Sud e delle aree depresse. Nemmeno tanto obsoleta come politica se l'Unione europea basa oggi su criteri analoghi l'attivazione dei fondi comunitari che sostengono la politica di coesione.
Un impegno, quello di Pastore, che il presidente della Camera, Sandro Pertini, ebbe così a definire: "L'aspirazione più profonda che Giulio Pastore recava nel suo animo era questa: trasferire all'interno della classe politica una sensibilità ed un costume nuovi, sensibilità e costume che egli riteneva potessero essere offerti prevalentemente dalla classe lavoratrice, a suo avviso chiamata ad essere l'artefice di uno Stato nuovo. Uno Stato nel quale la giustizia sociale dovesse avere come condizioni primarie la tutela della dignità ed il rispetto della persona umana"7.
Una visione che il presidente del Cdv, Giuseppe Jelmini descriverà così, alla sua morte: "La montagna ed i montanari rappresentavano per Giulio Pastore uno dei problemi fondamentali che lo Stato democratico doveva affrontare nella convinzione che [...] promovendo lo sviluppo delle attività economicamente sostenibili in montagna [...] si contribuisce a rendere più giusto e generale l'evolversi del progresso in tutta la Nazione [...] Ma soprattutto e prima di tutto Giulio Pastore considerava un dovere dello Stato democratico intervenire massicciamente in montagna per rendere testimonianza ai meriti dei montanari tutti per il ruolo da essi svolto con duri sacrifici, con paziente tenacia, con valida capacità in pace ed in guerra, in Patria ed all'estero. Questa consapevolezza dei servigi resi dai montanari alla Patria rendeva Pastore intransigente e caparbio nell'affermare per loro il diritto a particolari interventi dello Stato non intesi come elemosina ma come giusto corrispettivo di secolari sacrifici"8.
È con orgoglio che Pastore scriverà, nella citata occasione del ventennale del Cdv: "La Valsesia non è rimasta assente dalla laboriosa ricostruzione della vita politica e democratica che negli ultimi vent'anni ha visto impegnata l'intera nazione".
Giulio Pastore, ormai ministro della Repubblica, lasciò la guida diretta della istituzione Consiglio di valle ed a sostituirlo venne eletto uno dei suoi più stretti collaboratori, Giuseppe Jelmini, che assicura continuità nell'azione amministrativa locale.
Nell'ottobre 1969 Pastore morì improvvisamente: se la successione al Cdv era già intervenuta, il vuoto sostanziale determinato dalla sua scomparsa apriva una fase assai delicata.
Per la Valsesia degli anni settanta erano tempi difficili: all'assenza di una leadership sperimentata come quella di Pastore, si aggiungeva l'attuazione dell'ordinamento regionale. Iniziava la transizione del passaggio di funzioni tra Stato e regioni, periodo che, per gli amministratori locali dell'epoca, fu di vera sofferenza. Un passaggio epocale per una valle che, grazie soprattutto a Pastore, aveva conosciuto uno Stato "amico" ed alla quale Torino invece appariva distante e sconosciuta.
Nel frattempo, alla fine del 1970, esaurito il turno delle elezioni amministrative generali, una nuova generazione di amministratori locali si affacciò alla ribalta e l'assemblea del Consiglio di valle elesse un nuovo presidente, Roberto Comoli (rappresentante del Comune di Riva Valdobbia), affiancato, come vicepresidente, dal neoeletto sindaco di Rassa, Gianfranco Astori.
Alla fine del 1971 Roberto Comoli venne indicato alla presidenza del neonato Comitato regionale di controllo sugli atti degli enti locali della provincia di Vercelli, lasciando dunque, per sopravvenuta incompatibilità, la guida del Cdv. Toccava a chi scrive raccogliere il fardello, era l'inizio del 1972, sino alla fine del 1973, quando si insediò la Comunità montana "Valsesia".
Il rilievo particolare dell'istituzione Consiglio di valle Valsesia nella vita politica della regione si misura anche, nel dopo Pastore, dalla partecipazione alla sua assemblea di personalità della politica nazionale: tre parlamentari ed uomini di governo (Carlo Donat Cattin, ministro di Stato, Democrazia cristiana, in rappresentanza del Comune di Varallo; Franco Nicolazzi, sottosegretario di Stato, Psdi, in rappresentanza del Comune di Borgosesia; Cornelio Masciadri, Psi, in rappresentanza del Comune di Quarona. Giacché la designazione a membro dell'assemblea del Cdv poteva riguardare persone esterne ai singoli consigli comunali, anche personalità prestigiose non appartenenti al mondo della politica e dell'amministrazione pubblica sceglievano di servire la comunità valsesiana. Per tutti cito l'ingegnere Giorgio Rolandi, protagonista della realizzazione del Palazzo dei musei a Varallo e dell'ardita funivia sul monte Rosa, rappresentante del Comune di Alagna; il professore Umberto Bonapace, che fu, tra l'altro, direttore generale del Touring club italiano, in rappresentanza del Comune di Piode; l'avvocato Luigi Ottone, vero e proprio ambasciatore a Roma della Valsesia, in rappresentanza del Comune di Rimella.
Accanto a loro ed ai tanti amministratori locali sedevano uomini che avevano fatto la Resistenza, protagonisti del dopoguerra: Vincenzo (Cino) Moscatelli, Pci, in rappresentanza del Comune di Borgosesia; Bartolomeo Chiodo, Psi (Varallo); Ezio Grassi, Pli (Carcoforo).
Una situazione relativamente politicizzata, dove non c'erano maggioranze precostituite e dominavano invece posizioni indipendenti, in cui la giunta veniva eletta per sentimenti di stima ed autorevolezza di rappresentanza territoriale (cinque seggi in assemblea erano riconosciuti ai comuni di Varallo e Borgosesia, tre agli altri). Quel Cdv, secondo Pastore, era un "organismo fortemente unitario, sicché nessuna divisione ideologica o politica è mai intervenuta né nei dibattiti né nella azione".
Una visione largamente condivisa da un altro grande protagonista della politica valsesiana di quegli anni, Cino Moscatelli, che ebbi l'onore di annoverare tra i componenti l'assemblea del Consiglio di valle e che dedicò il suo impegno, in quello scorcio, all'ottenimento della medaglia d'oro al valor militare alla Valsesia per attività partigiana, appuntata sul gonfalone della Città di Varallo dal presidente della Repubblica Giovanni Leone, giunto con il treno presidenziale nella cittadina ai piedi del Sacro monte nella indimenticata giornata del 9 settembre 1973.
Il periodo che ho trascorso alla guida del Consiglio di valle appare come la transizione alla piena entrata in vigore della legge 1.102/1971, alla quale farà seguito la legge regionale 11 agosto 1973 n. 17, con cui si procederà all'attuazione del provvedimento nazionale, individuando le comunità montane del Piemonte. Non fu, per questo, un periodo meno fecondo di altri: il Cdv continuava, infatti, la sua piena attività; in più, agiva da levatrice all'imminente nascita della Comunità montana.
Una legge fortemente innovativa quella votata dal Parlamento in conclusione della V legislatura repubblicana. In attuazione degli artt. 44 e 129 della Costituzione vigente, la legge 1.102/1971 si proponeva la valorizzazione delle zone montane attraverso la partecipazione delle popolazioni interessate, avendo per strumento le comunità montane, enti di diritto pubblico a base democratica. Primo obiettivo, l'eliminazione degli squilibri di natura sociale ed economica tra le zone montane ed il resto del territorio nazionale. A costituire un elemento di novità fu l'ampliamento alla montagna di quella riserva di investimenti pubblici sino ad allora esplicitamente prevista solo per il Mezzogiorno (art. 16 della legge), che il Cipe, Comitato interministeriale per la programmazione economica, avrebbe dovuto stabilire in occasione del varo di programmi di sviluppo.
Una concezione quindi delle comunità montane come enti rappresentativi di popolazioni e territorio, non mere "agenzie per lo sviluppo della montagna", tema entrato recentemente nel dibattito sul futuro di questi organismi a trent'anni dalla loro istituzione.
Nel cammino verso la nuova istituzione locale fu determinante la consolidata esperienza ultraventicinquennale del Cdv. Un primo nodo da sciogliere fu: una comunità montana sola o tre comunità montane, una per valle? Fu un dibattito che animò in particolare la val Mastallone, alla fine del quale, unanimemente, i consigli comunali dei ventotto comuni membri del Cdv deliberarono di chiedere al Consiglio regionale il riconoscimento dei confini della loro esperienza per la futura Comunità montana. Di più, ci fu un ragionamento sulla inclusione della Valsessera o di parte di essa (allora Valsesia e Valsessera appartenevano alla stessa provincia di Vercelli), per realizzare una comunità più vasta. Scelta contraria, quella di aree ristrette più omogenee, fu invece fatta dalla montagna biellese: mi è parso di cogliere, su questo, accenti autocritici in più occasioni.
Il tema era già quello delle "montagne". La consapevolezza cioè che non aveva senso mettere a confronto ed avere ricette identiche per realtà così diverse come Sabbia e Borgosesia, ma anche Rassa ed Alagna. Basti pensare che il reddito per abitante misurato nel 1970 dalle camere di commercio del Piemonte ammontava a 265.000 lire annue a Sabbia, contro 1.220.000 lire a Borgosesia, con una media, a Torino, pari a 1.326.000 lire.
La scelta fatta dalla Valsesia fu quella dell'area "vasta", in grado cioè di sviluppare al proprio interno dinamiche sociali, economiche, culturali, all'interno, a sua volta, di un'area programma che si andava configurando sulla scorta dell'esperienza del Cdv: un consorzio denominato "Comprensorio del Bacino del Sesia", che prefigurava quello che sarebbe diventato, dopo il 1976, il Comprensorio di Borgosesia, organo decentrato e di partecipazione della Regione Piemonte9.
Il Consiglio di valle e gli amministratori locali valsesiani erano, a buon diritto, protagonisti in una stagione in cui i temi della pianificazione dello sviluppo e degli strumenti connessi non apparivano più come alieni. Su entrambi i terreni si mosse il Cdv. Utilizzando l'art. 51 dello Statuto della Regione, su impulso del Consiglio di valle, sette comuni valsesiani presentarono una proposta di legge al Consiglio regionale per l'erogazione di contributi a comuni, consorzi e comunità montane per favorire la formazione di piani urbanistici10. Il Consiglio regionale avrebbe fatta propria questa proposta, favorendo così l'avvio della redazione di piani regolatori generali anche nei piccoli comuni, sino ad allora sprovvisti.
Proseguendo sulla linea di grande attenzione alle opportunità offerte, via via, dalla legislazione nazionale11 (e, nel frattempo, anche regionale), il Cdv presentò domanda per l'ottenimento di un finanziamento diretto alla redazione di uno studio preliminare ad un piano di sviluppo socio-economico, che costituì la base per i successivi documenti di cui la Comunità montana fu chiamata a dotarsi. L'équipe di ricercatori pose alla base del suo lavoro, secondo le indicazioni ricevute dalla giunta, gli obiettivi di individuare misure tese ad impedire l'ulteriore spopolamento dell'alta valle ed a realizzare nella montagna valsesiana un modello di vita urbano caratterizzato da una pluralità di occasioni e possibilità sul piano dei rapporti interpersonali, del lavoro, dell'istruzione, della presenza di servizi12.
Una ragionata relazione13 del segretario del Consiglio di valle, Gian Piero Raineri, dà conto dell'intensa attività nell'ultimo periodo di vita del Cdv. Dalla politica scolastica già citata, alle iniziative per l'integrazione dei bambini diversamente abili, al laboratorio protetto per gli invalidi civili, al servizio biblioteche popolari diffuso in diciannove località della valle ed ai corsi di educazione popolare per adulti, alla tutela dell'ambiente, con la prevenzione degli incendi boschivi, ai problemi dell'economia e del lavoro, con l'impegno, ad esempio, nella delimitazione del territorio di applicazione della legge 1.101/1971, relativa alla ristrutturazione dell'industria tessile. Ancora, in un momento di crisi del sistema di trasporto locale, la creazione di un consorzio di enti locali per la gestione del servizio, con un progetto concreto che riguardò la val Mastallone: un'impostazione che trovò poi riscontro nelle scelte della Comunità montana, di gestione diretta del trasporto pubblico prima e di creazione di un'azienda specifica dopo.
Ma si affacciava la Comunità montana, con una più netta politicizzazione di schieramenti e gestioni, talvolta, puramente localistiche. La stagione del Consiglio di valle e di quei valori così nitidamente descritti da Giulio Pastore era giunta al termine.


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