Piero Ambrosio

"Finalmente il Duce fra noi!"
Cronaca del viaggio di Mussolini in provincia di Vercelli nel maggio 1939



ll 9 maggio 1939 "La Sesia" pubblica un breve comunicato dell'agenzia di stampa "Stefani" in cui si informa che Mussolini compirà una visita ufficiale in Piemonte e, con un certo rilievo, annuncia che il "duce" visiterà anche la "provincia aurea".
Il capo del fascismo e del governo italiano avrebbe dovuto compiere questo viaggio nelle province piemontesi nella seconda metà di ottobre dell'anno precedente, dopo quello di settembre nelle Venezie, ma gli avvenimenti internazionali l'avevano costretto a rinviarlo. La delusione negli ambienti fascisti della nostra provincia era stata grande: l'ultima visita ufficiale di Mussolini a Vercelli risaliva al 27 settembre 1925, quando la città, che nell'occasione era stata citata all'ordine del giorno della nazione, perché "all'avanguardia di tutto il popolo italiano", non era ancora stata "restituita alla dignità di capoluogo di provincia".
Ora è invece il momento del giubilo: "La Provincia di Vercelli", foglio d'ordini della Federazione dei fasci di combattimento di Vercelli, che va in edicola gli stessi giorni de "La Sesia", il martedì e il venerdì, giorni di mercato nel capoluogo, il 9 maggio può usare caratteri cubitali per il titolo e dedicare tutta la prima pagina all'avvenimento. Si parla di esultanza, di orgogliosa fierezza della popolazione; si riportano le espressioni di gratitudine del prefetto e del federale al duce: "Vi offriremo in umiltà le dure e durature opere della nostra fatica e della nostra fervida fede; soprattutto la nostra anima che Voi forgiate nella incandescente fucina della più grande Italia".
Ma l'esultanza non è solo del foglio fascista: anche "La Sesia", giornale "indipendente" ma allineato, non si limita all'annuncio e scrive: "Si discioglie un voto lungamente accarezzato. Il Duce ritorna. L'annuncio ufficiale della visita che il Duce compirà alla nostra terra ha colmato l'animo di nostra gente di legittimo fiero entusiasmo, esploso in spontanee manifestazioni di giubilo, anticipazione infinitesimale di quello che sarà l'esprimersi impetuoso, palpitante dell'ondata di fervore di dedizione di devozione e di amore che si innalzerà dalla città e dalle campagne al passaggio fra noi del Fondatore dell'Impero". E ancora, qualche giorno dopo: "E proprio come Fondatore dell'Impero ritorna ora il Duce fra noi, onusto di glorie, vincitore di battaglie che parvero insuperabili, debellatore di cinquantadue stati coalizzati contro l'ltalia nel più bieco proposito di affamare un popolo di 'santi e di eroi', conquistatore di più vasti territori alla Patria adorata, arbitro del destino di pace d'Europa, salvata dalla sua tempestiva decisione nell'ottobre scorso da un baratro orrendo".
Esultano anche i giornali biellesi. Il bisettimanale cattolico "ll Biellese" scrive: "Per noi il premio è ancora più ambito: è la prima volta che il Duce viene ufficialmente nella nostra regione! Egli viene a guardare negli occhi questo popolo di lavoratori forti e tenaci e tutti sanno con quale particolare gioia il Fondatore dell'Impero ama trovarsi tra le popolazioni fasciste dove più intenso è il ritmo del lavoro, con quale particolare affetto Egli ama scendere in mezzo ai lavoratori". E gli fa eco "Il Popolo Biellese", organo locale del Fascio: "La popolazione biellese, unanime, tende lo spirito e freme di passione, in attesa della tanto agognata visita del Fondatore dell'Impero. Certo, Ospite, ne' tempi, non è stato atteso, da parte di nostra gente laboriosa, con tanto delirio di Fede. La terra antica, provata a tutte le fatiche, consapevole di tutte le umane rinunce sull'altare della prosperità nazionale, intuisce, sente, benedice in Benito Mussolini l'Uomo che l'ha rigenerata. [...] Ma noi saluteremo il creatore in Italia della 'più alta giustizia sociale' e sapremo che noi godremo faticheremo soffriremo esulteremo col nostro grande Capo, solo ed esclusivamente in funzione della grandezza d'Italia".
Fervono i preparativi: si preparano i segni di festa ovunque passerà il corteo del "fondatore dell'impero", si alzano pennoni sulle piazze, ci si affretta a stampigliare sulle case e sui muri le scritte "Duce", "Dux", "A noi" e motti mussoliniani, ai margini delle risaie e dei campi si innalzano cartelli osannanti, nei viali cittadini si predispongono "fioriture di aquile imperiali" e, soprattutto, si organizza la presenza popolare. L'obiettivo è quello di mobilitare almeno ottantamila persone solo per la visita nel capoluogo: "trentasei treni speciali convergeranno dalla periferia e dalla Valsesia a Vercelli". Scrive "L'Eusebiano", ufficiale dell'Azione cattolica dell'Archidiocesi di Vercelli: "Quando passerà il Duce la gente di Vercelli - eroica in guerra e in pace, nella trincea vermiglia e nel solco sudato - lascierà l'aratro e il telaio e accorrerà a salutare il Ciclopico Artiere che ha plasmato il destino d'Italia".
Si impartiscono le norme "per il disciplinato svolgersi delle manifestazioni": "occorre che ciascuno stia al posto che gli compete, in ragione della funzione e del grado: sarebbero assolutamente inconcepibili e detestabili i tentativi di meschini esibizionismi e le malintese velleità di preminenza personale; è tassativamente proibito di porgere al Duce petizioni o suppliche: il gran cuore del Duce è presente per tutte le necessità e le esigenze; si conferma la proibizione di lanciare fiori, ciò per le note ragioni di pubblica sicurezza e di incolumità personale; si eliminino lungo il tragitto - giusta elementari criteri di decoro - le quanto mai inestetiche esposizioni di panni stesi ad asciugare, predomini invece il tricolore, col maggior numero possibile di bandiere e di pennoni".
Mentre il Duce a Torino, il 14 maggio, afferma che "tutte le mete saranno raggiunte", a Vercelli, Biella e in tutte le località poste lungo l'itinerario previsto, fervono gli ultimi febbrili preparativi. Escono i giornali locali con titoli e articoli retorici e sempre più trionfalistici: si parla di "gratitudine profonda al Condottiero" che è "dominatore del destino", di una popolazione "ancor più temprata dalla Rivoluzione", di gente pronta sia alla guerra "bianca" che a quella cruenta, di gente "che in Lui s'annulla, per Lui giganteggia nel lavoro, nelle arti, nelle armi".
Il 17 maggio "L'Eusebiano" (che ha titolato "Salve o Duce! Vercelli Romana, Cristiana, Sabauda, Fascista Ti saluta!!") pubblica il saluto della Giunta diocesana a Mussolini: "I cattolici vercellesi che nelle ore gioiose e trepide della storia furono presenti sempre in generosa offerta di preghiere e di opere, muoveranno domani incontro al Duce acclamanti e riconoscenti verso colui che ha rifatto l'Italia una di spiriti e di cuori, consacrandola a Dio con gli storici patti del Laterano, circondando di attenzione l'istituto divino della famiglia con la campagna demografica e la giusta valorizzazione del lavoro e della produzione, procurando alle nuove generazioni un benessere materiale e la possibilità di una profonda coscienza religiosa. Dio benedica il Duce! Possa la nostra preghiera ottenerGli lumi per la Sua colossale fatica, alla quale offriamo oggi - come offrimmo ieri e sempre - la nostra devota e sincera collaborazione".
Il giorno precedente su "Il Biellese" era apparso il saluto della Giunta diocesana dell'Azione cattolica di quella zona: "Cattolici biellesi, nella esultanza di tutto il nostro popolo per la desiderata visita di Colui che tanto fortemente governa le sorti del nostro Paese, noi cattolici siamo fieri di salutare in Lui il Fondatore dell'Impero e il restauratore dei valori spirituali della Nazione. La visione e la comprensione dei grandi meriti che il Duce reca nella Sua diuturna e titanica fatica per l'Italia s'aggiunge in noi al precetto cristiano che ci ispira i sensi di devota fedeltà all'Autorità che ci governa. Porgiamo al Duce il nostro fervido saluto con la volontà sincera di continuare a mettere al servizio del bene comune, nella profonda coscienza del nostro dovere, le nostre migliori energie mentre invochiamo sopra di Lui e sulla diletta Patria nostra le divine benedizioni".

La prima giornata vercellese

L'incontro della "gente rurale del Vercellese" avviene verso le 16.30 di mercoledì 17 maggio al confine con la provincia di Alessandria, tra Stroppiana e Villanova, "sul nastro della strada asfaltata, assiepata di folla fin dalle prime ore del pomeriggio, nell'eco di campane che suonano di tanto in tanto, e bandiere al vento". Le condizioni atmosferiche sono avverse: "un cielo coperto di nubi e a tratti stillante di pioggia non ha voluto concedere a un così vasto ardore la gioia del sole".
Scrive "La Sesia": "Due gruppi di Fasci Littorio, sono di fronte, alla distanza di duecento metri dall'arco simbolico - fili acciaiati, espressi dalla potenza di Fasci Littorio sono tra loro legati dalla fascinante scritta 'Dux' - col quale la Provincia di Alessandria s'accomiata dal Condottiero". Mentre un picchetto di giovani fascisti rende gli onori delle armi, scendono dalle automobili il prefetto ed il federale di Alessandria e vi salgono quelli di Vercelli, Carlo Baratelli e Paolo Zerbino, fattisi incontro al duce con i senatori Novelli, Fracassi, Tournon e Rossini, con il podestà di Vercelli, Filippo Melchior, il questore e il comandante dei carabinieri, e le maggiori autorità della città e della provincia. Al seguito di Mussolini vi sono i ministri Starace ed Alfieri, il capo di stato maggiore della Milizia, generale Russo, generali dell'esercito ed altri gerarchi.
Lasciamo ancora la parola alla cronaca pubblicata su "La Sesia": "Percorrendo per la statale, i quindici chilometri che separano il confine della Provincia da Vercelli, il Duce deve aver provato la sensazione vivida della Provincia nostra rurale. [...] Ebbene, lungo tutto questo tragitto è l'ininterrotto schieramento di mille trattori agricoli: i motori battono la loro ritmica cadenza nei cuori d'acciaio; al posto di guida è un lavoratore nella tuta azzurra, il braccio teso nel saluto romano. È un esercito di macchine della 'guerra che noi preferiamo', schierato per la rassegna del Primo rurale d'Italia, strenuo valorizzatore di tutte le forze morali e materiali della ruralità, e che nella terra identificò la pura razza italiana e come un esercito è diviso in settori, ognuno dei quali ha ad insegna un 'signum' romano. I motori non attendono che l'ordine di marcia per le maggiori conquiste dell'autarchia".
Nei paesi, ai margini della strada, nei prati, sono ammassate le folle contadine della zona. "Sono su carri agghindati con fiori campestri, adornati di tricolori. Famiglie intere sono giunte per tempo al festoso raduno per vedere il Duce: han consumato magari sopra il carro il pasto, cantando e tracannando i più frizzanti bicchieri delle prossime colline del Monferrato. Le ragazze e le donne si sono messe, naturalmente, le vesti più belle e più appariscenti, e si sono ornate i capelli con fiori agresti. Con questi semplici mezzi, e nella cornice dei salici e dei pioppi han completato il quadro dei mille trattori d'una policromia e d'una festività meravigliosa".
Il corteo ogni tanto, specie dove "l'ammassamento è più folto", rallenta la corsa. Il duce "è eretto in piedi sulla macchina, e compiaciuto, sorridendo, ricambia l'entusiastico saluto delle folle".
"I rurali del basso Vercellese - scrive ancora "La Sesia" - lo salutano con esuberanza piena di grazia. Essi non volevano che questo; mostrarsi a Lui con la dovizia della terra, quasi con la tacita promessa che essi non si lasceranno mai distrarre dalle fallaci attrattive delle dimore urbane ma resteranno sempre attaccati alla terra che hanno saputo rendere cosi maternamente generosa".
All'ingresso di Stroppiana la lunga fila di trattori si interrompe per dar luogo a quella di una "folla fittissima" di balilla, avanguardisti, piccole e giovani italiane, giovani fasciste. E poi massaie rurali, camicie nere, agricoltori e mondine che muovono "in alto i cappelloni di paglia come scudi". Le campane suonano a distesa. Mussolini fa rallentare la sua auto, poi, sempre lungo la fila dei trattori, prosegue verso la città.
L'ingresso a Vercelli avviene quando calano le prime ombre della sera: sono già state accese le fiamme nei tripodi che, con le aquile, le insegne romane, i fasci di spighe di riso, le bandiere, decorano le strade principali. "Vi è popolo dappertutto, cosicché le vie sono come un fiume in piena, che trascina serie di armi, uomini e di donne, fa galleggiare sulle teste sommerse vessilli e gonfaloni, crea negli incroci vortici di folla. Le case sono un solo ondeggiante tricolore''
Quando il duce appare all'inizio di piazza Solferino "un immenso grido si alza dalla folla". In un lato della piazza spicca la scritta: "Dove le armi di Caio Mario Console distrussero i Cimbri invasori, Vercelli romana e fascista saluta il Duce Fondatore dell'Impero". Qui Mussolini riceve gli onori militari dal 63° reggimento di fanteria. Contornano la piazza le nere formazioni del gruppo rionale "Riccardo Celoria", carri d'assalto veloci, folla. Il duce, mentre risuonano le note degli inni nazionali, prosegue in automobile sulla diagonale della piazza Giuseppe Mazzini, dove si prolunga lo schieramento del reggimento. "Le acclamazioni - scrive "La Provincia di Vercelli" - hanno un crescente travolgente e accompagnano il Duce fino al suo ingresso alla Foresteria del Palazzo del Governo per riuscirne, dopo una breve sosta, da via S. Cristoforo, dove montano la guardia i militi, ed ha inizio lo schieramento che si prolunga nel centro della città per tutto il percorso che sarà seguito dal Duce aperto dai bersaglieri i quali sono ansiosi di acclamare il Duce e bersagliere Benito Mussolini".
Il duce esce quindi dalla Prefettura e, tra le urla e le acclamazioni, si avvia verso la basilica di S. Andrea. "Duce! Duce! Duce! Ecco in piazza Vittorio Emanuele le Massaie rurali agitare i cappelli e i policromi fazzoletti, ed in via Galileo Ferraris, le magnifiche formazioni della Gil".
"È il Duce che passa - prosegue il giornale fascista cittadino - è il Duce che si approssima al Tempio più prezioso della nostra terra, all'Ara più fulgente della nostra tradizione guerriera. Il Sacrario del Valore in guerra e la Cripta che custodisce le venerate Salme dei dieci Camerati caduti nelle nostre fila per assurgere alla gloria della Rivoluzione. Ed eccolo ora il Duce, avvolto nell'univoco grido di gente di tutte le età che sta irrigidita sull'attenti, balzare agile dalla Sua macchina dopo di aver sostato un attimo per abbracciare, d'un solo sguardo, il superbo spettacolo di disciplina di forza, di fede. Sono appena cessati gli squilli lanciati dalle cento argentee trombe dei Balilla e degli Avanguardisti che prorompe il rullio dei cento tamburi battuti dalle batterie dei Balilla e degli Avanguardisti, mentre riprendono i rombi. Ma ogni suono è superato e quasi sommesso dal grido 'Duce!' che prorompe sincrono da ogni petto, talvolta un poco rauco per la violenta commozione che in ogni cuore prorompe per la vicinanza del Duce che è tutti noi.
Nel suo rapido sguardo il Fondatore delI'Impero ha individuato subito il plotone degli squadristi, dei feriti fascisti, dei volontari e verso di essi si dirige senz'altro passandoli in rassegna".
Di fronte alla basilica Mussolini riceve l'omaggio della chiesa eusebiana dall'arcivescovo Giacomo Montanelli. Quindi s'incontra con le famiglie delle medaglie d'oro, dei caduti, mutilati e feriti per la "rivoluzione", dei caduti in guerra. Scende poi nella cripta dei caduti fascisti per accendervi la lampada votiva.
Lasciata la basilica il duce raggiunge piazza Roma, dove passa in rassegna formazioni di fanteria carrista; quindi, "sempre tra l'osannante grido della folla", si reca in piazza Vittorio Veneto, dove ispeziona i lavori in corso per il risanamento del quartiere "Furia", nel quale stanno per sorgere la Casa dell'agricoltore, la sede dell'Istituto di previdenza sociale e quelle di altri enti. Più oltre dà inizio alla demolizione d'un isolato sul quale la Banca popolare di Novara farà risorgere la propria sede e si reca quindi al Museo Leone per inaugurare la mostra di storia, d'arte e di economia intitolata "Vercelli e la sua Provincia dalla Romanità al Fascismo", organizzata dalla Federazione dei fasci col concorso di altri enti ed organizzazioni locali, "in trentaquattro bellissime sale, in ognuna delle quali il Duce si sofferma, per oltre un'ora, con la più viva ammirazione".
Raggiunge in seguito il Palazzo littorio e, dopo aver visitato una mostra di artisti vercellesi, si reca nella sala centrale dove, presenti le gerarchie, il federale gli rivolge un discorso. Zerbino illustra dapprima l'attività del fascismo vercellese, poi accenna per sommi capi alla battaglia autarchica e al forte incremento dell'esportazione laniera, che per circa metà del suo quantitativo è dovuta ai lanifici biellesi. "La provincia di Vercelli prosegue quindi - che chiamaste 'eroica e fedelissima', ha mandato i suoi legionari in Africa e Spagna alla conquista, nel vostro nome e ai vostri ordini,delle più belle vittorie che la storia ricordi; e i giovani che dal Partito ricevono l'impulso al combattimento non aspettano che un vostro cenno per affermare la grandezza sempre maggiore della vostra Rivoluzione. In nome loro io vi prego, Duce, di gradire questo rude ferro sul quale è inciso lo stesso motto che è nei nostri cuori: 'Passeremo!' ".
Il duce impugna il gladio in acciaio, lo esamina e si dichiara lieto di trovarsi fra i fascisti di Vercelli, affermando che Vercelli meritava pienamente di essere ripristinata all'antica dignità di provincia: "essa però deve conservare la sua caratteristica eminentemente rurale", sostiene. Dopo aver rivolto parole di elogio alle donne fasciste che nella vita del partito hanno "un compito delicato insostituibile", Mussolini conclude dichiarandosi sicuro della fede del fascismo vercellese.
Sono le 19.30. Il duce, dalla "Casa littoria", si reca in piazza Milano, dove sono schierate le truppe della divisione "Cagliari", di stanza in città. Lo schieramento si dilunga per tutto il corso Palestro, "maestoso, imponente, ferrigno". Mussolini, in automobile, fiancheggiato dal generale Tracchia, comandante della divisione, a cavallo, passa in rivista i tre reggimenti ed esprime "il suo vivo elogio a tutte le truppe per il loro magnifico comportamento".
Il duce va quindi ad inaugurare la sede del gruppo rionale fascista "Celoria" e, subito dopo, si trasferisce, con il suo seguito, alla Casa dei lavoratori dell'industria, che segna la terz'ultima tappa della "densissima giornata". Qui è atteso dal consigliere nazionale Tullio Cianetti, presidente della Confederazione dell'industria. Anche la dimostrazione dei funzionari e degli impiegati è, secondo i giornali, "imponentissima".
Dopo una breve sosta alla Scuola Borgogna e al laboratorio aeronautico del Gruppo di turismo aereo vercellese, dove gli viene presentato un nuovo tipo di velivolo, che egli sottopone a "minuzioso esame", il duce, "fra l'urlo prorompente delle Giovani Italiane", raggiunge il Dopolavoro provinciale, che ospita anche l'Istituto fascista di cultura e il Centro di studi coloniali. Quando arriva, "su di una selva di pennoni" vengono innalzate le bandiere con gli stemmi dei comuni della provincia.
Mentre avviene la visita, in piazza Cesare Battisti, su cui sorge il palazzo, "alcune centinaia di fisarmoniche effondono la rustica giocondità di un concerto estemporaneo e una folla di massaie rurali della Valsesia, fastosamente vestite dei loro costumi che portano nel colore della moltitudine la nota graziosa di tutta la loro bellezza colorita e stupenda, accennano movenze delle loro caratteristiche danze". "Entusiastico, ardente l'omaggio che la Valsesia - se pure col cuore pieno dell'amarezza di non accogliere il Fondatore dell'Impero fra le sue montagne, anche per un'ora sola - è scesa a portare con tutto il Suo popolo, le sue donne e la sua fresca giovinezza del Littorio al Duce", scriverà il "Corriere Valsesiano".
La Valsesia, praticamente esclusa dall'itinerario del duce, se si eccettua il breve tratto che il corteo percorrerà l'indomani, per recarsi in Valsessera, ha così reso il suo omaggio a Mussolini. Le speranze dei fascisti valsesiani di poter avere il duce nella loro terra, "di sentire la parola, di subire l'irresistibile fascino del Suo sguardo, della Sua voce, del Suo gesto, del Suo sorriso" erano state vane. Varallo, "esclusa per ragioni superiori dal programma delle due giornate", si era illusa, ancora pochi giorni prima, di poter vedere esaudito il suo "desiderio infinito", inviando a Vercelli il podestà, il segretario del Fascio e l'ispettore federale, "interpreti della speranza, dell'attesa anelante" della città. Ma le autorità provinciali avevano tuonato: "Non sono assolutamente ammissibili cambiamenti nell'itinerario: nessuno pensi pertanto di suggerire o provocare deviazioni all'ultimo momento". Ai fascisti della valle non rimane altro da fare che accontentarsi del "vivo rammarico" espresso da Mussolini "per non aver potuto includere la Valsesia nella sua visita in provincia". "Il Duce - scriverà il "Corriere Valsesiano" - ha detto tuttavia di avere presenti i fieri fascisti valsesiani e ha espresso la sua simpatia per tutta la laboriosa popolazione della nostra terra".
La sera è calata. Si accendono luci e falò. "Il popolo di Vercelli fascista continua il suo grido di gioia".
Mussolini compie ancora una brevissima ultima sosta alla Cassa di risparmio, di cui è presidente onorario, e l'istituto gli consegna "in segno di esultanza" la somma di mezzo milione.
Alle 20.35 il duce rientra in Prefettura. È ormai notte. Continua a piovere. "Una folla strabocchevole è in piazza Mazzini e acclama, acclama senza posa, inesauribilmente, il Fondatore dell'Impero. Il grido è così alto così ardente che il Duce è costretto a uscire sul balcone", dove rimane lungamente, rispondendo con il braccio proteso "all'ininterrotta intensità delle ovazioni". Allora la dimostrazione "diventa d'una imponenza senza pari e l'amore che sale verso di Lui così profondo e così cocente da fargli dischiudere le labbra alla parola". Quando, a un suo segno, la dimostrazione si acquieta, il duce saluta "con parole di viva simpatia tutto il popolo fascista di Vercelli" e rivolge il suo elogio alla Gil vercellese per "il modo superbo con cui si è presentata".
Scrive "La Provincia di Vercelli": "La manifestazione prorompe ancor più dopo le parole del Duce che più e più volte è richiamato al balcone da questa esplosione incontenibile dell'amore vercellese che respinge il pensiero di doversi staccare dalla presenza fisica del Duce e nessuno lascerà la piazza fino a che il Segretario del Partito non ha ordinato il saluto al Duce Fondatore dell'Impero. Ma la separazione non sarà che breve. Al mattino presto, questa popolazione che veglierà per espandere la sua gioia straripante, sarà già tutta schierata nelle vie al Suo passaggio per rinnovarGli le trionfali acclamazioni".

La seconda giornata

Anche il 18 maggio piove: "un'acquerugiola uggiosa, continua, che a tratti si trasforma in acquazzone". Il duce inizia la sua seconda giornata fra le genti vercellesi visitando la più grande tenuta modello della zona: Veneria di Lignana. Il "fondatore dell'impero", uscito dalla Prefettura alle 9, lascia il capoluogo "fra le ardenti e calorose manifestazioni delle Camicie Nere e del popolo che, per salutarLo, non ha quasi dormito ed ora si riversa nelle vie e nelle piazze per rinnovare a Lui la sua profonda fede, la certezza dei luminosi destini della Patria e rinnovarGli le frementi manifestazioni del giorno precedente". Lungo il percorso che il duce compie sono ancora schierati gli uomini della divisione "Cagliari", formazioni della Gil, camicie nere dei gruppi rionali e, dietro ad esse, la popolazione "che si accalca fremente".
La lunga teoria di auto attraversa paesi pavesati a gran festa e con scritte inneggianti al duce e al fascismo. Ovunque, stando alle cronache, i rurali vercellesi acclamano il duce "con grande entusiasmo e con immenso giubilo", esprimendogli "con intenso fervore la loro profonda riconoscenza per avere Egli dato modo di avvicinarLo, di sentire la Sua voce, di comprendere la loro fede che, più che con le parole, si manifesta con le opere".
A Veneria di Lignana, frattanto, si compie l'ammassamento delle organizzazioni dei paesi vicini. Quando Mussolini entra nella tenuta, si levano "possenti" le note di "Giovinezza", i giovani della Gil presentano le armi e la folla "Lo accoglie con una formidabile ovazione invocandoLo senza posa". Il duce risponde "all'impetuoso offrirsi della folla" con il saluto romano, poi scende "agilmente dalla macchina" e muove incontro al conte Giancarlo di Camerana, consigliere nazionale e presidente della società che gestisce l'azienda, al podestà di Lignana ed agli altri gerarchi che sono ad attenderLo. Quindi "senza indugi" inizia la visita della tenuta ed ascolta "con grande interesse le ampie, particolareggiate notizie che Gli sono fornite sulla struttura e sul funzionamento dell'azienda". Al termine, Mussolini esprime il suo "alto compiacimento" al conte di Camerana, incaricandolo di "rendersene interprete presso il senatore Agnelli", colui che due anni prima aveva "indotto l'Istituto finanziario industriale di Torino, da lui presieduto a risolvere questo tipico problema della vita e del lavoro dei rurali".
Lasciata la tenuta, ripassando da Vercelli la cui popolazione gli ripete "ancora una volta il Suo entusiasmo", Mussolini si reca a Novara, dove visita "diverse opere tra il caloroso entusiasmante giubilo delle popolazioni". In provincia di Novara il duce visita l'aeroporto di Cameri, dove si trova di fronte "un allineamento formidabile di velivoli" poi prosegue alla volta di Arona e di Borgomanero.
Nel pomeriggio riparte alla volta del Biellese. Alle 15 attraversa il ponte di Romagnano e rientra in provincia di Vercelli. Serravalle Sesia si mostra al duce "nella sua veste rinnovata da opere imponenti che portano il segno dell'Era Fascista", ed egli "si inoltra a passo d'uomo tra una selva di popolo pressoché ininterrotta da Vintebbio a Bornate e al Rondò". La Cartiera italiana ha le sue maestranze inquadrate "tra i ranghi delle formazioni fasciste maschili e femminili". Scrive il "Corriere Valsesiano" che il paese, "da Vintebbio, a Naula, fin oltre Bornate ha steso il suo gran manto di festa, un manto palpitante di cuori e di colori, e ha issato il gran pavese sulle ciminiere degli stabilimenti della Cartiera, mentre una grande effigie del fondatore dell'Impero, visibile fin da Naula, campeggia sull'alto del campanile che domina la raccolta delle case in cui vibrano da secoli i fremiti della più bella operosità".
Il duce, passando, ringrazia "con ampi sorrisi e dando la gioia di passare davanti a tutti gli occhi della moltitudine, lucidi di commozione, adagio, adagio". Egli, aggiunge il settimanale, ha "il volto irradiato di quella soddisfazione che tutta intera Gli si vede ogni volta si trova fra il popolo lavoratore, fra coloro che sono la vera forza della nazione e la sua garanzia per l'avvenire".
Al bivio del Rondò, lungo il ponte sul Sessera e alla Guardella di Borgosesia il duce incontra ancora "gente della Valsesia", giunta da Borgosesia, da Varallo, "scesa da tutte le valli, per gridarGli ancora, come già il giorno prima a Vercelli, il suo saluto, il suo amore, la sua adorazione". Commenta il "Corriere Valsesiano": "Il maltempo non ha potuto far nulla, specialmente contro questa gente della montagna temprata a tutte le intemperie". Alla Guardella sono state erette "rustiche tribune" ed un enorme fascio littorio dominante il mondo, mentre grandi striscioni salutano il passaggio del duce: "Borgosesia è ai Tuoi ordini", "I balilla, avanguardisti, giovani fascisti e fascisti di Borgosesia Ti salutano, o Duce, e sono ai Tuoi ordini", "Duce! gli operai della Manifattura Lane, Manifattura Tappeti e Tessitura Lenot Ti salutano".
Come su tutto il percorso, le organizzazioni del Partito sono schierate ai lati della strada per rendere gli onori al duce. Alte acclamazioni accolgono il passaggio della macchina, sulla quale Mussolini, in piedi, saluta la popolazione.
L'automobile, seguita dal lungo corteo delle macchine delle autorità e della stampa nazionale ed estera, continua il suo percorso. Senza soste, rallentando solo la marcia dove "gli ammassamenti sono più folti", Mussolini attraversa Crevacuore (dove la folla è "disciplinata e ad un tempo entusiasta"), Pray (dove vi è "un'ala quasi ininterrotta di folla plaudente"), Coggiola (dove le "entusiastiche ovazioni si rinnovano a ringraziare il Duce che passa"), Portula (lungo la strada "si vanno meglio scoprendo le grandi scritte che salutano il Duce dalle pendici dei monti, dai tetti degli edifici dappertutto") e giunge a Trivero, dove il corteo si ferma.
A proposito del viaggio in Valsessera e delle "dimostrazioni di popolo" il bisettimanale cattolico "ll Biellese" scrive: "È la dimostrazione palmare che la montagna non si spopola, se forze vive e generose sanno mantenerle lo spirito fedele e sanno apportarvi quanto occorre a viverne la naturale inospitalità. Eppure non una voce sentiremo né in questa né nelle altre valli vicine a farsi un merito di aver saputo dar vita in questi recessi a stabilimenti grandiosi, a decine di lanifici operosissimi, vincendo gli ostacoli numerosi e ingigantendo l'eredità di una tradizione secolare. Il folto delle bandiere che vestono a gloriosissima festa fin l'ultimo gruppetto di case, gli squilli delle bande musicali, le grida d'esultanza del popolo, il rombo vicino e lontano delle campane, non fanno che gettare un raggio di luce sul volto di lavoro, di tenacia, di sobrietà, di disciplina, di italianità".
Alle 16 circa (a partire da questo punto della giornata i resoconti dei giornali, stranamente, differiscono, circa gli orari, di mezz'ora e, talvolta, anche più) Mussolini giunge dunque a Trivero dove, all'ingresso del lanificio dei fratelli Zegna (stabilimento ausiliario dello Stato, "perché provvede largamente ai bisogni dell'esercito"), viene scoperto "un quadrato monolite di granito scuro" scolpito a forma di fascio su cui è incisa la data "dell'eccelsa visita". Il duce, accolto dal consigliere nazionale e presidente dell'Unione provinciale dell'industria, cavaliere di gran croce Lionello Garbaccio, e dalle autorità del luogo, tra cui il podestà, commendator Mario Zegna, contitolare del lanificio, compie quindi una rapida visita dello stabilimento.
Ecco alcuni passi della cronaca fattane da "Il Popolo Biellese": "Giornata, per Trivero, indimenticabile. Questa buona, laboriosa fascistissima gente alpina che, in silenziosa disciplina, ha combattuto le sue battaglie contro una serie infinita di ostacoli, fra cui, in primo piano, quelli opposti dalla avversa natura, e questi due illuminati industriali [...] hanno visto finalmente appagato il loro lunghissimo e ardentissimo desiderio: poter contemplare da vicino il Duce, potergli lanciare il grido della propria esultanza e della propria devozione, e mostrargli come tenacemente, duramente ma con fede serena, quassù si lavora e si coopera alla costruzione dell'edificio dell'Italia futura.
Lunghi, intensi, febbrili i preparativi dei giorni precedenti, anche se ostinatamente ostacolati dalla persistenza del cattivo tempo, e che hanno dato al paese, all'opificio, agli imponenti edifici delle Opere Assistenziali, a tutto il paesaggio intorno un sorridente aspetto di giovineza e di letizia. Sono selve di bandiere, di stendardi, di gonfaloni, di orifiamme che pendono dagli alti pennoni, dai tetti, dalle finestre, striscioni policromi che fasciano le pareti delle case o s'incurvano sulle strade, in un'orgia di colori, in una polifonia di tinte. Sulla vetta del monte si aderge un colossale triplice fascio tricolore, campeggia in un'imponenza ciclopica una testa del Duce, mentre tre aquile d'oro sembrano impennarsi in largo volo augurale.
L'ora grande, l'ora storica, l'ora lungamente accarezzata nei sogni da una moltitudine di bimbi, di adolescenti, di giovani, di anziani, si approssima: e anche il cielo, accogliendo i voti espressi al cuore, di tutti si fa clemente. La pioggia dirada, cessa: la plumbea coltre nuvolosa si solleva, si inarca, si straccia qua e là, e un fulgore di luce bionda piove, benedicente e benedetta, sui monti e sulle valli. [...]
La sirena lancia ai monti e alle valli un lunghissimo grido di gioia annunciante l'arrivo del Fondatore dell'Impero. La mole dell'opificio, con la duplice policroma teoria di orifiamme scendenti dall'altissima ciminiera, dà l'immagine di un naviglio che ha alzato il gran pavese in segno di festa. Dalle pendici della montagna rombano a intervalli spari di giubilo".
Mussolini entra nello stabilimento e percorre i diversi saloni "in piena efficienza di lavoro, sfolgoranti di acciai e di bandiere tricolori", mentre le macchine "cantano la potenza dell'opera umana consacrata dai segni visibili della Patria". Sulle pareti grandi scritte inneggianti al fascismo e all'Italia imperiale. Al suo apparire gli operai "scattano nel saluto romano ed esplodono in un entusiastico unanime grido: Duce! Duce! Duce!".
Il duce sale quindi sull'ampio terrazzo della fabbrica. E "qui avviene una scena commovente", scrive "ll Popolo Biellese". Mussolini scorge infatti, affacciato ad una finestra della villa vicina, la figura del cavaliere del lavoro Ermenegildo Zegna, "forzatamente assente per i postumi di una grave malattia sofferta", che "malgrado lo stato febbricitante e la prescrizione medica", ha lasciato il letto e si è affacciato "per vedere il grande Visitatore, almeno da lontano". È in divisa fascista, "la pallida mano levata nel saluto romano". Mussolini si arresta, gli fa dei cenni cordiali con le braccia, e poi agita a più riprese il berretto verso il convalescente, sorridendogli.
Segue la visita alle sedi del dopolavoro e delle opere assistenziali, il cui vasto piazzale antistante è "gremito dalla folla": secondo il giornalista dell'organo fascista vi è raccolta "tutta la popolazione di Trivero, Pratrivero e Ponzone, nonché quella di Portula e di Soprana e di altri comuni vicini [...] dietro le forze fasciste distese in perfetti inquadramenti militari": una "moltitudine" stimata in oltre dodicimila persone.
Dopo un breve colloquio con la signora Zegna, sulla soglia della villa, il duce "balza nella macchina" e, ritto "in atteggiamento marziale", osserva "la duplice mole severa del Dopolavoro e della Casa della madre e del bambino", sulla cui facciata campeggia la scritta "Siamo andati verso il popolo".
E lasciamo ancora la parola al retorico giornalista de "ll Popolo Biellese": "Di questo popolo buono e leale Egli accoglie ora, sorridendo, il grido appassionato e commosso. È un grido potentemente scandito, che esce da mille bocche, che dice la gioia di mille cuori, che riempie come un rombo formidabile la vallata e attinge le supreme vette delle Alpi. Sulla folla si agitano freneticamente migliaia e migliaia di bandierine tricolori, che danno l'immagine di una vasta prateria fiorita su cui corra un vento di tempesta primaverile. La macchina percorre lentamente il fronte delle formazioni, mentre i reparti militari presentano le armi e dalla montagna esplodono nuovamente spari di gioia. I tre corpi musicali di Trivero, di Pratrivero e Fila suonano gli inni della Rivoluzione. Il Duce osserva attentamente ogni gruppo, ogni squadra, ogni formazione, esprimendo, coi gesti eloquenti della mano protesa, il suo vivo compiacimento.
In questo momento la folla delle maestranze abbandona le macchine, e, spinta dall'ansia di rivedere e di risalutare il Condottiero d'Italia, invade le strade prossime allo stabilimento e rinnova al Visitatore un'ardentissima manifestazione che rivela tutta la devozione, la gratitudine, la passione di questa gente operosa e fedele".
Il duce, col seguito, lascia Trivero alle 17.
"Mentre ancora echeggia il grido del saluto ultimo", l'ispettore di zona del Fascio, Lucato, pronuncia al megafono, "con la voce stretta dalla commozione", brevi frasi di commento "alla storica ora vissuta", e invita i fascisti e la popolazione a sfilare davanti alla villa del cavalier Ermenegildo, per manifestargli la gratitudine di tutto il paese e l'augurio di una pronta guarigione. "Dinanzi a questa spontanea (sic!), calda, gentile manifestazione popolare, l'ossequiato, che si è affacciato alla finestra, non può trattenere le lagrime"!
La colonna di vetture, attraversate Bellaria e Viebolche, "gremite di folla plaudente senza termine", viene accolta a Mosso Santa Maria dalle note dell'inno "Benvenuto al Duce" del maestro Allorto, eseguito, sotto la direzione dell'autore, da un coro di giovani delle locali scuole commerciali. "La piazza di Mosso è nera di folla - scrive "Il Biellese" - più di quattromila persone venute da tutti i paesi dei dintorni la gremiscono lanciando potenti acclamazioni di saluto al Duce".
Il corteo sosta. Il consigliere nazionale Garbaccio porge al duce il benvenuto del suo paese natale, mentre una sua figlioccia ed un balilla gli offrono un mazzo di orchidee. Il corteo si rimette in moto. Gli abitanti di Pistolesa e di Veglio "fanno siepe lungo la strada salutando il Duce con la voce e con le scritte sparse un po' dovunque".
La colonna di auto arriva ora a Valle Mosso. All'ingresso del paese sono schierate le organizzazioni del partito; le strade sono gremite di folla. Il duce, in piedi, risponde "con il sorriso e con il gesto al saluto". L'automobile presidenziale sosta un momento e Mussolini, dalla strada, "in un breve rito compie l'inaugurazione della Casa Littoria e del Dopolavoro". Subito dopo "l'interminabile corteo" riprende la sua corsa verso il piano. Dopo aver attraversato Campore, Strona, Valle San Nicolao, Crosa, Casapinta e Lessona lungo "un fittissimo apparato di trofei e di scudi" da Castellazzo, per la nuova provinciale di valle Strona, raggiunge l'abitato di Cossato.
Scrive "ll Popolo Biellese": "Le organizzazioni, i gerarchi, le autorità e personalità sono su due grandi palchi, mentre le colonne delle forze inquadrate fanno siepe lungo tutta la via. Un grande quadro del pittore Carletti raffigura le opere che Cossato ha eretto nel nome del Duce: la Casa Littoria, il Dopolavoro Comunale, la Colonia IX Maggio ecc. L'incessante grido di popolo, soverchia gli squilli delle bande di Cossato, di Masserano, di Castellengo e di Lessona, i canti ed i clamori delle sirene. La vettura del Duce giunge alla Stazione di Cossato della Biella-Novara, ove Egli riceve nuovo omaggio".
Mussolini ed il suo seguito salgono sulla "littorina presidenziale", composta da due carrozze, sulla prima delle quali vi è un salottino riservato al duce, e si avviano alla volta di Biella. Il duce del fascismo, inaugura così, la nuova linea ferroviaria, lunga 52 chilometrhi, costruita, con una spesa di circa settanta milioni (poco meno di sessanta miliardi di oggi), sotto la direzione dell'ingegner Enrico Tavola, su progetto dell'ingegner Francesco Cartasegna. I giornali locali sottolineano che "la notevolissima opera", è stata realizzata dal regime fascista, dopo una fase di discussioni durata circa quaranta anni, "mercé sovratutto l'attiva, appassionata energia del cavaliere di gran croce Leone Garbaccio, consigliere nazionale, il quale seppe illustrare al Duce le caratteristiche e le necessità della linea, ed ottenere da parte di Lui uno speciale interessamento, che valse dapprima a salvare la iniziativa, già condannata all'abbandono, e ad ottenere, di poi, la ingente quantità di ferro per le rotaie".
Alla stazione di Vigliano l'automobile rallenta "per raccogliere il grido e il saluto delle popolazioni allineate sui bordi della strada ferrata con tutte le loro organizzazioni fasciste quanto mai fiere e orgogliose di salutare il Duce".
Scrive "ll Biellese", con uno sfoggio di retorica non secondo a quello dei fogli fascisti: "Tra Vigliano e Chiavazza il Duce ha pure la visione serena dei villaggi operai Rivetti e Trossi. Ecco Biella [...] già risonante della gioia che tra poco si farà incontenibile. Il Duce allontanandosi dalla stazione di Chiavazza ha la visione festosa di un gregge di pecore che sull'opposta riva del Cervo, in un prato sottostante gli stabilimenti Rivetti, simboleggiano, insieme a numerose pastorelle in costume, Biella laniera".
Verso le ore 18 "si compie l'ardente desiderio di Biella". Suonano le sirene delle fabbriche e le campane delle chiese. La "littorina" si ferma dinanzi all'ingresso principale della nuova stazione. Fiori ovunque e, sullo sfondo, una grande scritta: "Duce Biella Vi ringrazia". Il duce scende "rapido, agilissimo" e guarda compiaciuto. Dal piazzale la folla gli fa giungere il suo "entusiastico saluto". Il consigliere nazionale Garbaccio gli illustra gli impianti della nuova stazione "concepita con una grandiosità per la quale potrà far fronte a qualsiasi esigenza del traffico. Una compagnia del 53o fanteria, con la bandiera del reggimento e la banda, rende gli onori militari. Il duce la passa in rivista e ricambia il saluto del colonnello Alfredo Bassi, comandante del reggimento, che è circondato da un gruppo di ufficiali biellesi in congedo.
All'ingresso dell'atrio della nuova stazione due balilla moschettieri incrociano i moschetti e, al passaggio del duce, scattano sull'attenti: "è il segno dell'inaugurazione".
A salutare il fondatore dell'impero, oltre alle autorità cittadine, capeggiate dal podestà di Biella, Giuseppe Serralunga, e dal segretario del Fascio, Lino Bubani, vi sono il consiglio d'amministrazione della società ferroviaria e tutti i rappresentanti degli enti che hanno contribuito alla realizzazione dell'opera. Mussolini firma una pergamena che ricorderà l'inaugurazione, poi assiste allo scoprimento di una targa marmorea posta nell'atrio, su cui è scritto: "Benito Mussolini Duce del Fascismo Fondatore dell'Impero inaugurò la Ferrovia Biella-Novara il 18 maggio XVII E. F. IV dell'Impero".
Dall'esterno giunge "l'eco possente dei canti della Rivoluzione eseguiti da migliaia e migliaia di voci giovanili" e il canto di "Benvenuto al Duce" su versi di Mario Crossi e musica del maestro Ermellino Allorto, che dirige il coro "grandioso".
Incomincia il trionfale passaggio" di Mussolini per le vie di Biella "che attendeva pazientemente da diciassette anni questo grande evento". Lungo il viale della stazione sono schierate maestranze operaie e così pure in piazza Adua e in via Torino. Dinanzi alla nuova sede del gruppo "Michele Bianchi" vi sono le camicie nere del gruppo stesso e un plotone armato di giovani fascisti, che rende gli onori.
Sullo sfondo di piazza Adua sono state elevate "due grandiose tribune che simboleggiano due enormi telai fioriti di operaie in costume". Le maestranze schierate sono tutte in tuta e le operaie recano al collo fazzoletti variopinti. Il viale della stazione e via Torino sono fiancheggiati da due alte file di pennoni con orifiamme tricolori, orifiamme nere e orifiamme giallo-cremisi, "i colori della Patria, il colore del Fascismo, i colori di Roma".
La macchina che reca "il gradito Ospite" si ferma dinanzi al nuovo palazzo dell'Unione provinciale fascista degli industriali, in via Torino. Di fronte al palazzo, incorniciata da alti pennoni azzurri, sui quali campeggia lo stemma della Confederazione fascista dell'industria, vi è una "grandiosa" pedana sulla quale sono raccolti "i mille industriali biellesi inquadrati dall'Unione". Altissimi applausi e grida di "Duce, Duce" si levano dalla massa degli industriali. Una banda musicale suona "Giovinezza" e un altro plotone di giovani fascisti rende gli onori. Mussolini risponde "compiaciuto" al saluto degli industriali, scende "rapidamente" dall'automobile ed entra nel palazzo passando, anche qui, fra due ali di balilla moschettieri che, dopo aver incrociato le armi, scattano sull'attenti.
Al piano terreno del nuovo palazo "bellissimo nella sobria eleganza dei suoi locali", il duce riceve l'omaggio e il saluto dei dirigenti, dei presidenti dei sindacati industriali, dei collaboratori del volume "Il Biellese e le sue massime glorie", realizzato per l'occasione. Viene scoperta una lapide ricordo e Mussolini mette la prima firma all'albo d'onore dei visitatori, quindi, accompagnato dal Garbaccio, sale nel salone al primo piano, dove gli viene consegnata la prima copia del volume citato, voluto dagli industriali biellesi e curato dallo stesso Garbaccio.
Ultimata la visita, Mussolini esce in via Torino e risale in auto. In via Tripoli altre "dimostrazioni vibranti" di camicie nere. Si prosegue verso il Lanificio Rivetti, al cui ingresso, immancabilmente, un altro plotone di giovani fascisti rende gli onori, mentre, sulle ciminiere sventolano due gran pavesi: quello issato sulla ciminiera più alta è lungo più di cento metri. Anche i cortili, in cui sono ammassati oltre quattromila operai, sono pavesati di grandi orifiamme. Sui muri spiccano le immancabili scritte a grandi caratteri inneggianti al duce e riproducenti brani di suoi discorsi sulla politica sociale del regime.
Mussolini entra nel salone della filatura cardata, accompagnato dai Rivetti. Anche qui, come a Trivero, "ferve il lavoro": gli operai sono in tuta "con decorazioni" e le macchine lavorano filati bianchi, rossi e verdi. Non mancano "sobrie intonate decorazioni alle pareti" e fiori dappertutto.
Il duce esce quindi sul terrazzo e, risalito sull'automobile scoperta, "tra due acclamanti ali di operai", si avvia all'uscita per le strade interne che costeggiano gli altri reparti del lanificio.
Prima di uscire riceve il saluto di settantacinque operai "fedelissimi del lavoro" e firma una pergamena loro destinata. Saputo che la ditta ha stanziato per ognuno di loro un premio di cinquecento lire, "si compiace moltissimo" e dispone, "tra la viva riconoscenza degli operai", che vengano aggiunge altre cinquecento lire, sue. Quindi, "fatto segno ad una grandiosa e interminabile dimostrazione da parte di oltre duemila operai ammassati sul largo dell'ingresso principale", risale in macchina ed esce per riprendere il suo itinerario lungo via Lamarmora e raggiungere l'ospedale, che deve inaugurare. Secondo le cronache pubblicate sui giornali locali "si rinnovano sul Suo passaggio le entusiastiche dimostrazioni della folla e degli organizzati fascisti". Lungo questo tratto sono schierati gli ufficiali in congedo e tutte le associazioni combattentistiche, le truppe del presidio militare, le massaie rurali, molte delle quali in costume, e altre camicie nere.
Giunto all'ospedale, e accolto con i consueti onori, il duce è ricevuto dal presidente del consiglio d'amministrazione, ingegner Alberto Fogliano, e dal corpo sanitario al completo. Nell'atrio vengono scoperti due grandi busti in bronzo del duce e del re imperatore, opera dello scultore Gemignani. Sulla parete una lapide per ricordare l'avvenimento.
Mussolini sale al primo piano e visita i reparti, poi ridiscende e risale in auto. Nel centro cittadino "la densità della folla è ancora più forte". Al passaggio del corteo "risuonano acclamazioni altissime e applausi interminabili". In via XX Settembre sono i bimbi del brefotrofio, poi le donne fasciste in divisa, poi ancora altre camicie nere. Sulla piazzetta della Trinità, in una apposita tribuna sono concentrati tutti i gagliardetti e le bandiere delle organizzazioni fasciste biellesi. "Formano una macchia di colore meravigliosa e quanto mai austero è il saluto dei labari al Duce che risponde fissando fortemente negli occhi gli alfieri commossi eppur rigidi sull'attenti". Accanto ai labari, su una apposita tribuna, sono i podestà dei comuni biellesi.
Il corteo, dopo essere passato accanto a seminaristi, giovani universitari, giovani fascisti, bande che suonano "inni della rivoluzione", reparti armati che presentano le armi, giunge alla "Casa del Fascio". Gruppi di stendardi neri, drappi di velluto che pendono dai balconi e dalle finestre. Il segretario ed il vice accompagnano subito il duce al sacrario dei caduti fascisti, dove viene posta una corona d'alloro, poi, al piano terreno, Mussolini riceve il saluto delle madri e delle vedove dei caduti e visita gli uffici, quindi sale al piano superiore, dove hanno sede gli ufficiali in congedo, il "Nastro azzurro" e il "Il Popolo Biellese", il cui direttore, Vittorio Sella, gli fa omaggio di una copia del numero speciale pubblicato in occasione della sua venuta.
Quindi, nel salone, il duce del fascismo riceve "il fervido e commosso" saluto degli squadristi, dei gerarchi e delle camicie nere dei gruppi rionali; poi, nella sala del direttorio, l'omaggio del consiglio d'amministrazione e della direzione della Cassa di risparmio di Biella, che gli offre duecentomila lire, da destinare in beneficenza. Dopo aver ascoltato un breve discorso del vice presidente della Cassa, Noè Magliola, Mussolini passa nell'ufficio del segretario del Fascio, che gli presenta i membri del direttorio. Bubani gli offre una copia del numero speciale dell' "Illustrazione Biellese". Subito dopo si passa all'inaugurazione della Torre littoria, voluta dal Fascio biellese a perenne ricordo della visita. Mussolini "sale fino al più alto balcone della torre e di lassù risponde sorridente alle altissime invocazioni della folla sottostante". Quindi, lasciato il palazzo, "tra rinnovate dimostrazioni" si avvia alla basilica di San Sebastiano. Dinanzi a questa vi sono quattrocento bersaglieri con la fanfara. "Chi è stato bersagliere a vent'anni lo è per tutta la vita": il motto mussoliniano campeggia in alto.
Sulla porta della chiesa Mussolini s'incontra con Carlo Rossi, vescovo e conte di Biella, e riceve il saluto di alcune autorità ecclesiastiche, quindi attraversa la navata centrale e si reca alla tomba di Lamarmora. Uscito dalla basilica, ricevendo altri "appassionati saluti" lungo le vie, si reca all'Istituto tecnico industriale. Qui giunto, è ricevuto dal consiglio d'amministrazione, capeggiato dall'onnipresente Leone Garbaccio, e dal corpo insegnante. Visita ed inaugurazione del nuovo edificio. Il cerimoniale si ripete: scoprimento di una lapide, firma sull'albo d'onore, "vivissime dimostrazioni" e il corteo riparte. Via dell'Impero, via Macallè, altri schieramenti di camicie nere e di giovani fascisti. Di fronte allo stadio, ancora i bersaglieri, venuti "con rapida evoluzione" a schierarsi per salutare ancora una volta il loro "commilitone".
In piazza Adua, Mussolini inaugura la nuova sede del gruppo rionale "Michele Bianchi". Mentre si avvicina "l'ora del distacco", le vie intorno alla piazza sono "nere di folla". Si leva il grido "Duce, duce". Mussolini appare al balcone della sede fascista. Di fronte "alla grandiosa dimostrazione popolare" accenna a parlare. "La folla si protende allora verso di lui silenziosa e attenta". Sono solo poche parole: "Al termine di queste ore vibranti che ho hascorso tra voi mi piace di salutare Biella fascista e operosa uno dei capisaldi dell'economia della Patria".
La folla "erompe in un'impetuosa dimostrazione di riconoscenza che dura parecchi minuti". Per quattro volte il duce si presenta al balcone.
Alle 20.20 Mussolini risale in auto e lentamente si avvia verso Vercelli. Il corteo attraversa Candelo, "tutta schierata al passaggio del Duce". Anche qui una festa di tricolori. Dinanzi alle scuole le organizzazioni fasciste rivolgono un saluto "particolarmente affettuoso" al duce, che passa lentamente. Il medesimo "spettacolo" si ripete a Benna, e poi ancora a Massazza "e giù per tutti i paesi che sul nastro stradale collegano Vercelli a Biella, la fertile pianura delle risaie alla ridente prealpe".

Il commiato

A Vercelli il duce giunge alle 21.40. Un'ultima sosta al gruppo "Silvio Lombardi", che è proprio all'ingresso della città, poi, ripassando tra le vie "ricolme di folla", raggiunge la Prefettura, dove rientra nel suo appartamento. "Tredici ore di lavoro assiduo, nell'inclemenza del tempo".
La serata a Vercelli si conclude con una "imponente dimostrazione di Camicie nere e di popolo" che, in piazza Mazzini, acclamano per lungo tempo il duce, agitando fiaccole, alla luce dei bengala, che si riverbera sulla città dalle torri e dai palazzi.
Il duce, dal balcone della Prefettura, ordina il silenzio con un cenno e, non appena "l'immensità del clamore si quieta", rivolge alla "moltitudine" parole di saluto e di commiato. La manifestazione si fa allora "ancora più intensa": Mussolini deve "più e più volte" ripresentarsi; poi si ritira. "Ma è talmente insistente e alto il richiamo che egli deve ancora riaffacciarsi e non abbandona il balcone se non dopo esservisi trattenuto alcuni minuti. Poiché l'impeto non accenna a scemare, il Segretario del Partito viene ora al balcone e intona l'Inno a Roma, cui la moltitudine si associa. L'alto canto marziale richiama il Duce innanzi alla moltitudine, che innalza una volta ancora il suo urlo gigantesco".
Il mattino successivo, venerdì, mentre "il tempo si è alquanto rimesso", Mussolini lascia definitivamente Vercelli diretto ad Ivrea e ad Aosta. A San Germano, dove "due ali di popolo lungo il corso dalle case bianche e dai balconi gremiti di bandiere spiegate al sole scialbo" il duce, in piedi sull'auto, ricambia "il saluto entusiasta della popolazione rurale". A Santhià, altra tappa. "Tutto il popolo è sul passaggio del Duce, assiepato dietro le formazioni del Partito, ordinato come queste". L'auto rallenta, il duce è in piedi. Traversata dell'abitato, musiche, bandiere, ovazioni. Il duce discende nei pressi della nuova "Casa del Fascio", ospitata con la sede della Gil e del Dopolavoro in un nuovo edificio fatto costruire dall'Ente risi come posto di ristoro delle mondariso, e compie una breve visita, accompagnato dalle autorità locali.
Il duce risale quindi in macchina. Cavaglià, un'altra delle località che avevano già avuto in passato l' "onore" della presenza di Mussolini (il duce vi era giunto, in forma privata, durante le manovre militari del 1924, e si era fermato davanti al castello del conte Rondolino, sede del comando dello schieramento "azzurro"), e Viverone sono gli ultimi paesi della provincia attraversati dal corteo. Anche qui, lungo le strade, sventolii di bandiere e di orifiamme tricolori e nere; anche qui schieramenti di formazioni del regime e di popolazione "ansiosa di vedere il Duce e di tributare a Lui l'appassionato saluto". Bande musicali, podestà, parroci, gerarchi. I posti "prospicienti il percorso" gremiti fin dalle prime ore del mattino. Ispezione del federale per vedere "se tutto è in ordine". Le campane avvisano che "Lui" sta arrivando, un balilla è pronto a tendere il braccio nel "guerriero saluto"... eccolo: "Egli appare, ritto sulla macchina scoperta, col suo sorriso paterno, col braccio alzato nel saluto romano, sorriso e saluto che mantiene lungo tutto il percorso, rispondendo così all'entusiastico applauso e al grido possente della folla che fa ala al suo passaggio". Nel concludere la breve cronaca, il corrispondente di Cavaglià de "ll Biellese" scrive: "Il 19 maggio rimarrà nella storia del Borgo e la visita sarà certamente ricordata a lungo da queste laboriose popolazioni, che [...] hanno finalmente potuto vedere il Duce incomparabile, che ha dato alla Patria nostra il suo Impero e che la guiderà a maggiori insperate mete".
Poco più sotto il bisettimanale informa che è stato "solennemente firmato a Berlino il Patto militare fra Italia e Germania". La guerra è vicina.